lunedì 30 maggio 2011

Tra nucleare, Libia e un pizzico di Urss: ora auguri di buon comunismo a tutti.

Libero








Era il 1986, pochi mesi prima che A. venisse al mondo: esplose la centrale di Chernoby. Un anno dopo un referendum stabiliva: in Italia niente atomo. Cresceva la paura di un disastro nucleare, e con lei la diffidenza del Belpaese nei confronti di quegli impianti che ci servirebbero come ossigeno. Intanto quelle centrali, oggi, continuiamo a combatterle. Ma questo è un altro discorso. Nel luglio dello stesso anno l'Italia dichiarò l'embargo di forniture militari alla Libia (di Gheddafi). Certo, non si trattava di una guerra, ma è facile scorgere qualche analogia con il presente. Spostiamoci indietro di qualche mese, torniamo nel 1985, quando quel simpatico ometto con una macchia in fronte divenne segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica. E' Michail Gorbacëv, l'uomo della perestrojka e di glasnost, l'uomo che - volente o nolente - ha fatto calare il sipario sull'Unione Sovietica e sul comunismo in Europa. E quindi nel mondo.

Soffiava un vento nuovo, quando A. muoveva i primi passi e non capiva nulla di quel che gli accadeva intorno. Uno dei suoi primi ricordi - ha un padre che quando sente il rombo del motore Ferrari trasale per l'emozione -  è quello del terribile incidente di Ayrton Senna. Questo per dire che tutta quella gente arrampicata su un muro, tutta quella gente che lo distruggeva con martelli, martelletti e tanta rabbia liberatoria, per lui non significava nulla. Come nulla significavano Chernobyl, Gorbacëv, la Libia e l'Urss. Poi, anche a lui, è toccato leggere le pagine dei libri di storia. A scuola, con sommo dispiacere, non gli propinavano soltanto gli almanacchi dei Gran Premi. Così ha scoperto qualcosa su Chernobyl, sulla Libia e su Gorbacëv (su Senna aveva già dato). Così ha scoperto che quel 9 novembre del 1989 era successo qualcosa di importante. Sarà stato il vento radioattivo della centrale Ucraina, sarà stato che il buon Michail non sapeva più che pesci pigliare, oppure sarà stato che, insomma, quel premio Nobel per la pace lo voleva. E come lo voleva. E meno male che lo voleva.

Sarà stato tutto questo, ma intanto quel muro crollava, pezzettino per pezzettino. Berlino tornava unita e il comunismo viveva il suo giorno simbolicamente più drammatico. Era finita un'era. Come ci ha insegnato quel capolavoro che è Goodbye Lenin, gli abitanti dell'est avrebbero potuto mangiare cetrioli non soltanto di marca Spreewald. In quel film, per dirla tutta, la signora voleva solo cetriolini Spreewald. Ma si sa, ai registi piacciono le bizzarrie. A tutti gli altri teutonici marchiati da lunghi anni rossi, invece, cominciò a piacere l'aria meno viziata del sogno capitalista. Piacevano i grandi magazzini. Impazzirono per la Coca Cola.

Cetriolini a parte, gli erano poi rimasti impressi i vaghi ricordi di quel Tg1 che aveva rapito l'attenzione di mamma e papà, nel 1991. Nel consueto lavoro retroattivo, ha rimesso insieme i cocci delle sue reminiscenze: quei carri armati che marciavano su Mosca volevano dire che l'Unione Sovietica non c'era più. Addio pure a Gorbacëv, che rispetto a quanto ci aveva regalato in precedenza il Pcus sembrava una manna dal cielo. Addio al comunismo. Ogni tanto si faceva sentire solo quel simpatico matto di Fidel, che a migliaia e migliaia di chilometri di  distanza, e a poche manciate di metri dal 'mostro imperialista', gli Stati Uniti, gli faceva quasi simpatia (torture e sistematiche violazioni dei diritti umani a parte). Un comunista al largo di Miami era (e resta) incredibile.

Sono passati venticinque anni dal 1986 da cui hanno preso spunto queste riflessioni. A. è nato e vissuto a Milano, dove di centrali nucleari non se ne sono mai viste, in quella Milano dove alcuni ministri sognano di avere l'atomo nel loro giardino. Ma questo - un'altra volta - è un altro discorso. Eppure i corsi e ricorsi storici fanno quasi sorridere. Siamo ancora qui a discutere del nucleare, gli attivisti di Greenpeace si calano dal tetto dell'Olimpico durante la finale di Coppa Italia e, probabilmente, un (altro) referendum seppellirà gli impianti ancor prima del primo mattone. Ma non è tutto. La Libia è prepotentemente tornata agli onori delle cronache, e anche in questo caso l'abbiamo scaricata: a questo giro non si tratta di embargo delle armi, ma di bombe belle e buone.

