giovedì 9 giugno 2011

Microsoft premia un team napoletano

Corriere del Mezzogiorno


In gara 200 studenti da tutte le università italiane



I vincitori di Neasoft

I vincitori di Neasoft


NAPOLI - Giovani talenti crescono, allo Smau di Bologna vince un team napoletano premiato nella categoria «software design». Sulla scia di Mark Zuckerberg (l'inventore ventenne di Facebook) i programmatori partenopei della Neasoft sono stati premiati con la Imagine Cup 2011 nella competizione mondiale ideata da Microsoft per i migliori prospetti nel campo dell’innovazione tecnologica. Il team che si è aggiudicato il primo posto tra i software prenderà parte alle finali internazionali di New York.

Nelle altre categorie in gara, Game Design e Windows Phone 7, i vincitori sono stati rispettivamente «The Sleeply Works» e «infoAgricolæ». Da nove anni la Microsoft elegge i migliori prospetti in campo di innovazione tecnologica e ricerca a livello internazionale, e nel contest 2011 ha visto la partecipazione di oltre 200 studenti delle università italiane.


Redazione online
09 giugno 2011




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Orrore in Pakistan, giovane ucciso a sangue freddo dai paramilitari

Il Messaggero


Sarfaraz Shah, 25 anni, fermato in un parco, colpito a bruciapelo e lasciato agonizzante. Cinque rangers arrestati


ROMA

Orrore in Pakistan per l'uccisione a sangue freddo di un giovane di 25 anni, Sarfaraz Shah, colpito a bruciapelo a Karachi da due colpi di fucile sparati da un soldato dei rangers e lasciato poi agonizzante sul terreno. L'episodio è stato ripreso da una videocamera e le immaginihanno fatto il giro del mondo, scatenando lo sdegno unanime.

Prima che le immagini divenissero di pubblico dominio, era stata diffusa solo la notizia che Sarfaraz Shah era stato ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia all'esterno di un parco. Secondo un portavoce dei Rangers Sarfaraz era stato colto con le mani nel sacco mentre rubava denaro e oggetti preziosi ai visitatori del parco Benazir Bhutto e quando era stato affrontato dalle forze dell'ordine aveva sparato contro di loro.

Dopo l'incidente parenti e amici della vittima hanno trasportato il corpo davanti alla residenza del governatore della provincia di Sindh, chiedendo giustizia. È stato durante questa manifestazione che le tv hanno trasmesso il video realizzato da un passante con un cellulare di ottima qualità.

Si vedono alcuni Rangers, armati di fucili e pistole, che fermano il giovane e poi lo portano verso un furgone. Qui invece di caricarlo a bordo, lo hanno circondato e mentre lui implorava di non essere ucciso uno dei militari gli ha sparato da distanza ravvicinata.




Il presidente Asif Ali Zardari si è detto scioccato e profondamente addolorato e ha chiesto un dettagliato rapporto sull'accaduto, assicurando che sulla vicenda sarà svolta una approfondita indagine e che la legge sarà applicata. Il ministro dell'Interno pachistano Rehman Malik ha detto ai giornalisti che il giovane ucciso dai Rangers era coinvolto in attività criminali. Il premier Yousuf Raza Gilani ha ordinato una inchiesta immediata mentre un portavoce della polizia, Tarik Dharajo, ha reso noto che cinque Rangers sono stati arrestati, anche se non potranno essere processati dalla magistratura civile, ma eventualmente solo da una Corte marziale, trattandosi di personale paramilitare.

Mesi fa per arginare l'ondata di violenza che ha investito il Pakistan e in particolare Karachi, il governo ha attribuito ai Rangers, che sono formati da elementi dell'esercito e sono alle dirette dipendenze del ministero dell'Interno, poteri di polizia. Secondo la stampa in maggio altri due giovani sono stati uccisi in circostanze poco chiare dagli stessi Rangers a cui si addebita quest'anno l'uccisione di almeno cinque persone.

Giovedì 09 Giugno 2011 - 19:27    Ultimo aggiornamento: 20:14




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Battisti libero, le reazioni

Corriere della sera

Imbarazzo anche in Brasile
di Rocco Cotroneo

Malissa, la ragazza che visse in due corpi

La Stampa


110 i chili persi in pochi mesi da Malissa Jones dopo il drastico intervento di riduzione dello stomaco

Era la più grassa d'Inghilterra, poi si è operata e oggi lotta contro l'anoressia



ANDREA MALAGUTI

CORRISPONDENTE DA LONDRA


A quindici anni la ragazza che ha avuto due corpi pesava 170 chili ed era la più grassa d’Inghilterra. Era come se Malissa Jones si fosse mangiata due volte e fosse diventata il triplo di sé. Era larga. Enorme. E metteva vestiti rossi che amplificavano l’effetto. «Se devo essere grassa voglio essere grassissima». La pelle bianca si tirava come un palloncino gonfiato dall’acqua. E con i capelli castani legati dietro la nuca gli occhi sembravano risucchiati nel pozzo dell’adipe. Rimanevano due spilli verde mare. «Così non va», le hanno detto i medici. Non era una ragazza. Era un quadro di Botero.

A diciassette anni hanno deciso di operarla. E lei era d’accordo, perché anche sua madre aveva fatto lo stesso percorso. Un bypass gastrico da diecimila sterline. L’intervento le ha ridotto lo stomaco e in pochi mesi il suo corpo da cartone animato si è trasformato in uno strano scheletro di pelle e di ossa. Ha perso centodieci chili. «Sono diventata prigioniera di una di quelle confusioni che fanno vacillare la mente quando il fisico si trasforma con violenza». Eppure la prima volta che si è guardata allo specchio si è sentita persino bella. Lo era. Le sembrava che il disegno del suo viso fosse adatto a una copertina di moda. «Non sapevo di essere così».

La seconda vita
Ha trovato un lavoro. Il primo. E anche un fidanzato, Chris. Il primo anche lui. Solo che più i giorni passavano, più si sentiva debole. «Mangia, dai». «No, non mi va». Dopo un anno è rimasta incinta. Le avevano detto che non era possibile. Come fa ad annidarsi una vita in una capanna tanto fragile? Aveva paura ed era felice. Neanche la felicità è bastata a ridarle equilibrio.

I medici allora le hanno chiesto di nuovo: «Malissa che cos’hai?» Lei ha risposto: «Non ne ho idea». Non mentiva. Con il cibo non voleva avere più nulla a che fare. «Non lo reggo». È precipitata in un buco. Risucchiata come se avessero tolto il tappo alla vasca della sua esistenza. Un po’ era l’effetto dell’operazione. Un po’ era lei. Rimpiangeva la cintura di grasso che la proteggeva dal mondo. Alla fine la diagnosi è stata chiara. «Anoressia». Il pendolo surreale di un’esistenza estrema. Quando è arrivata a cinquanta chili l’hanno ricoverata d’urgenza. Il suo bambino l’hanno messo al mondo, ma ha resistito 57 minuti. Adesso Malissa Jones ha 21 anni e la guerra per trovare il suo terzo corpo non è ancora finita. È ancora piena di fantasmi, ma ha deciso di parlare di sé. «Se la mia storia servirà ad aiutare qualcuno, la mia vita finalmente avrà un senso».

Nel suo appartamento di Selby, nel North Yorkshire, quando plana sul divano come un foglio volato via da un quaderno, si sente il clack delle ossa. Ha un vestito a fiori, scollato, e gli spigoli delle spalle vengono fuori dalla stoffa leggera. «Da bambina non facevo altro che mangiare. Anche i miei genitori erano grassi. E noi quattro fratelli avevamo sempre la testa nel frigo». Lei più di tutti. Faceva colazione con quindici barrette di Mars. «Mia madre non aveva la forza di dire niente. La ricattavo. Sopratuttto dopo che lei e mio padre si sono separati. Forse è stato allora che le cose sono peggiorate. Le dicevo: o mangio qui o vado da lui. Ero drogata dal cibo. Eppure sono convinto di avere avuto una infanzia felice».

Quando è arrivata a 160 chili l’hanno sdraiata in un letto. Respirava con la maschera d’ossigeno. «Ma operarmi è stato un errore. Avrei dovuto fare una dieta. Meglio il corpo di allora della fragile gabbia di oggi. Dovrei farmi togliere il bypass e tornare a essere Shrek». Arrossisce. Guarda Chris. Lui le tocca i capelli. «Per me conti solo tu».





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Incontrarlo? Mai Ci spieghi perché ha ucciso Andrea"

La Stampa



L'ultima vittima: L'agente della Digos Andrea Campagna fu assassinato a 25 anni il 19 aprile 1979 a Milano

Parla il fratello dell'agente ammazzato dall'ex terrorista



PAOLO COLONNELLO
MILANO

Maurizio Campagna vive ancora alla Barona, uno dei vecchi quartieri proletari e periferici di Milano, lo stesso dove la sera del 19 aprile 1979 fu ucciso suo fratello, l’agente della Digos Andrea Campagna, freddato con 5 colpi di pistola mentre stava uscendo dall’abitazione della sua ragazza. Il killer, Cesare Battisti, aveva la sua stessa età, 24 anni, e decise questa esecuzione spietata dopo aver visto l’agente Campagna in un breve filmato del telegiornale mentre accompagnava in Questura alcuni militanti del «collettivo Barona», uno dei serbatoi dei Proletari Armati per il Comunismo. «Che assurdità: si chiamavano Proletari per il Comunismo e uccidevano un proletario, figlio di proletari, come me, che lo sono ancora. E ancora una volta mi sento sconfitto».

Ma la sconfitta, spiega Maurizio, che oggi ha 51 anni e lavora come impiegato in Telecom, ora che il Brasile ha di nuovo respinto le richieste italiane, non è solo sua. «È una sconfitta della giustizia intera, mondiale». È la sconfitta dei più deboli. «Ed è un peccato: come farà la gente a credere di doversi rivolgere a un tribunale per ottenere la riparazione di un torto? Sono senza parole. La politica e le lobby, di ogni tipo, da quelle industriali a quelle culturali, non dovrebbero mai mettersi di mezzo quando ci sono in ballo delle vite umane».

