lunedì 6 giugno 2011

Santoro lascia la Rai: è divorzio

Corriere della sera

Viale Mazzini annuncia:«Risolto il rapporto»


MILANO - La Rai e Michele Santoro divorziano e «hanno convenuto di risolvere il rapporto di lavoro, riservandosi di valutare in futuro altre e diverse forme di collaborazione». È quanto si legge in una nota di Viale Mazzini. «Rai e Michele Santoro - prosegue la nota - hanno inteso definire transattivamente il complesso contenzioso - da troppo tempo pendente - altrimenti demandato alla sede giudiziaria. Si è ritenuto infatti di far cessare gli effetti della sentenza del Tribunale di Roma, confermate in appello, in materia di modalità di impiego di Michele Santoro, recuperando così la piena reciproca autonomia decisionale».

LA STAGIONE AUTUNNALE - Nel tardo pomeriggio era prima trapelato che nei palinsesti della prossima stagione autunnale non compariva la trasmissione di Michele Santoro, Annozero. In mattinata c'era stato l'incontro tra il vice direttore generale Antonio Marano, responsabile per l'offerta televisiva, con i direttori di Rai1, Rai2 e Rai3. E a quanto ancora si apprende, il programma di Michele Santoro era previsto nel progetto di Liofredi, direttore di Rai2. In sede però di confronto in Cda, con l'intero dossier palinsesti nelle mani del direttore generale Lorenza Lei, Annozero non risultava presente. Un'ora dopo si è capito il perché: Santoro e la Rai hanno scelto strade diverse e hanno deciso di non lavorare più insieme, senza escludere però collaborazioni future.

IL PASSAGGIO A LA7 - È molto probabile a questo punto che il conduttore passi a La7. A quanto riferisce l'Agi la trattativa con La7 sarebbe a un livello tale da essere definita seria e non un semplice pour-parler o un primo studiarsi a vicenda: molti punti chiave sarebbero già stati fissati circa un eventuale arrivo di Santoro alla rete. Ma non del tutto rimossa è l'ipotesi che Santoro resti a gravitare nella galassia Rai, ovvero avviare un accordo di collaborazione tra l'azienda pubblica radiotelevisiva e il conduttore, e su questo innestare l'avvio o il proseguimento di programmi targati Santoro. Tra l'altro nei giorni scorsi era stata sollevata dal consigliere Rizzo Nervo l'ipotesi di prevedere una sorta di clausola di non concorrenza per un periodo, ad esempio un biennio, come di solito avviene nelle aziende da cui manager di prima fascia si congedano per proseguire altrove la propria attività. Michele Santoro ha convocato una conferenza stampa per domattina alle 11 allo Studio 3 di Via Teulada, ufficialmente per fare il punto di fine stagione, ma è evidente che parlerà del suo futuro e di quello di Annozero


«EDITTO BULGARO»- «È chiaro a tutti che Michele Santoro va via perchè considerato dai vertici Rai come ospite sgradito nonostante il suo grande successo del 21% di share fisso in un canale che di media raggiunge l'8%. È una scelta suicida da parte dei vertici aziendali, che va contro la volontà degli italiani e contro la qualità del servizio pubblico radiotelevisivo». Lo afferma il portavoce dell'Idv Leoluca Orlando. «È evidente - aggiunge - che in Rai vige ancora «l'Editto Bulgaro» nei confronti di giornalisti come Santoro e di altre libere trasmissioni.

GLI ALTRI PALINSESTI - Per il resto, nelle proposte del Dg portate al Cda in corso a Viale Mazzini, risultano poche modifiche rispetto a quelle portate dai direttori di rete: un nodo riguarderebbe lo spostamento di «Che tempo che fa» di Fabio Fazio al lunedì, come chiesto dal direttore di Raitre Paolo Ruffini. Ma rimane ancora molta incertezza sugli altri contratti da rinnovare («Parla con me» di Serena Dandini, «Report» di Milena Gabanelli e Giovanni Floris per «Ballarò»), seppure i programmi figurino in palinsesto.

Redazione online
06 giugno 2011

Poste Italiane, servizi ancora a singhiozzo Richiamo dell'Agcom: «Inaccettabile»

Corriere della sera

Ancora blocchi negli uffici postali dopo il black out di 4 giorni. Tour per la città a caccia dell'attesa più breve. E l'azienda apre tavolo di conciliazione con consumatori


ROMA - «Ormai stiamo tornando alla normalità», sorride il direttore dell'ufficio postale di Piazza San Silvestro a Roma, Franco Menicocci, uno dei più importanti della Capitale. E orgoglioso mostra clienti e impiegati impegnati agli sportelli all'interno del bel palazzo nel cuore del centro storico. Ma il lunedì mattina dopo il caos non è tutto così «normale». Code e lunghe attese aspettano ancora chi entra negli uffici postali. «Ho trecento numeri davanti a me», mostra il suo biglietto appena preso una ragazza alla macchinetta distributrice.


TOUR DEGLI UFFICI - E racconta di aver girato, con il fidanzato, almeno 3 uffici in questa mattinata romana di ritorno alla normalità. Lei, che da mercoledì scorso prova a ritirare dei contanti dal suo libretto postale. Ma è incagliata, insieme con migliaia di italiani, nel nuovo software Ibm adottato da Poste Italiane che ha mandato in tilt tutto il sistema per 4 giorni. Impossibile pagare, impossibile ritirare, impossibile fare qualsiasi cosa. E lunedì mattina un brivido ha percorso gli utenti di molti uffici gialloblù di Roma (ma anche del resto d'Italia): un po' prima delle 10 si è replicato. «Tutto bloccato - spiegavano gli impiegati agli sportelli - non possiamo fare niente, il server è andato ancora in tilt».

E a server ripartito, sospiravano: «Speriamo che non succeda ancora, non sappiamo cosa fare». Ma la rabbia di anziani, giovani, casalinghe e professionisti s'è fatta sentire. In coda, agli sportelli, nelle sale d'attesa, con i poveri impiegati inattivi, e anche fuori. Un pensionato davanti all'ufficio Roma 42 di corso Vittorio esplode: «Da giorni provo a pagare un vaglia, non è possibile, chi ci risarcisce dei ritardi? La mora la pagano loro?». In centro come in periferia. «Non si riesce a fare neanche una raccomandata - racconta un assiduo frequentatore degli uffici postali -: siamo all'inizio del mese, un momento caldissimo per pagamenti e pensioni».

