lunedì 23 maggio 2011

Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani»

Corriere della sera


La metafora più brutta tra quelle usate in politica. Nichi Vendola il re, Bossi il campione
Severgnini

Benevento, il giallo dei 2 corpi ritrovati «Sepolti da almeno dieci anni» Ipotesi: commerciante scomparso nel '99

Rettili nel water, indagano la polizia e Geal

La Nazione


Paura nella casa di una famiglia che abita a Sant’Anna


Lucca, 23 maggio 2011 - Paura. Tanta paura in una villetta di Sant’Anna in via Matteotti, dove nel giro di pochi giorni sono entrati ben tre serpenti passando dalla rete fognaria e dal wc. Le indagini di Geal e Polizia finora non hanno risolto il mistero. Probabilmente a buttare i rettili nella fognatura deve essere stato qualche abitante della zona che aveva la passione per questi animali.

 

Sono intervenuti anche gli operatori dell’associazione Anpana, con l’erpetologo Cristiano Pacini che ha catturato due dei tre rettili che ora sta custodendo in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Il primo serpente, una biscia d’acqua lunga 110 centimetri, era stato ucciso una settimana fa. Uno dei rettili entrati nella casa di Maurizio Lenzi è un «serpente corallo» lungo 50 centimetri, animale che vive nelle zone tropicali del sudamerica. Un esemplare non velenoso ma comunque poco piacevole da incontrare in una casa cittadina. Per la famiglia Lenzi è stata una settimana da incubo, visto che il secondo serpente, dopo essere uscito dal water era entrato nella camera da letto arrivando a pochi centimetri dal letto dove stava dormendo la moglie del Lenzi.

Dopo la cattura dei rettili i tecnici della Geal hanno ispezionato tutto l’impianto fognario non trovando altre sorprese e dichiarandosi sconcertati per la capacità degli stessi rettili di risalire lungo le tubazioni e superare il sifone. La Polizia ha aperto un’inchiesta e, anche insieme al Corpo forestale, sta verificando la posizione degli appassionati di rettili per capire chi possa aver deciso di disfarsi di questi animali abbandonandoli in un pozzo nero. La famiglia Lenzi intanto ha presentato una dettagliata denuncia chiedendo di identificare il responsabile di quello che è stato un violentissimo shock.





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Vertice a casa Moratti Berlusconi: "Con la sinistra Milano sarà città islamica"

Quotidiano.net


E' quanto scrive il premier rivolgendo un appello al voto dei milanesi tramite il sito del Pdl. Il sindaco: "Parliamo di programmi, è quello che interessa ai cittadini"

Milano, 23 maggio 2011


Vertice in casa di Letizia Moratti per fare il punto della situazione e fissare le strategie negli ultimi giorni di campagna elettorale in vista del ballottaggio di domenica prossima a Milano. A pranzo con il sindaco vi sono il ministro della Difesa e coordinatore nazionale del Pdl, Ignazio La Russa, il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, il coordinatore regionale del Pdl, Mario Mantovani, assieme al vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, al sottosegretario Luigi Casero, al vice capogruppo alla Camera del Pdl, Massimo Corsaro, e al responsabile della comunicazione, Paolo Glisenti.

BERLUSCONI: "MILANO CITTA' ISLANICA" - "Milano non puo', alla vigilia dell'Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto'". E' quanto dice il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi rivolgendo un appello al voto dei milanesi tramite il sito del Pdl. Berlusconi chiede ai milanesi di non consegnare la città all'estrema sinistra e sottolinea l'importanza di votare domenica perchè si tratta '"di una scelta importante per il futuro della nostra città e per tutti noi. Milano - aggiunge - ha una storia che la colloca di diritto nella rosa delle capitali più importanti dell'Europa per l'intelligenza, la creatività e l'imprenditorialità. Una città così - insiste - non vorrà certo consegnarsi all'estrema sinistra con il rischio di diventare una città disordinata, caotica e insicura''.

Berlusconi prosegue: “Non credo  che per noi milanesi sia una priorità veder costruire una bella moschea nella nostra città nè che sia una priorità avere nuove centri sociali spacciati per residenze artistiche e creative: non credo che vogliamo vedere le piazze di Milano riempite di bandiere rosse con la falce e il martello, con un sindaco che sembra vada a prendere tutti i giorni il caffè con i centri sociali. Non credo infine che vorremo consegnare la nostra città a chi promette progetti ireealizzabili e fare di Milano la Stalingrado d’Italia". “Da persone concrete, pragmatiche e di buon senso - continua il premier- dovete scegliere tra quello che ha fatto e si impegna a fare la nostra amministrazione di centrodestra e il rischioso, rischioso programma della sinistra che gode dell’appoggio dei centri sociali e delle frange più estremiste della sinistra”.




Berlusconi prosegue: “Non credo  che per noi milanesi sia una priorità veder costruire una bella moschea nella nostra città nè che sia una priorità avere nuove centri sociali spacciati per residenze artistiche e creative: non credo che vogliamo vedere le piazze di Milano riempite di bandiere rosse con la falce e il martello, con un sindaco che sembra vada a prendere tutti i giorni il caffè con i centri sociali. Non credo infine che vorremo consegnare la nostra città a chi promette progetti ireealizzabili e fare di Milano la Stalingrado d’Italia". “Da persone concrete, pragmatiche e di buon senso - continua il premier- dovete scegliere tra quello che ha fatto e si impegna a fare la nostra amministrazione di centrodestra e il rischioso, rischioso programma della sinistra che gode dell’appoggio dei centri sociali e delle frange più estremiste della sinistra”.

DE CORATO: "NON SOLO ZINGAROPOLI, GRAFFITOPOLI" - Il nuovo slogan è stato coniato dal vicesindaco Riccardo De Corato, secondo cui con Pisapia verrà smantellato il ‘Nucleo tutela decoro urbano’ della Polizia locale: "Non solo Zingaropoli, la droga e le unioni civili. Con Pisapia sindaco di Milano la cità correrebbe anche il rischio di diventare ‘Graffitopoli’, ossia terreno di conquista per i writer che imbrattano i muri degli edifici". “E’ bene ricordare - afferma in una nota - che nel programma di Pisapia non si fa minimamente cenno al contrasto dei graffitari. Anzi si afferma che tutte le ordinanze verranno ‘cancellate’. E la Polizia Locale verrà ‘sgravata di tutti i compiti di sicurezza’. Dunque niente piu’ task force contro i writer, che avranno completa via libera. E saranno liberi di sporcare muri, auto, alberi, unirsi ai cortei dei centri sociali per fare danni con le bombolette. Altro che buche".

