Un grande capannone fa da deposito alla vasta collezione di arnesi e macchinari che è la memoria della nostra produzione
A Rodengo Saiano, poco più in là delle porte di Brescia, c’è un deposito del Museo dell’industria e del lavoro (Musil). Quattromila metri quadrati di superficie e dieci di altezza nei quali si trova di tutto. Ci sono vecchie macchine da tipografia - persino quella dell’«Avanti!» in funzione nel 1919, difesa da Nenni durante l’irruzione delle squadre fasciste - o fonografi d’inizio Novecento; si notano proiettori cinematografici dimenticati degli anni Trenta e Quaranta o i primi computer degli anni Ottanta che sembrano, rispetto agli attuali, strumenti preistorici. Ma c’è anche il carro dei pompieri con le stanghe - era trainato da un cavallo - di inizio Novecento, accanto al cannoncino della contraerea in funzione nel 1940. All’occhio attento non sfuggirà una macchina per cucire di fine Ottocento o quella coeva per la panificazione; vicino ne vedrà una tutta smaltata, per i ravioli, degli anni Sessanta. Di più: in questo deposito della memoria industriale è possibile salire su un’autoblindo del 1941 costruita dalla Fiat-Ansaldo o aprire una cassaforte ottocentesca in cui venivano tenuti i contanti per i salari.
Lo sguardo a Rodengo Saiano si posa su cose inattuali e dimenticate, salutate al loro apparire come meraviglie della tecnica e del progresso inarrestabile. Daniele Mor, conservatore del museo, ci mostra due modelli esecutivi in scala capaci di suscitare qualche brivido. Riguardano le nostre centrali nucleari: quella di Caorso, la più grande mai realizzata in Italia negli anni Settanta, e quella - rimasta soltanto un progetto - dei primi anni Ottanta che avrebbe dovuto sorgere a Trino Vercellese e che mai si fece. Accanto ai due modelli in plastica, legno, metalli vari, in questo reliquiario industriale si conservano le documentazioni essenziali per una ricostruzione delle vicende che hanno segnato la storia del nucleare in Italia. Ci sono anche i faldoni con i dibattiti degli anni Cinquanta (corrispondenza, documenti, stampati delle aziende) relativi all’ambiente e alle questioni energetiche.Il museo dell'Industria e del lavoro di Rodengo Saiano
Oltre a tutto questo, Rodengo Saiano è anche un discreto cimitero di vanità e di sogni, sovente legati a personaggi ormai entrati nella leggenda. Un esempio? In un angolo del grande deposito si vede, come don Rodrigo nel suo giaciglio al Lazzaretto, la Moviola a otto piatti per pellicole da 16 e 35 millimetri, costruita dalla ditta Prevost di Milano e realizzata per Herbert von Karajan. Quasi sicuramente la usò poche volte. Risale a una trentina d’anni fa - il celebre direttore d’orchestra morì nel luglio 1989 - e grazie ad essa poteva osservare diverse riprese particolareggiate dei filmati dei suoi concerti. Dovette passarci non poco tempo davanti, perché egli desiderava rivedere la resa d’immagine anche dei singoli strumentisti, oltre che la sua personale. La macchina giunse quando non era più il tempo del ciuffo che sapeva rimettersi a posto dopo il gesto assoluto della bacchetta e la smorfia capricciosa del viso. Il celebre direttore, si sa, era tanto charmant quanto vanitoso. Questo marchingegno era il suo specchio di Narciso; con esso avrebbe potuto vedersi, correggersi, forse adularsi. Ora è qui, per tutti coloro che desiderino riflettere sul passato dei miti.
Tra le mille cose che abitano questo deposito vale la pena aggiungere il Cinemobile Fiat 618, già dell’Istituto Nazionale Luce, risalente al 1936. Uscito dalla carrozzeria Viberti su disegno Revelli di Beaumont, è dotato di un proiettore per pellicole da 35 millimetri e diffusori di suono incorporati. Era un mezzo attrezzato che portava i film nei paesi e nelle contrade che ne erano privi, quando la televisione non c’era, e il cinema rappresentava l’unica forma di comunicazione visiva di massa. Un pezzo unico, prodotto all’origine in pochissimi esemplari modificando il furgone Fiat 618 a benzina (due litri di cilindrata) e dotandolo della migliore strumentazione dell’epoca: un apparato sonoro «Balilla» del 1935 e un proiettore della ditta milanese Cinemeccanica.
