giovedì 2 giugno 2011

Vicino a Fukushima nasce un coniglio senza orecchie

Corriere della sera

 

Paura tra la gente, si temono malformazioni per i bambini

 

Torna la crocerossina che stregò il premier, ma stavolta non in prima fila

Corriere della sera


Barbara Lamuraglia, ex modella di 48 anni, anche quest'anno alla parata militare del 2 giugno



Barbara Lamuraglia
Barbara Lamuraglia
Che 2 giugno sarebbe senza la crocerossina? Impettita e curvilinea, anche quest'anno Barbara Lamuraglia, 48enne ex modella romana, ha avuto il suo ruolo nella parata. Ma non in prima fila come l'anno scorso, quando sfilando alla testa delle candide signore del volontariato suscitò l'ammirazione di Silvio Berlusconi (notoriamente appassionato della materia). Quest'anno la signora ha tenuto (per prudenza?) un posto defilato, nelle retrovie, a reggere un ampio tricolore che in parte ne celava l'esplosiva silhouette (guarda la foto).

LA REAZIONE DEL PRESIDENTE - L'anno scorso, la galleria fotografica del presidente del Consiglio al passaggio della crocerossina campeggiava sulle pagine di tutti i giornali del giorno dopo. Una serie di ammiccamenti, gomitini e smorfie del tipo: «ah però...». I cronisti si scatenarono alla ricerca di dettagli sull'avvenente volontaria. Che riservatissima non si fece intervistare. «Di che vi meravigliate? Prima di sposarsi, sfilava a Palazzo Pitti. Lavorava nella moda, faceva proprio l' indossatrice...», raccontò il fratello Riccardo, progettista di barche a vela per bimbi e persone disabili. Qualcuno notò la straordinaria somiglianza con Veronica Lario, che proprio in quel periodo stava percorrendo la strada che l'avrebbe condotta al divorzio. La signora Lamuraglia, madre di due figli e moglie di un famoso chirurgo, Domenico D' Ugo, primario al Policlinico Gemelli, avrebbe potuto profittare della notorietà. Ma elegantemente ne fece a meno. Circa un mese dopo, però, il 16 luglio, tornò a sfilare come faceva da ragazza indossando un abito da sposa color ecru per Raffaella Curiel ospite di Altaroma.

LA POLEMICA - Naturalmente al can can di paginoni patinati e foto in prima pagina seguì la classica polemicona. Tutto cominciò con una frasetta su Facebook di Cecilia Strada, presidente di Emergency: «Ho provato ad immaginare le meravigliose infermiere di Emergency che marciano alla parata militare. Niente da fare, non ho abbastanza fantasia...». La Russa replicò a nome di tutte le infermiere militari: «La signora Strada porti più rispetto alla Cri. La sua squallida ironia ha dato il "la" solo a insulti e volgari strumentalizzazioni». Anche il presidente della Cri, Francesco Rocca, insorse: «La signora Strada dovrebbe rispettare chi dona la propria vita al volontariato e al prossimo, in silenzio». A certificare l'ovvio dovette intervenire il padre di Emergency (e di Cecilia) Gino Strada: «Sì, è vero, le nostre infermiere non sfilerebbero mai a una parata militare. E allora?».

VOLONTARIA VERA - Sottotenente del corpo della Croce Rossa, Barbara Lamuraglia è una volontaria vera. Almeno così la descrivono i suoi amici intervenuti sull'onda del clamore suscitato dalle smorfie presidenziali. «Assiste i malati in sala operatoria e presta servizio attualmente alla Mater Dei, prestigiosa clinica romana dei Parioli. È stata anche all'Aquila, per soccorrere i feriti. Che male c'è se è una bella donna?».

A. Cas.
02 giugno 2011



Powered by ScribeFire.

Romeno ubriaco investì e uccise 16enne in bici: subito scarcerato dal gip

di Redazione


Domenica sera, aveva travolto e ucciso con la sua auto, senza fermarsi a prestare soccorso, un ragazzino di 16 anni mentre andava in bici: è risultato positivo al test alcolemico



Roma - E' stato scarcerato il 35enne romeno che domenica sera, poco dopo le 21, ha travolto e ucciso con la sua auto, senza fermarsi a prestare soccorso, un ragazzino di 16 anni mentre andava in bici in via dei Frati a Nettuno. Secondo quanto riporta dal Tempo, a disporre la scarcerazione del pirata della strada è stato il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Velletri. L’immigrato, che al momento dell’arresto è risultato positivo al test alcolemico, avrà l’obbligo di dimora dalle 18 alle 8 del giorno successivo.

La ricostruzione dei fatti Sentendosi braccato dai militari di Nettuno che erano sulle sue tracce, si era recato in caserma assieme ad altri suoi due amici romeni di 41 e 37 anni che erano nell’auto con lui al momento dell’incidente. Il romeno che era la guida del veicolo, una Ford Mondeo priva di assicurazione, era stato arrestato con l’accusa di omicidio colposo, omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza. Gli altri due romeni erano, invece, stati denunciati per omissione di soccorso. Secondo una prima ricostruzione della dinamica, l’auto ha invaso la corsia opposta investendo e uccidendo il ragazzino che era in bicicletta. I carabinieri erano sulle tracce dei responsabili grazie ad alcune testimonianze ottenute nelle ore dopo l’incidente.






Powered by ScribeFire.

2 giugno 1946 Monarchia o repubblica?

Corriere della sera

2 giugno 1946 

Tutti alle urne per il referendum istituzionale e per eleggere l’assemblea costituente. È la prima grande consultazione nazionale dell’Italia libera. E per la prima volta, dopo alcune elezioni locali, votano anche le donne
 
clip_image001

«Tutti alle urne! E tutti alle urne con serietà, con compostezza, con calma e con un gioioso senso d’orgoglio. Sì, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere ancora dei cittadini; di avere riacquistato il diritto e il dovere – negatici dal fascismo col sostegno della monarchia – di contribuire individualmente e direttamente alle sorti del nostro Paese»

Giovedì 12 aprile 1928

Bomba alla Fiera, 16 morti all’istante

• Inaugurazione della IX Fiera di Milano, «rito annuale dell’industria e del lavoro», alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Un’edizione speciale, per festeggiare il decennale della vittoria della Grande guerra. Alle 9.45 il re giunge in treno alla Stazione centrale dove lo attendono il podestà Ernesto Belloni e altre autorità. Nello stesso istante in cui il corteo reale lascia la stazione, nei pressi dell’ingresso principale della Fiera, in piazzale Giulio Cesare, scoppia un ordigno a orologeria celato nel basamento in ghisa di un lampione.

• La collocazione della bomba segnala l’intenzione di procurare il maggior numero di vittime possibile. «Il basamento di ghisa, di una circonferenza di un metro e mezzo, alto altrettanto, ha centuplicato la violenza dell’esplosione. Ogni scheggia divenne un proiettile». I morti sono sedici, decine i feriti, alcuni gravissimi. [Sta. 13/4/1928]

Poco prima del passaggio del re

• «Malgrado il luttuoso episodio S.M. il Re ha inaugurato ufficialmente la Fiera percorrendone i viali e sostando ai padiglioni più importanti, come era stabilito nel programma. Tutte le altre manifestazioni della giornata, eccezion fatta della serata di gala alla Scala, avranno regolarmente luogo. La polizia sta indagando alacremente per individuare i responsabili». [Stef. ore 11.50]

• Per tutto il giorno continuano gli arresti, 400 circa a fine giornata, e le perquisizioni. Intensificati i controlli alle frontiere. Si cercano i responsabili in ambienti comunisti e anarchici.

L’incidente nella caserma della milizia

• In serata si diffondono voci che imputano la responsabilità dell’attentato a uomini vicini al segretario federale Mario Giampaoli, capo indiscusso del fascismo milanese. Questa mattina nella caserma della Legione della Milizia Carroccio, in via Mario Pagano, «mentre un milite si allacciava il cinturone tenendo stretto fra le ginocchia il moschetto, partiva inavvertitamente un colpo, che prendeva d’infilata un gruppo di militi, uccidendone due e ferendone tre».

[Stef. in Cds 15/4/1928] Da subito la dinamica dei fatti non è chiara e le versioni ufficiali sono contraddittorie, tanto da alimentare il sospetto che lo sparatore sia stato anche l’esecutore materiale dell’attentato alla Fiera. Lo stesso giorno la polizia perquisisce la sede della Oberdan, un’associazione fascista con tendenze dichiaratamente repubblicane, vicina a Giampaoli.

Numerosi studenti arrestati

• Tra gli arrestati vi sono numerosi studenti universitari, alcuni intellettuali e docenti che gravitano intorno alla rivista Pietre. Tra questi gli appartenenti a un’organizzazione segreta ispirata al modello mazziniano da cui riprende il nome “Giovane Italia”. Gli inquirenti scoprono presto che l’associazione non ha fini terroristici.

Il duce: cercare colpevoli tra antifascisti

• Nella notte, con un telegramma, Mussolini detta al podestà Belloni la strada che devono seguire le indagini: individuare al più presto i colpevoli, che debbono essere cercati tra gli oppositori antifascisti. Ancora Mussolini a Belloni: «Portate per me dei fiori sulle salme degli innocenti colpiti a morte dalle bestie della criminalità dell’antifascismo impotente e barbaro. Recate il mio saluto e il mio augurio a tutti i feriti. Sono sicuro che Milano fieramente fascista risponderà ai gesti della delinquenza superstite con un grido di più intensa fede nell’avvenire della Nazione e del Regime. I nemici non prevarranno». [Cds 14/4/1928]

• In serata partono per Milano alcuni membri del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Istituito nel 1926, il Tribunale ha giurisdizione su ogni strage o attentato e non è subordinato alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza [Cds 13/4/1928]

Venerdì 13 aprile 1928

La bomba uccide anche un bambino

• Le condizioni dei soldati ricoverati all’ospedale militare per le ferite riportate nell’attentato di ieri in piazzale Giulio Cesare non destano più preoccupazioni. Muore però un bambino di soli tre anni: Enrico Ravera è la diciassettesima vittima della bomba alla Fiera. La famiglia dei fratelli Antonio ed Ennio Ravera perde, con la morte di Enrico, il quarto caro (Ennio, oltre al bambino di tre anni ha perso la moglie Natalina, Antonio entrambi i figli, Gian Luigi e Rosina).

• «Pietoso pellegrinaggio di cittadini dolenti» per tutto il giorno sul luogo della strage. Nel recinto improvvisato con paletti e fil di ferro che circonda il palo della luce, e dove ancora ieri sera si vedevano qualche brandello di carne e di vesti e macchie di sangue rappreso, sono stati sparsi come su un tumulo fiori e fronde. Anche alla camera ardente allestita al Cimitero Monumentale continua per tutto il giorno il corteo dei parenti, dei conoscenti, degli amici delle vittime. Nella sala un’immensa corona di orchidee donata da Benito Mussolini. [Cds 14/4/1928]

Dinamite, ordigno a orologeria

• Esaminati i reperti trovati sul luogo dell’attentato, i ten. gen. Mario Grosso, della Sezione distaccata artiglieria, deposita la propria perizia. Schegge di ghisa sparse tutt’intorno in un raggio di 60 metri; esplosione violenta e istantanea avvenuta all’interno del basamento del lampione; tipo di esplosivo: dinamite o gelatina esplosiva; detonazione con un congegno a orologeria; «per ciò che si riferisce all’intervento della corrente elettrica, non solo non si rinvenne alcun conduttore, ma è probabile che se un conduttore fosse resistito, la detonazione sarebbe avvenuta nell’istante in cui il Corteo Reale sfilava di fronte al punto minato, anziché qualche minuto di anticipo». [Giacchin 2009]

Le indagini puntano sui comunisti

• Le indagini del Tribunale speciale si concentrano sui membri dell’organizzazione comunista clandestina di Milano. Arrestati, tra gli altri, Augusto Lodovichetti e Giuseppe Testa.

Arrestato il fratello di Silone

• Nei pressi di Brunate, vicino a Como, la polizia arresta Romolo Tranquilli, fratello di Secondo, meglio noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. È accusato dell’attentato perché in possesso di una mappa che per gli inquirenti riprodurrebbe piazzale Giulio Cesare (in realtà è la piazza di Como, luogo dell’incontro tra Silone e Luigi Longo). A carico di Romolo vi è inoltre la testimonianza della domestica Adalgisa Valesi, che riconosce in lui l’attentatore, benché in precedenza avesse indicato un’altra persona, Augusto Lodovichetti.

Le contraddizioni della testimone non fermano gli inquirenti che vedono in Romolo l’intellettuale di collegamento tra il gruppo comunista e l’ambiente internazionale degli esuli. L’intenzione della milizia è di chiudere l’inchiesta con un processo a rito direttissimo, a porte chiuse. Tranquilli nega di aver partecipato alla strage, ma sarà sottoposto a duri interrogatori e a torture che gli producono gravi lesioni ai polmoni, fino a causarne la morte (il 27 ottobre 1932). [Cds 14/4/1928]
• La versione ufficiale sposta a oggi l’incidente alla caserma della milizia avvenuto ieri.

Sabato 14 aprile 1928

Strage alla Fiera, funerali solenni

• Due giorni dopo la bomba alla Fiera, è il momento dei funerali. «Tutta Milano accompagna all’estremo riposo le vittime della strage in una indimenticabile manifestazione di cordoglio e di esecrazione». Di prima mattina le salme vengono portate in Duomo dalla camera ardente al Cimitero Monumentale. Bare allineate davanti all’altare maggiore: diciassette per le vittime della strage, due per i militi morti nell’incidente della caserma di via Pagano. Nelle tre più piccole, avvolte da un drappo candido, i corpi dei bambini. [Cds 15/04/1928]

• Il Partito fascista ha organizzato un’imponente manifestazione. Alle 13 tutti i fascisti si concentrano nelle rispettive sedi rionali per raggiungere incolonnati piazza del Duomo. [Cds 14/04/1928]
• Alle 15 il corteo funebre si muove dal Duomo verso il cimitero. «I rintocchi del campanone riprendono e i pesanti battenti della porta scorrono e spalancano l’uscita dal Duomo.

Uno squillo di tromba annuncia l’apparizione delle salme. Le autorità fanno ala». C’è anche il generale Umberto Nobile con gran parte dell’equipaggio del dirigibile Italia: domani partiranno da Milano per il Polo Nord. Il corteo funebre si avvia quindi verso via Dante, dove «la pioggia dei fiori pare in certi momenti oscurare il cielo». [Cds 15/4/1928]

Domenica 15 aprile 1928

Bomba alla Fiera, diciotto i morti

• Luigi Mario Gea, di 11 anni, muore all’Ospedale Maggiore. Era stato il padre, un fattorino, a convincere la moglie perché portasse il piccolo al piazzale Giulio Cesare: «Prendi con te il bambino. C’è il Re, c’è l’inaugurazione della Fiera. Lo farai divertire». [Cds 16/4/1928]

Il capo della polizia: ampliare la visuale 

• Il capo della polizia Arturo Bocchini telegrafa al prefetto di Milano chiedendo costanti aggiornamenti sulle indagini portate avanti dal Tribunale speciale. Per Bocchini è improbabile che gli attentatori siano gli antifascisti in esilio e indica piuttosto di dirigere le indagini verso le associazioni nazionalistiche jugoslave e balcaniche (FLLB, FLB, s.11_f.19 (H2, 132/1928), fasc. «Milano, attentato terroristico», telegramma non protocollato della prima sez. DAGR a prefetto Pericoli, con timbro “Riservata alla persona”, del 17 aprile 1928) [Giacchin 2009]

Sabato 21 aprile 1928

Altre due vittime della bomba

• Nel pomeriggio muore all’Ospedale Maggiore la maestra Giuseppina Tognacci, 56 anni, e nella notte Achille Beretta, 20 anni, meccanico. Le vittime della bomba di piazzale Giulio Cesare raggiungono il numero definitivo di venti. [Cds 23/4/1928]

Giovedì 26 aprile 1928

Bomba alla Fiera: «560 arresti»

• L’Agenzia Stefani comunica il bilancio delle indagini sull’attentato alla Fiera di Milano: 560 arresti (probabilmente un terzo di quelli realmente effettuati), 32 deferimenti al Tribunale speciale. [Giacchin 2009]

Giovedì 3 maggio 1928

Mussolini chiede «giustizia palese»

• In Senato si tiene la commemorazione delle vittime dell’attentato del 12 aprile in piazzale Giulio Cesare, a Milano. Nel suo discorso Mussolini chiede «palese ma severa giustizia» e in questo modo scarta la possibilità di celebrare il processo a porte chiuse. La campagna promossa dalla stampa europea a favore degli arrestati, come quella del “Comitato per la difesa delle vittime del fascismo”, ha influito in modo determinante nel cambiamento della strategia processuale da parte delle autorità fasciste.

Venerdì 25 maggio 1928

Bomba alla Fiera, pista anarchica

• Il questore Giovanni Rizzo scrive al capo della polizia Bocchini che i responsabili dell’attentato del 12 aprile alla Fiera di Milano debbono essere cercati nel gruppo anarchico del professor Camillo Berneri, esule a Parigi. La pista anarchica verrà seguita e abbandonata più volte, senza una precisa determinazione del Duce nel perseguirla.

Mercoledì 23 gennaio 1929

I comunisti estranei alla strage

• I sette comunisti arrestati il 13 aprile 1928 escono dall’inchiesta per la strage di Milano del giorno prima, sancendo l’estraneità della loro parte politica dai fatti di piazzale Giulio Cesare. Nel giugno 1931 Augusto Lodovichetti, Ettore Vacchieri, Giuseppe Testa, Sarti detto Maciste, Oreste Bruneri e Antimo Boccolari verranno tuttavia condannati a 12 anni di carcere per la ricostruzione del Partito comunista e incitamento all’odio di classe; la stessa pena toccherà a Romolo Tranquilli, che subisce anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e 3 anni in regime di sorveglianza speciale.

Giovedì 30 ottobre 1930

Arrestati membri di Giustizia e Libertà

• In diverse città italiane sono arrestati diversi componenti di Giustizia e Libertà. Tra questi Riccardo Bauer, Vincenzo Calace, Umberto Ceva, Ernesto Rossi. A loro carico l’accusa di aver pianificato una serie di attentati, poi non attuati, per la notte tra il 27 e il 28 ottobre (la ricorrenza della marcia su Roma). La polizia intende addossare all’organizzazione anche la responsabilità della strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.

Lunedì 3 novembre 1930

Attentati, il teorema Nudi

• Il generale Alfredo Torretta firma la perizia sulle bombe preparate dai membri di Giustizia e Libertà. Il perito, seguendo le indicazioni dell’ispettore Nudi, ricollega la preparazione degli attentati del 27-28 ottobre scorsi a quello di piazzale Giulio Cesare del 1928. Il chimico Umberto Ceva è identificato quale fabbricatore dell’ordigno.

Venerdì 12 dicembre 1930

Bomba alla Fiera, perizie contro

• Una nuova perizia di Mario Grosso ha elevato evidenti contraddizioni alla perizia Torretta. Nel procedimento avviato dal Tribunale speciale nei confronti dei membri di Giustizia e Libertà non vi è alcun riferimento alla strage del 12 aprile 1928. Il “teorema Nudi” sembra destinato ad essere definitivamente archiviato.

Mercoledì 9 marzo 1932

Attentato alla Fiera, la pista Giopp

• Mario Grosso firma una nuova perizia. Nelle premesse afferma che non ci sono sufficienti prove per legare l’ordigno di piazzale Giulio Cesare, davanti alla Fiera, a quello trovato nell’Arcivescovado di Milano il 29 dicembre 1928. Contraddittoriamente, nelle conclusioni scrive:

«1) gli ordigni del 9 aprile 1928 (bombe sulla linea Milano-Bologna) e quelli all’Arcivescovado sono stati in modo assolutamente certo preparati dagli stessi individui.

2) Con quasi certezza si può affermare che gli stessi individui hanno preparato anche l’ordigno del piazzale Giulio Cesare del 12 aprile 1928.

3) È probabile che gli individui medesimi non siano estranei alla confezione dell’ordigno scoppiato il 1° maggio 1927 al monumento di Napoleone III» ( da “Attentati terroristici avutisi nel Regno e all’Estero negli anni 1927, 1928, 1931, 1932”, relazione del ten. col. Mario Grosso alla questura di Milano, 9 marzo 1932). [Giacchin 2009].

• Giobbe Giopp, in precedenza identificato quale responsabile della piccola esplosione dimostrativa sotto il monumento di Napoleone III a Milano è coinvolto nell’inchiesta sulla strage del 12 aprile 1928 (anche se in quella data era in carcere da una quindicina di giorni).

Lunedì 25 febbraio 1935

Bomba alla Fiera, la pista Fornasari

• Maria Carnielli rilascia a Guido Leto (della Direzione generale affari riservati della polizia) dichiarazioni contraddittorie. In un interrogatorio la donna accusa Dante Fornasari di aver collocato l’ordigno a piazzale Giulio Cesare, ma la debolezza della sua testimonianza non fa procedere per il momento in questa direzione le indagini.

Mercoledì 20 novembre 1940

Cambio ai vertici della polizia

• Muore il capo della polizia Arturo Bocchini. Al suo posto Mussolini nominerà Carmine Senise (vice di Bocchini dal 1932). Guido Leto, della Direzione generale affari riservati della polizia, sarà posto a capo dell’Ovra, la polizia politica.

Mercoledì 14 aprile 1943

Nuovo capo della polizia

• Carmine Senise è rimosso dal suo incarico di capo della polizia. Gli succede il generale della Milizia Renzo Chierici.

Giovedì 24 giugno 1943

Bomba alla Fiera, torna il teorema Nudi

• Il capo dell’Ovra Guido Leto e il commissario Ugo Magistrelli indagano di nuovo Giustizia e Libertà per l’eccidio del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano. Riprende campo il “teorema Nudi”.

Domenica 25 luglio 1943

Senise di nuovo al vertice della polizia

• Al vertice della polizia ritorna Carmine Senise, che era stato rimosso dall’incarico il 14 aprile scorso.


Martedì 27 luglio 1943

Un indizio per la strage del ’28 alla Fiera

• Il commissario capo Magistrelli interroga Gastone Canziani, vicino alla rivista Pietre e alla Giovane Italia. La polizia vuole anzitutto dimostrare un collegamento tra Canziani e Fornasari quali autori dell’attentato alla Casa degli Italiani di Aubagne (Francia) del 15 gennaio 1932, e di seguito legare tale associazione a delinquere alla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano.

Venerdì 30 luglio 1943

Bomba alla Fiera, liberi i sospettati

• Due giorni fa, tramite un portaordini personale del capo della polizia Carmine Senise, il direttore del carcere di Regina Coeli ha ricevuto l’ordine perentorio di trattenere in carcere i presunti responsabili della strage del 1928 in piazzale Giulio Cesare a Milano (Rossi, Bauer, Canziani, Calace e Fornasari), anche in caso di un provvedimento di liberazione dei prigionieri politici. Le pressioni delle manifestazioni popolari e l’appoggio di personalità di spicco dell’antifascismo costringono oggi Senise a rilasciare Rossi, Bauer e Calace.

Giovedì 19 agosto 1943

Giustizia con fini politici

• In un colloquio tra il capo dell’Ovra Guido Leto e il giudice Alfredo Cianciarini del Tribunale militare (sostituito al Tribunale speciale) emerge l’ipotesi di un processo indiziario a carico dei presunti colpevoli della strage del 12 aprile 1928 a Milano che deve concludersi con pene esemplari e la condanna a morte di Fornasari. Il fine politico è la condanna dell’antifascismo repubblicano. Leto riceve l’autorizzazione da Badoglio a proseguire le indagini in tal senso.

Mercoledì 8 settembre 1943

Strage alla Fiera, stop alle indagini

• Dopo l’armistizio, le indagini sulla strage del 12 aprile 1928 alla Fiera di Milano s’interrompono.

Mercoledì 12 aprile 1978

Milano 1928, una strage senza colpevoli

• In occasione del cinquantenario della strage alla Fiera di Milano, Lelio Basso scrive sul Corriere della Sera: «A distanza di 50 anni nulla si sa degli autori dell’attentato […] ed è strano che nessuno, né uno storico né un parente delle vittime, abbia cercato di far luce su una strage, non meno grave nei suoi effetti di quelle tristemente famose del Diana o di piazza Fontana». [Lelio Basso, Cds 12/4/1978]
• Perché non si è fatta luce sulla strage? «La risposta, probabilmente, è più semplice di quanto si possa pensare. È la paura della verità.

La paura di scoprire che, dietro alla bomba di piazzale Giulio Cesare ci fosse una verità imbarazzante. Imbarazzante perché, al di là delle dichiarazioni, la parte politica che si ispirava all’antifascismo di Giustizia e Libertà temeva di scoprire un qualche suo coinvolgimento. Imbarazzante per Mussolini stesso, il quale non aveva alcuna intenzione di spingere i suoi sottoposti a concludere l’inchiesta, anche lui timoroso che la verità venisse a galla. E per il capo della polizia? Aveva realmente interesse a scoprire i responsabili? Oppure, come scrisse Guido Leto, questo fu il più grande cruccio di tutta la sua carriera? Troppo tempo è passato da allora, e le vittime della strage del 12 aprile 1928, uccise dalla bomba esplosa davanti al civico 18, dalle sevizie della Milizia o dagli intrighi di polizia senza scrupoli, sono destinate a rimanere senza giustizia». [Giacchin 2009]
Roberto Peci, la vendetta delle Br

clip_image002

Martedì 9 giugno 1981

Un appuntamento per Roberto Peci

• Roberto Peci, 25 anni, antennista, una moglie incinta di tre mesi, residente a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno). Fratello del brigatista Patrizio Peci, uno dei capi dell’organizzazione di Torino, che dopo l’arresto ha deciso di pentirsi. Nel pomeriggio di martedì 9 giugno del 1981 è nel negozio di elettrodomestici “D’Anna” dove ha un telefono che usa per prendere gli appuntamenti di lavoro, viene contattato da una persona che dice di essere un ingegnere di Macerata: avendo affittato a San Benedetto del Tronto un villino per l’estate, desidera far mettere l’antenna per il televisore a colori. Appuntamento per domani in via Arrigo Boito 6, traversa del lungomare.

• Il fratello di Roberto Peci è Patrizio, ha 28 anni, uno dei capi brigatisti della colonna di Torino. È in carcere e ha deciso di collaborare con la polizia. [Per saperne di più su Patrizio e Roberto Peci clicca qui]

Mercoledì 10 giugno 1981

Roberto Peci portato via in una 127 rossa 

• A meno di un’ora dall’appuntamento Roberto Peci riceve una telefonata di conferma. Alle 18.15 con la Panda celeste imbocca la stradina indicata. Appena svoltato, alle sue spalle una moto si guasta e blocca l’ingresso a tutte le altre auto.

Alla fine di via Boito, nella parte opposta a dove Roberto Peci è entrato, una Saab marrone a motore acceso si mette di traverso. Davanti al cancello del villino al civico 6 ci sono due uomini. Poco distante una 127 rossa. Mentre Peci accosta la macchina, i due uomini a piedi lo fanno fermare, un altro gli punta la pistola alla tempia, lo fanno togliere dal posto di guida.

Con la macchina arrivano quasi fino all’autostrada, chiudono Peci nel bagagliaio della 127, parcheggiano la Panda in direzione opposta a dove vogliono andare, la puliscono dentro per togliere le impronte. La 127 prende la statale verso nord, verso Ancona. Destinazione finale: Roma.

• In autostrada, sullo svincolo per Roma, la 127 buca una gomma. I rapitori si fermano per cambiarla. Una pattuglia della polizia stradale si accosta e chiede se serve aiuto, ma quelli rifiutano. Roberto Peci nel bagagliaio ha caldo, chiede che lascino il finestrino aperto per far entrare un po’ d’aria.

Gli spiegano che lo terranno per due o tre settimane, giusto il tempo di far «uscir fuori la verità sulla cattura» del fratello. È spaventato, ma piano piano si calma. L’auto si ferma in un autogrill, i sequestratori gli portano un caffè. Arrivano a Roma alle 22. Con gli occhi bendati lo portano in via della Stazione di Tor Sapienza: al civico 38 è l’appartamento in cui lo terranno.

Prima di farlo salire in casa aspettano le ore 1.30 nel giardinetto del condominio, per essere essere certi di non incontrare nessuno. Intanto a San Benedetto del Tronto Antonietta Girolami, moglie di Roberto, e tutta la famiglia Peci sono molto preoccupati e avvertono i carabinieri.

• Portato Roberto Peci nella prigione gli permettono di lavarsi, gli danno una maglietta pulita, lo fanno sdraiare su una brandina posta sotto una tenda. Nel frigo non c’è niente e perciò nessuno mangia, però preparano una camomilla per l’ostaggio che è un po’ agitato. Alcuni dei carcerieri partono per Napoli.

Giovedì 11 giugno 1981

Le Br rivendicano il sequestro di Peci

• Alle quattro di mattina i carabinieri ritrovano la Panda di Roberto Peci: è alla periferia di San Benedetto del Tronto, in località Ragnole, sulla via per Ascoli. È al bivio per una strada che s’infila verso i colli, per il santuario di Monte Prandone. Le portiere sono chiuse, un deflettore aperto, il sedile anteriore destro ribaltato, come per far uscire un passeggero seduto dietro. Dentro solo opuscoli di elettrotecnica. Il procuratore della Repubblica di Ascoli Piceno, Mario Mandrelli: «Era sorvegliato nei limiti del possibile, ma ultimamente non c’erano state minacce».  

• Ida Peci: «Non prendevamo nessuna precauzione, nemmeno per guardarci intorno. Patrizio ci aveva sempre detto che le Brigate rosse non erano né mafia né camorra. Le Brigate rosse non toccavano i familiari. Noi eravamo sicurissimi» (a Luigi Maria Perotti).

• Alle 8.30 la redazione centrale della Stampa a Torino riceve la prima telefonata anonima: «Qui Brigate rosse, colonna romana. Abbiamo rapito a San Benedetto del Tronto Roberto Peci, fratello dell’infame pidocchio Patrizio». Nel pomeriggio, alle 17, la chiamata al Giorno di Milano: «Qui Brigate rosse, colonna romana. Rivendichiamo il rapimento del fratello di Peci.

È rinchiuso nelle carceri del popolo e sarà sottoposto al processo del proletariato». Dopo cinque minuti altra telefonata: «Ripeto il messaggio, Roberto Peci farà la fine di Martin Schleyer». Martin Schleyer, il presidente degli industriali tedeschi sequestrato e ucciso nel 1977 dall’organizzazione di estrema sinistra Rote Armee Fraktion (Raf).  

• Nel frattempo, oltre a Roberto Peci, le Br tengono prigionieri: Ciro Cirillo, democristiano, assessore ai lavori pubblici in Campania, rapito il 27 aprile; Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera, rapito il 20 maggio; Renzo Sandrucci, ingegnere, dirigente dell’Alfa Romeo di Arese, rapito il 3 giugno.

Venerdì 12 giugno 1981

Roberto Peci è un «infame traditore»

• Al tribunale delle Vallette a Torino, nel maxi processo alle Brigate rosse, gli imputati in gabbia firmano una dichiarazione lunga 12 pagine su Roberto Peci, definito «infame che ha cominciato a fare la spia prima ancora del fratello». Legge il comunicato Maria Rosaria Roppoli, ex fidanzata di Patrizio Peci, che racconta di essere stata avvicinata «da canali particolari», lasciando intendere che si trattasse di Roberto: «Mi hanno fatto offerte di impunità con lo scopo di attendere nascosta la liberazione di Peci, promessa in cambio del suo tradimento».

La tesi delle Brigate rosse è che Patrizio Peci sia stato arrestato due volte: la prima a dicembre del 1979, in seguito alla quale avrebbe deciso di collaborare spinto dal fratello Roberto. Dopo questa prima cattura sarebbe stato liberato dai carabinieri affinché operasse come talpa all’interno dell’organizzazione. Le forze dell’ordine in cambio gli avrebbero assicurato una rapida assoluzione, una somma di denaro e la possibilità di espatriare.

Sabato 13 giugno 1981

Roberto Peci ha venduto Patrizio? 

• Si trova a Napoli il comunicato numero 1, firmato dal Fronte delle carceri. Annunciano la cattura di Peci, «infame pidocchio al servizio della controrivoluzione», anticipano che lo sottoporranno a processo proletario. A decidere della sorte dell’ostaggio, scrivono, saranno i brigatisti «sotto processo a Torino, i compagni detenuti, i proletari e i disoccupati organizzati, i comitati di fabbrica di Napoli, Roma, Torino, Porto Maghera, Arese e Pomigliano d’Arco». Le Br scrivono che quando furono trovate le armi a casa Peci, nel 1977, Roberto fu sottoposto a lunghi interrogatori durante i quali comunicò i nomi e le descrizioni di vari «compagni», infine, insieme alla famiglia, ha «venduto il fratello per salvarlo, sicuri di poter contare sulla ricompensa successiva dei carabinieri e sulla debolezza congenita dell’infame Patrizio».

