mercoledì 8 giugno 2011

Tutti avanti di 20 minuti al giorno Il mistero degli orologi siciliani

Corriere della sera


Il fenomeno riguarda gli apparecchi elettrici




CATANIA – Al momento l’unico “rischio” reale è di ritrovarsi in ufficio con un quarto d’ora d’anticipo. Ma il fatto in sè incuriosisce e, com’era facile prevedere, il mistero ormai corre sulla Rete. Da oltre una settimana gli orologi elettrici di Catania, ma anche di altre città della Sicilia, sembrano letteralmente impazziti. Improvvisamente cominciano a correre riuscendo ad andare avanti anche di 15/20 minuti al giorno. Un fenomeno inspiegabile che ha acceso la curiosità di due periti informatici della St Microelectronics, la multinazionale dei semiconduttori con sede a Catania. Francesco Nicosia e Andrea De Luca sono per certi versi anche degli addetti ai lavori. E sicuramente non sono facilmente suggestionabili. Parlando tra loro hanno scoperto di avere un problema in comune che, a stretto giro, hanno condiviso sui social network. A quel punto la scoperta: nella Sicilia sono ormai centinaia gli orologi digitali che vanno più in fretta del dovuto.

TAM TAM SU FACEBOOK - «Quanti di voi hanno avuto problemi con sveglie, forno a microonde etc?» ha chiesto Francesco su Facebook. Immediatamente sono fioccate le conferme. «A me è successo con il forno a microonde...lo sistemo e succede di nuovo», risponde Melina. E Angelo: «...a me con la radio sveglia». Paola: «E' vero anche il mio microonde è avanti di circa 7 min…che strano!». Giulia, invece, aveva pensato di aver già risolto il problema «anche a me è successo con la radiosveglia, tanto che l’ho cambiata proprio ieri». Mentre Marilyn aveva addebitato tutto alla sua sbadataggine. «La prima volta ho pensato che il microonde l’avessi toccato io male – spiega- lo sistemo con l’ora di Sky e del Pc, l’indomani lo trovo avanti di 10 minuti. Ci sto più attenta, lo sistemo e di nuovo lo trovo avanti. Adesso 'sta cosa dura da una settimana, non l’aveva mai fatto prima…boh sarà il caldo!».

COLPA DELL'ETNA? - E’ proprio questo il punto. Cosa sta succedendo a Catania e nel resto della Sicilia? Qualcosa di simile a quel che avveniva tempo fa a Caronia dove televisori, frigoriferi, radioline improvvisamente prendevano fuoco? In quel caso si arrivò persino a temere la presenze di alieni che bazzicavano tra le Eolie e la fascia tirrenica. Il giallo di Caronia non è stato mai del tutto risolto, anche se di ipotesi ne sono state fatte: dall’effetto di campi elettromagnetici agli improvvisi sbalzi nell’erogazione di corrente. Più o meno le stesse che vengono fatte per spiegare «il mistero degli orologi impazziti». Il popolo della Rete aveva pensato pure a campi elettromagnetici legati all’Etna, anche se questo sarebbe valido solo per Catania, mentre qualcuno ha evocato persino gli effetti dei venti solari.

SBALZI DI CORRENTE? - Una risposta convincente la danno invece i ricercatori del dipartimento di ingegneria elettrica dell’università di Catania. «Tutto potrebbe nascere – ha spiegato a una tv locale il professore Emanuele Dilettoso - dal fatto che in rete ormai sono presenti dei generatori di energia, tipo gli impianti fotovoltaici, che spesso non sono autoregolati e quindi eventuali piccole variazioni di frequenza non vengono adeguatamente compensate». E c’è pure chi fa notare che da alcuni giorni sono in corso lavori al cavo elettrico sottomarino che arriva in Sicilia. La causa andrebbe dunque ricercata negli sbalzi di erogazione della corrente elettrica? «Ci avevo pensato anch’io – replica Francesco Nicosia - ma ho fatto verificare la linea elettrica di casa mia (230 Volt, con una frequenza di 49.89 Hz) e tutto sembra regolare. E poi se fosse così i guasti dovrebbero riguardare tutti gli elettrodomestici».

IL BANCARIO PREOCCUPATO - Se all’inizio i due amici e colleghi hanno affrontato questa strana storia con leggerezza e quasi divertiti ora sembrano preoccupati. «L’altro giorno –racconta Francesco - anche il fruttivendolo sotto casa mi ha detto che il suo orologio digitale si è messo improvvisamente a correre. Ma questo è niente. Arrivo in banca e l’impiegato mi dice che devo pazientare un po’. "Purtroppo – mi spiega- qui tutte le macchine sono andate a put…”. “Anche voi avete gli orologi che vanno avanti?” Chiedo per scherzare. E lui: “ma lei come fa a saperlo?”». Insomma l’allarme sugli orologi impazziti si sta allargando a macchia d’olio e ormai corre anche oltre la Rete.


Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it
08 giugno 2011



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Vedelago, messa in veneto «Solo iniziativa culturale»

Corriere della sera

 

In occasione della «Festa delle origini venete» ci sarà una celebrazione «identitaria». L'assessore: «Già oggi molti sacerdoti predicano in lingua veneta». La diocesi: non è permessa

Il municipio di Vedelago davanti a cui verrà montato il palco (archivio)

Il municipio di Vedelago davanti a cui verrà montato il palco (archivio)

 

VEDELAGO (Treviso) – Una Santa messa celebrata in lingua Veneta. Capiterà a Vedelago domenica 12 giugno a mezzogiorno in occasione della «Festa delle origini venete», patrocinata da Regione e Provincia, e materialmente organizzata dall'assessore comunale all'identità veneta, Renzo Franco. Sarà montato un palco, davanti al municipio, e un sacerdote, pare della parrocchia di Vedelago o di una frazione, reciterà il vangelo, l'omelia e la preghiera dei fedeli in lingua veneta. Questo, almeno, stando a quanto riferisce l'assessore Franco. Una iniziativa che rischia di scatenare reazioni polemiche. «Ma il nostro intento è solo culturale», precisa l'esponente leghista. «Organizziamo una tre giorni di iniziative legate all'identità veneta. E da duemila anni a questa parte la nostra identità è quella cristiana e di una lingua che qualcuno, ancora oggi, si ostina a definire dialetto».

 

 

Di certo, la messa in veneto rischia di far scalpore. «Per questo avrei preferito che nessuno lo sapesse prima di domenica», dice l'assessore, smentendo poi che sarà don Lorenzo Piran, parroco di Cavasagra, a celebrarla, come alcuni avevano ipotizzato, dopo un presunto placet di don Florido, sacerdote di Vedelago. «Sappiamo che già oggi molti sacerdoti predicano in lingua veneta, un po' perché sono veneti, un po' per farsi capire dai contadini delle nostre terre», conclude il leghista. «Non vogliamo far scandalo, vogliamo solo celebrare una messa nella nostra lingua, tutti assieme».

La «lingua» veneta non è consentita per la celebrazione di una Santa Messa perché non esiste alcun messale approvato dall’apposita commissione romana. Lo spiegano fonti della Diocesi di Treviso in merito al progetto del Comune di Vedelago (Treviso) di far celebrare una messa in dialetto nell’ambito della «Festa delle origini venete» prevista per domenica prossima. Le lingue consentite per le funzioni religiose, spiegano le stesse fonti, sono quella italiana e quella latina, oppure lingue locali purché approvate. Fra queste, ad esempio, c’è la friulana (da una trentina d’anni) ma non quella veneta. L’unica parte di una messa che potrebbe essere pronunciata in veneto, viene infine precisato, è l’omelia.

 

M.P.
08 giugno 2011

Scissionisti, preso l'ultimo degli Amato

Corriere del Mezzogiorno


Carmine reggeva la cosca attiva a Secondigliano e dedita al traffico di droga con la famiglia Pagano
Con lui arrestato D’Agnese, di 27 anni, in fuga dal 2009



NAPOLI - Si nascondeva in una villetta sulla collina dei Camaldoli, Carmine Amato, reggente degli Scissionisti di Scampia (clan Amato-Pagano) scovato e arrestato dalla squadra Mobile di Napoli.

Le forze dell'ordine hanno scoperto il trentenne nella casa adiacente a una cava di tufo. Ricercato dal 2009, Amato, a capo della cosca attiva a Secondigliano, era inserito nell’elenco dei cento latitanti più pericolosi. È accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso, traffico di droga ed omicidio.



IL GUARDASPALLE - Assieme a lui la polizia ha arrestato anche un altro latitante, Daniele D’Agnese, di 27 anni, ricercato dal maggio del 2009, accusato di associazione per delinquere di tipo mafioso e traffico di droga. All'interno del nascondiglio gli agenti hanno trovato due pistole modificate per il tiro a raffica.

