giovedì 26 maggio 2011

D'Alessio rinuncia al concerto pro Moratti «Non suono per i commenti della Lega»

Corriere della sera


Il cantante napoletano non sale sul palco in piazza Duomo. Timori di contestazioni a Napoli



MILANO - Niente Gigi D'Alessio sul palco alla chiusura della campagna elettorale di Letizia Moratti. Il cantante ha deciso di non presentarsi in piazza Duomo come reazione alle tante critiche ricevute per la decisione di esibirsi a favore di una coalizione che comprende anche la Lega Nord. E per diversi commenti negativi sulla scelta del suo nome emersi proprio dagli ambienti leghisti.

LE RAGIONI DELLA SCELTA - «Sono stato invitato dal presidente Berlusconi a festeggiare questa giornata ed ho aderito con piacere - ha spiegato il cantante -. Ma il clima di estrema tensione che si è venuto a creare, sia attraverso i giudizi di chi ha un pensiero politico diverso, che i commenti ricevuti da parte di alcuni esponenti della Lega Nord, in quanto napoletano, mi hanno indotto a recedere dall'invito e lasciare Milano». «Credevo - ha aggiunto D'Alessio - che in un paese libero e democratico non accadessero cose come queste. Ciascuno è e deve rimanere libero di esprimere la propria opinione senza per questo offendere nessuno ne tantomeno essere offeso o ancor peggio minacciati. Sono un libero pensatore e nelle mie canzoni rappresento sempre i buoni sentimenti. Voglio continuare ad essere me stesso e a raccontare storie d'amore, storie che uniscono e che non invitano mai al dissenso o a creare barriere».

«NON SUONARE PER I LEGHISTI» - Un'altra ipotesi rilanciata dalle agenzie di stampa collega la scelta di non esibirsi a Milano con la volontà di non subire contestazioni al concerto napoletano. Un appello a non cantare a Milano era arrivato ad esempio dai verdi napoletani, che pure sono nello schieramento opposto a quello di Gianni Lettieri, portacolori del centrodestra per cui D'Alessio salirà sul palco venerdì. «Lo invitiamo a non cantare per i leghisti che ci odiano ed insultano e risveglia l' orgoglio napoletano - hanno dichiarato il commissario regionale degli ambientalisti Francesco Emilio Borrelli ed il segretario cittadino Vincenzo Peretti - . Se lo farà dovrà aspettarsi di nuovo i fischi da Napoli come successe durante il concerto di Pino Daniele». Per i Verdi, D'Alessio «non può cantare per i leghisti che lo deridono ed insultano Napoli. In queste ore hanno anche rimesso in circolazione il video in cui il leghista Matteo Salvini si rivolge ai meridionali cantando: 'Senti che puzza, scappano anche i cani. Stanno arrivando i napoletani... Oh colerosi, terremotati... Voi col sapone non vi siete mai lavati...». E dopo la notizia dell'annullamento della performance milanese lo stesso Borrelli ha aggiunto: «Ha restituito onore ed orgoglio al nostro popolo rifiutandosi di fare il menestrello per i leghisti».

Redazione Online
26 maggio 2011



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Genocidio Ruanda, arrestato l'architetto Era latitante da 17 anni

Quotidiano.net


Bernard Munyagishari, leader delle milizie Hutu, secondo le accuse del tribunale internazionale di Arusha, partecipò alla pianificazione dell'eccidio che tra l'aprile e il giugno del 1994 costò la vita a 800mila persone.

Johannesburg, 26 maggio 2011

Da 17 anni fuggiva dalla sua coscienza. Nel giorno in cui è stato catturato Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, l'esercito congolese è riuscito a mettere le mani su Bernard Munyagishari, uno degli architetti del genocidio in Ruanda. L'ex leader delle milizie Hutu, secondo le accuse del tribunale internazionale di Arusha, ha partecipato alla pianificazione dell'eccidio che tra l'aprile e il giugno del 1994 costò la vita a 800mila persone. Gli aguzzini spesso si riferivano alle loro vittime chiamandoli "scarafaggi". Sulla testa di Munyagishari, ex insegnante di 52 anni, gli Usa avevano posto una taglia di 5 milioni di dollari. II latitante è stato arrestato a Kachanga ed è stato trattenuto a Goma, in attesa del suo trasferimento in Tanzania, dove si trova il Tribunale che lo dovrà giudicare per genocidio e crimini contro l'umanità.

La cattura è stato il frutto di un'operazione complessa. "Il procuratore Hassan Bubacar Jallow - ha fatto sapere la corte - ringrazia le autorità della Repubblica democratica del Congo per la cooperazione offerta. L'arresto è stato portato a termine, nonostante le difficili condizioni in cui abbiamo dovuto lavorare".

Munyagishari è accusato di avere fondato e addestrato il gruppo paramilitare Interahamwe, che assieme all'Impuzamugambi, fu tra i più attivi nell'eliminazione sistematica della minoranza Tutsi e degli Hutu moderati. L'ex professore avrebbe creato un reparto speciale, che si occupava di violentare e uccidere le donne. Lo stupro veniva utilizzato come una vera e propria arma di guerra. In seguito al suo arresto, la lista dei maggiori responsabili del genocidio del Ruanda conta ancora nove latitanti.

Si Luca Bolognini







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È scomparso l'attore Gino Maringola Addio a zio Pasqualino Cupiello

Corriere del Mezzogiorno

Classe 1917, l'attore napoletano aveva recitato con Luisella Viviani ed Emma Grammatica
Celeberrime interpretazioni con Eduardo



Gino Maringola

Gino Maringola


NAPOLI - Scompare un volto «icona» del teatro eduardiano e non solo. Nella notte scorsa è morto a 94 anni Gino Maringola, il celeberrimo zio Pasqualino di «Natale in casa Cupiello» e ancora zio in «Così parlò Bellavista», questa volta esercente di statue di madonne, in un negozio di via Duomo.
Classe 1917 e una storia teatrale eccellente - era stato tra l'altro in compagnia con Luisella Viviani - l'attore aveva lavorato con Gino Cervi, Emma Gramatica, Elsa Merlini e Nando Gazzolo.

Con Eduardo ha recitato anche in «Uomo e Galantuomo» nel ruolo del commissario, «Le voci di dentro» in quello di Pasquale Cimmaruta, «Il sindaco del rione Sanità» (nel ruolo di Vicienzo 'o Cuozzo) «Il contratto» (1981, nel ruolo di Giacomino Trocina) e in De Pretore Vincenzo.


Nat. Fe.
26 maggio 2011





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Huguette Clark, morta a New York l'ereditiera reclusa 80 anni nel lusso

Cina, prigionieri ai videogiochi forzati "Incollati al pc anche per 12 ore"

Quotidiano.net


Nel campo di lavoro di Jixi, oltre 300 detenuti erano costretti a incollarsi ai computer per uccidere demoni virtuali. I crediti virtuali accumulati venivano rivenduti dai secondini. "Guadagnavano anche 650 euro al giorno"

Pechino, 26 maggio 2011.

'Condannati' ai videogiochi forzati. Il sogno di molti teenager era l'incubo quotidiano di oltre 300 prigionieri cinesi, che di giorno spaccavano le pietre e di notte erano costretti a incollarsi ai computer per uccidere demoni virtuali. Quando il sole era alto, Liu Dali e i suoi compagni del campo di lavoro di Jixi (nel nord est della Cina) scavavano fosse nelle miniere di carbone. Non appena calava il buio, erano costretti, per conto dei secondini, a guadagnare enormi quantità di crediti virtuali, dandosi da fare nei videogame online. "In questo modo i boss della prigione - racconta Liu Dali al Guardian - facevano più soldi che sfruttando il lavoro manuale". Il racconto di quest'uomo di 54 anni, incarcerato per tre anni, è agghiacciante. "C'erano 300 detenuti costretti a giocare. Lavoravamo per dodici ore. Li ho sentiti dire che riuscivano a guadagnare qualcosa come 550-650 euro al giorno. Noi non abbiamo mai visto un soldo. I computer non venivano mai spenti".

I ricordi di quegli anni tormentano ancora Liu Dali, finito a Jixi per aver scritto una "petizione illegale" al governo centrale, in cui denunciava l'alto tasso di corruzione nella sua città natale. Oltre ai terrificanti lavori in miniera, sono state soprattutto le violenze subite per i fallimenti virtuali a tracciare un solco indelebile nella vita dell'ex prigioniero. "Quando non riuscivo a raggiungere gli obiettivi, mi punivano fisicamente. Mi costringevano a restare con le mani alzate e durante il tragitto per tornare al dormitorio, mi colpivano con dei tubi di plastica. Dovevamo continuare a giocare fino a quando la vista reggeva".