Corsi e ricorsi finiti? No, ce n'è un altro. Del comunismo ci eravamo dimenticati. Sì, c'è un presidente del Consiglio che spesso ricorda: "Attenti. Esistono ancora, e ce ne sono tanti". A. aveva i suoi dubbi, ma si sà che Berlusconi non rinuncerà mai a cavalcare le sue convinzioni. Eppure... Eppure scopre che nella sua città, dove un ballottaggio non si vedeva dal 1993 - da quando vinse Formentini, candidato 'scomodo', il primo Sindaco della neonata e urlante Lega Nord che fece breccia nel puritanesimo meneghino – nella sua città vince Giuliano Pisapia. Una vita in Rifondazione Comunista prima e con Sinistra e Libertà (e Vendola) poi. Pisapia espugna la roccaforte del centrodestra. L'avvocato di Carlo Giuliani, una persona di grande spessore ma dalle idee difficilmente digeribili per la città, è il sindaco di Milano. Non sarà il candidato dei centri sociali, ma i centri sociali sono contenti, garantito. In piazza del Duomo, l'abile retore Nichi Vendola chiede elezioni anticipate ed esulta: "E' la fine di un ciclo politico e culturale durato 15 anni, è la fine della dittatura della pornografia", spiega.

Pure a Napoli vince Luigi De Magistris, che comunista non è ma sembra più comunista dei comunisti per quella 'vaga' tendenza all'autoritarismo. Bene. Probabilmente nessuno sarà costretto a trangugiare cetriolini Spreewald. Per liberarci della sinistra Umberto Bossi non marcerà su Milano né con i tank né con una Grand Cherooke. Muri per dividere la Lombardia in due non verranno eretti. Semmai una moschea. Non ci saranno leggi speciali né premi Nobel, piuttosto solo tempeste fiscali. Però, alla fin della fiera, un sospetto gli è venuto: vuoi vedere che Silvio aveva ragione? Godeteveli, i comunisti.

30/05/2011







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Morto Mancuso, il ministro sfiduciato

La Milano di Vendola: "Abbracciamo i fratelli rom e musulmani"

di Redazione

Il leader del sel in piazza del Duomo per festeggiare la vittoria di Pisapia: "Questo è un avviso di sfratto al premier". E poi: "Quando penso che la Gelmini è ministro sto male"




Vendola marcia su Milano. Nemmeno un'ora dopo il risultato definitivo che attribuisce la poltrona di Palazzo Marino a Giuliano Pisapia, il presidente di Sinistra ecologia e libertà arriva a Milano per appendere il cappello e la faccia sulla vittoria di Giuliano Pisapia. E per lanciare il suo messaggio: siamo partiti da Milano per liberare l'Italia dal berlusconismo.

Un Vendola sicuramente emozionato, ma anche agitato e scomposto rilascia dichiarazioni ai giornalisti e poi arringa la folla arancione in piazza del Duomo. Vendola gongola e mostra il volto della vittoria moderata: "Oggi cambia tutto". "È doloroso - ha continuato -, vivere in un Paese in cui improvvisamente appare Borghezio, poi torni a casa e ti ricordi che Gelmini fa il ministro. Però ti accorgi che oggi è cambiato tutto, che l’ipocrisia degli affaristi è stata battuta dalla mitezza di Pisapia. Sono venuto da Bari per abbracciare voi e tutti i pugliesi di Milano". Il clima è da Liberazione e Vendola lo cavalca: "Una vittoria imponente, travolgente, un avviso di sfratto per chi occupa Palazzo Chigi. Ora mi aspetto le elezioni anticipate, perchè finisca un incubo". E poi, in preda all'emozione, svela il progetto per la Milano del futuro: "Ora abbracciamo i fratelli rom e musulmani".

Un comizio che anche Enrico Mentana (non certo berlusconiano), in collegamento dagli studi del tg di La7, stigmatizza con ironia: "E' una fortuna per Pisapia che Vendola abbia fatto questo comizio solo dopo la sua elezione". Appunto. Se il buongiorno si vede dal mattino...