MORATTI: "PARLIAMO DI PROGRAMMI" - Il sindaco Letizia Moratti, rispondendo ai cronisti che le chiedevano di commentare le dichiarazioni del premier sul ‘’clima da guerra civile’’ a Milano, ha detto: "Parliamo di programmi, queste sono le cose che interessano i cittadini milanesi che, domenica e lunedì, sono chiamati a scegliere chi sarà il sindaco della loro città". "Purtroppo - ha precisato Moratti - non è possibile un confronto con il candidato Pisapia, io davvero sarei felice di rispondere a tutte le domande che possono aiutare a far capire ai milanesi quali sono i programmi concreti che proponiamo". E riguardo l'Ecopass: "Sarà portato domani in giunta e sarà tolto dal 1 ottobre perche’ scade il 1 ottobre". "In un momento di difficile congiuntura economica - ha sottolineato Moratti - e avendo raggiunto risultati positivi perche’ il parco veicoli a Milano è cambiato, vogliamo andare incontro ai milanesi ed e’ la nostra politica ‘no tasse’ e tariffe più basse possibili".

Secondo il candidato sindaco per il centrodestra "non è così, invece, per Pisapia che ha rincorso questa nostra decisione di non mettere l’Ecopass, ma si contraddice rispetto al suo programma e parla senza tenere conto che i partiti della sua coalizione sono tutti a favore di una tassa su tutti i veicoli, inquinanti e non, 5 euro su quelli privati e 10 su quelli commerciali".

MORATTI: "NO TAX AREA" - Il sindaco intervenuto alla Camera di Commercio a margine di un incontro ha detto di "lavorare con il governo per una no tax area". Si tratta di uno dei due provvedimenti che Palazzo Marino sta elaborando in collaborazione con l’esecutivo. "Uno è il regime di attrazione fiscale europeo - ha spiegato il sindaco - che consente di portare in Italia il miglior regime fiscale e quindi attrarre nuovamente imprese internazionali". Il secondo, ha aggiunto Moratti, è "una no tax area per settori che andremo a individuare con il governo, che consentirà per Milano di avere un ulteriore beneficio". A questi due provvedimenti, ha continuato, si aggiungono quelli "sulla agevolazione in materia di ricerca, che ci consentiranno di potenziare i nostri incubatori, quindi le giovani imprese".

Il sindaco non è entrato nel merito del possibile spostamento nella sua città di due ministeri, come annunciato dalla Lega nonostante i dissensi di una parte del Pdl, o di semplici “dipartimenti” ministeriali, come precisato ieri dal premier Silvio Berlusconi. “Credo che queste siano decisioni del governo, le lasciamo al governo” ha tagliato corto Moratti.

MORATTI: "RIDUZIONE CASE ABUSIVE" -  Duarnet un'intervista a Radio Lombardia, Letizia Moratti ha detto: “Abbiamo ridotto in maniera assolutamente drastica l’abusivismo grazie a delle ordinanze, in particolare un’ordinanza molto particolare che ci permette di andare ad intervenire casa per casa, ordinanza che il candidato Pisapia ha già inserito nel suo programma di voler abolire. Noi sgomberiamo gli alloggi occupati abusivamente, interveniamo sui dormitori negli alloggi abusivi: lui quest’ordinanza la vuole abolire. Sono due visioni diverse di sicurezza e sostegno alle famiglie. Nel programma di Pisapia in duecento pagine la famiglia non è quasi mai nominata”.

Poi, un accenno alla famiglia: "Abbiamo delle misure per incentivare famiglie con determinate caratteristiche, numerose o in particolare disagio.  Sicuramente si, abbiamo in cantiere un rafforzamento dell’aiuto alla famiglia”.

FORMIGONI RISPONDE A BOSSI - Il Presidente della Regione Lombardia risponde al leader della Lega, Umberto Bossi, che lo aveva invitato a tacere “perchè governa grazie ai voti della Lega”. A margine di un incontro a Palazzo Pirelli Formigoni ha replicato: "Lo stesso vale per la Lega, se la Lega è al Governo in Regione Lombardia e nel Paese lo deve ai voti del Pdl. Siamo ancora, e lo saremo sempre, il partito piu’ importante della Lombardia e d’Italia”. Il Governatore lombardo, comunque, ha invitato a non formalizzarsi “su queste cose. Il mio rapporto personale con Bossi e’ ottimo, solo che io ho segnalato a Bossi alcune priorità più prioritarie rispetto allo spostamento dei Ministeri”.





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Caccia al serpente in via Diocleziano

Corriere del Mezzogiorno

 

Due coraggiosi sono riusciti a catturalo e a consegnarlo alle forze dell'ordine, chiuso in una busta dell'immondizia

 

 

NAPOLI - È davvero insolito che in una zona densamente popolata di napoli faccia la sua comparsa un serpente. Un'apparizione che ha gettato il panico nella zona di Cavalleggeri. Scopa e paletta alla mano, due coraggiosi hanno affrontato il serpentello sbucato all'improvviso su uno dei marciapiede di via Diocleziano. A seguire lo "scontro" una trentina di curiosi, in bilico tra l'ilarità scatenata dal fatto eccezionale e qualche momento di paura per le fughe improvvise dell'ospite niente affatto gradito. Più di un tentativo per cercare di catturare il serpente (quasi sicuramente una biscia) e alla fine l'idea di infilarlo in un bidone e poi in un sacchetto dell'immondizia, per consegnarlo alle forze dell'ordine. Terminata la caccia, tra i passanti si è scatenato anche un vero e proprio dibattito per stabilire da dove fosse arrivato il serpente. Un dibattito, inaspettatamente, ricco di esperti. Un esercito di ofiologi napoletani.

 

Raffaele Nespoli
23 maggio 2011

Usa: parla al telefono su un treno per 16 ore di fila. Alla fine viene fatta scendere

Corriere della sera

 

Lakeysha Beard viaggiava da Los Angeles a Seattle: alla richiesta di spegnere il cellulare ha aggredito il personale

 

MILANO - Una donna americana è stata fatta scendere con la forza da un treno che lo scorso fine settimana viaggiava da Los Angeles a Seattle. Precedentemente Lakeysha Beard, questo il suo nome, aveva parlato al cellulare per quasi 16 ore di fila portando così gli altri passeggeri sull'orlo della disperazione.

 

ATTACCATA AL CELLULARE - La tratta tra Oakland, in California, e Salem, nell’Oregon, è di circa 1000 chilometri e il viaggio su un treno della compagnia americana Amtrak dura quasi 18 ore. Per Lakeysha Beard evidentemente una buona occasione per conversare un po’. Tuttavia, non con qualche compagno di viaggio, ma al telefono. Appena salita la 39enne ha iniziato la telefonata. Ha parlato per ore e ore. Perlopiù ad alta voce. Incurante degli altri passeggeri è rimasta attaccata al suo cellulare per un totale di 16 ore, riferisce KATU News. Durante il viaggio la donna non si sarebbe minimamente preoccupata delle lamentele e delle preghiere di abbassare la voce che giungevano dagli altri occupanti della carrozza. Carrozza che in questo caso era oltretutto una «quiet car» in cui è appunto vietato disturbare i passeggeri e parlare al cellulare. A più riprese il personale di bordo l’ha invitata a mettere giù e a rispettare la regola. Senza risultati. Anzi: la Beard ha cominciato a diventare aggressiva e a litigare con gli altri viaggiatori. Oltremodo irritato da quel comportamento maleducato, il capotreno ha deciso di far intervenire la polizia.