NIPOTE DEI BOSS ELIO E RAFFAELE - Carmine Amato, che è uscito dalla questura indossando una maglietta con James Dean, è nipote dei boss Elio e Raffaele, gli «Scissionisti» di Scampia, decimati nel 2009 con 109 arresti, ma presto riorganizzati sia pure con numeri minori.

LA SCENA DEL BACIO - Mentre usciva dalla sede della polizia in via Medina, uno degli arrestati - Daniele D'Agnese - è stato avvicinato da quattro suoi sodali che, in maniera repentina, lo hanno abbracciato e baciato. Un bacio «camorrista» di cui riportiamo sopra la sequenza. Solo l'intervento di una funzionaria ha fatto interrompere l'imbarazzante scena.

CHI SONO GLI SCISSIONISTI - Scissionisti è un termine che identifica un gruppo di camorristi separazionista rispetto al clan Di Lauro, «leader» nel settore della droga a Scampia. La loro influenza territoriale si concentra nelle Vele e nel cosiddetto «chalet Baku» di Scampia. Ma gestiscono anche le piazze dell'hinterland da Casavatore, Casoria, Mugnano, Miano fino a Melito. Della loro storia criminale si è occupato Roberto Saviano in «Gomorra».


Redazione online
08 giugno 2011




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Barbie serial killer. E Ken la molla

Corriere della sera

 

Lo spot-tormentone di Greenpeace.

 

Santoro: «La mia buonuscita? Sono 30 mensilità come per tutti i dipendenti»

Il Messaggero


Il giornalista ha ottenuto 2,3 milioni dopo l'addio alla Rai
E sul passaggio a La7 frena: chiedete a Mentana








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Una targa per non dimenticare Rino Gaetano

Sud in ritardo? Il freno dei processi lunghi

Corriere della sera

 

Ci sono troppi avvocati, il dato pesa sui tempi lunghi della giustizia

di Manca e Abravanel

Tyler, tre anni, intrappolato nella macchina dei giocattoli

Corriere della sera

 

Vuole un tigre di peluche e precipita nel box: salvato dopo mezz'ora dai vigili del fuoco

 

 

Tyler, tre anni, la voleva per forza quella tigre di peluche. E così, sfuggendo agli occhi della madre, si è arrampicato sulla macchinetta dei giocattoli in un centro-commerciale di Greystanes (Sydney, Australia). Salvo però finirci dentro, intrappolato (guarda il video qui a sinistra). «Non sembrava per niente spaventato - racconta al giornale Cumberland Courier la madre Catherine -. Penso che fosse felice in quel mare di giocattoli. Io però avevo paura che non riuscisse a respirare». Tyler è stato tirato fuori da una squadra di vigili del fuoco dopo circa mezz'ora. «Alla fine ha avuto la sua tigre - aggiunge la madre -. E dorme con lei ogni sera».

 

Redazione online
08 giugno 2011

Annullata la multa al ministro Brambilla

Corriere della sera


La prefettura di Lecco: «Le violazioni furono commesse per motivi di servizio connessi all'attività di governo»


MILANO - La multa al ministro Brambilla elevata da una vigilessa di Lecco per aver superato con l'auto blu di servizio il limite dei 50 chilometri orari e per aver ignorato il cartello dello stop all'incrocio è stata annullata dalla Prefettura di Lecco. E' stato accolto il ricorso del ministro. «Le violazioni furono commesse per motivi di servizio connessi all'attività di governo». La Brambilla dunque non verserà le 200 euro che inizialmente le erano state chieste.

LA VICENDA - Una mattina di fine ottobre l'Audi A8, con a bordo il ministro del Turismo correva a tutta velocità da Calolziocorte, dove vive la Brambilla, verso Linate. Per evitare la coda, l'auto sorpassauna fila di auto e camion. E, arrivata alla rotatoria, tira dritto, senza fermarsi per dare la precedenza. Per la vigilessa in servizio a Calco, quelle due manovre erano pericolose e violavano il codice della strada. Anche perché l' auto blu non aveva la sirena in funzione, ma solo il lampeggiante acceso. Quindi il guidatore «era tenuto a rispettare obblighi, divieti e limitazioni relativi alla circolazione, come tutti i normali veicoli in transito». Una guida indisciplinata punita con una multa di 200 euro. Nei giorni successivi la contravvenzione fu notificata all'intestatario dell' auto, una società di leasing di Roma, la quale a sua volta l'ha inoltrata alla Presidenza del Consiglio dei ministri che ha in affitto quell'Audi A8. La multa quindi è tornata a Lecco, sulla scrivania del Prefetto, accompagnata del ricorso che giustificava l'autista: «La violazione era dovuta all' urgenza del servizio connesso ad attività governative». E il prefetto l'ha annullata.

RECIDIVA - Tre anni fa un altro caso con protagonista lo stesso ministro che noleggiò a 500 euro al giorno una Mercedes con autista. In quell'occasione un verbale per un semaforo non rispettato a Milano fu cestinato «per motivi istituzionali». A ricorrere al prefetto fu il titolare della concessionaria che allegò copia della fattura e del contratto di servizio con la prefettura di Lecco: l’auto rimase a disposizione del ministro per 19 ore consecutive, i chilometri percorsi furono 210 in più rispetto al pattuito e alla consegna il conto fu di 530 euro. Per un solo giorno.


Nino Luca
08 giugno 2011





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Sta male, resta dodici ore in barella e muore: nessuno si era accorto di lui

Corriere del Mezzogiorno


La tragica fine di un 35enne di Piedimonte Matese, nel Casertano.

Dopo aver accusato un malore si è adagiato su una lettiga perdendo conoscenza



L'ospedale di Piedimonte Matese

L'ospedale di Piedimonte Matese


CASERTA - Un 35enne muore su una barella dell’ospedale di Piedimonte Matese. Per dodici ore nessuno si accorge di lui. Sarà scoperto, cadavere, giorno successivo, poco dopo mezzogiorno, grazie a un operatore del pronto soccorso incuriosito da quell’uomo disteso, da troppe ore, su una barella all’interno di una sala attigua all’unità operativa d’emergenza. Eppure del «dormiente» si parlava già da ore nei reparti della struttura sanitaria di Piedimonte Matese. In molti avrebbero visto quell’uomo steso sulla barella. In molti lo avrebbero guardato e sarebbero passati oltre pensando che stesse dormendo. Fino a quando ieri mattina non è arrivato un operatore del pronto soccorso: ha provato a svegliarlo scuotendolo ma l’uomo non si muoveva più. Il corpo di Giuseppe Magliocca, residente a Pignataro Maggiore, è stato trasferito, martedì pomeriggio, su ordine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, all’Istituto di Medicina legale di Caserta. Saranno gli esami autoptici a fare luce sulle cause del decesso del 35enne. I genitori si rivolgeranno ai carabinieri affinché venga fatta piena luce sulla vicenda.


IL MALORE - È cominciato tutto l’altra notte, poco dopo le ventiquattro. Giuseppe Magliocca, dopo la visita a un amico, si sarebbe sentito male nel piazzale antistante la stazione ferroviaria matesina. È lui stesso a chiamare il 118: i medici arrivano nel giro di pochi minuti. Quando i medici lo soccorrono l’uomo è cosciente, cammina da solo, riesce a portarsi dietro anche una borsa. Accusa forte nausea, parla con i camici bianchi ai quali spiega quello che ha fatto nelle ultime ore, cosa ha mangiato e bevuto. In pronto soccorso viene visitato e sottoposto a una serie di esami. I medici vorrebbero ricoverarlo ma lui non sembra convinto, così dopo qualche ora chiede e ottiene di essere dimesso.

LA BARELLA - Giuseppe però non lascia la struttura ospedaliera ma si adagia su una barella parcheggiata in una stanza vicinissima al pronto soccorso. Passano le ore ma nessuno si accorge di lui. Probabilmente perde conoscenza senza avere nemmeno più la forza di chiedere aiuto. Resta tutta la notte su quella barella che diventerà anche il suo loculo. Giuseppe era l’ultimo di tre figli, l’unico maschio; il padre Salvatore ora in pensione, era un valido artigiano. Presso l’ospedale matesino si dicono sereni e sicuri di non aver trascurato nulla.