L'accumulo di crediti in videogame come World of Warcraft attraverso la ripetizione di semplici azioni è anche conosciuto come gold farming, ovvero la coltivazione dell'oro. Se le risorse sono virtuali, chi vuole comprarle per avanzare di livello o accrescere i propri poteri, deve pagare con soldi veri. Sono milioni i videogiocatori disposti ad aprire il portafoglio per entrare in possesso di questi preziosi crediti. Secondo il China Internet Center, in tutto il Paese ci sono almeno 100mila persone che vivono sfruttando i videogame online. Nel 2009, il governo centrale ha emesso una direttiva che rende illegale la vendita di crediti virtuali per le aziende senza licenza. «Ma Liu - scrive il Guardian - crede che lo sfruttamento dei prigionieri continui ancora oggi".


Luca Bolognini






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Blogger condannato per 'stampa clandestina', il primo in 30 anni

Quotidiano.net


Il giornalista e blogger Carlo Ruta ha perso il suo ricorso in appello dopo che nel 2008, un primo grado di giustizia, lo aveva condannato per la denuncia dell’allora procuratore della Repubblica di Ragusa, che si riteneva danneggiato dai suoi scritti

Roma, 26 maggio 2011



Erano trent'anni che nessuno veniva condannato per il reato di ‘’stampa clandestina’’, previsto dalla legge sulla stampa del 1948, ci è riuscito il giornalista e blogger Carlo Ruta, che vive a Ragusa, che in appello ha visto affibiarsi 150 euro di ammenda. La sentenza della prima sezione penale della Corte di Appello di Catania e’ stata pronunciata il 2 maggio scorso, ma se n’e’ avuta notizia oggi.
La sentenza conferma la condanna di primo grado pronunciata dal giudice Patricia di Marco del Tribunale di Modica il 9 maggio 2008 in seguito ad una denuncia dell’allora procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, che si riteneva danneggiato dall’attivita’ del blog di Ruta.
La condanna di Ruta suscito’ due anni fa interrogazioni parlamentari, una ondata di proteste politiche e del mondo del web e numerose attestazioni di solidarieta’.
‘’Seguendo la logica prevalsa - fu il commento dell’on. Giuseppe Giulietti - la quasi totalita’ dei siti web italiani, per il solo fatto di esistere, potrebbero essere considerati fuorilegge, in quanto appunto ‘stampa clandestina’, e cio’ in spregio a ogni regola della democrazia’’.
La Corte ha stabilito che il blog di Ruta deve essere equiparato a un giornale cartaceo quotidiano; pertanto avrebbe dovuto essere registrato come testata giornalistica presso il Tribunale, e invece non lo era, come la maggior parte dei blog.
La difesa ha eccepito che il blog e’ uno strumento di documentazione, non puo’ essere considerato un prodotto giornalistico. Quello di Ruta, fra l’altro, come e’ risultato da alcuni accertamenti, veniva aggiornato episodicamente e senza regolarita’ periodica.
Sul blog ‘’accadeinsicilia’’, sito di documentazione storica e sociale diffuso via internet dal 2001 al 2004, Ruta ha documentato vicende di malaffare e di connivenza tra politica, mondo degli affari e criminalita’ organizzata.
Ruta e’ ‘’sorpreso e amareggiato’’ dalla condanna in appello. Invece di chiudere il caso invocando la prescrizione del reato, fara’ ricorso in Cassazione per provocare un pronunciamento di legittimita’ della Suprema Corte su una questione che considera di interesse generale, con pesanti effetti sulla liberta’ di espressione e di informazione. ‘’Impugneremo in Cassazione la sentenza della Corte d’Appello che - ha spiegato l’avvocato Giuseppe Arnone, che ha assistito Ruta nei due gradi di giudizio - ritengo gravemente illiberale in quanto non tiene in adeguata considerazione i principi costituzionali che garantiscono la liberta’ di stampa e d’informazione: elementi essenziali della democrazia’’.





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Serbia, hanno catturato Mladic Il boia di Srebrenica ora attende l'estradizione al tribunale dell'Aia

Quotidiano.net


Il super ricercato per genocidio era latitante da 15 anni. La Ashton: "Grande passo per la Serbia". Frattini: "Una svolta". Il presidente Tadic: "Apriteci le porte della Ue"


Roma, 26 maggio 2011


Il presidente serbo Boris Tadic ha confermato l’arresto del super ricercato per genocidio, Ratko Mladic. La cattura è avvenuta nel villaggio di Lazarevo, 80 chilometri da Belgrado

“E’ il risultato della piena cooperazione delle forze di sicurezza serbe e del lavoro di ogni persona coinvolta in questa fase - è stato il primo commento del presidente - oggi chiudiamo un capitolo della nostra storia che riporterà riconciliazione nella regione”.

Dopo l’arresto di Ratko Mladic, ha aggiunto Tadic,  ‘’penso che per la Serbia le porte dell’Ue siano ora aperte’’.
 

Si identificava come Milorad Komadic ed è stato arrestato questa mattina presto in seguito a una operazione lanciata dopo una soffiata. La polizia inizialmente non si era sbilanciata ‘’e’ molto simile fisicamente a Mladic e ha alcune sue caratteristiche’’. Sono in corso analisi del Dna per identificare definitivamente Mladic, un risultato sarà pronto fra tre giorni.

Ricercato dal 1995, l’ex generale serbo bosniaco è accusato dal Tribunale penale internazionale dell’Aia (Tpi) del genocidio di 8.000 civili musulmani a Srebrenica, in Bosnia, nel luglio 1995. Se confermato, il suo arresto potrebbe essere una svolta per il cammino europeo di Belgrado, così come per la giustizia internazionale.

"IN VIAGGIO VERSO L'AIA" - Secondo la tv pubblica serba Rts, Ratko Mladic sarebbe gia’ in volo verso il Tribunale penale internazionale dell’Aja. Mladic è scortato da agenti delle forze di sicurezza e della Bia, l'agenzia di intelligence serba.

"NON E' VERO, PER ESTRADIZIONE CI POTREBBERO VOLERE SETTE GIORNI" - Il  viceprocuratore serbo per i crimini di guerra Bruno Vekaric, smentisce la notiza diffusa dalle tv Rts. Ratko Mladic è ancora in Serbia e la procedura per la sua estradizione verso il Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi) è in corso e può durare fino a una settimana.

LE REAZIONI

ASHTON - L’alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, chiede che Ratko Mladic sia trasferito “senza indugio” all’Aia, dove ha sede il tribunale penale internazionale.

Per la Ashton, l’arresto di Mladic è ‘’un importante passo in avanti per la Serbia e per la giustizia internazionale’’.

FRATTINI - “Si tratta di una vera e propria svolta che salutiamo con grande soddisfazione. Una svolta che auspicavamo e attendevamo da tempo, da oltre quindici anni, da quando Mladic fu condannato dal Tribunale Speciale per l`ex Iugoslavia per gli efferati crimini a Srebrenica e nelle guerre balcaniche dei primi anni 90`”, così ha commentato il Ministro Frattini.

MANCA SOLO HADZIC - Su 161 persone incriminate dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia dalla sua creazione nel 1993, dopo l’arresto del capo militare dei serbi di Bosnia Ratko Mladic resta un solo latitante. Goran Hadzic, 52 anni, ex presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Krajina, che si estendeva su circa un terzo del territorio croato durante la guerra (1991-1995), è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità.

E’ scomparso dal suo domicilio poco dopo la pubblicazione del suo rinvio a giudizio e non si è mai consegnato nonostante gli appelli del governo serbo. Hadzic deve rispondere di quattordici capi di imputazione per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, a seguito del suo presunto coinvolgimento nell’uccisione di centinaia di civili croati e della deportazione di decine di migliaia di croati e non serbi durante la guerra di Croazia (1991-1995).

Nel capo d’imputazione è menzionata in particolare la sua responsabilità nel massacro dell’ospedale di Vukovar, in cui furono uccise 250 persone di etnia non serba.

SCHEDA, MLADIC IL BOIA DI SREBRENICA - Ratko Mladic, del quale e’ stato annunciato oggi l’arresto, e’ passato alla storia come il boia di Srebrenica.

Ufficiale dell’esercito serbo-bosniaco, uomo duro e spietato, non si fermo’ di fronte a vittime inermi. Fu lui a guidare i reparti d’attacco a Srebrenica. La sua vita e’ segnata dalla violenza. Aveva appena due anni quando il padre viene ucciso dagli ustascia croati, alleati dei nazifascisti. La morte del padre lo segnera’ per sempre e per tutta la vita odiera’ sia i croati che i musulmani.

Quando esplode la guerra con la Croazia nel 1991, Mladic con il grado di colonnello assume il comando delle unita’ dell’esercito federale jugoslavo a Knin, che diventera’ di li’ a poco la capitale dei secessionisti serbi di Croazia. Di quel periodo si ricordano i pesanti bombardamenti che Mladic ordino’ su Zara dalla montagna che sovrasta la citta’, tattica che verra’ ‘perfezionata’ con gli assedi di Sarajevo, Gorazde, Bihac, Srebrenica nella successiva guerra in Bosnia. Mladic diventa il comandante dell’esercito dell’autoproclamata Repubblica Serba di Bosnia.

