domenica 29 maggio 2011

Napoli, l'usuraio con 8 milioni in casa si godeva tre pensioni di invalidità

Il pm a caccia del "Compagno G" "Mani pulite non è servita a nulla"

La Stampa







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Eroi della Cia vittime di Bin Laden

Il Tempo


I due 007 morti nel '98 a Nairobi nell'attentato all'ambasciata Usa. Tom Shah, musicista, e Molly Huckaby Hardy, nonna, lavoravano "sotto copertura" in Kenya nella lotta al terrorismo.

I due 007 della Cia morti a Nairobi nel 1998 Tom Shah e Mollu Huckaby Hardy Eroi segreti. Eroi mai dimenticati. Persone normali, che amavano la musica e la danza, appassionati di terre esotiche e interessate alla cultura dei Paesi lontani. Amanti del giardinaggio e affascinati dai dialetti africani. Erano figli e figlie, genitori e fratelli. Domani l'America ricorda i suoi veterani nel Memorial Day, ma di molti di loro non saranno mai resi pubblici i nomi.

Sono i caduti della Cia: quegli uomini e donne uccisi nella guerra al terrorismo. Due di loro ora saranno riconosciuti pubblicamente grazie ad alcuni colleghi della «Company» che hanno rivelato all'Ap la storia di questi due «silenziosi guerrieri» della lotta al terrorismo. Tom Shah e Molly Huckaby Hardy sono tra i 44 americani uccisi dal camion bomba che esplose davanti all'ambasciata degli Stati Uniti in Kenya nel 1998. Anche se non è mai stato pubblicamente rivelato, i due lavoravano, sotto copertura, per la Cia.

Sono da considerarsi le prime vittime nella guerra ad Al Qaeda della Central agency. Due storie nascoste di agenti segreti molto lontani dagli stereotipi hollywoodiani, ma non per questo dalla vita meno avventurosa. Molly Huckaby Hardy, 51 anni, impiegata del Dipartimento di Stato, per 25 anni aveva lavorato nel Foreign Service in mezzo mondo: in Asia, Sud America e Africa. Gli amici ora raccontano la sua passione per i viaggi e le culture esotiche.

I familiari come del resto gli amici non sapevano che lavoro facesse veramente. Divorziata e madre di una figlia, Molly Hardy era appassionata di teatro e danza, e lei stessa aveva organizzato spettacoli teatrali per la comunità americana durante i suoi soggiorni in Laos, Vietnam e Brasile. Negli ultimi tempi, però, come rivelano alcuni sue lettere, era stanca di tanto viaggiare e aveva espresso il desiderio di tornare in patria, voleva ritrarsi e fare la nonna.

Gli ultimi suoi incarichi sono stati in Africa: prima a Joannesburg e poi in Kenya. Due destinazioni non considerate a rischio. Alla stazione Cia di Nairobi, Molly Hardy gestiva le finanze dell'ufficio compresi i fondi per pagare fonti e operazioni di spionaggio. Ancora pochi mesi e il suo desiderio sarebbe stato esaudito. Sarebbe tornata a casa. Ancora più affascinante la storia di Tom Shah. Non era un soldato o un marine. Era un musicista del Midwest.

«Era un ragazzo vivace e allegro, auto ironico e con un forte senso dell'umorismo», ha dichiarato all'Ap, Dan McDevitt, un compagno di classe e amico intimo di St. Xavier High School di Cincinnati, Ohio, dove Shah si dilettava come trombettista. Shah, il cui vero nome era Uttamlal, era l'unico figlio di un immigrato indiano e di madre americana, con la passione per gli affari internazionali. Così Tom Shah ha seguito i corsi della scuola delle Nazioni Unite e, nel bel mezzo della Guerra Fredda, fu uno dei primi studenti della scuola a imparare il russo.