I MEDICI «PROCEDURA CORRETTA» - «Sono sicuro — precisa Alessandro Accinni, direttore sanitario — dell’attuazione corretta delle procedura da parte del personale della nostra struttura. In ogni caso bisognerà attendere l’esito dell’esame medico-legale per poter capire a fondo la vicenda e i motivi che hanno determinato la morte dell’uomo. Comprendiamo ovviamente il dolore della famiglia». L’episodio, seppur ancora tutto da chiarire, fa riemergere la difficile situazione in cui versano i servizi sanitari nell’area del Matese e dell’Alto Casertano.

SOS CASERTANO - Per i residenti dei 35 comuni dell’area ammalarsi è un lusso. Dopo la chiusura dell’ospedale di Teano resta attiva solo la struttura di Piedimonte Matese, un ospedale che dovrebbe garantire servizi e assistenza ad una vasta zona e che invece vive frequenti criticità dalle quali scaturiscono pesanti disservizi per l’utenza. I residenti, per curarsi, sono costretti a continui pellegrinaggi verso le strutture del Molise, del Lazio oppure verso il capoluogo di Terra di Lavoro. Non è bastata una sentenza del Tar, confermata poi dal Consiglio di Stato, che imponeva all’Asl di incrementare i presidi e il personale sull’intero territorio. Dopo la chiusura dell’ospedale di Teano (unico in provincia di Caserta a possedere tutte le certificazioni di sicurezza previste dalle legge) si riducono ulteriormente i posti letto per la popolazione dell’Alto Casertano.

EMERGENZA CONTINUA IN PROVINCIA - Ora, è disponibile poco meno di un posto letto per ogni 1000 abitanti. La media regionale è invece di 3,2 posti letto per 1000 abitanti. Una media che sale ulteriormente per il capoluogo partenopeo. Il costante affanno in cui versa la sanità pesa non solo sugli utenti ma anche su tutto il personale medico ed infermieristico, costretto a lavorare in emergenza continua. Condizioni in cui può anche accadere che, per circa dodici ore, nessuno s’accorga di un uomo morto su una barella.


Giancarlo Izzo
08 giugno 2011




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I cattivi con la pensione: adesso tocca a Mladic

di Fausto Biloslavo


Il criminale di guerra serbo bosniaco incasserà 800 euro mensili come ex generale: la sua famiglia aveva già provveduto a ritirare quasi 50mila euro di arretrati. Da noi nazisti e boss hanno ottenuto denari dallo Stato. Che disse no solo a Riina e al brigatista Curcio



A 68 anni, con tanti acciacchi sul­le spalle, anche il generale Ratko Mla­dic deve pensare alla vecchiaia. Diffi­cilmente lo farà da uomo libero tanto presto, ma una delle sue prime preoc­cupazioni dopo la cattura è stata quella di farsi scongelare la pensione da generale. Avete capito bene: il ri­cercato numero uno per crimini di guerra nell'ex Jugoslavia è tornato ad incassare i suoi 800 euro mensili. E la famiglia ha ritirato gli arretrati che sfioravano i 50mila euro.
La leggenda narrava che in caso di cattura il 'guerriero' Ratko, con la pi­stola in pugno, non si sarebbe mai fat­to prendere vivo, oppure l'avrebbe puntata alla testa tirando il grilletto per farla finita. Il boia di Srebrenica, ma 'eroe' per tanti serbi, ha invece reagito in maniera banale arrenden­dosi e chiedendo subito l'assegno so­ciale.
Lo ha rivelato ieri il suo avvocato, Mi­los Saljic, garantendo che lo Stato ser­bo ha già sbloccato la pratica. Mladic è stato arrestato il 26 maggio, ma la scorsa settimana, il figlio Darko ave­va già ritirato, per suo conto, oltre 49mila euro di arretrati dall'Inps ser­bo. Le sue vittime si rivoltano nelle fosse comuni della Bosnia.
Il governo aveva bloccato la pensio­ne del generale solo dal 2005, quan­do il cerchio cominciava a stringersi attorno al super ricercato che ha vis­suto in latitanza gli ultimi 16 anni.
L'aspetto paradossale è che prima dell'arresto i familiari avevano pre­sentato al tribunale di Belgrado una richiesta di morte presunta, proprio per mettere le mani sul gruzzoletto pensionistico e sbloccare alcune pro­prietà del generale sequestrate.
Mladic non è l'unico boia dei Balcani che gode della pensione di vecchia­ia. Molti infoibatori titini o persecuto­ri degli italiani ricevevano regolar­mente l'assegno dell'Inps, dopo esse­re scampati a delle condanne rifu­giandosi in Jugoslavia. Fino al giorno della sua morte, nel gennaio 1999, Mario Toffanin, nome di battaglia 'Giacca”,che nel 1945 massacrò i par­tigiani anticomunisti alle malghe di Porzus, ritirava la pensione dell' Inps. Condannato all'ergastolo e fug­gito in Slovenia incassava 672.270 li­re, dal 1972, per 13 mensilità.
Stesso discorso per Ciro Raner, che aveva seviziato i prigionieri italiani nel lager di Borovnica. In Croazia ha vissuto degnamente con quasi 600mila lire al mese e circa 50 milioni di arretrati. Una decina di boia di Ti­to, in gran parte condannati a pene pesantissime in Italia, hanno vissuto in esilio con la pensione dell'Inps. Pure i criminali nazisti non sono da meno. Il maggiore delle SS Karl Hass, coinvolto nella strage delle Fosse Ar­deatine e poi collaborazionista, pren­deva circa 200mila lire al mese dall' Inps. Ancora più grave il caso di Heinz Barth, un altro ufficiale delle SS, che fece massacrare 642 abitanti del villaggio francese di Oradour. Nel­la Germania unificata scampò all'er­gastolo e ottenne una pensione di in­validità. Dopo l'unificazione il gover­no tedesco non pagò più le pensioni agli ex criminali nazisti. Barth, per un errore, continuò ad incassarla e fu scoperto, ma un tribunale sancì che non doveva restituire il maltolto.
In «Sanguisughe», il libro di Mario Giordano su «le pensioni d'Oro che ci prosciugano le tasche», non man­ca una lunga lista di mafiosi che godo­no dei benefici dell'Inps. Uno degli ultimi casi è quello di Luigi Cimmi­no, superboss napoletano del Vome­ro. Condannato per associazione a delinquere è considerato dall'Inps in­capace di badare a se stesso. «E per questo motivo l'Istituto di previden­za gli versa regolarmente pensione e indennità di accompagnamento», denuncia Giordano.
Nel capitolo «Cosa nostra, pensione loro» si ricorda che titolari mafiosi di pensione sono stati anche Michele Greco, Bernardo Brusca, Procopio di Maggio e Giuseppe Calò. L'Inps ha detto no solo al capo dei capi, Totò Riina, e a Renato Curcio, fondatore delle Br, che hanno avuto la spudora­tezza di chiedere l'assegno sociale.


 www.faustobiloslavo.eu



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Scuola vietata ai figli? Non è reato per l'islam

di Manila Alfano


Per il padre la musica è "da infedeli" così fa perdere l’anno alla bimba Ma il giudice lo assolve. L’avvocato: "Giustificato dalla sua religione". Lo stesso magistrato aveva autorizzato l'uomo a far indossare le cuffie alla ragazzina durante la lezione



Il secondo schiaffo arriva con la sentenza del 26 maggio scorso. Omar non è colpevole, Omar è stato assolto. Il padre padrone che per un anno ha impedito alla figlia di andare a scuola non dovrà pagare. Non importa se quella ragazzina tanto brava a scuola e che all’epoca avrebbe dovuto frequentare la prima media, è stata poi bocciata. Per il giudice di pace Salvatore Corsico, papà Omar è da assolvere «perché il fatto non costituisce reato». Omar è un musulmano salafita di Reggello, in provincia di Firenze.

Nella sua famiglia decide lui e nessuno può opporsi o interferire.
Lo aveva già chiarito a tutti nel 2009 quando aveva deciso di tenere a casa la figlia. Nessuna possibilità per quella bambina di frequentare la prima media come i suoi coetanei. Tutta colpa del solfeggio e del flauto dolce. «La musica è da infedeli, lei non può seguire le vostre lezioni», aveva sentenziato il padre. A niente erano serviti i tentativi degli insegnanti e del preside. Alla fine dell’anno per la bambina era arrivata anche l’onta della bocciatura: «Troppe assenza- avevano spiegato i professori.

Si impegna ed è brava a scuola, ma ha fatto troppi giorni a casa». L’anno dopo il primo schiaffo per le istituzioni italiane: dopo un anno di tentativi, la soluzione era arrivata con un paio di assurde cuffie da mettere alle orecchie della bambina nell’ora di musica.
E anche allora ad avallare l’incredibile accordo era sceso in campo lui: Salvatore Corsico. «Una vittoria per la bambina», era stato il suo commento. Quei tappi, quella censura contro le note stonate di un flauto suonato da una classe di bambini per salvare l’anima e l’identità della figlia.