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Choc in Egitto, maestro picchia alunni

Corriere della sera

Prima da i voti ai compiti dei piccoli, poi li colpisce col righello: arrestato

 

Il fotografo «partigiano» Mario Dondero

Corriere della sera

«Io sono un narratore. Frequentare Piero Manzoni e Buzzati è stata la mia università»


MILANO - Se volete incontrare Mario Dondero, vi conviene stare ad aspettarlo. Dovunque siate, prima o poi, potete scommetterci, passerà. Un nomade, un viaggiatore, un camminatore instancabile. Da sempre. Ancora oggi che è arrivato, come dice, alla quarta età.

Con la faccia da gabbiano sonnacchioso e candido, come fosse disegnata da Altan, di quelle che piacerebbero a un grande fotografo come lui, Dondero parla della sua vita consapevole dell'eccezionalità: il libro che ha appena pubblicato, a cura di Simona Guerra (Bruno Mondadori), mette insieme una fila incredibile di incontri con i protagonisti del secolo, ma anche di nomi minimi che incrociandolo hanno fatto la ricchezza della sua umanità decisamente fuori dal comune.

Lo dice Massimo Raffaeli nella prefazione: con la «nonchalance del un ritardatario cronico» è arrivato comunque puntuale agli appuntamenti della storia: in montagna durante la guerra di Liberazione, nella Milano bohémienne del Bar Giamaica, nella Parigi di Beckett, di Sartre e di Theodorakis (suo vicino di casa in rue Notre-Dame-des-Champs), nella Roma di Pasolini, di Moravia, di Flaiano, poi di nuovo a Parigi durante l'occupazione della Sorbona, ad Atene per il processo a Panagulis, nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar, nella Praga della Primavera, nell'Africa della povertà e degli eterni conflitti, nella Cambogia dei khmer rossi, a Cuba più volte, a Berlino nei giorni della caduta del Muro. E a Fermo, dove si stabilisce nel '99 («Vi spira un vento gioioso»), non si ferma di certo.

LA FAMIGLIA - Padre genovese direttore di un'azienda di birre, madre milanese: «Si separarono un anno o due dopo la mia nascita, e io ho passato l'adolescenza a fare il pendolare tra Milano e Genova, ma oggi mi considero apolide». La resistenza è la sua prima sfida: da sedicenne incosciente, parte da Milano insieme a un amico per finire nelle fila della Brigata Cesare Battisti della Val d'Ossola, dove durante un rastrellamento si ferisce ma viene salvato da un sergente paracadutista dopo aver aggredito un soldato tedesco che stava picchiando un vecchio montanaro.

«Prima di allora, ero quasi imbarazzato dalla mia inutilità, essendo poco esposto alle azioni belliche. Fu una lezione di vita indimenticabile, con emozioni estreme. La paura mi avrebbe paralizzato, la vincevo momento per momento nel tentativo di cavarmela». Di passaggio (sempre di passaggio) a Milano, nelle Cartiere Vannucci che al piano alto espongono una serie di sue fotografie storiche, Dondero ricorda un pericolo analogo vissuto nell'autunno 1970 in Guinea Conakry, dove finì in carcere come presunto mercenario al servizio dei portoghesi: «L'Africa può riservare sorprese, magari con 60 gradi di temperatura. Nonostante tutto, è il continente che preferisco, per via della speciale umanità, disarmata di fronte alla malizia occidentale».

A proposito di umanità africana: «Spesso il vantaggio degli africani, specie quelli delle zone più tribali, è non sapere quanti anni hanno. L'età mi pesa sul piano psicologico: mi piacerebbe non sapere quanti anni ho: penso di avere ancora nella pellicola diverse foto da scattare. Sono di un fondamentale ottimismo: per esempio, sarei contento di vedere un rivolgimento sociale, un ritorno alla solidarietà e alla coscienza civile».

Anche per questo, forse, collabora da anni con Emergency, «una vera internazionale sanitaria». Nostalgia dei bei tempi vissuti al Giamaica con l'amico Luciano Bianciardi, il «formidabile cantore» della Milano non ancora da bere forse ma ricca di incontri, di speranze, di affetti? «E anche di fame, tanta fame, vivevamo nella pensione delle sorelle Tedeschi in via Solferino, e quando arrivò da Grosseto, Bianciardi venne a stare con noi, ci colpì il suo spirito caustico, tagliente, rivoluzionario. Eravamo davvero malmessi ma credevamo in noi stessi. Nostalgia? Io non ho niente contro la nostalgia, è tenerezza, significa rimembrare con amore, malinconia, poesia la propria giovinezza.

