venerdì 3 giugno 2011

Il fiato sul (proto)collo

Corriere della sera


Gli indirizzi Internet si sentono con il fiato sul (proto)collo. Non si tratta di una profezia Maia, ma la notizia – ormai ben nota – ha un aspetto apocalittico: nel 2011 finiranno i numeri che definiscono le case della Rete. I siti, appunto. E’ una questione matematica, come è ben spiegato su Wikipedia: l’attuale protocollo di assegnazione, l’IPv4, permette la creazione di un numero pari a “solo” 2 alla 32esima indirizzi. E questi stanno finendo. Il prossimo passo, un protocollo in realtà disponibile dal 2004 (ma attivo dal 2008), si chiama IPv6 e renderà possibile la creazione di 2 alla 128esima indirzzi web. Come appunto spiega Wikipedia – con un esempio che è più facile “copiaincollare” che spiegare – per ogni metro quadrato di superficie terrestre, ci sono 666.000.000.000.000.000.000.000 indirizzi IPv6 unici (cioè 666 000 miliardi di miliardi), ma solo 0,000007 IPv4 (cioè solo 7 IPv4 ogni milione di metri quadrati).

Il prossimo 8 giugno sarà un giorno importante in tal senso perché ci sarà l’IPv6 Day, una sorta di festa mondiale durante la quale sarà possibile sperimentare il nuovo protocollo. Da Google a Facebook, passando per Yahoo!e Akamai, sono molti i big della Rete a partecipare alla sperimentazione. A questo link potete testare la vostra connessione per verificare se siete pronti al “primo volo”, qui potete dare la vostra adesione come gestori di un sito, qui come Internet provider. Chi ha già scelto di partecipare alle danze per l’Italia è Fastweb: i clienti dell’operatore potranno scaricare da questo indirizzo un client per configurare il proprio pc per la navigazione tramite il nuovo protocollo. Un salto, forse un po’ per smanettoni, nel futuro della viabilità della Rete.



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Quando la tv entrò nelle nostre vite e tutto si trasformò in reality

Il Messaggero


ROMA - Nel suo nuovo libro «L’inizio del buio» Walter Veltroni racconta con la scupolosità e l’attenzione del reporter e la sensibilità e la partecipazione emotiva dello scrittore due tragedie parallele che però hanno un punto in comune: la centralità della televisione.

Il 10 giugno del 1981 un bambino, Alfredo Rampi, cadeva in un pozzo artesiano nella campagna di Vermicino mentre nello stesso momento a San Benedetto del Tronto un giovane antennista, Roberto Peci, veniva rinchiuso nel bagagliaio di una 127 e condotto in una prigione del popolo dove le Br lo avrebbero processato e poi ucciso per vendicarsi del fratello Patrizio, il primo pentito delle Brigate Rosse.

A Vermicino esploderà la febbre della diretta televisiva mentre dal carcere del popolo delle Br cominceranno ad arrivare i video del processo proletario. L’11 giugno 1981, poco dopo le 13, l’Italia resta immobile davanti alla tv. Durante il Tg2, dal pozzo nella campagna vicino a Frascati, proviene l’urlo di un piccolo che chiama la mamma: «E’ il pianto di un bambino che si sveglia nella notte - scrive Veltroni - nel cuore di un incubo mostruoso, senza sapere se quella che ha vissuto è realtà o cattiva fantasia (...) E’ tutti i pianti di tutti i bambini del mondo. Tutti in una volta, tutti in un bambino solo».

Veltroni ci fa rivivere, alternando la ricostruzione dei due episodi, cosa accadde in quei giorni e ci spiega perché hanno cambiato davvero la nostra vita. E lo fa ripercorrendo i luoghi e intervistando i protagonisti, rivelando aspetti inediti e cogliendo nei due episodi l’inizio di quello che sarebbe diventata, da qual momento, la televisione: il grande occhio che trasforma la realtà in reality.

Parlando di Roberto Peci, si legge ancora nel libro: «...Le Br lo avevano preavvertito che alla fine avrebbero annunciato la sua condanna a morte. E gli avevano chiesto di mostrare il massimo di commozione e di dolore. Più sciocchiamo l’opinione pubblica più hai la possibilità di salvarti».

L. Jatt.

Giovedì 02 Giugno 2011 - 20:06




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Server in tilt, le Poste Italiane si bloccano

Corriere della sera


Caos e disagi da mercoledì in tutta Italia in migliaia di uffici: «Problemi di linea, servizi non disponibili»
Difficoltà con Postamat e bollettini



ROMA


Servizi postali bloccati dalle bizze del server centrale di Poste Italiane: il disservizio iniziato mercoledì si è trascinato, dopo la pausa festiva del 2, a venerdì mattina ed è tuttora in corso per una parte di uffici postali in tutta la Penisola. Il black out che sta interessando Poste Italiane è iniziato mercoledì 1 giugno e ha bloccato in quella giornata di inizio mese gran parte dei 14 mila uffici postali della penisola – almeno dall’apertura degli sportelli fino alle 11 – lasciando poi nel corso della giornata una situazione a macchia di leopardo con un ripristino delle attività molto lento.



«SERVIZI NON DISPONIBILI» - Il problema però era tutt’altro che risolto e dopo la pausa festiva è ricomparso come una coda intreressando migliaia di uffici. E così sui vetri è ricomparso in molti uffici il cartello «Causa problemi di linea i servizi non sono disponibili». Il disservizio ha causato numerose proteste, in particolare da parte degli utenti pensionati e di chi non riesce ad accedere al proprio conto postale. Bloccata ovviamente anche la grande utenza delle bollette in scadenza. Le proteste più vive da parte di chi per il secondo giorno consecutivo si è ritrovato nell’impossibilità di usare i servizi postali (sono un milione al giorno gli utenti delle Poste).

PROBLEMI AL SERVER - Il black out che sta creando problemi a Poste Italiane è attribuito ai capricci del nuovo server centrale che introdotto da pochi mesi ha già causato in passato black out improvvisi, mai però dell’ampiezza di quello che sta ancora interessando alle 16 di venerdì circa un migliaio di uffici (stima delle stesse Poste Italiane). Alle 16 Poste Italiane comunica: «Poste Italiane si scusa con la clientela per le difficoltà nella fornitura dei servizi avvenute negli uffici postali a causa di un guasto al sistema informatico che ha rallentato le operazioni, con l'effetto di allungare i tempi di attesa, e in alcuni casi ha impedito l’esecuzione delle operazioni stesse. I tecnici hanno ripristinato il regolare funzionamento del sistema per la fornitura di tutti i servizi postali e finanziari. In ogni caso, nella giornata odierna sono state regolarmente eseguite 5,5 milioni di operazioni, a fronte dello standard giornaliero che è pari a 7 milioni di operazioni. Per assicurare il completamento delle operazioni, oggi gli uffici postali rimarranno aperti anche oltre il normale orario di lavoro, fino a che non saranno serviti tutti i clienti».