 

 

DISTURBO DELLA QUIETE - Risultato: arrivati a Salem, nell’Oregon, il convoglio è stato fermato, per consentire agli agenti di salire nello scompartimento e prelevare l’indesiderabile viaggiatrice. La donna è stata accusata di «comportamento atto a turbare l'ordine pubblico». Lei ha reagito così: «È stato irrispettoso. Telefonare non è un buon motivo per far scendere la gente dal treno». Se per Lakeysha Beard si è trattato di una fine improvvisa (e forse inaspettata) di un viaggio in treno, per i passeggeri che (sfortunatamente) viaggiavano con lei è stata invece una vera e propria liberazione. Come abbia fatto la batteria a resistere tutte quelle ore; chi ci fosse dall’altra parte del filo e quali siano stati gli argomenti della lunga conversazione non è dato sapere.

 

Elmar Burchia
22 maggio 2011(ultima modifica: 23 maggio 2011)

Dopo lo scandalo del prete pedofilo: "Insidiò i miei figli 17 anni fa, ma la Curia ignorò tutto"

di Giulia Guerri


Il nome di don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente in carcere da dieci giorni con l’accusa di abuso su minore e cessione di stupefacenti, era già stato scritto nei fascicoli della procura di Genova. La denuncia di un medico: "Don Seppia li tempestava di telefonate e frasi oscene"





Genova - Ora sono venuti fuori i messaggi, le telefonate, gli incontri in canonica per fare sesso coi ragazzini, le bestemmie, gli inni a Satana e la sieropositività. Ma il nome di don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente in carcere da dieci giorni con l’accusa di abuso su minore e cessione di stupefacenti, era già stato scritto nei fascicoli della Procura di Genova. Da diciassette anni, poi dimenticato in mezzo agli scaffali. È il racconto di un padre riportato dal Secolo XIX ad aprire un nuovo ed inquietante capitolo di questa sciagurata storia.

Tutto comincia nel 1994, quando nella casa del genitore di tre ragazzini di Quinto, nel levante genovese, iniziano ad arrivare delle strane telefonate. «Chiamate ossessive, ad ogni ora», rivela il medico ora in pensione al quotidiano ligure, dopo essersi presentato in Procura. A quei tempi i suoi bimbi avevano 10 e 13 anni le femmine, 15 il maschio. Se la cornetta l’alzava lui, si sentivano solo respiri, ma se toccava ai piccoli, allora il maniaco parlava. «Con loro perdeva ogni freno e pronunciava frasi blasfeme, pornografiche. Non riusciva a fermarsi e ogni volta sconvolgeva i ragazzi». Non ebbe alcun dubbio all’epoca a firmare una denuncia contro ignoti, il magistrato diede il via libera per mettere il telefono sotto controllo e le indagini partirono.

L’esito non lasciò dubbi: le chiamate partivano dal telefono del curato della parrocchia di San Pietro di Quinto, don Riccardo Seppia. «Si capì che le molestie arrivavano da lì. Mi dissero quello e niente più. Dopo la mia denuncia e le telefonate controllate, le molestie finirono e il vice parroco fu trasferito». E così accade: don Seppia viene nominato parroco a Clavarezza, Pareto e Frassinello in Valbrevenna. Ma nonostante siano passati 17 anni, l’ex dottore teme che possa esserci stato qualcos’altro con i suoi tre figli. «Non ditemi che la Curia era all’oscuro di tutto e che per il cardinale Bagnasco è stato un fulmine a ciel sereno. Questo è un affronto che non riesco ad accettare».

Intanto ieri sulla chiesa di Santo Spirito a Sestri Ponente sono comparse nuove scritte contro don Seppia «Infame di m..., infame bastardo, giù le mani dai bambini», subito cancellate prima della messa. In mezzo alla strada è rimasto solo il simbolo di Forza Nuova, forse la firma dell’atto. Ma la rabbia è arrivata anche sugli spalti dello stadio Ferraris dove è stato appeso uno striscione: «Preti pedofili al rogo». A Roma l’arcivescovo Bagnasco ricorda la vicenda come «un fatto di grande dolore». Ma il quartiere è ancora sotto choc: non basta la benedizione del Papa portata da don Moretti ai fedeli a rasserenare gli animi. I genitori delle vittime sono pronte a fare una class action contro la chiesa convinti che sapesse tutto e da tempo. Mentre il legale di don Riccardo, Paolo Bonanni presenterà ricorso al Tribunale del riesame per conoscere le carte dell’inchiesta. «Quello che don Seppia doveva dire, l’ha riferito. Per noi non c’è più alcuna esigenza di farci sentire ancora».






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Inps, giro di vite contro le truffe: nel mirino le pensioni dei titolari morti

Osama tradito da una delle mogli? Lite nell'harem del capo di Al Qaeda

Incontrai Ciancimino, l'ultima delusione»

Corriere della sera



Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti del giudice: «Ho perso la speranza di sapere la verità»



GENOVA - È un anniversario vissuto con rabbia da Rosaria Schifani, diciannove anni dopo quel suo struggente «vi perdono, ma inginocchiatevi». Dopo il monito lanciato «a mafiosi e uomini collusi dello Stato» davanti alle bare di Vito, il marito, di due agenti, di Giovanni e Francesca Falcone. No, non torna nemmeno quest'anno a Palermo per le celebrazioni, stordita da quanto succede dentro e fuori i tribunali: «Ho perso ogni speranza di conoscere la verità. Diciannove anni di delusioni...».


Rosaria Schifani, vedova di Vito, uno degli agenti di scorta del giudice Giovanni Falcone, ucciso il 23 maggio '92 nella strage di Capaci ai funerali del marito
Rosaria Schifani

Un'amarezza profonda emerge con sofferenza, come se non volesse spiegarne la causa dirompente, limitandosi a frecciate fulminanti, lanciate durante una agitata passeggiata su un lungomare ligure, da tempo approdo e rifugio per lei e Emanuele, il ragazzo che ha gli stessi anni della strage di Capaci: «La mafia non è morta. Si è infiltrata dovunque, qui al Nord. E giù, a Palermo, il pool antimafia c'è ancora? Non lo vedo più. Vedo solo magistrati che litigano. Soprattutto su quel Massimo Ciancimino che mi ha fatto piangere...». Si blocca, riprende nervosa, si pente d'aver pronunciato le ultime parole, poi si sfoga e spiega d'essere infuriata con se stessa: «Ma lo capisci che io ho implorato aiuto a questo impostore, che ho chiesto di fare giustizia al figlio del vecchio Ciancimino?».