Che male c'è nella saudade? Eravamo un piccolo clan di fotografi, Mulas, Castaldi Carrieri, Bavagnoli, Giulia Niccolai... Ci domandavamo: cosa faremo da grandi? Ma ci sentivamo forti, i nostri amici e maestri erano Piero Manzoni, i fratelli Somaré, Bergolli, Cassinari, Chighine, Quasimodo, Buzzati: erano già famosi e li guardavamo dal basso in alto, però stare accanto a loro era un impulso continuo a essere attivi e creativi, una sorta di università alternativa». Il Giamaica è rimasto, ma oggi si trova in un quartiere di lusso, tra moda e happy hour: «È così dappertutto, Saint Germain a Parigi è diventato un cimitero in cui vanno a vivere e a morire i ricchi: dove prima abitavano in venti ora ci stanno in due».


IL FOTOGRAFO - Come nacque l'idea di fare il fotografo, per un ragazzo che faceva il cronista di nera nei giornali cittadini? «Non ho mai pensato di diventare fotografo, non era nelle mie prospettive. Fu un vecchio amico a consigliarmi: perché non impari la fotografia? In realtà, il lavoraccio da cronista non mi piaceva: raccontare la vita di una persona in poche ore, senza neanche conoscerla... Così mi convinsi e all'Attualfoto appresi i primi rudimenti, facendo delle fotografie di cronaca bianca con una Rolleyflex che è durata poco tempo, imparai così, da timido qual ero, una certa disinvoltura nell'approccio con gli altri e l'abilità di penetrare nei luoghi difficili».

Il ragazzo ci sapeva fare, con la pellicola, e fu assunto come inviato in una rivista di attualità, con soli reportage fotografici, che si chiamava Le Ore: «Fu lì che apprezzai la libertà del fotografo rispetto all'ansia e alla disciplina del giornalista, c'era anche una lieve componente artistica e mi dissi: accidenti, che bello!

Da allora non ho mai più smesso: ma sempre nel fotogiornalismo». La fotografia per Dondero deve essere testimonianza civile, documento del presente, deve raccontare: «Adesso mi spacciano per un fotografo d'arte, ma il mio obiettivo è sempre quello, raccontare dalle pagine di un giornale. Sa cosa ci caratterizzava, noi fotografi milanesi del Giamaica? Il rifiuto del flash: si fotografava a luce ambiente, contro la volontà dei redattori che volevano immagini chiare, nello stile rosa da principesse. Ma a me non interessava l'estetica: sono sempre fuggito dalla camera oscura, a differenza di Mulas, che era uno scienziato della stampa. Io ero ansioso di sole e libertà». Senza conoscere la stanchezza? «No, non mi stanco di registrare il mondo che cambia, di testimoniare per gli altri. Adesso sto in provincia e non ho ancora appeso la Laika al chiodo, potrei andare avanti a oltranza fino ai duecento anni».

Si schermisce, Dondero, sorridendo e accarezzandosi la testa e poi la nuca con una mano, per autodifesa e ricerca di complicità. «Mi interessa tutto, la radio, la macchina da presa, la scrittura, ma quella me la riservo per la quinta età». Per ora si rimane alla fotografia: «Le foto fatte controvoglia mi riescono male, ho sempre lavorato sull'onda delle mie simpatie personali. Camminando o viaggiando in pullman, in nave o in treno. La fotografia fatta per strada, con quel che ti propone la vita, ti permette di raccogliere pepite d'oro. E certo, non ho mai avuto voglia di vendere a tutti: la fotografia è un'arma double-face, con la stessa immagine puoi raccontare storie diverse. Per questo bisogna avere un rapporto stretto con le persone che scrivono: quanti reportage ho fatto con il mio amico Corrado Stajano!».

Ogni fotografia un pezzo di storia, grande e piccola: la Vanoni della «mala», la Berlino vista due giorni prima della caduta del Muro dalla terrazza del Reichstag («Mi ero intrufolato abusivamente»), Panagulis con i colonnelli («Lo vede quel militare che mi guarda? Venne per arrestarmi, ma feci in tempo a passare il rullino a Camilla Cederna»), George Best del Manchester storico, il gruppo famoso del Nouveau Roman..., la foto-simbolo da cui nacque ufficialmente il movimento letterario francese, come disse Robbe-Grillet. E il fastidio di Bacon, l'allergia all'obiettivo di Beckett, il fascino di Maria Callas, la passione e la franchezza dell'amico Pasolini. «Una passionaccia divorante, senza mai perdere di vista gli affetti».


