martedì 31 maggio 2011

Buco sanità, Vendola aumenta le tasse Cento milioni rastrellati dal caro-Irpef

Corriere della sera

La manovra necessaria per coprire il deficit di bilancio
Rincaro dello 0,5%. Per i redditi più bassi è dello 0,3%



Nichi Vendola

Nichi Vendola

BARI - Diventano più salate le tasse in Puglia. Da oggi, e a valere su tutto il periodo di imposta 2011, aumenta l’addizionale regionale sull’Irpef. La manovra fiscale serve a colmare la parte non coperta del disavanzo sanitario maturato nel 2010. Stamattina Nichi Vendola, in qualità di commissario ad acta e come comunicato ieri a Cgil Cisl e Uil, firmerà un apposito decreto perché sia pubblicato tempestivamente in Gazzetta ufficiale (entro il 31 maggio, a pena di altre severe sanzioni). Il provvedimento, grazie all’insistenza dei sindacati, sarà modulato e non farà gravare l’inasprimento fiscale su tutte le fasce di reddito. In particolare: l’aumento sarà dello 0,30% per i redditi fino a 28mila euro; sarà dello 0,50% sui redditi superiori. Considerata la base ordinaria dello 0,90 prevista dalle norme statali, in definitiva l’addizionale Irpef risulterà dell’1,20% per i redditi fino a 28mila e dell’1,40 per quelli superiori. Qualche esempio concreto. Chi ha un reddito da 15mila euro annui passa da un’addizionale di 135 a 180 euro. A 28mila euro si passa da 252 a 336. A 50mila euro da 450 a 644 euro annui.

I sindacati avrebbero voluto che le fasce di reddito più basse fossero integralmente esentate dall’aumento dell’addizionale. Non è stato possibile, come è stato spiegato da Vendola, dagli assessori Michele Pelillo (Bilancio), Tommaso Fiore (Salute) e Nicola Fratoianni (Programma) e dal dirigente Mario Aulenta. Aumentare l’Irpef solo sulle fasce più alte (per esempio superiori a 28mila euro) non avrebbe consentito di colmare la parte non coperta del disavanzo sanitario. Si tratta di una cifra pari a 93,6 milioni, cui si aggiungono 8,4 milioni a scopo prudenziale, per un totale di 102 milioni (il disavanzo complessivo è di 335,5 milioni). Tuttavia, il fatto di aver «modulato» l’inasprimento accoglie in parte i suggerimenti di parte sindacale. Finora, le Regioni che come la Puglia sono in Piano di rientro, sono state costrette ad aumentare l’Irpef in maniera indiscriminata e al massimo (ossia lo 0,50%, ma in qualche caso lo 0,65 per le situazioni più gravi).

La Puglia, dopo una trattativa intensa con il governo sull’applicazione delle norme, ha ottenuto una sorta di deroga e l’applicazione della modulazione per fasce. Inoltre, e questa è una novità rispetto al recente passato, l’addizionale regionale si pagherà in relazione agli scaglioni. Ossia: 1,20% per il reddito o la quota di reddito fino a 28mila e 1,40 solo per la parte eccedente quel tetto. Quando aumentò per il 2008 e 2009, il meccanismo fu differente: furono considerati esenti i contribuenti sotto i 28mila euro e quelli con guadagni superiori pagarono l’addizionale su tutto il reddito. Ultima annotazione: i lavoratori autonomi (o coloro che percepiscono redditi di impresa soggetti a Irpef) dovranno tener conto della nuova addizionale già in queste settimane, per gli acconti di imposta 2011. Per i dipendenti non ci sono problemi: il prelievo avverrà direttamente in busta paga, a partire dal primo gennaio 2012, visto che l’addizionale si paga con un anno di ritardo. La legge di assestamento correggerà il bilancio e le relative entrate.


Francesco Strippoli
31 maggio 2011





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Grillo spara contro il Pd: "Ecco l'Italia di Pisapippa dove non cambia nulla"

di Redazione

Il comico non festeggia la vittoria: "Ecco l'Italia dove vince il Sistema". E accusa il Pd che vince coi candidati degli altri: "Presenti nuove facce per non essere travolto". Ma nulla cambierà...


Roma - Beppe Grillo non festeggia la vittoria dei candidati del centrosinistra alle amministrative, anzi con un post dal titolo: L’Italia di Pisapippa, prende le distanze dai neosindaci che hanno sconfitto i candidati di centrodestra. "Ha vinto il 'sistema' - afferma l’animatore del Movimento 5 Stelle - quello che ti fa scendere in piazza perchè hai vinto tu, ma alla fine vince sempre lui. Che trasforma gli elettori in tifosi contenti che finalmente ha vinto la sinistra o alternativamente, ha vinto la destra".

Grillo punzecchia i democratici "Qualcuno ha detto al Pdmenoelle che è facile vincere con i candidati degli altri - accusa apertamente il comico genovese - già, ma chi sono gli altri? Pisapia avvocato di De Benedetti; Fassino deputato a Roma e sindaco a Torino che vuole la militarizzazione della val di Susa". Secondo Grillo, è questo "sistema" ad aver liquidato Berlusconi: "Ora deve presentare nuove facce per non essere travolto. Se sono vecchie, le fa passare per nuove. Se sono nuove le fagocita con la tessera di partito e ruoli di rappresentanza". Grillo concede però una possibilità: "Se Pisapia fermerà almeno la costruzione mostruosa dell’Expo 2015 insieme a quella di City Life, chiuderà gli inceneritori, taglierà del 75% gli stipendi dei consiglieri comunali, mi ricrederò. Pensate che lo farà?".