ASSOCIAZIONI CONSUMATORI - Già nei giorni scorsi, le associazioni dei consumatori si erano attivate per chiedere una sorta di risarcimento danni. E proprio lunedì arriva la notizia che Poste Italiane hanno accolto la richiesta del Codacons di aprire un tavolo di conciliazione finalizzato a risarcire gli utenti danneggiati dai disagi informatici dei giorni scorsi. «Il meccanismo - spiega l'associazione - sarà analogo a quello avviato da Autostrade per l'Italia per indennizzare gli utenti bloccati dalle strade ghiacciate lo scorso dicembre.

Invitiamo i cittadini che nei giorni scorsi hanno avuto problemi con i servizi postali a conservare tutte le prove dei disagi subiti, come ad esempio bollette, fatture, e contravvenzioni scadute - spiega il presidente Carlo Rienzi - documenti utili per dimostrare i danni materiali legati al disservizio». E aggiunge: «A seguito della scelta di Poste Italiane, abbiamo deciso di bloccare le citazioni dinanzi al Giudice di Pace che il nostro ufficio legale stava ultimando, e stiamo per pubblicare sul blog www.carlorienzi.it un modulo che i cittadini possono utilizzare per ottenere l'indennizzo dall'azienda».

POSTE ITALIANE - Il direttore delle Poste di Piazza San Silvestro Menicocci però rassicura: «Sì, nei giorni scorsi c'è stato qualche disagio, e anche stamattina (lunedì, ndr) abbiamo avuto dei problemi sul server che hanno creato dei rallentamenti, però ora stiamo tornando alla normalità, ci sono le file da smaltire, molti clienti si sono accumulati dai giorni scorsi, ma anche la settimana scorsa molti uffici sono rimasti aperti oltre l'orario per venire incontro agli utenti e oggi ho invitato chi era in attesa a far passare avanti ler persone più anziane così da ridurre i disagi dovuti alle lunghe code». Chi arrivava lunedì mattina intorno alle 11, si trovava davanti una media di duecento persone.

«DISSERVIZIO INACCETTABILE» - E interviene il commissario di Agcom Gianluigi Magri: «Non è accettabile il perdurare dell'incredibile disservizio che sta ancora paralizzando gran parte del sistema informatico di Poste Italiane. Non è accettabile che tali problemi perdurino e non è accettabile che non vi sia una chiara disanima degli avvenimenti individuando le specifiche responsabilità. Nell'era della tecnologia e della comunicazione simili incredibili episodi minano non solo la capacità di garantire un pubblico servizio, ma anche la credibilità di chi dovrebbe garantirlo».

Claudia Voltattorni
cvoltattorni@corriere.it
06 giugno 2011

Il gattino ha gli incubi: la mamma lo coccola. Ecco il video che emoziona il web

Il Mattino


Milioni di visualizzazioni su YouTube per il video che mostra un gattino ripreso nel bel mezzo di un incubo. Nel filmato, pubblicato in rete qualche giorno fa, si vede il cucciolo coccolato dalla mamma che lo stringe forte a sé.




Giovedì 02 Giugno 2011 - 21:49    Ultimo aggiornamento: 22:18



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Iran, aereo si schianta a terra tragedia filmata

Il Mattino


EHERAN - A più di un anno e mezzo dalla tragedia area in cui morirono sette persone, arriva on-line un filmato, ripreso dalla telecamera di un altro velivolo, che riprende il drammatico esito di un aereo iraniano. Era il 22 settembre 2009, quando il veicolo, un IL-76MD "Simogorh", appare nell'inquadratura quando sta già precipitando, con le scie di fumo che fuoriescono dai motori in avaria. La telecamera segue la traiettoria dell'aereo fino all'inevitabile schianto al suolo, seguito da una fragorosa esplosione. Nell'incidente morirono tutti e sette i membri dell'equipaggio.



Lunedì 06 Giugno 2011 - 13:25    Ultimo aggiornamento: 13:26



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Vienna , la macchina fotografica da 1 milione di euro

Corriere della sera


Collezionista cinese compra a un'asta una Leica del 1923



Se l’è aggiudicata un anonimo collezionista cinese che ha sborsato 1,32 milioni di euro trasformandola velocemente nella macchina fotografica più costosa di sempre. Lo scorso 28 maggio a Vienna è stata battuta all’asta dalla galleria Westlicht una splendida Leica modello 0, numero di serie 107, prodotta nel lontano 1923. Nonostante i quasi 90 anni d’età, questa fotocamera è in ottimo stato e funziona perfettamente. La cifra raggiunta dall'asta ha impressionato anche gli organizzatori che prevedevano d'incassare al massimo 500.000 euro



COLLEZIONISTI DA TUTTO IL MONDO - Prodotta in appena 25 esemplari, questa Leica è anche la prima macchina fotografica della nota marca tedesca a essere stata esportata negli Stati Uniti per essere brevettata. Nel 1925, l'azienda Leitz di Wetzlar, una città di circa 50.000 abitanti nell'Assia tedesca, cominciò a commercializzarla e in poco tempo il modello rivoluzionò il mondo della fotografia grazie alla sua particolare leggerezza e alla singolare capacità di catturare la luce naturale. La fama leggendaria del marchio tedesco e la qualità tecnica del prodotto hanno fatto arrivare a Vienna decine di collezionisti da tutto il mondo che a colpi di rialzi hanno tentato di aggiudicarsi questo gioiellino. Alla fine l'ha spuntata un collezionista cinese, che visto l'alto prezzo raggiunto dall'asta, ha preferito che le sue generalità non fossero rese pubbliche. Il precedente record mondiale apparteneva a un dagherrotipo francese (la prima macchina a sviluppare fotografie non riproducibili) del 1839, prodotta dall'inventore francese Louis Jacques Mandé Daguerre che l'anno scorso era stata battuta all'asta per 732 mila euro

COMMENTI – Una Leica serie 0 già era stata battuta all'asta nel 2008 dalla stessa galleria Westlicht e a conquistare il prezioso modello era stato un europeo che al tempo sborsò “appena” 320.000 euro. A distanza di solo 3 tre anni il valore dello stesso modello è quasi quadruplicato: «Noi stessi siamo rimasti sorpresi - dichiara a Le Monde il gallerista Peter Coeln - anche se negli ultimi anni i prezzi sono aumentati significativamente sotto la pressione dei collezionisti cinesi» La portavoce della galleria Karin Mueck conferma al tabloid britannico Daily Mail che questa Leica è davvero un pezzo unico: «È l'unica macchina fotografica che ha inciso sulla parte superiore la parola Germania. Inoltre, come confermano i documenti della fabbrica che l'ha prodotta, essa fu inviata a New York per ottenere il brevetto, quindi non è solo una delle migliori macchine fotografiche esistenti, ma è anche la prima Leica ad essere stata esportata nella storia».