Martedì 16 giugno 1981

Una foto di Roberto Peci 

• A Napoli, alle 23, i brigatisti fanno trovare in un cestino dell’immondizia nella centrale piazza Vittoria il comunicato numero 2. Allegano una polaroid a colori di Roberto Peci in prigionia: ha la barba incolta e una camicia scozzese, alle sue spalle il drappo rosso con stella a cinque punte. Il foglio annuncia l’inizio del processo al «traditore Roberto Peci».

Mercoledì 17 giugno 1981

Quattro anni a Patrizio Peci 

• Alle 17, dopo 51 ore di camera di consiglio la Corte d’assise di Torino emette le sentenze contro i 73 appartenenti alla colonna torinese delle Br nell’aula A delle Vallette. Presiede la corte il giudice Guido Barbaro: 62 condanne per complessivi 424 anni di carcere, 11 assoluzioni. Patrizio Peci, cui sono applicati i benefici della legge Cossiga a favore dei pentiti, è condannato a 4 anni di reclusione (l’accusa ne aveva chiesti 3). Le pene più severe inflitte a tre donne: 17 anni e 6 mesi a Nadia Ponti, 16 anni e 4 mesi ad Angela Vai, 15 anni e 6 mesi a Silvana Innocenzi. Il processo valuta soltanto le responsabilità nei reati associativi (partecipazione e costituzione di banda armata).

Venerdì 19 giugno 1981

Attentato all’avvocato di Patrizio Peci

• Alle 17.40 a Roma attentato contro l’avvocato penalista Antonio De Vita, 40 anni, difensore d’ufficio di Patrizio Peci, in viale Mazzini 146, nell’edificio dove il professionista ha il suo studio. Lo attendono nell’androne un uomo e una donna. Mentre De Vita entra in ascensore sente sparare, si volta di scatto, viene preso di striscio al collo e a una spalla.

Si getta a terra ed estrae una pistola dal borsello, fa fuoco: colpisce la donna. I terroristi fuggono. L’avvocato, su consiglio di un carabiniere, girava armato soltanto da pochi giorni. L’auto viene ritrovata dopo pochi minuti a via Lepanto, non lontano da viale Mazzini. A Roma in mattinata, poco prima delle 13.30, quattro terroristi hanno ammazzato il vice questore Sebastiano Vinci, 44 anni, dirigente del Commissariato Primavalle, che due anni fa ha condotto importanti indagini sul terrorismo.

Gli assassini lo hanno aspettato all’incrocio tra via della Pineta Sacchetti e via San Cleto: era sulla Fiat Ritmo di sevizio guidata dall’autista Pacifico Voto, 32 anni. Accanto a lui sul sedile posteriore il cane Ciccio, che spesso porta con sé. Fermi al semaforo, vengono avvicinati da due giovani bruni in jeans che nascondono le pistole sotto a dei giornali. I terroristi sparano e colpiscono a morte Vinci con sei proiettili: alle spalle, al torace, all’addome. Una pallottola raggiunge anche l’autista, che si salva al Policlinico.

Le Br fuggono su un motorino e su una 128 blu. Una telefonata alla redazione di Macerata del Messaggero avverte: «La spia Roberto Peci è stata giustiziata». È falso, perché intanto nella «prigione del popolo» di via Stazione di Tor Sapienza i brigatisti hanno allestito uno studio di regia e montaggio: una telecamera, un apparecchio timer-turner e un videoregistratore, tutto di marca Telefunken. Sullo sceanario di una bandiera rossa con stella a cinque punte, davanti alla telecamera, Roberto Peci deve rispondere all’interrogatorio dei brigatisti.

Sabato 20 giugno 1981

Roberto Peci: «Ho sbagliato»

• Comunicato numero 3: i verbali della prima dichiarazione confessoria del sequestrato. Racconta d’aver tradito Patrizio, arrestato una prima volta nel 1979. In quell’occasione il brigatista aveva deciso di collaborare con Dalla Chiesa. Da allora Patrizio era sempre pedinato dai carabinieri che, tra le altre cose, gli correggono anche le interviste. Insieme al verbale dell’interrogatorio si trova anche una lettera di Roberto a Patrizio Peci: «Ho sbagliato, non è Dalla Chiesa che vincerà, ma il movimento rivoluzionario».

Mercoledì 1 luglio 1981

Roberto Peci ammette il tradimento

• Comunicato numero 4: i verbali della seconda dichiarazione confessoria di Roberto Peci. Il sequestrato ammette di aver tradito le Br nel 1977, dopo l’arresto per un deposito di armi. Ha barattato la scarcerazione in cambio dei nomi di 8 compagni. Secondo tradimento: nel 1979, dopo il fermo per l’assalto alla Confapi di Ancona, parla di nuovo e fa arrestare il fratello Patrizio. La sentenza per Peci sarà emessa da «tutto il movimento rivoluzionario e il proletariato metropolitano». I brigatisti chiedono che i verbali vengano pubblicati dai giornali. Si decide che nessuna richiesta dei brigatisti sarà assecondata. Giornali, radio e tv tacciono.

Lunedì 6 luglio 1981

«Pubblicate l’interrogatorio di Peci»

• Antonietta, moglie di Roberto Peci, scrive una lettera per il marito tramite l’Ansa: «Io e la tua famiglia ti siamo vicini e stiamo facendo l’impossibile per far pubblicare, come tu chiedi, su tutti i giornali le tue dichiarazioni in modo che se ne possa discutere nel movimento. (…) Desidero almeno che nostro figlio, al di fuori di tutto ciò, abbia un padre e una madre come tutti gli altri e non cominci ancor prima di nascere a pagare le colpe che non ha. Ti voglio bene, Antonietta».

In serata a Roma i verbali dell’interrogatorio di Roberto Peci vengono spediti al direttore dell’Avanti!, Ugo Intini, e al direttore di Radio Radicale, Lino Jannuzzi: 24 cartelle dattiloscritte. Le Br chiedono che le dichiarazioni siano «integralmente rese note sugli organi di stampa». Intanto fanno trovare il cadavere di Giuseppe Taliercio, direttore dello stabilimento petrolchimico di Porto Marghera. Taliercio, 53 anni, 5 figli, è magro e irriconoscibile. Nella notte una telefonata avverte: «Alla fine di via Beccaria, vicino alla Montedison, troverete il porco Taliercio. È nel baule di una 128 chiara». Ucciso con 14 colpi di pistola, di cui 13 al petto, tutti sparati da pochi metri dopo essere stato tramortito con un colpo alla nuca. Pistola calibro 7,65 con caricatore bifilare.

Venerdì 10 luglio 1981

Roberto Peci condannato a morte 

• Comunicato numero 5, in un cestino dei rifiuti a Roma. Lo trova, dopo una telefonata, un giornalista della Repubblica. È il messaggio di condanna a morte di Roberto Peci: «Il processo al traditore Roberto Peci è concluso, la condanna a morte è la giusta sentenza che emettono le forze rivoluzionarie che lo hanno processato.

Da sempre la sorte che spetta ai traditori della rivoluzione proletaria è l’annientamento». In allegato tre lettere del sequestrato per madre, moglie e fratello. A quest’ultimo scrive: «Non ti interessa proprio la mia sorte? Oso ancora sperare che confermerai la mia storia, altrimenti prenderai le tue responsabilità, e io le mie». Alla madre: «Confermate la mia versione, perché non vi siete ancora espressi sui verbali.

Vi dico che non è giusto che a distanza di una settimana ancora non abbiate riconosciuto tali verbali come verità: se continuate a negare ancora, a me non servirà di certo». Alla moglie: «Pensa al bambino che deve nascere, riguardati, per me non ti devi assolutamente preoccupare, non te lo dico per farti star bene, ma non sono assolutamente trattato male, lo puoi vedere anche dalle foto». Infatti allegano una polaroid. Ieri a Napoli i brigatisti hanno annunciato la morte di un altro ostaggio, l’assessore napoletano Ciro Cirillo.

• «Il 10 giugno di due anni fa ci siamo sposati, il 10 giugno di quest’anno Roberto è stato rapito. E il 10 luglio è arrivata la condanna a morte. Adesso quanto tempo ci lasceranno prima di torturarci di nuovo, dicendo che se non facciamo questo e quello eseguiranno la condanna?». [Antonietta, moglie di Roberto Peci, a Ezio Mauro, La Stampa 12/7/1981]

Sabato 11 luglio 1981

L’Avanti! vuole aiutare la famiglia Peci

• Craxi chiama la famiglia Peci e assicura che l’Avanti! è disposto a pubblicare la lettera aperta della famiglia a Roberto Peci. Scrivono la moglie Antonietta e la sorella Ida: «Caro Roberto, il nostro silenzio non era dovuto al fatto che prendevamo la posizione di Patrizio, ma ci sembrava la cosa più opportuna perché chi tace per certi versi acconsente. Confermiamo ciò che tu dici e nello stesso tempo ci appelliamo all’umanità più volte espressa dal movimento rivoluzionario».

Mercoledì 15 luglio 1981

Un videotape con l’interrogatorio di Peci 

• Un giornalista del quotidiano Vita a Roma trova 6 lettere scritte da Roberto Peci. Sono indirizzate a Craxi, all’esponente di Democrazia Proletaria Massimo Gorla, al deputato radicale Marco Boato, al segretario della Uil Giorgio Benvenuto, all’avvocato Eduardo Di Giovanni e al direttore della Repubblica, Eugenio Scalfari. In allegato la videocassetta con le riprese dell’interrogatorio, in cui Roberto Peci ammette il doppio arresto del fratello.

I brigatisti vogliono che il video venga trasmesso. Si mobilita il comitato dei lavoratori del Petrolchimico di Porto Marghera che chiede la liberazione dell’ostaggio. Scrivono una lettera aperta alle Br i deputati radicali Pinto e Boato: «Non attribuite la vostra responsabilità ad altri, non nascondetevi ipocritamente dietro istanze a cui voi attribuite una responsabilità che non hanno, su cui cercate di scaricare una decisione che solo a voi spetta di prendere». A Napoli un documento firmato militanti comunisti napoletani chiede l’immediata esecuzione della condanna a morte di Peci.

Giovedì 23 luglio 1981

Clemenza per Roberto Peci?

• Alle 17.45 un donna telefona a Radio Popolare e annuncia la liberazione dell’ingegner Sandrucci a Milano, in via Martiri Oscuri. Vanno, ma non si trova nulla: era un depistaggio. Davvero Sandrucci è libero, ma è stato lasciato tra Sesto San Giovanni e Milano, in via Adriano 81, davanti al vecchio ingresso della Magneti Marelli. Intontito col cloroformio ma in buone condizioni, è sul sedile posteriore di una Alfa Romeo Giulia bianca (risultata rubata con targa falsa).

Rasato, le mani legate, indossa una tuta da operaio con lo stemma dell’Alfa Romeo, gli occhi sono coperti da cerotti, ha dei batuffoli di cotone nelle orecchie e gli occhiali da sole. Nell’auto un’agenda, un ombrello una carta geografica, un nastro con canzoni, una bomboletta spray. A Roma si trova un volantino firmato Brigata XXVIII marzo: «Noi riteniamo che nei confronti di Roberto Peci, che ha riconosciuto i propri misfatti e ha fatto autocritica di fronte a tutto il proletariato, si possa applicare la tradizionale clemenza rivoluzionaria».

• «Siamo qui che aspettiamo, sospesi tra la condanna a morte delle Br e quell’accenno di clemenza. Noi, tutto quello che potevamo fare lo abbiamo fatto. Adesso non abbiamo più forze né possibilità, siamo svuotati di tutto, facciamo fatica anche a sperare». [Ida Peci a Ezio Mauro, La Stampa 24/7/1981]

Venerdì 24 luglio 1981

Roberto Peci forse può essere salvato 

• In via dei Prefetti, a Roma, si trova un nuovo volantino dei brigatisti firmato dal Fronte delle carceri, lo stesso che organizzò il sequestro di Peci. Si chiede al movimento rivoluzionario e al proletariato metropolitano di «esprimersi sull’opportunità di sospendere la sentenza» e di «applicare quell’umanità che da sempre caratterizza la giustizia proletaria». Le confessioni «di Roberto Peci sui due arresti del pidocchio Patrizio e sugli assassinii su commissione di via Fracchia hanno causato lacerazioni profonde nelle diverse fazioni della borghesia imperialista».

Si giudicano raggiunti gli obiettivi della «campagna Peci». Quindi la sentenza, «se i rivoluzionari sono d’accordo», può essere sospesa. Ugo Intini chiama la famiglia Peci e legge il volantino al telefono. Ida Peci: «Altro che “proletari” e “proletariato”, qui a fine mese quando arriverà la bolletta del telefono non so nemmeno se lo stipendio di mio padre basterà a pagarla, con tutte le chiamate che abbiamo fatto da una parte all’altra d’Italia per cercare di salvare Roberto». [a Ezio Mauro, La Stampa 25/7/1981]

• All’alba, a Napoli, dopo 89 giorni di sequestro, le Br liberano Ciro Cirillo. È avvolto in un telone blu a strisce bianche, in via Statera, a pochi metri da Poggioreale, tra case diroccate.

Sabato 25 luglio 1981

Niente da fare: Peci va giustiziato 

• A Napoli e Roma viene ritrovato un nuovo documento dal Fronte delle carceri: «Morte per il traditore Roberto Peci», scrivono. «Tutta la campagna Peci non è il punto di arrivo della offensiva proletaria, ma il punto di partenza dell’attacco che le forze rivoluzionarie scateneranno d’ora in poi nei confronti del nemico»; aggiungono che procederanno in tempi stretti «all’esecuzione della sentenza di condanna»; allegano una foto dell’ostaggio ammanettato e due sue lettere a Craxi e al presidente della Rai, Zavoli. Peci prega che la cassetta con l’interrogatorio cui è stato sottoposto venga trasmessa e scrive: «Concludo appellandomi a lei: sono sicuro che non mi deluderà e terrà conto dell’estrema urgenza comportata dalla mia situazione».

Antonietta Peci: «Mi pare che sia una richiesta assurda, ma per la vita di Roberto farò tutto ciò che è in mio potere perché quella trasmissione ci sia. Ma i brigatisti che tengono prigioniero mio marito devono capire che anche noi siamo soli, non abbiamo nessun aiuto. Quel che potevamo fare, lo abbiamo fatto». [a Ezio Mauro, La Stampa 26/7/1981] Anche secondo l’Avanti!, che ha pubblicato i verbali dell’interrogatorio, la richiesta dei brigatisti è impossibile: «È noto che la magistratura ha provveduto a incriminare Radio Radicale per aver diffuso una videocassetta su Ciro Cirillo proveniente dalle Br e che la registrazione riguardante Roberto Peci è stata sequestrata dalla polizia.

Ciò significa che la condizione è inattuabile». In serata i Peci ricevono una telefonata (voce maschile, linguaggio da persona colta): «Parlo a nome del comitato proletario di Roma. La situazione è grave, dovete far pubblicare i verbali e diffondere il videotape. Il problema non è umanitario, ma politico».

• Dopo il rilascio di Cirillo arrestati a Napoli 20 presunti terroristi, la magistratura ha emesso 56 ordini di cattura che coinvolgono soprattutto i postini delle Br. I giornali scrivono che per la liberazione di Cirillo è stato pagato un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire in banconote da 5mila e 10mila. Tra gli arrestati l’appuntato della guardia di finanza Giovanni Campanella, lo studente universitario Umberto Maddalena, figlio di un alto magistrato, e Gilda Pianale, sorella di Maria Pia capo storico dei Nuclei Armati proletari.

Lunedì 27 luglio 1981

A nessuno interessa la sorte di Peci? 

• Antonietta e Ida Peci convocano i giornalisti in casa per una conferenza stampa: «Mio marito non ha santi protettori, soltanto per questo deve pagare? Radio Radicale sta trasmettendo i verbali dell’interrogatorio, poi lunedì li trasmetterà Radio Popolare. I radicali si stanno muovendo per contattare i comitati di lotta nelle carceri. Chiediamo alla stampa di pubblicare ancora questi verbali, di prendere chiaramente posizione sui due arresti di Patrizio, sull’operato di Dalla Chiesa.

Boato, Pinto e De Cataldo sono disponibili a fare da tramite. Prego Craxi che ci risponda; e Zavoli, se non vuole trasmettere la cassetta registrata potrebbe parlarne. Questa vicende pone a tutti un caso di coscienza, per gli altri è stato fatto molto. Per D’Urso la stampa e la magistratura si sono strappati i capelli. Si diano da fare anche adesso. Guardiamo Cirillo, anche se non mi interessa sapere se è stato pagato un riscatto, però la Democrazia cristiana si è mossa. E si è mossa l’Alfa Romeo per Sandrucci. Per noi non c’è nessuno. Pochi ci hanno dato una mano».

Martedì 28 luglio 1981

I parenti di Peci incontrano Craxi 

• Tutti sulla linea della fermezza: Spadolini, Pertini, la Dc, i repubblicani, i socialdemocratici, i liberali. Il Pci critica l’atteggiamento del Psi. La Rai conferma che non trasmetterà la cassetta, Zavoli è «turbato» per i pressanti appelli mossi da ragioni umanitarie, ma «né materialmente, né legalmente, né istituzionalmente la Rai potrebbe prendere iniziative volte a superare oggettivi vincoli».

Antonietta e Ida Peci partono all’alba da San Benedetto del Tronto per incontrare Craxi a Roma. Parlano per un’ora, poi il Psi dirama un comunicato di 27 righe: i familiari di Peci «sollecitano il massimo di solidarietà possibile e iniziative che, nell’ambito della legalità, possano favorirne la salvezza», si esprime l’augurio che «gli organi di informazione vorranno dare ampiamente conto di tutte le decisioni che sono già state prese e che dovranno essere prese» con la speranza che «ogni notizia sul caso sia diffusa nel modo più esauriente».

Il radicale Boato nel carcere di Fossombrone incontra una dozzina di brigatisti del Fronte delle carceri: «Finora ritengo di poterne trarre i segnali positivi. Hanno accettato di parlare con me, non hanno fatto dichiarazioni di chiusura totale, hanno usato l’espressione “canali della comunicazione sociale” come aveva fatto il comitato unitario del carcere di Palmi dove si trova Renato Curcio in rapporto al caso D’Urso finito felicemente».

Mercoledì 29 luglio 1981

Spadolini non parlerà con i Peci 

Antonietta e Ida Peci sono ancora a Roma, nella speranza di incontrare Spadolini. Questi, tramite il capo di gabinetto Manzella, però fa sapere che non le riceverà. Ida Peci: «Il governo persegue la linea della fermezza e non intende cedere al ricatto delle Br. Quando abbiamo fatto presente che l’onorevole Craxi ci ha ricevuto ci è stato risposto che Spadolini non è un segretario di partito ma il presidente del Consiglio». Due telefonate false annunciano la morte di Roberto Peci.

Giovedì 30 luglio 1981

Le Br annunciano l’esecuzione di Peci 

• Antonietta e Ida Peci a Roma, nella redazione di Mondoperaio, parlano ai giornalisti: «Siamo venute a Roma da San Benedetto, dove ci trovavamo abbandonate da qualsiasi assistenza delle pubbliche autorità, perché fra tutti i sequestrati Roberto è la persona più debole».

I deputati radicali Boato e Pinto riportano quanto saputo dai brigatisti detenuti a Rebibbia: «Non ci è stato possibile prendere contatto con loro anche a causa del particolare regime di massima sicurezza». Indirettamente, è emerso che la posizione dei carcerati a proposito del sequestro Peci è la seguente: «Non gli interessa niente della mediazione dei radicali».

Mentre le due donne stanno ritornando a San Benedetto del Tronto, a Roma e Napoli viene trovato il comunicato numero 7: «Eseguiamo la sentenza di condanna a morte emessa nei confronti di Roberto Peci perché è un traditore e i traditori vanno annientati. Oggi Roberto Peci paga tutte le sue colpe e rende conto al proletariato dell’assassinio di Antonio, di Cecilia, di Pasquale e di Roberto, comunisti caduti in via Fracchia».

Nel documento si annunciano azioni nei confronti di «giornalisti Fiat, craxiani e berlingueriani»; la busta contiene anche una foto dell’ostaggio. In serata le redazioni ricevono uno scritto di Patrizio Peci dal carcere, che smentisce la teoria del doppio arresto, rifiuta l’etichetta di infiltrato dei carabinieri, rivendica la spontaneità della sua scelta di pentimento e dice al fratello di non temere la verità: «Pare ormai certo che non ti serviranno per la tua salvezza le enormi responsabilità che non ti competono e che hai voluto assumerti». All’Ansa di Firenze giunge una lettera firmata dai terroristi rinchiusi nel supercarcere di Palmi (dov’è Renato Curcio): «Il più alto atto di umanità verso i traditori in genere significa annientamento».

Venerdì 31 luglio 1981

L’ultima speranza di salvare Peci 

• La famiglia Peci si appella al brigatista Rocco Micaletto, arrestato a febbraio del 1980 insieme a Patrizio Peci. Chiedono che dica la verità su quel giorno, sulle circostanze in cui furono presi. Per smuoverlo gli ricordano che a poche ore dall’arresto era stato proprio Roberto Peci a procurargli degli abiti: saputo dal fratello che Micaletto era in cella senza possibilità di cambiarsi, gli aveva spedito un pacco di vestiti. Micaletto, per ringraziarlo, gli aveva pure mandato una cartolina.

Domenica 2 agosto 1981

Una lettera per Roberto Peci 

• Ida Peci scrive una drammatica lettera per smentire le affermazioni del fratello Roberto: «Interrogato dalle Brigate rosse, ha dichiarato che io, assieme a lui, ho venduto Patrizio ai carabinieri e l’ho convinto a disertare. Per quanto mi riguarda queste affermazioni non sono vere. Caro Roberto, quanto tu hai dichiarato può essere comprensibile nelle tue condizioni: forse l’hai fatto per salvarti la vita oppure perché ti hanno costretto.

Tu sostieni che Patrizio durante la sua clandestinità mi ha telefonato più volte a casa. Ma tu sai bene che non è vero, che non può essere vero. In quel periodo io ancora non avevo il telefono. Nei “verbali” racconti di un appuntamento di Patrizio alla stazione di Torino, dici che io e te avevamo fissato l’incontro davanti al parcheggio dei taxi, ma sai che anche questo non è vero. Sai che con Patrizio non abbiamo mai avuto rapporti durante la sua clandestinità. Solo una volta Patrizio ha telefonato a casa dei nostri genitori, nella primavera del ’79 ed io quel giorno non ero presente.

Per quanto riguarda la nostra andata alla caserma dei carabinieri di San Benedetto dici che noi due abbiamo incontrato il maresciallo Ceneri prima dell’arresto di Patrizio per trattare la sua resa. Invece sai bene che dal maresciallo Ceneri io e te siamo andati per la prima volta la mattina di giovedì 21 febbraio due giorni dopo l’arresto di Patrizio, quando nostro padre aveva sentito la notizia alla radio. Dal maresciallo eravamo andati per avere conferma dell’arresto. Caro Robero tu sai bene che questa è la verità: io lo giuro sul bene che ti voglio. Quindi questa condanna oltre che ingiusta ci fa capire che le Brigate rosse ti vogliono e ci vogliono colpire in quanto familiari di Patrizio Peci. Non per altri motivi e giustificazioni».

Lunedì 3 agosto 1981

Undici spari: Roberto Peci è morto 

• Alle 4 e 35 nel covo di via della Stazione di Tor Sapienza, i carcerieri svegliano Roberto Peci: ha la barba lunga, la camicia a scacchi, gli zoccoli e i pantaloni corti di jeans del giorno del sequestro. Lo avvolgono in coperte e lo imbavagliano, gli mettono tamponi di cotone sugli occhi tenuti da nastro adesivo, altri tamponi nelle orecchie.

Gli dicono che lo trasferiscono in un’altra casa, lui chiede di portare con sé una foto della moglie ritagliata da un giornale. Salgono tutti sulla 127 rossa. Arrivano a Torricola, in via di Casal Rotondo, poco distante dalla via Appia Nuova. C’è un casolare abbandonato e senza tetto, le pareti sudicie. Tutto intorno solo prati secchi e mucchi d’immondizia. Ci vanno le prostitute coi clienti e i drogati per bucarsi, talvolta le coppiette. Trascinano l’ostaggio lì dentro: ha le mani bloccate da una catena chiusa a lucchetto. Lo mettono davanti al muro, accanto a un cartello con la scritta «Morte ai traditori».

Gli scattano una foto così, mentre uno di loro incappucciato gli punta una pistola dotata di silenziatore. Sono in due a sparare: 11 proiettili a bruciapelo (una calibro 34 e la Beretta 7,65) lo colpiscono al petto, alla tempia, alla bocca, agli zigomi. Circa un’ora dopo due telefonate dal Fronte delle carceri alle redazioni romane di Paese Sera e del Messaggero annunciano la morte di Roberto Peci e il luogo per il ritrovamento del corpo.

Roberto Peci è mezzo avvolto da un drappo rosso coperto di slogan, accanto a lui copie del comunicato numero 7 e di una «risoluzione strategica numero 16». In tasca ha il ritaglio del giornale con la foto della moglie. Il volto completamente sfigurato, le mani incrociate sul petto ancora legate dalla catena. Nel vederlo, il procuratore della Repubblica di Roma, Macchia, ha un malore.
• «Non sono ancora le 7 e Antonio Peci, padre di Roberto, si prepara ad andare al lavoro. Ha bevuto il caffè che si è preparato da solo perché la moglie, Amelia, non riesce più ad alzarsi dal letto. Sente squillare il telefono. “Pronto?”, “È l’Ansa: hanno trovato Roberto…”, “Come?”, “Purtoppo morto…”, “Dove?”, “A Roma”, “Grazie”. Riattacca. Mormora: “Bastardi, me l’hanno assassinato”. Piange». [Il Resto del Carlino 4/8/1981]

clip_image003

Martedì 24 aprile 1945

Via alla sommossa

Genova, notte. Dopo che, a mezzanotte, il Comitato di liberazione nazionale (Cln) ligure ha deliberato l’insurrezione, sono cominciate le operazioni. Le Squadre di azione patriottica (Sap) hanno occupato le stazioni ferroviarie di Sestri, Cornigliano, Pegli, Pra’, Cogoleto e conquistato i presidi delle più importanti fabbriche dell’area. All’alba la sommossa è in pieno svolgimento. Si fronteggiano: da parte tedesca circa tredicimila uomini, tra soldati della Wermacht e forze della Rsi, guidati dal generale Gunther Meinhold; dall’altra tremila uomini delle Sap sostenuti da alcune migliaia di civili.

Obiettivo dei partigiani: chiudere le vie di comunicazione che consentirebbero ai tedeschi e ai fascisti di ripiegare verso la Pianura padana fissando un’ultima linea di resistenza sul Po. Il Cln non ha aspettato l’aiuto di formazioni esterne avendo avuto segnale che i tedeschi sono pronti all’evacuazione. «Circa i tempi, due incubi: da un lato, essendo gli alleati ancora a Sarzana come evitare la tragica esperienza di Varsavia? D’altro lato se le armate tedesche dislocate fra La Spezia e Savignone raggiungono la linea Kesselring del Po si avranno decine di migliaia di morti e l’indefinibile prolungamento della guerra». [Taviani 2000]

Genova, ore 10. Da un’ora la battaglia divampa nel centro della città. Ma «il palazzo del comune, la questura, le carceri di Marassi, i telefoni sono in mano ai patrioti». [Taviani 2000]

Milano, tarda mattinata.
Arrivate le prime notizie da Genova, il Comitato insurrezionale (Luigi Longo, Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani) decide di agire, diramando l’ordine dello sciopero a partire dalle 13 di domani. I comandi generali partigiani fissano alle 14, sempre di domani, l’inizio delle operazioni. Scontro nella zona di Niguarda tra garibaldini e miliziani fascisti. Lo scontro poi si allarga.

L’insurrezione perfetta

Genova, pomeriggio. I partigiani hanno occupato gli edifici pubblici, troncato la circolazione ferroviaria in tutta la Liguria, tagliato collegamenti telefonici, luce elettrica e acqua ai presidi tedeschi. Nel resto della città la vita è quasi normale. Per i tedeschi sono chiuse tutte le vie d’uscita. Una colonna di artiglieria tenta una sortita ma viene distrutta.

Quella di Genova può considerarsi «l’insurrezione perfetta sotto ogni punto di vista, sul piano militare e sul piano politico, eseguita in una città in cui tutte le condizioni obiettive militavano a favore del nemico. Circa 30 mila tedeschi addensati nel breve tratto della riviera ligure intorno a Genova (...); 50 pezzi di artiglieria di medio calibro, dal 75 al 104, piazzati lungo la cintura di difesa esterna, 15 grossi calibri, dal 152 al 381, pronti a entrare in azione ad Arenzano, Monte Moro e Portofino.

Di fronte allo schieramento nemico, in tutte le zone, le forze partigiane, non superiori a un settimo delle forze tedesche, calcolando anche i partigiani della montagna, gli unici provvisti largamente di armi automatiche; in città, secondo le previsioni del Comando piazza, non più di 3 mila sappisti e gappisti, dotati per la maggior parte di pistole». Al momento della mobilitazione generale, però, ai quattro settori militari affluiscono non solo i 3 mila uomini delle Sap già in forza, «ma un numero di cittadini superiore di almeno dieci volte alle previsioni». [Battaglia 1970]

Aldo dice ventisei per uno

Torino, ore 19. «Aldo dice ventisei per uno – stop – Nemico in crisi finale – stop – Attuate piano E 27 – stop – Fermate tutte macchine e controllate passaggi trattenendo persone sospette – stop – Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strada Genova-Torino e Piacenza-Torino – stop»: è il testo dell’ordine cifrato che prevede per l’una del 26 aprile l’inizio effettivo dell’insurrezione in città. Lo dirama il Cln non appena ha saputo del passaggio del Po a sud di Mantova da parte degli alleati. 

Genova, sera.
I tedeschi tengono ancora le alture che dominano la città e la chiudono in una grande morsa tagliandola fuori dalle comunicazioni a ovest e a est. «La sera del 24 si chiuse con la tragica prospettiva di vedere i tedeschi da assediati trasformarsi in assedianti, se fossero riusciti a strappare l’iniziativa dell’attacco alle forze patriottiche». [Battaglia 1970] Il generale Meinhold, comandante dei tedeschi, minaccia di bombardare la città. Il Cln risponde che in tal caso passerebbe per le armi i prigionieri in sua mano, già circa un migliaio.

Milano, sera.
Alcuni gappisti della III brigata Garibaldi assaltano la caserma della Guardia nazionale repubblicana di Niguarda, presso l’ospedale Maggiore. Ha inizio l’insurrezione nelle fabbriche, prima di tutte la Pirelli. La lotta si dispiega dalle periferie, a mano a mano verso il centro. [Battaglia 1970]

La guerra. I russi a Berlino

Fronte italiano. Truppe dell’VIII armata britannica e della V armata americana hanno varcato il Po. Modena e La Spezia sono state liberate. A Ferrara un’insurrezione popolare ha preceduto l’entrata degli alleati in città.

Fronte orientale.
I russi sono penetrati a Berlino. Le armate dei marescialli Zukov e Konev stanno per congiungersi a ovest della capitale tedesca, accerchiandola. «A Berlino è stata decretata la mobilitazione totale. Gli allievi di tutte le scuole della capitale sono stati gettati nel combattimento». [Un. 25/4/1945]

Fronte occidentale.
Eliminate tre sacche di resistenza nella Germania sud-occidentale. In serata, forze corazzate della III armata americana a pochi chilometri da Ratisbona. Colonne motorizzate della VII armata a meno di 70 chilometri da Monaco. Le truppe inglesi hanno accerchiato Amburgo. [Un. 25/4/1945]

Mercoledì 25 aprile 1945

Tutti i poteri al Cln

Milano, ore 8. Presso il collegio dei salesiani di via Copernico si riunisce il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (Clnai) che approva all’unanimità la proclamazione dell’insurrezione ed emana tre decreti. Nel primo si stabilisce l’assunzione di tutti i poteri, civili e militari, da parte del Clnai e dei Cln regionali, provinciali e cittadini.

Con questo decreto, che sancisce l’insurrezione generale in tutto il Nord, sono istituiti i tribunali di guerra, disciolti i reparti armati fascisti, assicurato il trattamento di prigionieri di guerra a quelli germanici. Con il secondo decreto, «per l’amministrazione della giustizia», vengono nominate le commissioni di giustizia per la funzione inquirente, i tribunali di guerra e le corti d’assise popolari per quella giudicante.

Si stabilisce inoltre che «i membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l’ergastolo». «Vi è implicita, se può dirsi implicita una cosa così evidente, la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi fascisti». [Battaglia 1970]

E ancora, all’art. 6: «Coloro che hanno organizzato squadre fasciste, che hanno compiuto atti di violenza e di devastazione e coloro che hanno diretto o promosso l’insurrezione del 28 ottobre, sono punti secondo il codice penale del 1889». All’art. 7: «Chiunque, posteriormente all’8 settembre 1943, abbia commesso o commetta delitti contro la fedeltà e la difesa militare dello Stato con qualunque forma di intelligenza o collaborazione con il tedesco invasore e con le forze nazifasciste, è punito secondo le leggi militari di guerra vigenti l’8 settembre 1943».