Accuse tutto campo Grillo continua nel suo j'accuse: "A leggere i giornali sembra che il MoVimento 5 Stelle sia stato cancellato dalla politica, spazzato via dal nuovo che avanza. Ha vinto il Pdmenoelle, lo stesso che ha garantito per 18 anni a Berlusconi 'una vita che non è mai tardi' che ha permesso lo scudo fiscale, votato l’indulto, che non ha reso possibile l’accorpamento tra elezioni amministrative e referendum, che ha regalato tre frequenze nazionali pubbliche a Berlusconi chiedendo in cambio solo l’uno per cento del fatturato, che non ha fatto la legge sul conflitto di interessi quando era al governo e neppure ha modificato la legge porcata di Calderoli". Mazzate anche per Confindustria, che "cerca nuove vie per mantenere i suoi parassiti. La Confindustria, insieme ai partiti, farà di tutto per far fallire i referendum che gli sotrarrebbero la gestione dell’acqua per sempre" e "dei referendum - conclude Grillo - non parla più nessuno. Tutti in piazza a festeggiare. Tutto cambia perchè nulla cambi. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure".




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Turista morto dopo scippo Rolex: 2 fermati Rapinatori "traditi" dalla targa della moto Il questore: «La gente non ha collaborato»

I 60 anni di Bruscolotti "pal 'e fierro" «Io, bandiera del Napoli dimenticata»

Il Mattino





Martedì 31 Maggio
2011 - 11:15    Ultimo aggiornamento: 13:08



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Internet, un software per contestare all'operatore i disservizi della banda larga

Il Messaggero


Dall'Agcom un test contro gli spot ingannevoli













di Barbara Corrao

ROMA - Arriva la banda larga Doc. Ovvero la banda larga che non inganna i consumatori promettendo velocità supersoniche che poi non può mantenere. Per navigare su Internet in modo trasparente esiste ora uno strumento in più: è il sito www.misurainternet.it realizzato dall’Autorità per le Comunicazioni (Agcom). Consente a chiunque lo voglia di misurare, appunto, la qualità della propria connessione alla rete e rilascia un certificato che attesta la velocità effettiva riscontrata. Questo certificato può essere utilizzato per contestare all’operatore il malfunzionamento della propria connessione e anche per ottenere il recesso dal contratto se necessario. Il servizio è partito, senza troppo clamore, il 23 novembre 2010 e ha già rilasciato 2.952 certificati ad altrettanti consumatori. L’Autorità italiana è la prima in Europa ha certificare la velocità di Internet e ciò è stato possibile grazie all’adesione di tutti gli operatori che hanno accettato la sfida e preso l’impegno nei confronti dei propri clienti.

Come funziona il test. La prima cosa da fare è registrarsi sul sito; la seconda, scaricare il software Ne.Me.Sys. (realizzato dall’Agcom in collaborazione con la Fondazione Bordoni) che consente di avviare la misurazione. La procedura non è semplicissima e per evitare alterazioni non si può navigare né avviare programmi durante il test personalizzato. E’ necessario inoltre disabilitare la connessione Wi-Fi (per chi ce l’ha) e scollegare il Pc dalla rete domestica (in caso di uffici). Fatto tutto questo, il programma parte e il test dura da un minimo di 24 a un massimo di 72 ore (se viene interrotto e poi fatto ripartire). Al termine, si ottiene un certificato in formato Pdf con il quale, entro 30 giorni, si può inviare un reclamo al proprio operatore in caso emergano valori inferiori a quelli dichiarati nel contratto. L’operatore, ha a sua volta 30 giorni per ripristinare la velocità di connessione. Se ciò non è possibile, il gestore telefonico può fare una proposta al cliente che può scegliere se accettarla o recedere dal contratto gratuitamente (i soli costi previsti, dopo la legge Bersani, sono quelli giustificati: per la migrazione verso un altro operatore si va dai 23 euro di Tiscali ai 50 di Wind).

La tabella. Nel grafico sono riportate alcune offerte, solo per la connessione a Internet, in base alle indicazioni fornite dagli stessi operatori sul Misurainternet.it. E le differenze di velocità (per ogni colonna sono riportate prima in download e poi in upload) sono ben visibili. Nel menu «Trasparenza offerta Internet» del sito, comunque, sono riportati i link di ogni operatore e si possono visualizzare in modo molto facile gli impegni sulla qualità di connessione. Inoltre, cliccando sull’icona di Supermoney è possibile mettere a raffronto le varie offerte economiche disponibili sul web. Confrontando da un lato la qualità di connessione, dall’altro i costi, il consumatore ha tutti gli elementi per fare la scelta più attinente ai propri bisogni.

Nel grafico sono state riportate le offerte per la banda più ampia, su rete fissa, presentate dagli operatori. Ma ce ne sono molte altre. Così come va detto che i prezzi non tengono conto delle offerte promozionali in corso. Ce ne sono parecchie e riducono (anche per un anno) il costo mensile dell’offerta.
Lunedì 30 Maggio 2011 - 13:40




Se vince de Magistris mi suicido» E ora la Rete prende in giro Mastella

Corriere della sera


«Gli ricordiamo la promessa»:la pagina su Facebook conta più di 27 mila fan




MILANO - Con la sua proverbiale ironia e un pizzico di simpatica strafottenza aveva dichiarato a fine aprile durante il programma Un giorno da Pecora di Radio2: «Se Luigi de Magistris va al ballottaggio mi suicido». Poi, per rassicurare soprattutto se stesso, Clemente Mastella, eterno rivale dell'ex pm della procura di Catanzaro, aveva precisato: «Ma non ci arriverà, non si è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città». Mal gliene incolse, e all'indomani della straordinaria vittoria dell'esponente dell'Italia dei Valori, gli elettori napoletani sembrano non aver dimenticato la promessa del politico di Ceppaloni. Tanto che su Facebook la pagina web «Ricordiamo a Clemente Mastella che ha promesso di suicidarsi» ha già raggiunto quota 27 mila fan.