Francesco Tortora
06 giugno 2011



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Sindone, scoperta choc: spunta la firma di Giotto

di Redazione

Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta



Roma - Non l’autentico sudario del Cristo e nemmeno l’opera di Leonardo, come qualcuno ha azzardato. Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, perfettamente in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta. A sostenerlo è uno studioso veneto, Luciano Buso, pittore e restauratore, che da tempo rivendica la scoperta di una tecnica di scrittura nascosta usata dai pittori dell’antichità e tramandata di bottega in bottega fino quasi ai giorni nostri come sorta di incancellabile autentica delle opere.

Usata da Raffaello, Leonardo, Giorgione, sostiene Buso, quella tecnica "antifalsari", nata per criptare firme e date nelle pieghe della pittura era conosciuta anche molto tempo prima dal grande Giotto. Che anzi, a dire del restauratore trevigiano, si sarebbe divertito a nascondere miriadi di scritte in tutte le sue opere, dal ’Dono del mantellò della Basilica di Assisi alla Strage degli innocenti della cappella degli Scrovegni di Padova. L’analisi della Sacra Sindone - che Buso precisa di aver fatto studiando foto ufficiali, nitidissime, avute dall’Arcidiocesi di Torino - avrebbe portato alla scoperta, nel telo, di quella stessa firma tante volte identificata negli affreschi del Sommo Pittore. 

"La stessa grafia, lo stesso modo di apposizione delle scritte celate, lo stesso modo grafico di esecuzione del numero 15 che tempo addietro evidenziai nei dipinti di Giotto", scrive Buso nel piccolo volume che illustra e documenta la sua tesi (Acelum Editore, pp.32 Euro 18). Anzi. Nel sacro lenzuolo, fa notare Buso, la scritta "Giotto 15", che starebbe per Giotto 1315, sarebbe ripetuta tantissime volte, nel volto e prima delle mani incrociate del Cristo, in un caso anche a formare una lunga croce. Quindi Giotto avrebbe dipinto la tela e senza nessuna intenzione di dolo, tanto da firmarla in un cartiglio a forma ottagonale, schiacciato, appena sotto il mento del Cristo. 

Probabilmente, azzarda Buso, si trattò di un rifacimento della Sindone "eseguito su commissione perchè il vecchio lenzuolo doveva essere in pessime condizioni". Nessun falso, quindi, "solo il rifacimento fisico del telo, chiesto ad uno dei più noti e bravi pittori dell’epoca medievale", scrive lo studioso, sottolineando che a riprova della paternità dl pittore toscano c’è anche la grande affinità iconografica di particolari delle braccia, delle mani e delle gambe del Cristo con i vari personaggi raffigurati da Giotto nei suoi affreschi. La Sindone, conclude, "è stata e sarà sempre uno tra i più significativi simboli religiosi della cristianità, al di là del suo rifacimento da parte da parte del grande Giotto".



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Brasile, Cesare Battisti potrebbe tornare libero entro questa settimana

di Redazione


Accusato di quattro omicidi, l'ex terrorista dei Pac potrebbe tornare libero entro pochi giorni se il Tribunale Supremo Federale deciderà che l'ultima parola spetta al presidente. I giudici si riuniscono mercoledi



Fra pochi giorni potrebbe essere un uomo libero. La sorte di Cesare Battisti si deciderà entro la fine di questa settimana. I giudici del Supremo Tribunal Federal mercoledi esamineranno tutte le carte e prenderanno una decisione sull'estradizione. Sarà la sentenza definitiva. Anche se i parenti delle vittime dell'ex terrorista italiano fanno sapere di essere pronti a dare battaglia per protestare contro l'eventualità di un colpo di spugna. Tecnicamente cosa accadrà? L’alta corte brasiliana, che l’8 

novembre 2009 si era pronunciata in favore dell’estradizione di Battisti, dovrà decidere se accettare o meno la direttiva fornita da Lula nell’ultimo giorno del suo mandato: l'ex presidente Lula, che scelse di confermare il parere del suo ministro della Giustizia, Tarso Genro, negando così l’estradizione di Battisti. Uno degli avvocati dell'ex membro dei Pac (Proletari armati per il comunismo), Renata Saraiva, ha fatto visita a Battisti nel carcere di Papuda: sul quotidiano O globo si legge che Battisti continua a prendere antidepressivi ed è molto ansioso. 

A questo punto appare difficile che il Supremo Tribunal riveda la scelta di lasciare l'ultima parola al presidente: negli ultimi giorni in Brasile si è largamente diffusa l'impressione che Battisti stia per essere liberato. Se ciò dovesse avvenire l'ex terrorista italiano potrebbe lasciare il carcere di Papuda, alla periferia di Brasilia, già venerdì. O al massimo entro il fine settimana. Anche se libero, comunque, Battisti perderebbe  lo status di rifugiato politico e sarebbe, a tutti gli effetti, un immigrato irregolare. Proprio per questa ragione dovrebbe restare a disposizione delle autorità brasiliane, ai domiciliari, in attesa di una regolarizzazione. 

Qualcuno dice che potrebbe darsi un'altra volta alla macchia cercando un nuovo posto dove andare a vivere. Ma al riparo dall'estradizione sarebbe comunque un rischio abbandonare il Brasile... I parenti di alcune delle vittime di Battisti (che com'è noto è stato condannato per reati comuni, oltre che per terrorismo), sono tutt'altro che ottimisti sull'esito della vicenda. Nonostante questo, però, vogliono dare battaglia. Sono pronti a fare causa allo stato brasiliano e forse anche contro quello italiano.




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Santoro, Fazio & C, lasciamoli a 'La 7': Mamma Rai li vizia? Facciamoli scappare.