È una rivelazione che la fa star male. C'è una panchina. E c'è un bicchiere d'acqua. Sorseggiato fra interrogativi posti a se stessa: «Perché l'ho fatto? Perché è accaduto? Chi me l'ha fatto fare?».
Ed ecco venir fuori il racconto di un incontro casuale fra la giovane vedova che nel '92 s'aggrappò al cardinale Pappalardo e il rampollo di «don» Vito Ciancimino, il figlio del sindaco da lei sempre considerato simbolo del male: «È accaduto l'otto dicembre, a Fiumicino. L'ho fermato io. L'ho supplicato piangendo di dire la verità.

E mi sono quasi affidata a lui, invece di ignorarlo e di maledirlo come bisogna fare con quanti hanno fatto affari e coperto gli assassini di Cosa Nostra. Perché l'ho fatto? Io ce l'ho con me stessa, sciocca, caduta nella trappola. Ma ce l'ho soprattutto con chi mi aveva fatto credere che quel furfante fosse davvero affidabile. Lo vedevo protetto dalla polizia, coccolato dai magistrati, all'università accanto a Salvatore Borsellino, osannato nelle trasmissioni televisive, sui plachi della politica, perfino a Verona con gli uomini di Di Pietro e, fino a qualche settimana fa, in comunella con i giornalisti antimafia al convegno di Perugia...».

È uno sfogo accorato. Scandito dalle riflessioni sui litigi fra i magistrati di Palermo e Caltanissetta per la gestione di Ciancimino junior: «Come possiamo celebrare l'anniversario mentre questo caso divide chi ancora indaga? Al punto che devono intervenire il procuratore nazionale Piero Grasso e il Consiglio superiore della magistratura, costretti ad assistere pure agli scontri fra i pm di Palermo e il presidente dell'Associazione magistrati. Tutto questo perché Ciancimino l'avevano fatto diventare con le sue parole il fulcro della verità. Ma non si dovrebbe cercare di andare oltre le parole, facendo indagini vere?».

Pone il quesito con rabbia Rosaria perché si danna ancora di quella invocazione rivolta fra le lacrime a Fiumicino, ricostruendo l'incontro: «Io ero in partenza per Palermo con Manù, il mio Emanuele. Mi accorgo che seduto a un tavolo dell'angolo Mc Donald c'è una bella famigliola. Lei alta e bella, un bimbo vispo e lui, il mezzo pentito, osservato a breve distanza da due agenti. Il cuore sussulta. Io e Ciancimino a un passo. Lo scruto. Non ha uno sguardo rassicurante.

Ma un'idea si insinua. Tutti lo decantano. Forse debbo anch'io spingerlo a dire la verità. Trovo un post-it e scrivo in fretta poche parole: "La vita è strana, ci riserva delle sorprese, io moglie di un poliziotto ammazzato a Capaci, lei figlio di un mafioso...". E lo lascio scivolare sul suo tavolo allontanandomi a passo veloce, rimproverata da Manù che non era riuscito a dissuadermi e inseguita da uno dei due poliziotti. "Ciancimino le vuole parlare". Mi fermo. Si, volevo parlargli anch'io.

 Eccolo davanti a me. E io scoppio in lacrime davanti al figlio di "don Vito" chiedendogli di fare giustizia, come fosse un magistrato, un vero simbolo operativo dell'antimafia... E andiamo avanti così per qualche minuto. Parlando come se fossimo sullo stesso piano. Ascoltando le sue parole contro i potenti, pure contro De Gennaro. "Ho il nome del signor Franco, non me lo fanno fare". Io stordita. "Parlerò, anche se mi ammazzeranno". E io a ringraziarlo, gli occhi su Manù: "Lo faccia per questo ragazzo che cresce senza il padre". Io commossa a sentirlo: "Custodirò questo suo biglietto per il prossimo libro". E io a credere, fra le lacrime, a un impostore che teneva in casa i candelotti di dinamite...».

Non sa cosa dire su De Gennaro ed è turbata Rosaria dalle contestate rivelazioni sull'allora ministro dell'interno Mancino: «Non sono più sicura di niente. Ma è assurdo che tanti magistrati fossero invece sicuri di Ciancimino. Ci servono eroi vivi in questo Paese. Ma eroi alla Ninni Cassarà. Inquirenti come lui che facevano indagini serie. Anche con gli infiltrati per scavare e scoprire. Non solo affidandosi a pentiti infidi, alle parole, a mafiosi pagati con stipendi certo superiori al mio. Ci pensino i magistrati che vanno ai convegni, in tv, a presentare libri. La mia diffidenza di sempre mi porta a pensare che tanti cercano un po' di visibilità per se stessi. Anche a costo di usare un personaggio dubbio e ambiguo. E ci sono caduta anch'io. Ma lo Stato non dovrebbe metterci in condizioni di diventare creduloni, con le cicatrici che ci portiamo addosso».


Felice Cavallaro
23 maggio 2011



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Nicoletta Orsomando

Corriere della sera

«Mi chiamavano Signorina Buonasera. Troppi sorrisi, dicevano. Ma piansi in video quando morì la Magnani»


MILANO - Una grande tela di de Chirico campeggia nel salone che guarda i tetti di Trastevere. Eleganza sobria, una biblioteca ordinatissima e preziosa, tappeti, divani, cuscini, un tavolino di cristallo con le fotografie in bianco e nero dei tempi andati. Ma il racconto è senza nostalgia. Oggi Nicoletta Orsomando, l’ex Signorina Buonasera, passa le sue giornate giocando con i nipotini, leggendo romanzi, viaggiando per mezzo mondo, e soprattutto se proprio deve ricordare il passato, lo fa senza rimpianti. Tranne uno, molto privato. Lo vedremo, con calma. Con calma si torna agli anni in cui la famiglia Orsomando viveva a Casapulla, in provincia di Caserta, un padre noto compositore e direttore di banda, errabondo per l’Italia, con moglie e sette figli.



Da Casapulla a Mazzarino, da Mazzarino a Littoria, da Littoria, nel ’37, a Roma. «Mio padre fu chiamato da Mussolini come direttore della banda della milizia: ricordo una città tenuta bene, i giardini fioriti, le strade pulite e sempre annaffiate. In Trastevere, c’era ancora l’atmosfera del piccolo borgo, ci si conosceva tutti. Avevamo un’educazione non solo familiare ma civile che si è persa. Oggi vedo troppe cose che fanno tristezza». Della guerra rimane il ricordo della bambina che si rifugiava in cantina durante gli allarmi aerei: «Altre volte ci mettevamo in corridoio sulle nostre sedioline, finché suonavano le sirene del cessato allarme. Durante il primo bombardamento, mamma e papà non c’erano, dovevano rientrare in treno da Napoli, nell’attesa sono state ore terribili».

Con il 25 luglio, Giovanni Orsomando dà le dimissioni e non aderisce: «Era indeciso, ma mia madre disse: tu da solo a Salò non ci vai, o tutti o nessuno. Del resto, mio padre non era un politico, era un artista, scriveva marce di grande valore. Rimase senza lavoro, vendemmo le nostre cose alla borsa nera, gioielli di famiglia compresi e i miei genitori riuscirono a non farci mancare nulla». Nicoletta frequenta le magistrali e poi segue un corso universitario per assistenti sociali. Non le dispiace affatto lavorare per l’Ina-Casa: «Erano stati costruiti degli agglomerati periferici e io mi occupavo delle assegnazioni delle case ai non abbienti. Poi, mentre cercavo di metter su un piccolo centro sociale per bambini, una specie di asilo, saltò fuori la televisione… ».