GLI SBERLEFFI - La pagina online era stata creata già lo scorso 17 maggio, il giorno successivo al primo turno delle elezioni amministrative, ma ha ottenuto un successo notevole solo lunedì, quando cioè de Magistris ha conquistato Palazzo San Giacomo quasi con un plebiscito. Migliaia di utenti, al grido di «Ricordiamoglielo», hanno invaso il social network per prendere in giro Mastella. Sono pochi quelli che usano toni truci o rancorosi, mentre la maggior parte si diverte a sbeffeggiare il politico campano e si accontenta di rilevare come per l’ennesima volta il leader dell'Udeur non manterrà una promessa fatta agli elettori:

«Non vorrei facessi l'estremo gesto fisico - scrive ironicamente Alberto De Francisci dando del tu all'ex Guardasigilli - non credo nemmeno che penserai di ritirarti dalla politica ... troviamo un compromesso». «Lo sai che sei un uomo di parola», commenta caustico Gianluca Cirielli. Più sottile un altro utente che ricorda a Mastella la caducità delle cose terrene postando la scena di «Non ci resta che piangere» nella quale un monaco del Quattrocento sorprende Massimo Troisi e con fare austero e minaccioso gli rivela: «Ricordati che devi morire».


PORTAFORTUNA - Il navigato politico Mastella sicuramente accoglierà con il sorriso lo sberleffo degli utenti del social network. Al massimo, da buon campano, si affiderà a qualche rito scaramantico toccando ferro o qualche altro portafortuna per difendersi dagli inviti più minacciosi. Cosa che risulterà più difficile a Umberto Bossi. Il Senatùr, infatti, prima delle ultime amministrative aveva dichiarato: «Se Pisapia vince a Milano mi taglio le balle». Anche per lui è stata creata su Facebook una pagina: i fan sono più di diecimila e molti di loro assicurano che ancora una volta il leader della Lega si mostrerà coerente e non tradirà la fiducia degli elettori.



Francesco Tortora
31 maggio 2011



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Gli antagonisti assediano De Corato

Corriere della sera


Una cinquantina di esponenti dei centri sociali sotto casa dell'ex vicesindaco. «Il tuo ufficio ce l'abbiamo noi»



MILANO - La «loro» festa comincia intorno alle 21. A quasi quattro chilometri da quella ufficiale in piazza Duomo. Una cinquantina di esponenti dei centri sociali milanesi si è dato appuntamento in via Andrea Costa, all'angolo con piazzale Loreto. Proprio sotto casa dell'ex vicesindaco Riccardo De Corato. Slogan, petardi, fumogeni. Poi cori e insulti: «De Corato disoccupato». Oppure: «Il tuo ufficio ce l'abbiamo noi». E insulti. Nel mirino degli antagonisti ci sono le «politiche dell'ex assessore alla Sicurezza che ha fatto della guerra ai centri sociali una battaglia personale».

Un'iniziativa, questa, che non è piaciuta al neosindaco Giuliano Pisapia che prende subito le distanze: «Noi siamo portatori di una nuova politica». E dal palco sotto la Madonnina invita i suoi sostenitori alla calma: «Impediamo a chiunque di rovinarci la festa». Intanto Riccardo De Corato commenta: «Se l'era Pisapia inizia con la caccia all'uomo iniziamo male, è un cattivo segnale. Non mi sono fatto intimidire negli anni della spranga e non succederà ora».

De Corato, cori e insulti sotto casa



Benedetta Argentieri
30 maggio 2011(ultima modifica: 31 maggio 2011)



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Australia, «marcia delle puttane» contro la violenza sessuale

Egitto, un generale ammette: "Sulle donne controlli di verginità"

La Stampa






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La festa per l'ex pm "Masaniello è tornato"

Il Tempo


Fuochi pirotecnici e slogan a Napoli per il neosindaco De Magistris. "Sono amico dei centri sociali. Che male c'è?"


Sostenitori di Luigi De Magistris esultano per la vittoria a sindaco di Napoli È arrivato in piazza Municipio poco dopo le 21.30, Luigi De Magistris, nuovo sindaco di Napoli. E "Sindaco, sindaco" è il grido che si leva da una folla che appare più numerosa perché raccolta nella fascia superiore del grande spazio aperto che separa palazzo San Giacomo dal porto della città. Applausi, fuochi pirotecnici, bandiere che sventolano, da quelle di Rifondazione, le più numerose, fino a quelle del Pd e dell'Idv, tifo da stadio con urla quali "Chi non salta Berlusconi e'", ma anche chi intona "Bella ciao" e il cartello "È turnato Masaniello".

UNA TORTA A FORMA DI CERVELLO L'ex pm, che è arrivato quasi in processione in piazza, accompagnato dal leader Idv Antonio Di Pietro, sale sul palco sventolando una fascia arancione che poi si lega in testa. "Grazie Napoli, il risultato è andato oltre ogni previsione - ha detto de Magistris dal palco indossando una sciarpa arancio e sollevando più volte le braccia al cielo - nessuno ci credeva ma abbiamo vinto. Abbiamo scassato veramente. Abbiamo vinto e governeremo". "Ho detto al mio pasticciere - ha ironizzato De Magistris - di preparare una torta a forma di cervello per mandarla a Berlusconi. Grazie presidente". Il neosindaco ha poi continuato ringraziando il suo staff composto soprattuto da giovani: "La politica si può fare anche senza mezzi. Nessuno poteva credere in questa grande vittoria, ma abbiamo creduto nella voglia di liberare Napoli. Napoli - ha aggiunto - deve tornare ad essere la città più bella d'Italia e da questa non si deve più scappare perché non c'è lavoro. Da domani - ha concluso indicando il palazzo comunale - apriremo quelle porte e quelle finestre per compiere i cento passi verso la libertà". Sul palco in piazza Municipio anche il leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, che è stato accolto da un lungo applauso, ma anche il leader di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero. "Ci avevamo visto giusto - ha dichiarato Di Pietro - Il risultato di oggi è un segnale importante. I napoletani hanno creduto e voluto un cambiamento". 