Libero




Vogliono andarsene? E che se ne vadano, una buona volta, vedremo così se smetteranno di lamentarsi. Vedremo che ascolti rimedieranno, non potendo più contare sulla pubblicità gratuita offerta dal giochino del martirio mediatico.  Riportiamo la dichiarazione di Giovanni Stella, in arte il Canaro, amministratore delegato di La7, dal Fatto Quotidiano: «Uno o due fra Michele Santoro, Milena Gabanelli, Giovanni Floris e Fabio Fazio verranno a La7».  Fortemente indiziati sarebbero proprio Santoro e uno fra Fazio e Floris. Bene, che aspettano? Ufficialmente, le decisioni della Rai in merito alla riconferma di programmi come Che tempo che fa, Vieni via con me e Annozero. In più, San Michele Martire attende il responso della Cassazione sul ricorso che Viale Mazzini ha presentato contro il suo reintegro (in arrivo mercoledì).

Questi signori, in realtà, hanno in mento di giocarsi l’ultima carta disponibile nella loro carriera di piagnoni. E intendono approfittare della convenienza politica. Nelle loro trasmissioni, infatti, gioiscono per la fine di Berlusconi, sostengono che il Cavaliere è prossimo al crollo, ma temono l’eventuale giorno del giudizio. Se davvero arrivasse al governo la sinistra, sarebbero guai. Non solo non potrebbero più agitare lo spauracchio del fascismo di ritorno incarnato nella persona del Cavaliere, uscendone penalizzati nell’audience.

Ma dovrebbero stare molto attenti a quel che mandano in onda. I progressisti si che sanno censurare e lo hanno già fatto, prendendo per i fondelli pure Enzo Biagi, che non riottenne mai lo spazio che gli fu tolto dal famigerato editto bulgaro (con opportuna buonuscita). Dunque a Michele, Travaglio, Gabanelli e soci non resta che disperarsi un’ultima volta, lasciare mamma Rai magari dietro faraonico compenso e collocarsi sulla settima rete con tutti i vantaggi: se anche dimezzassero il pubblico, sarebbero comunque le star indiscusse e potrebbero ripetere ad libitum la solfa «ce ne siamo andati in cerca di maggiore libertà».

La verità è che i sultani del video sono degli ingrati. È la Rai che ora intendono ripudiare ad aver concesso loro totale libertà di sparare a zero contro gli avversari politici - basta guardare l’ultima messa in onda di Annozero sul nucleare - con ottimo supporto di uomini e mezzi. Qualsiasi richiamo all’ordine e a un minimo di pluralità necessaria per il servizio pubblico è caduto nel vuoto. Sempre la Rai ha permesso a Fazio di sbattere in video Luciana Littizzetto a dire peste e corna di chiunque, a patto che fosse un esponente della Chiesa o un politico di centrodestra. La Rai ha realizzato - senza alcun cambiamento - la messa cantata di Saviano.

Ha cullato Floris quando agli inizi il suo Ballarò stentava, lo stesso ha fatto per anni con Santoro, permettendogli di crescere ed esprimere al meglio il suo innegabile talento televisivo. Con il centrodestra al governo, poi, le cose sono andate solo migliorando, poiché a questi ingrati signori è stato concesso di lagnarsi in ogni puntata, di sputare sul premier senza sanzione alcuna e pure di organizzare manifestazioni di piazza sfruttando il marchio pubblico, come a Rai per una notte. La Rai di centrodestra ha subito il ritorno forzato di Santoro, tramite una sentenza che stabiliva persino la posizione nel palinsesto del giornalista coi ricci, sempre più bianchi. Il commissario Travaglioni, ogni settimana, ha a disposizione uno spazio tutto per sé, in cui insultare senza contraddittorio.

In quale altra televisione pubblica del mondo sarebbe concesso? Nessuna. Dunque vogliono traslocare a La7? Sperano che Carlo De Benedetti, come ha ventilato lo stesso Stella, se la compri con i soldi scippati a Silvio? Ottimo, ciao belli e arrivederci a mai più. Per l’emittente di Stato potrebbe essere una buona occasione di far crescere nuovi conduttori, magari meno faziosi. Santoro cerca più libertà altrove? Vada a farsi le sue docufiction dove gli pare, e speriamo che non pretenda dai contribuenti indennizzi mostruosi come quelli ventilati la scorsa estate. Il problema è sempre quello: ogni anno i signori sinistri annunciano di volersene andare e ogni anno la Rai li riconferma, regalando loro un pulpito eccezionale per i comizi impegnati. Noi sogniamo che partano, ma sotto sotto godiamo a pensare che resteranno. Magari con un malaugurato governo di sinistra. A quel punto, ci divertiremo un sacco nel ricordargli come erano liberi quando Berlusconi era presidente del Consiglio. Ingrati.

di Francesco Borgonovo
06/06/2011




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Giappone, presentato l'Aero train: sospeso dal suolo e alimentato a energia solare ed eolica

Quotidiano.net


Il prototipo, da poco presentato a Shangahai, e’ dotato di un paio di piccole eliche che permettono di 'volare' a pochi centrimetri dal suolo, viaggerà dentro un canale per evitare interferenze del vento e toccherà i 200 km/h


Aerotrain giapponese

Tokyo, 6 giugno 2011


E' nato ‘Aero train’ il nuovo treno ‘volante’ giapponese che sara’ alimentato a energia solare ed eolica. Il prototipo, da poco presentato al convegno internazionale Ieee robotics di Shanghai, realizzato dai ricercatori della Tohoku university, e’ dotato di un paio di piccole eliche attaccate alla fusoliera in grado di fornire la spinta iniziale ed e’ controllato da un sistema elettronico molto sofisticato che consente di pilotarlo con precisione.

Il treno non viaggia su rotaie, ma ‘vola’ sospeso dal suolo, anche se di pochi centimetri, proprio per ridurre la resistenza offerta dall’aria e di abbattere il fabbisogno energetico del convoglio che puo’ essere alimentato solo con l’energia del sole e del vento. Il treno viaggera’ all’interno di un canale che controlli il vento evitando pericolose oscillazioni.

Il tunnel dovrebbe essere rivestito di moduli solari ai quali sara’ affidato il compito di alimentare batterie e propulsori elettrici consentendo al veicolo di muoversi. Dopo aver presentato il prototipo, i ricercatori della Tohoku university stanno ora lavorando alla realizzazione di una seconda versione del treno, molto piu’ grande del modellino presentato a Shanghai, in grado di ospitare un equipaggio e di raggiungere una velocita’ di 200 km/h.




