sabato 11 giugno 2011

La vacanza dell'assassino

Corriere della sera



Dunque Cesare Battisti, il killer che ha assassinato quattro persone e reso paralizzata per sempre una quinta - senza dimostrare mai, a differenza di altri suoi colleghi nel crimine, pentimento per i suoi delitti o pietà per le sue vittime e i loro familiari, a parte una frettolosa dichiarazione di queste ultime ore - potrà godersi deliziose vacanze a Copacabana, coltivare le sue amicizie altolocate.

La Francia - che ha rifiutato a suo tempo l'estradizione di Battisti in Italia - è forse il Paese migliore del mondo, quello che combina nella misura più felice o meno infelice ordine e libertà, i due poli della vita civile. Ma anche la Francia è culla di qualche supponente e spesso ignorante conventicola intellettualoide che trancia giudizi ignorando i fatti. In questo caso, per pura ignoranza - mista a civetteria - alcuni autentici e/o sedicenti intellettuali hanno scambiato Battisti per un martire della Resistenza, come se noi dichiarassimo che un fascistoide antisemita quale Papon è un eroe della Résistence.

Con i terroristi di casa loro, quali i membri di «Action Directe», il governo francese ha usato il pugno di ferro e non ci sono state grandi proteste. Le Brigate Rosse - questi pezzenti della politica, che disonorano un colore per noi sacro disse il presidente Pertini - hanno colpito l'Italia più aperta e civile; hanno assassinato non già corrotti, mafiosi o golpisti (il che sarebbe stato comunque un grave reato) ma i rappresentanti dell'Italia migliore, un'Italia più libera e democratica che avrebbe potuto essere diversa da quella di oggi; uomini come l'avvocato Croce, l'operaio comunista Guido Rossa, giornalisti come Carlo Casalegno e Walter Tobagi, il professor Bachelet e molti altri, fra i quali numerosi magistrati.

(Il 5 maggio 2003 in un'intervista sul Corriere, Toni Negri si dichiarava solidale con Berlusconi in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura). Non a caso, all'epoca dei processi contro i brigatisti rei di omicidio, quando alcuni giurati declinavano per timore l'incarico, ad offrirsi di sostituirli era, ad esempio a Torino, un militante antifascista resistente come Galante Garrone; sempre a Torino, un altro impavido comandante partigiano, il grande storico Franco Venturi, appresa la notizia del rapimento Moro e della mattanza della sua scorta - eravamo per caso insieme, nella presidenza della facoltà di Lettere - disse che forse si sarebbe dovuto ritornare in montagna.

La profondità politico-filosofica delle Brigate Rosse può essere riassunta nella frase di quel brigatista pentito il quale dichiarò che, avendo avuto nel frattempo una figlia, aveva capito che non è lecito uccidere un papà, come se fosse invece meno grave uccidere chi è soltanto zio. Francesco Merlo ha scolpito con la sua consueta forza la malafede di tutta questa vicenda, ricordando, egli scrive, il ghigno ammiccante di Battisti che non ha neppure la dignità del duro. Si pensi, per contrasto, alla dignità con la quale altri pure passati attraverso quegli anni di piombo - ad esempio Sofri - hanno saputo fare i conti con se stessi.
Ora Battisti potrà scrivere in pace i suoi gialli - anzi, noir suona più fascinoso - anche perché è un genere in cui si muove bene, grazie alla sua familiarità con gli assassinii. Mi viene in mente un vecchio racconto di fantascienza, in cui si immagina che i fatti e gli eventi obbediscano a un copione in cui tutto è già stato scritto da sempre, ma in cui ci sono errori di stampa che, tradotti in realtà come ogni parola di quel testo misterioso, creano assurdi pasticci: ad esempio, se invece di scrivere «negare i fatti» si digita «annegare i gatti», ecco che ciò provoca una strage di felini. Forse, in quel testo, si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent'anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta, non è stato quello che era previsto.


Claudio Magris
11 giugno 2011



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Europride, cartelli contro il Papa E Vendola è in testa al corteo

di Redazione



Migliaia di persone e 40 carri sfilano nella capitale per rivendicare l'orgoglio gay. Diversi i cartelli che sbeffeggiano Papa Benedetto XVI. In serata grande concerto al Circo Massimo. Madrina la popstar Lady Gaga. Vendola: "Abbiamo bisogno di vivere in un paese che rispetti le diversità, non sono una minaccia ma una ricchezza"



Roma - Nella capitale va di scena l’Europride. Un grande corteo che rivendica i diritti della comunità gay, lesbica e transgender. In piazza sfilano 40 carri, tir con rimorchio aperto, muniti di casse per diffondere musica a tutto volume. In testa alla manifestazione campeggia lo striscione ufficiale "Europride 2011 - be proud". E' la rivendicazione dell'orgoglio gay. A seguire mille bandiere di associazioni e di partito: ci sono quelle dei vendoliani di Sinistra, ecologià e libertà, quelle dell’Italia ei valori e di Futuro e libertà. In piazza anche i Radicali, con un loro carro. Il corteo si snoda per le vie del centro di Roma fino ad arrivare al Circo Massimo. Diversi i cartelli che "sbeffeggiano" Papa Benedetto XVI. Uno dei manifestanti ha un cartellone dove si vede la foto del Pontefice in mutande e col reggicalze e sotto la scritta "veste Prada, ma è amica di Satana". Su un altro cartellone, invece, si legge "Ratzinger ama il tuo prossimo ma non come Hitler". Su un altro un accostamento molto pesante: "Inferno reale: Vaticano Guantanamo mentale". In testa al corteo, dove campaggia una bandiera del Fli con la scritta "Fini presidente", si posizionano tre leader indiscussi del movimento gay: Vladimir Luxuria, Paola Concia e Nichi Vendola.


Concia: messaggio alla politica "Questa manifestazione  - ha detto la parlamentare del Pd, Paola Concia - è un messaggio alla politica che a volte fa finta di niente. Se vogliamo stare nell’Europa dei mercati dobbiamo essere prima nell’Europa dei diritti". "Io trovo molto più trasgressivo Berlusconi che l’Europride", scherza la Concia a piazza della Repubblica rispondendo a chi le chiedeva se l’Europride sia troppo trasgressivo. "L’Europride -aggiunge- quest’anno si svolge a Roma perchè noi siamo un Paese bisognoso per il numero di diritti che abbiamo che è zero. Oggi tutta l’Europa concentra le proprie energie sul nostro Paese".
L'Idv: libertà e democrazia "Questa è una grande manifestazione per la democrazia e la libertà dove migliaia di persone partecipano perchè si riconoscono nei diritti, non solo degli omosessuali, ma di tutti". Lo affermano in una nota congiunta il responsabile dei diritti civili dell’Italia dei Valori, Franco Grillini, e l’onorevole Silvana Mura, che sfilano per l’Europride. "Chi ha contestato questa manifestazione - proseguono - è senza vergogna, perché si tratta delle stesse persone che non hanno aperto bocca di fronte ai bunga bunga del presidente del Consiglio con le minorenni. La stessa presenza di Lady Gaga, incoraggiata dall’ambasciata americana e dallo stesso segretario di Stato americano, è uno schiaffo a chi non vuol permettere a questo Paese di mettersi al passo con l’Europa, riconoscendo a tutti gli stessi diritti". 
Vendola: bisogno di paese che rispetti la diversità "Abbiamo bisogno di vivere in un paese che rispetti le diversità, non sono una minaccia ma una ricchezza". Lo ha detto il leader di Sel Nichi Vendola al suo arrivo alla testa del corteo dell’Europride. Per il presidente della Puglia essere oggi "all’Europride significa testimoniare la necessità che l’Italia possa diventare europea, adeguando i propri standard di diritti civili. Il nostro è un paese in cui si fa fatica anche a bandire l’omofobia, che è stata sdoganata, vive perfino nel lessico istituzionale".
Ferrero: politici italiani bigotti "Siamo qui per rivendicare un Paese civile, in cui i diritti siano per tutti, contro una classe politica, quella italiana, che è trasgressiva di notte ma bigotta di giorno". Lo ha detto il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero.



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Al Qaeda: «Leader occidentali, obiettivi facili. Guardate Berlusconi e il Papa»

Corriere della sera


Azzam «l'americano» cita l'aggressione al premier con la statuetta del Duomo e la donna avvcinatasi al Pontefice



Silvio Berlusconi colpito con la statuetta del Duomo

WASHINGTON – E’ una delle ultime produzioni di “As Sahab”, la sigla che distribuisce i filmati di Al Qaeda. E vi compaiono numerosi esponenti del gruppo. Tra loro Azzam l’americano, il militante nato in California e diventato una delle voci del movimento. Nel video, diffuso il 2 giugno, Azzam invita i seguaci alla Jihad individuale e cita due episodi per dimostrare come sia facile colpire i leader occidentali. Il primo riferimento riguarda il tentativo di una donna di avvicinarsi al Papa durante le Messa di Natale del 2008. Il secondo è l’aggressione, con il lancio della statuina a forma di Duomo, contro il premier Silvio Berlusconi a Milano.

Azzam «l'americano»
Azzam «l'americano»
PROTEZIONE RELATIVA - A giudizio del portavoce – il cui vero nome è Adam Gadahn – si tratti di eventi che dimostrano come la protezione sia relativa. Un uomo armato anche di una semplice pistola avrebbe potuto fare molti danni. Inoltre il portavoce afferma che un colpo portato in un paese occidentale ha un grande impatto propagandistico. Azzam consiglia ai seguaci di Al Qaeda a essere molto prudenti e a non fidarsi di nessuno. Esaminando numerosi arresti di terroristi in Usa o in Europa, il portavoce li spiega con le scarse misure di sicurezza adottate da queste cellule.