Lui aveva vinto allora e ha vinto questa volta. È così che la seconda assoluzione sa di sconfitta. Le sue regole sono state rispettate, quelle italiane no. Eppure la legge è chiara a questo proposito. Lo dice il codice penale, l’articolo 731 che sancisce il reato di «Inosservanza dell’obbligo dell’istruzione elementare dei minori». Per il momento le motivazioni restano un mistero, il giudice si è preso sessanta giorni per depositarle. Il difensore di Omar, l’avvocato Enrico Buoncompagni può fare solo delle supposizioni: «L’imputato è stato assolto per giustificato motivo. Il giudice non ha specificato le motivazioni, ma credo che abbia considerato la religione e la cultura d’origine dell’uomo». Alla fine Omar ce l’ha fatta, premiato dalla sua tenacia, dalla sua chiusura e dal suo integralismo. A piegarsi le regole degli insegnanti, del preside, delle istituzioni italiane.

«E comunque - prosegue l’avvocato Buoncompagni- anche se il giudice lo avesse condannato avrebbe dovuto pagare una ammenda di 30 euro al massimo».
Si aspetta di leggere le motivazioni, intanto sembra la vittoria della solita formula buonista, quella sempre pronta ad accettare le regole degli altri, anche se in contrasto con le nostre, la stessa filosofia di chi preferisce nascondere il crocefisso nelle aule per non «offendere la sensibilità delle altre religioni»; la morale di quelli che a Natale si inventano ridicole alternative per non fare il presepe a scuola.

«Ma è giustizia questa? Ma che messaggio diamo?», si domanda Costantino Ciari, consigliere comunale a Pian di Scò, comune che confina a Reggello. Lui che da anni combatte per denunciare queste discriminazioni. «Questa sentenza costituisce un precedente incredibile. La nostra cultura, le nostre leggi vanno rispettate. Non è possibile lasciar correre in questo modo. L’ora di musica fa parte del programma scolastico, non è una materia facoltativa. Che succederà quando un altro genitore non vorrà far seguire al figlio la lezione di italiano perché c’è la Divina Commedia?». A Reggello la vita intanto va avanti. Quando c’è musica la ragazzina tira fuori dal suo zaino le cuffie e si isola dagli altri. Lei resta in silenzio a guardare i compagni soffiare nel flauto senza capire perché per loro quella materia non fa male.



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Intervista a Tettamanzi? Un tarocco del Corriere...

di Stefano Zurlo



L'articolo pubblicato domenica è un collage di vecchie frasi sui temi cari alla sinistra



Milano - In via Solferino l’hanno pomposamente ribattezzato «Il colloquio». E come tale l’hanno sontuosamente presentato ai lettori del Corriere della Sera, il primo quotidiano italiano, domenica 5 giugno. La realtà è più modesta, anzi taroccata: si trattava di un copia e incolla. Sapiente, di taglio sartoriale, ma pur sempre copia e incolla. Frasi dette, anzi scritte dal cardinal Dionigi Tettamanzi in diversi momenti e assemblate lasciando credere quel che non è: un incontro a tu per tu fra l’arcivescovo di Milano e il vicedirettore del Corriere Giangiacomo Schiavi, autore del pezzo che occhieggiava in prima pagina. Ma Tettamanzi quella conversazione con Schiavi non l’ha mai avuta. L’intervista è stata inventata.

C’è stato invece l’effetto. Perché il Tettamanzipensiero, suggestivamente piluccato, va misurato all’incrocio storico in cui il Corriere l’ha collocato: Tettamanzi a fine mandato, come si ricordava nella titolazione, Pisapia all’inizio della sua avventura di sindaco. Il vento del cambiamento, portato dalla clamorosa vittoria del centrosinistra, faceva un po’ da sottofondo della chiacchierata virtuale costruita a tavolino. Scrive Schiavi nell’incipit della sua predica domenicale: «Sembra quasi un obbligo dire che senza il cardinale Dionigi Tettamanzi non ci sarebbe stata la svolta di Milano». L’incrocio dunque non è, non sarebbe casuale perché sarebbe Tettamanzi il motore di quel che è accaduto sotto la Madonnina. Sarebbero anche le prediche del cardinale, il cardinale che sferzava i potenti e ricordava diritti degli ultimi, a scuotere il gregge cristiano, a risvegliarlo dal torpore e dall’apatia e a spingerlo verso Pisapia.

Afferma Tettamanzi, il Tettamanzi ripescato da Schiavi: «Alla retorica dei discorsi io preferisco chi si mette in gioco. È finito il tempo degli slogan. È l’ora di risvegliare le coscienze per tornare a dire: e io che cosa posso fare?». Intendiamoci: le parole di Tettamanzi sono di Tettamanzi e non possono essere smentite. Il problema è metterle all’incrocio, quell’incrocio con la città che cambia, nel momento più opportuno. Afferma Schiavi: «“Vescovo di Kabul”, l’ha attaccato la Lega, “Tettamanzi cattocomunista”, ha scritto il ministro Calderoli. Quasi una medaglia da ostentare oggi nella città che ha dimostrato di non credere a Zingaropoli e alla strategia della paura».

A questo punto Schiavi restituisce la parola all’arcivescovo, dissigillando di nuovo gli archivi della curia: «Una città moderna deve saper parlare di questi argomenti senza chiudere gli occhi. La moschea non è il primo problema di Milano, ma chi prega non deve farlo in una strada. È miope e irresponsabile l’atteggiamento di chi non vuole prendere coscienza di certe situazioni presenti nella nostra città. Spesso ci si accanisce contro i nomadi per rendere ostile il terreno in cui vivono, impedendo l’integrazione di chi vuole intraprendere percorsi di legalità e cittadinanza, con il rischio di esporli di più alla delinquenza».

Insomma, il senso del ragionamento svolto in redazione è chiarissimo: Tettamanzi ha guidato la città rimanendo fedele al suo profilo fatto di integrazione, apertura alle minoranze, capacità di dialogo; solo che la destra non l’ha ascoltato e la città è andata dall’altra parte. Dove non si rimestano paure, fobie e isterie, dove i sospetti non prendono la forma rabbiosa e schiumante della discriminazione o della disintegrazione sociale ma si ricompongono in una sorta di nuovo presepe, multiculturale e inclusivo per definizione.

Ogni lettura, ogni interpretazione, ogni suggestione è lecita. Bastava e basta dirlo, senza giocare con la buona fede dei lettori e senza manipolare sottilmente la catechesi del cardinale. E infatti Schiavi lo dice, ma non sulle pagine della nave ammiraglia dell’informazione italiana. No, la verità affiora la sera di domenica sul blog del vicedirettore: «Era un semplice collage e non un’intervista, ma quelle sue parole - prese dalle lettere a Milano - sembravano dettate con il cuore, come nuove, indirizzate ad ogni cittadino desideroso di fare qualcosa per la sua città». Parole «come nuove». Quindi vecchie. Parole catturate non dal registratore, ma con il copia e incolla. Parole che vorrebbero essere la colonna sonora di una città. E di una stagione. Ma sono solo una stecca.



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Aziende, banche e mariti: chi finanzia i politici

di Paolo Bracalini


Ecco i documenti di Montecitorio: Monte dei Paschi regala 175mila euro al Pd, il Fli incassa 190mila euro da Generazione Italia di Bocchino, mentre i Caltagirone ne versano 400mila all’Udc. Da Gianmarco a Letizia Moratti 4 milioni per la campagna elettorale



Roma - Quattro milioni di euro in tre soluzioni a distanza di un mese. Ricevente il «Comitato Letizia Moratti per Milano», erogante Gianmarco Moratti, petroliere marito dell’ex sindaco del Pdl. Sulla sponsorizzazione milionaria di Letizia Moratti si è favoleggiato molto, le cifre precise invece si trovano nell’ultima «Dichiarazione ex art. 4 L. 659/81 relative ai contributi erogati nel 2011» appena registrato dagli uffici della Camera. Lì si trovano le tre donazioni fatte da Gianmarco Moratti, la prima del 4 aprile 2011, per 400mila euro, le seconde due un mese esatto dopo, il 4 maggio, con 600mila euro e 3 milioni di euro.