AMICO DEI CENTRI SOCIALI Il neo sindaco di Napoli Luigi De Magistris, sale sul palco e uno dei primi pensieri lo rivolge ai lavoratori di Fincantieri, il cantiere navale che a Castellammare di Stabia rischia la chiusura. "Il lavoro è un diritto", ha urlato de Magistris dal palco. "Da domani apriremo le finestre di per fare uscire il puzzo di compromesso morale e fare entrare il profumo della legalità", ha incalzato indicando le finestre di Palazzo San Giacomo, sede del Comune. "Stasera c'è una grande festa, lasciamo stare le provocazioni e guardiamo avanti - ha aggiunto - dimostreremo un nuovo modo di fare politica". "Mi hanno sempre accusato di essere amico dei centri sociali - dice ancora l'ex pm - E che c'é di male?", conclude.



30/05/2011




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D'Alema e gli altri, quando il voto locale travolge il leader

La Stampa


Le elezioni comunali durante la Seconda Repubblica sono il termometro della fiducia del governo in carica


MATTIA FELTRI


ROMA

La differenza fra Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi è che gli alleati del secondo non avranno il coraggio di sussurrare quello che gli alleati (e i compagni) del primo non vedevano l’ora di scandire. E cioè, undici anni fa, il 17 aprile del 2000, Clemente Mastella arrivò con quindici irrimediabili minuti di ritardo alla riunione plenaria convocata a Palazzo Chigi, una riunione dai contenuti certamente concordati. Il principe dell’Udeur ebbe tuttavia l’ingresso drammatico che il momento esigeva: «Massimo, adesso per la tua dignità devi dimetterti». D’Alema non fiatò. Pierluigi Castagnetti mollò una gomitata a Mastella: «Lo ha già detto lui...».

Stavolta il premier fischietterà al cielo, immemore del referendum su di sé promosso e perduto, e con lui fischietteranno in coro i subalterni. Certo, Berlusconi non s’è sbilanciato quanto si sbilanciò D’Alema, impegnato a sbaragliare i nemici esterni e quelli domestici. Arrivato alla presidenza del Consiglio per manovra di palazzo e non per consacrazione elettorale, il leader diessino aveva bisogno di una legittimazione di popolo. Il centrodestra sosteneva che D’Alema dovesse levar le tende per la stessa ragione per cui, pochi anni prima, doveva levarle Lamberto Dini: usurpazione di potere. Intervistato dalla Stampa , il giorno prima delle Regionali, D’Alema precisò un pensiero già diffuso: «Le elezioni avranno un riflesso sulla politica nazionale perché l’opposizione ha indicato come posta in gioco la caduta del governo, ma il paese non ha bisogno di instabilità né di elezioni anticipate».

Nei giorni precedenti si era sentita un’altra sentenza dalemiana: «Batteremo Berlusconi ora e fra un anno». Traduzione dal politichese: cari compagni, se vinco stavolta sarò candidato premier alle prossime Politiche (del 2001, alle quali si batterà invece con coraggio Francesco Rutelli). Lo spettacolare seppuku si completò con la dichiarazione dell’obiettivo: «Vinceremo in dieci regioni». Invece finì otto a sette per la destra, che soffiò alla sinistra l’Abruzzo, la Calabria, il Lazio e la Liguria. Il record di D’Alema (unico premier venuto fuori dal Pci) raddoppiò: unico premier dimesso per un insuccesso in consultazioni locali.

Ora sarebbe dunque molto facile ironizzare sull’autolesionismo progressista, e anche sulle vite e sulle iatture parallele dei “gemelli dell’autogol”. Perché l’altro clamoroso caso riguarda Walter Veltroni che si dimise da segretario del Partito democratico il 17 febbraio del 2009, dopo che il commercialista di Berlusconi, Ugo Cappellacci, aveva spazzato via Renato Soru alle regionali sarde (piccola parentesi di pura superstizione: si noti che entrambi si sono licenziati il 17). Il problema di Veltroni era che dentro al partito molti aveva il broncio per la vocazione più suicida che maggioritaria con la quale il Pd si era consegnato alla lama del centrodestra, che l’anno prima si era ripreso il governo battendo il centrosinistra per tanto a poco. Il 33 per cento raccolto dal Pd - roba che oggi si leccherebbero le dita - non accontentò certi bei palati. In Sardegna, poi, Soru aveva preso molti più voti della lista, e il Pd era sceso fino al 25 per cento, otto punti in meno in un anno. Veltroni, che s’aspettava d’avere alle spalle una falange, mollò offeso e altero: «Basta farsi del male, me ne vado per salvare il progetto al quale ho sempre creduto».