Ma se i mujahedin sono attenti, evitano di parlare troppo – è il suo consiglio – le probabilità di successo crescono. Va, poi, allargata la lista dei bersagli: giornalisti, personalità dell’economia e qualsiasi obiettivo poco protetto. Per gli esperti dell’intelligence l’analisi di Gadahn conferma le difficoltà dei qaedisti nell’organizzare attacchi complessi. L’appello alla Jihad individuale ne è la prova: significa – affermano gli analisti – che il movimento deve affidarsi allo spontaneismo e probabilmente incontra problemi nel creare network come in passato. E anche quando c’è una struttura – come è avvenuto con il fallito attacco al jet Northwest – l’azione è affidata ad un singolo attentatore. Altri osservatori, pur concordando con questa interpretazione, invitano a non sottostimare le capacità di alcuni gruppi basati nello Yemen e in Pakistan.


Guido Olimpio
11 giugno 2011



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E' morto Giorgio Celli, l'entomologo della tivù

Corriere della sera


Sì è spento a Bologna: il popolare scienziato aveva 76 anni



Giorgio Celli
Giorgio Celli
Si è spento sabato Giorgio Celli, il noto entomologo bolognese, che fu anche scrittore e professore (oltre che consigliere dei Verdi nella città felsinea ed europarlamentare). Aveva 76 anni e da quasi un mese era ricoverato nel reparto di Terapia intensiva dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna, in seguito a complicazioni insorte dopo un intervento cardiochirurgico per l'inserimento di alcuni by pass. Per anni Celli si era fatto apprezzare in tv, per il suo approccio divulgativo e ben poco accademico, mentre per diletto, come lui stesso ammetteva, scriveva libri gialli dove i suoi amati gatti non mancavano mai.






11 giugno 2011




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Tolto l'ergastolo a Fusaro Per il killer «solo» 30 anni

Corriere della sera


La cassazione dà ragione ai suoi avvocati e cancella la sentenza dell'appello. Stessa condanna del primo grado



Iole Tassitani (archivio)

Iole Tassitani (archivio)


ROMA – Delitto Tassitani, Michele Fusaro non farà l'ergastolo. La prima sezione della Corte di Cassazione ha dato ragione ai suoi avvocati, Piero Longo e Chiara Balbinot, e ha decretato che la condanna di primo grado, a trent'anni, era equa. Una sentenza giunta dopo sette ore di camera di consiglio che è definitiva. Infatti, i giudici romani hanno deciso che non era opportuno neppure rinviare gli atti ai magistrati della Corte di Assise di Appello di Venezia. Gelati i parenti di Iole. Il loro avvocato, Fabio Pavone, si è limitato ad esprimere «estremo dolore e rammarico» all'apprendere la notizia. Una sentenza che ha messo fine ad una vicenda iniziata il 12 dicembre del 2007. Allora il falegname di Bassano del Grappa rapì a Castelfranco Veneto, nel Trevigiano, Iole, la figlia del notaio.

Dodici giorni dopo i carabinieri la trovarono tagliata in trenta pezzi: un sequestro di persona finito nel sangue per il quale il gup Giuliana Galasso lo condannò in udienza preliminare con lo sconto di pena a trenta anni di carcere. In secondo grado, invece, giunse l’ergastolo. La Corte di Assise di Appello di Venezia aveva deciso così ritenendo che Fusaro avesse commesso i singoli reati uno dopo l'altro, senza che facessero parte di un unico disegno criminale. Uccise «per sbaglio» Iole e doveva ancora decidere come nascondere il cadavere. Si inventò di tagliarla a pezzi e poi via via, fino all'arresto. Impianto totalmente diverso rispetto a quanto sostenne il primo grado, che sommò algebricamente i reati e poi giunse ad una condanna minima in forza dello sconto di pena. Fino alla definitiva sentenza dei magistrati romani che è destinata a scatenare polemiche a lungo. Già dopo il primo grado, i parenti scesero in piazza a protestare, aiutati dalla società civile e dai partiti politici. Vennero pure raccolte le firme per l'abolizione del rito abbreviato in caso di reati efferati.


Mauro Pigozzo
10 giugno 2011(ultima modifica: 11 giugno 2011)



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Il Tirolo mette in vendita due montagne

Corriere della sera


Sul mercato per 121 mila euro ma sarà vietato recintarle



Una veduta delle montagne
Una veduta delle montagne
MILANO - Adesso vengono messe in vendita anche le Alpi: accade in Austria, dove due vette, nel Tirolo sono state messe sul mercato al prezzo di 121 mila euro. Chi vende è il piccolo centro di Kartitsch, nella valle Gailtal, in Alta Pusteria, a pochi km dal confine italiano. Secondo quanto riferisce il quotidiano «Die Presse», nella sua versione online, si tratta del Gran Kinigat, conosciuto anche come Monte Cavallino (2690 metri), e il Rosskopf, noto come Monte Cavallo (2600 metri). L'acquirente si ritroverebbe in possesso di 1,2 milioni di metri quadrati, nella regione più alta del Tirolo orientale.

VENTI ACQUIRENTI - Josef Ausserlechner, sindaco di Kartitsch, piccolo centro alpino da 800 anime, ha commentato: «In Grecia si vendono le isole e qui si vendono le montagne». Fino al 2001, proprietaria delle Alpi era la Repubblica austriaca, poi la Società immobiliare federale (Big) ha acquistato le vette per 300 mila euro. Secondo il quotidiano «Kleine Zeitung», si sarebbero fatti avanti 20 interessati e l'asta comincerà l'8 luglio. Se ci fosse un nuovo proprietario, comunque, scrive «Die Presse», non cambierebbero certo le condizioni d'uso delle due montagne. «Recintarle e chiuderle, ovviamente, non è possibile», ha chiarito il sindaco Ausserlechner. E anche gli aerei potranno continuare a sorvolarle.


Cristina Marrone
11 giugno 2011





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Rosita, la mucca che produce il latte delle mamme

La Stampa


Il latte di Rosita, nata il 6 aprile, contiene anche due importanti proteine presenti nel latte materno ma assenti in quello bovino


In Argentina immessi geni umani nel bovino, contiene le proprietà alimentari umane



PIERO BIANUCCI

Latte umano ma prodotto da una mucca. Umano nel senso che è biologicamente identico a quello di una donna: ne ha le stesse proprietà alimentari e soprattutto contiene due importanti proteine che si trovano nel latte materno ma sono assenti in quello bovino, e cioè la lattoferrina, che rinforza il sistema immunitario, e il lisozima, molecola dalla potente attività battericida. Succede in Argentina, è una collaborazione tra il National Institute of Agrobusiness Technology e della National University of San Martin. Nel DNA della mucca, chiamata Rosita e nata il 6 aprile con parto cesareo perché pesava il doppio del normale, sono stati introdotti i geni umani che codificano le due proteine.

Dal punto di vista scientifico non è una gran novità. Questa linea di sperimentazione va avanti da molti anni. L’idea guida consiste appunto nel considerare la mucca come una sorta di laboratorio vivente, programmabile tramite l’innesto di specifici geni che codificano proteine utili. L’obiettivo è ottenere «latte medicato», cioè contenente molecole terapeutiche che, estratte dal latte, possono poi essere usate come farmaci. Nel caso di Rosita il percorso è ancora più normale: in teoria il latte vaccino «umanizzato» non ha bisogno di ulteriori trattamenti e può andare direttamente nel biberon.

Ci sono precedenti anche più sorprendenti dal punto di vista farmaceutico, ma che emotivamente colpiscono di meno rispetto al latte materno, senza dubbio l'alimento più carico di valenze affettive e simboliche. Fin dagli Anni 80 del secolo scorso una varietà di Escherichia coli (sì, proprio il gruppo di batteri ora sotto accusa in Germania) fu modificata introducendovi il gene che nell’uomo codifica l’insulina, ormone indispensabile per utilizzare gli zuccheri, prodotto da cellule del pancreas. Da allora i malati di diabete dispongono di una insulina identica quella umana, mentre prima dovevano iniettarsi insulina di origine suina o bovina. Gli Escherichia sono poi stati sostituiti con altri microrganismi, i lieviti, anch’essi modificati con l’inserimento dei geni dell’insulina umana.

I neonati hanno un sistema immunologico debole. L’allattamento materno, oltre ad essere perfetto dal punto di vista nutrizionale, ha il ruolo fondamentale di dare al neonato gli anticorpi di cui ha bisogno per difendersi da infezioni e altre aggressioni esterne. Lattoferrina e losozima sono essenziali nel fornire al piccolo le prime difese. Per questo si incoraggia l’allattamento al seno, e quando la madre biologica non poteva farlo un tempo si ricorreva alle balie.

Appena la notizia di Rosita si è diffusa, la China Agricultural University di Pechino ha fatto sapere che i suoi ricercatori hanno già generato una intera mandria di mucche che producono latte umano. Annuncio da prendere con cautela: durante le Olimpiadi di Pechino decine di neonati cinesi morirono avvelenati da un latte «arricchito» con melammine, tanto che i colpevoli furono poi condannati a morte.

La Coldiretti ha subito messo in guardia dal latte vaccino umanizzato ricordando che secondo una ricerca dell’Eurobarometro quasi 3 persone su 4 sarebbero contrarie a dare ai loro bambini un latte materno ottenuto tramite ingegneria genetica. Battaglia di retroguardia? Vedremo. L’insulina tratta dai lieviti è un Ogm, ma fa vivere meglio milioni di persone.





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La transizione è finita, la Croazia mette piede nell'Unione europea

La Stampa


Via libera della Commissione, l'ingresso avverrà il 1° luglio 2013.

Resta da superare lo scoglio del referendum: favorevole solo il 44%



Mare della Croazia


MARCO ZATTERIN

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


Accade vent’anni dopo, e il numero tondo pare uno dei ricorrenti capricci a lieto fine della Storia. Il 25 giugno 1991 l’esercito jugoslavo avviò la sua offensiva contro i croati che chiedevano l’indipendenza dalla federazione ex titina, e le bombe presero a piovere su Vukovar, Dubrovnik e Zagabria, scatenando un sanguinoso conflitto che sarebbe durato quattro anni. Ieri, 10 giugno 2011, la Commissione europea ha decretato che la giovane repubblica balcanica soddisfa i requisiti necessari per chiudere gli ultimi quattro dei 35 capitoli del negoziato di adesione all’Ue.