Sono passati più di 30 anni da quella sera di aprile e Maurizio prova immaginare come sarebbe oggi suo fratello: «Chissà, magari avrebbe fatto carriera, magari avrebbe avuto semplicemente dei figli. Può passare tutto il tempo che si vuole, ma certi vuoti non si colmano mai. Io mi chiedo: ma che faccia ha questo Battisti? Che razza di persona è mai quest’uomo che ha preferito passare una vita in fuga anziché pagare le sue colpe? E poi, intendiamoci, non mi risulta che qualche terrorista abbia mai scontato per intero un ergastolo. E me non interesserebbe nemmeno. Non è una questione di quantità ma di equità: se c’è una pena è giusto che venga scontata».

Ma se un giorno ci fosse la possibilità, accetterebbe d’incontrare Battisti? «No, non ci penso proprio. Per lui sarebbe meglio solo fare chiarezza con sé stesso, raccontare la verità. Spiegarci perché uccise mio fratello. Solo perché era un poliziotto? Non ha mai pensato cosa c’era dietro quella divisa?»

La famiglia Campagna all’epoca del processo contro Battisti non si costituì parte civile. Come mai? «Fu una scelta di mio padre: lui diceva che Andrea era morto da servitore dello Stato e doveva essere lo Stato a pensare alle sue vittime». E lo Stato ha fatto il massimo? «Mi auguro di sì. Non vedo cosa potesse fare di più. Di certo ha fatto la sua parte il Presidente Napolitano, che ancora lo scorso 9 maggio, per la giornata della commemorazione delle vittime del terrorismo, ha fatto un intervento davvero forte. E non è stato ascoltato».




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Minori rom rubano un'auto e fuggono Tragico schianto, muore 28enne

Corriere della sera

 

I quattro ladri, reduci da una «spaccata» in un bar, erano inseguiti da una Volante. Due sono stati arrestati

 

MILANO - Un giovane di 28 anni, Pietro Mazzara, è morto alle prime ore dell'alba di giovedì perché la sua Citroen C3 si è scontrata con l'auto sulla quale quattro minorenni - tra cui un rom del campo di via Negrotto e un nordafricano - stavano scappando dalla polizia dopo un furto. L'incidente è avvenuto intorno alle 4.30 in zona Quarto Oggiaro. Due dei minorenni sono riusciti a scappare. Altri due, invece, feriti e bloccati nella macchina, sono stati portati all'ospedale Sacco, dove sono piantonati dalla polizia. Hanno detto di vivere nel campo nomadi di via Negrotto, zona Bovisa, non lontano dal luogo dell'incidente. La Polizia scientifica con le unità cinofile ha quindi fatto un sopralluogo nel campo, dove però sono stati trovati soltanto bambini e donne.

 

LA CONDANNA DI PISAPIA - «Voglio esprimere alla famiglia le mie condoglianze per la vita di Pietro, spezzata a soli 28 anni, questa notte a Quarto Oggiaro. E voglio anche condannare fermamente l'atto illegale che ha portato a questa morte assurda». Così il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, in una nota ha espresso il suo cordoglio alla famiglia di Pietro Mazzara. Il ragazzo si arrangiava con lavoretti da idraulico e autotrasportatore, in attesa di potersi comprare un taxi. Stava ritornando a casa all'alba dopo aver riaccompagnato i clienti dei locali notturni.

 

 

L'EFFRAZIONE - I quattro ragazzini erano reduci dall'ultimo colpo: una «spaccata» in un bar tabacchi di via Mambretti: il loro obiettivo erano le macchinette cambiamonete usate per i videopoker. L'auto, una Bmw, era frutto di una rapina; la targa era stata sostituita. Il proprietario del locale, 39 anni, che abita sopra il negozio, ha chiamato il 113 dopo aver ricevuto un sms di allarme sul cellulare. I ragazzi sono risaliti in auto con il bottino - un cambiamonete, alcuni gratta e vinci, valori bollati, sigarette e biglietti Atm - e hanno iniziato la fuga. La macchina dei ladri ha prima incrociato una pattuglia della polizia stradale, che stava andando a prestare servizio nella vicina tangenziale. La Bmw ha evitato la pattuglia, ma subito dopo è sopraggiunta una Volante della polizia. I malviventi hanno accelerato e distanziato gli agenti.

 

MANCATA PRECEDENZA - All'incrocio fra via Arsia e via Cogne la Bmw, che procedeva a forte velocità e a fari spenti, non ha rispettato la precedenza e si è schiantata contro la C3 di Mazzara, che abitava poco distante dal luogo dello scontro. La Citroen è stata sbalzata per diversi metri, dopo l'impatto sull'anteriore destro. Il corpo del 28enne è stato scaraventato fuori dal lunotto posteriore ed è atterrato a diversi metri di distanza, andando a sbattere contro una vettura parcheggiata. Gli agenti della Volante che sopraggiungeva hanno assistito al tremendo impatto e hanno tentato invano di rianimare il giovane.

 

GLI ARRESTATI - I due minori bloccati immediatamente dalla polizia erano seduti sul sedile posteriore: uno ha tentato la fuga, l'altro era bloccato nell'auto. Sono M.S., nomade di 17 anni del campo nomadi di via Negrotto, e Ibrahim F., 16enne di origini nordafricane. I due arrestati, con l'accusa di furto pluriaggravato in concorso e resistenza a pubblico ufficiale, sono rimasti feriti nell'impatto: frattura del bacino per il 16enne e del femore per il 17enne, che verrà operato nelle prossime ore all'Ospedale Sacco. I due minori sono già noti alle forze dell'ordine per reati contro il patrimonio e spaccio di stupefacenti. Insieme con loro, a bordo della Bmw, c'erano altri due giovani che sono stati ripresi dalle telecamere installate all'incrocio Cogne-Arsia mentre fuggivano: il guidatore e l'uomo seduto al posto passeggeri. All'interno dell'auto sono stati rinvenuti un piede di porco, picconi, cappellini, guanti e il bottino del furto al bar tabacchi. La vettura, cui erano state applicate targhe di un'altra auto rubata due giorni fa, era stata rubata insieme ad altre due macchine lo scorso 25 maggio in un autosilo del centro, il cui custode era stato minacciato da un gruppo di sconosciuti.

 

SALVINI: ASPETTIAMO VENDOLA - «Ora aspettiamo che Vendola torni a Milano per abbracciare anche questi fratelli rom ladri e assassini», è il commento a caldo del leghista Matteo Salvini. «Preghiamo per la vittima - ha continuato Salvini - e ci aspettiamo che Pisapia prosegua con gli sgomberi e la chiusura dei campi nomadi prevista nel piano Maroni». «Pur di farsi pubblicità l'onorevole Salvini della Lega non si ferma davanti a niente. Neanche di fronte ad una vicenda drammatica come quella accaduta all'alba di oggi a Milano. Non ci abbasseremo di certo al suo macabro livello», è la replica contenuta in un comunicato di Sel, Sinistra ecologia libertà. «Non si può morire in questo modo, per colpa di alcuni delinquenti che spadroneggiano nel nostro capoluogo lombardo e non mostrano alcun rispetto per la vita altrui», afferma il presidente del Consiglio regionale lombardo, Davide Boni (Lega), che invita Pisapia a continuare a sgomberare i campi nomadi presenti sul territorio.

 

DE CORATO: BASTA ZONE FRANCHE - «Dopo l'incidente di questa mattina è evidente che la politica delle autocostruzioni per i campi rom prevista nel programma del neosindaco Pisapia sarebbe un'offesa alla città ove venisse perseguita», sostiene l'ex vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato. Secondo De Corato «è necessario procedere alla disattivazione di questi campi con la tempistica che la giunta Moratti aveva previsto. Non si può tollerare che questi continuino ad essere vere e proprie zone franche. Prima si procede alla loro disattivazione e meglio è per tutti i milanesi, soprattutto per coloro che da anni vivono nelle immediate vicinanze. «Il giovane Mazzara - sottolinea - è l'ultima vittima, in ordine di tempo, di quella mancanza di certezza della pena che ha determinato già numerose vittime in Italia, visto che i due rapinatori di questa mattina erano plurirecidivi già noti alle forze dell'ordine come spacciatori e per aver commesso reati contro il patrimonio».

 

DON COLMEGNA: SOLIDARIETA' E' ANCHE LEGALITA' - «Basta con questo clima da campagna elettorale, bisogna discutere dei problemi seri e affrontarli nella loro complessità», è stato il commento di don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano, a cui è stata conferita giovedì mattina la laurea honoris causa in Scienze Pedagogiche in Bicocca. «Per noi stare nel mezzo vuol dire anche assumersi le contraddizioni, perché solidarietà è anche legalità, essere intransigenti». Nel suo discorso don Colmegna ha descritto il clima attuale come una «caccia ai nemici del nostro benessere, specialmente quando appartengono a minoranze visibili e storicamente colpite da pregiudizio», e ha denunciato la tendenza alla «categorizzazione di alcuni gruppi sociali la cui condizione di povertà viene messa in ombra da etichette di "nomadi" o "zingari"». Don Colmegna ha invitato a costruire una città fatta di relazioni umane responsabili e reciproche: «Odiamo gli stranieri e gli immigrati perché ci ricordano, con la loro presenza, quello che anche noi un giorno potremmo diventare - ha concluso - reietti, ospiti non graditi, miserabili, esclusi».

 

Redazione online
09 giugno 2011

Torregiani: "Una decisione ignobile"

di Redazione


La rabbia dei parenti delel vittime di Cesare Battisti. Sabbadin: "Mio padre non avrà mai pace". La figlia di Santoro: "Sono sconvolta, senza parole". Campagna: "Così mio fratello è stato ucciso per la terza volta"




La decisione di liberare Cesare Battisti "non mi ha più di tanto sorpreso, me l’aspettavo". Lo dice intervenendo ai microfoni di Start-Rai Radio 1, Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979 a Milano e che si trova in sedia a rotelle perchè ferito in quello stesso agguato per il quale Battisti è stato condannato come uno degli organizzatori. Per Torregiani "stavolta la sentenza è quasi assoluta. Sembra quasi che i giudici si siano riuniti solo per scarcerarlo: c’è stata troppa fretta. Una fretta che colpisce. È una cosa ignobile e assurda in ogni civiltà". Ora, osserva, "è libero e può girare come gli pare e piace e siccome è un delinquente si nasconderà".