PROTESTA CODACONS - Alla protesta degli utenti si è aggiunta infine anche quella del Codacons. «Questa mattina disservizi, più e meno gravi, e lunghe file agli sportelli negli uffici postali di Roma a causa del cattivo funzionamento di un nuovo software». Lo comunica l’associazione dei consumatori in una nota. «Il Codacons, - continua - venuto a conoscenza dell’accaduto, ha preso subito contatto con i vertici di Poste Italiane s.p.a ed e’ tuttora in attesa di chiarimenti e maggiori informazioni. L’associazione comunque invita, in attesa di conoscere le ragioni e la durata degli inconvenienti, tutti i cittadini che hanno subito dei danni dai disservizi a contattarla, e segnalare l’accaduto sul blog del presidente Codacons, l’avv. Carlo Rienzi, per ottenere un risarcimento proporzionato all’accaduto».


Paolo Brogi
03 giugno 2011



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Ribellarsi è giusto», l'appello ai giovani di un partigiano 95enne

Pellegrinaggio di italiani in Albania per siero di scorpione contro i tumori

Quotidiano.net


Gli italiani malati di cancro sono a caccia del farmaco naturale ricavato a Cuba dal veleno dello scorpione azzurro. Fino al 29 aprile scorso distribuito all'Avana e ora in Albania. La sostanza non è testata o autorizzata in Usa e Ue








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Omicidio Claps, la Procura di Salerno chiede il rinvio a giudizio per Restivo

Napoli, arrestato cognato del boss Cutolo Massacrò la madre a martellate nel 2008

Finisce su Youtube la «bella via» diventata la «strada della vergogna»

Corriere della sera

 

In 5 km: 250 segnali e 27 isolotti. È una direttrice per il trasporto pesante, ma camion e spazzaneve non passano

 

Un tratto dei cinque chilometri tra Braives e Moxhe, in Belgio, appena ristrutturati

Un tratto dei cinque chilometri tra Braives e Moxhe, in Belgio, appena ristrutturati

 

MILANO - La sua ristrutturazione è costata circa 300.000 euro e lo scopo dei lavori - assicuravano gli ingegneri - era quello di rendere migliore la sicurezza stradale. Tuttavia non tutto deve essere andato per il meglio se, a pochi giorni dall'inaugurazione del nuovo percorso che collega le cittadine fiamminghe di Braives e Moxhe, nella provincia di Liegi, in Belgio, questa strada è già stata ribattezzata dagli utenti la via più pazza del mondo.

 

PERCORSO A OSTACOLI - Un tempo i cittadini locali chiamavano questo percorso «la bella via», ma in pochi giorni a causa delle numerose critiche che ha ricevuto si è trasformata nella strada della vergogna: lunga appena 5 km, ospita ben 250 segnali stradali e 27 isolotti. Nonostante attraversi luoghi di campagna e siano centinaia i camion che dovrebbero percorrerla, la strada è così stretta che difficilmente un tir riesce ad attraversarla. Stesso discorso per gli spazzaneve che, d'inverno, dovrebbero ripulirla dalle grandi nevicate che s'abbattono sul territorio. I numerosi «ostacoli» presenti lungo la carreggiata non permetteranno allo spazzaneve l'attraversamento della strada. La via più pazza del mondo è diventata famosa non solo in Belgio, ma anche nel resto dell'Europa dopo che Alain Durant un cittadino della zona, sinceramente irritato per come sono stati condotti i lavori di ristrutturazione, ha postato un video ironico su Youtube nel quale mostra il percorso tortuoso e assurdo della nuova carreggiata.

 

 

TORMENTONE - A pochi giorni dalla pubblicazione, il filmato è diventato un autentico tormentone tra i cittadini belgi ed è stato visto da decine di migliaia di utenti. Tra questi anche il ministro dei lavori pubblici Benoît Lutgen che si è irritato perché il filmato lo accusa pubblicamente di essere l'artefice di questo scempio stradale. Il ministro ha rimandato al mittente le critiche dichiarando che i lavori di ammodernamento dell'ex strada romana sono stati decisi congiuntamente dalla società che gestisce la manutenzione delle strade della provincia di Liegi e le autorità locali. Il debutto della nuova carreggiata non è stato dei più felici. Il giorno successivo all'inaugurazione due auto si sono tamponate e sebbene il bilancio non sia stato grave (un ferito e due macchine semi-distrutte), ha dimostrato che molto lavoro deve essere ancora fatto prima che l'ex strada romana torni ad essere «la bella via».

 

Francesco Tortora
02 giugno 2011(ultima modifica: 03 giugno 2011)

Morto Kervokian. Sulle note di Bach

Corriere della sera


Il medico, 83 anni, si è spento in ospedale dopo aver chiesto all'infermiera di mettere la musica



Doctor K.
Doctor K.
MILANO - È morto all'età di 83 anni Jack Kevorkian in un ospedale Detroit, in Michigan, il medico americano che ha speso tutta la sua vita professionale in una campagna per il suicidio assistito.

«DOTTOR MORTE» - Kevorkian - che si era guadagnato il triste soprannome di «dottor morte» - era in ospedale da due settimane per problemi di cuore. Il medico era stato condannato nel 1999 a otto ani di carcere per la sua attività a favore dell'eutanasia: aveva ammesso di avere prestato assistenza in almeno 130 casi di eutanasia chiesta da pazienti malati terminali.

I BRANI DI BACH - Le sue condizioni si sono aggravate nella notte tra giovedì e venerdì. Prima di morire, pare di una trombosi polmonare, Kevorkian ha chiesto alle infermiere di turno di fargli ascoltare della musica classica e in particolare il compositore più amato dall'anziano medico, Johann Sebastian Bach.

IL FILM - La storia di Kevorkian è diventata un film, «You don't know Jack» che valse al protagonista Al Pacino l' Emmy and Golden Globe. Ritirando il premio, Al Pacino rese un pubblico tributo al dottor Kevorkian che per l'occasione sedeva sorridente in sala. «E' stato un onore per me conoscere e interpretare un uomo straordinario come Jack» disse l'attore tra gli applausi.