In sei mesi di guerra, Mladic conquista il 70% del territorio della Bosnia, avendo a disposizione la potenza militare dell’Armata popolare jugoslava (Jna) contro bosniaci e croati disarmati e inesperti. I suoi uomini attuano una brutale pulizia etnica (due milioni e mezzo di persone cacciate dalle loro terre e dalle loro case) in nome della Grande Serbia. Con lui tornano in Europa i campi di concentramento nei quali migliaia di prigionieri vengono picchiati, torturati, affamati e uccisi. I suoi uomini praticano lo stupro etnico come arma di guerra.

Contro Mladic, cosi’ come contro l’ex presidente Radovan Karadzic, il Tribunale penale delle Nazioni unite (Tpi) formalizza, nel luglio e nel novembre 1995, due atti di accusa per genocidio e crimini contro l’umanita’. Nel 1996, il Tpi emette contro i due un mandato di cattura internazionale. Nel novembre dello stesso anno, Mladic viene destituito dal comando dell’esercito serbo bosniaco ma continua a vivere tranquillamente tra Bosnia e Serbia, protetto dall’esercito dei suoi ex subordinati bosniaci e da quell’esercito jugoslavo di cui ha sempre fatto parte.

Protezioni che dureranno anche dopo la caduta del presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, nell’ottobre 2000, almeno fino a tutto il 2001. Dal 2002, deve iniziare a nascondersi con maggiore prudenza, ma puo’ sempre contare su una rete di appoggio clandestina di militari, ex militari e civili nazionalisti.

Tra le vittime della guerra in Bosnia vi e’ stata anche l’unica figlia di Mladic, Ana, che a 23 anni, nel 1994, si e’ suicidata a Belgrado. Secondo alcuni per quello che il padre stava facendo in Bosnia, secondo altri per la morte del suo fidanzato che Mladic, per allontanarlo da lei, aveva mandato al fronte.

Mladic, 69 anni, era uno dei due ultimi criminali di guerra serbi ancora latitanti e richiesti dal Tribunale penale internazionale dell’Aja. L’altro e’ Goran Hadzic, ex capo politico dei serbi di Croazia. Ma la latitanza del boia di Srebrenica e’ terminata oggi.







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Sicilia: scoperti in Regione 682 baby pensionati con soli 16 anni di contributi

Quotidiano.net


Inchiesta di Panorama porta alla ribalta un'incredibile storia di previdenza. Tutto regolare, è la legge regionale n. 104/2000, ma c'è chi percepisce anche lo stipendio del secondo lavoro


Roma, 26 maggio 2011


Sono in pensione dopo 16 anni di contributi, ricevono poco meno della busta paga dell'ultimo mese, percepiscono uno stipendio da un secondo lavoro che è, talvolta, in politica. Non sono i soliti membri della casta. Sono 682 dipendenti della Regione Sicilia di cui è stata accolta la domanda di pensionamento anticipato; 151 tra loro hanno meno di 50 anni. Com'è possibile?

Semplice: lo stabilisce la legge. Per la precisione, la legge n.104/2000. Qualora un dipendente della regione Sicilia dimostri di aver un parente prossimo in gravi condizioni di malattia, gli è possibile smettere di lavorare per impegnarsi ad accudirlo. La norma prevede almeno 20 anni di contributi per le donne e 25 per gli uomini (contro i 40 canonici cui sono sottoposti gli altri settori lavorativi - salvo, notoriamente, parlamentari e affini). Tuttavia, ci sono alcuni casi eccezionali in cui è consentito il pensionamento dopo solo 16 anni.

Certuni di loro hanno perso i loro cari pochi mesi dopo il pensionamento. Ma il diritto di pensionamento anticipatom una volta ottenuto, è acquisito. Il fatto che esso sia valido solo per i dipendenti regionali, ovvero a quelli siciliani, potrebbe però giustamente lasciare perplessi altri lavoratore che, pure nello stesso settore, hanno avuto la sfortuna di non capitare nel giusto territorio.

Il direttore del Fondo Pensione della Sicilia, Ignazio Tozzo, riconosce l'inadeguatezza della norma: ''La 104 si potrebbe agli handicap gravi, anche se forse sarebbe meglio eliminarla del tutto''. Così com'è, comunque, è un provvedimento difficile da giustificare. Soprattutto rispetto alla stragrande maggiornaza di pensionati che resiste alla fine del mese con solo 500 euro e quasi il triplo di anni di servizio alle spalle.







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Olbia, hacker in manette: un software per spiare tutte le targhe della auto

di Redazione

Per soli 49 euro l'hacker vendeva un software che permetteva di fare visure illimitate alla banca dati del Pre su intestatari e targhe delle auto. La polizia postale ha scongiurato una complessa attività criminale



Roma - Arrestato ad Olbia il pirata informatico che offriva a pagamento accessi illeciti alla banca dati del Pra. La polizia postale ha scongiurato una complessa attività criminale che partiva dal furto di identità digitale fino alla commercializzazione su ampia scala di informazioni sottratte da banche dati.

L'arresto dell'hacker Si è conclusa con l’arresto dell’hacker che ha diffuso sulla rete il software UrbanPra che permetteva di fare visure illimitate alla banca dati del Pre su intestatari e targhe delle auto. L'abbonamento al costo di una tantum di 49 euro. Le indagini, coordinate dalla procura di Roma, sono partite grazie alla segnalazione dei vertici dell’Aci, azienda titolare dei sistemi informatici che ospitano la banca dati del PRA, che recentemente ha stipulato una convenzione con il Dipartimento della pubblica sicurezza per per proteggere le proprie infrastrutture dai crimini informatici informatiche.

Il problema della sicurezza informatica E' sempre più stringente la necessità di sensibilizzare chi utilizza gli strumenti informatici. L’indagine ha infatti dimostrato come investimenti di centinaia di migliaia di euro fatti da importanti istituzioni ed enti governativi per proteggere le loro reti e banche dati a fronte della minaccia di attacchi possono essere completamente vanificati dalla vulnerabilità che grava sul personal computer in uso ad un dipendente di un piccolo ente periferico con l’antivirus non aggiornato o che non osserva con diligenza le basilari procedure di sicurezza. Il tema della sicurezza diviene ancor più sensibile laddove i sistemi o i servizi informatici attaccati rappresentano a tutti gli effetti infrastrutture critiche informatizzate di interesse nazionale. Nel cyberspazio la minaccia da fronteggiare non può trovare risposte convenzionali né isolate e tanto meno esaurirsi in meri investimenti tecnologici.

Le forze in campo Si tratta di un campo di battaglia dove si fronteggiano forze asimmetriche e dove sarebbero inadeguate tattiche difensive circoscritte ai propri confini naturali; occorre considerare il cyberspazio come territorio e patrimonio comune, per la cui sicurezza è indispensabile il contributo e l’azione sinergica di tutte le componenti, pubbliche e private, che a vario titolo lo utilizzano o vi sono esposte. Il ministero dell’Interno ha da tempo compreso ciò e dal 2003 ha stipulato accordi di partenariato per la protezione delle infrastrutture critiche nazionali dagli attacchi informatici, demandando le attività operative al Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche della polizia postale.





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"Le moschee? Creano reti di matrice islamica"

di Redazione


Francesco Botturi, docente di Filosofia morale all’Università Cattolica di Milano e membro del Comitato per il progetto culturale della Cei, pone un freno alla proposta di Pisapia di costruire una moschea a Milano: "Sono luoghi dove si creano reti internazionali di matrice islamica"



Milano - Non usa mezzi termini. "Le moschee non sono solo luoghi destinati alla preghiera, ma anche luoghi dove si educa e si creano reti internazionali di matrice islamica, e ciò può creare problemi". Francesco Botturi, docente di Filosofia morale all’Università Cattolica di Milano e membro del Comitato per il progetto culturale della Cei, pone un duro freno alla proposta di Giuliano Pisapia di costruire una moschea a Milano.


Professor Botturi, che giudizio ha tratto dalla lettura dei programmi elettorali del candidato Giuliano Pisapia e del Sindaco di Milano Letizia Moratti?
"L’offerta politica di Letizia Moratti mi sembra che riesca a dare una proposta e composizione alle esigenze di solidarietà sociale basate sulla libertà della persona di intraprendere, educare e vivere sul nostro territorio, tenendo presente il nostro sentire cattolico così diffuso."

In particolare quali sono gli aspetti del programma del Sindaco Letizia Moratti che lei apprezza di più?
"Faccio solo due esempi: il primo riguarda le innovazioni introdotte con il Welfare Ambrosiano per la famiglia, le donne, i bambini e gli anziani, in collaborazione con le associazioni del volontariato e del no profit che il Sindaco intende allargare, migliorare e proseguire. Il secondo esempio è il Programma di Governo del Territorio approvato dalla Giunta Moratti che, non solo va oltre l’housing sociale e può generare spazi abitativi a prezzi bassi per tutti gli operatori del terzo settore, ma soprattutto modifica radicalmente il consueto rapporto verticistico della programmazione urbanistica e introduce elementi importanti di cooperazione con il cittadino."