Nella Prima repubblica era molto difficile assistere a scene tanto melodrammatiche e dalle conseguenze tanto serie. Alcune giunte milanesi degli anni Sessanta furono serissimi esperimenti di centrosinistra. L’elezione del comunista Diego Novelli a sindaco di Torino (1975) e anche quella dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan a Roma (1976), indipendente nelle liste del Pci e primo sindaco non democristiano della capitale, furono buoni puntelli per il sogno del compromesso storico e la “non sfiducia” con la quale il Pci resse il governo di Giulio Andreotti fino 1978. Altre tornate locali servirono per sistemare gli equilibri dentro i partitoni, e semmai si ricorda che, nel 1991, a seguito di uno sfavorevole risultato siciliano, Pino Rauti fu obbligato alle dimissioni dall’intera dirigenza missina, che restituì il partito postfascista a Gianfranco Fini.

Tutto è cambiato nella Seconda repubblica, e già all’alba. Nel 1993 ci fu l’esordio, in primavera con replica in autunno, dell’elezione diretta dei sindaci. Sin lì, e spesso, le giunte comunali erano l’intermezzo fra una crisi e l’altra. La novità del sistema elettorale consegnò ai sindaci, oltre a un decisivo premio di maggioranza, la facoltà di nomina e di revoca degli assessori; soprattutto, si stabilì che l’interruzione del mandato provoca lo scioglimento del consiglio comunale, e quindi l’impossibilità di prendere il potere per congiura partitica.

Nel 1993 furono eletti direttamente dai cittadini i sindaci che preannunciarono il bipolarismo, e cioè l’intera Seconda repubblica: a Venezia e a Napoli i postcomunisti Massimo Cacciari e Antonio Bassolino, a Roma e a Torino, appoggiati dal Pds, Valentino Castellani e Francesco Rutelli, a Palermo il retino Leoluca Orlando, a Milano il leghista Marco Formentini. Il buon successo della sinistra convinse Achille Occhetto che per miracolo, pochissimi anni dopo la dissoluzione del comunismo, la storia consegnava a i postcomunisti il momento di prendere il potere del paese: Occhetto varò la gioiosa macchina da guerra e accelerò la caduta del Parlamento degli inquisiti.

Ma anche l’arrivo di Berlusconi. Chissà, forse davvero questo giro annuncia che sul regno arcoriano il sole sta tramontando così come la presa di Bologna (Giorgio Guazzaloca per il centrodestra, 1999) annunciò che il prodismo scricchiolava. E come - staremo a vedere - il doppio colpo di Nichi Vendola in Puglia (2005 e 2010), e quelli di Giuliano Pisapia a Milano e di Massimo Zedda a Cagliari, premettono il ritorno della sinistra radicale nel cuore del palazzo.



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Supporter Pdl aggrediscono coi caschi

Corriere del Mezzogiorno

Alcuni sostenitori del nuovo sindaco aggrediti in via Palepoli Vernetti

Una giornata surreale tra vecchi slogan e fantasmi del passato

di Vittorio Macioce



Dall’opposizione le solite frasi superate. Parlano di liberazione mentre rispuntano reduci ormai spariti: Prodi, Cento e Ferrero...



È sbornia e vendetta. È il ghigno di rabbia dopo la frustrazione. È voglia di mettersi in mostra o di regolare i conti, prima di tutto fra di loro, poi forse penseranno agli altri. È la solita smania di parlare di liberazione, quando da liberare non c’era proprio nulla. Tutto questo porta a dire ad alcuni vecchi saggi della sinistra: speriamo di non rovinare di nuovo tutto per troppa enfasi, estasi, eccitazione. È così che dopo aver sconfitto Berlusconi a qualcuno meno ebbro viene da dire: quanto durerà questa sinistra? A vederli ora butta male.

L’unica cosa certa della giornata è il cappottone subito da Pdl e Lega. Il resto sono sospetti. Il primo è che la sinistra ha vinto ma con sé non porta nulla di nuovo. Anzi puzza di vecchio, di rancido, di soliti volti, senza un progetto, senza un’idea. È come se si fosse aperta una falla nel passato e tornano tutti in fila i vecchi slogan, con le parole di sempre, scorie del Novecento, con Pisapia che mette in mostra il suo Pantheon personale dove dormono Pertini, Topolino e Che Guevara. La piazza, davanti al Duomo, canta Bella Ciao e la compagnia di giro degli artisti si prepara alla passerella di rito: Paolo Rossi, Eugenio Finardi, Flavio Oreglio.

Celentano c’è con l’anima e dopo settimane da santone ora si sente profeta. Umberto Eco, che ormai vive in un mondo parallelo, si bagna di nostalgia. «Abbiamo sottratto a Berlusconi il certificato di sana e robusta costituzione. Sull’orlo degli 80 anni ritrovo la Milano di un tempo grazie a voi, la Milano del bar Giamaica dei pittori e degli esperimenti artistici». Nichi Vendola è partito in fretta da Bari per metterci capello, spostando all’ombra il mite Pisapia. Saluta le bandiere arancioni e quelle di Rifondazione, si inchina ai cartelli con scritto «Berlusconi game over» e poi saluta imitando Checco Zalone: «Abbracciamo i fratelli rom e musulmani». È retorica. Rom e musulmani lo sanno. Come si fa a credere a uno che parla così?

A Montecitorio, intanto, si rivedono i fantasmi. Sono le cinque della sera e in un «Transatlantico» deserto irrompono Giordano, Cento, Mussi, Elettra Deiana, Ciccio Ferrara. Segue a ruota anche Paolo Ferrero. Sono i reduci dell’Unione, la sinistra extraparlamentare che si era rifugiata nel limbo dei senza poltrona. Finora hanno campato bene con le rendite da ex parlamentari. Risentono il profumo dei soldi. Entusiasti per la vittoria, spiegano: «Stiamo trattando col Pd per fare la manifestazione tutti insieme». Ma questi manifestano sempre? Se vincono, se perdono, se vanno in pensione. Lavorare stanca, manifestare ti riporta al tempo che fu.