Di tanto in tanto, si recava in India con il padre. Shah ha insegnato musica e occasionalmente suonato in una band. La sua tesi di dottorato alla Ball State non ha nulla a che vedere con il lavoro che poi farà: «Le canzoni solo di Edward MacDowell. Un esame di stile e influenze letterarie». Nel 1987, dopo aver conseguito il suo dottorato, Shah ha fatto domanda per un posto federale, diventando, ufficialmente, un diplomatico. In realtà, appena assunto, Tom Shah fu spedito alla «Farmer», la scuola di spionaggio della Cia in Virginia.

Qui è stato istruito su temi di sorveglianza, controspionaggio e l'arte di acquisire fonti. Quest'ultima è particolarmente difficile da insegnare, ma Shah si è mostrato un allievo particolarmente dotato tanto da essere considerato uno dei migliori del suo corso. Shah è stato assegnato al Divisione Vicino Oriente: parlava correntemente l'hindi e russo e ha mostrato un talento per le lingue così da imparare l'arabo in poco tempo. Ha lavorato a Il Cairo e a Damasco e, anche se era giovane, gli ex colleghi hanno detto che si è subito dimostrato uno degli agenti più promettenti dell'«Agenzia».

Nel 1997 era a Langley, nell'Iraq Group, la squadra della Cia che si occupava dello spionaggio contro il regime di Saddam Hussein. In quel periodo, la Cia si convinse che un alto funzionario iracheno era disposto a fornire informazioni in cambio di una nuova vita negli Usa. Per valutare le informazioni e l'aspirante disertore fu deciso di mandare una persona esperta. Era un lavoro rischioso: l'informatore poteva essere un agente doppio e , poi, se l'incontro fosse stato scoperto, si poteva rischiare di essere uccisi. Fu scelto Tom Shah.

Gli incontri furono concordati in Kenya: Paese ritenuto più sicuro. Era la più importante operazione messa in atto in quel momento dalla Cia. Hardy il giorno dell'attentato stava uscendo dall'ambasciata per recarsi all'appuntamento con l'informatore iracheno quando l'esplosione lo investì. Osama Bin laden giustificò l'attacco a Nairobi sostenendo che quella era un'importante base della Cia. Non aveva tutti torti. L'uccisione del capo di Al Qaeda è, non solo la fine di una caccia infinita, ma il compenso di un tributo di sangue che la Agenzia di intelligence ha pagato in questi anni.


Maurizio Piccirilli
29/05/2011




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Le donne pronte a tornare in piazza per i loro quattro miliardi

La Stampa







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Wiki-rivelazioni, Veltroni; "chi è D'Alema ? Un comunista, amico dei terroristi arabi"

Liberi






Massimo D’Alema ha un limite più forte di lui: in fondo all’animo resta sempre un comunista e al momento buono questa sua formazione ideologica salta fuori. Parola di uno che lo conosce come le sue tasche: Walter Veltroni. È il 26 febbraio 2008, siamo all’inizio dell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento italiano. Romano Prodi è già ko insieme al suo governo, Silvio Berlusconi già marcia verso palazzo Chigi. Il suo avversario questa volta è proprio Veltroni. Sembra battuto in partenza, ma i primi sondaggi lo accreditano di una certa rimonta. Il politico è noto, ma nel governo ha sempre avuto ruoli di secondo piano. Non è così conosciuto a livello internazionale. Per questo il 26 febbraio l’ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, invita a pranzo Veltroni. Insieme affrontano tutte le questioni internazionali che interessano gli Usa, comprese alcuni comportamenti di politica estera del governo Prodi che hanno allarmato il principale alleato italiano. Tutto il colloquio poi viene fedelmente trascritto dall’ambasciatore e inviato alla segreteria di Stato americana. E il rapporto Spogli nel silenzio generale ora è finito su Wikileaks.