Ora può partire il balletto delle ratifiche politiche. Salvo colpi di scena poco probabili, dal primo luglio 2013 la Croazia potrebbe essere il ventottesimo Stato dell’Unione. «Una giornata storica», hanno commentato senza fantasia sia José Manuel Barroso, numero uno della Commissione Ue, sia il presidente croato Ivo Josipovic. Nella retorica di questi tempi le «giornate storiche» sono una ritornello abusato e ormai consunto, ma questa volta il passaggio è davvero epocale, è il segnale di un riavvicinamento dai mille significati.

A leggerlo dalla nostra parte dell’Adriatico, offre la suggestione di Pola e Istria che tornano sotto lo stesso cielo geopolitico dell’Italia, della costa fatta bella dai veneziani che si ricongiunge alla sponda della Serenissima nel mercato senza frontiere. È un insieme di punti d’arrivo, un traguardo di pace a lungo insperato. All’inizio degli Anni 90 in Croazia imperava il caos, gli scontri coi serbi erano all’ultima gola tagliata, la Krajina contesa grondava sangue: ancora oggi, Amnesty International imputa a Zagabria di non essere abbastanza operosa nel fare ordine nei conti del passato.

Proprio le accuse di non collaborare con la Corte penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia le sono valse un paio d’anni di ritardo nel tira e molla diplomatico con la Commissione Ue. Non hanno aiutato nemmeno le vecchie malvagie abitudini. Solo un anno fa la Commissione chiedeva di «intensificare gli sforzi nel campo delle riforme di giustizia e amministrazione, nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, nel rispetto delle minoranze». Ora va tutto bene, rileva l’esecutivo di Bruxelles. «Non potevano più attendere - spiega un osservatore -.

C’era bisogno di forzare la mano ai Paesi titubanti». Barroso si è speso in prima persona, spesso scavalcando il titolare del dossier, Stefan Fuele. Ha fatto pressione sui governi e disposto che il Consiglio Ue disegni un «dispositivo di monitoraggio» destinato a vegliare su Zagabria di qui a metà 2013, data di riferimento per l’entrata nell’Ue. Preoccupa la malamministrazione. In Croazia, secondo un recente studio, quasi il 20% dei cittadini dichiarava lo scorso anno di pagare tangenti. Dubbi anche sulla libertà di stampa. «Siamo completamente soddisfatti - assicura Fuele -.

I problemi rilevati sono stati risolti e il Paese ha dimostrato di aver imboccato un cammino irreversibile». Fra una settimana il parere tecnico della Commissione andrà sul tavolo dei ministri degli Esteri Ue che lo inoltreranno ai leader dell’Unione che si vedono il 23 giugno. Fatte le ratifiche nazionali, e un referendum insidioso nel Paese direttamente interessato (solo il 44,6% è certamente favorevole al grande passo), 4,5 milioni di croati da 13 mila euro di pil pro capite annuo entreranno nell’Ue, con l’ambizione di imitare i vicini di casa sloveni e abbracciare la moneta unica, che considerano un’àncora di stabilità.

Molte capitali storcono il naso, ma nessuno sembra disposto a fermare il treno croato. Francia e Germania temono l’immigrazione, non intendono rivedere il film romeno e bulgaro che non li ha soddisfatti. Inglesi e olandesi nicchiano. L’Italia no. «Non ci devono essere ostacoli politici quando i criteri tecnici sono rispettati», interviene il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Nel 2003 l’Europa si era impegnata a dare una prospettiva concreta ai martoriati Balcani ed è in ritardo sulla tabella di marcia.

Montenegro e Macedonia sono candidati. Serbia, Bosnia e Albania hanno il badge di «potenziali» soci. Belgrado ha compiuto un salto da gigante consegnando il presunto criminale Ratko Mladic al Tribunale dell’Aja. In dieci anni, forse il ciclo sarà chiuso e al di là della porta orientale dell’Unione resterà solo la Turchia, che aspetta dal 1987, ovvero da quando la Jugoslavia era ancora una federazione socialista. L’orologio della storia, come dimostra il caso di Ankara, non gira per tutti alla stessa velocità.





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Quando scompariranno i libri di carta

La Stampa




«Stiamo vivendo un momento speciale», scrive Kevin Kelly, «che non durerà fino alla fine del secolo».
I libri di carta sono al massimo del loro splendore, sono economici e li possiamo trovare con facilità dappertutto, in aereoporto e negli ipermercati, ovunque. A casa ne abbiamo tantissimi.
«Non c'è mai stato un tempo migliore per gli amanti del libro», continua, «ma prestissimo la produzione dei libri fisici semplicemente cesserà». E i libri stampati, quelli rari, saranno conservati in rare biblioteche.  Non sembra esserci spazio per i dubbi: «I libri di carta stanno andando verso l'estinzione».

«Certo, sembra difficile da credere ora come ora», continua Kelly, «ma nel giro di poche generazioni vedere un libro di carta sarà frequente come incontrare un leone». Ne avevamo già parlato, intervistandolo. Kevin Kelly ha questa capacità visionaria di leggere i segnali deboli e tracciare uno scenario -spesso spiazzante- degli anni a venire. Ma questa volta le sue riflessioni si appoggiano a un fatto concreto, e non trascurabile: la scelta dell'Internet Archive di cominciare a preservare anche i libri fisici, esattamente per le ragioni enumerate da Kevin. Man mano che si diffonderanno le versioni digitali, i libri fisici andranno conservati per non perderli e per mantenerne la memoria. Anche il titolo del post non si smentisce: When Hard Books Disappear.

Viviamo in un momento complicato per certe analisi. Siamo all'inizio di una fase completamente nuova, la trasformazione dell'editoria è profonda e come sempre accade in questi casi non si fa fatica a intravvedere nuove possibilità ma anche nuovi problemi. Stallman, il fondatore della Free Software Foundation qualche giorno fa ha rilasciato dichiarazioni pesanti («Le tecnologie che dovrebbero darci maggiore potere vengono usate invece per incatenarci. Dobbiamo rifiutarci di comprare ebook finché non rispetteranno la nostra libertà»), ed è solo un esempio. Ma, se abbiamo imparato qualcosa in questi primi quindici anni di digitale è che le posizioni nette e costruite su un aspetto specifico tendono a non descrivere la realtà. Soprattutto quando prescrivono invece di provare a descrivere.

Le posizioni di Kelly e di Stallman sono in qualche modo emblematiche del nostro rapporto con l'idea di futuro e -di conseguenza- con il modo in cui ci predisponiamo ad accoglierlo. Stallman punta il dito su un singolo punto del cambiamento, che è strategico e sostanziale: non siamo più proprietari del prodotto fisico, ma paghiamo per aver accesso al suo contenuto. E questo chiaramente implica la possibilità di avere le nostre letture tracciate. E la certezza di dover immaginare un rapporto diverso con la nostra idea di acquisto, con la necessità di registrarci, eccetera.
Ma vedere le cose richiede un po' di distanza: se allarghiamo la prospettiva ci rendiamo conto che si tratta solo di un particolare in una modifica molto più complessa -e profonda- dell'intero rapporto tra lettori e libri. E, in senso ampio, tra pubblico e prodotti culturali.

L'idea dell'accesso senza proprietà del «prodotto» è una tendenza molto più generale. I giovani - e sempre più spesso non solo i giovani- ascoltano musica in streaming, senza aver bisogno di possedere il file, perchè sanno di poter accedere alle canzoni quando vogliono. Lo stesso vale per le serie Tv o per i film. Poi, naturalmente, c'è una forma di rapporto più attenta alla qualità, all'alta definizione, a un consumo più consapevole. Oggi ne sappiamo ancora relativamente poco per poter essere certi del modo in cui si ridefiniranno le regole. Ma l'unica cosa su cui non possiamo avere dubbi è che le regole si stanno ridisegnando.

E, sebbene appaia come un paradosso, le regole si stanno ridisegnando dal basso. Non sono stati i discografici ad inventare gli Mp3, come non sono stati gli editori il motore della diffusione degli ebook. In entrambi i casi c'è stata un'innovazione che il pubblico ha accettato e che, per i suoi vantaggi, ha convinto le persone ad adottarla. La transizione al digitale non è mai una scelta obbligata, piuttosto é un'opzione che scegliamo di esercitare come lettori, come appassionati di musica, come persone che vogliono informarsi.
Per questo sono portato - e lo ripeto spesso- a credere che per i lettori sia in arrivo una bella avventura. Sarà intorno alle loro preferenze che si configurerà il mercato e l'editoria.

E per questa stessa ragione, si sarà notato, propendo per la visione di Kelly, costruita su un'analisi più generale e completa. Scorrendo alcuni suoi post recenti possiamo averne un'idea: magari partendo da Better Than Owning (che tocca proprio l'argomento del possesso, «che oggi non è importante come lo era una volta») o da A New Way of Reading. Vale la pena di perderci un po' di tempo e di dedicarci qualche riflessione. Magari non saremo d'accordo con Kelly su tutto, ma è probabile che gli riconosceremo il merito di aprirci la mente e di aiutarci a pensare anche in modo diverso.

Poi è vero, nessuno di noi ha la verità in tasca e spesso il rapporto con l'idea di futuro è costruito con i materiali che abbiamo. Ma se ha ragione Borges e se l'unico obbligo delle ipotesi è quello di essere interessanti, forse ci conviene guardare a quanto sta accadendo senza farci limitare dalla nostra affezione al modo in cui le cose funzionavano prima.
Non sarà sicuramente un cambiamento indolore (gli editori sono i primi a saperlo) ma provare a capirlo in maniera disincantata è forse la soluzione migliore per ottenere il meglio.




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Il contrattacco di Sgarbi: "Denuncio Santoro"

Il Tempo


Il critico d'arte porta in tribunale il conduttore di Annozero, che in un battibecco televisivo con Castelli aveva criticato i soldi spesi per il suo programma.