Il figlio del gioielliere ucciso ha commentato favorevolmente la scelta italiana di ricorrere alla Corte dell’Aja: "Ci siamo sentiti con Frattini - ha rilevato - e mi sembra un buon primo passo". Ha quindi auspicato altre manifestazioni come quella che si è svolta mesi fa sotto l’ambasciata del Brasile a Roma: "Anche senza che sia io a organizzarle - ha proseguito - credo che qualunque cittadino italiano voglia esporre il proprio sdegno sulla questione: bisogna dare un grosso segnale al Brasile e al mondo intero, perchè la giustizia non può essere calpestata da giudici amici dell’amico. Noi non ci fermiamo qua".

Campagna: "Mio fratello ucciso per la terza volta" "Oggi l’hanno ucciso per la terza volta: la prima nel ’79, per mano di Cesare Battisti; la seconda in questi 30 anni di oblio; la terza, infine, con il verdetto che arriva dalla Corte suprema brasiliana". Maurizio Campagna, fratello dell’agente Andrea Campagna ucciso 32 anni fa in un agguato a Milano rivendicato dai Proletari armati per il comunismo, commenta all’Adnkronos il no all’estradizione di Battisti deciso dalla Corte Suprema brasiliana. "È una beffa - tuona - Oggi andrò dove hanno ammazzato mio fratello, colpito da una pistola impugnata dallo stesso Battisti in via Modica, a portare un mazzo di fiori, perchè oggi l’hanno assassinato nuovamente", ribadisce. "Andrea aveva 25 anni quando venne ammazzato, reo di esser stato visto in tv mentre arrestava dei terroristi coinvolti nell’agguato di Torregiani. Era un proletario, un semplice poliziotto - ricorda - eppure è stato ammazzato dai Proletari armati per il comunismo".

La figlia di Santoro: "Senza parole" "Sono senza parole". È il primo commento pronunciato a caldo, dopo la scarcerazione di Cesare Battisti, di Alessandro Santoro, figlio di Antonio, il direttore delle carceri di Udine assassinato il 6 giugno 1978 dall’ex terrorista rosso. "Sono senza parole - spiega Santoro - non solo perchè tocca la storia mia, dei miei familiari e di tutti i parenti delle vittime; mi turba anche per l’impunità che concede a Battisti. È questo, per me, il tema centrale della decisione, presa a maggioranza e senza fondamento giuridico".

Secondo Santoro "è un atto di forza e di potere di un Paese crescente, che rende legittimo un atto di forza e di violenza di quegli anni ’70. Credo che in questo momento si dovrebbe anche stare in silenzio. La decisione aggiunge a una ferita mai chiusa un’ombra di irrazionalità, lo spettro dell’impunità che indebolisce la fiducia nelle relazioni democratiche internazionali". Santoro, che ha seguito in diretta durante la notte la sintesi della decisione fornita dal presidente della Corte suprema, ha sperato fino all’ultimo nella possibilità di una composizione di questa difficile situazione. Ora, però, non spera più nella possibilità di vedere Battisti scontare la sua pena nelle carceri italiane, neanche dopo l’annuncio della Farnesina di rivolgersi alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja.

"Ormai per l’estradizione di Battisti senz’altro non si può fare nulla, perchè il tribunale dell’Aja può solo dichiarare una versione autentica di interpretazione di un trattato bilaterale tra i due Paesi, forse poteva creare una soluzione politica prima della discussione del caso. Non so perchè non ci sia stato prima un incontro tra Italia e Brasile". Ma Alessandro Santoro prende le distanze da chi già invoca il boicottaggio del Brasile. "Il Brasile è un grande Paese che io stimo - conclude - questa non è una partita di calcio, come pure è stata talvolta presentata, è una cosa molto più preoccupante". 

Sabbadin: "Mio padre non avrà mai pace" "Mi è crollato il mondo addosso, papà non avrai mai pace". Un grido disperato quello di Adriano Sabbadin, oggi 49enne, figlio di Lino che nel febbraio del 1979 venne ucciso senza pietà nel suo negozio di macellaio a Caltana di Santa Maria di Sala da un commando di Proletari Armati per il Comunismo. La notizia della liberazione in Brasile di Cesare Battisti, il leader del gruppo terroristico che uccise Sabbadin e che si macchiò di altri gravi delitti, colpisce il figlio Adriano: "È uno schiaffo in faccia" - si sfoga Sabbadin che stamattina, come sempre, è al lavoro nella stessa macelleria dove fu ucciso suo papà.

"Sono arrabbiato, indignato, non c’è giustizia, non c’è dignità, mancano i valori della nostra democrazia". E ancora: "il governo brasiliano si è comportato schifosamente". "Fino all’ultimo abbiamo sperato in un esito contrario - dice ancora Adriano che parla anche a nome delle sorelle Adriana e Roberta e di tutti i suoi familiari che attendono giustizia da 42 anni -. Dicevamo: speriamo che qualcuno ci aiuti perchè la situazione è insostenibile". La notizia è arrivata nella notte con una telefonata di un giornalista. "Quel brutto giorno con mio padre in negozio c’ero anch’io - ricorda Sabbadin -. Avevo 17 anni". Lino Sabbadin fu "punito" dai terroristi con un’esecuzione a freddo pianificata dopo una precedente rapina in cui il macellaio aveva sparato uccidendo un rapinatore.

Un fatto mai dimenticato a Caltana che proprio domenica intitolerà la sua piazza principale a Lino Sabbadin, vittima dei Pac e al compaesano Nazzareno Basso, una delle vittime della strage di Bologna del 1980. "La cerimonia non sarà offuscata da queste brutte notizie - dice Adriano Sabbadin - ma la renderanno ancora più forte". Questa mattina il macellaio di Caltana ha ricevuto la visita del sindaco del paese Paolo Bertoldo che ha portato la sua massima solidarietà alla famiglia. E solidarietà viene anche dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia. 



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Napoli, sequestrate sigarette cinesi «Nocive e vendute anche in tabaccheria»

Il Mattino


NAPOLI - Una maxi operazione della Guardia di Finanza di Napoli, al termine di indagini coordinate dalla Dda, ha consentito di sgominare un'organizzazione italo-cinese specializzata nella contraffazione.  Ventinove persone sono state arrestate, beni per oltre 10 milioni di euro sono stati sequestrati insieme a mezzo milione di prodotti contraffatti, tra cui 110 tonnellate di sigarette di contrabbando.

Secondo quanto emerso, le sigarette, con il sigillo di Stato contraffatto, erano particolarmente pericolose per la salute perché contenevano catrame in misura notevolmente superiore a quella consentita.

All'alba i finanzieri del comando provinciale della Guardia di Finanza di Napoli hanno così dato esecuzione a 29 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip del Tribunale di Napoli nei confronti di un sodalizio criminale italo-cinese dedito all'importazione dalla Cina di capi di abbigliamento contraffatti ed al contrabbando internazionale di sigarette.



Le indagini, coordinate dalla Dda di Napoli, hanno consentito di sequestrare oltre 110 tonnellate di sigarette di note marche, e circa mezzo milioni di articoli contraffatti di griffe famose provenienti dai principali porti della Repubblica popolare cinese attraverso container. Sequestrati beni per un valore di oltre 10 milioni di euro tra cui 13 immobili, 6 auto, 5 società, 4 polizze assicurative e 33 tra rapporti bancari e postali.

La banda sgominata è accusata di avere importato in Italia capi di abbigliamento contraffatti, ma soprattutto tonnellate di sigarette contraffatte Philip Morris prodotte in Cina alle quali erano stati poi applicati falsi contrassegni dei monopoli di stato. Proprio questa circostanza induce gli investigatori a ritenere che le sigarette - molto più ricche di catrame delle altre, come è emerso da una perizia - venissero vendute nelle tabaccherie e non solo sulle bancarelle.

I rischi per la salute sono sottolineati nell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Oriente Capozzi su richiesta del pm Cesare Sirignano, della Dda, che ha coordinato le indagini: «Le consulenze sulle sigarette sequestrate (perizia tecnica eseguita in data 18 luglio 2008 dalla Philip Morris International) consentivano di accertare la contraffazione del logo del monopolio di Stato e di rilevare un tasso di nocività del tabacco superiore a quello delle sigarette commercializzate legalmente».

Le sigarette, è stato accertato nel corso delle indagini, venivano prodotte in quattro stabilimenti cinesi assieme a capi d'abbigliamento e scarpe. La banda, affermano gli inquirenti, aveva «appoggi all'interno delle dogane di funzionari e di spedizionieri finalizzati ad agevolare l'introduzione dei tabacchi e dei prodotti contraffatti anche attraverso la predisposizione di documentazione falsa ed a sventare eventuali sequestri e controlli con una preventiva informazione sulle strategie di contrasto adottate dalle forze dell'ordine in un determinato periodo o contesto».



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Battisti, tutta l'Italia contro Ma certi intellettuali di sinistra...

di Domenico Ferrara


Oggi in Italia la condanna per la scarcerazione del terrorista dei Proletari armati per il comunismo decisa dalla Corte suprema brasiliana è unanime. Dall'Idv alla Destra, tutto il mondo politico ha criticato la sentenza che boccia il ricorso italiano. Ma fino a qualche anno fa non era così. Nel 2004 scrittori, intellettuali, politici e poeti firmarono una petizone promossa dalla rivista letteraria Carmilla per sostenere la scarcerazione del terrorista. Le motivazioni? "La vita di Cesare Battisti in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale". Tra i firmatari c'era anche Saviano che però poi decise di ritirare la firma... 