Si parla di politica italiana, della campagna elettorale, di politica economica, di questioni energetiche e soprattutto dei dossier internazionali del momento. A un certo punto Spogli mostra a Veltroni una entusiastica dichiarazione del ministro degli Esteri uscente del governo Prodi, che era appunto D’Alema, con cui si congratulava per l’assunzione del potere a Cuba da parte di Raul Castro. «Veltroni», scrive Spogli alla segreteria di Stato Usa, «è apparso imbarazzato e ha detto che spesso il retroterra ideologico di D’Alema salta fuori dalle sue dichiarazioni». Una presa di distanza notevole, sia pure in un colloquio riservato che probabilmente Veltroni immaginava sarebbe restato fra le mura dell’ambasciata. Ma non è stata l’unica sciabolata del fondatore del Pd verso il rivale di partito da una vita. Quando si è passati ad affrontare il dossier sul Medio Oriente Veltroni è passato dalla sciabola al bazooka nei confronti di D’Alema. Ecco come ha annotato il colloquio Spogli: «Veltroni è stato aspramente critico sull’atteggiamento di D’Alema nei confronti di Israele, e in particolare ha aggiunto testualmente che “non si possono fare affari con organizzazioni terroristiche” come Hamas e gli Hezbollah».
 
Dunque per Veltroni D’Alema era un ex comunista che cercava di nasconderlo, ma poi inciampava sempre nel peccato originale ideologico, e da ministro degli Esteri aveva tanto pelo sullo stomaco da cercare di fare affari con i terroristi palestinesi. Bel ritratto offerto agli americani dell’uomo che in quel momento era ancora ufficialmente ministro degli Esteri di un governo di centrosinistra.

Pur di accreditarsi con gli americani però Veltroni sembrava pronto a dire di tutto. Anche a prendere le distanze da Prodi, presidente del Consiglio in carica. Quando il pranzo è virato sulla questione iraniana infatti Spogli si è lamentato spiegando che l’atteggiamento di Prodi verso l’Iran è stato il dossier di politica estera italiana che più ha causato frizioni con gli Stati Uniti. L’ambasciatore «ha citato il caso delle sanzioni economiche verso l’Iran, criticando il governo Prodi per i suoi frequenti incontri ad alto livello con leader del governo iraniano».

Secondo il cablogramma inviato da Spogli a Washington Veltroni ha preso subito le distanze da Prodi: «e ha rimarcato che l’Iran rappresenta una “chiara minaccia”, sostenendo che la continuità delle sanzioni economiche è vitale e concordando sul fatto che incontri ufficiali ad alto livello con funzionari del governo iraniano (il riferimento è a Prodi, ndr) indeboliscono e insidiano il messaggio della comunità internazionale». Per finire sulla politica internazionale - ma questo era più che scontato - Veltroni ha rassicurato gli Usa: «se vincerò io le elezioni, non potranno esserci incomprensioni e disaccordi». Spiega Spogli: «Veltroni ha enfatizzato la sua decisione di non correre in una coalizione dove potesse ancora avere un ruolo la sinistra estrema, spiegando che così il suo governo avrebbe avuto una voce chiara sulle relazioni transatlantiche dell’Italia». Così anche sull’Afghanistan «Veltroni ha riconosciuto i problemi incontrati dalla Nato sul territorio e ha assicurato che l’Italia potrà e vorrà impegnarsi di più lì».
 
Nel colloquio anche fiumi di miele nei confronti di quello che avrebbe dovuto essere il suo vero avversario, Silvio Berlusconi. «Veltroni ha spiegato che la complicata legge elettorale italiana può forzare a politiche bipartisan, facendo mettere d’accordo lui e Berlusconi. Però ha aggiunto che l’accordo nelle sue intenzioni è limitato alle sole riforme istituzionali e alla legge elettorale».
Infine il capitolo energia: Spogli si è lamentato del fatto che negli ultimi anni, proprio con il governo Prodi, l’Italia è divenuta troppo dipendente dalla Russia. «Veltroni ha rassicurato che questa dipendenza verrà corretta attraverso soluzioni di medio termine (4-7anni), con la costruzione di rigassificatori e altre infrastrutture».