Paolo Di Stefano
30 maggio 2011

Sequestro attrezzatura e multa salata Roma Nord, addio ai panini di Giorgione

Daniela Melchiorre... La donna che cambia i partiti come gli abiti

di Giancarlo Perna


La rinuncia al posto di sottosegretario, appena ottenuto, è l’ennesimo dietrofront della Melchiorre. La Miss Parlamento volteggia ovunque, da Dini a Prodi al Cav



La patologica inquietudine politica della deputatessa Daniela Melchiorre l’ha trasformata in una facezia ambulante.
Trascurando irresponsabilmente i suoi precedenti, la signora era stata nominata sottosegretario allo Sviluppo Economico il 6 maggio scorso. Apparteneva - ironia della sorte - al gruppo dei nove «responsabili» che il Cav ha voluto premiare con l’ingresso nel governo. Da allora, Daniela ha avuto solo il tempo - il 12 maggio - di compiere inutilmente (ai fini della stabilità psicologica) i 41 anni, prima di dimettersi dall’incarico di tre settimane prima. Melchiorre era stata promossa per essersi schierata in aprile con la maggioranza che sollevò il conflitto di interessi tra Procura di Milano e Tribunale dei ministri sul caso Ruby. In altre parole, aveva manifestato col voto gli stessi sospetti del Cav sulle doti di equilibrio di Boccassini & Co. Detto da lei, ex magistrato, sembrava una posizione meditata. L’altro ieri invece, con un nuovo ghiribizzo, si è dimessa per il motivo opposto: protestare contro la stranota biliosità del Berlusca verso i giudici.
Come fosse improvvisamente caduta dal pero, Daniela si è indignata perché il Cav è andato a piagnucolare da Obama sui pm brutti e cattivi. «Non è accettabile che si giunga a tanta volgarità - ha detto -... Non posso dimenticare di essere un magistrato e di avere indossato con orgoglio e con onore la mia toga». E giù una sviolinata agli ex colleghi - «orgoglio e onore che sono quelli della quasi totalità dei magistrati che, silenziosamente, svolgono il proprio dovere» -, prima di fare, con fiero cipiglio, il gran rifiuto: «Constato che, almeno per me, non vi è spazio per un contributo all’attività governativa». Ossia, io non mi sporco. Tié.
Essendo questa, minimo, la quinta giravolta melchiorrea in un pugno d’anni, il centrodestra si è sbattuto qua e là per le risate. Primo a riprendersi, il collega di governo, Guido Crosetto, che per esprimere il rimpianto suscitato nel Pdl dal forfait di Daniela, si è ispirato a Crozza: «Mancherà al Paese il suo enorme bagaglio culturale, il suo profilo morale, il suo eccelso senso delle istituzioni. L’Italia perde un pilastro!». Crosetto - per inciso - è uomo mite e gentile. Ergo, la Dani è il genere di smorfiosetta che può far perdere le staffe a un santo.
Essendo la signora così mobile, per parlarne bisogna trovare punti fermi. Il più saldo, è che trattasi di uno schianto. Chiome nere sciolte, labbra tumide, decolté da capogiro ne fanno una quarantenne da studios di Bollywood. È stata eletta miss Parlamento ed è la prescelta per un eventuale calendario per camionisti. Su un campione di 800 guidatori di Tir, il 27 per cento ha indicato in lei l’ideal tipo della «donna autorevole e autoritaria» da appendere in cabina. Fin qui, non ci piove. Sul resto si va tentoni. Dani è considerata dura e volitiva. Il suo clone e compagno di partito - i Liberaldemocratici -, Italo Tanoni, un adorante, dice di lei: «È bellissima, ma con le palle». Sulla rivelazione stiamo alla parola di Tanoni, osservando però che l’attributo non attenua i confusi zig-zag della titolare.
Daniela è romana, sposata, un figlio. Prima di affacciarsi alla vita pubblica, ha studiato danza classica per dodici anni, come Mara Carfagna (seconda classificata nel sondaggio dei camionisti). Tanto talentuosa da farsi notare - così ha raccontato - dal coreografo Maurice Béjart. Ha vinto, su seimila concorrenti, uno dei nove posti messi in palio dalla Scala, ma lo ha subito mollato. Astrale anticipazione - anche nei numeri: nove ballerine, nove responsabili - dell’attuale sdegnoso abbandono del governo.
Attaccate al chiodo le scarpette, seguendo il solco tracciato dal padre generale, è entrata nella magistratura militare come sostituto procuratore. È stata a Verona e a Torino. Ma per amore della politica, ha lasciato presto la toga. Se la sente però addosso perché, come dice Oscar Luigi Scalfaro - che, magistrato per una manciata d’anni, ci ha menato il torrone per una vita -, una volta indossata non la deponi più. Un po’ come gli alpini che si mettono il cappello anche in spiaggia. Senza contare che il reducismo della toga paga: se fai il garantista ti corteggia il Berlusca, se fai il giustizialista ti arruola Bersani. In un modo o nell’altro, entri in Parlamento e ti sistemi. È il modo migliore per pendolare in base alla convenienza, nello stile di Dani tra aprile e maggio.