Per la prima volta la tesoreria di Montecitorio registra anche la voce Futuro e libertà tra i soggetti beneficiari di erogazioni «liberali» (cioè private), perché fino agli ultimi due mesi del 2010 Fli non esisteva formalmente. E dalle dichiarazioni si ha quasi la conferma contabile che il partito sia in mano alla creatura di Italo Bocchino, Generazione Italia, unico soggetto (tra quelli registrati finora) ad aver contribuito a Fli, nel 2011, con tre pagamenti rispettivamente di 90mila euro (26 gennaio), 60mila euro (8 febbraio) e 40mila euro (18 maggio). Il documento riporta anche un versamento di 365mila euro fatto dal gruppo alla Camera della Lega nord al partito Lega nord, 74.760 euro dati dal Mpa di Raffaele Lombardo a Nuova Sicilia, un partito locale, e poi 70mila euro staccati da Marco Pannella a favore della Lista Marco Pannella (31 maggio 2011).

Sul fronte Pd si nota un importante elargizione da parte dei vertici di Monte dei Paschi di Siena. Da una parte Giuseppe Mussari, chairman di Mps e presidente dell'Abi (Associazione Bancaria Italiana), che nel gennaio 2011 ha donato 100mila euro al Pd di Siena, dall’altra Ernesto Rabizzi, vicepresidente di Banca Mps protocollato il 21 gennaio 2011 per l’erogazione di 75mila euro sempre al partito di Bersani (sezione di Siena). Lapalissiano il contributo (20mila euro) della Cesd srl (cioè la Cepu) a Federalismo Democratico Umbro, il movimento politico di Francesco Polidori, padre per l’appunto del Cepu. Molto attivi i costruttori nel finanziamento ai partiti, specie al Pdl. La Italiana Costruzioni spa ha regalato 75mila euro al partito di Berlusconi nel 2010, la Impreme Spa, società del gruppo Mezzaroma, il cui rampollo sposerà la Carfagna, altri 50mila, come anche la Mezzaroma ingegneria (50mila euro), la Master Immobiliare (80mila euro), la Società Appalti Costruzioni Spa (50mila euro), e altre società di edilizia hanno contribuito con qualche milione al Pdl.

Il gruppo Mezzaroma finanzia il Pdl ma nelle erogazioni per Maria Rosaria Carfagna non c’è, almeno nel 2010. Ci sono invece Air Italy spa di Gallarate (10mila euro), e poi una serie di aziende napoletane, dalla Diarad snc (10mila euro), alla Nuova Domiziana Napoli (4mila euro) settore cliniche private, alla Marnavi spa Napoli trasporti marittimi (10mila euro), alla Servizi avanzati srl napoli (2mila), più due contribuzioni personali. Se invece si guarda in casa Udc si trovano ricche contribuzioni tutte targate Caltagirone, imprenditore a capo dell’omonimo impero e padre della moglie di Pier Ferdinando Casini, leader Udc.

Nel 2010 sono arrivati alla tesoreria dei centristi 100mila euro da Alessandro Caltagirone, 100mila euro da Francesco Caltagirone, 100mila euro da Francesco Gaetano Caltagirone, 100mila euro da Gaetano Caltagirone, 100mila euro dalla Porto Torre spa Roma (gruppo Caltagirone) e 100mila euro da WXII/IE Srl Roma (gruppo Caltagirone). I documenti della Camera con le contribuzioni ai partiti sono pubblici, ma per averli bisogna chiederli e non è così semplice. Su questo stanno facendo una battaglia i Radicali, che già hanno ottenuto una mole di informazioni sulle spese del Parlamento, pubblicate sul sito (dentro radicali.it)

Parlamento Wikileaks. Ma Rita Bernardini, già segretaria dei Radicali e ora deputata eletta col Pd, vuole fare chiarezza anche sui soldi privati ai partiti: «Abbiamo già chiesto che vengano messi sul sito della Camera, ma non lo fanno - spiega la Bernardini -. Saremo costretti ancora una volta a renderli pubblici noi, così che i cittadini possano vedere come si finanziano i partiti. Tenendo presente che questi sono i finanziamenti pubblici, anche se non pubblicati, poi ci sono quelli in nero, che forse sono la parte più cospicua...».




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Cassazione, la convivente come la moglie: stesso risarcimento per morte del partner

Sequestrata la blogger Amina attivista gay e dissidente

Corriere della sera


La frase Oggi potrebbe essere il mio ultimo giorno oppure il primo di una nuova Siria




Amina Abdallah Araf, 36 anni, autrice del blog 'A girl day in Damascus'
Amina Abdallah Araf

Lesbica e mezza americana, la blogger Amina Abdallah Araf, è diventata negli ultimi mesi un'inconsueta eroina della rivolta in Siria. «Oggi o domani potrebbe essere l'ultimo giorno per me - aveva scritto domenica -. Oppure domani potrebbe essere il primo giorno della nuova Siria. Ben Ali se n'è andato, Mubarak pure, e pare sia finita anche per Saleh. Assad non ha ancora molto tempo e prevedo di vederlo andar via». Il giorno dopo, lunedì, Amina «è stata rapita» da «tre ventenni armati», secondo un messaggio pubblicato dalla cugina sul blog: le hanno tappato la bocca, l'hanno costretta a salire su una vecchia Dacia Logan rossa. Da allora, non vi sono notizie.

Trentasei anni, musulmana osservante, cresciuta tra l'America, dov'è nata la madre, e la Siria, patria del padre, Amina insegnava inglese e a febbraio ha creato il blog «A gay girl in Damascus» (una ragazza gay a Damasco), dove ha pubblicato poesie erotiche, racconti franchi e a volte buffi dei suoi innamoramenti e sul rapporto aperto con il padre: «Deve pensare che sia meglio una figlia lesbica piuttosto che etero e promiscua». L'omosessualità è illegale nel Paese, ma tollerata. «È dura essere lesbica in Siria ma di certo è più facile essere una dissidente sessuale piuttosto che politica», ha scritto.

Ma sin dall'introduzione del blog la giovane si è detta ispirata dal «vento di cambiamento» in Medio Oriente. «Se riusciamo a uscire allo scoperto in modi diversi, gli altri potranno seguire il nostro esempio», rifletteva. E ancora: «Devo fare qualcosa di coraggioso e visibile. Io posso, perché ho doppia cittadinanza e parenti con ottimi contatti politici». Secondo il Guardian, alcuni familiari sono nel governo e altri nella Fratellanza musulmana. Ma non è servito a proteggerla (non è la prima volta: nel 2009 la blogger Tal al Mallohui, 17 anni, fu accusata d'essere una spia degli Usa e condannata a 5 anni di carcere anche se un parente è ex ministro di Assad).
A fine aprile due giovani dei servizi di sicurezza si sono presentati a casa di Amina, accusandola d'essere un'estremista islamica. Il padre della ragazza ha riso di loro («Ma avete letto cosa scrive?») e li ha convinti ad andarsene. Ma l'hanno cercata a casa ancora. Lei ha rifiutato di raggiungere la madre a Beirut, ma il padre l'ha convinta a nascondersi: «Non c'è niente che io possa fare. Va da qualche parte, non dirmi dove. Stai attenta. Ti voglio bene». Amina è stata in 4 o 5 città diverse, girava velata, una volta si è nascosta in uno scatolone in un furgone - ha detto al New York Times la sua fidanzata, Sandra Bagaria, che sta a Montreal e ha lanciato l'allarme via Twitter (la pagina Facebook «Free Amina Arraf» ha già oltre 300 sostenitori).

Anche in fuga, continuava ad aggiornare il blog. «Siamo andati a nord e abbiamo aiutato a diffondere scintille nelle città... abbiamo ascoltato la gente e trasmesso messaggi». Ha raccontato che alcuni manifestanti, temendo che la repressione riesca a schiacciare le proteste pacifiche, intendevano prendere le armi. «Io mi sono opposta: vogliamo una nuova Siria... ma se prendiamo il potere uccidendo e torturando, facendo giustizia sommaria, siamo diversi da Loro?». Pare che l'auto nella quale è stata portata via avesse sul finestrino un adesivo di Basel Assad, fratello maggiore dell'attuale presidente (che era destinato a succedere al padre ma morì in un misterioso incidente). Saranno stati gli shabiha, i paramilitari fedeli agli Assad a sequestrarla? La cugina scrive: «Purtroppo ci sono almeno 18 forze di polizia e numerose milizie e gang di partito. Non sappiamo chi l'abbia presa».