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| Al Museo dell’Industria e del lavoro di Rodengo Saiano (Brescia) c’è una stampante «modello Boston» che venne costruita nei primi del ’900. Era attivata manualmente, con una specie di colpo secco dopo aver inserito il foglio e spalmato l’inchiostro, e veniva utilizzata per i volantini. È identica a quelle che durante l’epopea del West americano servivano per stampare i fogli con l’identikit dei ricercati, i famosi «Wanted». Funziona ancora perfettamente e arriva dalla tipografia Ongarelli di Genova-Nervi, una vecchia azienda che a suo tempo realizzava le carte intestate dei nobili liguri. |
Rodengo Saiano è attrezzata per le visite. Dicevamo che appartiene alla bresciana Fondazione Musil, che ha già realizzato il Museo dell’energia idroelettrica della Valle Camonica e gestisce il Museo del ferro di Brescia. Tutto questo avrebbe dovuto essere convogliato in un grande centro con sede in città, in una fabbrica storica, la Metallurgica Tempini appunto di Brescia. Ma per ora la realizzazione è bloccata, nonostante la quasi totalità dei fondi sia già stata messa a disposizione da un accordo di programma. Occorrerebbe un atto di buona volontà della politica, che auspichiamo data l’unicità di questo patrimonio.
Intorno al deposito-museo ci sono dunque satelliti e fondazioni che attendono di essere riuniti per trasformarsi in un polo della memoria del lavoro che fu. In esso gli studenti poterebbero vedere, toccare, imparare meglio che sui testi scolastici. Non dimentichiamoci che, oltre quanto abbiamo raccontato - come sottolinea il direttore Pier Paolo Poggio - ci sono «anche cose piccole, non visibili come un carro o un tornio, ma che fanno parte della storia d’Italia». Tra i molti, la Fondazione Musil conserva l’intero archivio di Roberto Gavioli, il principale produttore delle pubblicità di Carosello: di lui si possono vedere gli originali dei cartoni animati che hanno condizionato la fantasia degli italiani nel momento del miracolo economico tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Qualche esempio? Vi trovate i disegni e i filmati di Capitan Trinchetto, di Caio Gregorio (il guardiano del pretorio), del duro Gringo che mangiava carne in scatola. Certo, ce ne sono tantissimi altri, non è possibile raccontarli tutti.
Inoltre questa Fondazione, che gestisce il deposito-museo di Rodengo Saiano, possiede anche migliaia di manifesti pubblicitari, cartelloni politici e del cinema, oltre duecentomila foto del Novecento, archivi aziendali e sindacali, di tecnici e imprenditori. Qui sono finiti per diverse ragioni anche un carteggio di Georges Sorel, i notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana nonché il fondo di Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza. E ancora: migliaia di fogli clandestini della seconda guerra mondiale, cartoline di propaganda e altre spedite da antifascisti mandati al confino, l’archivio di Gianni Comini, già federale di Brescia, che doveva «controllare» Gabriele d’Annunzio, «pericolo» per l’immagine di Mussolini.
Cose e macchine abbandonate dal progresso e conservate a Rodengo Saiano aiutano a riflettere sul tempo. In questo sito archeologico della tecnologia ci si accorge che c’è un passato da salvare per meglio comprendere le corse della nostra vita.
Armando Torno
23 maggio 2011(ultima modifica: 24 maggio 2011)© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Il museo è in via del Commercio 18, uscita di Ospitaletto della Milano-Brescia. È aperto dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 12.30; il sabato dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30; la domenica dalle 15.30 alle 18.30. L’ingresso costa 3 euro. Si possono prenotare visite guidate. Informazioni sul sito www.musil.bs.it

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