La storia si ripete e c’è sempre qualcuno pronto a difendere una causa, un valore, una persona. Così è accaduto anche per Cesare Battisti. Mentre in Italia è pressocché unanime la condanna nei confronti della decisione del Supremo tribunale federale brasiliano, che ha rigettato prima il ricorso del governo italiano e deciso poi per la liberazione del terrorista dei Pac, torna alla mente un appello, firmato da uno stuolo di scrittori, poeti, intellettuali e politici. Battisti era stato appena arrestato e la rivista letteraria Carmilla, l’11 febbraio 2004, lancia immediatamente una richiesta di adesioni per la liberazione di Battisti. Nell’appello, tra le altre cose c’è scritto: “Dal momento della sua fuga dall’Italia, prima in Messico e poi in Francia, Cesare Battisti si è dedicato a un’intensa attività letteraria, centrata sul ripensamento dell’esperienza di antagonismo radicale che vide coinvolti centinaia di migliaia di giovani italiani e che spesso sfociò nella lotta armata. La sua opera è nel suo assieme una straordinaria e ineguagliata riflessione sugli anni ’70, quale nessuna forza politica che ha governato l’Italia da quel tempo a oggi ha osato tentare”.

E poi ancora: “La vita di Cesare Battisti in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale. E’ riuscito ad attirarsi la stima del mondo della cultura e l’amore di una schiera enorme di lettori. Ha vissuto povero ed è povero tuttora. Nulla lo lega a “terrorismi” di sorta, se non la capacità di meditare su un passato che per lui si è chiuso tanti anni fa. Trattarlo oggi da criminale è un oltraggio non solo alla verità, ma pure a tutti coloro che, nella storia anche non recente, hanno affidato alla parola scritta la spiegazione della loro vita e il loro riscatto”. Insomma, per I sostenitori dell’appello, la parola criminale non si addice a Battisti, piuttosto bisogna focalizzarsi sulla sua straordinaria forza intellettuale, sulla capacità di adattarsi a una vita fatta di stenti e sull’ineguagliata consapevolezza e rivisitazione del suo passato.

Di qui la parte finale è un elogio alla persona di Battisti: “Noi vorremmo che i cittadini francesi capissero chi rischiano di perdere, per la vigliaccheria dei loro governanti: un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco fino in fondo se stesso e la storia che ha vissuto. In una parola, un intellettuale vero. Ci auguriamo che la Francia non sia cambiata tanto da tacere di fronte a un simile delitto”. La Francia non ha commesso questo “delitto”, perché Battisti ha deciso di scappare e di rifugiarsi in Brasile. E ora sappiamo che nemmeno il Brasile si è macchiato del “delitto” di cui parlava l’appello. Quello che invece sappiamo sono I nomi delle persone che vergarono l’appello. In una settimana le firme si sommarono con una velocità strepitosa, arrivando a raggiungere le 1500. Firme autorevoli, come quelle di Wu Ming, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari. Persone pronte a scommettere sull’innocenza di Battisti o sull’ingiustizia da lui subita. Massimo Carlotto (uno dei firmatari) ad

Affaritaliani.it per esempio dichiarò qualche anno dopo: "L'ho conosciuto e non credo sia colpevole. Il suo processo è da rifare. Non rinnego la mia firma a quell'appello". Dello stesso parere lo scrittore Gianni Biondillo : "Quell'appello lo rifirmerei anche oggi, non ho cambiato idea. Il problema per me non è mai stato quello di difendere Battisti a nome di una presunta lobby. Non mi sostituisco certo ai giudici, non è il mio mestiere. (...) A un certo punto determinati discorsi vanno chiusi, prima o poi la storia deve finire...". Valerio Evangelisti, primo firmatario, ne parlò in questi termin: “No, non sono disposto a scaricarlo soltanto perché è in atto una campagna mediatica contro di lui. È un povero diavolo. Una persona simpatica. E anche se l'appello per la sua liberazione non è più attuale, io sottoscrivo ancora ogni parola”.

Tra i firmatari figurava anche un ventiquattrenne napoletano, Roberto Saviano, ancora sconosciuto, che però tempo dopo e raggiunta la fama mondiale con Gomorra, si affrettò a ritirare la firma motivando la sua decisione in questo modo: “Mi segnalano la mia firma in un appello per Cesare Battisti (...) Finita lì per chissà quali strade del web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda (...) Chiedo quindi a Carmilla di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime”. Tra i politici chi non ha cambiato idea, almeno fino a poco tempo fa, è il verde Paolo Cento che dichiarò: «Troppo facile togliere la firma adesso sull' onda dell' emotività. Non ho particolare stima per la persona Battisti. La sua vicenda, tuttavia, esprime una delle fasi più drammatiche del nostro paese. Ho sempre sostenuto che la vendetta postuma ha poco a che fare con la giustizia”.

Poco tempo fa, Tiziano Scarpa, uno dei firmatari, spiegò così la sua adesione: “L' impressione era che stessero schiacciando un uomo con prove processuali alquanto dubbie. La lotta armata non mi appartiene, né per generazione né per carattere. Ma aggiungo: a cosa servono gli scrittori se non a prendere posizione sulle cose scomode?”. Serviranno pure a questo, gli scrittori, però chi glielo spiega ai familiari delle vittime che Battisti, condannato all’ergastolo per quattro omicidi ora gira libero e felice per le strade del Brasile?



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Ti farò schiattare» non c'è su vocabolari ma è minaccia: condannato capo azienda

Il Mattino






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Giappone, il coraggio di un'italiana in aiuto degli animali terremotati

La Stampa
La zampa.it







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Operazione Minotauro, spuntano i nomi di deputati e amministratori pubblici

Corriere della sera

 

Le primarie del Pd con la richiesta di aiuto al boss di Rivoli. L'incontro tra Porchietto (Pdl) e il capocosca

Caselli: «Intrecci inquietanti con la politica»

TORINO - Il procuratore di Torino Caselli parla di un «inquietante intreccio tra criminalità organizzata e politica». Incontri al bar, telefonate. Da una parte deputati, consiglieri regionali, funzionari pubblici, dall'altra pluripregiudicati, boss e capi di locale. L'operazione Minotauro di carabinieri e finanzieri ha portato mercoledì mattina all'arresto di 151 persone, tra i quali Nevio Coral, già sindaco di centrodestra di Leinì (Torino) per 30 anni e suocero dell'assessore regionale alla Sanità (che ha rimesso le deleghe in seguito allo scandalo tangenti scoppiato di recente) Caterina Ferrero, del Pdl. Ma oltre ad infliggere un colpo letale alle organizzazioni mafiose presenti in Piemonte, decimando le «locali» di 'ndrangheta private in un sol colpo di vertici e affiliati, comincia a fare luce anche sul sottobosco di frequentazioni «elettorali» tra le 'ndrine piemontesi e pezzi delle istituzioni. «Pezzi, si noti bene - ha precisato Castelli - non le istituzioni nella loro interezza. Che per fortuna non sono compromesse».

 

 

I NOMI - Quello di Coral non è l'unico nome eccellente che compare nell'ordinanza firmata dal Gip di Torino Silvia Salvadori. Nelle pieghe delle indagini emergono invece i contatti tra un capo locale, il boss di Rivoli Salvatore Demasi con deputati, amministratori e funzionari pubblici. Naturalmente nessuno di questi è indagato, ma gli inquirenti sono riusciti ad accertare ad esempio gli orientamenti della cosca in occasione delle elezioni a Castellamonte. Oppure i contatti tra Demasi e alcuni deputati nazionali e regionali: «Tra la fine di gennaio e il febbraio 2011 - si legge nell'ordinanza - si è incontrato direttamente o tramite intermediari con l'onorevole Gaetano Porcino dell'Idv, con l'onorevole Domenico Lucà del Pd, con il consigliere regionale del Pd Antonino Boeti, con l'assessore all'Istruzione di Alpignanno Carmelo Tromby, sempre dell'Idv».

 

L'OMBRA SULLE PRIMARIE DI TORINO - Gli inquirenti descrivono i preparativi di un incontro per il giorno 29 gennaio 2011, al Bar Massaua di Torino tra Porcino e Demasi. In un'altra circostanza è il deputato Lucà in persona a farsi vivo con Demasi, per chiedergli aiuto in vista delle Primarie. Il candidato da votare è Piero Fassino:

Lucà: «...Ascolta, ti volevo chiedere questo, tu sai che a Torino abbiamo le primarie».
Demasi:«Certo! Tu dimmi qualcosa che io mi interesso».
Lucà:«Io sto sostenendo Fassino».
Demasi: «Eh beh, anch'io avrei fatto la stessa cosa».
Lucà: «Obbiettivamente mi pare la persona più seria in questo momento (...) volevo chiederti se magari, perché la partita è molto dura con Gariglio
Demasi: «Sì, una mano».
Lucà: «Se magari hai qualche, amico a Torino».
Demasi: «Certo!... certo che ne ho!».
Lucà: «A cui passare la voce, perché possono votare tutti i residenti a Torino, che abbiano compiuto sedici anni. »
Demasi: «Tutti i residenti a Torino...esatto!».
Lucà: «Quindi insomma, se qualcuno riesce, se hai qualche amico da consigliar».
Demasi: «Come non nè ho... ne ho!... ne ho più di uno... grazie a Dio... ne ho più di uno».

 

IL SOSTEGNO AL SINDACO DI CIRIÈ - Demasi si interessa anche alle elezioni di altri Comuni. Come Ciriè, il centro più grande delle valli di Lanzo. A partire dalla metà dello scorso marzo, comincia a spendersi telefonicamente per Francesco Brizio Falletti, attuale Sindaco della città, a sua volta non indagato.

Enzo: ...ascolta un attimo...siccome devo fare una cena a Ciriè con il Sindaco...tu hai qualche conoscente?...su Ciriè?...fai mente locale poi mi dici...
Demasi: ...eeeeh...mah...faccio mente locale... si...c'è....va beh...va beh... poi te lo dico...
Enzo: ...ecco...c'è...praticamente sto predisponendo questa cena per il Sindaco di Ciriè...che è Francesco Brizio, che è un mio amico... gli ho detto: mah... ti faccio una cena di amici paesani... qualche Calabrese c'è...
Demasi: ...va beh...adesso...adesso...(inc.)...