Come valuta il fatto che alcuni elettori cattolici di Milano abbiano dato il voto a Pisapia, nonostante una carriera di Parlamentare nelle file di Rifondazione comunista e che una parte del suo programma elettorale da sindaco sia ispirato a valori che la Chiesa definisce non negoziabili?
"Credo che questa scelta sia stata fatta perché su alcuni cattolici ha influito il suo richiamo alla solidarietà sociale. Ma questo valore non giustifica gli indirizzi di individualità libertaria del suo programma politico, frutto di una cultura individualista diffusa anche a Milano. Le due componenti, quella solidarista e quella individualista sono in contraddizione tra loro. La loro giustapposizione politicamente fa gioco, raccogliendo consenso sull’uno e sull’altro lato delle sensibilità culturali e sociali; ma in questo modo, facendo leva sulla solidarietà, vengono fatti passare linee culturali e politiche in contraddizione diretta con l’insegnamento della Chiesa Cattolica, presso cattolici un po’ distratti."

Che cosa si può fare per chiarire ai cattolici di Milano, ma anche a tutti cittadini, la natura problematica che porta con sé di questa offerta politica del candidato Pisapia?
"E’ un problema che, innanzi tutto, va affrontato sul piano culturale, analizzando il caso Pisapia all’interno della crisi antropologica della sinistra italiana, di cui è sintomo la contraddizione di solidarismo e individualismo. Da tempo la cultura politica di sinistra fa dei diritti libertari uno dei suoi pilastri, nel senso che promuove forme di legalizzazione dei 'desideri', cioè il riconoscimento giuridico dei desideri soggettivi, come nell’ambito della sessualità, dell’uso degli stupefacenti, del fine vita, ecc… Senonché l’individualità radicale si scontra con la solidarietà e questa collisione porta all’invocazione dell’intervento dello Stato, o di altri enti, tra cui il Comune, nella vita dei cittadini e nelle loro convinzioni etiche e religiose; infatti è l’istituzione che può coniugare attraverso leggi e regolamenti la solidarietà e la conflittualità. Ne è una prova il fatto che il programma del candidato Pisapia è attraversato dalla richiesta di forte intervento dell’istituzione pubblica e di nuove regolamentazioni, come ad esempio l’istituzione dell’ albo delle coppie in Comune".

Quale giudizio dà delle forti discussioni e divisioni tra cattolici sulla proposta di Pisapia di costruire una grande Moschea a Milano?
"La questione della grande Moschea di Milano va depotenziata in quanto oggetto di polemica, ma è cosa importante perché riguarda il tema della libertà religiosa, che riguarda in questo caso la componente islamica della nostra città. Per la Chiesa cattolica la libertà religiosa è un diritto fondamentale, parte dei diritti fondamentali dell’umanità. L’istituzione pubblica, dallo Stato al Comune di Milano, devono farsi carico dell’esercizio effettivo di questa libertà religiosa. A questo proposito la posizione del candidato Pisapia mi sembra allineata con coloro che pensano che bisogna dare espressione al diritto di culto, senza però tenere conto delle peculiarità delle ispirazioni religiose. In questo caso la posizione del Sindaco Letizia Moratti pare più ragionevole e prudenziale, perché ha come asse centrale la tutela del diritto al culto, ma guarda con attenzione a tutti gli aspetti del progetto implicati nella istituzione di un centro di culto islamico a Milano. Le moschee non sono solo luoghi destinati alla preghiera, ma anche luoghi dove si educa e si creano reti internazionali di matrice islamica, e ciò può creare problemi". 




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Ecco il libro Ferrari che costa come una Rossa

di Benny Casadei Lucchi


L’edizione Enzo "Diamante" dell’Official Ferrari Opus, in vendita a 175mila euro, è arrivata super scortata. Disponibile un solo esemplare per Paese. Oltre 800 pagine (con gemme in copertina) per sfogliare l’epopea del Cavallino Rampante



La grandezza di una passione si misura dalle follie che si è pronti a fare per cullarla. Talvolta anche dai rischi che si è disposti ad affrontare. Mettersi sul petto, per leggerlo, trentasette chilogrammi di libro, benché - ci mancherebbe - molto bello e documentato e tracimante amor di rosso vestito, non rientra nelle azioni più salutari. Così come non è salutare per il conto in banca spendere centosettantacinquemila euro pur d’impossessarsi dell’unica copia destinata all’Italia. Trattasi di quella con copertina limited edition con tanto di Cavallino Rampante incastonato di diamanti da 30 carati. Eppure, se ciò è stato pianificato, pensato, per di più pubblicato, significa che da qualche parte qualcuno pronto all’enorme gesto c’è per davvero. Fatto sta, da ieri sera, la creatura, cioè l’edizione Enzo “Diamante” dell’Official Ferrari Opus, è in vendita a Milano, per quindici giorni, al Ferraristore dove, davanti a un parterre esclusivo di ospiti, si è tenuta la prima italiana del volume giunto scortato come William e Kate.

Fatte le debite proporzioni, se un appassionato, magari il solito sceicco, è disposto a spendere più o meno il prezzo di una Ferrari di serie per un libro sulla Rossa, significa che è anche in grado di comprarsi tutta Maranello. Del libro, naturalmente, esistono anche altre versioni con prezzi decisamente fuoriserie ma, come dire, un filino, proprio «ino», più umani. L’editore inglese Eszter Karpati, proprietario della edizioni Opus che su licenza Ferrari - e con il supporto di Mubadala Development Company - ha lavorato all’opera, ha infatti previsto altre tre versioni.

La “Enzo”, in quattrocento esemplari, con custodia nera in fibra di carbonio, autografata dai campioni del mondo della Rossa su una lamina d’argento (costo 23mila euro); la “Cavallino Rampante”, cinquecento copie, con autografo dei grandi personaggi della storia rampante (costo 4mila e 300); infine la “Classic”, la versione più abbordabile (costo 2mila e 300): 4mila e 100 copie in tutto il mondo, custodia ricoperta in seta, con autografi di Alonso e Massa su lamina d’argento.

Il volume, che misura mezzo metro per lato e ha 852 pagine, è una vera e propria summa maranelliana: 200mila parole, oltre 2mila foto, molte speciali, moltissime provenienti dagli archivi storici Ferrari e rimaste fin qui inedite. Ci sono addirittura immagini ripiegate in copertine che una volta spiegate raggiungono i due metri di ampiezza. «L’Opus non è un libro, è un concerto» sottolinea Antonio Ghini, consulente creativo del volume, oltre che direttore del Ferrari Magazine. All’interno, una volta faticosamente posizionati i trentasette chili di pagine su un tavolino, sfogliando si trovano, fra l’altro, il collage di foto creato da Enzo Ferrari per ricordare tutti i piloti che hanno corso per lui, i dettagli di ogni vettura prodotta per la pista e per la strada, i grandi piloti della Rossa raccontati da Enzo Ferrari, dal figlio Piero, dal presidente Luca di Montezemolo. C’è persino un week-end di Gp immortalato per mezzo di sensecams (piccole telecamere) indossate dai ragazzi del team per raccontare la giornata di Alonso.

C’è dunque molto, pesa molto, costa moltissimo. Però «la Ferrari non significa solo auto velocissime e favolose, la Ferrari è una comunità globale» spiega l’editore Karpati, «ed è l’espressione di un sogno e sinonimo dello stile italiano». Già, lo stile del nostro Paese. È per questo che si possono sgranare gli occhi un po’ scettici e un po’ sorpresi pensando a dimensioni e prezzo del libro; che si può anche sorridere per tanta esagerazione. Ma è soprattutto per questo che poi, come italiani, si deve provare soddisfazione all’idea che sia tricolore un marchio capace di far compiere simili pazzie in giro per il mondo. Un po’ come accaduto all’astronauta Paolo Nespoli l’altra giorno, quando si è collegato dalla stazione orbitale con il presidente Montezemolo in ufficio a Maranello. Con T-shirt rossa ed espressione da tifoso incallito, gli ha mostrato il Cavallino impresso su una strumentazione del laboratorio... Diciamolo, non sembrava proprio Neil Armstrong.