La giovane Orsomando aveva già allora un «pallino artistico», avendo già fatto qualche esperienza teatrale. «Tutti mi dicevano: hai una voce così bella, perché non vai a lavorare alla radio? Ero ancora una signorinetta e mi sono lasciata convincere, ma dopo un mese di corso di dizione, fui liquidata e abbandonai l’idea». Ma l’idea ritorna, quando un giorno si presenta un’amica, che lavora in radio, e annuncia a Nicoletta che le si apre una nuova chance: pare che stia per arrivare anche a Roma la televisione, è un’opportunità di lavoro, basta fare dei provini. «Mio padre era presente e mi disse: ma senti, in fondo che cosa ti costa, provaci, vai a sentire…». Era l’agosto 1953. Si sa come sarebbero andate le cose: una marcia trionfale verso Via Asiago. «Grazie al corso che avevo fatto alla radio sapevo parlare davanti a un microfono. In più, non avevo nessun timore della telecamera. Così fui selezionata, con altre quattro o cinque, tra trenta concorrenti».



Comincia quel giorno d’estate un’avventura pionieristica che durerà quarant’anni. «A Roma pochissimi avevano il televisore e all’inizio fare l’annunciatrice era come parlare tra amici, poi sempre più mi accorgevo che quando camminavo per strada la gente si girava a guardarmi e ho cominciato a capire che cos’è la televisione». Professionalità è una parolina abusata, ma parlando con Nicoletta Orsomando, impeccabile nel suo ampio camicione violetto e con i lunghi pendagli neri alle orecchie, si capisce che significa soprattutto serietà e rispetto per il pubblico: «Il pubblico mi ha seguito con affetto. Oggi, quando mi incontrano dicono sempre le stesse cose: quella televisione sapeva starti vicino, era gradevole e non volgare». Stile, ecco, e gradevolezza. Come andò il provino finale? «Mi diedero dei fogli lì per lì da leggere, poi mi chiesero che film avevo visto ultimamente, giusto per capire se sapevo fare un discorso».

Il primo annuncio ufficiale, trasmesso da Roma (la sede di Torino era già avviata), precede un documentario della «National Geographic »: «Era il 22 ottobre 1953, fu il primo annuncio di una serie infinita. L’ho fatto con la massima tranquillità. I miei genitori andarono a vedermi in un negozio di elettrodomestici. Certamente papà avrà detto: quella è mia figlia». Non solo annunci. Poco dopo arriva «La Tv dei ragazzi», e poi «L’amico degli animali » con Angelo Lombardi. E persino un Festival di Sanremo: «Con Nunzio Filogamo, nel ’57. Avevano chiamato due giovani attrici, Fiorella Mari e Marisa Allasio, ma si accorsero che purtroppo non era sufficiente aver fatto del cinema per presentare il Festival. Dunque, chiesero a Nicoletta: avevo già avuto altre esperienze di manifestazioni canore. Niente di speciale ». Vinsero Claudio Villa e Nunzio Gallo con una canzone non memorabile, «Corde della mia chitarra». Persino Orsomando fa fatica a ricordarsene. «La Rai delle origini era molto familiare, ci conoscevamo tutti, il primo Natale l’abbiamo passato insieme, con Mike Bongiorno, Antonello Falqui e altri».

La coppia Falqui-Bongiorno esordì con una rubrica della domenica, «Arrivi e partenze», primo programma Rai, partito il 3 gennaio 1954 alle 14.30: «Mike era molto carino e simpatico, ci teneva a fare l’americano: passavano attori e sportivi, con puntate che ci facevano sbellicare. Una volta venne un campione dell’automobile, e finita l’intervista, fu ripreso dalla telecamera mentre usciva carponi. Succedevano cose così». Succede anche che durante un viaggio verso Riccione, sul macchinone americano di Mike, Nicoletta e la sorellina Titti si vedono sorpassare da un camion che strombazza: è probabilmente un complimento alla fuoriserie o alle due ragazze carine, ma Mike lo interpreta a suo modo: «Disse con candore: "Vedi, mi hanno riconosciuto!" Non so se era vanità, ma certo si pensava già allora al centro della scena». Corrado era un altro carattere: «Abbiamo fatto tantissimi spettacoli insieme al Foro Italico. A volte era terribile, ti diceva le cose più cattive se le pensava. Mi voleva bene: un giorno, quando lavorava già per Fininvest, mi disse: "Vieni a Milano, che ci stai a fare ancora in questa Rai?".

Anche Mike mi chiese di andare a Milano, ma io non avrei mai lasciato la Rai!». Mai delusa dalla «sua» Rai? «Delusione tanta, ma era cambiato tutto e la partenza non mi ha dato nessun dolore: in fondo non era più la mia Rai, quella che scimmiottava le reti private. Mi avevano promesso che avrei continuato a fare qualcosa, ma si sono tutti tirati indietro. Oggi l’importante è il cartellone che ti mettono davanti, ai miei tempi il professionismo era studiare, imparare bene senza sottopance ». Signorine Buonasera non era proprio una definizione generosa: «Mah. Alcuni dicevano che sorridevamo troppo, alcuni sostenevano che un sorriso in più ci voleva, dopo una giornata di lavoro…». Altri si scandalizzavano per una scollatura: «Ricordo che inaugurando un nuovo centro di produzione, indossai un abito da sera con un castigatissimo décolleté. La Rai a quei tempi aveva un direttore intelligente e colto, ma era una specie di prete laico…». Un funzionario zelante si precipitò a prendere una rosa per coprire quel poco che c’era da coprire ed evitare lo scandalo.

L'annuncio più emozionante? Quando andò in onda un film della Rai con Anna Magnani il giorno stesso in cui l’attrice morì: «Non riuscii a vederlo, mi venne giù una lacrima e il pubblico capì». Tra i ricordi memorabili c’è la sospensione dei programmi quando fu ucciso Kennedy, ma la vera data storica, nella vita di Nicoletta Orsomando, venne sei anni dopo il matrimonio, quando decise di separarsi: «Un dolore grandissimo. Vengo da una famiglia normale, che mi ha spronato a passar sopra a tante cose per salvare la famiglia, ma non ne sono stata capace, e il vero rimpianto è questo».