 

L'APERITIVO CON L'ASSESSORE PORCHIETTO - «Le belle donne si fanno aspettare», commenta Giuseppe Catalano all'arrivo di Claudia Porchietto, assessore al Lavoro (Pdl). Siamo nel Bar Italia, via Veglia, al centro di Torino. È il 23maggio del 2009, in piena campagna elettorale per le Provinciali. E il futuro esponente della giunta Cota era candidata alla carica di presidente della Provincia. In quel bar, che frequenta spesso, la signora della politica torinese (anche lei non indagata) quel giorno si è fermata a prendere un aperitivo con il «responsabile provinciale della Cosca di Siderno» a Torino. E con Franco D’Onofrio, padrino del “ crimine torinese”. L'incontro è breve, dalle ore 13.54 alle ore 14.01, il tempo di un crodino. Ma è preceduto da una lunga teoria di conversazioni tra Catalano, suo nipote Luca, consigliere comunale di Orbassano, sempre per il Pdl, e lo stesso D'Onofrio. Telefonate, di cui la Porchietto è ovviamente all'oscuro, che il Gip Silvia Salvadori definisce «altamente rappresentativo dell’influenza che la ‘ndrangheta assume nella vita democratica».

 

LA REPLICA DELL'ASSESSORE - In serata l'assessore Porchietto ha emesso un comunicato stampa per ribadire la propria estraneità: «Vorrei chiarire sin da subito che qualsiasi incontro elettorale, durante la citata campagna elettorale peraltro ne ho fatti a centinaia, è stato organizzato da amministratori locali, simpatizzanti o semplici elettori. È impossibile per qualsiasi candidato quindi conoscere chi incontrerà e soprattutto sapere se taluna di queste persone è soggetta ad indagine. Resto a disposizione della magistratura per tutti i chiarimenti del caso». Da parte sua il deputato pd Lucà ha ammesso di conoscere Demasi da molti anni specificando però di ignorare che fosse legato alle cosche.

 

Antonio Castaldo
08 giugno 2011(ultima modifica: 09 giugno 2011)

L'abbrutimento istituzionalizzato

Corriere della sera

 

Viaggio negli ospedali psichiatrici giudiziari

 

Battisti, rigettato il ricorso dell'Italia Brasilia vota per la scarcerazione

Corriere della sera

 

Respinta la richiesta contro la scelta di non estradare presa da Lula: l'ex terrorista è libero

 

MILANO - Cesare Battisti è libero: doppia sconfitta per l'Italia ma imbarazzo anche in Brasile. Il Supremo tribunale federale (Stf) di Brasilia ha prima rigettato senza analizzarlo nel merito il ricorso del governo italiano contro la decisione dell'ex presidente Lula che concedeva asilo politico a Battisti. La Corte ha deciso che l'Italia non ha competenza per chiedere alla magistratura brasiliana di invalidare una decisione del capo dello Stato brasiliano. Una decisione che però non pregiudicava definitivamente la possibilità che Battisti fosse estradato. La Corte ha poi dibattuto sul rispetto da parte di Lula del trattato di estradizione in vigore con l'Italia. Da questa decisione sarebbe dipesa la liberazione di Battisti (in carcere da oltre quattro anni) come da richiesta della difesa. L'Stf ha deciso che non ci sono state violazioni: Battisti non è considerato estradabile e poteva a questo punto tornare in libertà. Subito dure le reazioni in Italia, con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che ha parlato di «vivo rammarico» per la decisione brasiliana.

 

LIBERO - Infatti poco dopo Battisti è uscito dal carcere di Papuda. «Mi ha detto che ha scelto di vivere in Brasile, probabilmente per lavorare come scrittore, qui ha molti amici», ha detto il suo legale, Luis Roberto Barroso. Battisti ha detto di voler parlare con le figlie e Barroso ha cercato con il suo cellulare di mettersi in contatto con loro, senza riuscirci. «Era felice», ha precisato l'avvocato.

 

 

I POTERI - Secondo il quotidiano Folha di San Paolo i giudici che hanno votato contro l'ammissibilità del ricorso italiano sono: Luiz Fux, Carmen Lucia, Ricardo Lewandowski, Joaquim Barbosa, Carlos Ayres Britto e Marco Aurelio Mello. Per costoro, la decisione presa a suo tempo da Lula di mantenere Battisti in Brasile è questione di sovranità nazionale, quindi di competenza del potere esecutivo e non di quello giudiziario.

 

«CASO CHIUSO» - La decisione di liberare Battisti è stata relativamente sorprendente, dopo il rigetto del ricorso. Nell'invitare la Corte ad andare oltre e affrontare la situazione di «una persona che è in carcere da quattro anni», il giudice Barbosa ha sottolineato che il caso era «chiuso. Non c'è niente in cui lo Stato straniero possa immischiarsi». Barbosa ha messo in luce la differenza rispetto all'estradizione di Ratko Mladic al Tribunale dell'Aia, poiché secondo la costituzione brasiliana devono prevalere i diritti umani, che secondo i brasiliani sono a rischio in Italia. «Sono nell'Stf da vent'anni e non mi sono mai trovato davanti a una situazione in cui l'esecutivo» si pronuncia su una questione riguardante la politica estera che viene poi «messa in discussione da un governo straniero», ha assicurato Mello.

 

IL DIBATTIMENTO - L'avvocato che rappresenta l'Italia in Brasile, Antonio Nabor Bulhões, ha preso la parola in apertura del consiglio dell'Stf chiedendo «l'immediata estradizione» di Battisti nel Paese, aggiungendo che la decisione presa dall'ex presidente Lula il 31 dicembre scorso «contraddice» l'opinione stessa della Corte. Contro di lui si sono pronunciati l'avvocato generale del Brasile, Luis Inacio Lucena Adams, e il procuratore generale della Repubblica secondo cui l'Italia «non ha la legittimità per contestare una decisione sovrana». L'avvocato di Battisti ha da parte sua accusato l'Italia di porre in atto «una vendetta assurda e tardiva» nei confronti di un uomo di quasi 60 anni. Il legale del governo italiano ha commentato che «con questa sentenza il Brasile non ha rispettato la Convenzione di Vienna che regola i Trattati internazionali e lo stesso ha fatto con il Trattato bilaterale Italia-Brasile sull'estradizione del 1989. Tutto ciò danneggia la credibilità internazionale del Brasile. L'Italia ora potrebbe appellarsi a un'istanza internazionale».

 

Redazione online
08 giugno 2011(ultima modifica: 09 giugno 2011)

De Laurentiis: Lo Russo a bordo campo? Era il dipendente di un manutentore

Corriere del Mezzogiorno

Il figlio del boss presente anche a Napoli-Fiorentina e Napoli-Catania

NAPOLI - Un tavolo permanente di lavoro tra il Comune e la società Calcio Napoli: questo l'esito dell’incontro avuto in mattinata al municipio tra il sindaco de Magistris e il presidente del club azzurro, Aurelio De Laurentiis. ma il patron del club azzurro ci tiene a sottolineare l'assoluta estraneità al calcioscommesse. «Non mi risulta che il Napoli sia coinvolto, per quanto riguarda la presenza allo stadio di determinati elementi le società di calcio non sono mai da considerarsi responsabili perchè allo stadio è vietato l'ingresso solo a quelli colpiti da Daspo, questa è la legge».

ESULTA O NON ESULTA? - Sky intanto propone immagini nuove, subito rilanciate dal sito calcionapoli24, in cui si vede il rampollo dei Lo Russo felice dopo la rete di Hamsik in Napoli-Parma 2-3, una delle partite all'attenzione della Procura. Per l'intera giornata di ieri, invece, molte immagini riprendevano - da altra angolazione - il figlio del capoclan immobile, al cellulare, in mezzo ai tifosi festanti.


PRESENTE ANCHE IN ALTRE DUE PARTITE - Con il caldo o con il freddo, in posticipo notturno o nel più tradizionale appuntamento pomeridiano delle 15.00, Antonio Lo Russo, il figlio di Salvatore, «boss» dell'omonimo clan camorristico detto anche dei «Capitoni», prima dell'emissione nei suoi confronti di una ordinanza di custodia cautelare, non si perdeva una partita del Napoli, squadra della quale, evidentemente, deve essere un tifoso accanito. Spuntano oggi, dall' archivio dell'Ansa, nuove foto che ritraggono l'uomo mentre assiste ad altre due gare interne del Napoli, oltre Napoli-Parma Gli incontri in questione - Napoli-Fiorentina, finita con il risultato di 1-3 per i toscani, e Napoli-Catania, conclusasi con il punteggio di 1-0 per gli azzurri - sono del marzo precedente. Lo Russo che veniva accreditato per accedere al terreno di gioco - come ha spiegato oggi il presidente del Calcio Napoli, Aurelio De Laurentiis - dalla ditta che ha l'incarico della manutenzione del manto erboso, è presente sempre nello stesso punto: dietro alla linea di fondo della porta difesa dal portiere della squadra ospite. In occasione della partita in notturna con la Fiorentina, il 13 marzo 2010, a causa della temperatura rigida, indossava un pesante giubbotto uguale a quelli in dotazione agli altri addetti alla manutenzione del prato. A Napoli-Catania, il 28 marzo 2010, Lo Russo assiste, invece, indossando una semplice t-shirt a maniche corte di colore rosso.

TRE VIDEO, TRE PARTITE - Il Napoli, quindi, prende nettamente le distanze dallo scandalo, ma intanto si diffonde la notizia di ben tre partite degli azzurri su cui si sono accesi i fari degli inquirenti. La Questura di Napoli ha acquisito i video della partite Sampdoria-Napoli e Napoli-Parma del 2009/2010 e Lecce-Napoli del 2010/2011. L'obiettivo delle indagini è accertare eventuali irregolarità nello svolgimento delle gare (che avrebbero fatto registrare flussi anomali di puntate) e gli intrecci con la criminalità organizzata.