Al Pantheon la sagoma di Prodi oscura tutto. È tornato e fa «pat pat» sulla capoccia a Bersani. È qui per dire al Pd che il progetto di Veltroni è fallito, che il destino della sinistra non può deviare dal suo modello: l’insalata ideologica che vince ma non può governare. Eccoli di nuovo tutti lì, da Vendola a Di Pietro, cattolici e post marxisti, tenuti insieme dall’antiberlusconismo. E se un giorno il Cav non ci sarà più? Chi vi tiene? Che vi lega? Non conta neppure il paradosso di aver eletto sindaco un garantista a Milano e un manettaro a Napoli.

L’euforia annacqua tutto. Prodi così festeggia anche per De Magistris, quello che lo indagò per l’inchiesta Why not e che puntando l’indice contro Mastella fece caracollare il suo governo. Ma è festa. Battiamo le mani.

Le batte pure Fini, che con i suoi miseri voti spinge anche lui per metterci la faccia. «Senza di me non sarebbe caduto. Ho fatto quel che potevo per farlo finire. Alzerei ancora il dito per dire: che fai mi cacci?». È il suo epitaffio politico. Ma c’è chi si accontenta della sconfitta altrui.

Pisapia e De Magistris urlano: «Abbiamo liberato Milano», «abbiamo liberato Napoli». Non si sa da cosa. Dalla dittatura? da Bassolino e dalla Jervolino? A loro piace parlare di liberazione. La sputtanano, come parola, ma va bene così. Solo un dubbio: chi ci libererà dai liberatori?




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A Milano Vendola ruba subito la festa a Pisapia E svela il suo vero programma su rom e islamici

di Sabrina Cottone


Il leader di Sel sale sul palco e improvvisa un comizio per attribuirsi il successo elettorale del neo sindaco: "Il prossimo obbiettivo è liberare Palazzo Chigi". Nonostante l'endorsement dei cattolici di sinistra, Nichi cita solo i musulmani. Ecco chi condizionerà le scelte del Consiglio



Milano - La banda suona l’Internazionale socialista mentre Giuliano Pisapia dà il via ai festeggiamenti di piazza. «Compagni, noi siamo il gran partito dei lavoratori. Non più servi, non più signori». Applausi, grida, trombette, palloncini.

«Ma ha vinto Nichi Vendola o Giuliano Pisapia?». Il colpo d’occhio (e d’orecchio) su piazza Duomo vale più di tante analisi politiche e dipinge con una pennellata di colore la distanza tra i sogni d’indipendenza del neo sindaco di Milano e la realtà della politica. Altrimenti che cosa ci farebbe mai Nichi Vendola sul palco con vista guglie? «È la capitale del Nord espugnata. Sembrava il fortino e il bottino consegnato per sempre alla destra» si sgola il leader del populismo di sinistra targato Sel.

Vendola si lancia in un proclama un po’ da santone e molto alla Malcolm X: «Abbracciamo i fratelli rom e i musulmani». Il governatore della Puglia è in trasferta a Milano, mette la sua bandierina sulla piazza che ha visto la preghiera islamica davanti al Duomo. Fa un discorso a metà tra il politico e l’aspirante leader religioso: «Vogliamo abbracciare quelli che vogliono pregare qualunque Dio! Basta, non ne possiamo più della loro arroganza, la politica deve cambiare, ci vuole una politica di dialogo e di apertura».

L’avvocato Giuliano Pisapia tenta timidamente di riprendere la scena: «Io sono grande amico di Vendola ma a Milano si è vinto perché abbiamo parlato dei problemi di Milano». Ma ormai è chiaro che Nichi Vendola è deciso a rubargli la festa, a ricordargli che la vittoria è anche sua. Soprattutto sua, sembra pensare il presidente della Regione Puglia, che usa il palco milanese come trampolino per le sue ambizioni nazionali: «Il prossimo obiettivo è liberare Palazzo Chigi! Oggi finisce la pornografia al potere, mi aspetto elezioni anticipate».

Segue un avviso di sfratto al governo e una dichiarazione di guerra fredda anche per il Pd e i partiti per così dire tradizionali: «Non ho ancora sentito Pier Luigi Bersani o Antonio Di Pietro. Sono qua, in mezzo al popolo. Stasera ci sarà tempo per le telefonate...». Adesso è il momento di mettere il cappello sulla vittoria, di ricordare a tutti (Pisapia e Bersani in primis) a chi dovranno pagare pegno.
Perché una cosa è vincere e un’altra governare. E l’occupazione di piazza Duomo organizzata da Vendola nel giorno in cui la sinistra vince la sfida a Milano significa che Sel e la sinistra radicale hanno intenzione di alzare la testa in giunta. I numeri sono dalla loro parte. Le elezioni hanno portato in consiglio comunale un drappello di esponenti della sinistra estrema in grado di condizionare ogni decisione. A Palazzo Marino non si muoverà foglia che Sel e compagnia non voglia.

Molto pesante il voto alla sinistra radicale: tra Sinistra ecologia e libertà (4,7), la Lista civica per Pisapia (3,1) e Rifondazione comunista (3,1), il voto che si può definire comunista si aggira sul 12 per cento. A questo si aggiunge il 2,5 dell’Italia dei valori di Di Pietro e l’1,7 dei radicali. Così, oltre l 15% dei voti e ben nove consiglieri su quarantotto arrivano da un’area molto radicale. In più il Partito democratico ha collezionato il 28,6 per cento dei voti, ma il successo delle preferenze ha premiato soprattutto candidati outsider come Stefano Boeri e dell’area ex Margherita. Più debole il sostegno agli ex ds.