Vittorio Sgarbi "Santoro non faccia lo sbruffone, il mio programma è tutto meno che invendibile o incomprabile". Vittorio Sgarbi è offeso per lo sfogo di Michele Santoro, che l'altroieri ad Annozero ha criticato apramente il fatto che la Rai abbia speso i soldi dei contribuenti per il programma "Adesso ci tocca anche Sgarbi", andato in onda il 18 maggio in prima serata su Rai 1. E così Sgarbi annuncia una querela: "Lo porto in tribunale, primo perche' non sono stato pagato dalla Rai, secondo perche' se non fosse cosi' ignorante saprebbe che la Sipra aveva acquisito moltissima pubblicita' per il mio programma". E aggiunge polemicamente che "la verità è che Santoro è stato tutelato, io no. Anche il programma di Calabresi ha fatto il 5% di ascolti però va avanti. Con me invece hanno deciso di chiudere e io ho accettato. Ho fatto un errore a non andare avanti, ma il mio programma è tutto fuorchè invendibile".


11/06/2011





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Lasciate i bimbi a casa» Il caso delle famiglie gay

Corriere della sera


La presidente dell'associazione: «Al Family day di Pezzotta i bambini c'erano»


ROMA - Ci sarà anche il trenino di Famiglie arcobaleno, sabato all'Europride, i genitori omosessuali scenderanno in piazza con i loro figli. E ci saranno anche tanti genitori eterosessuali che hanno chiesto a Famiglie arcobaleno di partecipare, di salire su quel trenino portandosi dietro i bambini, per solidarietà e contro l'omofobia.

Non è la prima volta, questa, da cinque anni il trenino di Famiglie arcobaleno partecipa ai gay pride romani, ma ogni volta la presenza dei bambini in piazza suscita qualche polemica. Nei giorni scorsi il segretario romano e dirigente di Fiamma tricolore Stefano Tersigni aveva detto che sarebbe stato meglio lasciare i bambini a casa. Scatenando la reazione infastidita dei genitori omosessuali. Venerdì anche il deputato dell'Udc Savino Pezzotta ha espresso le sue perplessità: «Ognuno è responsabile per i propri figli e per fortuna viviamo in un Paese libero ma io credo che i bambini meritino rispetto e che non vadano portati alle manifestazioni. Mi dava fastidio anche quando li portavano alle manifestazioni sindacali o a quelle politiche, ancora di più penso che non sia gusto portarli ad una manifestazioni come questa. Io rispetto gli omosessuali e credo che abbiano diritto di manifestare ma i bambini li lascerei a casa».

«Ma al Family day organizzato proprio da Pezzotta i bambini c'erano, stavano sulle spalle dei genitori a gridare slogan contro le famiglie non "ufficiali" - ribatte la presidente di Famiglie arcobaleno Giuseppina La Delfa -. Non c'è niente di scabroso o di brutto all'Europride. Sono cinque anni che abbiamo il trenino e l'unica mia preoccupazione è stata di inserirlo tra due camion non rumorosi, lontano dai carri con la musica a diecimila watt, quella sì che dà fastidio ai bambini». Il Family day, ricorda tuttavia Pezzotta, «era una manifestazione di famiglie, lì per forza c'erano le famiglie», ma questa considerazione irrita ancora di più i genitori omosessuali, che si sentono famiglia anche loro.

«Io sono per la libertà di educazione, anzi ne sono una fautrice - interviene il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella -. Però penso che portare in piazza i bambini non sia una cosa buona. Buttarli sui palchi è una forzatura, non dico una strumentalizzazione, ma una forzatura. Loro non capiscono, non sono consapevoli, come un adulto è e dev'essere, del luogo in cui si trovano, del perché stanno facendo o dicendo certe cose. No i bambini vanno rispettati».

«Lo spirito del gay pride è quello di una giornata di festa. E questo i nostri figli lo sanno - ribatte Giuseppina La Delfa -. Non saranno due drag queen a sconvolgere i nostri ragazzi, a Carnevale non ci travestiamo? Piuttosto pensiamo ai bambini, a quelli di tutti, costretti ad assistere continuamente in televisione a programmi in cui le donne sono mezze nude o, al mare, signore senza reggiseno e con i culi di fuori. Questi spettacoli sono ben più brutti per i bambini. Forse i timori riguardano gli slogan contro il Vaticano? Beh, per fortuna viviamo in un Paese in cui è ancora lecito non essere cattolici, lo abbiamo spiegato ai nostri figli».

Mariolina Iossa
11 giugno 2011



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I ministeri alnord idea leghists? No, di Prodi.

Libero




Un federalismo profondo, con il trasloco dei ministeri in tutta Italia e la nascita delle authority lontano da Roma. Non è l’anticipazione del discorso che Umberto Bossi farà a Pontida il 19 giugno, ma il succo dell’intervento dell’allora premier Romano Prodi. Era il 31 maggio del 1996. Montecitorio. Alle ore 9 e 32 minuti il capo del governo prende parola per precisare gli obiettivi del neonato esecutivo, concentrandosi sul «federalismo che vogliamo portare fino in fondo e in tutti i campi della vita civile e politica italiana; un federalismo di cui anche il discorso che abbiamo fatto sulla capitale “reticolare” è uno degli aspetti fondamentali».

Cos’è la capitale reticolare? Prodi chiarisce: «Vogliamo cominciare davvero la realizzazione di quello che è negli stati federali, cioè che non solo uffici decentrati, ma anche grandi centri decisionali sono distribuiti nel Paese». Il resoconto della seduta non segnala fischi di disapprovazione dai banchi del centrosinistra. Il premier, galvanizzato, insiste: «Nasceranno le authority: queste non potranno nascere a Roma. Saranno l’inizio del discorso del decentramento, che comprenderà anche strutture di comando del Paese che ora sono localizzate a Roma e che un Paese federale vede, invece, vivere in tutto il suo territorio». Seguono appelli al Senatur, che alle elezioni Politiche aveva incassato più del 10% scegliendo di correre contro il Polo e contro l’Ulivo. «È giusto quello che sostiene l’onorevole Bossi, e cioè che il Mezzogiorno rimane la grande questione irrisolta (...) Chiedo all’onorevole Bossi di avere il coraggio di partecipare insieme a noi al grande cambiamento del Paese, perché c’è bisogno anche della forza della Lega».

Ora il Carroccio torna a insistere per spostare i dicasteri da Roma, e la sinistra finge di scandalizzarsi: ieri la Padania l’ha sbugiardata ricordando i vecchi discorsi del Professore. Ma non c’era solo lui. Nel 1993 la Fondazione Giovanni Agnelli pubblicava uno studio sulla capitale reticolare. Autori: Marcello Pacini, Klaus R. Kunzmann, J. Neill Marshall e altri. Il volume veniva presentato così: “Le esperienze europee al servizio di un problema emergente italiano: come rilocare territorialmente alcune funzioni centrali del sistema pubblico, trasferendole dalla capitale ad altre città del sistema urbano.

Il libro argomenta da più punti di vista come questo tipo di decentramento potrebbe contribuire decisivamente al recupero di efficienza degli apparati di governo, al rafforzamento del policentrismo urbano nazionale e, insieme, al consolidamento dell'identità nazionale, a un senso dello stato più diffuso e condiviso”. La Fondazione Agnelli, nel 1992, aveva sfornato un altro volume caro ai leghisti: “La Padania, una regione italiana in Europa”, firmato da vari accademici che auspicavano la formazione di uno spazio politico padano capace di rappresentare direttamente il proprio territorio in Europa. Ora chi lo dice a Bersani, Vendola e Fini?

di Matteo Pandini
10/06/2011




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Quel vizio francese di nascondere i terroristi...

di Stefano Zurlo


I governi di destra continuano di fatto ad applicare la dottrina Mitterrand: asilo in cambio dell’addio alla lotta armata. Così Oltralpe vivono indisturbati e coccolati dagli intellettuali gauchisti un centinaio di assassini degli anni di piombo



Brasilia come Parigi. Brasilia dopo Parigi. È nella capitale francese che Cesare Battisti è stato trasformato nell’icona di un Paese irreale: vittima di un’Italia che sembra ancora quella delle Mie prigioni e dello Spielberg di Silvio Pellico. La gauche francese, quella che s’è inventata un’Italia a suo uso e consumo, ha diffuso un’immagine incredibile di quello che non siamo. Fred Vargas, la scrittrice di gialli che è sempre stata al fianco di Battisti, ha firmato un pamphlet in cui sostiene che all’epoca del terrorismo c’erano nelle nostre prigioni 60mila detenuti politici. E il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha posto l’assassino di Pierluigi Torregiani sotto l’alta protezione della città.
Da sempre la gauche francese compone santini per raccontare la spaventosa stagione degli anni di piombo e i governi, quelli di sinistra ma alla fine anche quelli di destra, si sono comportati di conseguenza consegnando privilegi e immunità ai più sanguinari ricercati della nostra storia recente.
Ci siamo assuefatti alle promesse non mantenute dalle autorità francesi, ma la terra transalpina è tuttora una madre premurosa per i latitanti: gli ex delle Brigate rosse o di Prima linea che sono scappati prima di essere acciuffati. Vive in Francia Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio che apre gli anni di Piombo: quello del commissario Luigi Calabresi.
E sempre a Parigi abita indisturbato Walter Grecchi, uno dei protagonisti della giornata di sangue che sconvolge Milano il 14 maggio 1977 e culmina con la morte dell’agente Antonino Custra. Una data purtroppo memorabile perchè nel corso degli scontri viene scattata la foto simbolo di quella stagione cruenta: Giuseppe Memeo a gambe divaricate che spara in mezzo alla strada, con una Milano in formato Beirut.
Oggi i latitanti in terra di Francia sono un centinaio, forse anche meno, ma in passato erano molti di più. Trecento, forse seicento negli anni d’oro, quelli della dottrina Mitterrand. Il presidente socialista tradì l’attesa di giustizia degli orfani e delle vedove che abitavano di là delle Alpi, offrendo riparo sotto il suo mantello regale a decine di terroristi rossi con un baratto piccolo piccolo: l’addio alla lotta armata in cambio dell’impunità. Così è avvenuto per tutti. Uno a uno gli ex, ormai braccati dalle nostre polizie, hanno trovato un comodo rifugio a Parigi e dintorni. Così è successo anche per Battisti. E per lui è scattata pure quell’odiosa campagna di santificazione.
Almeno l’avessero custodito in silenzio, come un segreto imbarazzante. No, perchè gli Henri Levy, i Morin, i Pennac hanno pizzicato le corde dell’indignazione, della passione civile, infine della beatificazione di una stagione che è stata solo una colossale tragedia. Battisti ha scritto i suoi noir, ha trovato editori prestigiosi, sponsor e amici di rango. Intanto, all’inizio del nuovo secolo la dottrina Mitterrand veniva ufficialmente sepolta, ma in realtà il funerale non è mai stato celebrato e l’ubriacatura intellettuale, quel misto di spocchia e di provincialismo cosmopolita, è continuata.
L’11 settembre 2002 il guardasigilli Roberto Castelli e il suo collega Dominique Perben si trovano a Parigi per stilare una lista ristretta di ex da rimandare in Italia. Inutile fare la guerra al passato, meglio concentrarsi sui casi più spinosi. Ma l’elenco resta un pezzo di carta. Dei 94 italiani che sono stati arrestati e poi liberati dalla polizia francese dal 1982 in poi solo uno è stato spedito in Italia: Paolo Persichetti, rimandato a Roma sulla base di un presunto, e in realtà falso, coinvolgimento nel delitto Biagi.
Quando tocca all’ex Br Marina Petrella, ergastolana, si mette di mezzo la première dame Carla Bruni che convince il marito: la Petrella è malata. E le ragioni umanitarie prevalgono. Per Battisti va anche peggio: Parigi gioca di melina, il caso si avvita per anni, poi quando il Consiglio di Stato sta per decidere l’estradizione intervengono i servizi di sicurezza: a Battisti vengono consegnati due passaporti falsi. E una destinazione sicura: il Brasile. Saranno le frange più estreme del partito dei Lavoratori di Lula a completare l’opera iniziata sulle rive della Senna.