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Terremoto dell'Aquila, l'ultima dei giudici: processare chi non sa prevedere il sisma

di Salvatore Scarpino


Un gup rinvia a giudizio i membri della Commissione Grandi rischi per non aver fatto evacuare L’Aquila. Ma i geologi non sono come Otelma



Qualche settimana fa, la parte più fragile ed emotiva del Paese fu turbata dalla previsione di un terremoto devastante che avrebbe do­vuto colpire Roma. Pulcinel­la in casi simili esclamava: «Che ci perdo ad aver pau­ra ». La profezia, non si sa come e perché, era attribuita a Ben­dandi, studioso del tempo che fu. I cronisti più insidio­si suggerirono di fatto ai cit­tadini spaventati di fare una gita fuori porta per esorcizza­re col vino dei castelli lo spet­tro della sciagura. Tutti gli scienziati insorse­ro, sostenendo che i terremo­ti non possono essere previ­sti soprattutto con l'anticipo di qualche decennio.
Ma chi sono gli scienziati? Che conto dobbiamo fare della loro fiducia nelle leggi della natura e nei vantaggi del metodo sperimentale? Che Galileo si muova nel cie­lo delle sue stelle, la creduli­tà degli scienziati cede di fronte all'acume e alla volon­tà dei magistrati. E infatti all'Aquila un pm ha iniziato l'azione penale contro i sette componenti della commissione grandi ri­s­chi e un Gup ha ritenuto giu­sto rinviarli a giudizio per omicidio colposo plurimo e lesioni. In sostanza l'accusa è quella di non aver fatto eva­cuare la popolazione dell' Aquila in previsione del si­sma che ha colpito la città nel marzo 2009. Gli imputati avrebbero do­vuto prevedere sulla base dello sciame sismico prece­dentemente registrato il di­sastro. Enzo Boschi, presi­dente dell'Istituto nazionale geologico italiano, rinviato a giudizio con gli altri si è det­to addolorato e colpito, in­credulo. Insomma, i terremoti so­no prevedibili o no e perché gli studiosi di tutto il mondo sostengono che non lo sia­no? È vero un vecchio detto lati­no dice che iudex è peritus pe­ritorum , ma in realtà dove ar­riva la sua perizia? La magi­stratura invade ogni giorno campi inesplorati e presto vedremo nei tribunali inter­rogati come periti, a carico o a discarico, il mago Otelma e altri pittoreschi personaggi.
I cinesi sostengono che qualche minuto prima di ogni terremoto i cavalli nitri­scono con un'intonazione tragica, e topi e serpenti ab­bandonino le loro tane, ma gli stessi cinesi pur benedet­ti dalla guida del Grande Ti­moniere, sostengono che non è possibile prevedere i terremoti: l'avviso che certi animali danno è tardivo e quindi inutile. Ma ciò che per i cinesi è im­possibile diventa possibile per i nostri magistrati i quali possono consultare oltre al codice napoleonico anche le centurie di Nostradamus. La decisione relativa al ter­remoto dell'Aquila non por­terà chiarezza nelle scienze geologiche, ma diffonderà una significativa paura fra tutti coloro che per profes­sione spiano la terra e i suoi sussulti.
È un precedente. Non è da escludere che in ogni procura sia creato un procuratore aggiunto incari­cato di guardare le stelle e di consultare gli antiche testi del mago Merlino. I tempi son duri, non c'è spazio per le rilassatezze, certi enti pubblici devono sfornare oroscopi e avvisi. Forse i cittadini non saranno più al sicuro, ma avranno una tute­la formale che non serve a nessu­no. La scienza è un optional, ma la magistratura tut­to vede e a tutto provvede.
Mi sia consenti­to, come ultima annotazione di ri­volgere un pensie­ro solidale a tutti i tecnici che osser­vano terra, mare, ruscelli e fiumi. Anche se non hanno fanta­sie catastrofiche si devono attivare, pensando al peggio e al reato di procurato allar­me. Sono vasi di coccio fra vasi di ferro costituiti da una ma­­gistratura occhiuta e da una natura imprevedibile come nei millenni passati. Si met­tano a tremare anche quan­do la terra non tremerà.




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Braccialetti agli abusivi: i vigili finiti sotto accusa

di Pier Francesco Borgia


A Roma identificati i venditori extracomunitari che infestano Trinità dei Monti con lo stesso metodo usato negli ospedali. E subito Sel, Cgil e Comunità di Sant’Egidio urlano al razzismo e all’attentato alla dignità



Roma

Un braccialetto di carta con un codice a cinque cifre è riuscito a sollevare nella Capitale un polverone degno di ben altre cause. Al termine di un’operazione in grande stile per frenare il fenomeno ormai dilagante del mercato abusivo a Trinità dei Monti, martedì scorso un «esercito» formato da 28 squadre di agenti municipali (rigorosamente in borghese) ha chiuso a tenaglia la celebre scalinata per bloccare i venditori ambulanti (quasi tutti extracomunitari).

A documentare l’operazione ci ha pensato il quotidiano romano Il Tempo. Nelle immagini scattate durante il blitz si vede bene che al polso degli ambulanti fermati viene applicato un braccialetto di carta con un codice a cinque cifre. Ed è questa la «pietra dello scandalo». Poco importa che un solerte dirigente della polizia municipale si affretti a spiegare che il codice viene applicato anche al materiale sequestrato. E quindi il braccialetto ha soltanto la funzione di ricondurre il singolo agli oggetti che fino a poco prima tentava di vendere illegalmente sulla scalinata che sovrasta piazza di Spagna. Appena la notizia del blitz si diffonde scoppia il «caso».

Tante le voci che si sollevano per censurare un comportamento definito quanto meno illiberale.
Prendiamo ad esempio quella di Fabio Alberti, portavoce romano della Federazione della Sinistra. Si è detto «stupito» e «indignato» per l’applicazione dei braccialetti agli extracomunitari. «È un segno dell’ordinario razzismo che pervade questa amministrazione - aggiunge -.

Non vi sono spiegazioni tecniche accettabili. La violazione della dignità di queste persone è palese». Evidentemente il portavoce della Federazione della Sinistra aveva soluzioni migliori di quella applicata dai vigili. E ha perso un’occasione per dividerla con tutti. Secondo gli agenti municipali, infatti, non è facile ricondurre a una persona precisa un materiale (quello sequestrato) che in buona sostanza è difficilmente distinguibile. Per Claudio Di Berardino, segretario della Cgil di Roma, ci troviamo di fronte a un «grave esperimento» che «rievoca rastrellamenti che non fanno onore alla storia di una città aperta come la nostra». Mentre Daniela Pompei, della Comunità di Sant’Egidio, si chiede quale normativa consenta un simile modus operandi.

Alla accuse risponde puntuale Angelo Giuliani, comandante della Polizia municipale. «È la legge che impone che non si faccia confusione – spiega Giuliani -. Quello è solo un braccialetto temporaneo di carta come si fa negli ospedali, per non commettere errori. Proprio nell’interesse degli immigrati in questione. Non avete idea di quanta merce abbiamo sequestrato e dei controlli che si sono prolungati fino alle quattro del mattino». Qualsiasi spiegazione di buonsenso rimbalza, però, contro il muro ideologico dei politici di sinistra. Spiccano nel gruppo i senatori Pd Roberto della Seta e Francesco Ferrante. «Il braccialetto è rimovibile - ironizzano i due -. Perché non utilizzare la marchiatura a fuoco?».
Speriamo che di un simile consiglio non facciano tesoro i responsabili dei nidi neonatali dove appunto simili braccialetti vengono applicati - con somma gioia dei genitori, va aggiunto - ai bambini appena venuti al mondo.

Del blitz in sé, per concludere, importa poco agli indignati speciali. Solo Cesare Pambianchi della Confcommercio sottolinea il valore dell’operazione. «Quello che dovrebbe essere l’interesse di tutti - spiega - è porre un freno all’escalation della contraffazione e mi sembra che l’azione delle forze dell’ordine vada in questa direzione».




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Pisapia ha paura e chiede aiuto ai pm Ma nemmeno loro gli credono più...

di Gabriele Villa



La sfida di Milano: il candidato del Pd teme il ritorno di fiamma del centrodestra e denuncia un presunto complotto. Ma neanche i suoi amici magistrati gli credono. L'avvocato dice che ci sono in giro pure finti operai per fare la moschea: una scena da "Amici miei"



Cercasi appiglio, disperatamente. Un appiglio per non perdere terreno, per non perdere voti,proprio ora che i sondaggi,tut­ti i sondaggi sono concordi nell’indicare Le­tizia Moratti in netta rimonta. E l’avvocato Giuliano Pisapia, da astuto ed esperto frequentatore delle aule dei tribunali, l’appiglio, a tre giorni dal voto, lo va cercando nel­l’habitat che gli è più naturale, il Pa­lazzo di giustizia, popolato di tanti amici magistrati. Che dovrebbero, come dire, sponsorizzare, sempre sia possibile, l’ultima sua trovata: una denuncia contro dei presunti te­­atranti, assoldati ovviamente dal centrodestra per danneggiarlo. In versione Ghostbuster , dunque, Giu­liano Pisapia insegue i fantasmi.

Li vede ovunque: nei mercati, nelle piazze, sul tetto del suo camper, die­tro le tende delle cabine elettorali. E forse riuscirà a scacciarli, dalla sua fervida fantasia, solo dopo il ballot­taggio prossimo venturo. Per questo denuncia. Anzi, espone. Nel senso che ieri ha presentato regolare espo­sto alla Procura di Milano, per porre all’attenzione dell’autorità giudizia­ria, tramite il suo legale Erika Daggu­nagher, «numerosi episodi in cui i protagonisti sono persone travestite da rom che distribuiscono volantini dal contenuto falso e diffamatorio spacciandosi per sostenitori di Pisa­pia » o, ancora, «ragazzi trasandati che sui mezzi pubblici provocano i passeggeri facendosi sempre passa­re per supporter». Preoccupato per questi figuranti, che, travestiti da zin­gari o da persone povere o straniere, si spacciano per persone dei suoi co­mitati e diffondono volantini che ri­guardano la sua campagna elettora­le è quindi più che comprensibile che l’avvocato Pisapia chieda agli in­vestigatori «l’immediata identifica­zione dei soggetti per scoprire even­tuali organizzatori e mandanti di ta­le campagna».