Genova, mattina. I partigiani sfondano a ovest della città ed espugnano il punto chiave di Castel Raggio. Costrette alla resa le batterie di Arenzano. Un gruppo di studenti universitari e una squadra di sappisti conquistano la stazione radio sull’altura di Granarolo. 

Parma, ore 12. Gli alleati entrano in città, ormai sotto il controllo dei partigiani. Il corrispondente di guerra Godfrey Talbot comunica a Radio Londra: «L’ordine è perfetto».

Fabbriche occupate dagli operai
Milano, pomeriggio. Tutte le fabbriche del Milanese sono occupate dagli operai in armi. Alla Innocenti viene issata su un pennone una bandiera rossa mentre i tedeschi sono ancora asserragliati nello stabilimento. «Tutto quello che si decide di fare è ben fatto, tutto riesce, tutti gli ostacoli crollano» (Leo Valiani). [Casali-Grassi 2000] Scontri a fuoco fino a sera inoltrata in diversi punti della città: sparano i cecchini, sparano i fascisti dalle autocolonne in fuga. Vengono occupate le sedi del Corriere della Sera, della Gazzetta dello sport e del Popolo d’Italia per stampare le edizioni insurrezionali di Unità, Avanti! e Italia libera.

Mussolini, l’ultima trattativa

Milano, ore 17. Mussolini è a Milano. Attraverso la mediazione del cardinale Schuster, che vuole scongiurare la paventata insurrezione comunista, incontra all’Arcivescovado il generale Cadorna, comandante il Corpo volontari della libertà (Cvl), e i rappresentanti del Clnai Achille Lombardi (Partito d’azione), Achille Marazza (Democrazia cristiana) e Guido Arpesani (Partito liberale). Mussolini, accompagnato fra gli altri dal maresciallo Graziani, spera ancora di poter patteggiare la resa. Quando viene a sapere che, invece, deve essere incondizionata e che i tedeschi starebbero già trattando con gli americani, chiede una sospensione delle trattative e si impegna a tornare entro un’ora per concluderle.

Genova, ore 17.
A Villa Migone, residenza provvisoria del cardinal Boetto e di monsignor Siri, iniziano le trattative di resa con i tedeschi.

I tedeschi si arrendono a Genova

Genova, ore 19.30. Il generale Meinhold firma la resa. Il testo è sottoscritto anche dal presidente del Cln di Genova, Remo Scappini, operaio comunista originario di Empoli. «Tutte le forze germaniche di terra e di mare alle dipendenze del signor generale Meinhold si arrendono alle forze armate del Corpo volontari della Liguria alla dipendenze del Comando militare per la Liguria. La resa avviene mediante presentazione ai reparti partigiani più vicini con le consuete modalità e in primo luogo con la consegna delle armi. (...) La resa avrà decorrenza dalle ore 9 del giorno 26 aprile 1945».

Mussolini lascia Milano

Milano, ore 19.30. Mussolini lascia il palazzo della Prefettura di corso Monforte ma non torna all’Arcivescovado. Parte alla volta di Como con il pretesto di un’estrema difesa in Valtellina. In realtà, vuole riparare in Svizzera. Con lui Graziani, Pavolini, il comandante della Muti Franco Colombo, numerosi gerarchi e, contro la sua volontà, una scorta di Ss che deve sorvegliarne i movimenti: i tedeschi vogliono impedirgli di espatriare o di consegnarsi agli alleati.

Torino, ore 21.
Al Comando VIII zona arriva, su carta intestata del Comando militare regionale piemontese, l’ordine di soprassedere all’azione, di «non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando piazza». È una disposizione che contraddice chiaramente l’ordine del giorno prima, e si ritiene che ci sia la mano del colonnello John Melior Stevens, rappresentante alleato, paracadutato in Piemonte in inverno. L’ufficiale inglese «teme un’eccessiva radicalizzazione della lotta partigiana troppo tempo prima dell’arrivo degli alleati». [Casali-Grassi 2000] I comandi partigiani, dopo una breve esitazione, decidono di non tener conto del nuovo ordine. Tutte le maggiori fabbriche sono presidiate dai lavoratori in armi.

Ore 22.05.
L’emittente milanese della Repubblica sociale italiana, che fino a poche ore fa ha trasmesso il notiziario fascista dell’Italia settentrionale, trasmette questo messaggio: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani! Invitiamo i fratelli dell’Italia libera a volerci comunicare a mezzo della Radio vaticana, di Radio Firenze, Radio Roma, Radio Sardegna e Radio Londra se le nostre trasmissioni sono ricevute». [Un. 26/4/1945]

Ore 23.20. Radio Libera Genova annuncia che la maggior parte della città di Genova è stata liberata dai patrioti, i quali ora stanno rastrellando alcune sacche di resistenza. [Un. 26/4/1945] Tutta l’Ossola, la Val Sesia e la zona del lago Maggiore sono in mano ai patrioti. Novara è stata liberata nelle prime ore del pomeriggio.

La guerra. Tagliato il fronte tedesco

Fronte italiano. Gli alleati conquistano l’aeroporto di Villafranca, nei pressi di Verona.

Fronte orientale. Ordine del giorno di Stalin: «Truppe del primo fronte della Russia bianca hanno tagliato tutte le strade che si dipartono da Berlino verso ovest e si sono congiunte con truppe del primo fronte ucraino a nord-ovest di Potsdam, completando in tal modo l’accerchiamento di Berlino». Nei durissimi scontri, anche in altre zone del fronte, gravi perdite da entrambe le parti. [Un. 26/471945] All’una e trenta pomeridiane avanguardie sovietiche e americane si incontrano vicino a Torgau, sull’Elba, tagliando il fronte tedesco. Alle 16 a Mosca 24 salve sparate da 324 cannoni salutano il congiungimento. [Un. 28/4/1945]

Fronte occidentale.
I carri armati della III armata americana si dirigono verso la frontiera austriaca (dalla quale distano meno di 30 chilometri) e verso quella cecoslovacca.

A San Francisco primo passo per l’Onu

I delegati dei governi di 46 paesi, tutti in guerra contro l’Asse, aprono in mattinata al teatro dell’opera di San Francisco la Conferenza che ha per obiettivo la costituzione della nuova Organizzazione delle Nazioni Unite. Discorso inaugurale del presidente americano Truman, radiotrasmesso dalla Casa Bianca: «Il problema che dobbiamo affrontare qui consiste sostanzialmente nell’istituire un’organizzazione efficiente, per la soluzione delle contese tra le nazioni. Non possiamo più permettere che alcuna nazione o gruppo di nazioni cerchi di affermare le sue pretese con le bombe o con le baionette». [Un. 26/34/1945]

Pena di morte per il torturatore

A Roma si è concluso il processo dell’Alta corte a “Fritz”, il torturatore di via Tasso. Federico Scarpato, riconosciuto colpevole di tutti i reati per i quali era imputato, è stato condannato alla pena di morte, mediante fucilazione alla schiena. Sentenza letta alle 10.55 e «accolta con applausi e grida eccitate dalla folla». [Un. 26/4/1946]

Latte e vino con la tessera

• Roma: razione di latte di 200 grammi oggi e domani ai bambini di età inferiore ai tre anni.
• Molti romani non hanno potuto usufruire dell’ultima distribuzione di vino con tessera perché molti osti ne sono rimasti sprovvisti. La ragione: un piroscafo che doveva trasportare a Civitavecchia un’ingente quantità di vino per Roma è risultato al suo arrivo carico di marsala e vermouth, che poi sono stati venduti. «Il commerciante che aveva compiuto una vera e propria truffa usando il piroscafo non nell’interesse della cittadinanza ma del suo proprio, ha realizzato ingentissimi guadagni. A questo punto il consumatore penserà che almeno il commerciante sarà stato severamente punito. Niente di simile». [Un. 26/4/1945]

Tram più caro per gli operai

A Roma, la carta tranviaria settimanale per gli operai che fino a qualche tempo fa costava 8 lire, oggi ne costa 20. La tariffa ridotta è valida fino alle 8 del mattino e dopo le 15. [Un. 26/4/1945]

Giovedì 26 aprile 1945

Tedeschi che non si arrendono

Genova, ore 4.30. Il capitano di vascello Max Berninghaus, comandante delle forze tedesche al porto, si oppone all’ordine di resa del generale Meinhold, lo condanna a morte in nome del Führer e ordina la resistenza a oltranza. [Taviani 2000]

Milano, prima mattina.
Dopo una breve sparatoria con un gruppo di repubblichini, il quarto battaglione della Guardia di finanza prende possesso del palazzo della prefettura in corso Monforte. Alle 8, designato dal Clnai, l’azionista Riccardo Lombardi si insedia in Prefettura. Il socialista Antonio Greppi entra in Comune come sindaco.

«Milano è libera»

Milano, ore 9. Dalla stazione radio di Morivione il comandante delle brigate Matteotti, Corrado Bonfantini, annuncia la liberazione di Milano. Ultimi scontri violenti alla Innocenti di Lambrate, rioccupata per alcune ore dai tedeschi, e in piazza Napoli, con un gruppo di fascisti si è asserragliato nel presidio rionale della Guardia nazionale repubblicana. [Borgomaneri 2000]

«Genova è libera»

Genova, ore 9. Il democristiano Paolo Emilio Taviani, esponente del Cln, annuncia alla radio l’avvenuta capitolazione tedesca: «Genova è libera». Solo una parte degli ufficiali nazisti, però, esegue l’ordine. I sappisti genovesi, con l’aiuto delle brigate di montagna arrivate in forza in città, attaccano i tedeschi nella zona portuale.

Anche Torino insorge

Torino, mattina. L’insurrezione è cominciata: il suo peso è sopportato quasi per intero dalle formazioni di città. Anche perché a ovest di Torino due divisioni tedesche, al comando del generale Schlemmer, circa 35 mila uomini con artiglieria e mezzi corazzati, impedisce l’intervento delle formazioni partigiane di montagna. Dalle fabbriche partono le Sap operaie che combattono nelle strade e alla fine prendono il controllo dei ponti sul Po.

Torino, pomeriggio.
Per la seconda volta, oggi, il generale Schlemmer propone, attraverso la curia arcivescovile, di considerare Torino «città aperta» purché per 48 ore sia concesso il transito attraverso la città delle sue due divisioni. Proposta respinta dal Cln, che pure attende con ansia l’appoggio massiccio delle formazioni partigiane di montagna.

Torino, ore 18.
Nel caso i capi delle formazioni partigiane avessero ancora qualche dubbio sull’ordine, diramato ieri sera, di fermare le operazioni, interviene direttamente il Comando militare regionale. «L’ordine da voi ricevuto ieri sera alle ore 21 è falso. Arrestate chiunque lo ha portato, chiunque esso sia. Non può essere altro che una provocazione. Il Comando militare regionale piemontese ordina a tutte le formazioni dell’VIII zona di entrare immediatamente in città con tutte le forze disponibili».

Genova, sera.
Dopo i combattimenti al porto durati tutta la giornata, i tedeschi alla fine sono costretti alla resa «lasciando in nostre mani oltre duemila prigionieri e un ingente bottino bellico» (Documenti del Cln per la Liguria). [Battaglia 1970]

Genova, ore 22.
Avanguardie motorizzate della V armata americana entrano a Nervi.
• La Radio svizzera annuncia che il comando tedesco della città di Como e delle località del lago verso la frontiera svizzera hanno ceduto l’amministrazione del territorio al Cln. Radio Monteceneri: espugnate Monza e Brescia. Radio Genova: occupate le province di Savona e Imperia. Biella, Alessandria e Asti «tenute saldamente dalle forze partigiane». [Un. 27/4/1945]

La guerra. Gli americani a Verona

Fronte italiano. Truppe della V armata liberano Verona, porta d’accesso del Brennero, e varcano l’Adige in più punti. Gli americani entrano anche a Reggio Emilia.

Fronte orientale.
Sfondate le difese tedesche a ovest dell’Oder, le armate del fronte bielorusso conquistano la città e il porto di Stettino. In Cecoslovacchia occupata la città industriale di Brno, importante nodo ferroviario. A Berlino si combatte casa per casa. I sovietici a poche centinaia di metri dalla Alexanderplatz. [Salmaggi-Pallavisini 1977]

Fronte occidentale.
Unità della III armata Usa entrano a Ratisbona, altre penetrano in Austria nei pressi di Lackenhausen. La II armata britannica dopo aspri combattimenti completa la conquista di Brema. Ad Amburgo la linea della battaglia passa per il centro della città.

Ventidue moschetti per Scarpato

A Roma è stata eseguita la condanna a morte di Federico Scarpato, il torturatore di via Tasso. Luogo, uno spiazzo nel parco di Forte Bravetta. Lunga attesa prima che arrivi il magistrato incaricato di assistere all’esecuzione, sotto un sole che spacca le pietre. Poi Scarpato scende dal carrozzone grigio che l’ha portato fin lì, «si aggiusta a cavalcioni sulla sedia e facilita, alzando le braccia, i gesti di coloro che lo legano con una cordicella alla spalliera» della sedia. Il cappellano comunica le sue ultime parole, i suoi ultimi desideri: «Perdonatelo per il male che ha fatto. Egli implora che dopo la sua morte non si infierisca più sulla sua memoria.

Egli dice di pagare per il male che ha fatto». «Ventidue giovani imbracciano il moschetto, a cinque metri dalla sedia, il cappellano parla sempre, mentre una benda nera vien posta sugli occhi del condannato. Tutto si svolge in pochi secondi. Nel denso silenzio estivo, in un momento in cui il verde degli argini e l’azzurro del cielo sembrano visibilmente gonfiarsi d’intensità, si ode lo sguainare della sciabola del sottufficiale che comanda il plotone. (...) Mentre il frullo della macchina cinematografica accompagna il capellano che lentamente si distacca da Scarpato, parte la scarica di 22 moschetti. La sedia vibra, la testa di Scarpato, quasi staccata dal busto, si abbatte in avanti (...)». [B.F. Un. 27/4/1945]

Venerdì 27 aprile 1945

Torino «una nuova Varsavia»? 

Torino, mattina. Si combatte per le strade. I partigiani espugnano i fortilizi delle brigate nere, come la caserma di via Asti. I tedeschi si rinserrano nel centro della città, in un quadrilatero formato da corso Vittorio Emanuele, via Arcivescovado, via XX Settembre, corso Galileo Ferraris. Dal comando di corso Oporto parte una terza richiesta di attraversamento della città, con la minaccia in caso contrario di trasformare Torino «in una nuova Varsavia». Richiesta nuovamente respinta. [Battaglia 1970]

Il generale con un mazzo di fiori 

Genova, ore 13. Il generale Almond, comandante della V armata americana, incontra all’hotel Bristol il Cln Liguria. «Reca in segno d’omaggio un mazzo di fiori». [Taviani 2000]

Hanno arrestato Mussolini 

Dongo, ore 16. Mussolini, arrestato dai partigiani, è rinchiuso nel municipio di Dongo. È stato bloccato insieme alla colonna di gerarchi fascisti in fuga che era con lui insieme a un reparto tedesco (destinazione la Svizzera). Il duce si era travestito da soldato tedesco. Secondo alcune fonti era su un camion tedesco, con altri soldati. Secondo il brigadiere Scappin della Guardia di finanza, viaggiava in automobile da solo. Macchina frammischiata a una colonna tedesca di una trentina di mezzi.

«Il signor Mussolini indossava una divisa della milizia e portava un cappotto tedesco per essere confuso con le truppe germaniche. Egli è stato riconosciuto da Bill, al secolo Urbano Lazzari, appartenente alla Guardia di finanza di Chiavenna, e ora commissario della brigata Baker. Nella stessa colonna si trovavano anche Porta, ex federale di Como, Barracu e Pavolini. (...) Gli arrestati avevano con sé molto denaro, oro e sterline» (da una trasmissione di Radio Milano libera del 28 aprile). [Un. 29/4/1945]

Milano, ore 17.
Arriva la prima colonna partigiana proveniente dall’Oltrepò Pavese, ma la città ormai è liberata. Trentuno, in questi giorni, i civili caduti tra gli insorti. «L’insurrezione milanese fu portata a compimento per mano delle forze operanti in città e senza ausilio di formazioni partigiane, tanto meno di forze alleate». [Secchia 1976]

Mussolini, pena di morte per decreto

Milano, ore 20.30. La notizia della cattura di Mussolini arriva alla sede del comando generale del Corpo volontari della libertà. Il comando ordina a Walter Audisio (colonnello Valerio) di provvedere all’applicazione del decreto del Clnai sulle direttive insurrezionali del 25 aprile, che prevede in sostanza la condanna a morte per Mussolini. Valerio parte con un gruppo di partigiani per Dongo. Il Clnai e il comando generale del Cvl avevano deciso da tempo che Mussolini non dovesse cadere vivo nelle mani degli alleati. [Secchia 1976]

Torino, notte. Le truppe tedesche rimaste in città rompono l’accerchiamento partigiano e raggiungono a nord-est l’autostrada per Milano. I partigiani hanno liberato Arona e Vercelli e la provincia di Varese compreso il capoluogo, hanno occupato la frontiera italo-svizzera da Como a Domodossola per circa 75 chilometri.

Togliatti chiede una svolta politica
Togliatti commemora Gramsci nell’anniversario della morte (27 aprile 1937). E chiede «che sia data al Paese una nuova direzione politica in modo che le sorti d’Italia siano prese nelle loro mani da uomini che sappiano e sentano qual è il vero spirito del popolo italiano». Migliaia di lavoratori romani sfilano davanti alla tomba di Antonio Gramsci. [Un. 28/4/1945]

La guerra. L’Armata rossa avanza

Fronte italiano. Colonne americane si avvicinano rapidamente a Brescia. Rafforzate le teste di ponte oltre l’Adige, le truppe alleate puntano sul Trentino.

Fronte orientale.
Truppe del primo fronte bielorusso conquistano Spandau, Potsdam e Rathenow, sobborghi di Berlino. Tre quarti della capitale sono ormai nelle mani dei sovietici. L’Armata rossa avanza anche in Pomerania.

Fronte occidentale.
La III armata americana raggiunge il confine cecoslovacco. Una divisione corazzata della VII si prepara ad attaccare Monaco. [Salmaggi-Pallavisini 1977]

Sabato 28 aprile 1945

I partigiani di montagna a Torino

Torino, mattina.
Arriva in città il grosso delle formazioni partigiane di montagna (VIII divisione Garibaldi, III Gl, la divisione di Mauri-Enrico Martini). Il generale Schlemmer rinuncia alla fine all’attraversamento della città (che avrebbe permesso alle sue due divisioni di guadagnare tempo prezioso sul ripiegamento verso est) e ordina alle truppe di muoversi verso il Canavese: strada insidiosa, con i fianchi esposti all’attacco dei gruppi partigiani della zona. [Casali-Grassi 2000, Battaglia 1970]

Milano.
In città ci sono ancora reparti tedeschi forti e ben armati, asserragliati all’interno del collegio dei Martinitt, alla Casa dello studente e nel palazzo dell’aeronautica: si arrendono all’arrivo delle divisioni partigiane dell’Oltrepò.

Mussolini e la Petacci giustiziati

Giulino di Mezzegra (Como), ore 16.30. Mussolini e Claretta Petacci, posti contro il muricciolo d’ingresso di villa Belmonte, vengono giustiziati. A sparare sono il colonnello Valerio e altri due partigiani. Poco dopo a Dongo, nella piazza antistante il municipio, un plotone di esecuzione composto da 15 partigiani fucila gli altri gerarchi condannati a morte: 16 sui 52 arrestati ieri. [Secchia 1976] Questa versione dei fatti, fornita dallo stesso Valerio, è stata più volte messa in discussione nel corso degli anni, senza che si sia arrivati a una lettura diversa, universalmente accettata. [Leggi l’articolo di Enrico Mannucci]

La guerra. Battaglia nelle fogne a Berlino 

Fronte italiano. Gli alleati entrano ad Alessandria, Vicenza, Padova, Rovigo. Truppe americane, dopo aver superato Milano, raggiungono la frontiera svizzera davanti a Chiasso.

Fronte orientale.
A Berlino le truppe di Zukov avanzano da nord, quelle di Konev da sud e sono ormai prossime al Reichstag e al bunker della Cancelleria dove Hitler resiste. «Una guerra sotterranea si svolge nelle fogne e nei tunnel della ferrovia metropolitana. I soldati sovietici, scelti tra i veterani di Stalingrado, si spingono nelle fogne a bordo di battelli di gomma per respingere i tedeschi che cercano di portarsi dietro le postazioni russe. Sorde esplosioni, provenienti dal sottosuolo, scuotono le strade di Berlino e talora fondono l’asfalto» (il corrispondente di guerra sovietico Nikolai Asanov). [Un. 29/4/1945]

Fronte occidentale.
La VII armata americana è a 40 chilometri da Monaco di Baviera.

Domenica 29 aprile 1945

Piazzale Loreto

Milano, ore 3. I corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci giustiziati a Giulino di Mezzegra e degli esponenti della repubblica di Salò, giustiziati a Dongo, trasportati su un camion fino a Milano vengono scaricati in piazzale Loreto. I loro corpi vengono appesi alla tettoia di un distributore di benzina, esposti per quasi tutta la giornata all’oltraggio della folla.

«Lo spettacolo, che mi ha lasciato addosso un vago senso di vergogna, mi insegna cos’è la piazza quando si ubriaca di qualche passione e mi ispira un odio profondo verso tutti coloro che cercano di ubriacarla» (Indro Montanelli). Meno di un anno fa, il 10 agosto, quindici prigionieri politici erano stati fucilati ed esposti in questa stessa piazza da un plotone della legione Ettore Muti per ordine del comando tedesco di Milano, come rappresaglia di un attentato dei Gap. [Leggi l’articolo di Ettore Botti]

La guerra. La resa dei tedeschi in Italia 

Fronte italiano. A Caserta il colonnello Schweinitz, in rappresentanza del comandante dello Heeresgruppe C in Italia, sottoscrive la resa incondizionata di tutte le truppe tedesche in Italia a partire dalle 14 di mercoledì 2 maggio. Prosegue l’avanzata alleata nel nord: truppe britanniche raggiungono Venezia.

Fronte orientale.
A Berlino infuria la battaglia al Reichstag e alla Cancelleria.

Fronte occidentale.
Il XV corpo della VII armata Usa attacca Monaco di Baviera e conquista i sobborghi della città.

clip_image004

Giovedì 7 febbraio 1918

Il primo incontro

• Maria José del Belgio incontra per la prima volta il principe Umberto di Savoia a Battaglia Terme, vicino Padova. Lei, 11 anni, vestita di un abito blu con mantella e cappello di raso giunge alla villa reale di Battaglia in automobile accompagnata dal conte Solaro del Borgo, gentiluomo di Casa Savoia: «Scesi e subito mi abbracciò una donna alta e forte, che indossava grossi indumenti di lana blu. Era la regina. La sua tenuta campagnola mi deluse». Il principe, 13 anni, indosso l’uniforme grigioverde dei fanti di marina, al momento del commiato le regala una foto di lui a 3 anni, vestito di bianco, con il gonnellino, in una cornice d’argento. [Petacco 1997]


Mercoledì 23 ottobre 1929

Il principe Umberto a Bruxelles

• Il principe Umberto arriva, in forma privata, alle 8.56 alla Gare du Nord di Bruxelles (era partito da Milano alle 13.15 del giorno precedente) accompagnato da Ambrogio Clerici, suo aiutante di campo. Ad attenderlo sui binari re Alberto con i figli Leopoldo e Carlo Teodoro. In automobile arrivano a Laeken, residenza reale dei Sovrani di Belgio dove lo aspettano la regina Elisabetta e la sua promessa Maria José (in un abito rosso rubino donatole da Umberto).

Giovedì 24 ottobre 1929

Il fidanzamento ufficiale

• Maria José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella del Belgio, figlia di Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha re dei belgi e di Elisabetta di Wittelsbach duchessa di Baviera, nata a Ostenda il 4 agosto 1906 e Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria di Savoia di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele III re d’Italia e di Elena del Montenegro, nato a Racconigi il 15 settembre 1904, si fidanzano ufficialmente [Cds 24/10/1929].

Lo stesso giorno, la giornalista Costanza Drexel intervista a Parigi Maria José. «L’Excelsior riferisce le dichiarazioni fatte dalla giovane principessa, che mettono in luce la squisitezza dei suoi sentimenti e la nobiltà dell’animo suo. “Mia madre pensa che una giovane donna deve saper avere cura dei suoi figli – ha detto la principessa – ed ecco perché io ho seguito i corsi della scuola centrale del servizio sociale di Bruxelles (...) Ho studiato il pianoforte, ora seguo anche un corso di violoncello. Studio musica quattro ore al giorno (...). Parlo l’inglese naturalmente, perché l’ho imparato a fondo durante la mia dimora oltre Manica durante la guerra, il fiammingo, la seconda lingua del Belgio, e l’italiano.

Io adoro l’italiano. Ho trascorso due anni in una scuola di Firenze, alla fine della guerra, e dopo sono spesso tornata in Italia (...) Seguo dei corsi di puericultura alla Scuola centrale del Servizio sociale. Quello che preferisco sono le visite ai brefotrofi, dove le operaie possono lasciare i loro bimbi nelle ore di lavoro. Là, noi curiamo i bambini e diamo loro il bagno. Cosa curiosa, non ho mai amato molto le bambole, ma adoro i bimbi in carne ed ossa» (...) «Amo il nuoto, adoro tuffarmi e nuotare molto lontano dalla riva. Talvolta ho spaventato i guardiani spingendomi in alto mare». [Sta. 24/10/1929]

Il comunicato ufficiale

• Tutti i quotidiani italiani pubblicano in prima pagina questo comunicato: «Le LL. MM. il Re e la Regina sono state liete di accordare oggi, anniversario delle loro nozze, il consenso al fidanzamento di S. A. R. il Principe di Piemonte con S. A. R. la Principessa Maria del Belgio».

L’attentato al principe Umberto

• Alle 9.55 il principe di Piemonte Umberto scende da un’auto in fondo a Rue Royale, davanti alla scalinata che conduce alla piazza del congresso per rendere omaggio al Milite Ignoto. Umberto indossa la grande uniforme di colonnello della fanteria, si avvicina al gruppo delle autorità e scambia qualche parola con il conte di Broqueville, ministro della difesa belga.

Il cielo è coperto e il vento è gelido. Le trombe suonano la fanfara reale. Alle sue spalle Fernando di Rosa, un ventenne antifascista, gli spara: il colpo di pistola va a vuoto. Il giovane viene arrestato, voleva colpire la monarchia per essersi compromessa con il regime fascista: «Era mia ferma intenzione uccidere il Principe ereditario e mi dolgo di non essere riuscito». Il Principe rimane impassibile, mantiene il suo contegno ed elargisce sorrisi e continua a salutare la folla che lo acclama.

Compie impavidamente il suo dovere seguendo gli insegnamenti di suo nonno Umberto I: «Gli attentati fanno parte degli incerti del mestiere di un sovrano». Mezz’ora dopo ad aspettarlo sulla gradinata dell’ambasciata italiana, Maria José: «La notizia arrivò immediatamente a Laeken ma io non ne fui messa al corrente. (...)

Tutti si congratulavano con Umberto per il “suo coraggio” e per “il suo sangue freddo”. Io, pensando che questi complimenti fossero rivolti al nostro fidanzamento, rimanevo in silenzio e lo guardavo con un’espressione dura. Alle fine mi chiese spiegazioni e io senza pensarci due volte, risposi: “Dovrei congratularmi anch’io per il sangue freddo che dimostri a fidanzarti con me?” Umberto capì al volo la situazione. Entrambi scoppiammo in una risata liberatoria. Ai miei genitori, turbati dall’accaduto, disse: “Bisogna sorridere. Dopotutto, visto che quell’uomo ha sbagliato il bersaglio, dobbiamo fare festa”». [Regolo – Speroni 2004]

Maria José, «négresse blonde»

• Maria José, gambe lunghe, sguardo duro, denti scuri, occhi blu-grigi, soprannominata négresse blonde dalle dame di corte romane perché ha i capelli così crespi e arruffati che se non fosse bionda la sua chioma sembrerebbe quella di un’africana. [Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori]

Il Prince charmant

• Umberto, alto, robusto, buon conversatore, generoso, conosce cinque lingue, compreso un po’ di russo. Occhi neri, modi galanti, soprannominato Prince charmant, i giornali stranieri lo paragonano a Rodolfo Valentino. Ama la musica e la moda. [Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori]

Pranzo di gala

• Per celebrare il fidanzamento con Maria José il principe Umberto dà una colazione ufficiale (con pietanze e vini rigorosamente italiani) all’ambasciata di rue Legrand a Bruxelles. La regina veste un abito grigio argento mentre la promessa sposa ne indossa uno rosa antico, lungo fin sotto il ginocchio, con due drappeggi sui fianchi e un cappellino in velluto intonato.

Al collo un filo di perle. Dopo il pranzo Umberto consegna personalmente ai convenuti una bomboniera d’argento con le iniziali dei due fidanzati e una tavoletta di cioccolato racchiusa in una scatola con la sua fotografia. Alle 14.30 inizia il corteo reale, sono centinaia i belgi venuti a rendere omaggio alla nuova coppia reale. Su di una berlina trainata da quattro cavalli Maria José e Umberto raggiungono l’Hôtel de Ville per la firma sul libro d’oro della dinastia.