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Vespa: Santoro lasci la Rai, se resta dopo il fondo si comincia a scavare

Il Mattino


ROMA - Nuovo scontro tra Bruno Vespa e Michele Santoro. «Nessuno ha cancellato Annozero: c'è stata un'onorevole e molto cospicua transazione superiore a due milioni di euro. Santoro ha accettato salvo poi voler rientrare ad altre condizioni», ha attaccato il conduttore di Porto a porta, ospite stasera nello studio del TgLa7.



«La decenza in Rai era già andata via prima: quando Santoro ha mandato a farsi benedire il direttore generale, poi il presidente Garimberti - ha aggiunto il giornalista -. Credo che sia opportuno che non lavori più per la mia azienda. Un'azienda ha bisogno di leggi e di regole: Santoro se n'è completamente buggerato».
Poi, rivolto ad Antonio Padellaro, direttore de Il Fatto QuotidianO, anch'egli ospite in studio: «Come fai a difendere Santoro dentro il servizio pubblico? Non può essere legibus solutus».



«Credo - ha sottolineato ancora Vespa - che per Santoro non sia più possibile lavorare in Rai, per la dignità sua e della mia azienda. Se dovesse rimanere vuol dire che dopo aver toccato il fondo, si comincia a scavare».

Venerdì 10 Giugno 2011 - 21:18




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L'Europride colora Roma

Corriere della sera

Polemico il Vaticano

Troppi silenzi e ambiguità sui fallimenti di una banca La Popolare di Milano...

di Nicola Porro



Oggi la rubrica "zuppa di Porro" si occupa di una banca che, se fosse un'azienda normale, avrebbe due strade dasvanti a sé: portare i libri in tribunale o vendersi al migliore offerente a prezzi di saldo. Invece accade tutt'altro...



È inutile girarci intorno. Se la Banca Popola­re di Milano fosse un’azienda normale oggi avrebbe due stra­de: portare i libri in tri­bunale o vendersi al migliore offerente a prezzi di saldo. Il mantra dell’Italia verrebbe clamorosa­mente smentito. Eppure nella nostra strana economia a metà strada tra il libe­ris­mo anglosassone e il socialismo conti­nentale, non assisteremo a nessuna del­le due evenienze. Per la decima banca italiana ci sarà una terza via. Bipiemme come tutte le banche popo­l­ari ha una catena di comando particola­re: una testa un voto. Insomma indipen­dentemente dal numero di azioni che uno possiede, in assemblea votano le te­ste.
Il risultato è che l’azienda è stata ge­stita dai suoi sindacati, molto gelosi di questa prerogativa. Ai nostri fini ciò che importa è che nessuno ha oggi voglia di salvare la banca mettendoci «il grano». Servono molti quattrini. Ma chi è dispo­sto a investire grandi somme con la cer­tezza di non poter contare un accidente nonostante lo sforzo economico fatto? Forse qualche ubriaco. Ma di questi tem­pi per i mercati mondiali, ubriachi con quattrini da spendere non ce ne sono. Tutti spazzati via dalla crisi.
La realtà è che Bipiemme è proprio messa male. Il mercato se ne è accorto. In tre anni il suo valore di Borsa si è ridot­to da 7 miliardi a meno di 700 milioni: dieci volte di meno. Secondo le più ac­creditate stime degli analisti, oggi la ban­ca milanese ha nel suo pancione (com­presi gli ultimi rilievi fatti dalla Banca d’Italia)prestiti lordi problematici (quel­li su cui non puoi scommettere su una pronta e sicura restituzione) della bellez­za di 3,8 miliardi su circa 36 miliardi di prestiti. Sintetizziamo per non perderci tra i numeri: oggi la banca vale dieci vol­te meno di tre anni fa e un suo prestito ogni dieci rischia di essere in sofferenza. La Banca d’Italia ha intimato la popo­lare milanese di raccogliere subito nuo­vo capitale sul mercato. E ha stabilito an­che un ammontare pari a 1,2 miliardi.
Si deve fare un aumento di capitale che re­cuperi il doppio dell’attuale valore oggi di Borsa della Bipiemme. Le prime proie­zioni dicono che si dovranno emettere almeno tre miliardi di nuove azioni (og­gi ne circolano 415 milioni): un salasso. Ma qui la vicenda si rende più intricata. Gli attuali azionisti non ne vogliono pro­prio più sapere di mettere quattrini in banca. Recentemente hanno sottoscritto un’obbligazione (che sitrasfor­ma in azione) che ha rappresentato per loro una perdi­ta secca, viste le condizioni di conversione. È difficile che ci ricaschino. Grandi investitori pronti a far la sca­lata non ci sono: posto che una scalata, proprio per il voto capitario, non è realizzabile.
Sembrerebbe una situazione da scacco matto. Ma così non è. Siamo pur sempre in Italia. E non è che all’estero siano stati proprio dei lord nel rispetto delle regole del mercato, quando ad andare in sofferenza è stata una ban­ca. E dunque una via d’uscita sembra che si stia forman­do. Stretta. Complicata. Ma pur sempre un’uscita. L’au­mento di capitale da 1,2 miliardi in realtà è stato già sotto­scritto ( non è esattamente e tecnicamente così) da Medio­banca. L’istituto di via Filodrammatici ha infatti preso l’impegno (dietro commissioni che il mercato rumoreg­gia del 2%) a collocare le nuove azioni Bipiemme. Se non dovesse riuscire a piazzarle al pubblico dei risparmiatori, se le terrebbe in casa. O più probabilmente condividereb­be il r­ischio con altre istituzioni finanziarie pronte a sotto­scrivere pro quota il capitale inoptato.
Mediobanca e i suoi compagni di ventura si troverebbero così di fatto azionisti della Bipiemme. Dal punto di vista industriale per Nagel e Pagliaro (i boss della banca fondata da Cuc­cia) sarebbe un affarone. Mediobanca ha bisogno della raccolta che si fa agli sportelli bancari (cosa di cui essa non dispone) come l’acqua per un pesce. Si è inventata l’ottima Che Banca! proprio per portarsi a casa un po’ di cash: ma i 4 miliardi netti non sono sufficienti. Insomma gli 800 sportelli di Bipiemme, con raccolta connessa, ingo­losiscono Nagel&Co. Vi sarebbe un problema, non di piccolo conto, con i parametri di Basilea e con i suoi ratio. Ma tutto sareb­be superabile, con una piccola norma, sulla quale da anni si lavora e che nelle ultime ore sta prendendo pie­de.

La leggina direbbe la seguente cosa: «Fermo restan­do lo statuto delle banche popolari, che prevede il vo­to capitario, da esso sono esentati gli investitori istitu­zionali, per una quota che comunque non superi il 5% del capitale complessivo della popolare». Bipiemme improvvisamente diventerebbe una splendida princi­pessa. Finalmente in banca si potrebbe governare spazzando le incrostazioni del passato. Certo Medio­banca dovrebbe condividere con altri soci (4 soci fa­rebbero il 20% della Bipiemme) lo scettro del coman­do: ma è pur sempre meglio che farlo con migliaia di piccoli azionisti. Il tutto si intreccia con il rinnovo del patto di sindacato di Mediobanca. La doppia scom­messa di Nagel e Pagliaro è ridurre il peso dei soci nel­la loro governance e aumentare il loro ( di peso) in quel­la della popolare di Milano.

http://blog.ilgiornale.it/porro



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Diamo la caccia a Battisti come a Bin Laden

Quotidiano.net
Blog di Giovanni Morandi


Sono uno dei tanti italiani offesi dal Brasile che ha rimesso in libertà il criminale Cesare Battisti. Non so che cosa si possa fare ma so che è stata calpestata la giustizia essendo stato condannato da sette tribunali italiani e non essendoci dubbio che possa ritenersi colpevole dei reati che gli sono attribuiti e per i quali aspetto solo che paghi.  