Paolo Di Stefano
23 maggio 2011

Festival di Cannes, Italia senza premi Non habemus Nanni

di Paolo Giordano


Moretti si volatilizza e non c’è nel palmarès finale. Sorrentino prende solo una palmetta. I grandi film si fanno con le grandi idee. Non con i soldi statali



Tanto rumore per nulla. Nanni Moretti, di solito benedetto dalla stampa francese e già vincitore sulla Croisette, stavolta torna a casa senza colpo ferire. Zero premi. Pochi applausi, o molti meno di quanti qui in Italia erano stati previsti. Non habemus Nanni, fumata nera del Conclave di Cannes. Almeno Sorrentino, anche se ha preso un piccolo premio quasi di consolazione come l’Ecumenico della Giuria, ha ricevuto molti applausi trasversali e disinteressati. E il suo film This must be the place si godrà un risalto mondiale nettamente superiore. Per dirla tutta, lui stesso aveva ammesso che «con Malick non c’è partita», quindi nessuna recriminazione, neppure sul fatto che, senza dubbio, qualcosa avrà pur pesato l’assenza di italiani in giuria.
Questa è comunque una lezione che dovrebbe insegnare anche al nostro cinema come «contestualizzare» meglio le proteste (quelle sui fondi statali, per intenderci) e a canalizzare con più lucidità le energie. A fare i grandi film sono le grandi idee, non i soldini pubblici. È lo spirito di iniziativa che, con una parola quasi disprezzata dal cotè cinematografico, si può dire imprenditoriale. Sorrentino un po’ lo è stato, imprenditore del proprio estro, e il suo percorso ne è la dimostrazione: è bravo, vuole crescere e ha fatto i conti con il nostro cinema.
Poche chiacchiere, avrà pensato. E se ne è andato negli Stati Uniti, portandosi dietro un bagaglio meravigliosamente italiano e imparando a declinarlo secondo il dizionario del cinema mondiale. Avanti tutta: chi ha più energia e più idee e più talento, li usi e vedrete che arriveranno anche i fondi. Le proteste per il Fus tagliato o tagliuzzato, vanno bene per un po’. Ma se sostituiscono tutto, o quasi, il resto, allora no. E anche quest’anno evidentemente il cinema italiano paga a Cannes la sua solita e quasi incurabile autoreferenzialità logorroica che lo porta a trattare temi, a sviluppare «plot» e sceneggiature che difficilmente riescono a essere metabolizzate al di là di Chiasso tanto si rivelano introiettate.
All’estero, dicono in molti, gli spettatori che seguono un film italiano spesso si ritrovano con la stessa faccia di Al Gore l’altra sera da Santoro: incredula, del tipo «che cosa stanno dicendo questi qui?». Niente empatia.
Insomma, l’Italia torna a casa da Cannes senza aver raccolto praticamente nulla, fatta salva la Palma d’Oro alla carriera dispensata a Bernardo Bertolucci nella prima giornata di Festival. E va da sé che il ministro Galan, che a differenza del suo predecessore si è presentato a Cannes, esprima soddisfazione così: «La continua attenzione della stampa e della critica mondiale per i film italiani di questa edizione, dei quali sono stato con grande soddisfazione un acceso sostenitore durante la manifestazione francese, sono state un riconoscimento internazionale alla crescente qualità del cinema italiano».
Che altro avrebbe potuto dire?
Anche Rai Cinema, che in questi giorni distribuisce con 01 il film di Malick nelle nostre sale si limita ad applaudire il vincitore con le parole dell’amministratore delegato Paolo Del Brocco: «Siamo molto contenti della prestigiosa Palma d’Oro assegnata a The Tree of Life di Terrence Malick, l’opera di un grandissimo autore che la critica ha definito un capolavoro assoluto. Un’opera che svela il senso della vita, infonde un profondo senso religioso di fronte all’avventura dell’esistenza umana». Poi però non può che sottolineare il «dispiacere per il cinema italiano che torna a mani vuote, pur presentando due grandi film come quello di Moretti e di Sorrentino, la loro qualità faceva presagire qualche riconoscimento». Tutto bene. Ma da adesso bisognerà riflettere sul perché non ne sia arrivato neppure uno.





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L’unico «miracolo» di Pisapia: resuscitare le mummie rosse

di Felice Manti


Tremate, tremate: le mummie rosse sono tornate. I compagni sono usciti dalle catacombe dell’oblio. E sono tornati ad affollare giornali e tv, dopo essere stati spazzati via dal voto del 2008, quando i partiti di sinistra non riuscirono a eleggere neppure un parlamentare né alla Camera né al Senato. È una specie di miracolo, quello di Giuliano Pisapia. Perché questa rentrée è tutta merito dell’avvocato rosso candidato da Sel che potrebbe spostare a sinistra la capitale economica del Paese.

Quelli che nel tragicomico biennio del governo Prodi, dal 2006 al 2008, dettavano legge su tutto, tenevano il Professore per gli attributi, minacciavano strappi e nuove elezioni, protestavano e intanto governavano, ora sono politicamente resuscitati. Loro, quei massimalisti che osarono persino sfilare contro la riforma del Welfare (abolizione dello scalone di Maroni sull’aumento dell’età pensionabile e 750 milioni di euro l’anno presi dai contributi sui co.co.co) che avevano contribuito a far approvare. Li avevamo lasciati così, a leccarsi le ferite dopo la cacciata a furor di popolo dal Parlamento, a scannarsi l’un l’altro per capire per colpa di chi si era miseramente perduto.

Fausto Bertinotti si era definitivamente congedato dalla politica dopo la sconfitta del 21 aprile 2008 al congresso di Rifondazione. Nichi Vendola era l’uomo nuovo, che avrebbe dovuto ricucire un rapporto logorato da due anni nella stanza dei bottoni. Il bertinottiano Franco Giordano aveva lasciato la guida del Prc dopo essere stato travolto dagli strali di Paolo Ferrero: «Mi dimetto per la sconfitta, e a Paolo lo dico con sincerità: non posso essere dimesso per una cultura del sospetto. Che cultura politica è questa?». Boh?

Sono passati tre anni ed eccoli di nuovo, i reaparecidos, i sopravvissuti. Predicano amore e fratellanza a sinistra, e vomitano odio a destra. C’è Giordano, oggi dirigente di Sel, che getta sale «sulla ferita inferta al santuario del berlusconismo, che difficilmente potrà essere sanabile». C’è il suo (ex?) nemico Ferrero, segretario nazionale di quel che resta di Rifondazione comunista, che accosta sobriamente Berlusconi a Mussolini («È il suo erede») e chiama a raccolta i suoi sull’ennesimo progetto politico, il sogno di una vita, con tanto di appello a Sel, Pd e ai giustizialisti come Antonio Di Pietro: «Tutte le forze del centrosinistra costruiscano un fronte democratico elettorale al fine di sconfiggere le destre, per costruire una sinistra degna di tale nome». Con buona pace di Pier Luigi Bersani, che in cuor suo sogna di essere il nuovo leader ma che rischia di finire come Prodi, appeso agli zero virgola.