03 giugno 2011



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Degrado progressista contro i barboni: scatta"caccia" di sinistra ai senza tetto

Libero



Sono clochard, sono barboni. Rifiuti della società, spazzatura umana da smaltire. E che cos’è, il solito discorso odiosamente provocatorio dell’esaltato nazistoide? Ma no, che quando si tratta di miserabili il disprezzo non ha colore. E anzi, in questo senso le città-simbolo della buona amministrazione progressista sono più attive che mai. Firenze, tanto per dire. E non che qui c’entri la giunta guidata dal sindaco Renzi, quello dell’ordinanza anti-lavavetri e delle multe ai mendicanti. In ogni caso, l’altra notte è andato a fuoco un piccolo accampamento utilizzato proprio dai senza-fissa-dimora. All’altezza di piazza Paolo Uccello, vicino alle Cascine. Incendio doloso, secondo i primi rilievi: fortuna che non c’era nessuno, ridotti in cenere soltanto materassi e qualche scalcagnato oggetto. D’altronde qualche tempo fa sul giornale cittadino sezione primo piano Firenze, dove in alto si raccontava proprio il fermo d’un senzacasa mezzo ubriaco,  ecco il riquadro con questo titolo: «Intanto è partito il restyling». Il restyling. E dove c’è il restyling non ci devono essere barboni, altrimenti che restyling è?

Passi da Firenze a Genova, altra città-simbolo del buon governo progressista - e lo si sottolinea perché insomma, suona strano, no? Dice: intorno a quei giardini gironzolano troppi disperati, sarà perché lì ci sono le fontanelle e dunque i clochard ci bevono e anche si rinfrescano e persino si lavano. Però non ne vogliono sapere di andarsene, ’sti pulciosi. E allora sapete che cosa si può fare? Togliamo l’acqua dalle fontanelle. Semplice, no? Togliamo l’acqua, che così vedrete che sbaraccano. Che se l’avesse pensata, chessò, un’amministrazione a guida leghista, le sentivi le accuse di insensibilità e anche di razzismo: in questo senso, passò alla storia la decisione dell’allora sindaco di Treviso Gentilini, che fece togliere le panchine da viali e giardini vicini alla stazione per evitare che ci si sdraiassero miserabili e clandestini. E intendiamoci, qui non si tratta di giustificare una parte perché anche l’altra, all’occorrenza, ragiona nello stesso modo, ché comunque di corbelleria sempre si tratta: solo ci si permette di segnalare che quando si tratta di clochard, di barboni, non c’è schieramento che tenga. Ma tant’è, vediamo di andare al punto.

E dunque, questa provocatoria richiesta viene dall’Amiu, azienda municipale che a Genova si occupa d’igiene urbana. Riguarda anche in questo caso i giardini davanti a una stazione: viale Caviglia, zona Brignole. Sbandati e vagabondi sono in effetti presenza costante, lo spettacolo non è certo  di civico esempio: di fianco a clochard pacifici vi s’incontrano anche personaggi molesti. Gli operatori dell’Amiu denunciano intimidazioni, sono giustamente preoccupati. Chiamiamo un amico che abita nei paraggi e lui ci conferma che sì, è vero, «quello slargo è dimenticato da Dio e dai sindaci...». Nel senso, il problema esiste, e qui non si tratta certo di giustificare comportamenti inurbani soltanto perché riferibili a persone in difficoltà.  Ma la trovata non convince: invece d’affrontare il problema del disagio, si punta solo a spostarlo di zona. Lo stesso presidente di Amiu Fabio Orengo ammette che trattasi di idea «forse incivile, forse è un modo drastico e devastante per allontanare i clochard». Ma, aggiunge, questo problema va affrontato. Tirando così in ballo la giunta comunale. L’assessore alla Sicurezza, Scidone, auspica - in Italia politici e amministratori auspicano almeno una volta al giorno - auspica, dicevamo, più controlli della Polizia, «non è solo un problema di decoro, ma anche sociale». Giusto: e chi lo deve risolvere, se non il Comune?

E poi ti viene in mente Bologna. Bologna l’accogliente, Bologna dal cuore d’oro. Ma dove? La rivolta dei barboni, così se ne parlava nei primi giorni d’aprile. Cioè, rivolta suona magari esagerato, però insomma, si sono arrabbiati. Saranno stati stati un centinaio. Han preso coperte, sacchetti, cartoni. Sono andati davanti al Comune, con il supporto della storica associazione Piazza Grande. Si sono accampati lì per protestare: gli avevano chiuso il dormitorio, quello ch’era stato aperto per “l’emergenza freddo”, che così almeno nel gelo invernale non ne moriva uno alla settimana e non sporcava l’immagine della città equa e solidale. E però poi basta, finito, andate per strada - andate via, barboni! - tanto ormai è arrivato il caldo. E allora sciò, sloggiare. E loro si sono accampati là, davanti al Palazzo, quattro giorni e quattro notti, «che cosa vuoi che cambi, per noi? Ci siamo abituati. E poi perché chiudere i dormitori? È una crudeltà inutile».

Alla fine in Comune han deciso di lasciarlo aperto fino a fine giugno, quel dormitorio. Cioè, l’ha deciso il commissario straordinario: adesso dovrà pensarci il nuovo sindaco Virginio Merola. Ci sono rassicurazioni di massima, ma ancora non si sa. Non si sa dove potrà andare a dormire, quel centinaio di senzacasa. Basta che non si vedano.

di Andrea Scaglia
03/06/2011




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Veltroni, lo specialista dei libri del dolore

di Luigi Mascheroni


La nuova fatica letteraria di Walter Veltroni, "L'inizio del buio", è dedicata alla tragedia di Vermicino e al sequestro Peci... Il massimo della spensieratezza è una botta di nichilismo, e la prospettiva più allettante il suicidio. È la narrativa catastrofica. La saggistica mortuaria