«NON VERIFICHIAMO LA FEDINA PENALE » - «Il Calcio Napoli - aggiunge De Laurentiis - non può stare all'entrata e verificare la fedina penale di tutti quelli che entrano. Noi abbiamo 700 stewart le cui liste sono a conoscenza della questura. Bisognerebbe stabilire con il ministero dell'Interno se in un impianto pubblico di così grandi proporzioni come uno stadio di calcio possa entrare chi ha reati diversi da quelli da stadio». «Viaggiamo nel vecchio e non nel futuro. Per l'avvenire devono crearsi condizioni di controllo. Per esempio la Lega deve avere con lo Stato il controllo del 50% delle scommesse sul calcio. Invece abbiamo 3 società, più altre straniere, più alcune con sede in Asia per le scommesse in itinere. Facciamo un tavolo con Platini e Blatter per regole inopinabili e chiare per il calcio che deve rimanere uno sport e un'industria».

LA PRESENZA A BORDO CAMPO - Antonio Lo Russo, esponente dell'omonimo clan camorristico presente a bordo campo in un Napoli-Parma dello scorso campionato, «era vicino a un rappresentante delle forze dell'ordine ed era alle dipendenze di un manutentore del campo di gioco», spiega il presidente del Napoli, pochi attimi prima di incontrare il sindaco de Magistris per un vertice sul futuro dello stadio.

IL SINDACO -«Intendiamo», ha spiegato il sindaco, «instaurare subito un metodo di lavoro proficuo, ognuno nell’ambito delle proprie competenze, nell’interesse della città. Lunedì ci sarà la giunta e quindi avremo l’assessore allo sport; dal giorno 20 sarà convocato un tavolo permanente di lavoro tra Comune e società per trovare insieme le soluzioni migliori per consolidare l’importante ruolo che il calcio ha in questa città, e per ragionare sulle prospettive di sviluppo e di lavoro che dallo sport vengono». Sulla vicenda del calcioscommesse de Magistris non ha dubbi, «c’è un sindaco che fa della legalità la sua storia personale, e così farà la Giunta. L’interesse del presidente è lo stesso, quindi troveremo le soluzioni migliori per evitare qualsiasi tipo di situazione spiacevole». «Creeremo le condizioni affinchè tutto si svolga nella massima trasparenza e serenità come è giusto che sia», ha assicurato il sindaco, che ieri si era chiesto «come fosse possibile» avere a bordo campo durante Napoli-Parma del 2010 un personaggio come Antonio Lo Russo, figlio del boss Salvatore.

ITALIA-SPAGNA - L'amichevole prevista per il prossimo agosto, non si giocherà al San Paolo di Napoli. De Laurentiis, al termine di un incontro a Palazzo San Giacomo con il sindaco Luigi de Magistris, ha sottolineato: «Abbiamo una serie di lavori da dover fare e una serie di partite da giocare, diversi incontri in casa e fuori con squadre di grande livello internazionale che hanno già giocato in Champions».

Redazione online
08 giugno 2011

Classifica israeliana: ecco gli ebrei che contano Il più potente? E' Zuckerberg, il re di Facebook

di Vincenzo Pricolo


Rivoluzionata la graduatoria del Jerusalem Post: Strauss-Kahn è fuori. Unica italiana Fiamma Nirenstein, editorialista del Giornale. Via Spielberg, Bob Dylan e Abramovich Tra le new entry Natalie Portman e Bar Refaeli 

 


Di solito le liste degli ebrei influenti le compilano, con una frequenza preoccu­pante, personaggi e organiz­zazioni fortemente sospettati di antisemitismo. E i media, giustamente, se ne occupano con inquietudine. Stavolta in­vece si parla di un elenco che non desta alcun allarme, vi­sto che è stato stilato dal quoti­diano israeliano Jerusalem Post. Ma la notizia non è que­sta, dato che quel giornale ag­giorna ogni anno la lista degli ebrei influenti. La notizia è che dal 2010 la graduatoria dei primi cinquanta ha subito una vera e propria rivoluzio­ne. L’inventore di Facebook, ultimo personaggio dell’an­no secondo Time e più giova­ne miliardario del mondo nel 2008 secondo Forbes, balza dal 23esimo posto al primo e scavalca leader politici di lun­go e lunghissimo corso, diplo­matici, grandi imprenditori, artisti, generali, ex capi del Mossad eccetera eccetera. E per un enfant prodige della Rete che conquista la vetta del mondo ebraico, c’è un ex potentissimo della finanza mondiale, nel 2010 era il nu­mero 6, che scompare. Si trat­ta, naturalmente, di Domini­que Strauss-Kahn, il francese più odiato d’America.L’ex mi­nistro, ex direttore generale del Fondo monetario interna­zionale nonché ex candidato socialista all’Eliseo, è sotto processo per stupro a New York e ora ha molto più biso­gno di aiuto che possibilità di darne.
Ma spariscono dalla «top 50» del popolo eletto anche grandi costruttori di cultura globalizzata come il regista Steven Spielberg (64 anni, americano, tre Oscar all’atti­vo, era 31esimo), l’epistemo­logo Bernard-Henri Lévy (62 anni, fondatore della «nuovel­le philophie», era 45esimo) e Bob Dylan (70 anni un paio di settimane fa, americano, mo­numento della cosiddetta mu­sica leggera, era 46esimo). E personaggi che hanno fatto la storia dell’Europa e dell’Occi­dente come Simone Veil (82 anni, francese, sopravvissuta all’Olocausto, ex magistrato, più volte ministro, accademi­ca di Francia, era 42esima). Esce di classifica anche il pro­prietario del Chelsea Roman Abramovich (44 anni, russo, imprenditore, era 47esimo), perito tecnico industriale, in­ventore del Josè Mourinho in versione Special One e pro­prietario di uno yacht che pa­re abbia un piccolo sottomari­no come scialuppa di salva­taggio.
In compenso entra di prepo­tenza e si piazza al terzo posto dietro il dominus della politi­ca israeliana Bibi Netanyahu l’ex vicepresidente di Google Sheryl Sandberg (41 anni, americana), da qualche anno ai vertici di Facebook e Di­sney nonché delle classifiche delle persone più ricche e po­tenti del pianeta. E scala la gra­duatoria anche Dennis Ross, l’araba fenice del Dipartimen­to di Stato, che scavalca il pre­sidente della Fed Ben Shalom Bernanke, il quale contempo­raneamente scende dalla se­conda all’ottava posizione. Ross, il diplomatico che ha la­vorato con Bush padre, Clin­ton e Bush figlio, sempre risor­gendo dall­e ceneri delle tratta­tive di pace che aveva promos­so, torna infatti alla ribalta da consigliere speciale di Oba­ma per le aree di crisi.
Ed entra in classifica, unica italiana, anche Fiamma Ni­renstein, le cui posizioni sulla morte dell’attivista filopalesti­nese Vittorio Arrigoni, espres­se anche su questo quotidia­no di cui è editorialista, sono state particolarmente apprez­zate dai colleghi del Jerusa­lem Post . I giornalisti che han­no stilato l’elenco degli ebrei influenti 2011 hanno ricorda­to nelle motivazioni della menzione che la Nirenstein, vicepresidente della commis­sione Esteri della Camera, ha rifiutato di incontrare una de­le­gazione del parlamento ira­niano.



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Scommesse, bufera su un capo dei vigili già trasferito dopo il caso Fontana di Trevi

Bersani, dal portafoglio spunta l'amico indagato

di Patricia Tagliaferri

Tra il segretario Pd e il manager genovese Pronzato (nel Cda dell'Enac), accusato di corruzione, esiste un rapporto di lunga data, fatto di consulenze e di foto sorridenti. Il leader lo anche nominato responsabile dei Traporti del partito



Roma - Nel suo sito web c’è una foto che lo ritrae sorridente con l’amico Pier Luigi Bersani, il quale gli ha scherzosamente appena sflilato dalla tasca il portafoglio. Un vecchio sodalizio quello tra il manager genovese Franco Pronzato, consigliere di amministrazione dell’Enac, e il segretario del Partito Democratico. Un legame che potrebbe creare qualche imbarazzo a Bersani ora che il suo fedelissimo, suo consigliere quando era ministro dei Traporti e dai lui nominato coordinatore del settore trasporti del Pd nazionale, è finito nel mezzo di un’inchiesta della Procura di Roma con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta.
Una vicenda di appalti e favori nella quale il pm Paolo Ielo è incappato indagando sull’attività di lobby di Vincenzo Morichini, l’ex amministratore delle agenzie di Ina Assitalia e comproprietario della barca a vela Ikarus con Massimo D’Alema. La sfilza di fatture sequestrate tempo fa dalla Finanza nella sede della Soluzioni di Business srl (Sdb) di Morichini per contratti di consulenza stipulati con varie società non hanno mai del tutto convinto il magistrato, il quale ha sospettato fin dal principio che quelle cifre fossero state pagate per operazioni inesistenti e che quel giro di fatture false servisse a versare tangenti per la concessione di appalti da parte di alcuni enti pubblici.
Ne aveva parlato agli inquirenti l’imprenditore Pio Piccini, specificando che Morichini gli aveva chiesto finanziamenti per il Pd e per la Fondazione Italianieuropei di D’Alema in cambio di un’entratura in Finmeccanica. I sospetti degli investigatori piano piano hanno cominciato a prendere forma. In particolare indagando su un appalto per i collegamenti aerei «low cost» tra Roma Urbe e l’isola d’Elba. Anche in questo caso Morichini avrebbe lavorato, grazie ai suoi contatti all’interno dell’Enac, per far sì che la tratta fosse assegnata (la base d’asta era di 1 milione e 400mila euro) a uno dei suoi clienti, la Rotkpf Aviation, piccola compagnia aerea che fa capo a Riccardo Paganelli e a suo padre Viscardo. Anche se ieri l’Enac ha voluto ribadire che la procedura di aggiudicazione dell’appalto non è stata ancora completata.