Già, perché, innegabilmente, trat­tasi di campagna. Non elettorale, co­me quella che il candidato del cen­trosinistra dovrebbe fare, parlando di programmi e progetti, bensì diffa­matoria e persecutoria. «È uno scia­c­allaggio politico che Milano non tol­lera, è per questo che ho chiesto alla Procura di fare indagini, di indivi­duare le persone e di verificare se ci sono dei mandanti - ha tuonato ieri Pisapia- . Mi arrivano più voci e testi­moni­anze che vi sono gruppi di per­sone che vanno in giro a infastidire i passanti e dicono di essere del comi­tato Pisapia: queste sono tutte cose che non hanno nulla a che fare con il confronto elettorale, anche duro. So­no fatti di una gravità incredibile che non possono derivare da una inizia­tiva personale. C’è una regia dietro queste persone, una strategia che è quella di infangare la mia immagine e, quello che più mi preme, di infan­gare la coalizione, il mio program­ma e il futuro di Milano».

In buona sostanza, fa capire Pisapia, il Pdl, pur di danneggiarlo, starebbe spenden­d­o fior di quattrini per ingaggiare at­tori di strada. Ma c’è di più. C’è qualcosa di ancor più preoccu­pante. Per Milano stanno girando, avverte Pisapia, e lo ringraziamo di questa sua premura, persino finti operai che dicono di prendere le mi­sure per la nuova moschea. La nuo­va moschea che, l’avvocato tanto amato sia dai radical chic sia dagli an­tagonisti duri e puri, ha già deciso di fare quando e se sarà sindaco. Que­sto davvero non è tollerabile, non è pensabile. A meno che non siano tor­nati, con buona pace di tutti noi, il Mascetti, il Melandri, il Perozzi, il Necchi e il Sassaroli.

Massì, i cinque amici, gli indimenticabili e inimitabi­li Amici miei di Monicelli, specialisti in burle e zingarate. Come quella messinscena studiata ad arte, in cui, appunto, si fingono, guarda caso, tecnici e operai, e, nel centro di un paese, seminano panico tra gli abi­tanti facendo loro temere l’abbatt­i­mento delle case e della chiesa per la costruzione di un’autostrada. O an­cora quell’altra gag in cui, vestiti da operai del Comune,e con l’attrezza­tura giusta, a Pisa, sconvolgono tutti con l’annuncio di un imminente crollo della torre pendente e inizia­no a dirigere affannosamente i lavo­ri di puntellamento, fino all’arrivo della polizia. Vedete quante analo­gie?

Tornando al più nostrano Ghost­buster , l’inchiesta che lui sollecitava è stata aperta dal procuratore ag­giu­nto Nicola Cerrato ed è stata asse­gnata al pubblico ministero Arman­do Spataro, che si sta già occupando di altre denunce relative al ballottag­gio, in particolare delle aggressioni (ieri un’altra, a un imprenditore ca­merunense sostenitore di Pisapia) che avrebbero visto protagonisti e vittime simpatizzanti di Pisapia e del sindaco uscente Letizia Moratti. Le ipotesi di reato prospettate da Pisa­pia nell’esposto erano tante e parti­colarmente suggestive: la diffama­zione, l’abuso di credulità popolare, la pubblicazione di notizie false, esa­gerate o tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, e la sostituzione di persona. Ma i magistrati, persino gli amici magistrati di Pisapia ne han­no cassate già tre su quattro e hanno lasciato, anche se tutta da chiarire la diffamazione. Il Mascetti e i suoi compari se la ridono.



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Impossibile non stroncare il libro di Eugenio Scalfari

di Marcello Veneziani


Man mano che leggevo mi chiedevo: ma che roba è, cosa pretende di essere? Più sciampista che filosofo il fondatore di Repubblica scivola sul triangolo (isoscele)



Ho comprato l’ultimo libro di Euge­nio Scalfari. Avrei voluto scriverne bene per tante ragioni: per avviare in modo unilaterale e cavalleresco la civiltà del dialogo, per dimostrare che noi siamo signori, e a differenza loro leggiamo e re­censiamo le loro opere, e quando c’è ta­lento e bellezza per noi non conta di che parrocchia sei; per distinguere il polemi­sta dall’umanista e dire che i tempi ci di­vidono ma il pensiero vola più alto. Avrei voluto scriverne bene anche per il rispetto che ho già espresso verso un ve­nerando duca del giornalismo, gran di­rettore che ha inventato un quotidiano di successo. Ero stato invogliato al libro di Scalfari dal bel titolo saffico (Scuote l’anima mia eros, Einaudi) e dal coro di recensioni in sua gloria. Non tanto quelle prevedibili della Casa, La Repubblica e il gruppo annesso, ma dal Corriere della sera, i peana in tv, le marchette di Fazio, le seratone dedicate a lui, con resoconti salmodianti, i saloni del libro.
Man mano che leggevo però mi chiedevo: ma che roba è, cosa pretende di essere? Cenni di teologia e filosofia, letteratura e poesia, musica e autobiografia in una chiacchiera da sa-lotto (ah, il solito salotto snob che non avrei voluto citare ma qui c’è, in tutto il suo dorato vaniloquio). Una messa cantata a se stesso con un tono da Maestro di color che sanno. Né pathos né pensiero. Asserzioni dilettantesche del tutto infondate e inspiegate si alternano a ovvietà imbarazzanti. Cito a grappolo e a esempio: «Le mitologie, le religioni, le culture che hanno affrontato il tema degli istinti hanno avute tutte come motivazione profonda la ricerca dell’assoluto»; ma non è assolutamente vero, da Aristotele agli illuministi, dai positivisti a Schopenhauer e Nietzsche fino a Freud hanno trattato degli istinti senza ricercare l’Assoluto. Oppure: «Potere e tristezza sono i due elementi dominanti dell’epoca che stiamo vivendo »; ma davvero il potere «dominante» è una novità della nostra epoca?

O la tesi che nessun poeta moderno «ha sentito Eros camminargli sul cuore», ad eccezione di Garcia Lorca: ma scherziamo? Da Leopardi e Foscolo al romanticismo inglese e tedesco, dalla poesia francese alle poetesse russe, dai decadenti ai crepuscolari fino agli ermetici sono fiumi di poesie moderne e contemporanee sull’amore. E Scalfari sostiene che la modernità ha messo in fuga Eros... E ancora, secondo Scalfari «la trasgressione è cara agli dei» quando invece tutta la mitologia è piena di punizioni divine, l’ hybris , la trasgressione. I trasgressori vengono dannati dagli dei all’inferno, ridotti a piante o animali, tormentati e maledetti... O sciocchezze del tipo: «La mistica cristiana vive un rapporto di coppia nel rapporto con Cristo». O errori elementari come quello sul triangolo amoroso: «Si tratta di un triangolo isoscele nel senso che pende più da una parte che dall'altra »: se è isoscele ha due lati e due angoli uguali, se pende più da una parte non è isoscele ma scaleno (scuola dell’obbligo). Apprendiamo poi che «nel Settecento la valutazione dell’interiorità è ancora allo stato nascente» (si vede che da Agostino a Pascal avevano solo scherzato).

O la formidabile scoperta scalfariana «dell’istinto di sopravvivenza della specie»; l’aveva fatta un po’ prima di lui Schopenhauer, ma Scalfari qui ricorda una gag di Peppino De Filippo che inventava brani musicali già celebri da secoli. Scalfari poi ci spiega finalmente che l’Essere di Heidegger è nient’altro che eros, ma non «quello di Parmenide sempre simile a se stesso ma quello di Eraclito che si realizza in continuo divenire». A veder confuso l’essere con l’eros,e il suo pensiero parmenideo con Eraclito,Heidegger si sarebbe gettato nel Reno. O banalità del tipo: «A me sembra che la nostra vita sia dominata dall'istinto di sopravvivenza » (ma davvero?) «l’infanzia è l’innocenza» (ma dai), «sono innocenti gli animali perché vivono secondo la loro natura senza consapevolezza» (ma sul serio?).

«La desideranza che ci pervade coincide con la vita. Desideriamo la vita perché sappiamo che moriremo» (ma non mi dire). «Trovo molto significative sia le parole del Getsemani sia quelle del Golgota» (ma no, in duemila anni nessuno aveva dato peso alle parole di Gesù). E poi citazioni dannunziane di tre pagine e insensate autocitazioni dal proprio romanzo ancora più lunghe. Per finire: «Se volete un gergo più filosofico: l’ente che io sono è stato colorato di Eros»; no, questo non è gergo filosofico, è solo tintura. Come definire la filosofia erotica di Scalfari? Direi sciampismo. Tanto sapone, nessuna sostanza. Pensiero ridotto a chioma; non psicologia ma tricologia.