La scrittura è un destino. E anche le disgrazie. Ernest Hemingway, che ebbe lunga e corroborata esperienza di entrambe, ha fornito un imperativo categorico a ogni aspirante autore: «Scrivi solo di ciò che sai!». Aveva ragione. Il vero scrittore è quello che mette se stesso, la propria vita e la propria visione del mondo, dentro i suoi libri. Ci sono scrittori che ci mettono la realtà, o la finzione, la commedia, o la tragedia. Poi c’è chi ci mette dentro per partito preso sciagure e sventure. Ma anche disgrazie e tristezze.
Walter Veltroni, ad esempio. La cui visone letteraria dell’esistenza è percorsa da un ottimismo degno di un Emil Cioran in fase depressiva. Il massimo della spensieratezza è una botta di nichilismo, e la prospettiva più allettante il suicidio. È la narrativa catastrofica. La saggistica mortuaria. Il lato disgraziato del bestseller. I libri più venduti non sono che l’altra faccia della tv del dolore.
Il nuovo libro di Walter Veltroni, che esce oggi da Rizzoli col titolo rassicurante L’inizio del buio, racconta le morti parallele, nell’Italia del 1981, di Alfredino Rampi, sparito nel pozzo di Vermicino, e di Roberto Peci, fratello del terrorista pentito Patrizio, rapito e giustiziato dalle Brigate Rosse. Sursum corda.
Le sciagure sono un genere letterario. Infilarne una dietro l’altra è un talento. Lo scorso anno il livre de chevet dell’intellighenzia progressista fu il monologo di Walter Veltroni Quando cade l’acrobata, entrano i clown che rievoca narrativamente la tragedia dell’Heysel: 39 morti e 600 feriti. «Una strage immane per una partita di calcio, una ferita aperta e non più rimarginata», come recita la quarta di copertina. L’anno precedente Veltroni si era invece concentrato sul romanzo Noi, storia a ritroso di quattro generazioni, dall’anno del terremoto dell’Irpinia e dell’assassino di John Lennon fino al bombardamento di Roma del 19 luglio 1943: «la storia di quattro ragazzi colti ciascuno in un punto di svolta: l’esperienza della morte e della distruzione, la malattia di un madre perduta e ritrovata, il tradimento degli affetti». È la cosiddetta visione buonista della Storia.
La calamità bibliografia di Veltroni, del resto, conta anche due saggi. La biografia di Luca Flores, grande pianista immeritatamente dimenticato. Morto suicida. E uno studio critico dei discorsi del proprio politico di riferimento, Robert Kennedy. Come noto ammazzato a Los Angeles con due colpi di pistola. Poi, però, Veltroni ha scritto anche un toccante diario dall’Africa dimenticata, «quella delle bidonville sommerse dai rifiuti, dell’epidemia di Aids, della violenza indiscriminata, dell’infanzia distrutta dalla malnutrizione». Intitolato Forse Dio è malato.




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Quando a Nichi e a Bersani piaceva l'acqua privata

Libero




C'era un tempo, non troppo lontano, in cui Pier Luigi Bersani si era trasformato nel paladino delle liberalizzazioni, nel teorico del nuovo mercato e della competizione. Tra 2006 e 2008, da ministro dello Sviluppo economico per il secondo governo Prodi, l'attuale segretario del Pd si era esibito, per esempio, in riforme spericolate su banche, farmaci da banco e taxi, non senza polemiche.

Più che da ministro, Bersani ha sempre preferito ragionare da amministratore locale, attento cioè agli equilibri (e le esigenze) di tutte le parti in causa. Non solo i cittadini, dunque, ma anche aziende, fossero esse municipalizzate o private. Anche nella rossa Emilia, dove spesso potere politico e potere economico vanno a braccetto, se non addirittura sotto la stessa giacca. E così non deve stupire che nel settembre 2008, ormai ex ministro, il buon Pier Luigi fosse intervenuto a Carpi, un tiro di schioppo da Reggio Emilia, per sostenere la campagna del Pd locale a favore di una privatizzazione un po' particolare: quella dell'acqua.

Ricapitolando: nel 2008 Pd e Bersani favorevoli alla privatizzazione dell'acqua, a Carpi, perché, ricordava il segretario, "un conto sono le infrastrutture, che devono essere pubbliche, e un conto la gestione delle stesse, che possono, anzi devono andare a chi le sa utilizzare al meglio". E chi le sa utilizzare al meglio, sottolineava Bersani, sono i privati perché "più specializzati". La posizione non è da poco e infatti aveva creato molti malumori negli attivisti del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, da sempre ultra-sostenitore dell'acqua pubblica. Nel video che potete vedere su LiberoTv, Bersani spiega con eloquio pacato (a tratti soporifero) perché restare legati al passato (cioè al pubblico) sia deleterio.

video


"L'acqua bene comune è un dibattito che è arrivato persino da Porto Alegre, un po' da terzomondismo, da Teologia della Liberazione. In Brasile hanno il problema dei padroni dell'acqua, che te la danno se vogliono loro. Noi in Italia abbiamo il problema degli acquedotti che perdono metà dell'acqua, che è un altro film". 

Così Bersani prende le distanze dai radicali, un po' freak e un po' utopisti. E' un amministratore pane e salame, lui, e non accetta la solita retorica. "L'acqua non è un bene comune, l'acqua è un bene di Dio", arriva ad esclamare nello sgomento dell'auletta. "Le infrastrutture che la governano, per garanzia, sono di proprietà pubblica. Poi però subentra la questione della gestione. Come faccio a far perdere meno acqua? Che si depuri bene? 

Che si facciano investimenti sensati? Devo chiamare uno che è capace di fare quel lavoro lì". L'esempio arriva dalla Francia, dove "due grandissime società, multinazionali che gestiscono l'acqua anche in India (Veolia e Suez, ndr), sono arrivate a specializzazioni eccezionali". E' quello, il futuro (anche se poi nel 2010 Parigi ha ristabilito la gestione pubblica dell'acqua). Perché Carpi la rossa deve avere paura di privatizzare l'Aimag, società che gestiva acqua, gas e rifiuti? 

Il Comune, in fondo, sta facendo "una partnership industriale per rafforzare le nostre gestioni". Tutto qua, nessuno scandalo dunque. Né macchinazioni o oligarchie dei privati. Un po' lo stesso atteggiamento di Nichi Vendola, che in Puglia ha basato la sua rielezione a governatore in Puglia sul ritorno alla gestione pubblica dell'acqua e che non ha mai mantenuto la promessa, tenendosi stretta la Spa che gestisce la risorsa primaria e meritandosi da Beppe Grillo la nomea di supercazzolaro. Strano, però, che sia Bersani e il Pd sia Vendola e Sel siano tra i più combattivi sostenitori al sì del 12 e 13 giugno, che vedrà anche due quesiti sull'acqua. Da far tornare pubblica, naturalmente. Piroette che a Pier Luigi e Nichi riescono facili facili, quanto bere un bicchiere d'acqua.