Sono i delusi del Pd, probabilmente, ad aver ingrossato le fila sinistre dell’opposizione. Perché Vendola, Pisapia e i suoi, a parole, ci sanno fare meglio del monotono Pier Luigi. Bastava sentire l’altra sera in tv Fabio Mussi, un altro ex comunista passato con Vendola, a discettare di politica con il leghista Matteo Salvini su La7, e prima ancora invocando «le prove generali del nuovo centrosinistra» su Agorà, programma del mattino della tv pubblica. C’è spazio per Marco Rizzo, il leader dei Comunisti Sinistra Popolare che discetta di politica a Studio Aperto e si sentono ringalluzziti anche i ragazzi No Tav, i signornò per eccellenza che, incassata la vittoria di Piero Fassino a Torino, ora minacciano sfracelli, con la complicità dei grillini: «Se ripartono i lavori dell’Alta velocità blocchiamo la tappa del Giro d’Italia Verbania-Sestriere». Amen.

E Oliviero Diliberto? Anche il segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra è passato dal convegno messinese dal croccante titolo «Ricostruire il partito comunista. Appunti per una discussione» al pc, per vergare su Facebook la sua personalissima analisi dei dati elettorali milanesi e nazionali: «Per la prima volta, dopo il 2008, il centrosinistra segna una netta inversione di tendenza. Importante, positiva. C’è voglia di aria nuova ma Berlusconi e i suoi tenteranno di impaurire gli italiani come se a Milano o altrove stessero per arrivare i cosacchi». Ah no?
felice.manti@ilgiornale.it



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De Magistris "forcaiolo" e Pisapia "estremista" Ma adesso Pd e Terzo polo fanno il tifo per loro

di Paolo Bracalini



Roma «Cosa bisogna fare ora? Compattarsi su de Magistris, piaccia o non piaccia». Ed è facile immaginare che a lui, Vincenzo De Luca, già candidato Pd alla regione Campania, non piaccia affatto, visti gli scontri tra lui e l’ex pm quando quest’ultimo capeggiava la fronda Idv contro l’appoggio a De Luca («candidato improponibile»). Si fermasse solo qui la stranezza del melting pot elettorale per sostenere la corsa di de Magistris, che da magistrato ha indagato mezzo Pd, il quale ora - pur di non perdere la partita col Pdl - sposa «l’istinto giustizialista vagamente forcaiolo» del dipietrista, come ebbe a dire Giorgio Merlo, deputato Pd, qualche anno fa. E Fassino, neosindaco di Torino?
Quando de Magistris provò a toccare Francesco Rutelli, all’epoca piddino, sbottò indignato: «È una forzatura, si vuole tirare per i capelli un politico su cui non ci sono dubbi. Queste inchieste sono fondate sul presupposto “indaghiamo su un politico tanto qualcosa emerge”. Mi ricordano il proverbio cinese “quanto torni a casa picchia tua moglie, lei sa perché”. Siamo in uno stato di diritto e chi indaga deve dimostrare le accuse che muove». Capito de Magistris, candidato sindaco sostenuto dal Pd? Chiedere anche a Luciano Violante, che quando de Magistris fu rimosso dai suoi incarichi alla procura di Catanzaro plaudì la decisione del Guardasigilli, una «risposta adeguata a una vicenda gravissima» (che invece de Magistris descrisse come un golpe).
Per non parlare del Fli, che appoggia in incognita il candidato Idv, ma che quando erano ancora nel Pdl, da Consolo alla Bongiorno a Fini stesso, provavano orrore per i metodi dell’ex pm. Trovando in de Magistris lo stesso fastidio all’idea di una qualche vicinanza, visto che «un’alleanza elettorale stile Cln, con Fini e Udc, non è percorribile, a meno che Berlusconi non porti i carri armati nelle piazze». Eppure gli è riuscita, senza carri o lanciarazzi nelle piazze di Napoli.
Su Giuliano Pisapia si sarebbe registrato la stessa freddezza, se la sua investitura alle primarie non fosse coincisa con la fase più acuta dello scontro tra Pdl e finiani (con Fli ancora in fasce). Eppure i colonnelli di Fini, pur tifando in ogni modo per un tonfo della maggioranza a Milano, non possono che prendere le distanze dal candidato dell’ultrasinistra. Secondo Italo Bocchino, capo in pectore di Fli, Pisapia è «un estremista» (però lo è anche la Moratti perché lo attacca in tv») che «è sceso in campo per rompere il centrosinistra».
Però se riuscisse a rompere l’asse Pdl-Lega, i finiani brinderebbero a champagne all’estremista Pisapia. Così anche gli altri terzopolisti, quelli dell’Udc, ad ogni pie’ sospinto hanno rimarcato di essere una casa diversa da Pisapia, il cui progetto è «alternativo a quello dell’Udc». Ufficialmente il partito di Fini non dà indicazioni né a Napoli né a Milano, dove ha pochi voti. Però tifa per la sconfitta del Pdl, ovviamente. Più influenza ha il Fli nel capoluogo campano, dove Italo Bocchino può spostare preferenze, e anche qui è piuttosto probabile che il colonnello Fli dia indicazioni non ufficiali ma ufficiose di affondare Lettieri, candidato Pdl. Se non è l’affinità a muovere i voti, l’odio tra nemici può essere una molla più che sufficiente.




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Vendola fuori dal mondo Per lui Milano è fiction

di Tony Damascelli

Il leader Sel accusa Berlusconi di aver assoldato comparse per affollare la città di drogati, sbandati e zingari "finti"