Alle 19.30 i sovrani di Belgio accompagnano Umberto alla Gare du Nord trasformata in una sala reale: «Mia madre che già nutriva una profonda stima per il futuro genero, in quei tre giorni, era rimasta incantata dalla sua compitezza. Così lungo il binario, al momento dei saluti lei impulsivamente gli diede un bacio sulla guancia. A me Umberto disse scherzosamente: “Credo proprio che ci rivedremo presto”». (Maria José di Belgio) [Regolo]

Martedì 31 dicembre 1929

Il vestito da sposa disegnato da Umberto

• Il vestito da sposa di Maria José del Belgio, confezionato dalla sartoria Ventura su bozzetto del futuro marito, il principe Umberto. [Gnoli 2000]

Tre chili d’argento per il manto

• Oltre all’abito nuziale, anche le toilette scelte per i numerosi appuntamenti di Maria José prima e dopo il sì sono «frutto della creatività, del buon gusto e dell’alta qualità della mano d’opera artigiana». Tra le mise più sofisticate «un abito in chiffon tutto intessuto di perle e diamanti sul quale Maria indosserà un mantello in moire argento e turchese particolarmente prezioso. Il ricamo in argento segue un decoro settecentesco in cui palme, rose e nodi di Savoia si intrecciano con eleganza». La maison Ventura ha anche preparato un abito in lamé argento ispirato al Medioevo. «Verrà portato con un ricco manto color ciclamino, ricamato in metallo d’argento, con motivi di stile impero (…). Per realizzarlo, sono occorsi tre chili e mezzo di argento antico». [Rolf. Cds 1/1/1930]

Seicento operaie per un guardaroba

• Per realizzare il guardaroba nuziale di Maria José del Belgio sarebbe occorso un anno, invece è bastato un mese. Per i soli ricami sono state impiegate 50 operaie che si sono alternate in turni per non interrompere il lavoro neppure di notte. In totale nell’opera di confezione sono state coinvolte 600 operaie senza contare le molte maestranze italiane che in tante altre città italiane hanno preparato gli abiti per le invitate alle nozze. La sola maison milanese che cuce gli abiti della sposa ha creato altri 300 abiti destinati ad altrettante dame, impiegando in tutto seimila metri di tessuto, «con vantaggio per l’industria nazionale che non è difficile capire». [Rolf. Cds 1/1/1930]

Il Quirinale ristrutturato

• Nel palazzo del Quirinale, cuore delle feste per il sì di Umberto II e Maria José del Belgio, da oltre un mese squadre di tecnici, elettricisti, idraulici, decoratori, ebanisti, architetti si avvicendano per ammodernare 300 tra stanze e sale. A tutte le camere sono state cambiate tappezzerie e tendaggi, in alcune si è intervenuti anche sui pavimenti. I lavori, guidati dalla regina in persona (coadiuvata dal principe ereditario), che arriva a palazzo di buon mattino per restarvi sino alle 12, quando si concede un leggero pranzo. Poi di nuovo al lavoro, dalle 14 sino a sera inoltrata. Può capitare che la sovrana chiami capisquadra, ingegneri e architetti nel cuore della notte, per esser certa che le sue indicazioni siano state seguite nei minimi dettagli. Tutto deve essere pronto per il giorno 6, quando inizieranno i festeggiamenti che si protrarranno sino all’11. [Cds, 4/1/1930]

Amnistia per 400 mila persone 

• «In occasione delle nozze del principe ereditario, il re ha emanato un decreto di amnistia e d’indulto per reati comuni e militari. Si presume che del provvedimento odierno beneficeranno oltre 400 mila persone, delle quali circa un terzo imputate di delitti e il resto di contravvenzioni. In virtù del condono saranno liberati circa 600 detenuti». [Cds, 1/1/1930]

Venerdì 3 gennaio 1930

Il treno dei Savoia

• Maria José del Belgio e i suoi genitori partono per l’Italia con il treno dei Savoia: giornalisti e fotografi di Bruxelles hanno fatto a gara per visitarlo. Il treno ha otto convogli, tre dei quali (la carrozza del re, quella della regina e la carrozza da pranzo) formano un vero appartamento con un tavolo di sette metri in mogano capace di accogliere sino a venti coperti. [Cds, 4/1/1930]

Domenica 5 gennaio 1930

L’arrivo dei sovrani del Belgio

• I sovrani del Belgio sono arrivati in Italia con il treno reale: «alla stazione di Trastevere, ultima sosta prima dell’arrivo a Termini dove attendevano i reali d’Italia, sale sul treno Umberto, accompagnato dal suo aiutante di campo. Una gentile improvvisata non prevista dal protocollo. In divisa da colonnello dei granatieri, l’erede al trono d’Italia fa un compito baciamano alla sposa, poi la bacia sulla guancia, le offre un mazzo di lillà e un altro mazzo di rose lo offre alla futura suocera. Maria José indossa un abito bianco, gli occhi azzurrissimi le luccicano di commozione. Alle 10 del 5 gennaio il convoglio entra alla stazione Termini: i binari sono stati ricoperti da una pedana rossa, anche la pensilina è addobbata di rosso, con bandiere e stemmi. Vittorio Emanuele III e la regina Elena aspettano il treno raggianti». (Giorgio Lazzarini) [reumberto.it]

Perle, scarpe e ossi di seppia

• Maria José del Belgio al suo arrivo a Roma nell’appartamento al Quirinale – che la suocera ha allestito per lei nei colori del rosa e con decori ispirati alla musica – ha trovato i doni della famiglia Savoia. Tra questi le perle appartenute alla regina Margherita e molti altri gioielli di gran valore. Il governo fascista ha regalato agli sposi una coppia di candelabri in argento stile impero del XIX secolo. Il presidente della repubblica francese un servizio di piatti da 415 pezzi in porcellana di Sèvres (su ogni pezzo sono impresse le armi del Principe di Piemonte). Tra gli oggetti in arrivo da mezzo mondo tante scarpe artigianali, abitini per neonati, e persino ossi di seppia incisi da un pescatore napoletano con paesaggi partenopei. Anche i belgi alla loro principessa hanno fatto regali d’ogni tipo: dalla raffinata toeletta intarsiata in tartaruga con specchi dalle cornici in argento, sino all’orologio con quadrante incastonato nei monogrammi dei due sposi. [Cds dal 2 al 7 gennaio 1930]

Mercoledì 8 gennaio 1930

Francobolli per Umberto e Maria José

• «Per le auguste nozze saranno messi in vendita speciali francobolli da 20 e 50 centesimi, e da 1,25 lire validi per ogni specie di corrispondenza. In tutte le città d’Italia si vendono bandierine con gli stemmi delle due case reali belga e italiana». [Cds, 7/1/1930]

Le nozze reali di Umberto e Maria José

• Nella cappella Paolina del Quirinale, riaperta al culto da pochi mesi, si celebrano le nozze del principe Umberto, erede al trono di Casa Savoia, con Maria José, principessa del Belgio. Officiante il cardinale Maffi, arcivescovo di Pisa, che indossa paramenti provenienti da Palazzo Pitti. Oggi è anche il giorno del compleanno della regina Elena. [Cds 9/1/1930; Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori]

Arazzi e gigli bianchi

• La cappella Paolina «sembra un giardino. Tenuto sgombero nel mezzo, il salone immenso, che misura 46 metri di lunghezza ed è altissimo, è decorato con arazzi mentre le colonne che lo scandiscono sono nascoste dal verde e dal bianco di gigli freschi». [Cds, 9/1/1930]

Via libera solo ai “cinematografisti”

• Piazza del Quirinale, vietata ai romani sino a quando l’ultimo dei mille invitati ha messo piede al Quirinale. «Gli unici ad avere libera circolazione sono i cinematografisti, piazzati a mezz’aria con le loro macchine sul basamento della fontana dei Dioscuri. Solo loro hanno potuto vedere in viso alcuni degli ospiti, tra i quali c’è chi ha dormito poche ore. Alla vigilia delle nozze, infatti, c’è stata una cena per 7 mila persone. Alcuni invitati, che si sono allontanati dalle sale verso le due, sono riusciti a recuperare cappotti e mantelli nei guardaroba solo verso le quattro». [Cds 9/1/1930]

Maniche storte 

• Al momento di indossare l’abito nuziale, Maria José del Belgio scopre che le maniche di merletto sono cucite storte. È necessario tagliarle. La sposa copre le braccia con lunghi guanti bianchi. [Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori]

Solo la sposa è vestita di bianco

• Il principe Umberto, 25 anni, è in alta uniforme con i gradi di colonnello, decorazioni e sciabola. Maria José, 23 anni, apre il corteo nuziale al braccio del padre, con il quale, prima di giungere alla Cappella Paolina, attraversa la sala del Trono, il salone Giallo, le molte sale che precedono quella del Balcone, le due sale Rosse, la sala dei Corazzieri. All’arrivo della promessa sposa, si fa un gran silenzio. Alle spalle della principessa sfilano Umberto con al braccio la madre, la regina d’Italia, seguiti da re Vittorio Emanuele con al braccio la regina Elisabetta.

Dietro di loro una lunga schiera di invitati di sangue blu aperta dal re di Bulgaria e dall’ex regina madre Amelia del Portogallo. Il primo borghese avvistato è Benito Mussolini. «Maria José indossa un abito cucito da una maison milanese scelta da Umberto I, che ha anche chiesto alle invitate di evitare per le loro toilette il bianco.

E così un tripudio di lilla, mauve, acqua marina, oro, argento, giada chiaro fa da cornice alla principessa, regale nel suo abito di velluto bianco panna reso prezioso dal lungo velo, una trina di Bruges dono del popolo belga fissato da un diadema in diamanti e da un mantello panna con bagliori d’argento, bordato di ermellino e con uno strascico, sorretto da quattro gentiluomini, lungo sette metri » [Rolf. Cds, 9/1/1930]. Il velluto di seta per l’abito bianco, fabbricato espressamente da un gruppo di Case di seterie di Como. [Rolf. Cds 1/1/1930]

Una visione di luce

• La sposa descritta dai cronisti: «Divinamente bionda, era veramente una visione di luce nel suo magnifico abito ondeggiante e tutto laminato di argento. Come la bella signora lunare della Tanka giapponese, “ella incedeva in un raggio di luna sulla grande scala di giada, ed i fiori si incurvavano a riverirla”. Appariva così felice nella sua bellezza sorridente!». [Sta. 22/2/1990]

Conservet Deus su re 

• Maria José e Umberto di Savoia arrivano all’altare accompagnati dalle note di un canto sardo: Conservet Deus su re. [Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori]

Il sì di Umberto e Maria José

• «“Altezza reale Principe Umberto di Savoia vuole Ella prendere in sposa Sua altezza reale la principessa Maria José del Belgio, qui presente in sua legittima sposa, secondo il rito della Santa madre Chiesa?”. Il principe Umberto si volta verso il re Vittorio Emanuele per chiedere il consenso. Il Re accenna a un sì col capo, la Regina si commuove. Umberto risponde “sì”. Il cardinale Maffei ripete la formula alla principessa che si volta anch’essa verso il padre re Alberto del Belgio, poi dice nitidamente il suo “sì”». [Cds, 9/1/1930]

Dopo le colombe, la visita dal Papa

• Alle 11 un volo di colombe annuncia a migliaia di italiani assiepati in piazza del Quirinale che Umberto e Maria José sono sposi. La coppia dopo poco si affaccia al balcone per salutare il popolo in festa in una Roma decorata con stendardi, striscioni, bandiere. Alle 12,30 Umberto e Maria con il corteo nuziale giungono sul Vaticano per essere ricevuti da papa Pio XI. Sua Santità accoglie gli sposi sulla soglia della sala del tronetto, poi li fa accomodare al suo fianco sotto il baldacchino e gli offre in dono un arazzo che riproduce La Madonna col Bambino del Pinturicchio. Alla principessa Maria José regala anche un rosario in perle e oro. [Cds, 9/1/1930]

Uova alla Montebello

• Menu del pranzo, servito verso le 13.30: uova alla Montebello; aligusta con salsa tartara; fagiano allo spiedo con crescioni; asparagi con salsa spumosa; gelato di crema alla palermitana; torta nuziale; grissini all’olandese. Vini: Capri Bianco, Falerno, Gran Spumante, Amarascato, liquori. [Cds, 9/1/1930]

Un matrimonio da 5 milioni di lire 

• Per le nozze tra Maria José e Umberto di Savoia sono stati spesi 5 milioni di lire. [Arrigo Petacco, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Mondadori]

Sabato 11 gennaio 1930

Sciate in montagna e balli sul sagrato

• Umberto e Maria, partiti l’11 gennaio per il loro viaggio di nozze, hanno raggiunto Courmayeur dove hanno abitato fin verso la fine del mese in una villetta dipinta di giallo posta sul declivio che dal paese va verso la Dora. Appassionati di montagna, i due principi si sono dedicati allo sci raggiungendo Villeur, la Saxe, Val Veny, Val Ferret, Dolonne e inerpicandosi fino a Nôtre Dame de la Guérison. Spessissimo si son visti ballare la badoche sul sagrato della chiesa di Courmayeur, insieme a giovani coppie del luogo. [Visto, 23/11/1954]

La strage di piazza Fontana

Il 12 dicembre 1969 una bomba nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, uccide 16 persone. È l’attentato che segna l’inizio del terrorismo politico in Italia. Le indagini, orientate all’inizio sulla pista anarchica, portano all’arresto e all’incriminazione di Pietro Valpreda. Un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, il 15 dicembre muore cadendo dal quarto piano della questura durante un interrogatorio.

Passano più di due anni prima che prenda corpo l’ipotesi dell’eversione neofascista: Franco Freda e Giovanni Ventura vengono incriminati nell’agosto 1972. Le inchieste scoprono poi che settori deviati dei servizi segreti hanno aiutato e coperto alcuni dei principali imputati. Nel 2000 va a giudizio un altro estremista di destra: Delfo Zorzi. Sette i processi: a Roma, Milano, Catanzaro, di nuovo Catanzaro, Bari, Catanzaro, Milano. Nessun imputato però è stato condannato per l’eccidio: dopo una vicenda giudiziaria durata oltre 35 anni (l’ultima sentenza della Cassazione è del 3 maggio 2005) la strage di piazza Fontana resta impunita. Alla luce di nuove prove e testimonianze, nelle ultime due sentenze la responsabilità è attribuita a terroristi di destra guidati da Freda e Ventura. Che non sono più processabili perché assolti per questo reato con sentenza passata in giudicato.

Venerdì 12 dicembre 1969

Sedici morti alla Banca Nazionale dell’Agricoltura

• A Milano, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, alle 16.37 esplode un ordigno contenente sette chili di tritolo. 16 morti e 87 feriti. Un altro ordigno, inesploso, è stato scoperto poco prima in una valigetta nera abbandonata alla Banca Commerciale Italiana, in piazza Scala, e viene fatto brillare in serata. Altre tre bombe esplodono a Roma (una alla Banca Nazionale del Lavoro, due al Vittoriano), 17 i feriti. Gli inquirenti seguno la pista anarchica. Verso le sette, il commissario Luigi Calabresi, 32 anni, ferma l’anarchico Giuseppe Pinelli, 41 anni, lo porta in Questura e comincia a interrogarlo.
Domenica 14 dicembre 1969

Ambrosini a Restivo: pista nera 

• L’avvocato Vittorio Ambrosini, 76 anni, ex combattente nelle due guerre, rapporti e simpatie negli opposti schieramenti politici, scrive all’amico Franco Restivo, ministro dell’Interno, suggerendo di cercare i responsabili nel gruppo neofascista di Ordine nuovo.

Lunedì 15 dicembre 1969

Fermato Valpreda, Pinelli vola dal balcone

• Funerali delle vittime. Alle 11.30 viene fermato Pietro Valpreda, 36 anni, ballerino, anarchico: è accusato di aver messo la bomba. È trasferito a Roma, dove stanno i magistrati titolari dell’inchiesta. A mezzanotte Pinelli, che la polizia non ha smesso di interrogare, cade dal balcone del quarto piano della Questura. A Vittorio Veneto, Guido Lorenzon si presenta all’avvocato Alberto Steccanella per riferire che un suo amico, Giovanni Ventura, 25 anni, editore di Treviso, forse è implicato negli attentati del 12 dicembre. A Padova, Fausto Giuriati telefona alla polizia per raccontare che la sera del 10 dicembre nel suo negozio-valigeria sono state vendute alla stessa persona quattro borse Mosbach Gruber simili a quella usata dai terroristi alla Banca Commerciale di Milano.

Martedì 16 dicembre 1969

Portato in ospedale, Pinelli muore

• Un minuto dopo la mezzanotte il centralino della Questura chiama un’ambulanza della croce Bianca. Pinelli viene portato al Fatebenefratelli, dove muore senza aver ripreso conoscenza. Il tassista Cornelio Rolandi, 47 anni, trasferito a Roma in aereo, riconosce Valpreda in un confronto e conferma di averlo portato in piazza Fontana a quell’ora di quel giorno. Valpreda viene arrestato con l’accusa di concorso in strage.

Mercoledì 17 dicembre 1969

Valpreda nega: «Ero a casa di mia zia» 

• Valpreda continua a negare. Dice che quando scoppiò la bomba era a letto, dormiva in casa della zia, a Milano. Adesso è a Regina Coeli, chiuso in una cella d’isolamento insieme a un agente di custodia. Con lui altri dodici fermati. Altri quattro sono trattenuti in stato di fermo presso la Questura di Milano. In una conferenza stampa al Circolo Ponte della Ghisolfa, gli anarchici milanesi definiscono l’attentato di piazza Fontana “Strage di Stato”.

Giovedì 18 dicembre 1969

Valpreda incriminato. Sospetti su Merlino 

• Il giudice Vittorio Occorsio firma l’ordine di cattura per Pietro Valpreda, a questo punto ufficialmente imputato della strage di piazza Fontana. Secondo gli inquirenti, hanno agito incinque. Tra questi cinque c’è Mario Merlino, 25 anni, neo-anarchico proveniente dal Msi.

Venerdì 26 dicembre 1969

Una pista porta a Giovanni Ventura

• L’avvocato Steccanella porta al procuratore di Treviso un memoriale scritto da Lorenzon in cui si fa riferimento al neofascista Ventura (vedi 15 dicembre).

Mercoledì 31 dicembre 1969

Intanto Pietro Calogero…

• Il pubblico ministero di Treviso Pietro Calogero interroga Lorenzon.

Sabato 12 dicembre 1970

Un anno dopo. Muore Saverio Saltarelli 

• È passato un anno. Pietro Valpreda è sempre in carcere e attende il suo processo. A Milano viene convocata una manifestazione nel primo anniversario della strage. Duri scontri tra polizia e manifestanti. Muore lo studente Saverio Saltarelli, 23 anni, colpito al petto da un candelotto lacrimogeno sparato dalla polizia.

Sabato 20 marzo 1971

Valpreda, Merlino ecc. rinviati a giudizio a Roma

• Si conclude l’istruttoria romana sulla strage di piazza Fontana. Rinviati a giudizio Valpreda, Merlino, Borghese, Bagnoli, Gargamelli, Di Cola, Della Salvia (tutti membri del circolo 22 Marzo), familiari di Valpreda (Ele Lovati, Olimpia Torri, Rachele Torri), il neofascista Stefano Delle Chiaie, 35 anni, accusato di falsa testimonianza a favore di Merlino.

Lunedì 12 aprile 1971

«Catturate Freda, Ventura e Trinco» 

• Il giudice istruttore di Treviso Giancarlo Stiz emette i primi mandati di cattura contro tre nazi-fascisti veneti: Giovanni Ventura, Franco Freda, 30 anni, procuratore legale padovano, e Aldo Trinco, collaboratore di Freda (altri mandati seguono in maggio, quando i tre sono già in carcere). I reati addebitati sono: associazione sovversiva, procacciamento di armi da guerra, attentati a Torino nell’aprile 1969 e sui treni in agosto.

Martedì 13 aprile 1971

Arrestati Freda e Ventura 

Franco Freda e Giovanni Ventura vengono arrestati.
Lunedì 12 luglio 1971

Freda, Ventura e Trinco di nuovo liberi 

• Essendo fino a questo momento tutto l’impianto accusatorio basato solo sulla parola di Lorenzon, il magistrato di Treviso rimette in libertà Freda, Ventura e Trinco.

Venerdì 16 luglio 1971

Addio al tassista Rolandi 

• Muore d’infarto il tassista Rolandi, unico testimone contro Valpreda.
novembre 1971

L’arsenale di Ventura 

• Nei primi giorni del mese, durante lavori di ristrutturazione in un edificio di Castelfranco Veneto i muratori scoprono in una soffitta un arsenale (mitra, pistole, candelotti di esplosivo ecc.). L’ha nascosto lì Giancarlo Marchesin, esponente socialista del posto, che dice d’averlo avuto in consegna da un amico il quale l’aveva ricevito a sua volta da Giovanni Ventura.

Sabato 6 novembre 1971

In Procura le lettere di Ambrosini

• Il ministro dell’Interno Restivo consegna alla Procura di Roma due lettere scritte dall’avvocato Vittorio Ambrosini, morto suicida il 21 ottobre scorso (vedi 14 dicembre 1969).

Lunedì 21 febbraio 1972

Pozzan chiama in causa Rauti 

Marco Pozzan, 46 anni, portinaio-factotum dell’istituto Configliachi di Padova, fedelissimo di Freda, durante un interrogatorio chiama in causa Pino Rauti: anche il capo di Ordine nuovo avrebbe partecipato a una riunione a Padova, il 18 aprile 1969, in cui si decise la pianificazione degli attentati.

Mercoledì 23 febbraio 1972

Primo processo per piazza Fontana

• Inizia il processo per la strage di piazza Fontana davanti alla Corte d’assise di Roma. Presiede il giudice Orlando Falco. Pubblico ministero: Vittorio Occorsio. Imputati: Pietro Valpreda, Emilio Bagnoli, Emilio Borghese, Roberto Gargamelli, Enrico Di Cola, Ivo Della Savia, Mario Merlino, Ele Lovati Valpreda, Maddalena Valpreda, Rachele Torri, Olimpia Torri Lovati, Stefano Delle Chiaie. La Corte dopo poche udienze dichiara la propria incompetenza.

Venerdì 3 marzo 1972

In galera anche Pino Rauti

• I magistrati di Treviso Stiz e Calogero fanno arrestare Pino Rauti, 45 anni, fondatore di Ordine nuovo e giornalista del quotidiano «Il Tempo» di Roma, con l’accusa di essere coinvolto nell’attività eversiva di Freda e Ventura.

Lunedì 6 marzo 1972

Il processo per piazza Fontana a Milano

La Corte d’assise di Roma dichiara la propria incompetenza territoriale. Il processo per piazza Fontana viene trasferito a Milano.

Mercoledì 22 marzo 1972

Per piazza Fontana indiziati Freda e Ventura 

• Freda e Ventura vengono indiziati per la strage di piazza Fontana a Milano dai magistrati veneti Stiz e Calogero.

Domenica 26 marzo 1972

Piazza Fontana, entra in scena D’Ambrosio

• L’inchiesta di Stiz e Calogero passa per competenza territoriale a Milano. Se ne occupa il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, 42 anni, a cui si affianca il pubblico ministero Emilio Alessandrini, 30 anni.

Lunedì 24 aprile 1972

Piazza Fontana, liberato Pino Rauti

• l giudice D’Ambrosio rimette in libertà Rauti per mancanza di indizi. Ma restano «gravi motivi di sospetto».


Domenica 7 maggio 1972

Valpreda candidato, non viene eletto

• Elezioni anticipate. Pino Rauti, candidato dal Msi, viene eletto. Valpreda, candidato dal Manifesto, no.

Mercoledì 17 maggio 1972

La morte del commissario Calabresi 

• Il commissario Calabresi, secondo quelli di Lotta Continua responsabile della morte di Pinelli, viene ucciso a Milano sotto casa sua.

Lunedì 28 agosto 1972

Incriminati Freda e Ventura 

• Il giudice istruttore D’Ambrosio incrimina Franco Freda e Giovanni Ventura per la strage di Piazza Fontana e gli altri attentati del 12 dicembre 1969. I due sono già in carcere con altre accuse su mandato di cattura del giudice di Treviso Stiz.

Venerdì 13 ottobre 1972

Il processo per piazza Fontana finisce a Catanzaro 

• La Corte di cassazione trasferisce a Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana, anche su richiesta della stessa procura di Milano, convinta che «il procedimento non possa essere celebrato in Milano in un clima di sufficiente serenità».

Venerdì 20 ottobre 1972

Indiziati Catenacci, Provenza e Allegra 

• Indiziati di reato, per omissione di atti d’ufficio nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, Elvio Catenacci, dirigente degli Affari riservati del ministero degli Interni, e i capi degli uffici politici delle questure di Roma e Milano, Bonaventura Provenza e Antonino Allegra. Il provvedimento è legato in particolare alle indagini sulle borse usate per gli attentati di Milano.

Martedì 12 dicembre 1972

Scontri a tre anni da piazza Fontana

• A Milano e Roma violenti scontri fra polizia e dimostranti nel terzo anniversario della strage di piazza Fontana. A Napoli esplode una bomba prima di un comizio: tre feriti, cinque auto distrutte.

Venerdì 15 dicembre 1972

La legge Valpreda limita la carcerazione preventiva 

• Il Parlamento approva la legge n. 773 che rimuove il divieto della concessione della libertà provvisoria nei confronti degli imputati di un reato per il quale la cattura sia obbligatoria. Pietro Valpreda, in carcere senza processo da tre anni, può essere scarcerato.

Venerdì 29 dicembre 1972

Scarcerati Valpreda e gli altri 

• Valpreda, Borghese, Gargamelli, Merlino vengono scarcerati grazie alla legge approvata il 15 dicembre.

Lunedì 15 gennaio 1973

Il Sid fa espatriare Pozzan 

Marco Pozzan viene fatto espatriare dal Sid.

Lunedì 9 aprile 1973

Il Sid fa espatriare Giannettini 

Guido Giannettini, 43 anni, giornalista romano, l’agente Zeta nell’ambiente dei Servizi, viene fatto espatriare dal Sid.

Mercoledì 27 giugno 1973

D’Ambrosio a Miceli: chi è Giannettini? 

• Il giudice istruttore D’Ambrosio chiede per lettera al direttore del Sid, generale Vito Miceli, se Giannettini è un agente o un informatore del Sid.

Giovedì 12 luglio 1973

Segreto militare su Giannettini
• Il direttore del Sid Miceli al giudice D’Ambrosio: su Giannettini non posso rispondere, notizie coperte da segreto militare.

Lunedì 3 settembre 1973

Indiziati Giannettini e Fachini 

Guido Giannettini e Massimiliano Fachini, 41 anni, consigliere comunale missino di Padova, sono indiziati per la strage di piazza Fontana.

Giovedì 22 novembre 1973

Sciolto per decreto Ordine nuovo 

• Un decreto firmato dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani scioglie Ordine nuovo: le sedi devono essere chiuse, gli aderenti non possono più riunirsi né manifestare. Ieri il Tribunale di Roma ha condannato il movimento per riorganizzazione del partito fascista.

Lunedì 18 marzo 1974

Piazza Fontana, via al processo a Catanzaro 

• Comincia alla Corte d’assise di Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana. Valpreda è il principale imputato, ma c’è un’incognita procedurale: il giudice istruttore ha rinviato a giudizio altri due imputati, Freda e Ventura, per gli stessi reati.

Giovedì 18 aprile 1974

Valpreda, Freda e Ventura, stesso processo 

• La Cassazione ha deciso: Valpreda e i suoi compagni anarchici e i fascisti Franco Freda e Giovanni Ventura saranno imputati della strage di piazza Fontana in un unico processo che si celebrerà a Catanzaro.

Giovedì 20 giugno 1974

Andreotti denuncia Giannettini e Zicari 

Giulio Andreotti, ministro della Difesa, rivela in un’intervista al Mondo che Giannettini è un agente del Sid, mentre Giorgio Zicari, giornalista del Corriere della Sera, è un informatore.

Mercoledì 14 agosto 1974

Giannettini si consegna 

Giannettini arriva in Italia sotto scorta dopo essersi consegnato quattro giorno fa all’ambasciata italiana di Buenos Aires. L’Argentina è stata il suo ultimo rifugio.

Giovedì 12 dicembre 1974

L’inchiesta da Milano a Catanzaro 

• La Cassazione toglie al giudice D’Ambrosio l’inchiesta sui finanziatori e gli ideologi della strage di piazza Fontana: stava per partire una comunicazione giudiziaria contro l’ammiraglio Henke che avrebbe messo sotto accusa la gestione del Sid dal 1966 al 1970. Le inchieste relative alla strage sono unificate a Catanzaro.

Giovedì 23 gennaio 1975

Autorizzazione a procedere contro Rauti 

• La Camera vota l’autorizzazione a procedere contro Pino Rauti per il processo sulla strage di Piazza Fontana.

Lunedì 27 gennaio 1975

Catanzaro, comincia il processo per piazza Fontana 

• Inizia alla Corte d’assise di Catanzaro il processo per la strage di piazza Fontana. Sono imputati Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Pozzan, Antonio Massari, Angelo Ventura, Luigi Ventura, Franco Comacchio, Giancarlo Marchesin, Ida Zanon, Ruggero Pan, Claudio Orsi, Claudio Mutti, Pietro Loredan, Gianadelio Maletti, Antonio Labruna, Guido Giannettini, Gaetano Tanzilli, Stefano Serpieri, Stefano Delle Chiaie, Udo Lemke, Pietro Valpreda, Mario Merlino, Emilio Bagnoli, Roberto Gargamelli, Emilio Borghese, Ivo Della Savia, Enrico Di Cola, Maddalena Valpreda, Ele Lovati Valpreda, Rachele Torri, Olimpia Torri Lovati.

Lunedì 27 ottobre 1975

Caso Pinelli, fu «malore attivo» 

• Il giudice D’Ambrosio chiude l’inchiesta sulla morte di Pino Pinelli (vedi 15 dicembre 1969): l’anarchico è morto per«malore attivo», un malore che l’ha fatto cadere dalla finestra della questura. Prosciolti tutti gli indiziati.

Domenica 28 marzo 1976

Arrestati Maletti e Labruna

• Gian Adelio Maletti, 65 anni, generale del Sid, e Antonio Labruna, 49 anni, suo capitano, sono arrestati con l’accusa di aver favorito la latitanza dei principali imputati della strage di Piazza Fontana.

Sabato 10 luglio 1976

Assassinato il giudice Occorsio 

• A Roma un commando di Ordine nuovo uccide il giudice Vittorio Occorsio, 47 anni, che si era occupato di inchieste sulle trame nere e sulla strage di piazza Fontana.

Martedì 18 gennaio 1977

Catanzaro, quarto processo per piazza Fontana 

• Comincia a Catanzaro il quarto processo per la strage di piazza Fontana. Imputati: Valpreda e il suo gruppo, Freda e Ventura, Giannettini, Maletti e Labruna.

Martedì 24 maggio 1977

No al segreto militare su piazza Fontana 

• Sentenza della Corte costituzionale: il governo non può porre il segreto militare su documenti utili all’«accertamento di fatti eversivi dell’ordine costituzionale». Nuove possibilità di indagine per le inchieste sulla strage di piazza Fontana.

Mercoledì 23 novembre 1977

Il generale Malizia, condannato e liberato

• Condannato dalla Corte d’assise di Catanzaro per falsa testimonianza il generale Saverio Malizia, consulente giuridico del ministro della Difesa Mario Tanassi. Viene subito rimesso in libertà.

Domenica 1 ottobre 1978

La sparizione di Freda 

• Freda è sparito dall’appartamento di Catanzaro nel quale era obbligato a risiedere.


Martedì 16 gennaio 1979

Sparisce anche Ventura

• Ventura fugge da Catanzaro, dov’era obbligato a risiedere, ed espatria in Argentina.

Venerdì 23 febbraio 1979

Prima sentenza per piazza Fontana 

• Prima sentenza della Corte d’assise di Catanzaro. Freda, Ventura e Giannettini sono condannati all’ergastolo per strage, attentati e apologia di reato. Valpreda, assolto per insufficienza di prove per la strage, viene condannato a quattro anni e sei mesi per associazione a delinquere. Stessa sentenza per Merlino. Gargamelli è condannato a un anno e sei mesi per associazione a delinquere. Sospensione della pena di due anni per Bagnoli. I reati di falsa testimonianza a carico dei familiari di Valpreda e di Delle Chiaie sono prescritti. Maletti è condannato a quattro anni per favoreggiamento e falsa testimonianza, Labruna a due anni. Un anno a Tanzilli per falsa testimonianza.

Sabato 25 agosto 1979

In Italia Freda, arrestato in Costarica 

• Scortato da funzionari dell’Interpol, Freda arriva in Italia a bordo di un aereo militare. È stato arrestato cinque giorni fa in Costarica.

Martedì 25 settembre 1979

Su Raiuno il processo di Catanzaro 

• Su Raiuno in prima serata Il processo - Un film dal vero, prima di cinque puntate che presentano un condensato tv delle 268 udienze del processo di Catanzaro.

Mercoledì 30 luglio 1980

Il generale Malizia è assolto

• Assolto dalla Corte d’assise di Potenza il generale Malizia, dopo che la Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Catanzaro del 23 novembre 1977.

Venerdì 20 marzo 1981

Piazza Fontana, assolti Freda, Ventura, Valpreda 

• La Corte d’assise d’appello di Catanzaro assolve per insufficienza di prove Freda, Ventura, Giannettini, Valpreda e Merlino relativamente alla strage di piazza Fontana. Condanna Freda e Ventura a quindici anni per associazione sovversiva, per gli attentati del 25 aprile 1969 a Milano e per quelli sui treni del 9 agosto 1969. Dimezzate le pene a Maletti e Labruna.

Lunedì 24 agosto 1981

L’Inquirente assolve Andreotti, Rumor e Taviani 

• La Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa archivia le accuse contro i politici. Rumor e Tanassi erano accusati di falsa testimonianza e favoreggiamento nei confronti di Giannettini, Andreotti di falsa testimonianza.

Giovedì 18 marzo 1982

Il Parlamento assolve Andreotti, Rumor e Taviani 

• Il Parlamento in seduta comune conferma la decisione della Commissione inquirente: assolti Andreotti, Rumor e Tanassi.

Giovedì 10 giugno 1982

Piazza Fontana: il processo va a Bari 

• La Corte di cassazione annulla la sentenza d’appello del 20 marzo 1981 e affida un secondo appello a Bari, ma esclude dal processo Giannettini.

Giovedì 23 dicembre 1982

Piazza Fontana, incriminato Delle Chiaie

• Stefano Delle Chiaie incriminato a Catanzaro per la strage di piazza Fontana. È latitante.

Giovedì 1 agosto 1985

Piazza Fontana, anche Bari assolve 

• La Corte d’assise d’appello di Bari assolve dal reato di strage Freda, Ventura, Valpreda e Merlino per insufficienza di prove. Conferma invece le condanne a 15 anni per Freda e Ventura, conferma la pena di due anni al generale Maletti e fissa in 10 mesi quella per il capitano Labruna.

Sabato 31 agosto 1985

Ventura libero in Argentina 

• Ritirata la richiesta di estradizione in seguito all’assoluzione: le autorità argentine scarcerano Ventura.

Sabato 1 marzo 1986

Freda in semilibertà a Brindisi 

Franco Freda, in carcere a Brindisi, ottiene la semilibertà.

Mercoledì 30 luglio 1986

I pentiti: Fachini l’autore della strage 

• Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini sono rinviati a giudiziodavanti alla Corte d’assise di Catanzaro. L’istruttoria ha avuto inizio dopo che alcuni pentiti neri hanno riferito alla magistratura fiorentina notizie che sostengono essere Fachini l’autore materiale della strage di piazza Fontana.

Martedì 27 gennaio 1987

La mano del giudice Carnevale 

• La prima sezione della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, respinge tutti i ricorsi, confermando quindi la sentenza della Corte d’appello di Bari dell’1 agosto 1985. Freda, Ventura, Valpreda e Merlino escono definitivamente dalla scena processuale.


Lunedì 23 marzo 1987

Delle Chiaie arrestato in Venezuela 

• Stefano Delle Chiaie, padre storico di Avanguardia nazionale, viene arrestato a Caracas dopo 17 anni di latitanza. È imputato anche nel processo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Lunedì 26 ottobre 1987

Catanzaro, sesto processo per piazza Fontana 

• Comincia alla Corte d’assise di Catanzaro il sesto processo per la strage di piazza Fontana. Imputati i neofascisti Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini.