02/06/2011

Dai Parioli a Vienna: la truffa volava sugli Eurofighter e viaggiava in Ferrari

Il Messaggero


Il pm ricostruisce la rete del broker Lande: «Procurò contratti con Fiat, Ferrari e Maserati per investimenti in Austria»








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Il Paese incompiuto

La Stampa

Stadi senza spettatori, dighe senz'acqua, ospedali senza pazienti, gallerie senza strada.
Non ecomostri, ma esempi dello stile «non finito italiano», è la tesi paradossale di un
documentario e di un festival




FOTOGALLERY
L'Italia del cemento: le
opere incompiute



GIUSEPPE SALVAGGIULO

TORINO


Il campo, anzi lo stadio del polo da 20mila posti (capiente quasi quanto l’Olimpico di Torino), a Giarre, nel cuore della Sicilia, dove i principi di Galles si vedono solo in sartoria. Un impianto sportivo in grado di contenere tutti gli abitanti, infanti compresi, della cittadina etnea. Prima pietra posata nel 1985, ultima mai. I 29 interminabili chilometri per congiungere Ferrandina a Matera, unico capoluogo italiano non raggiunto dalle ferrovie nazionali. Lavori cominciati nel ‘86, treni non ancora pervenuti dopo 25 anni, ovvero 22 più di quelli necessari a Ferdinando II di Borbone per inaugurare nel 1839 la Napoli-Portici, prima linea ferroviaria italiana.

L’idrovia tra Milano e Cremona (65 chilometri) progettata nel 1911 e presentata come l’idea del secolo, ferma a Pizzighettone un secolo e 13 chilometri dopo. La strada fantasma Fano-Grosseto, sognata da Fanfani: dopo quasi 50 chilometri, con soli sei chilometri realizzati, attende il passaggio della prima auto. E così dighe, alberghi, palasport, ponti, parchi, scuole, anfiteatri, stazioni dei carabinieri... Trecentosessanta opere pubbliche sparse per l’Italia, miliardi su miliardi sprecati, ettari ed ettari di territorio scempiato. Alcune necessarie, altre inutili. Tutte, comunque, incompiute.

Lastroni di cemento marcio, pilastri sospesi nel cielo, distese di erbacce, alveari di calcestruzzo, ponti protesi sul nulla. Le opere pubbliche incompiute emanano una bellezza malinconica e struggente, evocano ciò che avrebbero potuto essere, rammentano sprechi, raccontano una amara storia d’Italia. Come denunciato dalla Corte dei conti, che ne fa derivare responsabilità erariali a carico di politici e dirigenti pubblici, «rappresentano un gravissimo spreco di risorse pubbliche e la testimonianza più eloquente dell’inefficienza dell’amministrazione centrale e periferica». Le cause? Per i magistrati contabili, «carenza di programmazione, eccessiva frammentazione dei centri decisionali, complessità delle procedure amministrative, inadeguatezza della progettazione, dilatazione dei tempi di esecuzione imputabile sia alle amministrazioni committenti che alle imprese esecutrici, carenze e inadeguatezze dei controlli tecnici e amministrativi».

Oltre ad accertare e punire i responsabili dello spreco, resta il problema: che fare delle opere incompiute? Due mesi fa, un gruppo di deputati ha presentato una proposta di legge per favorirne «il recupero e il riutilizzo». Il testo prevede l’istituzione di un’anagrafe nazionale, aumenti di cubature fino al 30% e incentivi economici per coinvolgere i privati, introducendo il divieto per le amministrazioni di progettare nuovi edifici se prima non completano quelli precedenti. Idee alternative nascono da un progetto che ha coinvolto centinaia tra artisti e architetti, raccontato ora in un documentario, «Unfinished Italy» del regista francese Benoit Felici, presentato questa sera a Torino, nell’ambito del Festival Cinemambiente. Il progetto da cui prende spunto il film si chiama «Incompiuto siciliano» e nasce per caso. Nell’estate 2007 un gruppo di amici in vacanza a Giarre si imbatte nel teatro progettato «fuori asse» e perciò rimasto a metà. Lo stupore diventa presto curiosità. I membri del collettivo artistico «Alterazioni video», il ricercatore e artista Enrico Sgarbi e l’avvocato Claudia D’Aita decidono di approfondire. Parte così il progetto di ricerca, per catalogare tutti i casi analoghi.

Ben presto l’idea si allarga. E diventa «Incompiuto italiano». Le segnalazioni fioccano da tutta la penisola. Vengono mappate 360 opere incompiute: in gran parte nel Centro-Sud, un terzo del totale in Sicilia, per lo più risalenti tra la fine degli anni 60 e 80, quelli dell’esplosione della spesa pubblica e preTangentopoli. Si cataloga e si ragiona: l’opera incompiuta, nella chiave di lettura degli artisti, non va trattata come un’eccezione, ma come «il più importante stile architettonico italiano del dopoguerra». Enrico Sgarbi: «Il nostro è un progetto di lettura del paesaggio, per ribaltare la percezione negativa delle opere incompiute, elevandole al rango di opere d’arte per farle diventare risorsa economica con un tipo di turismo responsabile».Il materiale viene raccolto in www.incompiutosiciliano. org, definito un «osservatorio pubblico». E diventa fonte d’ispirazione per opere d’arte e fotografie d’autore (anche Gabriele Basilico partecipa).

Nasce così il festival dell’incompiuto, celebrato non a caso a Giarre: la cittadina siciliana viene eletta «capitale italiana dell’incompiuto» per densità di opere non finite rispetto alla popolazione: otto su 10mila abitanti. Nel corso della manifestazione viene celebrato anche il rito del taglio della colonna dal parco Chico Mendes, una «bambinopoli» mai terminata in totale abbandono. La colonna sarà poi portata nel padiglione italiano della Biennale di architettura di Venezia. E nei mesi successivi tutte le opere saranno esposte alla Columbia University di New York, oltre che in diverse città italiane.

«Unfinished Italy» ripercorre il lavoro degli artisti e documenta vicende che lasciano allibiti, come il dramma dell’architetto che ha progettato una piscina olimpionica sbagliando i calcoli: 49 metri anziché 50. Per questo non è mai stata finita. Racconta la voce narrante del regista: «Incrocio stadi senza spettatori, dighe senz’acqua, ospedali senza pazienti e garage senza uscita consegnati all’eterno incompiuto. Scopro rovine nate rovine e rintraccio memorie di luoghi senza passato né futuro».

Il lavoro non è finito. Bisogna ancora rispondere alla domanda «che fare?». Coinvolgendo studenti universitari di architettura, gli artisti hanno raccolto «progetti visionari» per utilizzare le strutture fatiscenti senza stravolgerle, lasciando intatto l’aspetto ma trovando una nuova funzione. Una logica opposta a quella della proposta parlamentare. Così un ponte lasciato a metà diventa la rampa per uno scivolo gonfiabile per bambini. Tra un mese si svolgerà la seconda edizione del festival a Giarre. L’idea è di istituire un parco archeologico dell’incompiuto, coinvolgendo i giovani siciliani per mettere i ruderi in sicurezza e renderli accessibili. Visitabili per farli rivivere. Anzi, vivere.