Tutto ciò peserà molto adesso che si tratta di scegliere i dodici uomini della giunta Pisapia. Il neo sindaco in campagna elettorale ha promesso che sei di questi dodici saranno di sesso femminile e che una di queste signore sarebbe diventata vicesindaco. Si è ipotizzato un arrivo da Roma della parlamentare Marilena Adamo o da Strasburgo dell’europarlamentare Patrizia Toja, ma ai futuri assessori è stato chiesto dal partito di abbandonare gli altri incarichi e di dimettersi dal Parlamento. Così è possibile che la scelta per le donne in giunte cada su altri nomi: Daniela Benelli e Patrizia Quartieri di Sel, Carmela Rozza del Pd, Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della carità, la manager Anna Puccio.

I cattolici di sinistra, a partire dai seguaci di don Virginio Colmegna, si sono spesi molto per la vittoria di Giuliano Pisapia. Hanno firmato proclami e appelli, hanno garantito parecchi voti e eletto un discreto numero di consiglieri. Adesso si aspettano ruoli importanti: tre assessori sui sei chiesti dal Pd e per Maria Grazia Guida si è parlato di un incarico da vicesindaco con deleghe ai Servizi sociali. Al momento hanno dovuto cedere la scena ai fratelli musulmani di Nichi Vendola.




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Ora c'è la prova: Mani pulite fu un blitz politico

di Stefano Zurlo


A quasi vent’anni dal terremoto di Tangentopoli, l’ex procuratore capo di Milano, Borrelli, dice: "Dovrei chiedere scusa, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per quello attuale". E così fa capire quella doveva essere una rivoluzione in toga



Una battuta che aveva gela­t­o la platea raccolta in una libre­ria milanese. Una battuta che molti avevano preso sul serio. «Se fossimo in Giappone- ave­va detto Francesco Saverio Bor­relli- mi scuserei per il disastro seguito a Mani pulite. Non vale­va la pena buttare all’aria il mondo precedente per casca­re poi in quello attuale ».Pecca­to che si trattasse di un’unghia­ta venata di ironia e amarezza. Il procuratore della Repubbli­ca che smantellò la Prima Re­pubblica non cambia. E lo con­f­erma con un’intervista al Gior­no : «La mia era, ovviamente, una battuta. Non devo chiede­re scusa a n­essuno per aver fat­to il mio dovere di magistrato ».
Anzi, il pm che ha segnato un tratto della storia italiana si lan­cia in un ragionament­o che pa­re più da sociologo o da studio­so che da giudice: «La differen­za fondamentale è che, allora, chi era colto con le mani nel sacco si vergognava. Oggi non si sa cosa sia la vergogna». Allo­ra, naturalmente, vuol dire nel triennio 1992-1994, quando il Pool di Antonio Di Pietro diede scacco matto alla Democrazia cristiana, al Partito socialista, ai loro alleati laici e di fatto man­dò al macero la nomenklatura della Prima Repubblica. Inevi­tabilmente la guerra alla corru­zione, alla concussione, al fi­nanziamento illecito diventò un attacco al sistema; la perse­cuzione dei singoli reati si tra­mutò nell’azzeramento di un ceto politico e per qualche tem­po le sorti dell’Italia furono nel­le mani di una pattuglia di ma­g­istrati, venerati dall’opinione pubblica.
Accadde e col senno del poi quella stagione, apparente­mente esaltante, è stata riletta e reinterpretata attraverso lo specchietto retrovisore della critica. Ci furono eccessi e ge­neralizzazioni. Dunque, colpi­sce che quasi vent’anni dopo, Borrelli, ormai pensionato, si sbilanci ancora con giudizi che mescolano pericolosamente il codice e la morale, col risultato di bollare un’epoca, la nostra, e marchiare col fuoco del di­sprezzo la Seconda Repubbli­ca. Per carità, quelle di Borrelli sono parole sintetiche, poche frasi dopo un lungo silenzio. In più, come ex non più in servi­zio il magistrato ha tutto il dirit­to di entrare nelle vicende del­la cronaca. Ma il Borrelli pen­siero fa comunque una certa impressione: siamo ancora dalle parti del «resistere, resi­stere, resistere»,ovvero al fortu­nato slogan che il procuratore coniò nel 2002 e che è diventa­to i­l manifesto della magistratu­ra con la ramazza in mano.
La magistratura che non combatte gli illeciti ma il male, la magistratura che vuole rifon­dare il Paese, la magistratura che svolge un compito, come si dice in questi casi, di sup­plenza. È la magistratura che diventa la stampella principa­le per le istituzioni, come la pro­cura guidata da Borrelli fu per un certo periodo il bastone cui si appoggiò anche il presiden­te della Repubblica Oscar Lui­gi Scalfaro. È la magistratura che svolge un ruolo di interdi­zione, è la magistratura che dà disco rosso al Parlamento e si mette di traverso alle iniziative legislative. Sono trascorsi qua­si vent’anni da quel 17 febbra­io 1992 in cui fu scritto l’ incipit di Mani pulite con l’arresto, nel suo ufficio alla Baggina, di Mario Chiesa e per certi aspetti l’Italia non è mai uscita da quel­l’emergenza.

O meglio, allora iniziò una lunga transizione istituzionale che non si è anco­ra conclusa. Certo, il ragiona­mento di Borrelli sembra anco­ra rispondere a quella logica, la logica in cui la magistratura non toglieva solo le mele mar­ce dal cesto ma decideva con un avviso di garanzia la soprav­v­ivenza o il crollo di una carrie­ra. Carica morale e grande po­polarità: un mix che portò il Po­ol a duellare con i politici, a lan­ciare proclami in tv, a condizio­nare i governi. Oggi Borrelli sembra ancora legato a quel­l’immagine. A quella cartolina del rito ambrosiano.Certo,l’ex kaiser di Mani pulite, perso­naggio di grande sottigliezza, specifica che la sua «non era un’analisi politica, né sociolo­gica». E aggiunge che la sua «angolazione»non è quella del­la politica che, evidentemen­te, spetta ad altri.