Martedì 17 maggio 1988

Via alla Commissione stragi
• Viene costituita la “Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”. Durata massima prevista, 18 mesi.

gennaio 1989

Arriva il giudice Salvini 

• Il giudice istruttore Guido Salvini, 35 anni, apre una nuova inchiesta sull’eversione di destra e sulla strage di piazza Fontana.

Lunedì 20 febbraio 1989

Assolti Delle Chiaie e Fachini 

• La Corte d’assise di Catanzaro assolve per non aver commesso il fatto Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini dall’accusa di strage per piazza Fontana.

Venerdì 5 luglio 1991

Delle Chiaie e Fachini: assoluzioni confermate 

• La Corte d’assise d’appello di Catanzaro conferma l’assoluzione per la strage di piazza Fontana di Delle Chiaie e Fachini.

Lunedì 13 marzo 1995

Gli imputati del giudice Salvini 

• Il giudice Salvini deposita l’ordinanza di rinvio a giudizio contro Nico Azzi, Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati, Francesco De Min, Pietro Battiston, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Martino Siciliano, Giambattista Cannata, Cristiano De Eccher, Mario Ricci, Massimiliano Fachini, Guido Giannettini, Stefano Delle Chiaie, Gianadelio Maletti, Sandro Romagnoli, Giancarlo D’Ovidio, Guelfo Osmani, Michele Santoro, Licio Gelli, Roberto Palotto, Angelo Izzo, Carlo Digilio, Franco Donati, Cinzia Di Lorenzo, Ettore Malcangi.

Venerdì 10 novembre 1995

Zorzi a piazza Fontana con la bomba? 

• Il telegiornale di Videomusic dice che per il magistrato Guido Salvini l’esecutore materiale della strage di piazza Fontana sarebbe Delfo Zorzi: 58 anni di Mestre, elemento di spicco di Ordine nuovo, nel ’68 condannato a pena definitiva per detenzione in casa di armi ed esplosivi. Da vent’anni è in Giappone, facoltoso titolare di una ditta di import-export. Salvini non conferma né smentisce e protesta per la fuga di notizie.

Martedì 30 luglio 1996

Allarme attentato per il pm Pradella 

• Allarme attentato per Grazia Pradella, titolare della nuova inchiesta su piazza Fontana. È lo stesso magistrato a vedere nella notte un uomo appostato sotto la sua abitazione puntare qualcosa che assomiglia a un’arma verso il suo balcone e a metterlo in fuga chiamando la polizia.

Sabato 17 agosto 1996

Giannuli e il mistero di 150 fascicoli 

• Il perito Aldo Giannuli, incaricato dal giudice Salvini, scopre in un deposito sulla via Appia, alla periferia di Roma, centocinquantamila fascicoli non catalogati del ministero dell’Interno.
Mercoledì 25 settembre 1996

D’Ambrosio coordina Pradella e Meroni 

• Dopo il fallito attentato al pm Grazia Pradella, sarà un pool di magistrati a indagare su piazza Fontana: nell’inchiesta entra il pm Massimo Meroni e a coordinarla sarà Gerardo D’Ambrosio.

Martedì 10 febbraio 1998

Salvini chiama in causa la Cia

• Il giudice Guido Salvini chiude la sua istruttoria sulla «strategia della tensione». Risultati: la cellula milanese e veneta di Ordine nuovo (Freda e Ventura, ma anche di Maggi, Zorzi e Rognoni) «direttamente responsabile» della strage di piazza Fontana e «molto probabimente» di quella di Brescia; l’Ufficio Affari riservati del ministero degli Interni ha costruito la falsa pista anarchica e il Sid ha fatto scappare i ricercati (Giannettini e Pozzan); la «struttura informativa americana», in pratica la rete della Cia in Italia, è arrivata a «fornire esplosivi e addestrare» i bombaroli. Salvini chiede di incriminare non solo per spionaggio ma anche per concorso in strage il capitano David Carret, ufficiale dalla marina statunitense e presunto «capo della struttura informativa» dal 1969 al ’74.

Giovedì 21 maggio 1998

Pradella e Meroni chiudono l’inchiesta 

• Il giudice istruttore Salvini chiude a Milano l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana e chiede il rinvio a giudizio per otto persone tra cui Carlo Maggi, Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni, Carlo Digilio.


Martedì 8 giugno 1999

Zorzi, Maggi, Rognoni nuovi imputati 

• Il gip Clementina Forleo rinvia a giudizio Delfo Zorzi, latitante in Giappone, il medico Carlo Maria Maggi, 66 anni, ex leader di Ordine nuovo nel Triveneto, e Giancarlo Rognoni, 54 anni, leader del gruppo neofascista di Milano “La Fenice”, presunti responsabili, a vario titolo, di aver organizzato ed eseguito la strage di piazza Fontana, e Stefano Tringali con l’accusa di favoreggiamento nei confronti di Zorzi.

Giovedì 24 febbraio 2000

Milano, settimo processo per piazza Fontana 

• Dopo un rinvio il 16 febbraio, per uno sciopero degli avvocati, ha inizio davanti alla Corte d’assise di Milano, nell’aula bunker presso il carcere di San Vittore, il settimo processo per la strage di piazza Fontana. Imputati Zorzi, Maggi, Rognoni.

Sabato 11 marzo 2000

Strage in questura, ergastolo per Maggi 

• Processo per l’attentato alla questura di Milano del 17 maggio 1973 (quattro morti e 45 feriti): la quinta Corte d’assise di Milano condanna all’ergastolo Carlo Maria Maggi, Francesco Neami (capo degli ordinovisti triestini), Giorgio Boffelli, suo guardaspalle, e il colonnello dell’esercito Amos Spiazzi.

Martedì 20 marzo 2001

Commissione stragi, nulla di fatto 

• Si scioglie, senza produrre alcun documento conclusivo, la Commissione stragi. È durata quasi 13 anni.

Sabato 30 giugno 2001

Gli ergastoli per Delfo Zorzi e gli altri 

• La Corte d’assise di Milano condanna all’ergastolo Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni per la strage di piazza Fontana a Milano. Stefano Tringali è condannato a tre anni per favoreggiamento a favore di Zorzi.

Sabato 6 luglio 2002

Addio a Valpreda 

• Muore, a 69 anni, il ballerino anarchico Pietro Valpreda, da ultimo venditore di libri, primo imputato della strage di piazza Fontana.

Venerdì 12 marzo 2004

Zorzi, Maggi, Rognoni: tutti assolti 

• La Corte d’assise d’appello di Milano annulla gli ergasotoli inflitti a Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni per la strage di piazza Fontana. Riduce da tre a un anno la pena a Stefano Tringali per favoreggiamento. Scrive nella sentenza che alla luce delle nuove prove emerse «in ordine ai fatti del 12 dicembre 1969 appare sufficientemente dimostrata» la responsabilità di Freda e Ventura: un verdetto che non può avere effetti giuridici dal momento che i due nel merito sono già stati assolti con sentenza definitiva.

Mercoledì 1 dicembre 2004

Maggi e Rognoni, altre assoluzioni 

• La Corte d’assise di appello assolve Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Giorgio Boffelli per la strage alla questura di Milano del 17 maggio 1973.

Martedì 3 maggio 2005

Tutti assolti. Ma Freda e Ventura colpevoli 

• La seconda sezione penale della Cassazione respinge i ricorsi contro la sentenza della Corte d’appello per la strage di piazza Fontana e conferma le assoluzioni di Maggi, Rognoni e Zorzi. Conferma però anche le responsabilità di Freda e Ventura: l’eccidio fu organizzato da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura». I parenti delle vittime, con questa sentenza, sono tenuti al pagamento delle spese processuali.

Giovedì 13 ottobre 2005

L’ipotesi Cucchiarelli: due bombe a piazza Fontana

• Esce il libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana. Citando atti gudiziari, testimonianze e nuovi elementi, il giornalista dell’Ansa ipotizza che alla banca Nazionale dell’Agricoltura, il 12 dicembre 1969, le bombe fossero due: una messa dagli anarchici a scopo dimostrativo, per causare danni ma non vittime, l’altra piazzata da estremisti di destra, ad insaputa degli anarchici, per provocare l’eccidio e addossarne la colpa alla sinistra. Cucchiarelli è stato poi indagato dal pm di Milano Armando Spataro per il reato di false informazioni al pubblico ministero.
I 55 giorni del sequestro Moro

In questa pagina potete leggere la cronologia dei 55 giorni del sequestro Moro, ascoltare la telefonata, trascritta e commentata da Leonardo Sciascia, con cui le Br ne annunciano la morte e vedere i video dell’Istituto Luce sulla sua uccisione e sui suoi funerali.

Giovedì 16 marzo 1978

Primo giorno del sequestro Moro

• Alle 9.03 in via Fani a Roma, un commando delle Brigate rosse tende un agguato al presidente della Dc, Aldo Moro, che è appena uscito di casa e sta andando alla Camera accompagnato da cinque uomini di scorta. I brigatisti fanno strage delle guardie del corpo (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino, l’unico che è riuscito a metter mano alla pistola, e Francesco Zizzi) poi rapiscono Moro e si dileguano. Scatta un’imponente caccia all’uomo, mentre l’Italia sconcertata si ferma per protesta. In Parlamento Giulio Andreotti doveva presentare il suo nuovo governo: un monocolore dc con l’appoggio, per la prima volta, dei comunisti. E Moro ne era stato l’artefice principale. Si fa tutto in fretta: in serata il governo ottiene la fiducia a larghissima maggioranza. [Leggi la giornata minuto per minuto]

Venerdì 17 marzo 1978

Secondo giorno del sequestro Moro

• Interi quartieri di Roma sono circondati e rastrellati casa per casa, casale per casale. Migliaia di persone e veicoli fermati e perquisiti. Il procuratore generale Giovanni De Matteo ha diviso Roma in otto quadrati, ciascuno affidato a duecento poliziotti e carabinieri. Si cerca soprattutto tra la Camilluccia e la Balduina. Ritrovata la seconda 128 dei terroristi: aveva anche una sirena della polizia. Continuano ad arrivare messaggi delle Brigate rosse ma gli inquirenti li ritengono inattendibili. La polizia ferma Gianfranco Moreno, 32 anni, bancario incensurato. Interrogato come testimone, ora lo si sospetta di favoreggiamento. [Cds 18/3/1978]

• Il ministero dell’Interno ha diffuso un elenco dei sospetti terroristi, che viene trasmesso anche alla tv. «Si segnalarono ventidue individui: ma subito si scoprì che due di loro erano già in carcere, uno notoriamente residente in Francia, un altro regolarmente registrato nell’albergo in cui alloggiava. Questi errori – che crediamo trovino giustificazione nella endemica incomunicabilità, nel nostro paese, delle istituzioni tra loro – impedirono all’opinione pubblica di vedere quel che invece c’era di positivo nella segnalazione: e cioè che su diciotto individui la polizia non si era sbagliata». [Sciascia 1994] In particolare, tre hanno effettivamente partecipato all’agguato di via Fani, due non sono a Roma ma fanno parte del “comitato esecutivo” delle Br. [Bianconi 2008]


• Alle 17 vertice a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti studia un piano anti-Br con i cinque segretari della nuova maggioranza: Zaccagnini (Dc), Berlinguer (Pci), Craxi (Psi), Romita (Psdi), Biasini (Pri). Al termine dell’incontro, quattro ore dopo, Biasini è l’unico insoddisfatto: il Pri chiedeva un decreto d’urgenza con norme straordinarie. Gli altri hanno preferito procedere con cautela, incaricando un comitato di esperti perché valuti i provvedimenti e stabilisca la loro urgenza. [Cds 18/3/1978]

• Per il senatore del Pci Ugo Pecchioli esistono collegamenti tra certi gruppi di autonomia operaia e i terroristi. «Cellule eversive si sono infiltrate in grandi aziende industriali e anche in delicatissimi servizi pubblici: all’Enel, alla Sip, in alcuni settori dei trasporti e in alcuni ospedali (...) Bisogna rompere la catena della solidarietà». [Cds 18/3/1978]

Sabato 18 marzo 1978

Terzo giorno del sequestro Moro

• Le Brigate rosse telefonano al quotidiano romano Il Messaggero e indicano la cabina di una macchina fotocopiatrice nel sottopassaggio di largo Argentina, nel cuore della città: lì sopra hanno lasciato una busta gialla con il Comunicato numero 1 e una fotografia di Moro. Nella Polaroid in bianco e nero, il presidente della Dc è ritratto di fronte, la testa leggermente reclinata, la camicia aperta sul collo.

Sul fondo la bandiera con la stella a cinque punte e la scritta Brigate rosse. Nessun ricatto nel comunicato. Solo un lungo proclama politico e l’annuncio del «processo» a Moro nella «prigione del popolo». Il leader dc è descritto come «il gerarca più autorevole» dopo De Gasperi, «il teorico e lo stratega indiscusso di quel regime democristiano che da 30 anni opprime il popolo italiano», il responsabile «dei programmi controrivoluzionari della borghesia imperialista». [Cds 19/3/1978]

• Il messaggio delle Br è scritto con tutta probabilità con una Ibm elettrica a testina sferica rotante. Frase finale: «I comunicati verranno battuti tutti con la stessa macchina: questa». La macchina è meno facilmente identificabile perché la testina è intercambiabile. [Cds 19/3, 20/3/1978]
• L’esercito affianca da oggi le forze dell’ordine nella caccia ai brigatisti. È la prima volta nella storia della Repubblica che reparti militari, in assetto di guerra, vengono impiegati in un’operazione di polizia giudiziaria. Mobilitati seimila uomini: granatieri di Sardegna, fanti, bersaglieri.

Al comando due generali dei carabinieri. L’intervento dell’esercito non è dovuto a una legge speciale ma all’applicazione di una norma dell’ordinamento giudiziario che consente ai magistrati del pubblico ministero di chiedere direttamente l’intervento della forza armata. Iniziativa presa nel pomeriggio nel corso di un vertice al Viminale. Partiti informati in anticipo, nessuno ha mosso obiezioni. I soldati saranno utilizzati ai posti di blocco. Roma stretta in una doppia cintura di sorveglianza. [Cds 19/3/1978]

• La polizia, nelle sue perquisizioni a tappeto a Roma, arriva a un appartamento in via Gradoli affittato a un certo ingegner Borghi ma si ferma davanti alla porta chiusa. Anche se «il dottore Infelisi, il magistrato che conduceva l’indagine, aveva ordinato che degli appartamenti chiusi o si sfondassero le porte o si attendesse l’arrivo degli inquilini. (...) Pare che l’assicurazione dei vicini che l’appartamento fosse abitato da persone tranquille sia bastata al funzionario di polizia per rinunciare a visitarlo». [Sciascia 1994]

• In mattinata si sono svolti nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura i funerali di Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, i cinque uomini della scorta uccisi dai terroristi. Cerimonia solenne e sobria, le cinque bare in fila davanti all’altare avvolte nel tricolore, sopra ciascuna il berretto del caduto e le sue decorazioni. «La commozione è forte, molti piangono, anche qualche guardia ha le lacrime agli occhi, ma il sentimento che prevale è la rabbia». Quando le bare escono dalla chiesa «scoppia un grande applauso, (...) una pioggia di garofani vola verso le auto funebri. Molti salutano a pugno chiuso, molti si abbracciano piangendo». [Giuliano Zincone, Cds 19/3/1978]

• Si viene a sapere che venti giorni fa un industriale italiano aveva offerto in prestito a Moro una delle sue tre macchine corazzate. Moro aveva rifiutato. «Che si sappia, nell’Italia del Belice e di prefabbricati del Friuli, nell’Italia della Lockeed, in questo zoo di miserabili antilopi: nella nostra classe politica c’è anche chi preferisce rischiare la morte per non essere in debito di cortesia con un privato potente». [G. Barbiellini Amidei, Cds 18/3/1978]

• Due studenti diciannovenni, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci – d’ora in poi Fausto e Iaio – uccisi a colpi di pistola poco prima delle 20 in una strada di Milano, vicino al circolo sociale Leoncavallo, che raggruppa i giovani della sinistra extraparlamentare. Incidenti nella notte, con vetrine infrante e un centro sportivo incendiato, durante il corteo di protesta che è stato subito organizzato. [Cds 19/3/1978, Deaglio 2009]

Domenica 19 marzo 1978

Quarto giorno del sequestro Moro

• Piazza San Pietro è gremita di fedeli per la domenica delle palme. Dalla finestra del suo studio Paolo VI invita tutti a pregare «per l’onorevole Moro, a noi caro, sequestrato in vile agguato, affinché sia restituito a noi al più presto».  
• È a Roma da questa sera un nucleo speciale di agenti anti-guerriglia pronto a intervenire non appena sarà localizzata la «prigione del popolo» in cui le Br tengono in ostaggio lo statista Dc. E da oggi 32 agenti speciali tedeschi collaborano con la polizia italiana.


• La questura vieta una manifestazione indetta per martedì a Roma dal movimento (autonomia, Lotta continua, studenti che fanno riferimento a Democrazia proletaria ecc.). «Nel movimento si è aperta una discussione lacerante sul ruolo della lotta armata clandestina (...). L’idea è quella di caratterizzare la manifestazione con uno slogan che sancisca in maniera definitiva la condanna da parte del movimento alle azioni dei brigatisti rossi: “Né con lo Stato, né con le Br”». [Giulio Benedetti, Cds 20/3/1978]

Lunedì 20 marzo 1978

Quinto giorno del sequestro Moro

• Nessuna traccia di Moro. Ora si pensa che sia tenuto in ostaggio in un nascondiglio lontano dal luogo della strage. Scarcerato «per assoluta mancanza di indizi» Gianfranco Moreno. Anche due esperti dell’antiterrorismo inglese collaborano da oggi con gli inquirenti. [Cds 21/3/1978]

• Udienza a Torino del processo contro 15 brigatisti rossi. Tra gli imputati anche Renato Curcio e Alberto Franceschini. Curcio grida in aula: «Moro è in mano nostra» e ripete che il presidente della Dc sarà processato dai brigatisti. «(...) Curcio, coi suoi occhi scuri e inquietanti, la gran barba da populista russo dell’Ottocento, il maglione blu coi bordi bianchi, di quelli che le vecchie zie lavorano coi ferri. È Curcio che recita la parte forte della giornata.

Certo, il rito della contestazione quotidiana comincia con “barbarossa” Ferrari, che chiede di leggere il comunicato n. 11; e va avanti con l’urlata di Franceschini, “noi qui rappresentiamo un’organizzazione, un partito combattente”. Alla fine, però, è Curcio a lanciare la sfida vera. “Siete una banda armata”, grida il pubblico accusatore. E Curcio risponde: “Una banda che ha in mano Moro, che farà il processo a Moro, alla Dc, a tutta la classe politica italiana”». [Walter Tobagi, Cds 20/3/1978]

• Otto volantini delle Brigate rosse, fotocopia di quello che accompagnava la foto di Moro, alla Fiat Mirafiori. Tre li ha trovati nel primo pomeriggio un caporeparto nella zona verniciatura carrozzerie, gli altri cinque erano sotto il telefono di una sala usata per le riunioni sindacali.

Martedì 21 marzo 1978

Sesto giorno del sequestro Moro 

• Il governo approva il decreto anti-terrorismo, restituendo alle forze dell’ordine parte di quei poteri che negli ultimi dieci anni sono stati attribuiti alla magistratura per assicurare ai cittadini maggiori garanzie di libertà. È introdotta una nuova figura di reato, quella del sequestro politico: pene previste, da trent’anni di carcere all’ergastolo (in caso di morte dell’ostaggio).

La polizia può fermare le persone da identificare e trattenerle per un massimo di 24 ore; può interrogare anche in assenza di un avvocato (il contenuto dell’interrogatorio non potrà comunque essere utilizzato nel processo); potrà ricorrere alle intercettazioni telefoniche anche per mesi, con il semplice rinnovo del nulla osta del magistrato. [Cds 22/3/1978] [Leggi il corsivo del Corriere della Sera “Gli amari frutti del terrorismo”]

• È stato giusto pubblicare la fotografia di Moro passata dai suoi carcerieri e il comunicato delle Br? Si apre un caso di coscienza per i mass media posti di fronte a due obblighi morali difficilmente conciliabili: «Quello di non diventare cassa di risonanza dei terroristi con la pubblicazione di tutti i loro messaggi e quello di non rinunciare mai al compito di riferire per intero le notizie». Intellettuali, politici, giornalisti si interrogano. Le opinioni sono discordi. [Cds 22/3/1978]  
• Al reparto carrozzerie di Mirafiori trovato un secondo pacco con una cinquantina di volantini firmati Br. [Cds 22/3/1978]

Mercoledì 22 marzo 1978

Settimo giorno del sequestro Moro

• Identificato un membro del commando di via Fani: è Prospero Gallinari, capo storico delle Br, evaso un anno fa. [Cds 23/3/1978]  
• Al processo di Torino, dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio la corte nega l’autodifesa ai quindici brigatisti imputati. Curcio e gli altri avranno una regolare assistenza legale, anche contro la loro volontà. [Cds 23/3/1978]

Giovedì 23 marzo 1978

Ottavo giorno del sequestro Moro

• Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga assume il ruolo i coordinatore di tutte le forze di polizia. Sui giornali si legge la notizia che il Viminale offre ingenti somme di denaro a chiunque sia in grado di fornire indicazioni utili alla cattura dei brigatisti. Il 113 riceve milleduecento segnalazioni al giorno, il numero indicato dal ministero dell’Interno (4756 989) registra una media di duecento chiamate. [Cds 24/3/1978]

• In vigore da oggi la nuova legge che impone la comunicazione all’autorità di pubblica sicurezza di tutti i contratti di vendita e di affitto di fabbricati. Nel caso dei contratti che saranno stipulati in futuro, per chi non lo fa è previsto anche, oltre all’ammenda, l’arresto da sei mesi a un anno. [Cds 23/3/1978]

• I sindacati apprezzano la stretta anti-terrorismo. Chiedono solo che quando il Parlamento trasformerà in legge il decreto stabilisca in modo vincolante i limiti temporali dei provvedimenti. [Cds 24/3/1978] 
Venerdì 24 marzo 1978
Nono giorno del sequestro Moro
• Un commando delle Brigate rosse ferisce a Torino Giovanni Picco, 46 anni, sposato con tre figli, consigliere regionale Dc, sindaco della città dal dicembre 1973 al luglio ’75. Due giovani a viso scoperto hanno sparato 15 colpi di pistola: quattro hanno colpito Picco alle spalle e alle gambe. [Cds 25/3/1978]

Sabato 25 marzo 1978

Decimo giorno del sequestro Moro

• A Torino intorno alle 16, più tardi a Roma, Milano e Genova le Brigate rosse fanno trovare il Comunicato numero 2: due facciate di 126 fittissime righe a spazio uno in cui annunciano che «è in corso l’interrogatorio di Aldo Moro», in quanto «uomo di punta della borghesia, quale più alto fautore di tutta la ristrutturazione dello Sim (Stato imperialista delle multinazionali)», per avere da lui informazioni precise «sulle strutture nazionali e internazionali della controrivoluzione imperialista e sui nomi del personale politico, economico e militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali». I brigatisti polemizzano anche con «il partito di Berlinguer» e i «sindacati collaborazionisti», cui «spetta il compito di funzionare da apparato poliziesco anti-operaio, da delatori, da spie del regime». [Cds 26/3/1978]

• Ipotesi su via Fani. Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Susanna Ronconi, Paolo Peci, Enrico Bianco, Oriana Marchionni, Mario Moretti: un rapporto riservatissimo trasmesso alla Procura di Roma dagli investigatori dà questi nomi per i brigatisti che hanno partecipato all’agguato. Agguato e rapimento sarebbero finanziati con il denaro proveniente dal sequestro dell’armatore Costa (circa un miliardo e mezzo). [Cds 26/3/1978]

Domenica 26 marzo 1978

Undicesimo giorno del sequestro Moro

• È Pasqua. Con un volantino firmato «colonna Mara Cagol» le Brigate rosse rivendicano il ferimento dell’ex sindaco di Torino Giovanni Picco. Il messaggio è stato fatto trovare nel pomeriggio, tramite una telefonata all’Ansa, in una cabina Sip di Torino. [Cds 28/3/1978]

Martedì 28 marzo 1978

Tredicesimo giorno del sequestro Moro

• Il quotidiano La Stampa invita il presidente della Repubblica Giovanni Leone a lasciare il Quirinale per consentire l’elezione d’emergenza di Moro alla suprema carica dello Stato. In un editoriale non firmato il giornale diretto da Arrigo Levi definisce «disdicevole» la campagna di stampa rivolta negli ultimi mesi contro Leone, ma accusa: «Il suo quasi totale silenzio in questi ultimi giorni è motivo di grave disagio per la Nazione». [Sta. 28/3/1978]

Mercoledì 29 marzo 1978

Quattordicesimo giorno del sequestro Moro

• Comunicato numero 3 delle Brigate rosse, con una lettera autografa di Moro a Cossiga. Il leader Dc scrive di trovarsi «sotto un dominio pieno e incontrollato» dei suoi carcerieri, «con il rischio di essere indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa». Accenna alla possibilità di uno scambio con i terroristi, ricordando «gli scambi tra Breznev e Pinochet, i molteplici scambi di spie, l’espulsione dei dissenzienti dal territorio sovietico».

Sottolinea che «il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurli a salvarli, è inammissibile. (...) Un preventivo passo della S. Sede potrebbe essere utile». Il messaggio è stato fatto arrivare ai giornali a Milano, Genova, Roma e Torino in fotocopia, circa sei ore dopo che il ministro dell’Interno lo aveva ricevuto, verso le 13, attraverso un intermediario. [Cds 30/3, 1/4/1978]

• Scrive il Corriere della Sera: «L’impianto non regge, la tragica “sceneggiata” rivela un dilemma al quale sembra impossibile sfuggire: o Moro non è più padrone di se stesso e delle proprie azioni, o quello che ha scritto gli è stato imposto». [Cds 30/3, 1/4/1978] Scrive Leonardo Sciascia: «La cifra dei suoi messaggi poteva, per esempio, essere cercata nell’uso impreciso di certe parole, nella disattenzione appariscente: (...) “Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato” (...) Che vuol dire “incontrollato”? Chi poteva o doveva controllare le Brigate rosse? E perciò appare attendibilissima la decifrazione che ci è stata suggerita: “Mi trovo in un condominio molto abitato e non ancora controllato dalla polizia”». [Sciascia 1978]

• Ancora a vuoto le ricerche del covo in cui Moro è tenuto prigioniero, nessuno sviluppo sostanziale nelle indagini. Si parla di una taglia da un miliardo di lire a chi fornirà informazioni determinanti per la cattura dei terroristi. [Cds 30/3/1978]

• Anche Ugo La Malfa, dopo La Stampa, vorrebbe che Leone si facesse da parte. In un articolo non firmato, ma ispirato dal leader repubblicano, che sarà pubblicato domani sulla Voce Repubblicana ed è stato anticipato alle agenzie, si parla di inadeguatezza del capo dello Stato alle responsabilità del momento. Leone replica in serata parlando al Consiglio superiore della magistratura: la discrezione è il modo di esplicare il mandato presidenziale. Il capo dello Stato non pensa a dimettersi. [Cds 30/3/1978]

Giovedì 30 marzo 1978

Quindicesimo giorno del sequestro Moro

• Con i terroristi non si tratta. Al termine di una intera giornata di discussione, la Democrazia cristiana replica al Comunicato numero 3 delle Br contenente la lettera di Moro: «Non è possibile accettare il ricatto posto in essere dalle Brigate rosse». [Cds 31/3/1978] Anche il Pci è rigido nel rifiuto di ogni trattativa. L’Unità va in macchina con un editoriale dal titolo “Fermezza”: «(...) La vera posta in gioco in questa vicenda è l’avvenire della Repubblica. Il dovere è arduo ma semplice: il regime democratico non può cedere al terrorismo. Guai se lo facesse. Cedere su questo terreno potrebbe soltanto aprire la strada a un crescendo di nuovi ricatti e di nuovi cedimenti». [Un. 31/3/1978] [Sull’«infame ricatto», leggi Sciascia]

Venerdì 31 marzo 1978

Sedicesimo giorno del sequestro Moro

• Moro ha scritto una seconda lettera, questa non resa nota dalle Brigate rosse, insieme a quella indirizzata a Cossiga. Sono poche righe destinate alla famiglia, per rassicurare la moglie e i figli sulle sue condizioni ed esortarli ad avere fiducia. Il messaggio è stato fatto recapitare al segretario particolare del presidente Dc, Nicola Rana. [Cds 10/4/1978] Il Vaticano, attraverso un corsivo dell’Osservatore Romano, conferma ufficialmente la sua disponibilità a intervenire, se richiesto, per la soluzione del «dolorosissimo caso dell’onorevole Moro». [Cds 1/4/1978]

Sabato 1 aprile 1978

Diciassettesimo giorno del sequestro Moro

• Nei primi quindici giorni del sequestro Moro, alla Dc e al suo segretario Benigno Zaccagnini sono arrivati più di 10 mila telegrammi, lettere, ordini del giorno: da sezioni o iscritti al partito, comuni e associazioni, consigli di fabbrica e sezioni comuniste, scuole e privati. Altrettanta posta era indirizzata ed è stata consegnata chiusa alla famiglia Moro. «Un fenomeno che la Dc non aveva mai visto prima», dice Marcello Pagani, che sovrintende alla lettura e alla classificazione dei messaggi. [Lietta Tornabuoni, Cds 2/4/1978]

Domenica 2 aprile 1978

Diciottesimo giorno del sequestro Moro

• Nuovo appello del Papa all’Angelus, dalla finestra del suo studio: «Noi rivolgiamo agli ignoti autori del terrificante disegno un appello vivo e pressante per scongiurarli di dare libertà al prigioniero». Dalle parole di Paolo VI si intuisce anche che nessuna trattativa è ancora in corso tra il Vaticano e i rapitori di Moro. [Cds 3/4/1978]

• In una casa di campagna a Zappolino, nei pressi di Bologna, un gruppo di amici, docenti universitari, s’è riunito per passare il giorno di festa: ci sono fra gli altri Alberto Clò e Romano Prodi, alcuni sono accompagnati dalle mogli e dai figli. Piove: «Nel pomeriggio qualcuno di noi ebbe l’idea di fare il cosiddetto “piattino”, che per me come anche per gli altri doveva essere un semplice passatempo» (Clò). È una seduta spiritica in cui si evoca lo spirito di Giorgio La Pira e don Luigi Sturzo per sapere dov’è tenuto prigioniero Aldo Moro.

«Su una carta geografica dispiegata sul tavolino, il piattino si fermò nella parte corrispondente alla località Gradoli, dopo che il piattino precedentemente si era soffermato sulle lettere che formavano le parole Gradoli-Bolsena-Viterbo» (Prodi). Prodi parla della cosa con Umberto Cavina, portavoce di Zaccagnini, che a sua volta informa Luigi Zanda Loy, capo ufficio stampa di Cossiga. [Roberto Martinelli-Antonio Padellaro, Cds 17/10/1978, Bianconi 2008, Miguel Gotor in Moro 2008]

Non a Gradoli, ma in via Gradoli, a Roma, le Br hanno da tre anni un appartamento in affitto: «La base è stata usata più volte dalle Brigate rosse e l’indirizzo è noto a decine di persone. È stata centro operativo, deposito di documenti e di armi, rifugio di latitanti (...)». Le parole «via Gradoli» prendono «a scorrere sottovoce in un’area sempre meno ristratta e prendono la via del mondo universitario, in particolare quello di Bologna (...)». L’informazione arriva fino a Prodi, Clò e gli altri. «Ma come farla fruttare? Il metodo scelto è senza precedenti nella storia moderna. I professori si accordano per raccontare che il 2 aprile 1978, in una giornata di pioggia, riuniti in campagna insieme alle loro consorti» ecc. [Deaglio 2009]

Lunedì 3 aprile 1978

Diciannovesimo giorno del sequestro Moro

• Operazione su vasta scala di polizia e carabinieri: oltre duecento perquisizioni, 42 arresti su un totale di 129 fermi. Tra le persone che sono finite in carcere, 11 sono accusate di porto abusivo di armi, le altre (26 uomini e cinque donne) di associazione sovversiva. Sono state interrogate senza la presenza dei loro avvocati di fiducia, in base alle nuove norme anti-terrorismo. Tra i fermati, giovanissimi dell’area del movimento del ’77, ex sessantottini confluiti nell’Autonomia o in gruppi come Lotta continua o Avanguardia operaia. [Sta. 4/4/1978]

• In serata vertice a palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Andreotti e i segretari dei cinque partiti della maggioranza (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri), presente Cossiga. Confermata la linea di non cedere al ricatto delle Br. [Sta. 4/4/1978]

Martedì 4 aprile 1978

Ventesimo giorno del sequestro Moro

• Comunicato numero 4 delle Brigate rosse. Nel plico, annunciato a vari giornali a Milano prima, poi a Genova e a Roma, un messaggio delle Br, una lettera di Moro al segretario della Dc Benigno Zaccagnini, un opuscolo con la Risoluzione della direzione strategica, che incita alla guerra civile e alla lotta clandestina. [Leggi “Fra Marx e la Meinhof il codice dei brigatisti”, dal Corriere della Sera
• Moro chiede più esplicitamente uno scambio di prigionieri: «Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone parimenti detenute pone in una situazione insostenibile. (...)

Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile». A Zaccagnini ricorda «la reiterata e motivata riluttanza ad assumere la carica che tu mi offrivi e che ora mi strappa alla famiglia (...). Moralmente sei tu ad essere al mio posto, dove materialmente sono io». Nel loro comunicato i brigatisti scrivono che Moro parla a titolo personale, «la nostra intenzione è solo quella di processarlo». [Cds 5/4/1978]

• La Dc fa quadrato intorno a Zaccagnini e ribadisce subito il no alla trattativa, «con la morte nel cuore, con indicibile angoscia». In un breve comunicato consegnato al Popolo per la pubblicazione, il vertice del partito sottolinea le condizioni di assoluta coercizione nelle quali vengono scritti i documenti attribuiti a Moro: «Anche questa lettera non è moralmente a lui ascrivibile». Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Camera, tra gli applausi di tutti i deputati, si chiede «quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato verso gente le cui mani grondano di sangue?». Craxi incontra all’hotel Raphael l’avvocato Giannino Guiso, difensore di Renato Curcio. [Cds 5/4/1978, corriere.it]  
• Fermato a Genova un giovane laureato in Filosofia, Giorgio Moroni, 27 anni. Fermati a Roma Rocco Ugo Bevilacqua, 30 anni, ex militante di Potere operaio, e Orietta Poggi, 29. [Cds 5/4/1978]

Mercoledì 5 aprile 1978

Ventunesimo giorno del sequestro Moro

• In tarda mattinata il segretario della Dc Zaccagnini va a casa di Moro, ancora sconvolto dalla lettera del giorno prima e vuole esprimere alla famiglia dell’amico tutta la sua solidarietà. Che cosa intende fare la Dc per salvare la vita del suo presidente?, chiedono i familiari di Moro. Zaccagnini conferma la linea del partito. La famiglia comincia a pensare di muoversi per conto proprio.

Giovedì 6 aprile 1978

Ventiduesimo giorno del sequestro Moro

• I segretari della Dc, Benigno Zaccagnini, del Pci, Enrico Berlinguer, e dal Psi, Bettino Craxi, insieme in serata a Tribuna politica. È dal 16 marzo che Zaccagnini non si faceva vedere in pubblico. [Cds 7/4/1978]

• In seguito alla segnalazione di Prodi, dopo la seduta spiritica del 2 aprile, la polizia compie un «accurato perlustramento» a Gradoli, in provincia di Viterbo, alla ricerca della prigione di Moro. L’operazione non dà esito. [Miguel Gotor in Moro 2008]

• A Licola, a 40 chilometri da Napoli, vengono arrestati quattro giovani con l’accusa di partecipazione a banda armata. Si tratta di Maria Fiore Pirri Ardizzone – 28 anni, romana, borsista del Cnr, docente di Fisica all’Università di Cosenza, moglie separata di Franco Piperno, uno dei padri storici della contestazione del Sessantotto – e di tre studenti universitari: Davide Sacco, 18 anni, e Ugo Melchionda, 23, di Potenza, Lanfranco Caminiti, 29, di Messina. Gli inquirenti pensano che facciano parte di Prima linea, uno dei bracci armati di Autonomia operaia. Nel loro appartamento i carabinieri hanno trovato cinque pistole, munizioni, radio ricetrasmittenti, attrezzature per fabbricare targhe e documenti falsi, documenti firmati Prima linea.

Venerdì 7 aprile 1978

Ventitreesimo giorno del sequestro Moro

• Messaggio di Eleonora Moro al marito attraverso il quotidiano Il Giorno: «Tutti i componenti della famiglia sono uniti e in salute. (...) Vorremmo sapesse che gli siamo vicini (...), che, avendo nonostante tutto fiducia negli uomini, crediamo sia ancora possibile, dopo tanto dolore, riabbracciarlo». [Gio. 7/4/1978]

• A Genova due giovani sparano sette colpi di pistola alle spalle a Felice Schiavetti, 50 anni, presidente dell’Associazione industriali della provincia. Schiavetti ha tre proiettili conficcati nella gamba sinistra. Con una telefonata al Corriere mercantile le Brigate rosse rivendicano l’attentato. [Cds 8/4/1978]

• L’avvocato Guiso incontra i brigatisti detenuti a Torino, secondo i quali è necessaria una «risposta politica a quanto Moro sollecita». [corriere.it]

Sabato 8 aprile 1978

Ventiquattresimo giorno del sequestro Moro

• Il Corriere titola in prima “Si parla di contatti segreti fra rapitori e amici di Moro”. Sul Popolo di oggi la Dc tenta di ricucire lo strappo con la famiglia Moro dopo la lettera della signora Eleonora al direttore del Giorno, che «sembra contenere nel tono accorato l’ansia perché una trattativa sia possibile». [Antonio Padellaro, Cds 8/4/1978] In un comunicato i dirigenti del partito affermano che «nella salvaguardia delle prerogative dello Stato nessuna strada, nessuna possibilità di restituire Moro innanzitutto ai suoi cari deve restare inesplorata». [Cds 8/4/1978]

• Nuova lettera di Moro alla moglie. «L’appello accorato e amaro di un uomo che teme per la sua vita e chiede al suo partito e al governo di rivedere l’atteggiamento di rigida chiusura a qualsiasi trattativa. Emerge dalle parole del prigioniero la sensazione di essere stato abbandonato». Anche questa volta l’intermediario prescelto è Rana. Gli agenti, che tenevano sotto controllo il suo telefono, arrivano però alla lettera prima del collaboratore del leader dc. In serata gli inquirenti consegnano la lettera a Eleonora Moro. [Cds 10/4, 11/4/1978]


• Gli autonomi si sentono assediati. La campagna lanciata dalle forze dell’ordine per stanare i fiancheggiatori delle Brigate rosse ha gettato l’allarme tra i militanti del nuovo estremismo metropolitano, che prendono le distanze dal partito armato. “No alla clandestinità, né per amore, né per forza” è il titolo dell’editoriale del mensile I Volsci. Gli autonomi non rinunciano a predicare e praticare i metodi duri, gli scontri di piazza, la filosofia delle molotov. Ma dicono che «la violenza e il terrorismo sono due cose molto diverse». Oreste Scalzone: «Tra noi e le Br lo scontro teorico-politico è esplicito da anni. Le nostre critiche contro le loro concezioni ottocentesche sono molto più profonde delle critiche dei riformisti, che si limitano a dipingere i terroristi come demoni inventati da potenze straniere». [Giuliano Zincone, Cds 8/4/1978]

• La Sezione problemi dello Stato del Pci ha raccolto i dati sul terrorismo nei primi tre mesi di quest’anno. Gli attentati contro persone o cose sono stati 913, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 1977. Sono state uccise 17 persone, quasi la metà di quelle uccise in tutto il ’77: sette erano esponenti delle forze dell’ordine, dieci i civili. [Cds 9/4/1978]

Domenica 9 aprile 1978

Venticinquesimo giorno del sequestro Moro

• Dopo un viaggio lampo in Svizzera, il ministro dell’Interno Cossiga è rientrato nel pomeriggio a Roma. Era partito nel tardo pomeriggio di ieri, dopo aver esaminato la lettera di Moro alla moglie che gli era stata consegnata verso le 18.30. A Ginevra Cossiga ha incontrato i colleghi tedeschi, svizzeri e austriaci. [Cds 10/4/1978]  

• Rimbalzano tra Roma e Milano le presunte richieste fatte dalle Br per liberare Moro: dimissioni del presidente della Repubblica, generi di consumo per 60 miliardi da distribuire agli emarginati. [Cds 10/4/1978] «Notizia del tutto infondata». [Sciascia 1978]

Martedì 11 aprile 1978

Ventisettesimo giorno del sequestro Moro

• A Torino un commando di terroristi uccide Lorenzo Cotugno, 31 anni, guardia di custodia delle carceri Nuove, addetto ai colloqui dei detenuti. Per la prima volta a Torino e per la seconda in Italia, un terrorista viene gravemente ferito e finisce in ospedale piantonato dalla polizia. Si chiama Cristoforo Piancone, ha 28 anni: perito industriale, ha lavorato alle presse di Mirafiori, è stato iscritto al Pci (che nel ’76 non gli ha rinnovato la tessera) e delegato sindacale, poi ha mollato, è stato licenziato per assenteismo e per due anni di lui non si è più saputo nulla. Agguato alle 7.30, quando Cotugno esce di casa: appena fuori dall’ascensore, in due gli sparano alle gambe, Cotugno reagisce con la sua Beretta, segue una sparatoria violentissima in cui la guardia carceraria resta uccisa (fuori dal portone, ferito a morte da un terzo terrorista). Piancone prima dell’intervento in ospedale: «Sono un brigatista. Sono rimasto ferito in un’azione di guerra. Mi considero un prigioniero di guerra». [Cds 12/4, 13/4/1978]

Mercoledì 12 aprile 1978

Ventottesimo giorno del sequestro Moro

• Giorgio Amendola (Pci) al Corriere: «Gli esponenti del partito armato sono una estrema minoranza; a sentire certe cifre, non più di qualche migliaio, compresi quelli che stanno in carcere. Ma il vero pericolo, la minaccia più grave, non riguarda solo il partito armato; sta piuttosto nella copertura, nella cintura di protezione, che esiste un po’ dappertutto ed è composita, e coinvolge anche certi nomi del mondo della cultura. (...) Nel ’68, durante quello che fu chiamato l’anno degli studenti, lo sbandamento finì per verificarsi un po’ dappertutto, e riconosco che nemmeno noi ne fummo pienamente immuni. In altri termini, la nostra colpa fu di dare nei confronti di quella irruzione giovanile un apprezzamento eccessivamente positivo, senza comprendere subito che la classe operaia era estranea a simili fenomeni (...)». [Cds 12/4/1978]

Giovedì 13 aprile 1978

Ventinovesimo giorno del sequestro Moro

• La direzione della Dc ribadisce la linea della fermezza. «Salvaguardare le istituzioni ad ogni costo», dice il segretario Zaccagnini. «Nel rispetto dei principi costituzionali e nella piena salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano, (...) non lasciare inesplorata alcuna strada né disattesa alcuna possibilità di restituire Aldo Moro alla famiglia, a paese e al partito», è scritto nel documento approvato a piazza del Gesù. [Cds 14/4/1978]

Sabato 15 aprile 1978

Trentunesimo giorno del sequestro Moro

• Comunicato numero 6, il più breve tra quelli diffusi dal 16 marzo a oggi. «L’interrogatorio al prigioniero Aldo Moro è terminato», le prime parole di ottanta righe battute a macchina. Le ultime: «Non ci sono dubbi, Aldo Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte». «Non ci sono segreti (...). Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la Dc e il suo regime saranno definitivamente battuti, liquidati e dispersi dall’iniziativa delle forze comuniste combattenti». Solito copione: quattro telefonate anonime a giornali e Ansa in città diverse: Genova, Torino, Milano, Roma. È la prima volta che le Br comunicano in anticipo una condanna a morte. [Cds 16/4/1978]
• In tarda mattinata il segretario del Psi Craxi è andato a casa di Moro, per dire alla moglie che i socialisti sono pronti a sostenere qualunque iniziativa che aiuti a ricondurre in libertà il presidente della Dc. Craxi fa sapere che considera «dovere fondamentale dello Stato» la liberazione di Moro. [Cds 16/4/1978]

Domenica 16 aprile 1978

Trentaduesimo giorno del sequestro Moro

• Il presidente del Consiglio Andreotti e il ministro dell’Interno Cossiga in mattinata salgono al Quirinale. Al termine del colloquio, il presidente Leone scrive una lettera alla signora Moro in cui auspica che i brigatisti si comportino con «senso di umanità e di intelletto», e preme sulla loro coscienza per indurli «a risparmiare una vita il cui sacrificio non renderebbe loro nulla, assolutamente nulla». La Dc mantiene ferma la decisione di non trattare e al tempo stesso tenta un richiamo estremo ai terroristi: non per via diretta ma sollecitando un intervento esterno al partito e al governo, quello di un’organizzazione umanitaria per esempio, che si faccia megafono dell’appello. [Cds 17/4/1978]

• A un mese dal rapimento di Moro e dalla strage di via Fani Roma è rimasta una città profondamente traumatizzata. La situazione era tesa anche in precedenza per la montante criminalità comune e il calo drastico dei reati, dovuto all’impegno straordinario delle forze dell’ordine in funzione anti-terrorismo, ha rinfrancato solo in parte i romani. «La massa sembra intenta a precedenti abitudini; ma insensibilmente queste sono ancora cambiate, l’involuzione continua, l’insicurezza guadagna terreno nonostante affioranti reazioni di coraggio». I cinema perdono spettatori anche al penultimo spettacolo, i bar anticipano la chiusura, dai 40 anni in su ora in pochi escono la sera. [Victor Ciuffa, Cds 16/4/1978]


Lunedì 17 aprile 1978

Trentatreesimo giorno del sequestro Moro

• Due organizzazioni, la Caritas di ispirazione cattolica e Amnesty International, sono pronte a intervenire per salvare la vita di Moro. Ad Amnesty si è rivolta direttamente la famiglia Moro, la Dc prende le distanze perché ritiene che un contatto diretto di questa organizzazione con i terroristi rischia di accordare agli stessi terroristi una qualche credibilità internazionale.

• Parlano gli avvocati dei brigatisti sotto processo a Torino: secondo Giannino Guiso e Sergio Spazzali, «Moro è vivo, ci sono ancora margini di trattativa», i tempi però si sono stretti, «lo spazio si è ridotto a settimane, forse a giorni» (Spazzali). «Il problema è il riconoscimento di uno stato politico ai brigatisti. Per esempio, che non li si chiami più terroristi» (Guiso). «Se il governo non può trattare, trattino i partiti», ma molto dipende dal Pci, «l’architrave del fronte del no alle trattative (...). Il Pci ha il problema di stendere un filo spinato che eviti troppe simpatie e fughe, verso i brigatisti, della sua base più militante» (Spazzali). [Tobagi, Cds 18/4/1978]  

• Alla ventunesima udienza del processo di Torino, Renato Curcio minaccia in aula il presidente della corte Guido Barbaro: «Lei è stato insieme a Moro già giudicato. La sentenza che le Brigate rosse hanno emesso contro Moro a questo punto si dimostra valida per tutta la vostra classe e anche per lei».  
• Paolo Bufalini al comitato centrale del Pci: «Le strade e le piazze d’Italia non debbono essere più teatro delle gesta di scalmanati e provocatori (...). Non dimentichiamoci che non siamo più all’opposizione».

Martedì 18 aprile 1978

Trentaquattresimo giorno del sequestro Moro

• Un messaggio che annuncia «l’avvenuta esecuzione» di Moro, la polizia che scopre la base operativa delle Brigate rosse: succede tutto in meno di mezz’ora e la tensione del Paese torna agli stessi livelli del 16 marzo. Alle 9.30 una telefonata al quotidiano romano Il Messaggero segnala la presenza di un messaggio in un cestino dei rifiuti dietro la statua di Gioacchino Belli, nell’omonima piazza a Trastevere. Dice il Comunicato numero 7: «Oggi 18 aprile 1978 si conclude il periodo dittatoriale della Dc che per ben 30 anni ha tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della Dc Aldo Moro, mediante “suicidio”.

Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, altezza metri 1.800 circa, località Cartore (provincia di Rieti) zona confinante tra Abruzzo e Lazio. (...) Inizino a tremare per le loro malefatte i vari Cossiga, Andreotti, Taviani e tutti coloro i quali sostengono il regime (...)». Dubbi sull’autenticità: l’intestazione Brigate rosse è diversa dalle altre, nel testo compaiono tre errori di ortografia, la sigla Dc è puntata, il volantino, a differenza di tutti gli altri se si eccettua il primo, è stato fatto trovare in una sola città.

Nonostante le perplessità sul messaggio, cominciano subito le ricerche nell’area segnalata: polizia e carabinieri, con l’aiuto di elicotteri, uomini del soccorso alpino, finanzieri, vigili del fuoco, passano al setaccio la zona. Il lago della Duchessa si trova in una stretta gola montana: difficilmente raggiungibile in questa stagione, è coperto da una lastra di ghiaccio. Vanno avanti i cani, mentre i sommozzatori cercano nel vicino lago di Cerasolo. Poi cominciano le immersioni anche nelle acque della Duchessa. Ma non si trova nulla. Dal carcere di Torino Curcio e Franceschini dicono che quel comunicato non è delle Brigate rosse. [Cds 19/4/1978]

• Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. Ore 9.42, un idraulico chiama i vigili del fuoco: c’è una perdita d’acqua dall’appartamento dove abita l’ingegner Vincenzo Borghi (nome sulla cassetta della posta e sul citofono), ma l’uomo non è in casa. I pompieri entrano da una finestra e subito si accorgono che non è una normale abitazione.

Nell’appartamento la polizia trova armi (sei rivoltelle con silenziatore, un mitra Km-I, un fucile a pompa con canna mozza: nessuna però usata nella strage di via Fani), divise dell’aviazione civile, della Sip, della Ps e delle poste, esplosivi, targhe e documenti falsi. Borghi o come si chiama, tipo tarchiato con i baffi, faceva vita molto appartata. Molti dei vicini ricordano una donna con i capelli rossi, vistosamente bella, che è entrata anche la sera prima. [Cds 19/4/1978] L’ingegner Borghi: in realtà Mario Moretti, ideatore e principale artefice del sequestro Moro.

• Nei palazzi della politica la giornata scorre tra sconforto e speranza. Dalla mattina, programmi ribaltati, riunioni interrotte, direzioni in seduta permanente. Andreotti avverte i ministri di tenersi pronti per una convocazione straordinaria del Consiglio dei ministri, si parla di un’imminente proclamazione dello sciopero generale. Nel pomeriggio alla sede della Dc arrivano Berlinguer, Craxi, Malagodi, La Malfa che esce poi piangendo. Verso le 17 il portavoce della Dc comunica che la certezza che Moro sia morto «non c’è». [Cds 19/4/1978]

Mercoledì 19 aprile 1978

Trentacinquesimo giorno del sequestro Moro

• Elicotteri, centinaia di uomini, cani poliziotto perlustrano la zona del lago della Duchessa alla ricerca del corpo di Moro. Viene usato il tritolo per aprire un varco ai sommozzatori nel ghiaccio del lago. Polizia e carabinieri anche oggi non trovano nulla. Giannino Guiso, l’avvocato che con Spazzali difende i brigatisti a Torino: «Chi ha dato credito al Comunicato numero 7 ha fatto perdere un giorno prezioso per eventuali trattative». [Cds 20/4/1978]

• Nel covo di via Gradoli spuntano le minute di alcuni dei comunicati diffusi nei giorni scorsi dalle Br e un libro contabile in cui i brigatisti hanno annotato tutte le spese, anche le più modeste. L’arsenale usato nell’agguato a Moro e alla scorta è costato 18 milioni. [Cds 20/4/1978]

• Lotta Continua pubblica «un appello per la liberazione di Moro firmato, oltre che da esponenti della sinistra più a sinistra (anche da Dario Fo), da vescovi, da intellettuali laici e cattolici (tra cui Raniero La Valle, cattolico eletto senatore nelle liste del Partito comunista) e persino da due comunisti di prestigio come Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice. Ma le Brigate rosse mettono anche questo nel mazzo degli appelli rivolti loro da “alcune personalità del mondo borghese” e da “alcune autorità religiose”». [Sciascia 1978]

• Nel tardo pomeriggio un commando di brigatisti ha lanciato da un’auto due bombe e sparato alcune raffiche di mitra contro il muro di cinta di una caserma dei carabinieri, a Roma. La caserma aveva ospitato l’ufficio romano del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ufficiale che arrestò Renato Curcio [Cds 20/4/1978]

Giovedì 20 aprile 1978

Trentaseiesimo giorno del sequestro Moro

• Aldo Moro è vivo. Le Brigate rosse diffondono l’autentico Comunicato numero 7 in cui pongono un ultimatum preciso: la vita dell’ostaggio in cambio della libertà di «prigionieri comunisti», e alle tre del pomeriggio fanno trovare la prova definitiva: una polaroid in bianco e nero che ritrae il presidente della Dc con in mano una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile. L’ultimatum dei terroristi ha anche una scadenza: le 15 di sabato 22. Entro quell’ora le Br vogliono dalla Dc «una risposta chiara e definitiva se intende percorrere questa strada (quella dello scambio di prigionieri, ndr); deve essere chiaro che non ce ne sono altre possibili». [Cds 21/4/1978]

• Di fronte all’ultimatum reale, non più solo a ipotesi, si precisano le posizioni dei partiti. Il primo «no» è stato quello dei comunisti: lo Stato non può cedere, coi nemici della Repubblica non si tratta. Il primo «sì» è venuto dai socialisti: lo Stato ha innanzitutto il dovere di tutelare la vita dei cittadini, se è impraticabile l’idea di uno scambio, chiudersi in un rifiuto pregiudiziale equivarrebbe ad apporre «la controfirma sulla sentenza di morte contro Moro». A favore del dialogo, fin dall’inizio, anche Manifesto, Pdup, radicali e alcuni settori cattolici. Grande travaglio nella Democrazia cristiana: una lettera di personalità politiche e religiose pugliesi, tra cui nove deputati, apre le porte al dialogo con i terroristi. [Cds 21/4/1978]

• Nel tardo pomeriggio arriva a Zaccagnini una lettera di Moro. Sei pagine scritte a mano per un nuovo appello sulla falsariga dei precedenti. «Vi è svolta la tesi, abbastanza lucida e sufficientemente condivisibile, che il “rispetto cieco della ragion di Stato” nel non voler riscattare la sua vita reintroduca di fatto la pena di morte nell’ordinamento costituzionale italiano». [Sciascia 1978] «Ma questa volta Moro, pur premendo sui compagni di partito perché si adoperino per la sua liberazione, mostra di rendersi conto delle drammatiche difficoltà che tale scelta comporta per la Dc». [Padellaro Cds 22/4/1978]

• A Milano le Brigate rosse uccidono con sette colpi di pistola Francesco Di Cataldo, 52 anni, maresciallo maggiore delle guardie di custodia, in un agguato sotto casa. «Torturatore di detenuti» lo definiscono i suoi assassini in una telefonata anonima all’Ansa. Ma i detenuti di San Vittore hanno aperto una sottoscrizione per mandare fiori al suo funerale. A Milano le Brigate rosse finora avevano teso agguati ma non ancora ucciso. [Cds 21/4/1978]

Venerdì 21 aprile 1978

Trentasettesimo giorno del sequestro Moro

• È durato fino alle due del mattino il vertice dei massimi esponenti della Dc, ripreso poi nel pomeriggio. Al termine, il partito ha chiesto alla Caritas di cercare una strada «per indurre i rapitori dell’onorevole Moro a restituirlo in libertà». Mano a mano che si avvicina l’ora dell’ultimatum si accentua la frattura nei partiti tra chi vuole trattare e chi chiede fermezza. La direzione del Psi, dopo tre ore di dibattito, dà l’imprimatur di tutto il partito alla posizione possibilista di Craxi: «Ciò che si può fare o agevolare ai fini della liberazione di Aldo Moro deve essere fatto o agevolato».

Resta il «no» a uno scambio di prigionieri. Il sindacato di polizia aderente alla federazione Cgil-Cisl-Uil chiede al governo di escludere qualsiasi mediazione con le Br. [Cds 22/4/1978] Eleonora Moro e i collaboratori più stretti del presidente della Dc scrivono al segretario Zaccagnini: la famiglia e gli amici «chiedono che la Democrazia cristiana, assumendo un atteggiamento realistico, dichiari la propria disponibilità ad accertare quali siano in concreto le condizioni per il rilascio del suo presidente». [Ulderico Munzi, Cds 22/4/1978].

Sabato 22 aprile 1978

Trentottesimo giorno del sequestro Moro

• «Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse...»: Paolo VI chiede la liberazione di Aldo Moro, «semplicemente, senza condizioni». Mai prima d’ora il Papa s’era rivolto con un messaggio autografo ai rapitori, mai li aveva «pregati in ginocchio». Paolo VI ha scritto la lettera-appello di suo pugno e senza avvertire nessuno la notte scorsa. Questa mattina il testo è stato diffuso in sala stampa vaticana e poi è stato letto sei volte nel corso della giornata alla Radio Vaticana in tutte le 26 lingue usate dall’emittente. Dice il Papa di Moro: «Lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi e, a titolo tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della chiesa di Cristo». [Fabrizio De Santis, Cds 23/4/1978]

• Anche il segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim lancia un appello da New York perché i rapitori liberino Moro «senza ulteriori indugi».  
• Alle 15 è scaduto nel silenzio l’ultimatum dei brigatisti. Si parla di un tentativo di trattativa segreta che la famiglia e gli amici di Moro stanno compiendo attraverso vari canali, per accertare le possibilità di un eventuale negoziato che non impegni lo Stato e non comporti la violazione della legge.

Domenica 23 aprile 1978

Trentanovesimo giorno del sequestro Moro

• Zaccagnini dice che la Dc ha individuato uno strumento attraverso cui le Brigate rosse possono comunicare. Lo strumento è la Caritas. Dieci persone alla Caritas internationalis attendono 24 ore su 24 un segnale delle Br, ma il telefono è preso d’assalto dai mitomani.

• Ancora nessun serio indizio sulla colonna delle Brigate rosse che ha compiuto la strage di via Fani e rapito Aldo Moro. «La realtà è che per 39 giorni la colonna di via Fani è passata indenne nel setaccio di quella che, almeno nei primi giorni, è stata la più colossale caccia all’uomo (...). Per 33 volte le Br sono riuscite ad agire indisturbate, riuscendo a spedire i loro messaggi ai destinatari prescelti. Con puntualità e determinatezza sconcertanti, i loro postini sono spariti nel nulla dopo aver compiuto la missione loro affidata.

Sette messaggi, in quattro città diverse, distanti ognuna centinaia di chilometri e avendo sempre un unico punto di partenza. E poi le lettere di Moro a Cossiga, alla moglie, a Zaccagnini, al suo segretario. E le due foto. Mai un disguido, mai un errore, mai un passo falso». [Roberto Martinelli, Cds 24/4/1978]

Lunedì 24 aprile 1978

Quarantesimo giorno del sequestro Moro

• Comunicato numero 8 delle Brigate rosse. Sei brigatisti (Renato Curcio, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Paolo Maurizio Ferrari, Paola Besuschio, Cristoforo Piancone), tre uomini della banda XXII Ottobre (Mario Rossi, Augusto Viel, Giuseppe Battaglia), due nappisti (Giorgio Panizzari e Pasquale Abatangelo) e un delinquente comune politicizzatosi in carcere (Sante Notarnicola, della banda Cavallero): sono i 13 uomini che le Br chiedono di liberare in cambio di Aldo Moro. La Dc respinge la richiesta, da Torino Curcio e gli altri 14 capi storici fanno sapere di gradire le richieste di scambio così come sono. [Massimo Donelli, Cds 10/5/1978]

• Altra lettera di Moro a Zaccagnini: «Siamo quasi all’ora zero: mancano più secondi che minuti. Siamo al momento dell’eccidio (...). Non accetto l’iniqua e ingrata sentenza della Dc. Ripeto: non assolverò e non giustificherò nessuno. (...) Chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito». [Cds 25/4/1978]

Martedì 25 aprile 1978

Quarantunesimo giorno del sequestro Moro 

• Il segretario generale dell’Onu Kurt Waldheim lancia un nuovo appello per la liberazione del presidente della Dc rivolgendosi questa volta direttamente alle Brigate rosse, in lingua italiana, via satellite: «La continuata detenzione del signor Moro, con la terribile angoscia che essa provoca alla sua famiglia e alle persone che ovunque seguono la vicenda, può soltanto danneggiare i vostri obiettivi, quali che essi siano. (...) Risparmiate la sua vita. Vi chiedo di rilasciarlo immediatamente». Pci e Pri criticano il messaggio di Waldheim, che si è rivolto alle Br come se ne riconoscesse il carattere di entità politica.

Mercoledì 26 aprile 1978

Quarantaduesimo giorno del sequestro Moro

• Grazia per tre detenuti politici, che si trovino in particolari condizioni e che non siano compresi nell’elenco dei tredici fatto dalle Br; un’indagine sulle carceri speciali per controllarne le condizioni e magari per abolirle: sarebbero due gesti umanitari che lo Stato dovrebbe compiere «autonomamente», al di fuori del ricatto dei brigatisti. È l’idea del Psi per arrivare alla liberazione di Moro. Craxi ne parla con Zaccagnini. [Luigi Bianchi, Cds 27/4/1978]

• A Roma, alle 8.45, agguato a Girolamo Mechelli, democristiano, 55 anni, ex presidente della Regione Lazio. Gli sparano alle gambe, l’attentato è rivendicato dalle Brigate rosse. [Cds 27/4/1978]
• Il quotidiano Il Giorno pubblica una lettera dei familiari a Moro, un breve messaggio per tranquillizzarlo sulle condizioni della famiglia. [Gio. 26/4/1978]

Giovedì 27 aprile 1978

Quarantatreesimo giorno del sequestro Moro

• A Torino, alle 7.45, attentato contro Sergio Palmieri, 39 anni, dirigente Fiat, addetto alle relazioni sindacali del reparto Carrozzeria. Dei sette proiettili sparati quattro gli hanno falciato le gambe. L’attentato viene rivendicato con una telefonata all’Ansa. È il ventesimo in due anni a Torino, i morti sono stati cinque: Croce, Ciotta, Casalegno, Berardi, Cotugno. [Cds 28/4/1978]

Venerdì 28 aprile 1978

Quarantaquattresimo giorno del sequestro Moro

• Andreotti dai microfoni del Tg2 ribadisce il «no» del governo a ogni trattativa. «Abbiamo giurato di rispettare e di far rispettare le leggi. Questo è un limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare». [Cds 29/4/1978]

Sabato 29 aprile 1978

Quarantacinquesimo giorno del sequestro Moro

• Sesto messaggio di Moro. Viene abbandonato all’1.30 di notte nell’auto di un giornalista del Messaggero. È una «lettera al partito della Democrazia cristiana». Moro sostiene di non scrivere sotto dettatura, dice di essere lucido e in libertà di spirito, precisa di avere sempre scritto in questo modo. In un punto si rivolge anche al segretario socialista: «Guai, caro Craxi, se una tua iniziativa fallisse». Conclude così: «Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia che io adoro (...). Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti né per la Dc né per il Paese, ciascuno porterà la sua responsabilità». [Cds 30/4/1978]

• Eleonora Moro consegna a Sereno Freato una serie di lettere del marito indirizzate a Leone, Andreotti, Craxi, Fanfani, Ingrao, Misasi, Piccoli. A Craxi ha scritto fra l’altro: «Poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. (...) Credi, non c’è un minuto da perdere». [Cds 1/5/1978]

Domenica 30 aprile 1978

Quarantaseiesimo giorno del sequestro Moro

• Duro appello della famiglia Moro alla Dc: «Sappia la delegazione democristiana, sappiano gli onorevoli Zaccagnini, Piccoli, Bartolomei, Galloni e Gaspari che il comportamento di immobilità e di rifiuto di ogni iniziativa proveniente da diverse parti ratifica la condanna a morte. (...) Crediamo, con questo appello, di interpretare anche la volontà del nostro congiunto. Egli infatti non riesce ad esprimerla direttamente senza essere dichiarato sostanzialmente pazzo dalla quasi totalità del mondo politico italiano e in prima linea dalla Dc». [Cds 1/5/1978]

Lunedì 1 maggio 1978

Quarantasettesimo giorno del sequestro Moro

• Durante tutta la giornata si intrecciano telefonate contraddittorie di falsi brigatisti ai centralini dei giornali. Sono ritenute inattendibili. Incontro tra Craxi e l’avvocato Guiso, che invita a «fare presto». [ciìorreire. it]

Martedì 2 maggio 1978

Quarantottesimo giorno del sequestro Moro

• La procura generale di Roma avoca le indagini sul caso Moro trasferendole dal pubblico ministero Luciano Infelisi al sostituto procuratore generale Guido Guasco (lo stesso che, in seguito a un analogo provvedimento di avocazione, condusse e portò a termine l’inchiesta sulla morte di Pasolini). Fermato un fisico di 30 anni, Libero Maesano, ex attivista di Potere operaio.