Nicola di Bari è un fenomeno. Le sue ultime esibizioni confermano il repertorio di un protagonista dell’epoca moderna. Vorrei che non si confondessero i personaggi: Michele Scommegna nato a Zapponeta, campagna foggiana, paese delle cipolle, scelse il nome d’arte di Nicola di Bari per affetto alla terra sua e al santo patrono del capoluogo. Con la sua voce ha vinto due festival di Sanremo cosa riuscita soltanto a Modugno e a Nilla Pizzi. Nicola Vendola è nato a Bari, proprio il capoluogo del santo di cui sopra, ma si fa chiamare Nichi, in omaggio a Nikita Krusciov, punto di riferimento della sua infanzia e adolescenza a Terlizzi.
Nicola Vendola è un personaggio di gran moda nella sinistra nostrana. Non in tutta la sinistra forse perché lui è più a sinistra di altri o forse perché a D’Alema, boss di Gallipoli, il conterroneo di ideologia non lo è di idee. Ma Nicola detto Nichi Vendola ha deciso di dare battaglia al governo, a Berlusconi, alla destra, anche perché così facendo e così dicendo meno si parla, in Puglia, da Bari a Terlizzi, da Ruvo a Leuca, dei guai, e che guai, che la sanità pugliese ha vissuto grazie al governatore e alla sua orchestra in questi anni di luminosa gestione. Dunque l’ultimo disco di Nicola di Bari, non quello vero, è un rap fenomenale, non potendo ascoltare la musica leggete il testo che è stato presentato ieri a Mantova, in una serata dedicata a Pastacci Alessandro, candidato del centrosinistra: «Milano in questi giorni sembra un set cinematografico. Girano per la città tante comparse pagate, finti zingari ubriachi, finti ragazzi dei centri sociali che molestano i viaggiatori nel metrò, finti tossicodipendenti, finti violenti. Il centrodestra è disperato. Vedi caro Berlusconi, oggi sei in piedi grazie al coraggio della paura e come dice Totò, la paura fa 90. È come se l’Italia fosse uscita dal recinto della pubblicità e abbia di nuovo messo piede nella realtà».
A parte alcuni sfondoni di consecutio, congiuntivi e affini, e la citazione del principe De Curtis (trattasi del titolo di un film e non di una frase celebre di Totò), ritengo che i vari tour di Nicola Vendola abbiano trascurato, negli ultimi mesi o anni, la frequentazione di metropolitana, centri sociali, zone rom e dintorni, milanesi. Avrebbe tutto il tempo per trovare il coraggio di non avere paura e di trascorrere alcune ore serali, e perché no, alcuni giorni, lungo la linea verde o rossa o gialla, oppure verificare le pendenze degli inquilini dei centri sociali in materia di affitti, bollette luce, gas, telefoni o, infine, scegliere come sede delle ferie estive un campo nomadi, per comprendere appieno dove stanno i finti e dove stanno quelli veri. Eppure Nicola Vendola, detto Nichi già alle elementari, dovrebbe sapere quello che pensano e dicono i suoi corregionali, quelli veri non quelli finti, dico dei pugliesi che vivono e lavorano a Milano e sono tanti con la paura e senza il coraggio di urlare perché hanno capito che il problema non è la Moratti, che ha già dato abbondantemente del suo, ma chi crede e ritiene che Pisapia rappresenti il futuro, già avendo avuto un passato per nulla finto.
Ma quando Nicola di Bari parla, con quella pronuncia un po’ sghemba, l’esse blesa che non gli consentì di anticipare Scamarcio tra i famosi attori cinematografici di Puglia, questo era il suo sogno svanito, ma si permise di comiziare in Calabria con un monumento ai caduti, essendo, la piazza, vuota di popolo, perché in fondo i cittadini, anche quelli di sinistra, possono essere finti ma esistono. Come diceva Totò: ma mi faccia il piacere.




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Pisapia difende (ancora) i violenti

di Gabriele Villa



Dopo l’aggressione alla madre dell’assessore, anziché scusarsi il candidato della sinistra sceglie la via dell’ambiguità: "Escludo sia stato un mio fan. Ho detto loro di porgere l’altra guancia". Ma ieri nuove intimidazioni al centrodestra






«L’ultima cosa che mi preoccupa è di essere coerente con me stesso». È una frase illuminante.
Che lo scrittore francese André Breton, grande interprete e cultore del surrealismo, amava ripetere con disinvoltura. La stessa disinvoltura che Giuliano Pisapia, un altro grande interprete e cultore del surrealismo (in fondo tutta la sua campagna elettorale è stata, fino ad oggi, qualcosa di surreale) ha sfoggiato nei suoi itinerari politici. Poco importa sapere se l’avvocato, indistintamente amato dalla gauche caviar milanese come dai leoncavallini, abbia scientemente deciso, date le circostanze, di far proprio l’aforisma di Breton. Importano i fatti.
E i fatti non depongono affatto, scusate il bisticcio di parole, a favore della coerenza di cui Pisapia, ad ogni pie’ sospinto, ad ogni stretta di mano, sta dando inequivocabile prova. Esaminiamo giusto i fatti delle più recenti ore di questa campagna ad alta tensione. Avant’ieri una innocua signora settantenne, Francesca Rizzi, militante Pdl nonché madre dell’assessore allo Sport della giunta Moratti, Alan Rizzi, viene aggredita e malmenata da due facinorosi, agghindati con spillette e altri simboli della lista Pisapia, che la mandano in ospedale, dove è tuttora ricoverata. Una punizione esemplare, inflittale solo perché si era permessa di volantinare a favore di Letizia Moratti, tra le bancarelle del mercato di via Osoppo.
A questo punto che cosa fa Giuliano Pisapia? Sostanzialmente se ne frega. Prima ignora. Poi tentenna. Poi abbozza una timida reazione e, ricalcando fanciullesche giustificazioni, dichiara: «Escludo che un mio sostenitore l’abbia malmenata o spintonata, in ogni caso le auguro pronta guarigione». Ma come «non siamo stati noi», avvocato? Suvvia, coi tanti amici un po’ troppo esagitati che lei può vantare, può capitare che qualcuno voglia tenersi in allenamento.
Quindi quel «non siamo stati noi» suona un po’ stonato, come stonata e fanciullesca pure suona anche l’altra traballante dichiarazione a sostegno della prima che già zoppicava per conto suo: «Sono successi incidenti sgradevoli, due miei sostenitori sono stati aggrediti, hanno presentato denuncia facendo nomi e cognomi e sta indagando l’autorità giudiziaria. Ci sono delle responsabilità ben precise di cui si avrà certezza in tempi brevi». Della serie: anche a noi hanno rotto le macchinine. Per fortuna che qualcuno, di tanto in tanto, ricorda la verità all’avvocato Coerenza. Ieri per esempio lo ha fatto Ignazio La Russa, suo collega avvocato e ministro della Difesa che ha puntualizzato come segue: «Io mi sarei aspettato che Pisapia fosse andato in ginocchio a chiedere perdono alla signora Rizzi, non che negasse che c’è una appartenenza da parte di chi forse ha immaginato di fare un salto nel tempo, a quando era vietato, a chi non era di sinistra, esprimere opinioni. Mi sono molto meravigliato. Non appartiene al Pisapia che conoscevo perché assumersi le proprie responsabilità è importante». 
Secondo La Russa, «ci sono decine di testimoni. Forse c’è addirittura una ripresa televisiva che qualcuno ha nascosto. Adesso stiamo cercando di capire dove è finita. E il dato comune alla tensione di questi giorni è il disturbo programmato dei sostenitori di Pisapia all’attività di propaganda dei supporter della Moratti, il tentativo di sopraffazione culturale, di sopraffazione fisica, che scimmiotta il clima degli anni ’70. Per fortuna non siamo più negli anni ’70».
Disturbo programmato che, a quanto pare, anche ieri ha registrato altri episodi controversi con epicentro in piazza Frattini, nel quartiere Lorenteggio, dove è stato offerto un altro esempio significativo di tolleranza dai Pisapia’s fans. Che, questa volta, avrebbero spedito all’ospedale, dove è stata medicata per ferite al polso e alle braccia, una giovane donna intervenuta a difesa di sua madre, che voleva solo starsene seduta con la nipotina, sulla panchina di fronte al gazebo di quelli di sinistra. E Pisapia che dice? «Continuo e continuerò a fare appelli alla calma». Poi, folgorato, evidentemente, sulla via Osoppo, riscopre, a suo uso e consumo, l’insegnamento evangelico: «Ho detto ai miei sostenitori di porgere addirittura l’altra guancia qualora fossero provocati o ci fosse violenza nei loro confronti». E i suoi sostenitori l’hanno preso alla lettera. Facendo solo un po’ di confusione tra le varie guance.



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Gli inglesi non vogliono Di Canio come allenatore: «E' fascista»