A questo punto meglio Luciano De Crescenzo che vuol dilettare con la filosofia e non ergersi a maestro. Non ho antipatia per Scalfari, anzi. E non ce l’ho con lui; ognuno, me compreso, ha un gran giudizio di se stesso. Lui confessa la sua boria e boriosamente la ribattezza «albagia», per nobilitare pure la presunzione. Ma capisco e rispetto comunque il gran giornalista e la sua età; anzi, all’inverso dalle mie intenzioni, dopo il libro ho rivalutato il giornalista rispetto all’umanista. Quel che non sopporto è questa repubblica delle lettere così falsa e così cortigiana che incensa senza leggere o legge senza il minimo senso critico. Ma possibile che nessun filosofo o scrittore, nessuna libera intelligenza, senta l’impulso onesto di indignarsi davanti a queste venerate imposture e insorga per restituire verità a persone, idee e autori? L’atroce domanda che poi sorge, che sconforta e consola al tempo stesso, è: quante opere acute e profonde dove si avverte il respiro della bellezza, il tormento dell’intelligenza e il soffio della vera cultura vengono negate e ignorate mentre si esaltano i palloni gonfiati? È quello che fa rabbia, non la canuta albagia di un distinto signore in età grave. Marcello Veneziani



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Assolta donna extracomunitaria che aveva percepito il "bonus bebè"

La Stampa


La Cassazione conferma l'assoluzione di una mamma extracomunitaria, proveniente dall’Ecuador, che, dopo aver ricevuto una lettera nella quale il premier informava le neomamme del diritto a ricevere il bonus-bebè da mille euro per la nascita del loro bambino, lo aveva incassato dopo aver compilato l’apposito modulo all’ufficio postale, nonostante il contributo fosse riservato solo ai bambini italiani o comunitari.
Il caso
La Procura Generale della Corte d’Appello di Milano aveva fatto ricorso alla Suprema Corte contro l’assoluzione della mamma ecuadoriana sostenendo che andava condannata per «falsa attestazione sulle proprie qualità personali e truffa ai danni dello Stato», con riferimento alla dichiarazione sul possesso della cittadinanza italiana. La Cassazione ha convalidato il proscioglimento pronunciato dal Gup di Varese perchè "merita di essere condiviso" in quanto la
neomamma era stata indotta «in errore da una lettera a lei indirizzata dal presidente del Consiglio dei ministri, nella quale veniva informata del sussidio economico previsto in suo favore per la nascita del figlio e delle relative modalità di riscossione». Inolte, il modulo prestampato in distribuzione agli uffici postali e relativo al conseguimento del bonus era di difficile comprensione per una donna con «basso livello di scolarità» e poco pratica della lingua italiana come la mamma in questione che aveva scritto che suo figlio era italiano pensando che lo fosse realmente, dal momento che era nato nel nostro Paese.




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A Cuba ritorna il golf "Fa bene all'economia"

La Stampa







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«Con questi politici lavoro all'infinito»

Corriere della sera

E promette: «Io in politica? Dopo i grillini non ci saranno i crozzini»


MILANO - Si presenta all'appuntamento con la stanchezza di colui che ha già vinto. Il suo «Italialand» replicherà stasera con il tutto esaurito al Nazionale di Milano. E cercherà poi venerdì (alle 21,10) di bissare gli ascolti record del primo appuntamento su La7: 9,90% di share media con più di 2,4 milioni di telespettatori. Ormai è Crozzaland. In tv e a teatro. Lo show di stasera avrà un ospite d'eccezione, il segretario del partito Democratico Pierluigi Bersani pronto a sganasciarsi con l'imitazione delle sue metafore. Sul palco anche Italo Bocchino (Fli) e Roberto Castelli (Lega).

IL PROGRAMMA - Cosa può desiderare di più Maurizio Crozza? Beh, semplice: un paese nel quale gli operai hanno uno stipendio tedesco. Un paese fondato sulla meritocrazia. Un paese dove l'evasione non sia più un problema. La ricetta? Idee, idee, idee. Come quelle che lui porta su un palcoscenico senza alcun effetto speciale. Con una chitarra, tre parrucche e tre donne che cantano «incredibilmente vestite». Sembra quasi un manifesto politico. Eppure ringrazia i politici: «Ci danno da mangiare da 15-20 anni e io lavorerò all'infinito». Ma il cortocircuito politica-comicità è stato già sperimentato e superato. Un altro comico, un altro genovese, è ormai nell'agone politico. Ma Crozza si guarda bene dallo «scendere» in politica. Lui «ama il mare e il libero pensiero». Crozza sorride alla vita: «Sono un "utopico", sì ma con una sola certezza: dopo i grillini... non ci saranno i crozzini!». Alla fine si toglie anche un sassolino dalla scarpa: «È vero, sono un povero guitto, come dice Sacconi. Ma si ricordi il ministro che come diceva Chaplin, "un giorno senza una risata è un giorno perso". E da come vanno le cose nel suo ministero non credo che Sacconi rida tantissimo».

Nino Luca
24 maggio 2011(ultima modifica: 26 maggio 2011)

Sprecopoli, quel business sui beni sequestrati che adesso imbarazza il Tribunale di Milano

di Gian Marco Chiocci


Dalle carte di un’inchiesta aperta a Monza su false fatturazioni emerge che le spese da 10 milioni di euro richieste per la custodia dei reperti risulterebbero gonfiate



Il corpo di reato dello scandalo sugli sprechi milionari al Tribunale di Milano è il corpo di reato stesso. Inteso come «bene», spesso di provenienza illecita, custodito a pagamento in un magazzino privato dopo il sequestro operato dalle forze dell’ordine impegnate a porre un freno al mercato clandestino degli articoli contraffatti. Sui costi di questo deposito occorre ragionare con attenzione perché i primi dati, emersi a margine di un’inchiesta della procura di Monza su un giro di false fatturazioni di una ditta di trasporti incaricata fra l’altro di ricevere e custodire anche il materiale confiscato a Milano, portano alla luce cifre stellari.
A cui la ditta sarebbe arrivata avendo richiesto una liquidazione di oltre 10 milioni di euro non sulla base dell’effettivo ingombro dei beni custoditi bensì calcolando il pagamento per ciascun reperto come se avesse occupato lo spazio di un metro cubo. E questo all’insaputa del tribunale di Milano.
Un esempio aiuta a capire meglio. Per custodire questi reperti il tribunale, tramite le forze di polizia intervenute nel sequestro, contatta la società che custodirà il bene all’interno del magazzino posizionandolo su un ripiano definito «bancale».
Quando sarà, la merce verrà ritirata per essere distrutta e mandata al macero pagando ovviamente il dovuto alla società. Come detto l’ingombro di questo «spazio» viene calcolato a metro cubo, e al suo interno finiscono tutte le borse, gli occhiali o i cd oggetto di un unico sequestro o di più sequestri. Se in un bancale non entra tutto, se ne utilizza un altro, e così via. Alla fine il Tribunale paga la custodia in base al volume delle merci.
Quel che sarebbe successo è che invece di un bancale onnicomprensivo dei vari capi requisiti, agli uffici giudiziari milanesi sarebbe stato presentato un conto stratosferico nel quale a un solo paio d’occhiali o a una sola borsa sarebbe stato equiparato un intero bancale di un metro cubo. E il tribunale di Milano, a fronte di una decina di milioni da liquidare, in sede di trattativa con la società si sarebbe accordato su 6 milioni di euro (più iva) senza però controllare le singole voci rispetto alla volumetria dell’oggetto che avrebbero cristallizzato la cifra reale in poco più di un solo milione di euro.
Per capirne di più occorre andare a spulciare le carte dell’inchiesta di Monza che riguarda, come detto, una storia di presunte false fatturazioni. E più in particolare l’interrogatorio di Massimo M., responsabile informatico della società incaricata della custodia del materiale sequestrato, che il 28 settembre 2009 candidamente ammette: «La prima mansione che mi fu chiesta fu quella di generare un tabulato che riportasse tutti i dati, a quel momento, relativi ai corpi di reato della procura di Milano. Il tabulato riportava anche i prezzi (costi) per ciascun corpo di reato, calcolati con un nuovo listino, che mi fu fornito da (...) che rispetto al precedente era più vantaggioso» per la società in quanto «calcolava i pressi su base volumetrica, utilizzando come valore minimo un metro cubo. Pertanto, ad esempio, una penna o un cd venivano conteggiati e pagati come un pacco di un volume di un metro cubo nonostante fossero notevolmente più piccoli. Ricordo che quando ho iniziato il lavoro, i prezzi dei corpi di reato erano “agganciati” al precedente vecchio listino, che come ho detto, fu sostituito» su disposizione del responsabile della società.
«Feci presente alla società – aggiunge - di aver trovato anche “doppie” fatturazioni riguardanti lo stesso corpo di reato». Un’anomalia in più. Che si andava a sommare a quelle denunciate un anno prima da un ex socio una cui lettera, rintracciata nelle carte dell’inchiesta di Monza, evidenziava una presa di distanze dalla richiesta stratosferica al tribunale di Milano e ricordava ai componenti del Cda come per gli oggetti di piccole dimensioni era stata sempre utilizzata una tariffa a collo essendo direttamente proporzionale alle dimensioni dell’oggetto, tariffa concordata con le massime autorità.
Insomma, dal 2008, con un’interpretazione soggettiva delle tabelle, la società in questione avrebbe provveduto a richiedere un liquidazione in metri cubi addebitando al Tribunale spazi mai occupati.
Sarebbe infine interessante sapere se corrisponda al vero quanto riferito al Giornale da una fonte interna al Tribunale di Milano. E cioè che nei tabulati presentati alla procura mancherebbe la descrizione analitica del bene e la sua effettiva posizione nel magazzino, questo per evitare di scoprire che per un cacciavite è stato affittato uno spazio di un metro per un metro.