A scoprire Melchiorre è stato Lamberto Dini. Con qualche avventura alle spalle, un paio di matrimoni e una fama di charmeur, ebbe una folgorazione da intenditore. La bella bruna era presidente della Margherita a Milano, dove vive. La sponsorizzazione diniana, le mise le ali ai piedi talentuosi, avviando la stagione delle piroette. Comincia a flirtare con la sinistra. «Mi trattavano come un vaso in una cristalleria», disse. Così, nel 2006, in quota Lamberto, entra nel governo Prodi e diventa sottosegretario alla Giustizia del ministro Mastella. È lei che pela la gatta della bambina ucraina «rapita» dalla famiglia ligure e pretesa dal Paese di origine. Fu allora che fummo abbagliati per la prima volta - nei talk show tv - dalle chiome corvine e le tumescenze danielesche. Litigò col suo Guardasigilli sull’amnistia e fu punita col ritiro temporaneo delle deleghe. Mise allora il broncio alla sinistra e si rivolse al Cav che le garantì il seggio per la legislatura successiva. Nell’aprile 2008, è eletta deputato Pdl. E ora attenti che comincia il galoppo. In luglio, lascia il Pdl per il gruppo Misto.
In novembre, passa all’opposizione. Nel 2009, si presenta alle europee con i suoi LibDem e la lista è la meno votata in assoluto. Nell’aprile 2010, lascia la sinistra per il centro. Si allea con l’Udc, poi anche con i fuorusciti finiani, intrigando con i Bocchino e i Briguglio nella santa alleanza contro il Mostro brianzolo. Il resto è noto. Quest’anno in aprile (mese delle paturnie), si riabbarbica al Cav in vista del sottosegretariato e lo ottiene. Finché, travolta dalla contropaturnia di maggio, lo rifiuta. Tra un mese, tirerà la monetina e deciderà che altro inventarsi.




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Dirigenti e piloti, pensioni d'oro Ai precari cento euro al mese

Quotidiano.net


Il rapporto dell'Inps: al Sud assegni più leggeri. Oltre metà dei pensionati non arriva a 500 euro, solo il 9,9% è sopra i 1500


ROMA, 30 maggio 2011



AI DIRIGENTId’azienda la rendita più alta, oltre sei volte quella di agricoltori e artigiani. Al secondo posto quella degli ex piloti ed ex assistenti di volo, che battono alla grande sia i lavoratori dipendenti a riposo sia chi ha smesso di celebrare messa. Ultimi, senza via di scampo, i co.co.co.
A spulciare il rapporto annuale 2010 dell’Inps, non si scopre solo che più della metà delle pensioni non arriva ai 500 euro, che il 79% degli assegni di ferma sotto quota mille e che solo il 9,9% supera i 1.500 euro. L’istituto di previdenza guidato da Mastrapasqua scompone ovviamente i dati anche per categoria e per zona di residenza.

E QUINDIsi ottiene che gli ex dirigenti percepiscono una pensione annua media pari a 49.246 euro lordi. Poco più sotto c’è chi ha passato una vita sull’aereo: può contare su 45.333 euro. In sostanza il fondo volo garantisce mediamente 3.500 euro al mese. Naturalmente gli ex piloti hanno un assegno ben più pesante di quello delle ex hostess. Va veramente male ai collaboratori (i famosi co.co.co.) iscritti alla gestione separata: circa 100 euro al mese. Non se la passano granchè bene nemmeno i preti: il fondo per il clero assicura appena 7.464 euro l’anno ai suoi 14.404 pensionati. Per gli ex coltivatori diretti la media dei trattamenti previdenziali e di 7.940 euro l’anno, analoga a quella degli artigiani (7.937). Chi ha svolto un’ attività commerciale prende 9.196 euro. Quanto agli ex lavoratori dipendenti, si devono accontentare di 11.192 euro

NATURALMENTE i dati vanno interpretati. E’ noto che agricoltori e artigiani versano pochissimi contributi durante la loro vita lavorativa, al contrario dei dirigenti o di chi guida gli aerei. Ed è stranoto che con i contratti di collaborazione si è destinati a una vecchiaia da fame. Quanto ai preti, il fondo Inps è scarno, ma detto questo non si può accusare lo Stato italiano di essere avaro con il Vaticano, visto che oltre all’8 per mille può contare su esenzioni Ici (anche sulle attività commerciali), sconti fiscali e aiuti alla scuola privata.