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Festini e bunga bunga sono proseguiti per mesi. Ma non più ad Arcore

Corriere della sera


Intercettazioni in un'inchiesta a Genova non collegata al Rubygate


MILANO - Festini e bunga bunga sarebbero proseguiti anche mesi dopo l'inizio dell'inchiesta Rubygate - almeno sino ad aprile - ma non più nella villa di Berlusconi ad Arcore, bensì a Villa Gernetto a Monza, sempre di proprietà del premier, che il Cavaliere vorrebbe sede dell'Università delle Libertà. Lo riporta venerdì Il Fatto quotidiano in un articolo firmato da Gianni Barbacetto e Ferruccio Sansa che rende conto di un'inchiesta della procura di Genova che riguarda fatti completamente diversi.

BRIATORE - L'inchiesta riguarda presunti reati fiscali legati all'affitto di megayacht, in particolare il Force Blue che sembrerebbe legato a Flavio Briatore. Nelle intercettazioni, dicono gli autori dell'articolo, finiscono «decine di vip», tra questi Daniela Santanchè ed Emilio Fede. Dalle conversazioni, tengono a precisare due volte Barbacetto e Sansa, non ci sarebbe nulla di penalmente rivelante ma emergerebbero elementi che andrebbero a completare il quadro delineato dai magistrati milanesi che indagano sul Rubygate.

FESTE - Alcuni parlano di Berlusconi come di una persona che ha problemi, riportano i due giornalisti, come aveva detto la sua ex moglie Veronica Lario. Nelle conversazioni - che spaziano dal siluramento del direttore generale della Rai Masi prima che fosse avvenuto, alla sua sostituzione con Lorenza Lei - ritenuta vicina alla Santanchè - si parla di Lele Mora il quale, nonostante lo scandalo e le inchieste, sarebbe sotto pressione per le continue richieste di organizzazione di serate nelle residenze del presidente del Consiglio.


Redazione online
03 giugno 2011




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L'esproprio da Aiazzone Rifondazione ora esulta: "E' un atto di giustizia"

di Luciano Gulli


Sono arrivati in duecento, con camion e furgoni, e hanno fatto razzia di tutto: dai materassi alle cucine. Tra i ladri ex dipendenti non pagati e clienti raggirati



I soliti ignoti , Lo spaccone , La grande guerra , Il sorpasso , Manhattan , Casablanca , Il cac­ciatore . Ci sono dei film-dei tito­li- che si impongono alla memo­ria con una forza dirompente, e anche se la trama, nel tempo, è destinata a sbiadire, la forza del titolo -e l’emozione che si porta dietro, anche a dispetto della qualità del film in questione- re­sta immutata. Qualcosa del genere, credia­mo, accadrà alla moltitudine di delusi e di gabbati -clienti che avevano pagato merci mai rice­vute e dipendenti non pagati­che l’altra sera si sono dati ap­puntamento a Pognano, nella Bergamasca, davanti ai cancelli del mobilificio «Aiazzone» per saccheggiarlo alla grande.

Tra protagonisti, comprimari, carat­teristi e comparse de «La Rivinci­ta » - titolo provvisorio di una sto­ria a metà tra l’autorisarcimento di massa (in gergo giudiziario corrente:furto)e l’esproprio pro­­letario, applaudito a scena aper­ta da Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista- saran­no stati un duecento, quasi tutti dotati di un bel camioncino o di un capace furgone. Degli assalta­tori il soggetto, degli scassinatori la sceneggiatura, dei più arditi la regia. La colonna sonora, quan­do il film verrà girato davvero, non potrà che essere imperniata su quel «Vieni in bici o in carroz­zella, ma vieni a Biella, ma vieni a Biella…», evergreen cantata dal compianto Guido Angeli:l’ideo­logo peronista del Divano al Po­polo, l’inimitabile tele imbonito­re che nei ruggenti anni Ottanta della Tv commerciale cercò di unificare l’Italia del massello dal­le Alpi a Condofuri, «isole com­prese », portando al successo il mobilificio biellese fondato da Giorgio Aiazzone.

Il«pubblico»,ovvero chi ha vi­sto all’opera la torma di ladri, l’al­tra sera, giura che sembrava di as­sistere alla scena madre, però un po’ fuori stagione, di un film ve­nuto dal passato: da quell’intra­montabile commedia all’italia­na che ebbe in Mario Monicelli, in Luigi Comencini, in Dino Risi i suoi profeti; e i suoi cantori in Sor­di, Gassmann, Tognazzi, Renato Salvatori, Nino Manfredi, e Tibe­rio Murgia; e poi naturalmente la Claudia, la Gina, la Sofia giù fi­no ad Ave Ninchi e a Capannelle. Verissima, anche se la parte sem­bra scritta da un redivivo Ennio Flaiano, in chiave tra comico e grottesco, la surreale, efferve­scente smarronata di Paolo Fer­rero, segretario di un partito che viene anch’esso dal passato, co­me il genere cinematografico ci­tato, che agli svaligiatori del mo­bilificio dichiarato fallito da mesi ha espresso la sua «solidarietà». «In questi tempi di crisi-dice Fer­rero, facendo spavaldamente apologia di reato, e forse conqui­standosi il sacrosanto diritto a una denuncia in tal senso- ci so­no truffatori che prendono in gi­ro lavoratori e piccoli risparmia­tori ».

E poiché «le leggi vigenti non riescono a tutelare i truffati, che non hanno compiuto alcun reato criminale ma hanno sem­plicemente cercato di ripristina­re la giustizia, il mio partito met­te a disposizione i propri legali per aiutare chi si trovasse in diffi­coltà ». Sicché per Ferrero, come Alberto Sordi in Un borghese pic­colo piccolo , da oggi in poi chi ri­tiene di aver subito una sopraffazio­ne, è titolato a farsi giusti­zia da sé. Ieri, per la cronaca, l’episodio di venerdì si è ripetuto, ma in chiave minore. L’altra sera, i 200 tra bergamaschi e immigrati erano arrivati perfino coi Tir (al­cuni presi a noleggio da noti cor­rieri, ma con il logo mascherato). Una ressa tale da far pensare a un set cinematografico, appun­to.

Fino a quando non sono arri­vati degli autentici carabinieri che ieri,mentre facevano l’inven­tario del furto e dei danni (i ladri hanno smontato perfino interi settori di impianto elettrico) han­no bloccato un’altra decina di sciacalli,pardon,di«ripristinato­ri della giustizia».