Mercoledì 3 maggio 1978

Quarantanovesimo giorno del sequestro Moro

• La Dc ha affidato al governo la valutazione delle proposte umanitarie per la liberazione di Moro avanzate da Craxi (concessione della grazia a qualcuno dei terroristi detenuti, che non si sia macchiato di omicidio, libertà provvisoria per alcuni nappisti in gravi condizioni di salute, “umanizzazione” delle carceri speciali). Il Pci le giudica inaccettabili, il Psdi si divide, con qualche apertura, per il socialista Sandro Pertini «trattare sarebbe offendere la memoria di poliziotti, carabinieri e cittadini assassinati dalle Br». Andreotti in serata fa sapere che la linea del governo «non ipotizza la benché minima deroga alle leggi dello Stato e non dimentica il dovere morale del rispetto del dolore delle famiglie che piangono le tragiche conseguenze dell’operato criminoso degli eversori». [Cds 4/5/1978]

Giovedì 4 maggio 1978

Cinquantesimo giorno del sequestro Moro

• La vedova di uno degli agenti uccisi in via Fani: «Se liberate uno solo di quegli assassini, giuro su Dio che mi brucio in piazza davanti ai miei due figli». [Cds 4/5/1978] Sconcerto a casa Moro, «perché le vedove della strage di via Fani sono due, la signora Leonardi e la signora Ricci, le altre vittime non erano sposate. Entrambe hanno incontrato Nora Moro e non hanno mai pensato di dire una cosa del genere. La signora Leonardi telefona alla moglie di Moro per ribadire che né lei né la vedova Ricci hanno detto quella frase. (...) Anche la diffusione di una falsa informazione può portare a un ulteriore irrigidimento delle posizioni» [Bianconi 2008]

• Due agguati delle Br: alle 18, a Milano, un dirigente della Sit-Siemens, Umberto Degli Innocenti, 51 anni, viene ferito alle gambe nell’androne di casa. Poco dopo le 19 analoga azione a Genova: la vittima è Alfredo Lamberti, 37 anni, dirigente dell’Italsider. I brigatisti rivendicano le due azioni telefonando a quotidiani di Milano e Genova.

Due attentati all’Alfa Romeo di Milano (uno a segno, l’altro sventato solo per caso) dopo quello al treno carico di Giuliette destinate al mercato francese, bruciato alla stazione della Bovisa. Con una bomba al fosforo è stata incendiata la Giulietta di un dirigente. Poco dopo un operaio ha notato uno sconosciuto all’interno dello stabilimento e ha dato l’allarme: l’uomo è scappato abbandonando una borsa vicino a un serbatoio con 5 mila litri di benzina. Nella borsa c’erano un timer e una tanica di benzina. [Cds 5/5/1978]

• Il sostituto procuratore generale Guido Guasco interroga a Roma Sereno Freato, Corrado Guerzoni e Nicola Rana, i più stretti collaboratori di Moro che dicono: «Non siamo gli intermediari con le Br, siamo solo i terminali di questo canale». [Cds 5/5/1978]

Venerdì 5 maggio 1978

Cinquantunesimo giorno del sequestro Moro

• Comunicato numero 9 delle Brigate rosse: «Alle organizzazioni comuniste combattenti, al movimento rivoluzionario, a tutti i proletari (...) Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato». Il messaggio, che viene subito ritenuto autentico, è stato fatto trovare nel pomeriggio, come i precedenti, in quattro città: Genova, Milano, Roma e Torino. «Ci si aggrappa a quel gerundio (“eseguendo”) cercando di interpretarlo come un ultimo possibile spiraglio di salvezza». [Massimo Donelli Cds 9/5/1978] Per Sciascia nel comunicato c’è anche la confessione di una sconfitta [Leggi]

• In mattinata il Comitato interministeriale per la sicurezza ha ribadito il «no» alle trattative. Il Cis ha discusso la proposta socialista di un atto di clemenza come «sfida umanitaria» ai brigatisti, ma il governo ha risposto con un rifiuto: nessuna concessione è ammissibile. Più tardi il governo si dichiara disponibile a far visitare le carceri di massima sicurezza a una commissione di Amnesty International. Iniziativa «strana e non motivata» per il Pci. Contrario anche il Pri. [Cds 6/5, 7/5/1978]  
• Moro ha scritto alla moglie Eleonora: due lettere vengono recapitate nella tarda serata da don Antonio Mennini. È l’estremo saluto di un uomo convinto di non avere più speranze di salvezza. [Moro 2008] [Leggi le due lettere]

Sabato 6 maggio 1978

Cinquantaduesimo giorno del sequestro Moro

• Zaccagnini: «La Dc è ferita, ma non cederà mai». Incontro tra il senatore Landolfi, della direzione del Psi, con Lanfranco Pace, esponente di Autonomia, e Bettino Craxi al Raphael [Cds 7/5/1978, corriere.it].
• Rastrellamento su vasta scala a Roma: 23 arresti per associazione sovversiva: sono in gran parte militanti in organizzazioni della sinistra extraparlamentare.
• A Novara, prima del comizio elettorale del segretario della Dc, viene colpito nel suo studio il medico del supercarcere cittadino, Giorgio Rossanigo, 53 anni: gli sparano due colpi alle gambe.

Domenica 7 maggio 1978

Cinquantatreesimo giorno del sequestro Moro

• Si viene a sapere che nel covo di via Gradoli è stato trovato fra le altre cose un piano di attentati della colonna romana delle Brigate rosse: nomi, indirizzi, anche fotografie. Due gli elenchi: il primo comprende nomi e profili, con le relative fotografie, di alti funzionari della Rai, industriali e uomini politici. Il secondo raccoglie le generalità di esponenti della Dc a livello regionale, provinciale e comunale. In questo elenco figura anche Gerolamo Mechelli, l’ex presidente della Regione Lazio ferito in un attentato la mattina del 26 aprile, otto giorno dopo la scoperta della base di via Gradoli con tutti i suoi documenti. [Acciari-Purgatori, Cds 8/5/1978]

Lunedì 8 maggio 1978

Cinquantaquattresimo giorno del sequestro Moro

• A Milano due giovani sparano tre colpi di pistola a Diego Fava, 52 anni, medico Inam, sovrintendente alle visite fiscali. Tutt’e tre i proiettili vanno a segno colpendo il dottor Fava alla gamba sinistra. L’azione è rivendicata dai Proletari armati per il comunismo. Sempre a Milano viene data alle fiamme l’auto di un sindacalista, Hermes Raineri, 32 anni, membro del consiglio di fabbrica della Sit-Siemens e segretario della sezione aziendale del Pci. Attentato rivendicato con un volantino dalla colonna Walter Alasia dell Brigate rosse. [Cds 9/5/1978]

Martedì 9 maggio 1978

Ucciso Aldo Moro

Cinquantacinquesimo giorno del sequestro Moro

• Aldo Moro è stato ucciso. Le Brigate rosse l’hanno trucidato con una raffica al cuore: nel suo corpo almeno undici colpi d’arma da fuoco. Il cadavere del presidente della Dc è infilato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Michelangelo Caetani, una piccola strada nel cuore della vecchia Roma, a un passo da via delle Botteghe Oscure (dove c’è la sede del Pci) e non lontano da piazza del Gesù (dove c’è quella della Dc). Il corpo, rivestito con gli stessi abiti che indossava la mattina del 16 marzo, è rannicchiato con la testa contro la ruota di scorta, la mano sinistra sul petto, insanguinata.

L’auto è lì dal mattino: una donna ha notato tra le otto e le nove due persone, un uomo e una donna, che la parcheggiavano. Solo dopo le 13, però, le Br telefonano a uno dei collaboratori di Moro: «Andate in via Caetani, c’è una Renault rossa, troverete l’ultimo messaggio». Il telefono era sotto controllo, un commissario capo della Digos va subito sul posto, e immediatamente dopo altra polizia, i carabinieri, le autorità, il ministro dell’Interno Cossiga. Per aprire l’auto intervengono gli artificieri: si teme che i terroristi abbiano collegato alle serrature un ordigno esplosivo. La radio dà la notizia pochi minuti dopo le 14. [Cds 10/5/1978, Bianconi 2008]

• La famiglia Moro diffonde questo comunicato: «La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità dello Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso; nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia». [Sciascia 1978]

Fonti: Corriere della Sera (Cds, corriere.it); La Stampa (Sta.); Il Giorno (Gio.); L’Unità (Un.); Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, Sellerio, Palermo 1978 (Sciascia 1978); Leonardo Sciascia, L’affaire Moro (con la Relazione di minoranza presentata dal deputato Leonardo Sciascia), Adelphi, Milano 1994 (Sciascia 1994); Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza, Einaudi, Torino 2008 (Bianconi 2008); Aldo Moro, Lettere dalla prigionia (a cura di Miguel Gotor), Einaudi, Torino 2008 (Moro 2008); Mario Deaglio, Patria 1978-2008, il Saggiatore, Milano 2009 (Deaglio 2009).

Le Br annunciano la morte di Moro

Ecco la telefonata con la quale le Brigate rosse annunciano la morte di Aldo Moro. A chiamare è Valerio Morucci, destinatario il professor Francesco Tritto, assistente e confidente del leader dc, uno degli uomini che nei giorni del sequestro ha tenuto aperto per conto della famiglia un canale di comunicazione con i terroristi. (Il professor Tritto, che fu poi titolare di cattedra al posto di Moro, è morto il 9 agosto 2005 per un tumore). [Leggi la trascrizione della telefonata e il commento di Sciascia]

Mercoledì 1 Novembre 1911

La Flottiglia Aeroplani di Tripoli

• La spedizione aerea, meglio conosciuta come “Flottiglia Aeroplani di Tripoli” è composta da 11 piloti, 30 uomini di truppa con un sergente e 9 aeroplani. Tra questi: Giulio Gavotti, 29 anni, di Genova (brevetto di pilota il 3 dicembre 1910); Carlo Piazza, 40 anni, di Busto Arsizio (brevetto di pilota il 30 giugno 1911), Riccardo Moizo, 34 anni di Cuneo e Giuseppe Rossi, 30 anni di Piacenza (brevetto di Pilota in autunno del 1910) [Aerostoria]. I 4 aviatori sono soliti fare voli di ricognizione nei cieli libici per avvistare gli spostamenti nemici.


Il Tenente Gavotti carica tre bombe a mano sul suo Etrich

• «Stamane il tenente della brigata specialisti Gavotti, preso il suo astuccio da toilette, vi ha deposto quattro granate. Fissato l’astuccio chiuso con una cinghia al fuselage del suo Etrich, ha messo una bomba in una tasca, in un’altra tasca gli inneschi fulminanti ed in un’altra ancora i tappi. Quindi ha preso il volo verso le 8 dirigendosi sull’oasi Ain-Zara, a circa 8 chilometri a sud est degli avamposti, dove sapeva che si trovava un nucleo di nemici». [Luigi Barzini, CdS 2/11/1911]

Piazza e Moizo in volo

• «Poco dopo Gavotti, si alzano a volo il capitano Moizo col suo agile Bleriot e poi a brevi intervalli il capitano Piazza e il tenente Rossi. (...)» [De Frenzi, Gi.It, 2/11/1911]

Il bombardamento aereo di Gavotti

• «D’un tratto si ode un ronzio; poi un piccolo punto nero, segnalabile appena, appare lontano a grandissima altezza e rapidamente s’ingrandisce. Il ronzio quasi impercettibile si fa più manifesto, poi addirittura violento. [De Frenzi, Gi.It, 2/11/1911]

L’atterraggio di Gavotti

• «Vediamo l’Etrich scendere a fantastica velocità, in volo librato; con abile manovra, a pochi metri da terra la prua si risolleva per abbattersi quindi, ma dolcemente insensibilmente finché il carrello tocchi il molo. Il tenente Gavotti salta a terra: appare raggiante e risponde con visibile soddisfazione alle calorose strette di mano dei colleghi. Comprendiamo ch’egli è riuscito nell’impresa prefissasi». [De Frenzi, Gi.It, 2/11/1911]

“I genii alati di Allah”

• «I turchi, come si sa, hanno dato ad intendere agli arabi che i nostri aeroplani sono... genii alati che Allah manda da Costantinopoli per confortare i difensori della bandiera del profeta. Gli arabi dapprima hanno creduto alla geniale... spiritosa invenzione. Ma oggi – ci dice Gavotti – non ci crederanno più!» [De Frenzi, Gi.It, 2/11/1911]

Le bombe Cipelli

• «Le granate di picrato di potassio sono il risultato di lunghi studi e di molteplici esami fatti dal tenente di vascello Carlo Cipelli del silurificio di san Bartolomeo. Il Cipelli rimase però vittima della sua stessa invenzione poiché tre anni or sono, mentre era nel balipedio di Viareggio, procedeva alla carica di una di queste granate, il terribile strumento di guerra esplodeva uccidendo l’ufficiale, il collega suo Mazzuoli ed un operaio del balipedio». [Cds, 2/11/1911]. Le bombe usate pesano 400 grammi, hanno un diametro di 6 centimetri e sono rotonde. [Sergio Romano, Cds 2005]

Il racconto del primo bombardamento aereo del tenente Gavotti al padre

• «Ho deciso di tentare oggi di lanciare delle bombe dall’aeroplano. È la prima volta che si tenta una cosa di questo genere e se riesco sarò contento di essere il primo. Appena è chiaro sono nel campo. Faccio uscire il mio apparecchio. Vicino al seggiolino ho inchiodato una cassettina di cuoio; la fascio internamente di ovatta e vi adagio sopra le bombe con precauzione. Queste bombette sono sferiche e pesano circa un chilo e mezzo. Nella cassetta ne ho tre; l’altra la metto nella tasca della giubba di cuoio. In un’altra tasca ho una piccola scatoletta di cartone con entro quattro detonatori al fulminato di mercurio. Parto felicemente e mi dirigo subito verso il mare.

Arrivo fin sopra la “Sicilia” ancorata a ovest di Tripoli dirimpetto all’oasi di Gurgi, poi torno indietro, passo sopra la “Brin”, la “Saint Bon”, la “Filiberto” sui piroscafi ancorati in rada. Quando ho raggiunto 700 metri mi dirigo verso l’interno. Oltrepasso la linea dei nostri avamposti situata sul limitare dell’oasi e mi inoltro sul deserto in direzione di Ain Zara, altra piccola oasi dove avevo visto nei giorni precedenti gli accampamenti nemici (circa 2000 uomini). Dopo non molto tempo scorgo perfettamente la massa scura dell’oasi che si avvicina rapidamente.

Con una mano tengo il volante, coll’altra sciolgo il corregile che tien chiuso il coperchio della scatola; estraggo una bomba, la poso sulle ginocchia. Cambio mano al volante e con quella libera estraggo un detonatore dalla scatoletta e lo metto in bocca. Richiudo la scatoletta; metto il detonatore nella bomba e guardo abbasso. Sono pronto. Circa un chilometro mi separa dall’oasi. Già vedo perfettamente le tende arabe. Vedo due accampamenti vicino a una casa quadrata bianca, uno di circa 200 uomini e l’altro di circa 50.

Poco prima di esservi sopra afferro la bomba colla mano destra; coi denti strappo la chiavetta di sicurezza e butto la bomba fuori dall’ala. Riesco a seguirla coll’occhio per pochi secondi poi scompare. Dopo un momento vedo proprio in mezzo al piccolo attendamento una nuvoletta scura. Io veramente avevo mirato il grande ma sono stato fortunato lo stesso; ho colpito giusto.

Ripasso parecchie volte e lancio altre due bombe di cui però non riesco a constatare l’effetto. Me ne rimane una ancora che lancio più tardi sull’oasi stessa di Tripoli. Scendo molto contento del risultato ottenuto. Vado subito alla divisione a riferire e poi dal Governatore gen. Caneva. Tutti si dimostrano assai soddisfatti». (La lettera datata 1 novembre è stata scritta da Giulio Gavotti a suo padre. È stata resa pubblica da Paolo De Vecchi, nipote dell’aviatore) [Paolo de Vecchi, Aerostoria]
Il terremoto di Messina del 1908

Lunedì 28 dicembre 1908

Il terremoto di Messina

Sono le 5.21 del mattino, è ancora buio, quando una violentissima scossa di terremoto investe i due versanti dello Stretto di Messina. Il fenomeno è segnalato dagli osservatori sismici sparsi in tutto il Paese. A Mineo (Cosenza) «tutte le leve dei sismografi sbalzate. Orologio sismografo fermato». A Moncalieri (Torino) «amplissima registrazione di terremoto lontano». [Cds 28/12/1908 ed. pom.]

Undicesimo grado Mercalli

La scossa principale del terremoto dura più di 30 secondi, è localizzata in un tratto di mare tra Messina e Reggio Calabria, ha una magnitudo di MS=7.5 e un’intensità pari all’XI grado della scala Mercalli. [Omori 1909, Baratta 1910]

Crolla tutto: balconi, muri, finestre

«Noi dormivamo ancora; a un tratto fummo svegliati dal tremore dei vetri e dal letto fummo sbalzati subito a terra. Pioveva a dirotto, il cielo era nerissimo. Tutti in famiglia ci mettemmo a gridare: “È il terremoto, aiuto!”, mentre da ogni parte altre voci invocavano “Aiuto! Soccorso!”. Un brivido di morte ci fece tremare per qualche minuto. L’armadio della nostra camera da letto cadde con gran fracasso. Fuggii in camicia come una pazza seguendo mio fratello e mia sorella; ma sulla via ci perdemmo.

Trovai altri che fuggivano e gridavano... mentre sulle vie cadevano balconi, muri, finestre e l’acqua era tanta che affondavamo fino alle ginocchia. Verso la marina il fango era enorme. Il mare mugghiava sinistramente; la passeggiata era tutta un lago. Come giunsi al porto non so: fui spinta da urti, da braccia ignote e da ignota forza... Mi sentivo correre dietro la morte. Temevo di soccombere, di cadere, di essere travolta nella fanghiglia, nell’acqua: Mio Dio, qual terrore! Dove saranno mio fratello Carlo, mia sorella Carmela?» (Antonietta Lipori – imbarcata a Messina sul piroscafo Montebello e arrivata oggi stesso a Catania ferita, «pressoché ignuda» – in un dispaccio del Messaggero da Catania). [Cds, 29/12/1908]

Onde alte dieci metri

Ore 5.30 circa. Almeno tre onde di maremoto colpisono la costa siciliana e quella calabrese. Nel porto di Messina raggiungono un’altezza fra i due e i tre metri sopra il livello del mare: molti edifici vengono completamente spazzati via. L’apice del maremoto è comunque più a sud, tra Giardini Naxos e Nizza di Sicilia: qui l’onda arriva a un’altezza di dieci metri. Una di otto travolge il borgo di Giampilieri, nei pressi di Messina. A Pellaro, sulla costa calabrese, il mare rade al suolo il centro abitato e sposta di trenta metri un ponte di ferro. [Dickie 2008, Cds 24/12/2008]

«Coliamo a picco, e risaliamo»

«Un fragore cupo, prolungato che sembra venire dalle profondità del mare mi inchioda al mio posto. Sento il Calabria colare a picco, con rapidità spaventosa, mentre un urlo di terrore si levava dai passeggeri che erano sul ponte e nei saloni di prima e seconda classe. Distinguo nettamente, illuminate dai bagliori fuggevoli dei fari di bordo, due muraglie di acqua scavare un baratro in cui il Calabria s’inabissa. Poi, con la stessa fulminea rapidità, si risale alla superficie; lunghissime ondulazioni imprimono al ferry boat un impressionante movimento di beccheggio. Ed ecco spegnersi sulle due rive i lumi di Villa, di Reggio, Messina» (Il comandante Falkenburg del Calabria a Tommaso Gialansé sul Roma del 22-23 gennaio 1909). [Boatti 2004]

Messina distrutta e isolata

Messina, che conta 140 mila abitanti, è in macerie e sotto le macerie ci sono decine di migliaia di corpi, mente altri sono stati inghiottiti dal maremoto. I palazzi della zona del porto rasi al suolo, così come il municipio e il duomo. Mancano luce, acqua, gas. In cinque zone divampano gli incendi. Distrutta anche Reggio Calabria (45 mila abitanti): crollati gli edifici sul lungomare, una caserma, il municipio, la cattedrale. Ma nessuno per ora può saperlo: Messina e Reggio sono isolate. Telefono, telegrafo e radiotelegrafia interrotti. Interrotte tutte le linee ferroviarie a causa delle frane e del crollo delle gallerie. [Cds 29/12/1908, Dickie 2008]

La tragica grandezza dell’orrore

«È impossibile descrivere l’orrore in tutta la sua tragica grandezza: pressoché tutta la fiorente città era ridotta a un cumulo di macerie; e in mezzo a tanta rovina, come giganteschi e sinistri scheletri, restavano in piedi le mura del Municipio  e del Grand Hotel Trinacria diroccate esse pure. Tutti gli altri splendidi palazzi che sorgevano lungo la marina e il corso Garibaldi erano scomparsi. Le vie erano ostruite: in vari punti della città, ormai ridotta a un’orribile rovina, si levavano sinistre le fiamme sanguigne e il fumo avvolgente degli incendi che qua e là si erano sviluppati in quel momento terribile» (dal racconto dei marinai della torpediniera Saffo, che faceva servizio di trasporto di pane a Messina, alla Tribuna). [Cds, 30/12/1908]

Telegrammi dalla Calabria

Ore 7. Primi telegrammi del prefetto di Catanzaro al ministro dell’Interno che segnalano in città, a Mileto, Stefanaconi e altrove una forte scossa in senso ondulatorio, «seguita immediatamente da altre due scosse ugualmente forti». Mano a mano arrivano altri dispacci, dello stesso prefetto, del sottoprefetto di Monteleone «e di altre pochissime autorità» che estendono l’area del terremoto. A Caltanissetta la scossa arriva leggera: «Molteplici lesioni alle case, nessun danno alle persone». [Cds 28/12, Cds 29/12/1908]

Quelle case in stato miserevole

Tarda mattinata. Il direttore dell’Osservatorio ximeniano di Firenze, padre Alfani, al Corriere: «In dodici anni di pratica di osservatorio non avevo mai avuto una registrazione così imponente! Si tratta di 600 millimetri. Le macchine hanno così sofferto per la violenza degli urti che a un certo punto hanno cessato anche di registrare. (...) Deve trattarsi di cosa spaventosamente disastrosa, tanto più considerando lo stato in cui si trovano le case in Calabria; stato davvero miserevole pei difetti di costruzione e per le conseguenze dei terremoti antecedenti». [Cds 29/12/1908]

Gli ispettori di Giolitti vanno a Catanzaro

Ore 13.30. Partono da Roma due ispettori generali e un ispettore della sanità. Il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Giovanni Giolitti, dopo essersi consultato in mattinata con alcuni ministri, li ha inviati a Catanzaro. E ha messo a disposizione del prefetto della città 20.000 lire per i primi soccorsi. [Cds 29/13/1908]

«Terremoto distrusse buona parte Messina»

Ore 14.50. La torpediniera Spica, che era nel porto di Messina al momento del terremoto, riesce a trovare una stazione telegrafica funzionante a Marina di Nicotera, sulla costa tirrenica della Calabria, e invia a Roma la prima notizia della catastrofe: «Ore 5.20 terremoto distrusse buona parte Messina. Giudico morti molte centinaia. Case crollate, sgombro macerie insufficienti mezzi locali. Urgono soccorsi per sgombro, vettovagliamento, assistenza feriti. Ogni aiuto sarà insufficiente». [Cds 29/12/1908, Boatti 2004] Poco dopo le 16 arriva a Palermo da Messina il piroscafo Washington, della Navigazione Generale, seguito poco dopo dal Montebello. A bordo numerosi feriti. [Boatti 2004]

Dodici ore per sapere

Ore 17.35. Arriva a Roma il messaggio della Spica. Fino a quest’ora non s’è avuta alcuna notizia diretta da Messina e Reggio. Sono passate più di 12 ore dalla catastrofe. [Boatti 2004]

Tempo pessimo, maremoto furioso

Messina, «specialmente nella parte guardante il mare, ha avuto danni enormi, irreparabili. Palazzi tra i più belli, solide chiese e teatri hanno ceduto più o meno completamente all’urto formidabile della scossa ondulatoria e sussultoria. Le macerie si accumulano in terra travolgendo quanti non furono svelti e fortunati nella fuga. È superfluo dire che lo spavento e la costernazione raggiunsero tragiche proporzioni. Un coro assordante, lugubre di migliaia di voci s’innalzò tra lo sgomento generale invocando soccorso.

Il tempo, per di più, era pessimo, la mattinata oltremodo buia. (...) Il maremoto furioso ha affondato molte barche della marina. Fra le vittime ci sono numerosi marinai. (...) I detenuti sono fuggiti dalle carceri giudiziarie. E mentre ruinano le case e gli uomini fuggono, molti malviventi riuniti in squadre scorrazzano la città fra le macerie rubando e depredando dove possono. Tra le disgrazie va segnalato lo scoppio del gazometro, che ha fatto sviluppare un terribile incendio alimentato da un vento furioso». (dispaccio da Palermo del Messaggero) [Cds 29/12/1908]

Tutte le navi disponibili a Messina

Ore 17.55. Il comandante in capo della Marina a Napoli riceve istruzioni di inviare a Messina tutte le navi disponibili. [Dickie 2008]

Si muove la squadra russa del Baltico

Ore 21. La squadra navale russa del Baltico, con i cadetti dell’accademia in viaggio di istruzione nel Mediterraneo, è all’ancora ad Augusta. L’ammiraglio Litvinov, che la comanda, dà ordine ai marinai delle due corazzate, dei due incrociatori e delle due cannoniere di prepararsi a partire per Messina, devastata da un terribile terremoto. [Boatti 2004]

Edizioni straordinarie

Ore 21.30. Cominciano a circolare per Roma le edizioni straordinarie dei giornali, che escono fino a mezzanotte. «Le vie, in questi giorni così animate, hanno preso un aspetto di desolazione. Ai giornalai venivano strappati di mano i fogli». Tutti i treni del Mezzogiorno sono presi d’assalto da siciliani e calabresi che vogliono correre alle loro case. «Alla stazione avvengono scene pietose». Per la prima volta da quando è alla guida del governo, Giolitti convoca una riunione notturna del gabinetto. Il ministro dei Lavori pubblici, Piero Bertolini, è inviato sul luogo del disastro. [Cds 29/12/1908]

Il duca d’Aosta organizza le truppe

Ore 22 circa. A Napoli il duca d’Aosta, informato della gravità del disastro, lascia il teatro San Carlo dove sta assistendo alla prima di Thais e va al comando del corpo d’armata per dirigere la partenza delle truppe. [Cds 29/12/1908]

Da Roma partono i soldati

Ore 22. Nelle caserme del 2° reggimento bersaglieri e dell’81° fanteria, a Roma, quando i militari sono già a riposare suona l’adunata e viene comunicato l’ordine di partenza. Intorno a mezzanotte un treno speciale diretto al sud lascia la stazione con a bordo i bersaglieri, cento carabinieri, cento guardie di pubblica sicurezza, tutte le truppe del genio che si trovano a Roma e la Croce Rossa. Poco dopo parte tutta la brigata Torino (81° e 82° fanteria) con cucine da campo e viveri. [Cds 29/12/1908] Nelle stesse ore, ma l’operazione durerà tutta la notte, si imbarcano tre reggimenti da Palermo diretti a Messina. Piove, il mare è in cattive condizioni: arriveranno in città solo domani pomeriggio. [Boatti 2004]

Le prime corrispondenze del Corriere

«Eravamo 150 mila e saremo la metà nel Comune. Nulla più vive: e quelli che non hanno il cranio fracassato e gli arti mutilati, hanno il cuore trafitto». Il 1° gennaio il Corriere della Sera pubblica i primi servizi da Messina e da Reggio Calabria (Leggete gli articoli)
Fonti: Corriere della Sera (Cds); Mario Baratta, La catastrofe sismica calabro-messinese, Società geografica italiana, Roma 1910 (Baratta 1910); Giorgio Boatti, La terra trema. Messina 28 dicembre 1908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani, Mondadori, Milano 2004 (Boatti 2004); John Dickie, Una catastrofe patriottica. 1908: il terremoto di Messina, Laterza, Bari 2008 (Dickie 2008).

Martedì 29 dicembre 1908

Da Messina a Palermo, pazzi di dolore

A 24 ore dal terremoto, a Palermo arrivano i primi superstiti da Messina, «pazzi e inebetiti dal dolore e in istato raccapricciante». Dicono che l’incendio continua a distruggere le rovine, che nella caserma delle guardie di finanza, di 200 uomini solo 41 si sono salvati, che alla stazione ferroviaria su 280 tra gli impiegati alle officine e il personale viaggiante solo in otto hanno risposto all’appello. [Cds 30/12/1908]

Arrivano i marinai russi, poi gli inglesi 

Intorno alle 7 dalle navi da guerra della flotta del Baltico giunte a Messina cominciano a essere calate in mare le scialuppe cariche di marinai dirette alla terra ferma. È il primo soccorso in forma organizzata alle vittime del terremoto. Dalle sei unità sbarcano quasi tremila uomini. Una ventina di minuti più tardi arriva l’incrociatore inglese Hms Sutley, avanguardia del corpo di soccorso che la flotta di Sua Maestà britannica sta allestendo e che arriverà nelle ore successive da Siracusa e poi da Malta. Russi e inglesi si fanno onore nell’opera di soccorso. I primi in particolare, divisi in squadre, molto organizzati, efficientissimi anche nella loro prestanza fisica, «nel giro di poche ore impongono la loro fama di onnipotenti salvatori, capaci di estrarre da cumuli di macerie persone ancora in vita». A metà mattina arrivano anche le prime due navi da guerra italiane: Regina Elena e Napoli. [Boatti 2004]

Fucilare i ladri

Diversamente dagli inglesi e dagli italiani, i russi sono anche i primi ad applicare nel caos di Messina le regole della giustizia più sbrigativa. «Fu bello che i marinai russi si adoperassero a seppellire morti e a raccogliere feriti – non soggiungo a fucilare ladri, perché questa è l’altra faccia della medaglia» (Federico De Roberto, Gi.It. 15/1/1909). [Boatti 2004]

La fame, la sete, i saccheggi

Messina, scrivono alcuni dispacci, è in preda a bande di malviventi e di carcerati in fuga che rubano il possibile dalle case distrutte, dai corpi. Ma spesso è la fame, la mancanza di ogni genere di prima necessità a muovere il saccheggio. Acqua potabile non ce n’è quasi più, col sottosuolo sprofondato tutti i condotti sono otturati o distrutti. «Si facevano gargarismi di acqua salata per liberarsi della polvere che invade le vie respiratorie.

Le ferite stesse erano lavate con acqua di mare. Tutti bevevano acqua di mare: non c’era altro», racconta Bruno Aliotti-Rosso, un fiorentino residente a Messina, giunto a Palermo sul piroscafo inglese Ebe insieme a parecchi feriti il 30 dicembre. «A un tratto – continua – mentre il piroscafo lascia la plaga della sventura, nuove grida colpiscono i nostri orecchi: poi assistiamo esterrefatti a una scena selvaggia, a una di quelle manifestazioni di follia criminale collettiva che solo le stragi, le epidemie, le guerre, i flagelli più crudi possono appena giustificare.

Una turba di persone di ogni ceto, di ogni età, nude, semivestite, lacere, irrompe verso gli uffici della dogana, disposta alla strage, al saccheggio, al delitto pur di ottenere qualche cosa, pur di avere commestibili, pur di aver bende, vestiti, qualche cosa per scaldarsi, per far tacere l’urlo della fame. I doganieri non sanno e non possono resistere all’orda selvaggia che irrompe. La dogana è invasa; improvvisamente echeggiano colpi sinistri. Vengono esplosi colpi di revolver da fratelli contro fratelli per contendersi un pugno di legumi, un po’ di pane, di riso, di cereali (...)». [Cds 31/12/1908]

«Sono lupi, vanno trattati da lupi» 

«Si dice che il Governo abbia telegrafato concedendo pieni poteri alle autorità militari per salvare le sventurate popolazioni da quei feroci. Noi non esitiamo ad approvare il provvedimento. A San Francisco di California i depredatori venivano sommariamente impiccati: noi diciamo che in certi casi come questi la difesa sociale può farsi legittimamente anche a suon di fucilate. Uomini che si lancino al saccheggio in quest’ora non sono uomini, ma lupi e vanno trattati da lupi». [Leonida Bissolati, Av. 3/1/1909]

Il re e la regina partono per la Sicilia

Alle 13.30 il re e la regina, accompagnati dal ministro della Giustizia, il siciliano Vittorio Emanuele Orlando, partono da Roma per i luoghi del disastro. Il re veste «la bassa tenuta di generale», la regina ha pregato le sue dame di astenersi dall’accompagnarla alla ferrovia. Vanno in treno fino a Napoli, dove si imbarcano sulla Vittorio Emanuele III. [Cds 30/12/1908]

Prime notizie da Reggio: la città è distrutta 

Solo stasera si hanno le prime notizie dirette di Reggio Calabria. Il ministero dell’Interno ha ricevuto alle 20 questo telegramma da Gerace Marina firmato dal maggiore dei carabinieri Tua: «Reggio è completamente distrutta. I morti non si contano. Le scosse del terremoto sono state cinque. E terribili tutte! Urgono soccorsi». Verso le 21 telegrafa al governo il prefetto Orso: Reggio «quasi completamente distrutta. Vi sono parecchie migliaia di morti. La prefettura e altri pubblici edifici sono crollati. Anche altri Comuni della provincia sono distrutti. Occorrono ingenti soccorsi, viveri, soldati e medicinali poiché la città nulla offre». [Cds 30/12/1908]

Solidarietà dall’estero

Al re e al governo arrivano le condoglianze e i messaggi di solidarietà delle ambasciate e dei governi stranieri.