SONO in parte da interpretare anche i dati elaborati a livello territoriale. Il rapporto Inps ci dice che vivere da pensionati è molto più difficile al Sud, dove l’assegno è inferiore del 19,5% rispetto al Nord-Ovest e del 12,1% rispetto alla media nazionale. Un dato è sostanzialmente stabile da anni: la differenza tra chi vive nel Mezzogiorno e chi vive nel resto d’Italia si è ridotta solo dello 0,7% dal 2004 al 2009. Due anni fa la pensione media al Sud era pari a 10.808 euro l’anno, nel Nord-Ovest di 11.805 e nel Nord-Est di 10.959. Va però ricordato che il costo della vita al Sud è meno caro di quello del Centro-Nord.

AL DI LÀ della scarsa consistenza delle pensioni, l’Eurostat fornisce un altro dato poco confortante per gli abitanti della penisola: il nostro Paese «si colloca all’ultimo posto tra i paesi Ue per le risorse destinate al sostegno del reddito, alle misure di contrasto della povertà o alle prestazioni in natura a favore di persone a rischio di esclusione sociale».


di Olivia Posani





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La regina Elisabetta ha un incubo: il referendum per l'indipendenza scozzese

di Redazione



Secondo quanto rivela il Times la sovrana britannica ha incontrato il primo ministro David Cameron a Buckingham Palace, allarmata dalla vittoria dei nazionalisti alle elezioni scozzesi. Elisabetta avrebbe chiesto al premier di consultare un esperto costituzionale.



La regina Elisabetta teme per l'unità del suo Regno. Secondo quanto rivela il Times la sovrana ha incontrato il primo ministro David Cameron a Buckingham Palace, allarmata dalla vittoria dei nazionalisti alle elezioni scozzesi tenutesi a inizio mese. Elisabetta avrebbe chiesto al premier di consultare un esperto costituzionale nel caso in cui venisse indetto un referendum sull'indipendenza della Scozia e, se vincesse il sì, il suo Regno venisse smembrato. In quell'eventualità, l'85enne Elisabetta diventerebbe l'ultima sovrana del Paese nato dall'unione dell'Inghilterra con la Scozia nel 1707.

Una fonte del palazzo ha confermato l'incontro tra la regina e Cameron e ha aggiunto che Elisabetta sarà tenuta informata degli sviluppi tramite i suoi collaboratori: «Indipendentemente dalle opinioni di Sua Maestà, è compito del suo segretario privato seguire queste problematiche prendendole seriamente ed è esattamente ciò che sta accadendo ora».

Nonostante voglia l'indipendenza della Scozia, il leader dei nazionalisti scozzesi Alex Salmond, che ha ottenuto la maggioranza nel Parlamento di Holyrood il 5 maggio, ha un ottimo rapporto con Elisabetta con la quale condivide la passione per i cavalli. Salmond ha dichiarato che nel caso di vittoria del sì, la regina continuerebbe a rivestire un importante ruolo simbolico in Scozia, diventandone il capo di stato. Ma se la Scozia conquistasse l'indipendenza, Salmond farà in modo che sia il popolo scozzese e non la sovrana a godere degli introiti generati da una maxi centrale eolica al largo della costa, attualmente territorio parte delle proprietà della Corona.

Intanto il gabinetto scozzese si sta muovendo per impedire alla Corte Suprema di Londra di deliberare su casi scozzesi. La Scozia ha un suo tribunale per gli appelli, ma la corte suprema londinese al momento è competente nei casi in cui la legge scozzese entri in conflitto con quella dei diritti umani.

Cameron dal canto suo ha promesso di «battersi con tutte le suo forze» per mantenere l'unità del Regno. Dietro le quinte è messo sotto pressione da Lord Forsyth, ex ministro per la Scozia, affinchè venga approvato un emendamento alla legge sulla Scozia, attualmente sotto esame alla camera dei deputati, che permetterebbe di tenere presto il referendum sull'indipendenza. Londra così spera di non dare a Salmond il tempo sufficiente a raccogliere consensi tra la popolazione.