Ettore Marino, Monza 


SUL CASO Battisti, Berlusconi ha posto una domanda retorica: «Che dobbiamo fare? Dichiarare guerra al Brasile?». Guerra al Brasile no ma a Cesare Battisti sì. Questa è la cosa da fare. Non dargli tregua, fare come hanno fatto gli americani con Bin Laden, saper aspettare e inseguirlo. È una priorità, una questione di Stato, perché questo terrorista impunito agita gli animi di chi chiede giustizia e di chi ha avuto lutti a causa sua. Di chi vuole sapere quali siano le protezioni che gli consentono di farla sempre franca. Che dobbiamo fare? Dobbiamo rendergli la vita difficile, impegnare finanziamenti, mezzi e uomini per non perderlo di vista, per aspettare che faccia una mossa falsa e riportarlo in Italia alla prima occasione. Non vivo o morto come era la taglia su Bin Laden. Lo vogliamo vivo.




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Abbassare il quorum Gli imbrogli della sinistra

Il Tempo


Di Pietro e il Pd non vogliono conteggiare il voto degli italiani all'estero e denunciano inadempienze del governo. Così occorrono meno schede.


Di Pietro e Bersani a piazza del Popolo Pier Luigi Bersani continua a spargere ottimismo e alla festa per i quattro sì ai referendum a piazza del Popolo a Roma ieri ha ripetuto il suo ritornello: «Siamo a un passo dal quorum, lo sento, se allunghiamo la mano possiamo afferrarlo». Insomma per il segretario del Pd il sogno di dare l'ennesima spallata a Berlusconi potrebbe essere vicino. In realtà però tutto il centrosinistra sembra avere una gran paura di non farcela. E per questo ieri ha chiesto nuovamente di non considerare il voto degli italiani all'estero, accusando il governo di non aver garantito la possibilità di poter votare a tutti i nostri connazionali che si trovano in altri Stati. In questo modo, abbassandosi il quorum, sarebbe più facile arrivare alla vittoria dei sì.

Il legale del Pd Gianluigi Pellegrino e il responsabile italiani all'estero dei Democratici, Eugenio Marino ieri hanno sostenuto che conteggiare quei voti sarebbe anticostituzionale. «La Costituzione con la riforma dell'articolo 48 – spiegano – ha evitato di mettere gli italiani all'estero contro i residenti in Italia. È stato stabilito, infatti, che il voto degli italiani all'estero vale quanto quello dei residenti ma che, al tempo stesso, come sancito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 173 del 2005, la mancata partecipazione al voto dei residenti all'estero, dovuta magari anche a inadempienze del Governo, non possa mai invalidare il voto degli italiani in Patria».
«Ciò – proseguono – vale in modo ancor più clamoroso per il quesito referendario sul nucleare. Infatti a causa dello scellerato intervento del decreto Omnibus la Cassazione è stata costretta a trasferire sulle schede le nuove norme ancora più nucleariste della precedente versione. Sicché, anche per tale aspetto, pensare di poter conteggiare nel quorum anche dei cittadini che, come i nostri connazionali all'estero non sono stati minimamente informati delle conseguenze del blitz del Governo e che sono stati chiamati a esprimersi su un quesito formalmente diverso, sarebbe un atto costituzionalmente errato. Occorre dunque tener conto della volontà popolare espressa nel merito dagli elettori all'estero, scorporandoli però dal quorum».

Sulla stessa linea anche il leader dell'Idv Antonio Di Pietro: «Noi non vogliamo che venga annullato il voto degli italiani all'estero. Ma vorremmo che non venisse conteggiato ai fini del quorum». Infine i Verdi ieri mattina hanno depositato un esposto alla procura di Roma in cui si chiede la verifica della regolarità delle operazioni di voto degli italiani all'estero. «Vogliamo sapere – ha spiegato il segretario Angelo Bonelli- se i consolati italiani, in questa consultazione referendaria hanno messo tutti gli italiani all'estero iscritti nell'anagrafe elettorale nelle condizioni di poter esercitare diritto di voto, ovvero se le schede che dovevano essere spedite siano arrivate effettivamente ai destinatari».
«Abbiamo fondati elementi – insinua il leader dei Verdi – per sostenere che si sono verificati casi, non solo in Europa ma anche in Brasile dove è presente una grande comunità italiana, in cui non è stato possibile esercitare il diritto di voto. Abbiamo istituito un osservatorio dopo che le operazioni degli italiani all'estero sono terminate da giorni». Ma proprio ieri dal sindaco fiorentino del Pd, Matteo Renzi, è arrivata una sonora tirata di orecchie al centrosinistra. «Chi pensa che un referendum possa cambiare qualcosa nella politica italiana sta sbagliando – ha spiegato intervenendo al convegno dei Giovani di Confindustria a santa Margherita Ligure – Chi, nel centrosinistra, pensa di dare una spallata al governo non coglie la realtà».


Paolo Zappitelli
11/06/2011




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Sul voto estero l’ultimo trucco della sinistra

di Gabriele Villa


Il vero referendum da fare e da fare subito? Quello sul caos che, puntualmente, i referendum seminano tra la gente pragmatica e di buon senso, che pretende solo di capirci qualche cosa. Il problema, intendiamoci, questa volta non è tanto quello di saper interpretare e manovrare le schede-lenzuolo, nel caso si decidesse proprio di andare a votare, il problema riguarda invece i nostri connazionali che vivono all’estero. E che, una volta di più, si sentono tirati per la giacca da una sinistra interessatissima al loro voto, non per millantate ragioni di uguaglianza bensì solo esclusivamente per mero interesse di calcolo. E il calcolo, anzi i calcoli, questa volta, potrebbero fare la differenza nel computo di un quorum che se si abbassasse concederebbe la vittoria a Vendola, Bersani, Di Pietro e i loro amici mentre, in caso contrario, lascerà le cose come prima.

In buona sostanza questa volta l’esito dei referendum non si conoscerà all’apertura delle urne, ma alcuni giorni dopo. Per il semplice motivo che sul risultato definitivo peseranno possibili ricorsi sul voto degli italiani all’estero. Dato che i nostri connazionali (3.236.990) iscritti nella cosiddetta «Circoscrizione estero» hanno già votato (votano prima perché le schede possano arrivare in Italia in tempo per lo spoglio complessivo) non potranno ricevere le schede col quesito riscritto dalla Cassazione sul nucleare, la quale ha «trasferito» il referendum dalle vecchie norme sul nucleare a quelle introdotte col decreto poi convertito nella legge 75 del 2011. Solo che quando la Cassazione è così intervenuta i nostri connazionali stavano già esprimendosi sulla base del quesito originario.

All’ufficio centrale della circoscrizione estero, che si trova alla Corte d’Appello di Roma arriveranno dunque solo le vecchie schede, su cui i nostri connazionali all’estero si dovevano esprimere entro il 2 giugno. Premesso tutto ciò, poiché il ministro per i Rapporti col Parlamento Elio Vito, ha detto che si stanno ristampando le schede col nuovo quesito ma solo per chi vota in Italia, resta il problema di come calcolare il quorum; la questione, ha spiegato Vito, sarà sottoposta ancora una volta alla Corte d’Appello di Roma Considerando o meno infatti i tre milioni dei nostri connazionali all’estero, il quorum da raggiungere in Italia potrebbe variare molto.

In Italia sono chiamate al voto 47.357.878 persone, all’estero 3.236.990. In quanti hanno votato? Ma il problema è più sottile perché la sinistra sta sollevando ad arte questioni di principio che se i tempi non fossero sospetti farebbero pensare a una sincera preoccupazione. Che cosa vuole per esempio gente disinteressata come Antonio Di Pietro? Con la scusa del suo solito che c’azzecca, il numero uno dell’Italia dei valori questa volta sembra proprio che voglia azzeccare il quorum che fa più comodo alla sinistra. Tanto che in queste ore per spiegare meglio il sue retro-pensiero ha dovuto ammettere «che il quorum è impossibile da raggiungere se si calcolano anche i 3 milioni e 200mila aventi diritto al voto degli italiani residenti all’estero».

Quindi l’Idv e i suoi uomini, sostenuti dalla tifoseria di Bersani, Vendola, eccetera si è data un gran daffare per presentare un ricorso alla Cassazione perché «governo e maggioranza hanno creato questo problema attraverso una legge truffa»". Fantastico no? Pur di abbassare vantaggiosamente il quorum, Di Pietro è uscito allo scoperto: «Fatti i nostri conti - ha detto - noi ora chiediamo alla magistratura di non considerare il voto all’estero ai fini del conteggio del quorum». In pratica, secondo l’Idv, la soglia del quorum di 25 milioni e 332mila deve abbassarsi a 22milioni e 132 mila. Tanto più ha ammesso, Tonino, che «dai dati che possediamo, sappiamo per certo che al primo giugno, data di scadenza del voto, hanno votato nei consolati o nelle ambasciate italiane all’estero solo poche decine di migliaia di nostri connazionali». Già, si mette male. E la sinistra, quando si mette male, come sappiamo bene, si mette sempre una mano sul quorum.