di Franco Bechis

28/05/2011





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Svelato il mistero del volo di Hess: cercava l'alleanza inglese contro l'Urss

di Enrico Silvestri


Il 10 maggio 1941 l'alto gerarca nazista, volò in Scozia per una missione segreta. Secondo il settimanale «Der Spiegel» cercava l'alleanza o la neutralità di Londra nella guerra contro la Russia. Fu poi condannato all'ergastolo a Norimberga e si suicidò nel 1987 a 93 anni, portando nella tomba il suo segreto








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Stragi naziste impunite? Diciassette ergastolani non scontano la pena

di Redazione







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Travaglio difende Silvio Ops... è tutta colpa di quelle 31 righe in più

di Mario Giordano


I giornalisti del Mattino rivendicano la pratica di allungare gli editoriali degli altri. Da Scalfari a Lerner, da Bocca a Santoro: ecco cosa leggeremmo se tutti facessero così


Avete letto l’ultimo articolo di Travaglio? Al secondo capoverso, proprio lì, c’erano 31 righe meravigliose. Non sembrava nemmeno lui. Diceva: «Ho scritto 27.321 articoli contro il Cavaliere, ebbene devo ammettere che 27.317 erano sbagliati, 2 erano esagerati e 2 erano inopportuni». Poi chiedeva scusa, ricordava le inchieste sbagliate di De Magistris, sfotteva Di Pietro per via delle Mercedes e delle mercedi e annunciava di avere già in cantiere il prossimo libro, intitolato: «Sulla via di Arcore. Storia di una conversione». Pare che Travaglio non si sia riconosciuto molto in queste 31 righe, inserite a sua insaputa dalla redazione. Ma la protesta è stata respinta al mittente dal comunicato del cdr: «Nessuna alterazione o manipolazione. Sono stati aggiunti al testo solo alcuni dati per rafforzarne l’impianto».

E Giorgio Bocca? Anche lui al secondo capoverso, 31 righe meravigliose. Diceva che la Resistenza, beh, non è stata quella roba che hanno voluto farci credere, in fondo ha ragione Pansa, il Sangue dei vinti, il Triangolo della morte, i massacri dei partigiani rossi sono stati coperti per troppo tempo. Poi non è mica vero che va tutto così male, Berlusconi l’è un brav fioeu, ai tempi di Milano 2 pagava anche piuttosto bene, per altro. Ci si poteva rifare la cantina con tutti quei soldi e pure il guardaroba, senza dover chiedere aiuto all’amico Missoni. Pare che anche Bocca non si sia riconosciuto molto in queste 31 righe, inserite a sua insaputa dalla redazione. Ma la protesta è stata respinta al mittente dal solito comunicato del cdr: «Nessuna alterazione o manipolazione. Sono stati aggiunti al testo solo alcuni dati per rafforzarne l’impianto».

Che cosa non si fa, del resto, per rafforzare un impianto, eh? Da quando il cdr del Mattino di Napoli ci ha dato questa bella lezione di giornalismo, per cui è legittimo inserire 31 righe (31!) in un editoriale senza premurarsi di avvertire l’autore né di sapere se l’autore condivide, nei desk dei quotidiani di tutta Italia è esplosa la festa. D’ora in avanti, infatti, si pensa di poter generalizzare la pratica in modo da «rafforzare adeguatamente l’impianto» di tutti gli editorialisti. Così presto potremmo trovare Eugenio Scalfari che spiega i danni causati da De Benedetti all’economia italiana; Michele Serra che sfotte i Milly Moratti boys, sostenitori di Rifondazione a suon di miliardi e champagne; e persino Michele Santoro che si scusa per aver creduto al pataccaro Ciancimino e alle sue parole al vento. «Quest’anno il premio TeleRatti per la trasmissione più brutta dell’anno me lo merito io», dirà il fondo del conduttore di Annozero. Lui non l’ha mai scritto, per la verità. Ma, come dice il cdr, «serve per rafforzare l’impianto».