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Berlusconi tocca il re E scoppia l'indignazione dei "repubblicani"

di Paolo Bracalini


Berlusconi si rivolge a Juan Carlos di Spagna sfiorandogli il gomito ed è subito dramma nazionale. Napolitano lo riprende Repubblica rimprovera la "gaffe"



Roma


Viva la Repubblica italiana e lunga vita al Re di Spagna, e guai a toccarlo. Un’inclinazione lieve del capo per i signori, questo sì, un leggero inchino per le signore, pure questo sì che lo prescrive l’etichetta reale, e noi repubblicani la si osserva con la massima deferenza dovuta alla Corona e a tutto il bon ton monarchico che si porta appresso. Reggimenti e corazzate in gran parata, truppe scelte, crocerossine, battaglioni e tricolori a fare la festa della nostra Repubblica, purché non si sfiori il gomito di re Juan Carlos, per carità di Patria, a meno che non tocchi lui per primo, privilegio dinastico codificato da apposito decreto spagnolo del 1987.

E invece eccolo «lo strappo», «la gaffe» del premier italiano che agguanta (pare addirittura, secondo indiscrezioni, con tutte e cinque le dita) il braccio reale infrangendo l’etichetta, sotto lo sguardo severo di Napolitano, così tanto per invitare sua Maestà a non affaticarsi nel ripetuto su e giù dalla seggiola, avendo il ginocchio monarchico un piccolo acciacco. Ma così dimostrando di ignorare bellamente che, come sanno tutti coloro che hanno dimestichezza con l’Imperatore giapponese, i reali non vanno maneggiati a piacimento, perché appunto è permesso solo il ritocco, non il tocco. Il minimo che si debba ad una famiglia di sangue blu.
Il tragico misfatto, avvenuto per di più mentre si festeggia la Repubblica, si colloca cronologicamente nel momento in cui, lungo il viale, si appresta a sfilare la banda dell'Arma dei carabinieri.

In quei drammatici secondi nella testa del nostro premier si compie il suddetto «strappo», cioè Berlusconi improvvisamente si alza, lasciando il suo posto per avvicinarsi «alla testa coronata iberica, toccandogli il braccio per dirgli qualcosa», riassume Repubblica con evidente imbarazzo per la figuraccia nazionale. Veniamo informati che Sua Altezza Reale, a quel punto, dopo lo «strappo» all’etichetta, «sfodera un sorriso di circostanza», mentre in realtà chissà cosa pensa. Segue un rapidissimo scambio tra Berlusconi e Napolitano, che mima il movimento di toccare. Quindi il premier si rialza, ritorna da Juan Carlos, gli riparla ma stavolta senza ritoccare, una volta edotto dal Capo dello Stato sul comportamento da tenere per onorare sia la Repubblica che la Monarchia. E infatti il Cavaliere (titolo non nobiliare, fanno notare dal palco della festa della Repubblica) torna a sedere nella sua poltrona facendo a Napolitano un gesto come a dire «ora è tutto a posto».
Facile così, ma invece lo strappo è ormai fatto e non si ricuce. Tra l’altro con un Re che dev’essere abituato e arcistufo degli strappi, visto che non esita a visitare i paddock di Formula uno per stringere varie mani (si presume pericolosamente sfiorato su gomiti e altri parti degli arti) tra cui quella di Alonso, o i circuiti del Moto mondiale per dare supporto reale al team dell’iberico Jorge Lorenzo, anche lì rischiosamente a contatto con altre dita non aristocratiche.

L’etichetta, in verità, l’ha mollata lui per primo, il Re stesso, come un ingombrante catafalco reale di cui disfarsi. Altrimenti non si spiega il Juan Carlos che alla XVII Conferenza Iberoamericana si stizzisce e urla a Hugo Chavez un poco nobile «ma perché non stai zitto e lasci parlare?». Lo stesso monarca che, sempre fuori dall’etichetta, risponde ai cronisti che gli chiedono «come sta?» con un «male, male, malissimo», poi condito con «tanto a voi piace farmi morire» (scambio immortalato su You Tube, sempre per capire che fine ha fatto l’etichetta).

Ma, etichetta a parte, non c’è festa della Repubblica senza l’apparato di fischi e applausi per il premier. Al suo arrivo all’Altare della patria è partita una sequela di fischi, subito seguiti da applausi partiti da un settore diverso della folla. Scena diversa invece al ritorno a Palazzo Grazioli, un «bagno di folla» scrive l’Ansa, col premier che scende dall’auto, scambia strette di mano e posa per qualche foto.

Una giornata di incontri bilaterali (non solo con i gomiti del Re spagnolo) per Berlusconi, che ha ricevuto il presidente afghano Karzai, il presidente della Federazione russa Dmitry Medvedev, il vice presidente americano, Joe Biden, il presidente europeo Herman Van Rompuy. Oggi tocca al vice presidente cinese Xi Jinping e al presidente palestinese, Abu Mazen. Chissà che non ci scappi un’altra «gaffe» per la gioia dei collezionisti di «strappi ai protocolli» berlusconiani.





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La vecchia sinistra prima snobbava la Patria Adesso scopre la Festa

di Mario Cervi


Per decenni l’ideologia comunista ha disprezzato le nostre Forze armate: l’unica divisa da difendere era il fazzoletto rosso. Oggi qualcosa ècambiato



Non è stato, o almeno non mi sembra sia stato, il solito due giugno: solenne, ufficiale, ce­lebrativo, un po’ sonnacchio­so, qualche volta svogliato. Ho avvertito, sia nelle cerimo­nie sia nella partecipazione di popolo, qualcosa di molto di­verso. Una gran voglia di la­sciar da parte i cascami della cattiva politica e i veleni della cattiva propaganda per dare invece sfogo a quel sentimento a lungo considerato fuori m oda che è l’amor di Patria. Avverto il rischio terribile che questa espressione comporta: il rischio cioè di cedere alla melassa buonista per cui è famoso e insieme famigerato il De Amicis di «Cuore», di essere scambiati per bolsi rètori. Ma anche le mozioni degli affetti di Edmondo dei languori hanno la loro legittima collocazione nelle ricorrenze nazionali.

Non sono più melassa, sono sostanza e coscienza. La coincidenza con il centocinquantesimo anniversario dell’Unità è stata senza dubbio d’aiuto per fare di quella di ieri una giornata particolare. A differenza d’altre festività civili, ad esempio il 25 aprile, è una giornata che non divide più. Il contrasto tra monarchia e repubblica, che ebbe connotazioni aspre e risvolti drammatici, è ormai inserito nel grande libro della storia, non suscita passioni e tensioni. Tutti gli italiani potevano riconoscersi senza sforzo in una data senza rancori. Eppure al due giugno è mancato troppe volte, insieme al rancore, anche il calore d’una emozione che davvero coinvolgesse il Paese. Sull’Italia è pesata, nei primi decenni dopo la Liberazione, una sorta d i complesso d’inferiorità per l’umiliazione della sconfitta.