Parole sacro­sante che però non modifica­no il suo spartito. E la sua ripro­posizione della realtà: la città della legge contro la città dell’il­legalità. Nell’intervista al Giorno Bor­relli prova a disinnescare una critica che lo accompagna da sempre: quella di aver indaga­to a senso unico, sempre sul versante dei moderati, grazian­do la sinistra. «Io- è la sua repli­ca - so solo che nelle nostre in­dagini entrarono anche perso­naggi appartenenti alla sini­stra, penso al caso delle tangen­t­i per la metropolitana milane­se ». È una questione controver­sa che si trascina da anni. Bor­relli, intanto, non rinuncia a ri­­battezzare la città nell’acqua­santiera della legalità.




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Napoli adesso è libera, olé Ma non erano alleati con chi governava prima?

di Mario Giordano


Con la prima dichiarazione da sindaco l’ex magistrato De Magistris si esalta: "Abbiamo salvato la città". Peccato, al potere c’erano i suoi alleati



Napoli liberata? Ma da chi? Il nuovo sindaco De Magistris sceglie la prima dichiarazione nell’archivio storico dello sbarco di Salerno: ullalà, arrivano i nostri, la dittatura è finita, finalmente torna la democrazia in città, le truppe dell’oppressione si ritirano sconfitte. Perfetto: ma le truppe dell’oppressione chi erano? Quelle della Iervolino? O quelle di Bassolino? Sono vent’anni che la sinistra governa ininterrottamente la città. Se questa è una liberazione, beh, è stata innanzitutto una liberazione dal Pd.

Per carità: il Pdl ha preso una batosta storica e dovrà pure interrogarsi sulle sue gravissime mancanze. Non riuscire a vincere in una città che è stata amministrata dalla Iervolino è come non riuscire a battere a braccio di ferro un uomo su cui è passato un caterpillar. Bisogna impegnarsi a fondo e con grinta per riuscire a fare una simile figura da peracottari. Però, ecco, se la sconfitta è del Pdl, non altrettanto evidente è la vittoria del Pd. Anzi, «la città resta in mano al centrosinistra», gongola la Iervolino. Ma come? La città non è stata appena liberata?

La verità è che in Campania hanno perso sia il Pdl, sia il Pd, sia, soprattutto, la politica. Un napoletano su due ha scelto di non andare a votare. E quelli che sono andati a votare hanno scelto di appoggiare non i candidati degli schieramenti principali, ma un rappresentante dell’anticasta, un ex magistrato dalle cause perse, un masaniello dalle manette facili e dal pensiero debole che non rappresenta nessuna cultura politica, nessun radicamento ideale, ma fa da collettore di tutti malumori locali e nazionali. Malumori che, in tempo di crisi e di indignados, hanno ben ragione di esistere, sia chiaro. Ma bastano per governare?

Per il momento non importa. Avanti, si fa festa, si suonano i tamburi in piazza Plebiscito. Vedrete che, per un po’, il grande vento dell’entusiasmo coprirà tutto e tutti. Un film cui abbiamo già assistito ai tempi del cosiddetto Rinascimento di Bassolino. Ricordate quante celebrazioni? La delinquenza? Sparita. I bassi? Sanati. La miseria? Arricchita. La camorra espulsa. E i morti ammazzati? Incidenti sul percorso del riscatto. La gente spara? È in segno di festa. La gente spara ancora? La festa è proprio grande. Grazie a De Magistris la legalità trionferà, l’immondizia sparirà e Hamsik resterà a giocare al San Paolo. Anche la camorra, per dire, dov’è finita? Dicevano che controllava tutte le elezioni. Dicevano che non si poteva vincere a Napoli senza il suo appoggio. Invece De Magistris ha trionfato. E la camorra, fateci caso, non c’è già più. Nessuno ne parla nelle dichiarazioni post voto.

Ma si capisce: appena vince la sinistra le grandi emergenze finiscono. Non c’è più il pericolo della camorra, non c’è più l’attentato alla Costituzione, non c’è più la dittatura che mortifica la democrazia. Strana dittatura, no? Si va alle urne, si vota, c’è chi vince e c’è chi perde. Però se vince democraticamente la destra si grida al regime. Se vince democraticamente la sinistra, invece, si grida alla liberazione. Ma liberazione de che? Qui a Napoli governavano la Iervolino e Bassolino, se mai c’è stato un regime e un malaffare era il loro. E ognuno sceglie di farsi liberare da chi crede, anche se non può non apparire strano un Paese in cui si sventolano le manette come simbolo di libertà...

Eppure il nuovo miracolo partenopeo, il sangue del San Gigi delle manette che si scioglie e dà il via alla festa di piazza, ha un pregio: rende ancora più evidente la duplice sconfitta. Quella del Pdl, certo, ma anche quella del Pd. Il partito di Bersani, infatti, per vincere ha dovuto rinunciare a se stesso, rinnegare il suo passato e nascondere le sue magagne e le sue vergogne dietro il lembo di una toga. E adesso ha capito che davanti a sé a solo due strade, in tutto il Paese: o rinunciare di nuovo a vincere o rinunciare per sempre a se stesso. Affidandosi a un masaniello, a un Pisapia, a qualche estremista rosso. O a un giudice liberatore (nel senso che ci libera dal Pd).


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