Viviana Mazza
08 giugno 2011



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Sì al danno esistenziale per il lavoratore trasferito

La Stampa


Il danno esistenziale può essere invocato quando siano dimostrabili "i concreti" cambiamenti che l'illecito ha apportato, in senso peggiorativo, nella qualità di vita del danneggiato.
Il caso

In un piccolo paese in provincia di Trento il responsabile di filiale di una Cooperativa era stato trasferito ad un altro punto vendita come semplice commesso, subendo pertanto un demansionamento. L'uomo chiedeva che fosse dichiarata l'illegittimità del trasferimento, che la Cooperativa fosse condannata al pagamento dell'indennità di trasferta, e che fosse disposta la reintegrazione nelle mansioni in precedenza svolte. Chiedeva inoltre il risarcimento del danno patrimoniale (inteso come danno alla professionalità), non patrimoniale inteso come danno biologico, morale ed esistenziale subiti.
Secondo il Tribunale, merita di essere accolta la domanda di risarcimento del danno alla reputazione sociale in quanto la revoca dell'incarico di responsabile di filiale, tanto più accompagnata di lì a pochi giorni dal trasferimento ad altra filiale, non può non aver ingenerato il dubbio tra i membri della piccola comunità che il lavoratore si fosse reso responsabile di manchevolezze tali da giustificare la modificazione di situazione organizzativa consolidatasi da oltre un decennio. Si tratta di un pregiudizio di ordine esistenziale che, non essendo allegato quale derivante da lesioni all'integrità psico-fisica o determinanti degenerazioni patologiche di tipo psico-fisico, è suscettibile di autonomo risarcimento. Pertanto, una volta accertata l'esistenza del danno, ai fini della sua quantificazione al giudice è consentito esercitare il potere discrezionale di liquidazione equitativa.





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Battisti, è il giorno della verità

La Stampa







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Piazza Duomo di tutti meno Israele?

Quotidiano.net
Pubblicato da Giovanni Morandi Mer, 08/06/2011 - 06:17


A proposito dell’esposizione «Israele che non ti aspetti» alla quale forse verrà negata piazza Duomo a Milano, preciso che venti anni fa, abitando a Roma, decisi di continuare la mia vita in Israele. Anche di fronte a fatti come questo, mi accorgo che è stata una scelta giusta e non mi meraviglia sia ascoltata la voce di chi odia Israele.

Angela, ilgiorno.it


CHI E' ANDATO in Israele sa che al controllo passaporti i doganieri pongono il visto non sul passaporto ma su un foglietto a parte. Questo perché il passaporto con il visto israeliano non viene riconosciuto nei paesi arabi e i viaggiatori, che dovessero recarvisi, sarebbero costretti a farsene fare uno nuovo. Per quei paesi infatti lo stato ebraico non dovrebbe esistere. A tale aberrazione si avvicina la richiesta dei vari comitati antisraeliani milanesi che chiedono non sia concessa piazza Duomo  per l’esposizione culturale organizzata  dal governo di Gerusalemme. Piazza Duomo  è di tutti, ci si fanno concerti, comizi, feste, raduni sportivi. Sarebbe una vergogna  per Milano fosse negata ad Israele e fosse affermata la discriminazione di chi nega  il suo diritto di poter vivere.




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Il giudice Quaranta? E' un veggente Sul nucleare si vota, come previsto

di Anna Maria Greco

Ieri dalla Consulta via libera al voto popolare, ma il neopresidente della corte lo aveva annunciato ventiquattro ore prima. Scoppia la polemica. L'ex presidente Onida avverte: "E' stata un'anticipazione singolare". Anche Avvenire storce il naso: "Una nota stonata"



Roma«Chiarezza, omogeneità ed univocità». I requisiti ci sono tutti, per la Corte costituzionale, e il referendum sul nucleare si farà. Tre ore di camera di consiglio e all’unanimità i 13 giudici della Consulta (manca il sostituto dell’expresidente Ugo de Siervo, che dev’ essere eletto dal parlamento e Maria Rita Saulle, per motivi di salute) danno l’ultimo via libera al voto del 12 e 13 giugno.
Esultano Antonio Di Pietro e quelli dell’Idv, promotori dei referendum; esulta qualcuno sì e qualcuno no nel Pd, con Pierluigi Bersani che solo a fine giornata si fa sentire per raccomandare il voto; si accodano in tanti, da Francesco Rutelli dell’Api a Fabio Granata del Fli. L’ultima grana riguarda 3,2 milioni di italiani all’estero, che hanno già votato sul vecchio quesito: ancora non si sa se quel voto è valido.

In pratica, la Consulta conferma quanto il giorno prima ha fatto capire il neopresidente Alfonso Quaranta. Subito dopo l’elezione ha spiegato che, a suo parere, l’Alta Corte non avrebbe potuto cancellare il quesito riscritto dalla Cassazione il primo giugno, dopo le modifiche introdotte dalla legge «omnibus» con la moratoria sulle centrali nucleari.

Dichiarazione che ha subito suscitato stupore e polemiche. Non solo da parte di esponenti della maggioranza, ma anche di costituzionalisti di centrosinistra come Valerio Onida e della direzione del giornale dei vescovi, «Avvenire». Un’anticipazione di giudizio «singolare», «un pò strana», osserva l’expresidente della Corte costituzionale Onida, che pure la giudica «comprensibile» se Quaranta ha voluto così chiarire «i limiti» di intervento della Consulta su questa materia, il fatto cioè che non si trattasse «di un ricorso del governo ma da un ricorso d’ufficio».

Di «una nota stonata» parla, invece, Avvenire: «Era proprio necessario che il neopresidente, nelle prime dichiarazioni dopo l’elezione, anticipasse il proprio convincimento personale su una questione ancora da affrontare (collegialmente)?».
Probabilmente, Quaranta ha voluto con quella frase alleggerire il peso politico della decisione della Consulta, facendo capire che il via libera era praticamente obbligato, un passaggio formale caricato di attese e di significati eccessivi. Anche il fatto che i 13 giudici presenti abbiano votato compatti e con grande rapidità per l’ammissibilità, accredita questa lettura: un’ora per sentire i legali delle due parti in causa, due in camera di consiglio e la decisione è stata presa senza divisioni.

Le motivazioni della sentenza, scritta da Giuseppe Tesauro, spiegano che è «chiaro ed univoco» il risultato che si vuole raggiungere con questo referendum: «non consentire l’inclusione dell’energia nucleare fra le forme di produzione energetica». Cadute le norme sulla costruzione delle centrali, quelle rimanenti che ora si vogliono abrogare permetterebbero, infatti, un futuro ritorno all’atomo, sulla base di «ulteriori evidenze scientifiche sui profili relativi alla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico».



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Poste in tilt, ora è bufera sull'Ibm

La Stampa






Poste in tilt: come chiedere i danni?

Tre mosse per tutelare i consumatori danneggiati dal crash informatico

1 Chi può fare ricorso
Possono fare ricorso alla conciliazione o alla messa in mora tutti i cittadini e abbiano subito danni per il crash dei terminali

2 Cosa chiedere
E' possibile chiedere un indennizzo o un rimborso per il disagio patito e le sue conseguenze

3 Come chiedere
I moduli per ricorrere e le procedure sono sui siti delle associazioni: Adusbef, Aduc, Adiconsum, Codacons, Federconsumatori





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Sinistra televisiva, l'ossessione del Cavaliere

Corriere della sera

Tutto partì da Guglielmi e Curzi-Telekabul. Format azzeccati e satira, con due nemici: Berlusconi e D'Alema


All'inizio furono i collegamenti di Samarcanda con le piazze, dove Sandro Ruotolo - «Michele, qui la gente è molto arrabbiata...» - trovava sempre qualche signore sovrappeso in canottiera che urlava: «Santoooro, il Sud ha seeete!». E fu Umberto Bossi giovane, seduto sulle cassette di frutta, che da Legnano intercalava con il suo accento altolombardo: «Veda Lerner...». (Racconta Stefano Balassone, uno dei padri di Raitre: «Quella fu una trovata perfida del regista, che fece sedere i notabili democristiani e comunisti sulle poltroncine di velluto e i leghisti sulla pancaccia di legno. Il pubblico era tutto per i "barbari"»).

Eravamo a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta. E la sinistra televisiva era nata. Raccontava la fine della Prima Repubblica. E un poco contribuiva ad affrettarla. Fin dall'inizio, si intuì quali sarebbero stati i grandi nemici. Berlusconi. E D'Alema. Il proprietario della tv concorrente, poi sceso in campo a prendersi pure quella pubblica. E il simbolo della sinistra postcomunista e neoriformista, impegnata a costruire un «Paese normale» anche dialogando («inciuciando», nel gergo romanesco della tv) con il nemico.

Sinistra televisiva, l'ossessione del Cavaliere

Prima ancora, i predecessori della sinistra tv erano giornalisti laici e artisti goliardi. I reportage del «socialista di Dio» Zavoli, non a caso ripescato da Walter Veltroni come presidente della commissione di vigilanza Rai. I faccia a faccia di Minoli. Le cartoline di Barbato. E L'altra domenica di Arbore, che lanciava uno sconosciuto comico pratese: Roberto Benigni. Poi vennero i comunisti.