Chiude la Borsa

Poche transazioni in mattinata alla Borsa di Milano. La seduta ufficiale comunque non ha luogo, in segno di lutto. È stabilito che la Borsa resti chiusa anche domani e dopo. [Cds 29/12, 30/12/1908]

Nasce un comitato per gli aiuti

Il governo costituisce un Comitato nazionale di soccorso per stabilire forma e proporzioni con cui saranno erogate le somme raccolte a favore dei terremotati. Lo presiede il duca d’Aosta, vicepresidenti il presidente del Senato Giuseppe Manfredi e quello della Camera Giuseppe Marcora. [Cds 30/12/1908]

Assegni e sottoscrizioni 

Istituzioni pubbliche e private, banche, piccoli comuni e singoli cittadini cominciano a donare fondi per gli aiuti, principio di una lunghissima catena di solidarietà. Il re ha elargito 200.000 lire, il Banco di Sicilia ne ha stanziate 50.000 e già versato una prima quota di 10.000, la regina madre ha donato alla Croce Rossa 15.000 lire. La Cassa di Risparmio delle provincie lombarde, riunita nel pomeriggio per la consueta seduta bimestrale, ha stanziato la somma di 200.000 lire. [Cds 30/12/1908] Il Corriere della Sera, sotto il titolo “Italiani, a noi!”, lancia oggi una sottoscrizione. [Leggi l’articolo] Il primo giorno raccoglie 71.578 lire. [Cds 30/12/1908]

“Italiani, a noi!” 

Il Corriere della Sera lancia subito una sottoscrizione per raccogliere aiuti a favore dei terremotati. Ecco l’articolo, pubblicato il 29 dicembre. «L’enormità della catastrofe si va delineando in tutto il suo orrore. Ciò che sappiamo preannunzia una anche maggiore gravità di ciò che ignoriamo. È l’Italia colpita da una sventura che non ha confronti nella nostra memoria e ne ha ben rari nella storia del nostro paese. I giorni dell’immenso lutto incombono alla patria.

Ma la patria non se ne avvilisce. Nello spasimo di quest’ora di fraternità dolorante, nella tristezza profonda di questa persecuzione della natura crudele contro quelle delle nostre contrade alle quali la menzognera pareva più dolcemente sorridere, nella sensazione amara del poco che valiamo e che possiamo di fronte alla vastità della ferita aperta nella viva carne della nostra razza, noi non ci abbattiamo e non ci lasciamo cadere, sconfidati, le braccia. Su, italiani, a combattere questa buona guerra, a combattere questa ardua guerra! (...)

Sono i giorni questi in cui più facilmente, più lietamente si profonde il danaro; sono i giorni in cui ogni famiglia, anche povera, risorride una parvenza di abbondanza. Diamo, diamo, diamo ai derelitti, ai poveri, ai vinti di laggiù. Diamo in modo da sentire che ogni resistenza calcolatrice di egoismo è superata nell’atto generoso. (...) L’Italia si ritrovi tutta, e una, nell’ora del lutto, quando i vincoli della nazione si sentono più stretti, nel più vivo del cuore. E sia rapida, come larga, la generosità con la quale la patria insorge nella estrema difesa dei suoi filgli; sia una fiumana d’amore, in cui ogni più tenue onda porti il suo ritmo di simpatia veemente.

A’ suoi lettori, a’ suoi amici, il Corriere rivolge queste parole come a persone della propria grande famiglia, sulle quali può ciecamente contare, nella cui concordia, nella cui generosità, nella cui prontezza lungo tempo e molte prove hanno stabilita una incrollabile fiducia. Per conto suo il Corriere inizia la sottoscrizione con lire cinquemila. Il ricavato delle sottoscrizioni andrà al Comitato milanese che in occasione dei terremoti di Calabria (del 1905, ndr) fu unanimemente giudicato il più oculato e il più attivo». [Cds 29/12/1908]

Giovedì 14 gennaio 1909

La visione di Messina distrutta

Corrispondente di guerra e inviato di punta del Corriere della Sera, Luigi Barzini era in America il giorno del terremoto di Messina. Solo ieri è arrivato sul luogo del disastro e oggi il Corriere dedica quasi tutta la prima pagina al suo reportage dalla città devastata. [Leggi l’articolo]
I Beatles in Italia

Milano, Velodromo Vigorelli 24 / 06 / 1965 
Nella foto: concerto del gruppo inglese The BEATLES
FARABOLAFOTO 609735

Giovedì 24 giugno 1965

Mezzanotte, i Beatles a Milano

«Che delusione quest’arrivo dei Beatles a Milano: proprio non valeva la pena che si mobilitassero tanti fanatici per tributare ai cavalieri dell’urlo il primo applauso italiano. Saranno state duemila persone, uomini e donne, tutti molto giovani, zazzeruti, accaldati, frenetici e pronti alla bagarre per stringersi intorno ai loro idoli. I Beatles li hanno giocati con un trucchetto banale (...) Il treno da Lione, sul quale erano attesi gli “scarafaggi”, era atteso al marciapiede 16 per le 23.30. Poco dopo mezzanotte, l’altoparlante ha avvertito che il Lione era arrivato al marciapiede 3. La folla ha avuto un sussulto, c’è stato un gran correre di marciapiede in marciapiede, qualcuno è caduto, qualche altro è finito dritto filato al commissariato: tutto inutile.

Quando i primi hanno raggiunto il traguardo, i Beatles avevano fatto perdere le tracce. Aiutati dalla polizia, se l’erano data a gambe giù per lo scalo F che è un’uscita secondaria sul lato destro. Era troppo tardi per tentare ulteriori inseguimenti». I primi drappelli di fan sono arrivati alle 22, mezz’ora dopo erano diventati un’esercito.

«Striscioni colorati, grida, parrucche alla paggio, magliette colorate, pantaloni stretti, gonne corte. Un’umanità scalmanata, facile ad accendersi, esibizionista, incline a manifestare il proprio entusiasmo purché i flashes dei fotografi fossero disponibili. Alle 23.15 sono saltati i cordoni della polizia e la massa è straripata sui marciapiedi. Alle 23.20 la polizia ha organizzato il contrattacco e sono volate le prime botte.  Alle 23.30  la marea era costretta a ritirarsi. Giù, lungo la scalinata e sulla piazza, la pressione veniva domata con i manganelli». [Alfonso Madeo, Cds 24/6/1965]

Ogni “Scarafaggio” vale due miliardi

«Gli “Scarafaggi” sono quotati 2 miliardi a testa (20 milioni di dischi in 5 anni). (...) Viaggiano in jet personale, di solito ognuno col proprio segretario, la moglie o la ragazza, strumenti e contratti. Ormai sono un’industria». [Madeo, Cds 24/6/1965]

«Più importante di noi c’è solo la Regina»

Conferenza stampa a mezzogiorno in un albergo del centro. «Ecco un campionario di domande e risposte. Serviranno a far capire chi sono questi Beatles».
Vi considerate ragazzi felici?
«Molto felici».
Cos’altro vi aspettate dalla vita?
«La possibilità di dormire molto».
Se vi accorgeste di perdere i capelli?
«Ricorreremmo alle parrucche».
Per quanto tempo prevedete di stare sulla cresta dell’onda?
«Finché dura. Durerà parecchio».
Pensate che esista qualcuno più grande o più importante di voi?
«La regina».
Conoscete le poesie di Evtuschenko?
«Chi è? »
Ammirate Shakespeare almeno?
«Certo, è inglese. Però lui non ha venduto tanti dischi». [Madeo, Cds 25/6/1965]

Due concerti, 58 milioni d’incasso

I Beatles arrivano al Velodromo Vigorelli a bordo di un camioncino rinforzato all’interno da stanghe di ferro massiccio. Due le esibizioni. La prima di pomeriggio, alle 17. Fa un gran caldo, intorno ai 37 gradi. Al primo concerto assistono 7 mila persone, 20 mila a quello delle 21. In tutto, novantasei minuti di esibizione. Costo dei biglietti: da 750 a 3.000 lire (un giornale costa 50 lire, un caffè 60, per comprare un lp ne occorrono 1.800). Incasso: 18 milioni nel pomeriggio più 40 la sera. [Madeo, Cds 25/6/1965, Rizza 2006]

Lucio Flauto presenta «Peppino di Caprera»

Presenta i concerti Lucio Flauto, che nel frastuono «non riesce a piazzare neppure una barzelletta». Prima dei Beatles si esibiscono alcuni artisti italiani: Fausto Leali e i Novelty, Maurizio e i New Dada, ecc. Quando tocca a Peppino di Capri con i suoi Rockets, Flauto ha l’occasione «per sfornare una freddura a base di Peppino di Caprera: una cosuccia proprio nuova, originale». [Alfonso Madeo, Corriere della sera 25/6/1965]

Whisky all’ora di merenda

«E si comincia, ore 16.20. La prima parte dello spettacolo prevede la sfilata di orchestre e urlatori a ritmo incalzante». «I Beatles aspettano in una stanza nei sotterranei del Vigorelli. Brindano con whisky puro, a quest’ora. È per vincere la sete, dicono. Gli chiedo se son preoccupati dato che è la prima volta che si presentano al pubblico italiano.

Non sono preoccupati affatto, mi tranquillizzano. In effetti, se ne infischiano, è routine. Si divertono. D’altronde il contratto li vincola a esibirsi per un periodo molto limitato: da un minuto a quaranta minuti. Significa che se il pubblico non è di loro gradimento, dopo le prime note, hanno diritto di ritirarsi dal match e tanti saluti. A Milano, pomeriggio e sera, hanno tenuto il palcoscenico per il tempo massimo: sia motivo di generale compiacimento». [Madeo, Cds 25/6/1965]

Le ragazzine che ingoiano foto

Quando sul palco arrivano i Beatles, giacche attillate scure, camicie bianche coi collettoni, chitarre che luccicano al sole, dalla massa degli spettatori sale un urlo. Paul MacCartney, idolo delle tredicenni, dice «ciao» al microfono e questo fa impazzire di gioia le gradinate. «Strillano le ragazzine, dimenandosi come ossessi. Tutti in piedi sulle sedie. È un crescendo che mette i brividi. La polizia fa cordone, accorre dove può, calma, minaccia, picchia.

Tre ragazzine fanno a pezzi una fotografia dei ragazzi di Liverpool, ne ingoiano i frammenti. Una, lassù, è colpita dalla tarantola. Si grida, si balla e si grida. L’eccitazione sale e diventa follia collettiva: ammaccatura, bailamme, stordimento, convulsioni. Un gruppo di giovani si strappa la camicia di dosso. Una biondina si rotola su se stessa. Tutti scuotono la testa, agitano fazzoletti, battono le mani (...). La sera il fanatismo ha toccato vertici indescrivibili. Le più giovani hanno invocato il nome di Paul, il bellino. Una, in maglietta nera, è stata portata via perché in preda a crisi isterica. Moltissimi ragazzi si sono svestiti delle magliette per adoperarle a mulinello in segno di saluto agli idoli». [Madeo, Cds 25/6/1965]

«Per trentacinque minuti, quanto è durata l’esibizione, un fragore assordante, disumano, ininterrotto, ha coperto le voci e gli strumenti del quartetto, nonostante le decine e decine di amplificatori sparsi dappertutto. Tutti hanno visto i Beatles, nessuno li ha uditi. (... ) In mezzo a tanto fragore, i più composti erano proprio i Beatles. Imperterrito, uno di loro annunciava in italiano il prossimo pezzo e subito tutti insieme attaccavano qualcosa che probabilmente era una canzone magari anche bella, ma che le invocazioni a Ringo, o a Paul o a John, delle ragazze con il volto rigato di lacrime e le urla e gli applausi ritmati dei loro coetanei impedivano di seguire.

Nessuno ha udito le voci dei Beatles

Del resto, erano venuti apposta per gridare, per sfogarsi. Lo dicevano loro stessi: “Non importano le canzoni, per quelle abbiamo i dischi, c’interessa soltanto vedere i Beatles, non ascoltarli”. (... ) L’uragano si è scatenato con l’apparizione dei Beatles. A chiedere che cosa ci trovassero di tanto straordinario si ricevevano, accompagnate da un sorriso di compatimento, risposte come “Sono meravigliosi, divini, niente e nessuno li vale, in ogni campo”». [Sta. 25/6/1965]

«Fan tipo: ragazzina, poco intelligente» 

Giudizio di un sociologo americano sull’ammiratrice tipo dei Beatles: «È una ragazza da 13 a 16 anni, di estrazione modesta, di razza bianca, di intelligenza inferiore alla media». [Sta. 25/6/1965]

Sabato 26 giugno 1965

Il bagno notturno di George Harrison

Verso le 19 di venerdì 25 giugno i Beatles, viaggiando su due auto, arrivano a Genova. «Hanno lasciato che quelle due o tre decine di fans in sosta permanente dinanzi all’albergo si decidessero a smobilitare, poi verso le due di notte sono usciti per la città; l’hanno girata in lungo e in largo, si sono fatti condurre nella zona alta per godere lo spettacolo del porto illuminato. Uno di essi si è fatto addirittura portare fin oltre Nervi, a Sori: qui ha raggiunto la riva del mare, si è spogliato e si è gettato in acqua. Era George Harrison». [R.B., Corriere della Sera 27/6/1965]

Nel pomeriggio, a vedere i Beatles, ci sono solo 3.500 genovesi

La comparsa dei Beatles a Genova ha fruttato 20-25 milioni lordi, contro i 67 dichiarati dall’impresario a Milano. «Il quartetto inglese ha bisogno, evidentemente, di un clima morale propizio, contagiato da un diffuso isterismo giovanile; mancando quel clima resta la sola curiosità, sollecitata dalla propaganda e resta il consueto entusiasmo per i cantanti in voga.

La parte di punta, nello spettacolo, è affidata a poche centinaia di ragazzi più bollenti, che sfogano col pretesto dei Beatles esuberanti energie, comportandosi più o meno come ad una esibizione di Celentano o di altri urlatori nostrani. Gli urli acutissimi, gli accenni di deliquio non sono affatto mancati; ma sapevano di una recitazione appresa alla scuola di riviste e di film.

Nelle città che hanno masse più eterogenee, con più forte apporto della provincia, come Milano, i Beatles possono scatenare qualche tensione collettiva di tipo esotico. In una città come Genova si è rimasti ad episodi frammentari, ben controllati da uno spiegamento di forze quasi incredibile: mille uomini, fra agenti di polizia, carabinieri, pompieri, vigili urbani. Lo spettacolo pomeridiano è stato un netto insuccesso per quantità di pubblico: meno di 3500 persone nella tonda e immensa sala del Palazzo dello Sport, alla Fiera del Mare (oltre 20.000 posti).

Il gran caldo, il mare calmissimo, hanno spinto i genovesi alle spiagge della Riviera, mettendo in ombra i Beatles e i cantanti italiani chiamati a far da cornice: Pino Donaggio, Fausto Leali, Peppino di Capri. Alla sera la situazione è cambiata: gran folla, circa 15 mila spettatori, con una certa quota di pubblico adulto ed elegante, incuriosito dall’attesa esplosione di una follia corale, suscitata da Ringo e compagni.

L’esibizione dei Beatles, in abito nero con collettoni rosa, è stata brevissima: 35 minuti, come previsto dal contratto, che contemplava anche un minimo di soli 60 secondi nel caso di accoglienza fredda da parte del pubblico». [Mario Fazio, La Stampa 27/6/1965] «All’una di notte i Beatles hanno lasciato Genova diretti a Roma su un bireattore dell’Alitalia appositamente noleggiato, che li ha depositati a Fiumicino un’ora dopo, in modo da evitare scene al loro arrivo». [R.B., Corriere della Sera 27/6/1965]

Domenica 27 giugno 1965

L’arrivo dei Beatles a Fiumicino

I Beatles arrivano a Fiumicino all’alba di domenica 27 giugno. Ad aspettarli, quattro collegiali inglesi venuti a piedi da Roma e una decina di impiegate della Fao che sventolano fazzoletti gridando «hurrà!». Prima che scendano dall’aereo, il loro impresario Achter percorre da solo il breve tragitto dalla pista all’aeroporto, per essere certo che gli ammiratori siano saldamente trattenuti dalle forze dell’ordine. Quando si convince che è tutto a posto, dà il via e i quattro scendono. [Cds, 28/6/1965]

«Non facciamo colazione con uova di gabbiano»

Alcune delle domande fatte ai Beatles durante la conferenza stampa nell’hotel Parco dei principi alla presenza di giornalisti, cineoperatori e una trentina di fan molto composti ed emozionati. Un giudizio sull’esercito, la famiglia e la religione.
«Il primo non è divertente, la seconda è ok, la terza è ottima per chi ci crede».
È vero che mangiate uova di gabbiano per colazione?
«No, soltanto porridge».
C’è una donna al mondo che sarebbe capace di farvi tagliare i capelli?
«No». [Cds 28/6/1965]


Caldo asfissiante e amplificatori torturanti

Due le esibizioni nel teatro Adriano, una di pomeriggio, una di sera. «La platea di Roma non ha riservato ai quattro urlatori di Liverpool le accoglienze alle quali si sono assuefatti. Il caldo ha dominato le due rappresentazioni odierne,inoltre gli amplificatori erano troppo alti, addirittura torturanti, per un locale chiuso. È abbastanza assurdo che l’esibizione romana dei Beatles abbia avuto luogo non in uno stadio o in un velodromo ma in un cinema: le nostre organizzazioni sono sempre sommarie. Il pubblico comunque era folto e, per quanto riguarda la rappresentazione serale, includeva molti snob, qualche diva del cinema, parecchi “osservatori del costume”. C’erano vessilli e scritte di saluto». [C.L. Cds 28/6/1965]

Il teatro Adriano di pomeriggio era «mezzo vuoto»

«Ieri pomeriggio il Teatro Adriano presentava dei vuoti paurosi. Capace di tremila posti, ne risultavano occupati poco più della metà, compresi naturalmente i biglietti omaggio. E pensare che era stato richiesto il Palazzo dello Sport, con suoi diecimila e più posti. A tener lontana la folla devono aver contribuito anche i prezzi: variavano dalle quattro alle cinquemila lire per lo spettacolo pomeridiano e da cinque a settemila lire per quello serale. Le due gallerie, per le quali i prezzi erano leggermente inferiori, erano colme, ma di gente rimasta per tutto il tempo abbastanza composta.

È stato in platea, fra un gruppo di una cinquantina di giovanotti e di ragazze, che si sono verificate scene di isterismo per tutto il tempo che i Beatles sono rimasti sulla scena: venti minuti, allo spettacolo pomeridiano, il tempo più breve che il celebre quartetto abbia dedicato ai suoi ammiratori italiani. Il servizio d’ordine predisposto fuori del teatro (mille agenti, idranti, una autoambulanza, camionette e transenne per trattenere la folla) è rimasto inoperoso; così all’interno, dove nonostante le urla ed i gesti dei più scalmanati, nessuno ha sfasciato nulla». [g. fr. Sta 25/6/1965]

A Salisburgo preferiscono Mozart

A Salisburgo i Beatles sono stati accolti con un cartello con su scritto: «Questa è la patria di Mozart, non vogliamo animali, qui». [C.L. CdS 28/6/1965]

Per Pasolini gli “scarafaggi” «sono privi di fascino»

Opinioni di alcuni personaggi famosi sui Beatles. Pier Paolo Pasolini: «Non mi so spiegare il successo dei Beatles, questi quattro giovanotti completamente privi di fascino che suonano una musica bellina». Franca Valeri: «Per me il trionfo dei Beatles è un mistero, sebbene sia convinta che chi riesce ad emergere deve avere le carte in regola per farlo». Milva: «Non riesco a rendermi conto della loro bravura, eppure c’è gente che impazzisce per loro». Strehler: «Questi Beatles non mi dicono molto, ma ci deve essere una ragione se vanno tanto forte». [C.L. CdS 28/6/1965]

Nico Fidenco: «Sono i ragazzi della via Paal»

«Trascurando il pensiero di Pasolini o, poniamo, dello psicanalista Servadio, i quali non hanno nessuna esperienza di chitarra elettrica, ascoltiamo l’urlatore Little Tony il cui vero nome è Ciacci e la cui torreggiante chioma è tale da salvarlo da ogni complesso di inferiorità. “All’inizio della strada trionfale percorsa dai Beatles c’è, a mio parere, un segreto di tempestività.

Fra il’61 e il ’62 essi imposero la moda del gruppo canoro, proprio mentre era fortemente in declino in Inghilterra, soprattutto presso i giovanissimi, l’interesse per il cantante solista. Per affermarsi, i Beatles non esitarono ad adottare le fogge più pittoresche e una mimica quanto mai accattivante. Essi avevano e hanno tuttora il dono di un ritmo istintivo, inconfondibile. Hanno dato a moltissimi giovani il pretesto per scatenarsi, rompendo pregiudizi e veti di costume”. Questa è la verità, e ci sembra che Little Tony l’abbia espressa benissimo.

Un’altra notazione molto utile, e anche sottile, si deve a un camerata di Little Tony, Nico Fidenco: “I Beatles sono i ragazzi della via Paal. Cioè, prima di essere dei cantanti, sono quattro amici che fanno vita comune: tutte cose che ai giovani piacciono immensamente”. Perfetto, perfetto. Ci pare proprio che, fortificati dai pareri dei signori Ciacci e Fidenco, possiamo stimare risolto il problema della prosperità finanziaria dei Beatles e del delirio di milioni di adolescenti per i quattro ragazzi di Liverpool. Soddisfatta la nostra sete di conoscenza, è ormai nostro privilegio accantonare l’argomento, ignorarlo per sempre, occuparci d’altro, ritrovare la pace, mandare al diavolo Ringo Starr». [C.L. Cds 28/6/1965]

Lunedì 28 giugno 1965

Secondo giorno dei Beatles a Roma

Secondo giorno dei Beatles a Roma. Per evitare che il teatro Adriano resti semivuoto come il primo giorno, l’impresario riduce i prezzi dei biglietti da settemila a duemila lire. Durante l’esibizione serale, scene di isterismo collettivo: «Ecco una sedicenne che pare morsa dalla tarantola e si rigira come una trottola mugolando dalla bocca semiaperta; quattro giovinette tutte e quattro con un’uguale frangetta di capelli sugli occhi che si nascondono a vicenda il volto sul petto della compagna; una biondina che geme e piange a fontanella, le spalle scosse dai singhiozzi; quattro ragazzi in canottiera che acutissimamente strillando si fanno ciascuno una maschera di una grande immagine fotografica di George, di John, di Paul e di Ringo.

E abbiamo levato gli occhi ai palchi e alle gallerie da cui la gazzarra di fischi, di urla, di battimani, di boati scendeva a valanga; i palchi eran tutti un’esplosione di bocche vocianti e di braccia protese; ad un palchetto vicino al proscenio due tredicenni che fin dal principio avevo visto partecipare allo spettacolo movendo continuamente le teste come pendoli assidui, una bruna paffuta e scarmigliata, una biondina con gli occhiali e una chioma cavallina, erano al parossismo, sghignazzavano, cantavano in coro, invocavano, balzavano su di scatto col rischio di tombolare in platea, ricadevano giù affrante ma non dome.

Vidi portar fuori un giovinetto e due o tre ragazze svenute, i coetanei che li sorreggevano continuavano tuttavia ad urlare; le grida, il coro disordinato, i battimani relegavano la musica degli strumenti a un sottofondo, le chitarre, la batteria, gli amplificatori elettronici dei suoni riuscivano soltanto a dare un’idea dell’ossatura sonora. Ma questi fanatici conoscono a memoria i dischi dei Beatles, gli bastava il titolo annunciato per riviverne la passione, Baby’s in black, Rock’n roll, I wanna be your man, gli bastava vedere sul palcoscenico in carne e ossa i loro dei, i padrini provvisori e tirannici dei loro animi primitivi». [Paolo Monelli, Sta.29/6/1965]

Dopo l’ultima canzone il silenzio assoluto

Gli ultimi dieci minuti Paul fa capire che è ora di smettere, che vogliono andare a letto, inclinando la faccia verso destra sulle mani giunte. Poi annuncia in italiano «l’ultima canzone». «Subito dopo l’ultima nota i Beatles raccolsero in fretta i loro strumenti e uscirono di corsa dalla scena. (...)

Appena dileguato via l’ultimo “beatle”, oscurata subito la scena, gravò sul teatro un enorme silenzio; non un grido, non un’invocazione, solo il fruscio assiduo della folla che si avviava all’uscita. Le isteriche fanciulle di un attimo prima, i giovanetti fino allora snodati come burattini in cento contorcimenti erano tornati immediatamente esseri normali; anzi peggio che esseri normali, automi a cui si è fermata la carica, svuotati improvvisamente di vita.

A pensarci bene, questa brusca chiusura mi è parsa naturalissima. I duemila adolescenti erano accorsi al teatro non tanto come spettatori quanto come attori essi stessi; la presenza dei Beatles era stata poco più che un pretesto e un lievito alla loro scalmanata esibizione; e finito lo spettacolo se la scapolavano anch’essi in silenzio per la più breve». [Paolo Monelli, Sta.29/6/1965]

Più che scarafaggi sembrano preti

«Ma perché li chiamano scarafaggi? La parola che designa lo scarafaggio in inglese si pronunzia più o meno come “beatle”, ma si scrive in un altro modo, “beetle”, e agli scarafaggi non richiama certo il loro aspetto, a parte la pettinatura che è stata più volte di moda presso i nobili giovinetti d’Europa nei secoli scorsi; con la giacchetta nera abbottonata in alto e i pantaloni neri stretti e la cravatta nera lunga hanno piuttosto un’aria clericale: di “clergymen” agitati da un improvviso delirio va bene, ma qualche cosa di simile a quello che agitava una setta di protestanti inglesi della metà del secolo XVIII che si chiamavano “The shakers”, i tremolanti; perché avevano un culto fatto di canti e di danze che li portava a poco a poco ad agitare le estremità e poi tutto il corpo, pensando così di entrare in comunione con i santi spiriti». [Paolo Monelli, Sta. 29/6/1965]
17 Marzo 1861

Nigra lancia l’allarme sul Mezzogiorno

Costantino Nigra, segretario generale del Governatore delle province meridionali, scrive al conte di  Cavour: «Ecc.mo Sig. Conte. In procinto di ricomporre l’amministrazione in un senso francamente unificativo, credo non sarà discaro a V.E. ch’io le faccia un sunto retrospettivo e confidenziale del nostro operato...

Nigra scrive a Cavour e lancia l’allarme sul Mezzogiorno

clip_image007Costantino Nigra, segretario generale del Governatore delle province meridionali (il principe Eugenio di Savoia-Carignano), scrive al conte di  Cavour.
Confidenzialissima
Napoli 17 marzo 1861
Ecc.mo Sig. Conte

In procinto di ricomporre l’amministrazione in un senso francamente unificativo, credo non sarà discaro a V.E. ch’io le faccia un sunto retrospettivo e confidenziale del nostro operato.
Quando venimmo qui, trovammo il paese irritato e malcontento. Farini e i suoi consiglieri impopolarissimi. Il nome di V.E. impopolare anch’esso.

Del Principe non si augurava né ben né male. Il Re non aveva lasciato desiderio di sé. Di me si diffidava. Si temeva l’invasione del piemontesismo. Se ci fossimo messi subito in urto colle popolazioni, avremmo naufragato subito, inevitabilmente. Pigliai il partito di chiamare alla testa dell’amministrazione il solo uomo che avesse conservato una certa popolarità, Liborio Romano. Poerio, Arnulfi, Fasciotti, e tutti quelli che interpellai in proposito furono dello stesso avviso.

Il Principe anch’esso partecipò a quest’opinione. Se si lasciava Romano in disparte, la sua popolarità si sarebbe resa gigante, e ogni governo sarebbe stato impossibile. Posso assicurarla che se Romano non era consigliere, avrebbe avuto non otto, ma venti elezioni. Romano venne dunque al potere. Romano non ha capacità di nessuna specie; non è cattivo di proposito deliberato, ma è debole, senza carattere, con una certa furberia tra contadinesca e curiale, di nessuna convinzione politica, e tenerissimo della sua popolarità buona o cattiva che sia, vera o falsa.

Fin dal primo giorno che lo vidi, fui certo che avrebbe male amministrato, ma fui egualmente certo che avrebbe ben tosto perduto ogni prestigio, e sarebbe diventato di pericolosissimo che era, innocuo affatto. Quel che previdi, avvenne. Commise errori, su errori; alcuni dei quali spiegabili per le circostanze veramente difficilissime. Nell’ultima riunione del consiglio io posi netto il partito. Invitai i consiglieri a pronunciarsi tra Romano che voleva far nuove concessioni (in certe nomine) agli uomini del partito ultraliberale, e Spaventa che non voleva farne nessuna.

La discussione s’inasprì e il ritiro di Romano, da me preveduto, avvenne. Nello stesso consiglio si trattò di nominar un certo Ciavania a governatore di Foggia (Capitanata). Il Ciavania dicono sia uomo onesto e bastevolmente capace; il che è molto in questo paese. Ma la nomina fu combattuta da Mancini e Spaventa. Io allora proposi Bardesono che fu accettato. Questa nomina di Bardesono avrebbe eccitato un mese fa il malcontento dei napolitani.

Oggi l’hanno accolta con favore. Ma il guadagno immenso che abbiamo fatto è questo. Abbiam reso evidente che non si può camminare con uomini municipali, che bisogna procedere nella via dell’unificazione, che bisogna accettare gli uomini nostri e i piemontesi. Tutti si sono convinti che non c’è qui un uomo, napoletano, che possa reggere il peso dell’amministrazione, se non è con noi e per noi. Non un solo nome possibile è stato messo innanzi per surrogare il Romano o il Laterza.

Tutti i giornali mostrano malumore coi consiglieri attuali, non uno seppe suggerire gli uomini atti a surrogarli. Si va dileguando l’impopolarità del Re, ed è già dileguata quella di V.E. Il Principe non vede molta gente, non esce quasi mai; appena riesco a farlo assistere a qualche inaugurazione di scuole, d’asili, di ferrovie. Tuttavia comincia a guadagnare nella simpatia del pubblico. Io pure comincio ad inspirare una certa fiducia. Tutto questo ci dà forza ad agire ed agiremo.

Ma tutto questo è il risultato esclusivo della dura prova sostenuta. So che di qui la nostra condotta vi sarà parsa talora inesplicabile. Ma so egualmente che non potete farvi un’idea esatta delle veramente straordinarie difficoltà contro cui abbiamo a lottare. Gli errori commessi han servito a questo scopo. Essi però non sono gravissimi né irrimediabili. Alcune nomine mal fatte. Le ho già spiegato in qual modo il Principe ed io, che non conosciamo le persone, abbiamo ordinato che le nomine si controllino da tutti i consiglieri. Malgrado ciò succedono errori e succederanno.

I meno incapaci fra gl’impiegati sono borbonici; e non si vogliono, almeno i troppo noti, a nessun costo. Gli altri sono o incapaci o non troppo onesti. Comunque poi siano, fossero pure capacissimi e onestissimi, eccitano, subito nominati, l’invidia e quindi le calunnie, e poi l’impopolarità. Ogni napoletano si crede derubato appena vede una nomina. Perciò non Le mandai ancora le proposte per le decorazioni, perché prevedo che col far cento contenti, se ne fanno centomila malcontenti ed ostili. La relazione di don Liborio sulla Guardia nazionale, fu dettata dal desiderio di lui di non urtare la suscettività della Guardia nazionale di Napoli, che vede di mal occhio Cerruti e i suoi progetti d’uniforme e quanto sa troppo ostensibilmente di piemontese.

Ma quest’errore diede il tracollo al povero don Liborio, ed è quindi scusabile, tanto più che appunto per la cattiva impressione fatta io mi trovo in misura (ora e non prima) d’applicare la nostra legge. Sicché, com’Ella vede, a quelque chose malheur est bon. L’incapacità di Laterza e gli errori suoi rendono possibile Oytana alle Finanze. Senza questa prova, avrebbero qui strillato come aquile. La posizione è adunque migliorata. Possiamo ora agire più francamente e siamo assai più forti di prima. Non so ancora se farò direzioni o consiglieri di Luogotenenza. Ma il nome poco importa. Farò un passo decisivo verso l’unificazione.

Faccia preparare i decreti pel trapasso al Governo centrale delle poste, dei telegrafi, e delle strade ferrate se è possibile. Peruzzi mandi qui un suo uomo per operare la fusione della direzione delle ferrovie. Oytana mi ordinerà le Finanze, che sono sull’orlo dell’abisso, per la inerzia e l’imprevidenza dell’attuale dicastero. Spaventa ordinerà l’Interno. Per le provincie, si va attuando di già la legge provinciale e comunale. Fra un mese al più le elezioni saranno fatte. Manderò gli organizzatori d