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Soldatesse... attente: l’abuso non è reato se avviene in caserma

di Annamaria Bernardini De Pace


Un sergente aveva molestato una subordinata, ma la condanna del tribunale militare è stata annullata dalla Cassazione



Che cosa succede se, in caserma, il sergente piomba alle spalle del caporale, lo cinge con le braccia, lo attira a sé e gli stampa un vorace bacio sul collo? Nulla.
Neppure se il caporale non è consenziente? Neppure.

E se il caporale è donna e denuncia il sergente al Tribunale militare per molestie sessuali?
È possibile che il superiore, denunciato dal subalterno, sia condannato dal Tribunale militare, ma che, poi, la condanna venga annullata dalla Cassazione. Sembra difficile crederlo. Eppure, la Corte di Cassazione con sentenza del 19 maggio 2011 ha annullato la condanna per violenza su un subordinato, irrogata a un sergente che, durante un'ispezione di servizio, aveva appunto baciato un caporale donna; evidentemente male interpretando lo spirito di corpo.

Naturalmente, la recluta aveva prontamente deferito il superiore all'autorità militare. Nella convinzione che i principi etici, alla base dell'ordinamento militare, dovessero tutelarla col punire il sergente. Tuttavia l'ufficiale, dapprima condannato, aveva poi inoltrato ricorso in Cassazione e il procedimento si è così concluso con l'annullamento della sentenza militare. 

Secondo la Cassazione, il reato è da escludersi, poiché manca la correlazione tra l'attività del sergente (repentino e non condiviso bacio) e il servizio militare. Dunque, poiché il baciare sul collo e lo stringere a sé un recalcitrante caporale donna non rientrano tra le cause di servizio, c'è «assoluta estraneità della condotta posta in essere dal sergente, rispetto al grado ricoperto, alle funzioni e al servizio svolti da entrambi i soggetti coinvolti nella vicenda».

In conclusione, il codice militare si chiama fuori; anzi viene chiamato fuori dalla Cassazione giacché i fatti lamentati, considerati reato tra cittadini privi di divisa, non lo sono se avvengano tra militari. Uomini o donne, sergenti o caporali che siano. 

Il caporale si dovrà rivolgere ora all'Autorità giudiziaria ordinaria. Con buona pace di chiunque abbia mai creduto che, in caserma, una donna debba considerarsi più rispettata e protetta che fuori.
Invece, il codice militare punisce l'abuso di potere, ma non l'abuso di potenza.

Comunque sia, è inevitabile pensare che, stando così le cose, una marea di piccoli e grandi crimini - nonnismo, stalking, mobbing, molestie e, forse, stupri - siano rimasti impuniti negli anni, ove siano stati commessi in ambiente militare, dai superiori verso i subordinati, tutti garantiti, questi modi di fare, dall'art. 199 del Codice militare, che consente di escludere il reato quando il fatto non è collegato all'attività di servizio e allo sfruttamento della gerarchia.

C'è voluto, come al solito, il coraggio di una donna per svelare l'esistenza di queste condotte anomale e fare emergere, alla fine, una lacuna «disarmante» del Codice militare. Probabilmente, in passato, quando la carriera militare era monopolio degli uomini, nessuno dei molestati ha rischiato di raccontare gli affronti subiti. Probabilmente nessuno ha mai avuto la coscienza della propria dignità e dell'odiosa sopraffazione, fuori servizio, tanto da non voler superare la stereotipata barriera dell'immagine maschile: non offuscabile neppure dal doversi dichiarare vittima di qualcuno. A maggior ragione nell'ambito sessuale.

Credo, in conclusione, che questi formalismi, rigidi e antistorici, dovrebbero essere oggi superati dal legislatore, col dare al codice penale militare molta più sostanza e più vasta capacità sanzionatoria ai fatti illeciti messi in atto dagli uomini in divisa. I quali, peraltro, dovrebbero imparare, prima che a combattere contro il nemico, a combattere i propri istinti. Tutte le Forze Armate hanno, infatti, come primario obbligo, quello di onorare l'arma cui appartengono, tenendo una condotta ancora più integra e rigorosa di quella richiesta all'uomo qualunque.

Il militare che sbaglia, violando la propria vocazione etica di matrice eroica, dovrebbe, quantomeno, essere punito prima e anche dal Tribunale militare: per l'affronto arrecato alla divisa e al giuramento prestato alla Patria. Affronto ancora più squallido e offensivo per l'Arma se la vittima è una donna e l'Ufficiale non è propriamente un gentiluomo.





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Vicenza, torna Acquabomber: ragazza intossicata dall'acqua alla varechina

Il Messaggero

Cattura

VICENZA - Ha stappato una bottiglietta d'acqua minerale e dopo un solo sorso ha avvertito un forte bruciore alla gola finendo all'ospedale. È accaduto a Caldogno (Vicenza) a una studentessa che aveva acquistato la bottiglietta, che avrebbe presentato un forellino vicino al tappo, a Padova da un distributore automatico all'Università dove studia.

Un fatto che rimanda alla vicenda di Acquabomber, quando, nel 2003, i casi di intossicazione per bottiglie d'acqua manomesse aveva interessato molte località del paese. Nel caso della ragazza di Caldogno, dopo l'acquisto, la bottiglia è rimasta inutilizzata qualche giorno per poi essere aperta a casa. Subito il bruciore e la conferma, da parte dei genitori che hanno annusato l'acqua, che c'era della varechina. Alla giovane i medici dell'ospedale di Vicenza hanno diagnosticato una intossicazione e la bottiglia è stata inviata agli esperti per gli esami del caso.

Domenica 05 Giugno 2011 - 22:10    Ultimo aggiornamento: 22:13

Poste italiane di nuovo nel caos: computer senza linea, niente pensioni

Il Mattino


Proseguono i malfunzionamenti, lunghe code e disagi per gli anziani in attesa del pagamento delle pensioni






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Cartelli di protesta contro un sacerdote, 20 ragazzi irrompono in chiesa

Il Giorno

I giovani, forse legati ai centri sociali, sono entrati in chiesa con un cartello con scritto "Padre Alberto curati tu" e hanno interrotto la celebrazione. L'ex vicesindaco De Corato condanna il gesto



Milano, 5 giugno 2011




Singolare protesta stamani, durante la messa, nella chiesa di San Giuseppe Calasanzio in via Don Gnocchi. Un gruppo di una ventina presunti antagonisti è entrato nella chiesa durante la funzione con un cartello con scritto “Padre Alberto curati tu”, ne sono seguiti slogan contro il vescovo che celebrava messa, monsignor Marco Ferrari, vescovo ausiliario di Milano, e contro il clero in genere.