Il Pci morente ebbe la terza rete. Se ne occupò il figlio del Veltroni fondatore del primo telegiornale Rai, ritrovando gli amici del padre e sistemando un po' di giovani di sinistra. Direttore di Raitre divenne uno scrittore amico di Umberto Eco ed Edoardo Sanguineti, Angelo Guglielmi. Che a sorpresa tirò fuori un programma dopo l'altro. Chi l'ha visto, affidato a Guzzanti padre, che ancora oggi sopravvive nelle mani di un'ex del Tg3, Federica Sciarelli.

Mi manda Lubrano, destinato poi a lanciare pure Marrazzo, atteso da ascese e cadute politiche. Esperimenti riusciti come Blob e altri di dubbio gusto come Cinico tv. Piero Chiambretti, vestito da postino, recapitava lettere agli indagati di Tangentopoli e una volta pure al Cossiga nel pieno delle esternazioni («il presidente mi ha dominato» riconoscerà lui). E Fabio Fazio a Quelli che il calcio mandava Paolo Brosio, non ancora folgorato dalla Madonna di Medjugorje, a chiedere ai newyorkesi attoniti dove mai andassero d'inverno le anatre di Central Park.

Poi c'era la satira. La tv delle ragazze di Serena Dandini lanciò Francesca Reggiani, Cinzia Leone che faceva il verso a Daniela Fini ancora sposata a Gianfranco non ancora divenuto sincero democratico, Stefano Masciarelli che evocava il Maurizio Mosca del Processo del lunedì, Maurizio Crozza che aveva ancora qualche capello ma già duettava con Carla Signoris. E i figli di Guzzanti. Corrado demoliva Rutelli, presentandolo come un Alberto Sordi minore: «A Silvio, ricordate degli amici...». E Sabina prendeva di mira i due cattivi: Berlusconi e D'Alema. Anzi, «Dalemoni».

Occhetto fu da Raitre molto coccolato: l'Amazzonia, Chico Mendes, la sinistra dei club, le autocritiche da Santoro con le lacrime agli occhi e il baffo fremente per le tangenti rosse. D'Alema fu sempre malvisto, con alcune eccezioni: l'altra salernitana Lucia Annunziata, pur proveniente dal movimento a sinistra del Pci, e Bianca Berlinguer, anche per ragioni dinastiche. A D'Alema non fu mai perdonata la Bicamerale e la ciambella di salvataggio lanciata a Berlusconi.

Il gusto per il kitsch, il senso della merce, il feeling con il telespettatore-consumatore: già prima della discesa in campo, il Cavaliere era l'arcinemico. Balassone lo paragonò al serial killer del Silenzio degli innocenti, che nella scena finale, mentre Jodie Foster brancola nel buio, grazie agli occhiali per la visione notturna ci vede benissimo.

Dal canto suo, Berlusconi non ha mai nascosto di detestare due cose al mondo più di ogni altra: il Pci e la tv pubblica. Logico che la sinistra televisiva diventasse la sua ossessione, dall'editto di Sofia all'epurazione milionaria dell'altro ieri. Ma, nonostante i vari tentativi (Socci, Masotti, Paragone, Sgarbi), un vero anti Santoro Berlusconi non l'ha mai trovato; al punto da prendersi a Mediaset, per una breve stagione, quello vero.

A Raitre c'era anche il Giuliano Ferrara di Linea rovente. E fu proprio lui a definire Telekabul il Tg3 di Sandro Curzi. «Pessimo giornalista, grande direttore» secondo la definizione di Guglielmi. Il telegiornale de sinistra dava spazio non solo a Cossutta e a Bertinotti, ma pure alla Lega e al Msi; alle forze antisistema, ma più in generale a quanto di nuovo accadeva nel Paese. E se Santoro si collegava con le piazze del Sud, Lerner prima fece Profondo Nord, poi nell'estate del '92, in vacanza a New York, ricevette una telefonata di Guglielmi e Balassone che gli proponevano una striscia quotidiana: era Milano Italia e avrebbe raccontato la fine di un mondo, in parallelo con il settimanale satirico Cuore di Michele Serra, oggi autore di Fazio.

Poi è venuto il tempo delle guest star, Travaglio e Saviano. Alla fine la dicotomia imposta da Berlusconi - o con me o contro di me - ha fatto sì che fossero considerati di sinistra non solo il talk di Giovanni Floris e quello di Lilli Gruber - divenuta anche europarlamentare come pure Santoro e Sassoli - ma pure Mentana, fondatore del Tg5, e la Bignardi, che aveva condotto (molto bene peraltro) la prima edizione del Grande fratello. E ora che l'era di Berlusconi volge al tramonto, anche la sinistra Rai si prepara a uscire di scena. O a traslocare nel terzo polo, che non si chiama più Telesogno ma La7; e sarebbe davvero una nemesi se a comprarla - come dicono tutti, anche se probabilmente non accadrà mai - fosse Carlo De Benedetti, con i soldi del Cavaliere.


Aldo Cazzullo
08 giugno 2011



I Bronzi di Riace trasformati in bulli

Corriere della sera

Dal sito della Regione: «questa prima parte della campagna promozionale è costata 2,5 milioni di euro»




«Ritirate quello spot: ci danneggia!». I bronzi di Riace in versione «giovanottoni volgarissimi e abbronzati» che nella pubblicità della Calabria fanno «pari montagna, dispari mare» mostrando chiappe e pudenda come due bulli di un club nudista, hanno lasciato molti calabresi a bocca aperta: «Ma è questo il modo di trattare due capolavori?».
Tutto è cominciato con un corsivo su il Quotidiano della Calabria che consigliava al presidente della Regione Giuseppe Scopelliti: «La Calabria è troppo bella per essere manipolata maldestramente al fine di farne uno spot. Poche immagini di questa terra straordinaria e delle sue opere valgono più di un brutto messaggio pubblicitario in cui si deturpano anche i Bronzi di Riace».

Ma era solo l'inizio. Il giorno dopo, il calabrese Salvatore Settis, che da anni difende l'onore dei calabresi nel mondo non con le chiacchiere o le ire funeste dettate da campanilismo permaloso ma dirigendo prima il Getty Center di Los Angeles e la Scuola Normale di Pisa, poi insegnando al Prado o presiedendo oggi il Consiglio scientifico del Louvre, ha fatto a pezzi ancora sul giornale diretto da Matteo Cosenza la scelta di «calabresizzare» i Bronzi. Spingendosi perfino, udite udite, a chiedersi: e se avesse ragione Galan?

Al grande archeologo, la campagna ideata da qualche genio della pubblicità non è piaciuta affatto: «Lo spot che arrossendo di vergogna ci toccherà vedere in tv nelle prossime settimane esibisce i due venerandi Bronzi trasformati in giovanottoni volgarissimi e abbronzati, degni del seguito di Cetto La Qualunque, che fanno a pari e dispari esibendo chiappe e quant'altro».
Lo dicesse un settentrionale come Vittorio Sgarbi (durissimo nello stroncare le rivendicazioni d'inamovibilità e «calabresità» delle statue: «I Bronzi sono dello Stato!») o Giancarlo Galan, reo di avere messo in dubbio il modo in cui i Bronzi sono valorizzati (un terzo dei visitatori a pagamento rispetto agli ippopotami dello zoo di Pistoia) apriti cielo! Basti ricordare la reazione dell'Ordine degli avvocati di Catanzaro alla denuncia dell'esame di abilitazione in cui 2.295 compiti su 2.301 (tutti meno sei) degli aspiranti avvocati erano stati copiati parola per parola: «La ferocia demolitrice con cui la stampa, la radio e la televisione hanno aggredito tutta la città di Catanzaro...». Guai, se un'obiezione arriva dal nord del Po. Fatta invece da un grande calabrese, chissà che la denuncia non faccia pensare...


Tanto più che Settis affondava il coltello ricordando la quantità di potenziali turisti che sarebbero stati (sgradevolmente) raggiunti: «Secondo la dichiarazione del presidente Scopelliti sarebbe "un segnale di cambiamento, per fare del turismo una fonte di ricchezza". E infatti, risulta dal sito della Regione, "questa prima parte di campagna utilizza risorse per 2,5 milioni di euro". Complimenti a chi li ha intascati: ma questo uso irrispettoso e volgare dei Bronzi rischia di dar ragione a chi, come il ministro Galan, dice che la Calabria non li merita».
Tanto più che, spiega Settis al Corriere, «la nave che portava i Bronzi, molto probabilmente attici o peloponnesiaci e strappati dalle loro basi durante una razzia, affondò casualmente davanti a Riace ma avrebbe potuto affondare da qualsiasi altra parte. Esattamente come l'«Apollo di Piombino», una scultura greca di Rodi trovata nel mare di Populonia che se fosse recuperata oggi non sarebbe al Louvre ma a Piombino. O come l'«Atleta di Fano» attribuito a Lisippo e trovato davanti alla costa delle Marche: mica è marchigiano! Allo stesso modo, del resto, l'«Auriga di Delfi» forse fu fatto da uno scultore reggino...».