Naturalmente nessuno di questi articoli ancora esiste, se non nella nostra fantasia, così come non esistono quelli di Travaglio e Bocca citati all’inizio. Ma mai dire mai: perché riservare solo all’editorialista del Mattino Giovanni Orsina, il privilegio di quelle 31 righe che, secondo l’autore, tradiscono completamente il pensiero, ma secondo il cdr «rafforzano l’impianto»? Per molto meno abbiamo visto, negli ultimi anni, l’Ordine dei giornalisti scatenato, commissioni riunite, sospensioni e censure distribuite a piene mani. Se qui non succede nulla, beh, vuol dire che la pratica è consentita. I desk fanno bene a esultare: d’ora in avanti ognuno può prendersi il suo editorialista di riferimento e usarlo à la carte, modificandogli il pensiero con 31 righe al secondo capoverso. A me, per esempio, piacerebbe un Mughini tifoso del Toro. Ve lo immaginate? «Aborro la Juve, adoro il granata». Serve per rafforzare l’impianto.

Non è una meraviglia? Piergiorgio Odifreddi potrebbe trovarsi a scrivere: «Caro Papa, ti chiedo scusa» (31 righe di dati sulla necessità di credere in Dio). Giovanni Sartori potrebbe trovarsi a scrivere: «Il Sultanato non esiste, Berlusconi ha salvato la democrazia» (31 righe di dati per dimostrare la necessità di credere nel Cavaliere). E Gad Lerner potrebbe trovarsi a scrivere: «Basta con il moralismo sul corpo delle donne, è tutta invidia perché non riesco più a farmi una velina» (31 righe di dati per dimostrare la necessità di rivalutare Striscia e il Drive In). Tutta roba forse un po’ contraria al pensiero degli autori, ma che ci volete fare? Serve per «rafforzare l’impianto».

La fortuna potrebbe toccare, naturalmente, anche agli editorialisti di questo giornale: nel fondo del direttore Sallusti comparirebbero 31 righe di elogio a D’Alema («come insulta lui, non insulta nessuno»), Marcello Veneziani dedicherebbe 31 righe di ode alla Padania e Nicola Porro si troverebbe 31 righe sull’economia così stataliste da sembrare scritte direttamente dal portavoce di Clelio Darida alle Partecipazioni Statali. A proposito, adesso che ci penso, non sono neanche sicuro di averlo scritto tutto io quest’articolo. Qualcuno potrebbe farmi la cortesia di aggiungermi 31 righe che non condivido per rafforzarne l’impianto? Adesso si usa così. È la moda del new journalism, intelligente e chic. Bisogna adeguarsi ai tempi. Brutti tempi, per altro, se il buon giorno si vede dal Mattino.






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Manning aveva problemi psicologici"

La Stampa






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Genova, spacciatore e finanziere arrestati: erano fornitori di don Seppia

Hacker nei server dei contractor: violati i segreti delle armi Usa

Quotidiano.net


Un gruppo di pirati informatici è riuscito a penetrare le difese delle aziende che riforniscono il Pentagono. La fuga di informazioni top secret potrebbe essere solo all'inizio: "Sono milioni le password clonate"








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Baciare una recluta contro la sua volontà non è "nonnismo"

La Stampa


Il codice penale militare non vieta le molestie che un militare più anziano fa su un giovane caporale. Questo è quanto emerge dalla sentenza 19748/11 della Cassazione.
Il caso
Dopo aver fatto delle lusinghe e dei complimenti al caporale, un sergente dell’esercito, l’aveva immobilizzata e baciata sul collo. Per questo veniva condannato. Col ricorso per cassazione si lamentava la mancata correlazione tra i reati contestati e il servizio prestato, presupposto questo, richiesto per la configurazione del reato militare. La condotta è estranea alle funzioni militari. Non è applicabile la disciplina degli articoli del codice penale militare di pace se il reato viene commesso per cause estranee al servizio e alla disciplina militare. Secondo la Suprema Corte infatti, nel caso in questione manca una correlazione tra la situazione in cui l’autore del fatto si è trovato ad agire ed il servizio militare. Per cui, la Cassazione annulla la sentenza impugnata senza rinvio. Questo non comporta, però, alcuna conseguenza in ordine alla procedibilità per il reato di violenza sessuale.




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