Anche se la regina non può apertamente esprimere la sua opinione riguardo a questioni di stato, in una rara «svista» nel 1977, in un discorso ai Comuni in occasione del suo giubileo d'argento, criticò la devolution dicendo: «Non posso dimenticare che sono stata incoronata regina del Regno Unito, di Gran Bretagna e Irlanda del Nord»




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Grillo, un oracolo fallito: il suo partito anticasta ormai è diviso in correnti

di Stefano Filippi



A Genova il Movimento 5 Stelle, che dovrebbe rinnovare la politica, è dilaniato da lotte intestine. E il leader media come un vecchio Dc


Il «nuovo» che avanza nella politica italiana, Beppe Grillo e le sue Cinque stelle, è già vecchio, vecchissimo. Il movimento del comico che si propone come «altro» rispetto ai partiti maggiori, contro i quali combatte una personalissima crociata anti-tutto, è già un partito come tutti gli altri, fatto di correnti, spaccature, liste contrapposte, lotte interne. Grillo gira le piazze urlacchiando di voler trasformare le rappresentanze politiche e riportare i cittadini a essere protagonisti, mentre i grillini passano il tempo a rubacchiarsi i voti e farsi le scarpe.
Vedere, per credere, quello che succede a Genova, che non è una città qualunque ma la patria di Beppe Grillo. Le notizie sono pubblicate dal Secolo XIX, e non dal sito-blog del comico, che invece dedica ampio spazio ai cetrioli assassini di Malaga che seminano il panico in Germania. A Genova i seguaci del poeta del «vaffa» sono spaccati a metà. Da una parte c’è il «meetup» 20, dall’altra il nucleo storico. I «meetup» sono comunità che nascono su internet attorno a interessi specifici, a volte sfociando in incontri reali. Sul web servono prevalentemente per rimorchiare, ma Grillo li ha trasformati in gruppi di azione sul territorio. Dc e Pci le chiamavano sezioni.
E come le vecchie sezioni, anche i «meetup» litigano. Invece che sfruttare l’onda del trionfo elettorale che li ha portati a surclassare Di Pietro e il Terzo Polo, i grillini si scannano senza complimenti. Un anno fa la tendenza-Tafazzi, che stava per sfociare in due liste contrapposte alle regionali in Liguria, aveva indotto Grillo a non presentarsi, rinunciando a un bel gruzzolo di voti. Ora il padre-padrone del movimento ha lanciato un avvertimento in vista delle amministrative dell’anno prossimo, quando devono essere rinnovati il comune capoluogo e la provincia: «Basta liti - ha tuonato ai suoi - mettetevi d’accordo, questa volta dobbiamo esserci».
Ma gli anti-politici sono anche disobbedienti. Insoddisfatti dei partiti e renitenti agli ordini di scuderia. Più sono piccoli e più si accapigliano. Ogni «meetup» raccoglie le proteste di qualche comitato anti-qualcosa presente sul territorio. I «no gronda» della Valpolcevera e di Voltri (contrari a una nuova tangenziale) stanno con gli «storici», mentre i «no bus-via» della Valbisagno sono schierati con il «meetup» 20. E poi ci sono i comitati contro l’inceneritore, la moschea, l’inquinamento, il piano urbanistico. Ognuno con il suo piccolo angolo di visuale, la sua fetta di ragioni e la frenesia di battere i pugni.
Interessi contrapposti e pacchetti di voti in palio: «Possiamo portare a Grillo almeno 7mila firme a sostegno del nostro programma», dice al «Decimonono» Rosa Vagge, leader degli anti-bus. Gli «storici» tuttavia non ne vogliono sapere: «Quelli del 20 cercano di fare pace ma non vedo margini - ribatte Daniele Cecere, uno dei leader - I responsabili di quel gruppo ci hanno sottratto con l’inganno le chiavi della piattaforma 20».
Così, tra una raccolta di firme e una piattaforma che passa di mano con l’imbroglio, cresce nuovamente il rischio di vedere i grillini divisi in due liste. Perché il vero nodo da sciogliere, una volta messi d’accordo i signori del «vaffa», sarà scegliere un candidato che vada bene a tutti. Pare che Grillo voglia puntare su un ventenne semi-sconosciuto come a Milano, mentre altri preferirebbero qualcuno con un minimo di esperienza, una candidatura «vera» e non di bandiera.
Il guru a cinque stelle avrebbe in mente una soluzione vecchia maniera: fare una sorta di congresso virtuale, mettere ai voti sul web le due liste e incoronare con il marchio del movimento quella che otterrà il maggior numero di consensi. Insomma, il nuovo che avanza utilizza i sistemi del passato celati sotto la modernità di internet. Ma la sostanza non cambia: il movimento è spaccato, le sezioni fanno a braccio di ferro e non è detto che i perdenti non trovino un’altra piattaforma su cui farsi sentire. E l’anti-politico ricciuto e incazzato dovrà mediare come un doroteo qualsiasi.




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