Non bastasse, il giorno dopo ecco intervenire la Confindustria calabrese per bocca di Giuseppe Nucera. Letale: «L'anteprima dei Bronzi animati è stata presentata a febbraio alla Bit di Milano. Sono state più le critiche che gli apprezzamenti e ci aspettavamo che l'esperimento sarebbe stato archiviato, come tanti altri di scarso successo. Riproporre su vasta scala uno spot di pessimo gusto è alquanto discutibile». Titolo del pezzo: «Ritirate lo spot sui Bronzi. Ci danneggia». Appello sottoscritto dall'archeologo (lui pure calabrese) Battista Sangineto. Che dopo avere citato Antonio Albanese definendo lo spot «qualunquemente autodenigratorio» dice che in quel filmino i nobili bronzi sembrano dei «tamarri». Peggio: «Assomigliano molto, nel tratto grafico e nell'ispirazione vagamente omoerotica, ad alcuni fumetti pornografici che, negli anni 70, avevano come protagonisti proprio i due Bronzi, all'epoca più famosi della Gioconda del Louvre». Implorazione finale: «Presidente Scopelliti, ritiri questa grottesca pubblicità».

Non fatichiamo a immaginare le reazioni: «Uffa!». Il guaio è che, come denuncia nel libro Statale 18 il calabrese Mauro Minervino, le ruspe se ne infischiano di quanto trovano scavando e chissenefrega se sotto c'è una necropoli. Però i nomi antichi ed evocativi delle elleniche Terina e Temesa piacciono assai come «claim di lusso» ai vandali del cemento «tutti in vena di citazioni classiche». Ed è tutto un fiorire di «Residence Magna Grecia», «Costa degli dei», «Appartamenti Olimpo», «Hotel Talao», «Ristorante Poseidon» che spuntano da ogni dove lungo una costa che, dice uno studio della stessa Regione, ha una casa abusiva ogni 150 metri. La sintesi è in un rapporto di Legambiente: la Calabria occupa un ventesimo del territorio nazionale e vi risiede un ventottesimo della popolazione ma ospita un settimo di tutte le illegalità nel ciclo del cemento.
Una situazione disperante, che tuttavia non ha insegnato molto a un pezzo della società calabrese. Basti ricordare che, a sostegno del demenziale «Europaradiso», lo spropositato mega villaggio più grande del Mediterraneo che un faccendiere estero appoggiato da ambienti ambigui vorrebbe costruire alle foci del fiume Neto, uno dei pochi «eden» ancora intatti della (ex) magnifica costa calabrese, è nato un comitato («Europaradiso o rivolta!») che si è spinto a fare una locandina surreale. Dove un signore barbuto punta il dito come lo zio Sam nei notissimi manifesti americani: «Voglio te!» E chi è quel signore in tunica? Pitagora! Pi-ta-go-ra!!! Ma è così che si attirano i turisti? O difendendo piuttosto le coste dagli Attila del calcestruzzo?

Gian Antonio Stella
08 giugno 2011

Tra gli scaffali della Vaticana spunta il manoscritto dell'Etica di Spinoza

di Pier Francesco Borgia


Grazie al lavoro di ricerca di una studiosa del Cnr e di un professore olandese è stato portato alla luce il testo autografo del filosofo olandese.



Le biblioteche, soprattutto quelle grandi, ricche e prestigiose come la Vaticana di Roma, sono sempre in grado di svelare tesori inestimabili. L'ultima «scoperta» si deve a una ricercatrice italiana e a un professore olandese che tra i codici della Vaticana hanno trovano nientemento che l'unico manoscritto esistente dell'«Etica» di Baruch Spinoza. Il ritrovamento si deve a Pina Totaro, ricercatrice del Cnr, e a Leen Spruit, professore di storia della filosofia all'università «La Sapienza» di Roma.

Il testo, copiato da Pieter van Gent, amico di Spinoza, e portato a Roma dal celebre anatomista danese Niels Stensen (anch'egli conoscente del filosofo olandese di famiglia ebraica), che lo consegnò all'Inquisizione dopo la sua conversione al cattolicesimo, costituisce la prima e l'unica versione manoscritta attualmente nota del capolavoro spinoziano, l'«Etica more geometrico demonstrata».
Il manoscritto datato 1675 verrà pubblicato presso la casa editrice olandese Brill di Leiden, che ha annunciato l'eccezionale scoperta. Le varianti del manoscritto forniranno ulteriori materiali per la preparazione della nuova edizione critica delle opere di Spinoza in corso a Parigi sotto la direzione di Pierre-François Moreau. Finora le edizioni dell'«Etica» di Spinoza si appoggiavano su testi postumi. L'«Etica» spinoziana fu pubblicata nel 1677, l'anno della morte del suo autore, in due versioni: l'originale in latino, all'interno della raccolta «Opera Posthuma», e in traduzione olandese nel volume «De Nagelate Schriften».

È su entrambe le edizioni postume che i tradutti dovevano basarsi, non possedendo nessun manoscritto di Spinoza, all'eccezione di qualche lettera. La scoperta compiuta nella Biblioteca Vaticana, dove il manoscritto arrivò nel 1922 dagli Archivi dell'Inquisizione, rivoluzionerà gli studi spinoziani. Nel manoscritto è infatti possibile osservare le correzioni, essenzialmente stilistiche, che furono effettuate per le due pubblicazioni del 1677.



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Ylenia Carrisi è viva a New Orleans»

Corriere della sera



Scomparsa nel 1994, ora avrebbe 40 anni e sarebbe in un convento. La polizia: «Nuovi indizi, indagine in corso»


dal nostro corrispondente  ALESSANDRA FARKAS



Al Bano con le foto della figlia (da Freizeit Revue)
Al Bano con le foto della figlia (da Freizeit Revue)
NEW YORK – «Ylenia Carrisi è viva». A rilanciare la tesi, cui il 53enne giornalista di nera Roberto Fiasconaro ha dedicato non uno bensì tre libri, è l’ultimo numero del settimanale tedesco Freizeit Revue, che pubblica un’intervista al capo della polizia di New Orleans Warren J. Riley secondo cui la primogenita di Al Bano e Romina Power scomparsa a New Orleans nel 1994 si troverebbe a Sant'Anthony’s, convento greco-ortodosso di Phoenix, in Arizona. Il settimanale pubblica anche le foto del convento e una simulazione al computer di come Ylenia dovrebbe apparire oggi, a 40 anni.


NUOVI INDIZI - A confermare la tesi è la detective della squadra omicidi del New Orleans Police Department Gwen Guggenheim: «Abbiamo nuovi indizi su dove si trova Ylenia», dichiara alla Freizeit Revue, «anche se non possiamo fornire ulteriori dettagli, visto che l’indagine è ancora in corso». A mettere gli inquirenti sulla pista del St. Anthony’s sarebbe stata la medium di Amburgo Casia Chayenne, che però si sarebbe limitata a confermare i sospetti di Frank Crescentini, lo 007 di Las Vegas che ha rivelato lo scoop in un libro, poi mai uscito. La polizia americana ha però le mani legate: poiché non c’è alcun procedimento penale a carico di Ylenia, il monastero non è tenuto a rivelare l’identità dei suoi ospiti, che godono della massima protezione.

SOSPETTI - Ad accrescere i sospetti è anche il centralinista del convento Frate Samuel. Rispondendo al reporter del giornale tedesco, il religioso ha confermato che «due giorni dopo la telefonata della polizia, una donna che lavorava in giardino ha lasciato in tutta fretta il monastero. Era turbata», spiega Padre Samuel, «ha detto che voleva andare in Asia». Contattata dal Corriere, la Guggenheim non conferma e non smentisce l’articolo, limitandosi a dire che «il caso è ancora aperto perché Ylenia Carrisi non è mai stata ritrovata». Anche se mamma Romina può continuare a sperare di riabbracciarla, resta il dilemma: se Ylenia è davvero viva, perché e da chi sta scappando? Una domanda alla quale solo lei può rispondere.

07 giugno 2011(ultima modifica: 08 giugno 2011)



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