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La carica di quei politici traditi dal fuorionda

di Andrea Cuomo


Formigoni e Lupi ripresi a loro insaputa mentre commentano i risultati del primo turno alle Comunali. E' nei fuori onda che si esprime quello che si pensa ma non si dice



Roma Fuori onda su fuori onda, è quasi uno tsunami. Il malessere del centrodestra dopo il deludente primo turno elettorale delle amministrative, drenato in pubblico tracima off the record, stagnando nelle paludi del fuori onda televisivo. È qui che si esprime quello che si pensa ma non si dice. Il risultato è spesso imbarazzante ma in fondo anche catartico: meglio di una seduta psicanalitica. Prendete Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera: in attesa di un collegamento con Canale 5 per commentare a caldo i risultati del primo turno del voto, parlotta con il giornalista dei risultati di Napoli: «Ho paura di De Magistris - borbotta Lupi - lì c’è una città esasperata». «Adesso dovrà scendere pesantemente in campo Caldoro», buttà là il giornalista, riferendosi al presidente Pdl della Regione Campania. «E beh, per forza. Non ha fatto un c...», sfugge a Lupi, che intuisce subito di averla detta grossa, inghiottendo la parolaccia in una specie di singhiozzo con tanto di mano davanti alla bocca. Il siparietto non sfugge alla redazione di Striscia la notizia, che lo manda in onda. «Lupi mi ha telefonato, invitandomi a inserire la frase in un contesto. Ci siamo chiariti. E poi se devo misurare la differenza tra Milano, dove c’è Lupi, e Napoli, beh, lì il centrodestra ha perso», la perfida risposta di Caldoro in un’intervista a Repubblica.
Nella trappola del fuori onda finisce anche Roberto Formigoni, presidente della Lombardia. Negli studi di Matrix, il «Pirellone» se la prende con i «Berluschini», colpevoli del mezzo flop elettorale. Poi, a collegamento chiuso, tra un ritocco al trucco e una microfonatura, spiega lo sfogo a Roberto Castelli, seduto vicino a lui: «Ma ti sembra che la Santanchè ci abbia giovato?». A sua volta la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio si fa una domanda e si dà una risposta in un fuori onda negli studi del Tg4 appena terminato: «Sai qual è il problema con la Lega qui al Comune di Milano? Per la Lega se perdiamo Milano andiamo a casa tutti». E nel gioco dell’oca la Lega cade nella trappola dell’off the record con Matteo Salvini, incalzato da una simpatizzante leghista con telecamera nascosta, che gli chiede conto di alcune contraddizioni nella posizione del Carroccio sui rom a Milano: «Se in via Idro so che una presenza rimane non vado a fare la campagna lì, no?», ammette Salvini. E quando la ragazza gli chiede perché il campo di transito sarà messo nel quartiere-polveriera di via Padova, lui sbraca: «Perché ci sarà anche in altri due o tre quartieri, evidentemente».
Del resto il fuori onda ha spesso scoperchiato idee e rimescolato carte: il caso più clamoroso riguarda Gianfranco Fini che il 6 novembre 2009, quando era ancora il presunto «delfino» di Berlusconi, a un convegno a Pescara si lasciò andare a commenti pesanti sul premier con il procuratore Nicola Trifuoggi: «Confonde la leadership con la monarchia assoluta, poi in privato ho detto, ricordati che gli hanno tagliato la testa». Filmato mandato in onda ancora da Striscia: la prima crepa di un matrimonio di lì a qualche mese destinato a naufragare.




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Le profezie mancate del "divino" D’Alema

di Fabrizio Rondolino


Il notabile del Pd è tornato a invocare un "governo tecnico per riformare la legge elettorale". E' l’ultima mossa di una carriera politica fatta di strategie volte a spodestare il Cav. Sempre naufragate...



La più grande interpretazione di Sabina Guzzanti resta, ad anni di distanza, quella di Massimo D’Alema: un Charlot tenero e nevrotico che disegna arditissime strategie inesorabilmente destinate al fallimento su un tabellone colorato alle sue spalle, il cosiddetto «Dalemone». Da allora, grazie al genio comico della Guzzanti, il Dalemone è entrato nel lessico politico corrente (l’altro prestito linguistico significativo e non troppo esaltante è «inciucio», che però in napoletano significa parlar male fitto fitto e a voce bassa di qualcuno che non c’è). E sta ad indicare, il Dalemone, un piano estremamente complesso e raffinato che per un motivo o per l’altro - secondo la famosa legge di Murphy - finirà implacabilmente col fallire. Del resto anche il Titanic, che non sopravvisse al suo viaggio inaugurale, aveva scelto come slogan «l’inaffondabile».

Bisogna sapere che il Dalemone si fonda su una presunzione di razionalità che troppo spesso la realtà dei fatti, che è sempre tumultuosa e contraddittoria, s’incarica prima o poi di smentire: proprio come in una partita a Risiko!, peraltro grande passione del giovane D’Alema, le migliori strategie e le riflessioni più razionali possono scontrarsi (e quasi sempre lo fanno) con i dadi sbagliati, capaci di sbaragliare in poco tempo il più armato e addestrato degli eserciti.

Tutta la politica si basa su previsioni e simulazioni, né potrebbe essere altrimenti. Il Dalemone però ha un elemento in più che lo rende unico e inconfondibile: qualsiasi piano, per quanto contorto o contraddittorio o bizzarro possa apparire, rientra comunque in un disegno razionale coerente che ha al suo centro la salvezza del Paese. Altri fanno accordi per tirare a campare, D’Alema (anche quando tira a campare) trasforma la più piccola mossa tattica in una lungimirante strategia al servizio della democrazia e delle istituzioni. In questo, è un genio.

Il vero Dalemone, infine, è multiplo. Non è un piano soltanto, è un insieme di piani, strategie e varianti che compongono una fitta rete di rimandi e di subordinate, di nuovo nel tentativo, da vero ottimista della ragione, di mettere ordine al mondo e trarre in ogni caso un vantaggio. Il confine con l’opportunismo è labile, e infatti più volte D’Alema è stato accusato di essere un opportunista. Ma sarebbe un’accusa, prima che ingenerosa, sbagliata: la politica è il campo delle opportunità, e semmai D’Alema ha il pregio di vestire di abiti eleganti una pratica non sempre commendevole.
L’ultimo Dalemone - il cui obiettivo, tutt’altro che nuovo, è rimuovere Berlusconi da palazzo Chigi - sembra ripercorrere le orme del primo, quello costruito con Bossi e Buttiglione durante una leggendaria cena a pan carrè e aringhe e destinato, nell’autunno del ’94, a far cadere il primo governo del Cavaliere e a dar vita al «governo tecnico» ribaltonista di Lamberto Dini.

Oggi al posto di Buttiglione e del Ppi c’è Casini con il suo Terzo polo, ma lo schema non cambia: il «governo tecnico» che dovrebbe sostituire Berlusconi all’indomani dell’eventuale sconfitta del centrodestra a Milano e a Napoli, nelle intenzioni di D’Alema avrebbe anche il sostegno della Lega, oltreché dell’Udc, in cambio di una legge elettorale proporzionale con sbarramento.

«Vedremo se ci saranno le condizioni e le volontà», osserva cauto l’ex presidente del Consiglio, aggiungendo che «personalmente ritengo che la soluzione più limpida sarebbe andare al più presto al voto». L’occasione di eliminare l’avversario modificando la legge elettorale è ghiotta: con il ritorno al proporzionale, ancorché corretto «alla tedesca», il Pdl potrebbe conquistare la maggioranza relativa ma restare escluso dal governo; la Lega potrebbe decidere dopo il voto con chi allearsi, forte comunque della sua pattuglia di parlamentari; il Terzo polo potrebbe mettere all’asta i propri voti in cambio di palazzo Chigi. Tutti contenti, insomma, tranne Berlusconi: che infatti, non per caso, nasce alla politica con il bipolarismo.

Gli avversari di D’Alema si consolano pensando che molto spesso le sue ardite strategie si sono risolte in un castello di sabbia che la marea ha travolto, e più di una previsione è stata clamorosamente smentita dai fatti. Ma i giocatori, si sa, non smettono mai di giocare. E questa volta la posta in gioco - la restaurazione del placido consociativismo della Prima repubblica - è molto, molto allettante. Berlusconi avvisato, mezzo salvato.




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