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Uccidere il cognato costa soltanto 17 giorni di cella

di Andrea Acquarone


Condannato a otto anni, grazie a sconti di pena e attenuanti, è praticamente rimasto sempre libero. L'ultimo caso di cattiva giustizia arriva da Belluno


Assassino «ma non troppo». Colpevole ma quasi per «giusta causa». Alla fine impunito a norma di legge.
Ammazzò il cognato, in tutto ha scontato diciassette giorni di carcere. E probabilmente il sole a scacchi non lo dovrà più vedere. Vien da pensare al ladro di mele, ne ruba una e finisce in gattabuia per anni. Chi uccide, libero e tranquillo.
Evviva la giustizia all’italiana, quella legge «uguale per tutti» che resta nel terzo millennio mera manifestazione d’intenti. Si potrebbe quindi aggiungere: «Ma non tutti sono uguali».
Insomma le due facce della medaglia: chi paga per nulla, chi la giustizia la dribbla utilizzando la giustizia stessa. E i suoi automatismi burocratici. In punta di diritto, sfruttando le larghe maglie del buonismo fatto di premi, sconti, abbuoni.
Il protagonista di questa storia è un napoletano, d’accordo, ma stavolta la proverbiale furbizia partonepea, quell’arte d’arrangiarsi che ti salva la ghirba, non c’entra. Merito invece degli avvocati, dei buchi del nostro Codice penale e soprattutto dei giudici. Loro sì, onnipotenti, manovratori degli altrui destini.
La vicenda si può riassumere con il prologo. Un omicidio. L’ennesima lite tra parenti, teatro un’abitazione di Sospirolo, paesotto formato mignon del Bellunese. E la sera del 29 marzo 2006. Antonio Falco la vittima, fu massacrata in casa con una decina di fendenti. Su chi fosse l’omicida nessun dubbio: era il cognato, Aniello Fiore, anch’egli rimasto ferito nel duello rusticano. Confessò subito. Una storia di degrado familiare, di violenze e rancori. Falco, spesso alticcio, picchiava la sorella, che era poi la moglie dell’uomo che l’avrebbe vendicata.
In primo grado rimediò una condanna a otto anni. Il pm ne chiedeva quattordici, gli avvocati difensori sostenevano si fosse trattato di legittima difesa. Solo che dieci coltellate erano un po’ troppe per sostenerlo. La scelta di un rito alternativo, cioè il processo abbreviato (consente un terzo di sconto sulla pena), il riconoscimento delle attenuanti generiche e l’indulto, fecero sì che Fiore, bidello di una scuola elementare nel Bellunese, dopo appena 17 giorni di prigione ottenesse i domiciliari.
Quindi l’Appello, e poi la Cassazione che - come spiega il Corriere delle Alpi - ha concesso all’ex bidello un ulteriore sconto, fissando definitivamente la condanna a 6 anni e 2 mesi di carcere. Qui entra in gioco l’arzigogolo giuridico. Il calcolo della pena deriva infatti dal riconoscimento, nei tre gradi di giudizio, di tre fattori. Ovvero l’attenuante della provocazione (fu il cognato ad aggredirlo); delle generiche (il bidello era incensurato); e del «bonus» previsto dal rito abbreviato. Perdipiù vanno sottratti anche i due mesi già scontati da Fiore agli arresti domiciliari, i 17 giorni in carcere e soprattutto i tre anni previsti dall’indulto.
Risultato? L’ex bidello dovrebbe passare ancora tre anni in cella. Ma ecco qua l’ennesimo salvacondotto.
Sì perché quei tre anni rappresentano esattamente la «soglia spartiacque» per la quale possono essere chieste pene alternative al carcere, come l’affidamento ai servizi sociali. Possibilità che i difensori del condannnato, Giorgio Moralese e francesco Trevisan, non si lasceranno certo sfuggire. Risultato? L’omicida «per caso» potrebbe addirittura aver finito di scontare la sua pena dietro le sbarre.






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E la solita sinistra occupa (bene) tutti gli spazi

Il Tempo


Ieri il debutto di Guzzanti, oggi Moretti. Ieri su SkyUno l'anteprima della trasmissione satirica "Aniene". Il regista oggi e domani sul palco dell'auditorium a Roma.

Corrado Guzzanti nei panni di Le parole sono importanti. Così dice Nanni Moretti in «Palombella Rossa». E lo sanno bene gli strateghi della sinistra che, sulla politica culturale (ma solo su quella), non hanno bisogno di consigli. Mentre il centrodestra si avvita su se stesso e a Roma si accapiglia sulla cittadinanza onoraria al Maestro Muti, la sinistra non perde tempo. È come quando in una partita di calcio l'avversario è sotto di tre gol e continua a fare melina a centrocampo. Inspiegabile.

In questo clima surreale, si aprono praterie verdi per la sinistra e la cultura continua ad essere (nella migliore delle ipotesi) un territorio da colonizzare senza incontrare uno straccio di resistenza. Questa volta le falangi «armate» della solita sinistra schierano due punte di diamante. Due maître à penser in grado di mobilitare milioni di fan/elettori. Nanni Moretti e Corrado Guzzanti, due mondi apparentemente lontanissimi che si preparano a lasciare un'impronta decisiva sul fine settimana della cultura.

Sempre schivo e riservato, oggi e domani il regista di «Habemus Papam» salirà sul palcoscenico dell'Auditorium di Roma, Sancta Sanctorum aristo-chic della sinistra capitolina. Guzzanti, invece, ha debuttato ieri sera su SkyUno con una puntata-pilota di «Aniene», programma che andrà in onda in autunno sulle reti di Murdoch. A pensar male si fa peccato ma tutto questo accade proprio all'immediata vigilia della tornata referendaria di domani e lunedì.

Che sia solo una banale coincidenza? A onor del vero, ormai Moretti non parla più esplicitamente di politica. Esempio ne sia la sua recente condotta a Cannes. A Roma, però, reciterà i monologhi dei suoi film più amati e discussi. Da «Palombella Rossa» a «Bianca», da «La messa è finita» a «Il Caimano». Alla faccia del comizio. Quanto a Guzzanti, in «Aniene» il boss della mafia parla al telefono con «zio Silvio» che vuole cooptarlo nel governo. E poi arriva il piatto forte: un ironico e surreale spot referendario.

«Volete che l'acqua resti pubblica? - chiede ai telespettatori la voce fuori campo mentre l'annunciatrice traduce a gesti per i non udenti - Va bene, noi però ci sputeremo dentro. Il nucleare vi fa paura? L'atomo è una cane feroce, attacca solo chi ne ha paura. Volete cancellare il legittimo impedimento? Poi, però, non lamentatevi se il governo passa dei mesi a studiare leggi ad personam». Prima dell'irresistibile invito finale: «Si vota il 12 e il 13 giugno. Ma potete anche andare il 14 che c'è sicuramente meno gente...» Tirando o no la volata al quorum referendario, una cosa è certa. A furia di sentir parlare Vendola e Di Pietro, a sinistra almeno hanno imparato a ridere.


Carlo Antini
11/06/2011




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I Santoro vanno via e la Rai risorgerà...

di Vittorio Feltri



La tv pubblica è sopravvissuta a Corrado e Mike, non chiuderà bottega per l’addio di mister Annozero e degli altri telepredicatori



Si dice in giro che sia cominciata l’agonia della Rai.L’uscita di Miche­le Santoro, spesso vanamente an­nunciata in passato, stavolta è avve­nuta davvero, e vari menagramo colgono in essa i segnali di una catastrofe imminen­te. Che sarà inevitabile - aggiungono - se oltre al capitano di Annozero dovessero tra­slocare (a La7) anche Milena Gabanelli, Giovanni Floris, Fabio Fazio e Serena Dan­dini. Vero o falso? Non sono un aruspice (un indovino) e quindi non mi abbando­no a previsioni. Ma, avendo un certo uso di mondo, mi sia consentito guardare al futu­ro attraverso la lente dell’esperienza.
La Rai- già Eiar- è vecchia come il cucco, però ha ancora una fibra fortissima che le ha permesso di resistere a qualsiasi scosso­ne. Nel corso degli anni ha servito mille pa­droni, ciascuno dei quali l’ha sfruttata a piacimento, eppure ha conservato la pro­pria credibilità, almeno in parte. La Demo­crazia cristiana la saccheggiò per anni, ap­p­rofittando del fatto di essere l’unico parti­to che comandava. Poi cedette quote di po­tere ai socialisti cooptati nella maggioran­za di centrosinistra ( inizio anni Sessanta) e al Pci che, pur essendo all’opposizione, era in grado di farsi sentire dall’alto di un 25-30 per cento di consensi nel Paese. Dal canale unico degli albori, le reti di­vennero tre e si aprì il festival della lottizza­zione: tre poltrone a te, due a me, una a lui.
L’organico dell’ente radiotelevisivo si gon­fiò a dismisura, imbottito di raccomanda­ti, parecchi asini e alcuni (pochi) bravi pro­fessionisti. Se oggi vuoi sapere quanti sia­no i dipendenti del mastodonte «antennu­to » devi affidarti a stime giornalistiche: 10mila? 12mila? 13mila? Sempre troppi ri­spetto alla quantità e alla qualità del servi­zio offerto. In ogni caso al numero impres­sionante delle persone a libro paga biso­gna sommare la pletora di collaboratori esterni e di produttori autonomi, cioè ditte che vendono alla Rai programmi confezio­nati.
Ora, è impensabile che - considerate le dimensioni di un’azienda simile-lefortu­ne dell’ex monopolio siano legate alla pre­senza in video di quattro o cinque divi del tipo appunto di Santoro, Gabanelli, Floris, Fazio e Dandini. Sarebbe un assurdo tecni­co. Significherebbe che oltre il 90 per cento del personale è puro contorno e ruba lo sti­pendio. Mi rifiuto di crederlo. Se morto un papa se ne fa un altro, forse si potranno rim­piazzare anche quattro o cinque conduttori per quanto abili sia­no (cosa sulla quale è lecito discu­tere, se non altro perché i gusti so­no gusti). Ma non è questo il pun­to. È già successo che taluni big del piccolo schermo, considerati mo­numenti nazionali, siano spariti dalla circolazione o addirittura dal­la faccia della terra.
Sulle prime si è detto: «E adesso che ne sarà di noi poveri orfani?». E giù lacrime. Vole­te qualche esempio? Corrado, do­po essere stato uno dei padri nobili della radio postbellica, divenne un cardine, un simbolo della televisio­ne garbata, un parente catodico amato e stimato dalle famiglie ita­liane. Ma anche lui, a un dato mo­mento, fu vittima dell’evento più probabile della vita: la morte. Con lui se ne andò via uno stile cui era­vamo abituati e affezionati. La tele­visione soffrì e lo spettatore anche. Finì un’epoca e sivoltò pagina con qualche rimpianto, ma senza di­sperazione. Altri uomini e di diver­sa impostazione esordirono - mi viene in mente Marco Columbro ­e l’audience non precipitò affatto.
E che dire dell’immarcescibile Mike Bongiorno? Lo abbiamo am­mirato giova­ne e americaneggian­te presentatore radiofonico e quin­di televisivo. Da Lascia o raddop­pia? a Rischiatutto ( sorvoliamo sul resto andato in onda sulle reti Me­diaset), avevamo maturato la cer­tezza che le nostre serate non aves­sero senso senza un quiz a premi, ovviamente propinato dal fondato­re della tivù d’intrattenimento. Morto anche lui. Ma prima di lui defunse il genere cui era legata la fama di Mike. E veniamo a Pippo Baudo, al­tro campione. È vivo e vegeto, e ce ne rallegriamo. Però abbiamo scoperto che la nostra esistenza, e quella della Rai, procede de­centemente anche se egli ha dira­dato le sue presenze in video si­no a renderle inapprezzabili.
Sic­ché viene il sospetto che il desti­no della tivù prescinda da quello degli uomini che la fanno e che la sparizione o il declino di que­sti coincida con l’esigenza di mu­tare registro, o almeno di rinno­varlo. Santoro si eclissa o cambia cana­le? Fazio di trasferisce ad altra emit­tente o si ritira per godersi i gettoni accumulati? La Dandini va altrove a guadagnarsi i dindini per campa­re? E chissenefrega. Il mondo non si fermerà, e neppure la mangiato­ia di viale Mazzin­i e dintorni roma­ni smetterà di nutrire i professioni­sti capaci di condurre programmi più o meno graditi.