Dal rapporto che il Nucleo Valutario ha consegnato al pm Ielo a marzo risulta comunque che la Foretec srl di Viscardo Paganelli, tra i cui soci c’è appunto la Rotkpof, ha emesso in favore della Sdb di Morichini 90mila euro di fatture «per operazioni inesistenti». Questo, e anche alcuni appunti che sarebbero stati sequestrati a Morichini e nei quali vi sarebbe traccia di un ritorno economico per Pronzato, è bastato ad aggiungere al fascicolo d’inchiesta l’accusa di corruzione. Ma non è stato quello delle tratte con l’Elba l’unico affare che la piccola compagnia aerea tedesca ha concluso con l’Enac: la Rotkpf a maggio si è aggiudicata i collegamenti «low cost» da Roma con Pisa e Firenze, pur utilizzando per i voli un aereo monomotore, generalmente riservato al trasporto merci.
L’Enac, di fatto, ha preso le distanze da Pronzato comunicando che nessuno ai vertici dell’ente risulta indagato ma solo un consigliere di amministrazione. I reati in questione, dunque, se davvero sono stati commessi, sarebbero maturati all’interno di quella rete di relazioni e rapporti targati Pd di cui Pronzato si è sempre circondato. Figlio di un una fruttivendola di Sestri Ponente, tifoso della Sampdoria, il manager genovese ha fatto molta strada, arrivando dal ramo marittimo dove collaborava con le più importanti compagnie armatoriali del trasporto merci al ministero dei Trasporti, dove è entrato con l’amico Claudio Burlando (è anche socio fondatore dell’associazione Maestrale dell’attuale governatore della Liguria) per rimanerci cinque anni, con i successivi titolari, prima con Tiziano Treu, poi con Bersani dal 1999 al 2001.




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Le follie dell'ecologia: abbattono i cammelli per ridurre lo smog

di Gian Micalessin



Azienda australiana propone di sterminare centinaia di migliaia di animali: emettono metano pari agli scarichi di 300mila auto



Risalisse dagli inferi Barbariccia, il diavoletto che nella Divina Commedia «avea del cul fatto trombetta», si guarderebbe bene dal posar gli zoccoli in Australia. Da quelle parti una flatulenza può esser fatale. Chiedetelo ai cammelli. Grazie agli accordi di Kyoto sull’effetto serra la loro pellaccia vale meno di una scoreggia. E proprio a causa delle loro poderose flatulenze i quadrupedi gibbuti rischiano lo sterminio.

La loro vera dannazione sono i bonus ambientali previsti per chi riduce le emissioni di carbonio. Stando agli scienziati ogni anno l’intestino di un cammello spara nell’atmosfera la bellezza di 45 chili di metano, roba da far concorrenza agli scarichi di un Tir. In Australia grazie a Kyoto quei miasmi diventano oro. Il vero re Mida del peto si chiama Northwest Carbon, un’azienda di Adelaide specializzata nello sviluppo di progetti per la riduzione delle emissioni e il conseguimento di bonus ambientali.

Il segreto è anche legato alla dannata prolificità dei cammelli. Gli eredi dei gibbuti arrivati nell’Ottocento per colonizzare i deserti australiani, sono oggi più di un milione. E non si limitano a ruminar spine e radici, ma devastano coltivazioni e invadono cittadine. Nonostante queste pecche, gli invadenti gibbuti potrebbero ancora salvarsi dallo sterminio. Se non fosse per quei 45 chili di scorie gassose corrispondenti, se moltiplicati per un milione, al consumo di 300mila automobili. Ed è qui che l’amore per il pianeta si trasforma in lucroso affare. Vendendo al governo australiano una «soluzione finale» in grado non solo di ridimensionare i cammelli ma anche di garantire preziosi bonus energetici, la Northwest Carbon mette a segno un colpo milionario.

Un colpo così politicamente ed ecologicamente corretto da non far piangere neanche il più tenero cuore animalista. Anzi a consolar tutti basta il gentil impegno di procedere allo sterminio in maniera assai «umana», affidando la fucilazione dei cammelli a «tiratori accreditati, addestrati al benessere animale». «Gli abbattitori della Northwest - spiega testualmente la proposta scritta sottoposta al governo di Canberra - spareranno agli animali da elicotteri o fuoristrada». E in alternativa «li raccoglieranno e li spediranno verso un mattatoio».

La seconda soluzione è anche più cinica. I cammelli spediti al macello son infatti destinati a uscirne inscatolati con il marchio della Magdiens, l’azienda del miliardario egiziano Magdy El Ashram, leader mondiale nella commercializzazione delle carni di cammello. Grazie a un contratto da 60 milioni di dollari annui con il governo australiano, l’uomo d’affari egiziano si è già garantito il diritto a macellare 100mila bestie all’anno. E così - mentre gli elicotteri della Northern svuoteranno i serbatoi rincorrendo cammelli e la Magdiens incrementerà i fatturati - il governo di Canberra potrà sostituire le scoregge dei quadrupedi con equivalenti scarichi industriali. Il tutto nel santo rispetto dell’ipocrisia targata Kyoto.

Come stupirsene. Del resto nel nome di «Sua Santità la Riduzione dell’effetto serra» si fa di tutto e anche di più. Qui da noi il professor Franco Cotana s’è garantito fama planetaria proponendo di dipingere di bianco i tetti di tutto il mondo per ridurre le emissioni di calore. Un’idea subito monetizzata da Eduardo Gold, l’artista peruviano che è riuscito a farsi allungare 200mila dollari della Banca Mondiale proprio per imbiancare le pietre dei ghiacciai delle Ande minacciati dal riscaldamento globale.

Le colonie di vermi da cucina, capaci secondo alcuni progetti ambientalisti di eliminare il sacco dell’umido, sembrano invece fatte su misura per quei napoletani convinti che inceneritori e termovalorizzatori siano pericolosi tabù. Ma tra le stramberie miliardarie svetta il progetto, esposto sulla rivista online Acta astronautica, per la costruzione di un gigantesco anello spaziale simile a quello di Saturno. Un anello capace di far ombra all’equatore e garantire così il raffreddamento del globo terracqueo. Il tutto all’esiguo costo, per ora solo stimato, di 200 trilioni di dollari.



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Lettera a Napolitano: astenersi è un diritto

di Magdi Cristiano Allam


Napolitano, in vista della consultazione referendaria, ha affermato che andare alle urne è un dovere. Non è così: evitare il voto è una scelta legittimata anche dalla Costituzione



Caro Presidente Giorgio Napolita­no, Le scrivo per chiederle, quale Presi­dente di tutti gli italiani, di manifestare pubblicamente la piena legittimità del «non voto» al referendum, chiarendo che i cittadini hanno l'assoluta facoltà di non andare a votare per i referendum abrogativi di leggi approvate dal Parlamento e d a lei stesso promulgate, sottolineando che si tratta di una scelta conforme all’articolo 75 della Costituzione e della Legge 25 maggio 1970 n. 352, che contemplano il «diritto » ma non il «dovere» del voto al referendum.

La mia richiesta si giustifica per quanto lei ha detto lo scorso 6 giugno quando, alla domanda se si sarebbe o meno recato alle urne il prossimo 12 e 13 giugno per votare i 4 referendum, lei ha risposto affermativamente in questi termini: «Sono un elettore che fa sempre il suo dovere». Ora dal momento che non è affatto un «dovere » ma soltanto un «diritto» votare al referendum, le chiedo di rettificare pubblicamente la sua posizione per restituire piena dignità agli italiani che scelgono di non votare, eliminando qualsiasi ombra di dubbio che siano da considerarsi cittadini meno rispettosi della nostra Costituzione e delle nostre leggi.

La mia preoccupazione si fonda, su un piano più ampio, sulla constatazione della parzialità, che talvolta sconfina nella faziosità, dell’informazione pubblica offerta dalle televisioni e dai giornali che si limitano ad indicare ai cittadini che possono votare «Sì» o «No», si ricorda che il referendum deve ottenere il 50 per cento più un voto degli aventi diritto al voto per essere considerato valido, ma in nessun modo si comunica agli italiani che hanno la facoltà di non andare a votare.

Ebbene dal momento che l’esito del referendum non sarà determinato dal rapporto tra i «Sì» e i «No», bensì tra chi andrà a votare e chi non andrà a votare, è del tutto evidente che se gli italiani non sanno che è assolutamente legittimo non andare a votare o se anche dovessero semplicemente nutrire il sospetto che non andando a votare sarebbero da considerarsi dei cittadini meno degni di chi va a votare, si commette una grave scorrettezza sul piano dell’informazione e si procura un serio danno politico a chi sceglie di non votare.

Perciò mi auguro, caro Presidente, che lei possa dare il buon esempio affinché l'insieme dei mezzi di comunicazione di massa assicurino un’informazione corretta e responsabile, finalizzata a far conoscere la realtà del dettame costituzionale e giuridico in materia referendaria e a garantire il rispetto della pari dignità dei cittadini che votano o che all’opposto scelgono di non votare per il referendum. La mia richiesta risulta ancor più giustificata dal momento che tutte e quattro le leggi o relative norme di cui si chiede l'abrogazione sono state da lei promulgate senza ricorrere al rinvio alle Camere, dove quindi l’assenza di rilievi nel merito o nella forma implica una sua sostanziale accettazione non solo della loro piena legittimità ma anche della loro compatibilità con il contesto politico, economico e sociale in cui si calano.

Al fine di dare voce agli italiani perbene e di buona volontà che sceglieranno di non andare a votare perché convinti della bontà delle leggi approvate dalla maggioranza dei parlamentari che rappresentano il popolo italiano e da lei stesso promulgate, diamo vita a un «Comitato per il non voto al referendum del 12 e 13 giugno ». Mi auguro che lei vorrà riceverci al Quirinale per evidenziare in modo inequivocabile che siamo cittadini di pari dignità e che operiamo nel pieno rispetto della nostra Costituzione e delle nostre leggi.