Lo racconta don Vittorio De Paoli, parroco della parrocchia di via Piero della Francesca e responsabile della Madonna pellegrina di Fatima, celebrata in questi giorni nella parrocchia di zona San Siro. “E’ stato un momento di grande paura - spiega don Vittorio -, con spintoni e tensione durante un momento sacro. Un episodio da stigmatizzare. Non sappiamo da cosa nasca la protesta di questi giovani, forse contro un prete della parrocchia, ma hanno rivolto insulti contro la chiesa e i preti in genere, una cosa molto brutta”.

L’episodio è stato riferito anche alla questura che sta facendo degli accertamenti per fare chiarezza su quanto raccontato dai testimoni. “E’ la prima volta che io ricordi un episodio di questo tipo - commenta l’ex vice sindaco Riccardo De Corato, informato da don Vittorio De Paoli dell’accaduto -, con i centri sociali che interrompono una funzione religiosa pubblica. E’un altro segnale gravissimo, dopo quanto avvenuto sotto casa mia la sera dell’elezione di Pisapia. Quelle del neo sindaco sono grida manzoniane, qua bisogna che si intervenga per evitare una escalation. Dopo che l’arcivscovo Dionigi Tetamanzi ha dato segni di apertura al centrosinistra, questo è il modo in cui questi ragazzotti hanno inteso la disponibilità della Curia”.




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150 anni dopo, Cavour resta il politico dei miei sogni

La Stampa






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Legittimo criticare il cardinale che fa politica e si schiera con Pisapia

di Magdi Cristiano Allam


Legittimo il nostro intervento su Tettamanzi: si è schierato con Pisapia, un sindaco contrario ai dogmi della fede. È arrivato il momento di privilegiare l’amore per l’Italia e per gli italiani prima ancora di preoccuparci degli immigrati



Dobbiamo ringraziare Marco Tar­quinio, il direttore dell’ Avveni­re , l’organo della Conferenza episcopale italiana, per aver ieri additato il Giornale come la voce che più di altre si eleva contro l’asse Pisapia-Tettamanzi. È stato il nostro Mario Gior­dano a denunciare come, anche nel re­cente raduno religioso di 50mila cresi­mandi nello stadio di San Siro, l’arcive­scovo di Milano non abbia perso l’occa­sione per manifestare il suo sostegno po­litico al neo-sindaco, espressione della sinistra radicale favorevole all’aborto, all’eugenetica, all’eutanasia, ai matri­moni omosessuali, alla droga di Stato, ai centri sociali, alla mega-moschea, ai pri­vilegi ai rom e agli immigrati rispetto al­le istanze dei cittadini milanesi.
Fermo restando il nostro diritto alla li­bertà d’espressione anche su temi pret­tamente religiosi, è decisamente un no­stro dovere intervenire, persino severa­mente, nel momento in cui il cardinale Tettamanzi dismette l’abito talare color rosso porpora per indossare quello del militante politico a sostegno di Pisapia come ha fatto prima, durante e dopo le elezioni amministrative. Non perché io la consideri un’indebita interferenza,es­sendo assolutamente favorevole alla presenza della voce della Chiesa nella sfera pubblica quale laico e non laicista. Personalmente, sin da quando ero anco­ra musulmano, ho difeso il Papa Bene­detto XVI quando a Ratisbona e altrove ha manifestato dall’alto del suo magiste­ro la verità in libertà, assumendo delle posizioni che hanno inequivocabilmen­te una valenza politica che va oltre l’am­bito religioso, storico, culturale e socia­le.
Trovo pertanto di per sé sbagliato l’ap­proccio del giornalista Tarquinio che vorrebbe mettere il bavaglio ai colleghi che criticano Tettamanzi. Mentre consi­dero assolutamente legittimo il fatto che,nella sua veste di direttore dell’orga­no ufficiale della Cei, difenda le posizio­ni dell’arcivescovo di Milano, fermo re­stando il nostro diritto- dovere a conside­rare come non meno legittima la nostra critica, anche sferzante, per delle posi­zioni che non condividiamo nel merito e di cui ci rammarichiamo perché ci pre­occupa il disorientamento che il cardi­nale crea tra i fedeli cattolici schierando­si dalla parte di un sindaco che incarna delle scelte in flagrante contraddizione con i dogmi della fede cristiana, a comin­ciare dalla sacralità della vita.
Noi rivendichiamo il diritto-dovere a contestare l’asse Pisapia-Tettamanzi perché espressione di una concezione relativista della persona, della società,dell’identità e della fedeche consideriamo dannosa al punto da farci precipitare nel suicidio della nostra civiltà. Consideriamo ad esempio il tema ripetutamente evocato dell’accoglienza degli immigrati additato come fulcro della proposta sociale sia di Pisapia sia di Tettamanzi. Ma veramente il capital-comunista Giuliano Pisapia e il catto-relativista Dionigi Tettamanzi sarebbero più «ospitali»,nel senso di essere favorevoli all’accoglienza degli immigrati, più di quanto non lo siano il cattociellino Roberto Formigoni e il laico-leghista Roberto Maroni? Assolutamente no!
La vera differenza, usando un’allegoria più che mai pertinente, è che dell’esortazione evangelica «Ama il prossimo tuo così come ami te stesso», il tandem Pisapia-Tettamanzi fa propria solo la prima parte «Ama il prossimo tuo» anche a scapito dell’amore per se stessi, mentre il tandem Formigoni- Maroni l’accetta nella sua integralità mettendo sullo stesso piano l’amore per il prossimo e l’amore per se stessi. Ebbene io dico che è arrivato il momento di avere la lucidità e il coraggio di privilegiare l’amore per se stessi, l’amore per l’Italia e per gli italiani, perché diversamente non potremo donare amore al prossimo in modo responsabile e costruttivo.