Massì, siamo sinceri. A forza di vedere i soliti vol­ti, i soliti ospiti, le solite liti, e di udi­re le solite sovrapposizioni di voci stridule, le banalità dei soliti satiri­ci, che hanno sostituito gli ideolo­gi, ci siamo stufati. Uffa, che barba, che noia. Dateci qualcosa di diverso e di più eccitante o di più rilassante. Da­teci gente fresca che ci accompagni dal dopocena alle braccia di Mor­feo con qualche gradevole sorpre­sa. Coraggio, regalateci un paio d’ore interessanti e poco stressanti. Nossignori. La fine degli spetta­coli di Santoro e di tutti i santorini non seppellirà la Rai, ma la aiuterà a rinascere. Più bella e più superba che pria. Sperèm.


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Voto, Papa strumentalizzato Ma se lo fa il Tg3 non è scandalo

di Fabrizio De Feo


Il Tg3 delle 14 ha aperto il servizio sul Santo Padre con queste parole: "Se il Papa votasse, ora sappiamo dove metterebbe la croce, almeno per il referendum sul nucleare". Una strumentalizzazione di tale portata non c'è mai stata nella storia della televisione italiana. Il garante ha accertato la violazione delle norme ma ha deciso di non intervenire




Roma - Neppure un richiamino verbale, un buffetto, un cartellino giallo, una richiesta di maggiore equilibrio, una veloce verifica sul mancato rispetto del pluralismo nella comunicazione sui referendum. O magari anche un sorriso, un plauso ironico per la vetta di faziosità creativa sfoderata giovedì dal Tg3 delle 14. Perché aprire il servizio sul Santo Padre - che interveniva sulla necessità di coniugare scelte energetiche e rispetto della natura - con queste parole: «Se il Papa votasse, ora sappiamo dove metterebbe la croce, almeno per il referendum sul nucleare», è sicuramente qualcosa di mai visto anche nella ex Telekabul, è record, assoluto capolavoro di genere che fa impallidire le migliori prestazioni di Emilio Fede, Michele Santoro, Gad Lerner e di tutti coloro che in tv fanno dell’esposizione del loro pensiero politico un tratto distintivo.

Eppure niente, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di fronte al Papa trasformato dal Tg3 in un referendario doc alla stregua di un Di Pietro o un Vendola qualsiasi, decide di non procedere e fare orecchie da mercante, nonostante un duro scontro sul da farsi andato in scena tra le segrete mura di Via Isonzo. È il commissario Antonio Martusciello a sollevare la questione facendo notare che ci si trova di fronte a una evidente violazione della legge sulla par condicio e dell’Atto parlamentare di indirizzo della commissione di Vigilanza. L’esposto viene inviato alla direzione competente che apre una istruttoria urgente e rileva una violazione della norma. A quel punto ci sono due possibilità aperte per i commissari: irrogare sanzioni o, soluzione più morbida, imporre al Tg3 un messaggio di rettifica. Ma la commissione Servizi e prodotti decide, a sorpresa, di glissare e di non procedere in alcun modo. Una deliberazione che arriva dopo una discussione accesa e un voto a maggioranza - tre contro due - con i commissari vicini all’opposizione tutti schierati dalla parte del Tg3.

«Attribuire in modo arbitrario un orientamento di voto al Santo Padre - spiegava prima del voto Martusciello - oltre ad essere una scelta eticamente discutibile, costituisce un elemento di forte influenza sugli elettori, in vista del prossimo referendum sul nucleare. Tale episodio rappresenta una grave violazione delle regole che disciplinano l’informazione dei telegiornali in periodo di campagna elettorale referendaria».

Non mancano, ovviamente, le reazioni politiche. Roberto Formigoni, ad esempio, rileva come il Santo Padre non abbia certo voluto esprimere un’opinione sul referendum contro il nucleare, anzi le sue parole «hanno poco a che fare col referendum» perché, ironizza, «altrimenti avremmo sentito le urla del centrosinistra contro l’ingerenza del Papa nella sfera politica». Più duro il vicepresidente della Vigilanza Rai, Giorgio Lainati. «Mentre qualsiasi scusa è buona per bastonare il Tg1, il Tg3 appare come il luogo d’informazione dove infrangere le regole è possibile.

Il giornalista ha potuto scrivere se il Papa votasse, ora sappiamo dove metterebbe la croce. A parte il cattivo gusto dell’espressione - prosegue Lainati - e l’utilizzo della parola croce, si tratta di un episodio di grave violazione delle regole. A tre giorni dal voto - continua Lainati - attribuire a un capo di Stato, che rappresenta anche una grande autorità morale, una volontà di voto è un vero e proprio sfregio. Immagino polemiche, insulti, richieste di dimissioni se caso analogo fosse capitato al Tg1. Registro invece la consegna del silenzio e la supina accettazione di quanto accaduto».

E dire che il Tg3 non è nuovo a incidenti, azzardi o gaffe nei confronti del Papa. Due anni fa l’allora vaticanista (subito trasferito ad altro incarico) disse, in chiusura di un servizio: «In vacanza con il Pontefice ci saranno due gatti. Gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti (forse un po’ di più) che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare le sue parole». Altri tempi. Tempi in cui il Papa non era ancora stato arruolato (a sua insaputa) nel comitato promotore del referendum e i giornalisti del Tg3 non si erano ancora travestiti da guardie svizzere.



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Riina assolto per l'omicidio De Mauro

Corriere della sera

Il boss era accusato di essere mandante organizzatore del sequestro e dell'uccisione del giornaista de L'Ora



Totò Riina

MILANO - Totò Riina è stato assolto dall'accusa di essere il mandante e l'organizzatore del sequestro e dell'omicidio di Mauro De Mauro. La sentenza è stata emessa dalla Corte d'assise di Palermo, presieduta da Giancarlo Trizzino, a oltre 40 anni dal rapimento del giornalista del quotidiano L'Ora di Palermo, prelevato sotto casa la sera del 16 settembre 1970. Al momento della lettura della sentenza era presente nell'aula bunker del carcere Pagliarelli la figlia del cronista, Franca De Mauro. Nei quarant'anni trascorsi dalla morte di De Mauro, sono stati innumerevoli gli accostamenti del nome di Mauro De Mauro alle possibili, e a volte improbabili, ragioni del suo sequestro. Unico imputato alla sbarra è l'ex numero uno di Cosa nostra, Totò Riina, il solo sopravvissuto del triumvirato Badalamenti-Bontade-Riina che avrebbe ordinato la morte del cronista.

LA STORIA DEL PROCESSO - Le indagini che hanno portato al processo per il sequestro e l'omicidio di De Mauro furono riaperte nel 2001, quando il pentito Francesco Di Carlo, ex boss di Altofonte, disse ai magistrati: «De Mauro è stato ucciso perché sapeva del fallito golpe Borghese. Lo seppellimmo alla foce dell'Oreto». De Mauro, inoltre, era stato incaricato dal regista Francesco Rosi di ricostruire gli ultimi giorni di vita del presidente dell'Eni, Enrico Mattei, morto in un incidente aereo mentre tornava a Milano da Catania. Secondo alcune ipotesi il cronista avrebbe scoperto qualcosa di scottante e per questo sarebbe stato eliminato. Una seconda pista, invece, collegava De Mauro, con un trascorso nella X Mas, al golpe del principe Junio Valerio Borghese del dicembre 1970, che forse prevedeva anche di una partecipazione di Cosa nostra.


COMMENTI - «È certamente una sorpresa, ma poi vedremo le motivazioni di questa sentenza»,ha detto Franca De Mauro, figlia del giornalista eliminato. «Sono molto turbata perché dopo 40 anni non abbiamo ancora una risposta su quanto successe quel giorno». «Non posso nascondere la mia sorpresa», commenta la sentenza l'avvocato Francesco Crescimanno, che ha assistito sia la famiglia della vittima sia l'Ordine dei giornalisti. «Nel corso del procedimento alcuni collaboratori storici hanno portato un contributo di conoscenza che ha fornito, a mio giudizio, prove sufficienti per arrivare a Riina. Posso ipotizzare che nella valutazione del collegio si è ritenuto che non c'era la concatenazione delle prove. La corte ha ritenuto comunque che la prova complessiva fosse incompleta. Nelle motivazioni leggeremo quale sia stato il percorso logico seguito».

FALSA TESTIMONIANZA - Con il dispositivo della sentenza, la Corte ha disposto l'invio degli atti alla procura perché proceda per falsa testimonianza nei confronti di alcune delle persone che hanno deposto nel processo. Tra queste, l'ex dirigente del Sisde, Bruno Contrada, l'avvocato Giuseppe Lupi e i giornalisti Paolo Pietroni e Pietro Gullino.


Redazione online

10 giugno 2011