È estremamente importante che a pochi giorni dal voto lei, quale Presidente super partes di tutti gli italiani, dica chiaramente che non andare a votare i referendum è una facoltà di qualunque cittadino italiano, il quale, se la esercita, non incorre in alcuna sanzione ed esprime una posizione di «non voto » che presuppone delle scelte e ha dei risvolti sostanziali che chiunque è chiamato a rispettare e che non valgono meno di chi, altrettanto legittimamente, si comporta diversamente. Caro Presidente, nell’attesa di leggere una sua pubblica dichiarazione legittimante la facoltà dei cittadini di non votare per il referendum e nella speranza che lei vorrà incontrare il «Comitato per il non voto», la ringrazio anticipatamente per un’iniziativa che smorzerà gli eccessi ideologici e farà venir meno la strumentalizzazione politica di chi concepisce il referendum come una sorta di colpo di grazia per porre fine al governo che ha voluto le leggi che si vorrebbero abrogare.



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Scheletri nell'armadio: interessi dell'Ingegnere sul sì all'energia nucleare

di Gian Maria De Francesco



Sorgenia, colosso energetico controllato dalla Cir di De Benedetti, è danneggiata dallo sviluppo dell’atomo. Perciò i suoi giornali fanno campagna contro le centrali



RomaMettiamola così. Ci sono cascati anche gli esperti del Sole24Ore. Il quotidiano confindustriale, per confrontare opinioni in tema di referendum sul nucleare, ha intervistato l’ad di Sorgenia, Massimo Orlandi. Il quale ha spiegato ai lettori che «da noi mancano le condizioni per tornare all’atomo».

Casualmente Sorgenia è un produttore di energia elettrica, controllata al 52% dalla Cir di Carlo De Benedetti. La società opera nei settore tradizionali come il gas e nelle rinnovabili. Ma non nel nucleare. Potrebbe mai, perciò, l’ad di Sorgenia pronunciarsi a favore dell’atomo? E potrebbero mai fare lo stesso Repubblica ed Espresso, che dalla Cir di De Benedetti sono controllati?
Ma l’unico a essere tacciato di mascherare i propri conflitti di interessi è Silvio Berlusconi. Se l’Ingegnere proferisce verbo (autonomamente o per l’interposta persona del «suo» autorevolissimo giornale), lo fa solo per amore della verità. Così come per amore della verità sono pubblicate da Repubblica e dall’Espresso le inchieste sulle «Sanitopoli» che di volta in volta scoppiano in Italia. Non c’entra assolutamente nulla il fatto che gli scandali possano aprire nuove opportunità di business per il gruppo Kos (56,7% Cir), leader nelle residenze assistite per anziani, nella riabilitazione e nella gestione ospedaliera.

Sempre per amor di verità Repubblica e l’Espresso hanno avuto poco da ridire nei confronti degli incentivi alla rottamazione auto, sia quelli super dei governi Prodi che quelli più misurati del governo Berlusconi. Forse perché il patron ha lasciato un po’ di cuore al Lingotto del quale è stato amministratore delegato per tre mesi. Forse perché gli aiuti alle vendite di auto fanno bene pure alle aziende di componentistica. Come la Sogefi che è controllata per il 57,4% dalla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti.

Ammesso e non concesso che il gruppo Espresso (55% Cir) voglia o possa acquisire Telecom Italia Media per creare una televisione «a misura di élite» con i vari Santoro, Floris, Fazio, Gabanelli e compagnia, Repubblica in ogni caso si è limitata a un resoconto descrittivo dell’intera vicenda. Anche se nel passato non ha lesinato articolesse pungenti nei confronti del principale operatore tlc italiano: lo scandalo spionaggio, il problema del debito e la mancata crescita. Gli addetti ai lavori più malevoli hanno fatto filtrare qualche velina velenosa sostenendo che dietro tanta insistenza ci fosse qualche secondo fine. Ma sono voci di corridoio, quelle che circolano nelle sale trading o nei «salotti buoni».

Certo, a pensarci bene pure Roberto Colaninno, numero uno di Piaggio e Alitalia, da quando è uscito dal cono d’ombra dell’Ingegnere con cui collaborò ai tempi del salvataggio di Olivetti non ha più goduto di buona stampa sui quotidiani del gruppo. Così come il Giornale non ha mancato di osservare quanto fosse stato ingeneroso l’Ingegnere (e ovviamente al seguito Eugenio Scalfari, Ezio Mauro & Co.) a «scaricare» preventivamente Pier Luigi Bersani, ritenuto troppo debole per guidare la riscossa antiberlusconiana. Quel Bersani che col suo decreto liberalizzatore aveva segnato la fine del monopolio Enel permettendo la nascita di Energia Italiana (oggi Sorgenia).

Alla fine il crocevia è sempre Largo Fochetti: una corazzata che decide chi debba guidare il Pd, come si debba regolare l’economia e quale sia la morale pubblica (a forza di domandoni ripetuti ossessivamente al premier). E se il concetto non fosse chiaro, ce lo spiegano i professori e i costituzionalisti dell’Associazione Libertà & Giustizia. Chi l’ha promossa? Ovvio, l’ingegner Carlo De Benedetti.



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Lo schiaffo del Brasile all'Italia: "Non estradiamo Battisti"

di Redazione



Rigettato con 6 voti su 9 dal Tribunale supremo federale il ricorso del governo italiano contro la decisione dell'ex presidente Lula di concedere asilo politico a Cesare Battisti. Secondo i giudici brasiliani, quella di Lula è stata una decisione internazionale e come tale non può essere contestata da un altro governo. Ora la Suprema corte dovrà decidere sul merito e, secondo fonti giudiziarie, non è ancora escluso che Battisti possa essere estradato



Brasilia - La Corte Suprema brasiliana ha respinto con 6 voti a 3 il ricorso dell'Italia contro la decisione del presidente Luiz Inacio Lula da Silva di negare l'estradizione a Cesare Battisti. Ora si prosegue in plenaria per esaminare il caso e la decisione della Corte suprema brasiliana non pregiudica definitivamente la possibilità che l'ex terrorista sia estradato: ora la Corte, spiegano infatti fonti vicine al dossier, deve decidere se Lula con la sua decisione ha rispettato o meno il Trattato di estradizione in vigore con l'Italia. La riunione dei nove giudici, quindi, continua. "Ho trovato Cesare Battisti abbastanza bene e mi ha detto che è assolutamente sereno e fiducioso nella giustizia", ha riferito il senatore del Partito dei Lavoratori al governo, Eduardo Suplicy che, lunedì scorso, insieme ad un collega dello stesso partito, ha visitato l'ex terrorista nel carcere di Papuda a Brasilia. Ieri aveva fatto la stessa cosa il difensore di Battisti, Luis Roberto Barros che, all'uscita dal penitenziario, aveva riferito: "E' molto nervoso e apprensivo, ma molto sereno. Chi aspetta una definizione del suo destino non può certo essere del tutto tranquillo".
"L'Italia dà troppa importanza al caso"  "Mai faccio questo tipo di previsioni, né mai le farò. Dico solo una cosa: spero che questo romanzo finisca oggi": ha proseguito il legale di Battisti, Luis Roberto Barroso, durante una pausa dell'udienza dell'Alta Corte brasiliana. "Quello in discussione è un caso minore, non riesco a capire le ragioni per le quali il governo italiano dia tanta importanza a una persona così poco importante nella sinistra italiana quale Cesare Battisti", ha detto Barroso, intervenuto in aula per una quindicina di minuti, così come ha fatto il legale dell'Italia, Nabor Bulhoes. "Credo tutto stia andando bene. L'Italia è un paese al quale il Brasile vuole molto bene. L'Italia deve rispettare la decisione sovrana del Brasile", ha sottolineato Barroso
Chi è Battisti Da terrorista di estrema sinistra ad autore di noir di successo. Cesare Battisti, una vita da fuggiasco in mezzo mondo dopo attentati, condanne, carcere e fughe, è nato nel 1954 a Sermoneta, non lontano da Latina. Tra il 1974 e il 1976 viene arrestato ripetutamente per furto e sequestro di persona, subendo anche qualche condanna. Nel 1976 si trasferisce al nord e partecipa alla fondazione dei Pac, Proletari armati per il comunismo, formazione nata nell'area dell'autonomia del quartiere Barona, alla periferia di Milano. Nel 1977 viene arrestato di nuovo, sempre per rapina, e rinchiuso nel carcere di Udine dove conosce Arrigo Cavallina, ideologo dei Pac. In questi anni partecipa alle azioni del gruppo eversivo, viene arrestato a Milano il 26 giugno 1979 e condannato a 13 anni e 5 mesi per l'omicidio del gioielliere Pierluigi Torreggiani, ucciso nel febbraio 1979. Nel 1981 riesce ad evadere dal carcere di Frosinone, dove stava scontando la pena, grazie a un assalto di terroristi.
La condanna all'ergastolo Nel 1985 è condannato all'ergastolo nel processo contro i Pac, sentenza confermata dalla Cassazione nel 1991. La condanna è per vari reati, tra i quali quattro omicidi: oltre a quello di Torreggiani e del macellaio Lino Sabbadin (militante del Msi), avvenuti entrambi il 16 febbraio 1979, a Milano e Mestre, del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, e dell'agente della Digos Andrea Campagna, assassinato a Milano il 19 aprile 1978. Ma nel frattempo Battisti non c'é più. Prima a Parigi, poi in Messico, a Puerto Escondido, con la compagna Laurence, dalla quale si è poi separato, e che che gli ha dato due figlie.
Le fughe e gli arresti In Messico fonda il giornale "Via Libre", che 'trasferira'' a Parigi nel 1990. Appena giunto Oltralpe Battisti viene arrestato ma, cinque mesi dopo, la Francia nega l' estradizione e lui torna in libertà. Nel 1997 - affermato autore di noir per Gallimard - è uno degli "esuli" dei movimenti politici dell'estrema sinistra italiana rifugiati in Francia, riuniti nell'associazione 'XXI secolo', che chiedono all'allora presidente Oscar Luigi Scalfaro una soluzione politica "di indulto o di amnistia" dei reati loro addebitati. Battisti fugge in Brasile nel 2004, poco prima del pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato francese che l'avrebbe estradato in Italia da Parigi. Il 18 marzo 2007 Battisti, che afferma di essere innocente, viene arrestato a Rio de Janeiro. Viene subito portato in carcere e la sua vicenda giudiziaria passa alle mani del Brasile, in particolare del Supremo Tribunal Federal.




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