La polemica è stata innescata sabato 4 giugno da Pisapia che ha accusato Formigoni di non essersi finora occupato della questione degli immigrati in fuga dalla sponda meridionale del Mediterraneo e di avere «abdicato al ruolo di regia politica della gestione di questa emergenza». «Milano - ha precisato Pisapia - deve tornare ad essere la città dell’accoglienza », mentre si faceva ritrarre esultante in compagnia di giovani africani alla festa «Living togheter» al quartiere Corvetto. Questa concezione di Milano la ritroviamo nelle parole di Tettamanzi lo scorso 23 maggio quando parlò della necessità che torni ad essere «Mediolanum che come terra di mezzo è da sempre un crocevia di popoli e quindi anche di fedi cui va garantita libertà di culto come prevede la Costituzione ».

Questa Mediolanum di Tettamanzi corrisponde a una visione relativista della vita che culmina nell’abbraccio dell’identità mondia-lista: «A Milano bisogna riprendere a ragionare non da milanesi o da italiani, ma in termini di mondialità: che va considerata motivo di ricchezza. Non di paura». Che cosa è la mondialità evidenziata in un contesto identitario come distinta e come un superamento del nostro essere milanesi e italiani?

È l’adesione a una identità a tal punto plurale dove noi finiamo per non aver più la certezza di chi siamo. Alla radice del conflitto vi è una concezione qualitativamente diversa della persona, della società, dell’umanità e della stessa vita. Per l’asse Pisapia- Tettamanzi il concetto di«accoglienza»si colloca nell’esaltazione ideologica dell’immigrazionismo, ossia nella considerazione comunque positiva dell’arrivo a casa nostra degli immigrati a prescindere da qualsiasi considerazione quantitativa o qualitativa.
Così come si inquadra nella prospettiva multiculturalista di Milano e dell’Italia dove noi siamo invitati ad azzerare le nostre radici, i nostri valori, la nostra identità e ci è richiesto di aderire a una nuova civiltà che si realizza con la sommatoria quantitativa delle istanze di tutti coloro che arrivano a casa nostra, piantano la loro tenda e dettano le loro condizioni. Ebbene noi non ci stiamo! Caro Tarquinio noi la pensiamo in modo qualitativamente diverso!

Rivendichiamo il diritto-dovere di sostenere a viva voce che è arrivato il momento di rifondare l’Italia affrancandola dalla strategia massonica che ha ispirato l’unità d’Italia attraverso la guerra e la sottomissione dei popoli, riuscendo a scardinare la nostra anima al punto da farci immaginare oggi che sia addirittura positivo concepirci come una landa deserta per trasformarci in terra di occupazione dell’immigrazionismo, dell’europeismo dei banchieri e del mondialismo capital comunista. È arrivato il momento di far primeggiare l’Italia degli italiani occupandoci di noi italiani prima di preoccuparci degli immigrati; di privilegiare l’Europa dell’anima anziché dell’euro; di scegliere il mondo dell’essere, non dell’avere e dell’apparire!



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I guru della domenica / 2 Ora per Lucia la destra va bene se attacca il Cav

di Andrea Cuomo


La Annunziata ospita l’ultra nazionalista francese Marine Le Pen. Che spara: "Berlusconi ha perso le elezioni per i suoi comportamenti"



Roma - Uno dei teoremi della sini­stra italiana del Duemila è che non c’è nessuno di abbastanza impresentabile se è disposto a di­re peste e corna di Berlusconi. Specie se c’è una telecamera acce­sa nei dintorni. L’ossessione anti-Cav della gauche , come un mo­stro dalle spaventose fauci e dallo stomaco capiente, si ciba di qual­siasi rimasuglio, anche i più ideo­logicamente indigeribili: vale ar­ruolare anche Marine Le Pen, quarantaduenne rampolla di Jean-Marie, ed erede della leader­ship paterna del Front National, il movimento di estrema destra ul­tra- nazionalista, ultra-conserva­trice, ultra-antieuropeista, ultra­tutto- ciò-che-non-piace-alla-si­nistra, a cui lei, la bionda pulzella, ha dato giusto una patina di pre­sentabilità femminile.
Ospite di Lucia Annunziata, nel­la trasmissione «In 1/2 Ora», ieri su Raitre, la Le Pen ha parlato di tutto, da Dominique Strauss Kahn all’immigrazione in Euro­pa. Tutti contorni della portata principale, che per l’Annunziata era ascoltare qualche giudizio tranchant della lepenina su Silvio Berlusconi (cosa che l’avvocato francese ha fatto senza farsi prega­re): si sa, una critica da destra a Berlusconi è come un gol in tra­sferta, vale doppio. «Penso che il fallimento di Berlusconi - ha det­to la Le Pen riferendosi alla recen­te sconfitta elettorale del premier italiano e della sua maggioranza­si­a anche legato ai suoi comporta­menti personali. C’è un bisogno di etica e di ritorno a una morale pubblica, è vero in Italia ma an­che in Francia.
Credo che tutti i Paesi europei abbiano bisogno di dirigenti che siano all’altezza dei loro bisogni». Un giudizio nel qua­le Berlusconi è accomunato al presidente francese Nicolas Sarkozy, che «rappresenta questa casta, una specie di oligarchia che approfitta del potere per di­fendere i propri interessi e ha di­menticato il bene comune del po­polo ». Le somiglianze tra i due lea­der, Silvio e Nicolas, non finisco­no qui: «Hanno avviato una co­struzione europea che ci vieta di avere una nostra sovranità e di de­cidere che futuro vogliamo dare ai nostri figli.
È una cosa che rim­provero a tutti e due ». In particola­re Berlusconi «rifiuta di voltare le spalle a una Ue che è incapace di dare crescita e prosperità ai popo­li, di voltare le spalle a una mone­ta unica che non ha mantenuto nessuna delle promesse, che rifiu­ta di prendere decisioni chiare sull’immigrazione, e resta nel­l’Ue sperando di trarne qualche vantaggio». E il Cavaliere viene bacchettato dall’esponente del Front National anche sulla gestio­ne dell’emergenza immigrazio­ne: «Forse Berlusconi pecca di mancanza di volontarismo politi­co e questo forse potrà avvantag­giare i suoi avversari».
Quanto alla Lega, movimento con il quale il Front National fran­cese ha più di una somiglianza ma che la le Pen ammette di «non conoscere bene», l’esponente del Fn crede «che forse sia stato un er­rore essersi alleati con Berlusco­ni, così si è in contraddizione con il proprio messaggio. Io non mi al­leerò con Sarkozy perché io sono per la sincerità e la fermezza. Sarkozy fa esattamente il contra­rio di ciò che io vorrei per il mio Paese e sarebbe cinico dire che mi alleo con lui solo per avere un incarico.