In molte sedi e in molti salotti politici s’è preteso dì enfatizzare la Resistenza, quasi che fosse la sola luce onorevole in una storia che viene da molto lontano. Si son voluti appannare o attenuare la presenza, il ricordo, la riconoscenza per le Forze armate come espressione della nostra identità. Non occorre essere guerrafondai per capire che le uniformi, le bandiere, le parate non sono orpelli folkloristici, sono la rappresentazione simbolica di ciò che siamo stati, di ciò che hanno fatto i padri, i nonni, i bisnonni. Con l’impegno di eguagliarne i sacrifici, se ne siamo capaci. Ma da alcuni si è voluto, in una lunga stagione, che fosse politicamente corretto snobbare se non spregiare i ragazzi in divisa: quando la divisa non fosse il fazzoletto rosso.

Tranne che per le scalmane di qualche centro sociale, mi pare che quel tempo sia definitivamente passato o si stia allontanando: e non saranno certo alcuni sindaci di provenienza rifondarola a invertire una tendenza che mi pare acquisita. Che se poi avessero nostalgie per le loro radici ideologiche, la spontaneità e la dimensione del tributo di affetto alle Forze armate visto ieri dovrebbe bastare a imporre una calmata. Sono venuti alcuni segnali importanti dai rituali romani. Evito d’interpretare il numero delle delegazioni straniere come un’attestazione del successo d’un due giugno eccezionale. Nulla può rivaleggiare con il matrimonio di William e Kate.

Ma il livello delle presenze ha dimostrato concediamoci una volta tanto il lusso dell’autoelogio - che l’Italia ha una posizione importante nel consesso internazionale, e che le ricorrenze decisive del suo passato sono sentite, anche al di là dei confini, come passaggi altrettanto decisivi per l’Europa e per il mondo. Posso, da risorgimentalista inguaribile, rallegrarmi per il riconoscimento che così ha avuto la troppo vituperata Unità? Un altro segnale è secondo me questo: non è vero che gli italiani sono irrimediabilmente faziosi. Lo sono se le circostanze lo richiedono - e una contesa elettorale, come quella che ci siamo appena lasciata alle spalle lo richiede sempre - ma in determinati momenti ritrovano motivi comuni di coesione e di speranza.

Sono piuttosto allergico all’ottimismo, e non voglio ignorare, in queste righe che onorano le Forze armate, le molte perplessità che le missioni internazionali suscitano e il dolore per le perdite umane che ne sono derivate. Ma a differenza del tempo in cui ai soldati, alla loro presenza, ai loro interventi si diceva n o per preclusione settaria, adesso i sì e i no sono più ragionati e posti, i più, sotto un denominatore comune. L’amor di Patria.




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Ecco il vizio dei santoni: prendersi sul serio

di Alessandro Sallusti


Dobbiamo prendere sul serio Nichi Vendola, quello che vuole consegnare Milano ai fratelli roma? Oppure credere alle favole di De Magistris. Basta prendere sul serio anche Santoro e Celentano



Giuliano Ferrara è un vulcano mai spen­to. Il direttore del F­o­glio ha convocato in un teatro di Roma gli stati ge­nerali dei servi di Berlusco­ni, una sorta di rivolta di pre­sunti schiavi contro il padre padrone al quale, oltre a dir­gliene un paio, andrebbero inoltrati a fine giornata an­che dei consigli non richiesti e possibilmente intelligenti. Impresa ardua, anche se ol­tre a Ferrara, mercoledì sa­ranno a Roma direttori di giornali di centrodestra, opi­nionisti, intellettuali e fan­cazzisti, forse anche nani e ballerine perché l'ironia e il gioco sono armi spesso più efficaci dello spadone.

Lo sa­peva bene Indro Montanelli che con due battute e un con­t­rocorrente sapeva distrug­gere avversari politici e dare una mano ad amici in diffi­coltà partendo proprio dalla loro dissacrazione. Non mi permetto di com­­petere, ma in effetti il prende­r­e tutto e tutti sul serio produ­ce più danni che altro. Ieri, ultimo esempio, il presiden­te Napolit­ano si è indispetti­to perché Berlusconi si è per­messo, alla sfilata del 2 giu­gno, di toccare re Juan Car­los, cosa proibita dal proto­collo. Si può prendere sul se­rio una simile polemica? Vo­gliamo aprire un dibattito sul perché il presidente di una repubblica nata su un re­gicidio (politico), che per cinquant'anni ha vietato agli eredi reali l'ingresso nel Paese, senta il bisogno di di­fendere ridicoli privilegi dei reali di Spagna? Ma per favore. Dobbiamo prendere sul serio Nichi Ven­dola, quello che vuole conse­gnare Milano ai fratelli rom? Oppure credere alle favole di De Magistris, il pm che ha dovuto lasciare la magistra­tura il giorno prima di essere cacciato dai suoi colleghi?

Basta prendere sul serio Santoro, che ancora ieri sera si è preso sul serio da solo al limite del ridicolo. E cosa vo­gliamo dire di Adriano Ce­lentano, grande cantante ma soprattutto grandissimo paraculo sulla nostra pelle grazie appunto al fatto che lo prendiamo sul serio. Ieri sera ad Annozero , Celenta­no ha avuto microfono aper­to senza condizioni (cosa vietata al presidente del Con­siglio che per tre interviste è finito indagato). L'antinucle­arista, ambientalista mania­co Celen­tano ci ha fatto l'en­nesima predica sul progres­so cattivo. Celentano appar­ti­ene a quella casta di privile­giati che può permettersi di predicare bene e razzolare male senza che nessuno glie­lo contesti. Perché non par­liamo di quanto inquina­mento ha prodotto il fabbri­care i milioni di dischi, nastri magnetici e cd che hanno re­so miliardario il molleggiato nazionale? Perché Santoro non manda un inviato a rac­contare la reggia di cemento e acciaio che Celentano ha costruito in un bosco della verde Brianza?

Che vetture, che tecnologia usa Celenta­no per spostarsi, soddisfare capricci e necessità? Lui vuo­le vivere nel 2011 con tutte le comodità del tempo e ri­mandare noi nella via Gluck tutta prati e cascine. Il progresso ha prodotto disastri come Chernobyl, ma anche scoperte che han­no salvato la vita a milioni di persone. Parlare dei primi e tacere sulle seconde è scor­retto e da mascalzoni. In­somma, siamo circondati da gente che manipola la ve­rità e ci prende in giro. Noi dovremmo prenderli sul se­rio. Che il centrodestra ritro­vi velocemente la capacità di fare, ma anche quella di ri­der­e su accuse tarocche e de­ridere falsi santoni.




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