Io non voglio dare lezio­ni ad altri, ma noi facciamo le no­stre battaglie da soli. È difficile al­learsi con qualcuno al governo continuando a cercare di fare op­posizione. Si finisce sempre per sottomettersi alla forza principa­le, per questo io non mi alleo per­ché non voglio sottomettermi». Provoca la Annunziata: allora la Lega dovrebbe uscire dal gover­no? «Sarebbe un’ingerenza nella politica italiana», si trae d’impac­cio la Le Pen.

Nel resto dell’intervista, la lea­der del Fn mena fendenti anche a Mario Draghi, neopresidente del­la Banca centrale europea («non ha molta credibilità in termini di indipendenza, è stato banchiere in una delle maggiori banche americane») e alla première da­me francese, Carla Bruni («è un in­cantevole ectoplasma, un’icona: le mancano spessore, calore, pro­fondità »). Ma risparmia l’ex mo­della italiana sul gossip della gra­vidanza a orologeria: «Sono una madre anch’io,non voglio pensa­re che si possa essere tanto disu­mani da servirsi di un neonato per vincere le elezioni». Quale fa­ir play , madame Le Pen.



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I guru della domenica / 1 Se il popolo sovrano è quello di Repubblica

di Mariateresa Conti


Nell'editoriale di ieri, Eugenio scalfari esulta: "Adesso soffia un vento nuovo". E teorizza in che modo la sinistra chic può scalzare la maggioranza



Il tono è ecumenico. La platea è la solita, quella dell’omelia, pardon, editoriale, che ogni domenica, da buon padre fondatore, Eugenio Scalfari rivolge alle sue pecorelle, pardon, lettori, dalle colonne di Repubblica. E la buona novella della settimana, da meditare e sviluppare tanto più che domenica e lunedì prossimi si torna al voto per i referendum, che di solito non gliene frega niente a nessuno ma stavolta invece no, è così sintetizzata dal titolo: «Soffia il vento del popolo sovrano».
Un’ovvietà a prima vista. In un Paese democratico che si regge su libere elezioni è il popolo che attraverso il voto decide, e in quanto tale appunto è «sovrano», chi governa. Non è stato forse «sovrano» il popolo che nel 2008 ha sancito la vittoria di Silvio Berlusconi? E non era pur sempre «sovrano» il popolo di milanesi che nel 2006 incoronò sindaco a primo turno Letizia Moratti? Beh no, non proprio. Perché se il punto di osservazione è generale, allora sì, è vero, anche quello era popolo sovrano.

Ma se il punto di vista è particolare, e quello di Scalfari, il guru dalla barba bianca venerato dall’intellighenzia di sinistra lo è, ecco che «popolo sovrano» diventa il suo mondo, la sua sinistra radical chic che flirta coi centri sociali ma sta nei salotti. Come quella che, a Milano, ha vinto le amministrative portando sullo scranno più alto di palazzo Marino l’avvocato Giuliano Pisapia.
Parte proprio dalla Madonnina la parabola domenicale del fondatore di Repubblica, pubblicata ieri.

«Venticinquemila persone – esordisce nonno Eugenio, quasi fosse una favola da raccontare ai nipotini – hanno formato una lunghissima fila a Milano per poter stringere la mano al neo sindaco, Giuliano Pisapia. Un fatto simile – annota – non era mai accaduto né a Milano né altrove, anche perché una fila lunga chilometri non somiglia a una piazza affollata e urlante di passione e di insiemità». Eccola, l’élite di sinistra, di cui Scalfari, oltre che guru, è la perfetta incarnazione. La plebe urlante no, fa un po’ cafone, disturba l’occhio e le orecchie.

Gli intellettuali, le sciure bene dei quartieri alti, i più o meno vip che a queste amministrative meneghine si sono schierati in fondo con uno di loro, l’avvocato radical sì ma anche chic, ecco, quella è l’incarnazione del «popolo sovrano». «Popolo sovrano» 25mila persone, su 671mila milanesi che al secondo turno sono andati a votare? E vabbè, mica si può andare per il sottile nelle favole. Anche una minoranza, se l’ottica di partenza è quella del salotto, diventa una marea.
L’esempio iniziale è solo propedeutico alla teorizzazione vera del guru di Repubblica. Ecco il suo sogno: far sì che questa minoranza elevata al rango di «popolo sovrano» possa scalzare la maggioranza del popolo sovrano-plebe che nel 2008 ha eletto premier Berlusconi. «Se i referendum del 12 giugno raggiungeranno il “quorum” – spiega Scalfari – saranno nell’ipotesi minima 25 milioni e mezzo di elettori a deporre la loro scheda nelle urne. Si esprimerà cioè il popolo sovrano direttamente, senza dover passare per il filtro dei partiti e delle liste.
Il popolo sovrano e il cittadino diretto portatore della sovranità diffusa esprimeranno la loro volontà anzitutto con la partecipazione e poi nel merito, con un “sì” o con un “no”. Se questo avverrà, sarà molto difficile per il Pdl continuare ad appellarsi ad un popolo che gli ha dato torto per la seconda volta nell’arco di un mese. Vorrà dire che il vento è veramente cambiato e che la sola strada da percorrere sarebbe quella d’un governo nuovo di zecca che gestisca gli ultimi due anni di questa legislatura oppure lo scioglimento anticipato delle Camere e nuove elezioni».

Alt, stop, un attimo. Tralasciando il non trascurabile dettaglio che il Pdl sui referendum ha lasciato libertà di voto e che nel partito, così come a sinistra, ci sono posizioni differenziate, la questione è proprio di numeri. Venticinque milioni e mezzo di persone sarebbero «popolo sovrano» perché, andando alle urne, permetterebbero il raggiungimento del “quorum”, e gli oltre 37 milioni di italiani che nel 2008 hanno votato alle Politiche sono minoranza? Una plebaglia da calpestare visto che alla fine sono usciti vincitori il Cavaliere e il Pdl? È la democrazia, bellezza. La democrazia da salotto radical chic di Scalfari & Co.



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