mercoledì 18 maggio 2011

La verità sull'Olio di Lorenzo

L'Imax reinventa l'«esperienza cinema»

Corriere della sera

 

A Pioltello presso l'Uci Cinemas inaugurata la prima sala italiana Imax digitale e 3D

 

PIOLTELLO (MILANO) - Dodicimila watt. L'esperienza del cinema Imax è anche una questione di potenza dell'audio. L'inaugurazione della prima sala Imax digitale e 3D d'Italia, presso l'Uci Cinemas di Pioltello (Milano), con la proiezione de «I pirati dei Caraibi 4», ha mantenuto le promesse per quanto già era noto di buono di questo nuovo modo di fruire il cinema. Anzi rispetto ad altre sale provate da chi scrive all'estero qualche anno fa a Pioltello abbiamo registrato anche qualche ulteriore passo avanti. Soprattutto sul fronte dell'audio.

PROGRESSI - L'Imax (la sigla sta per Image Maximum) è un sistema di proiezione che ha la capacità di mostrare immagini con una grandezza e una risoluzione molto superiore rispetto ai sistemi tradizionali di proiezione. A Pioltello lo schermo alto 20 metri, occupa circa 200 metri quadri ed è leggermente ricurvo, per permettere una maggiore immersività nell'azione cinematografica. «In una sala tradizionale tu guardi il film - spiega Jualian Stanford, general manager per l'Europa di Imax - in una sala Imax invece tu sei dentro al film». Ovviamente per meglio gustare lo spettacolo sarà come sempre più opportuno scegliersi una posizione centrale in sala. Due però sono gli avanzamenti tecnologici presenti nella sala italiana che permettono una fruizione ancora migliore rispetto al passato. In primo luogo il passaggio ai due proiettori digitali che sono in grado di utilizzare un nuovo processo di rimasterizzazione delle pellicole tradizionali chiamato Imx Drm che permette di trasformare film non Imax in film proiettabili su questi particolari schermi, l'altro è l'adozione di un software audio chiamato nXos, che permette di ricalibrare l'ascolto in sala prima di ogni proiezione da 11 punti diversi. La sala costruita su un preciso standard acustico i diffusori allineati con precisione laser e costruiti appositamente per la specifica sala, l'utilizzazione di cinque canali discreti fanno il resto.

 

 

ESITO - L'esito è sontuoso. L'ascolto riesce a realizzare in sala una localizzazione del suono che non eguali almeno nel confronto con i cinema tradizionali, i bassi vengono percepiti con il corpo e non solo con le orecchie, la chiarezza dei dialoghi è cristallina. Intanto l'Imax lascia trapelare che nuovi passi in avanti sono possibili. «Stiamo sperimentando la riproduzione a 48 fotogrammi per secondo (il prossimo film di Peter jackson Lo Hobbit» verrà girato così) - spiega Stanford - i risultati sul piano visivo sono eccezionali anche se è un procedimento molto costoso e quindi dovremo fare una lunga valutazione prima di introdurlo».

 

COSTI - Ovviamente infatti tanta tecnologia ha un costo. Per trasformare in Imax una delle sale del suo multiplex di Pioltello, Uci Cinemas ha speso 600.000 euro solo in ristrutturazioni. A cui va aggiunta la spesa di proiettori, schermo e diffusori. Ma questo non ha fermato il primo gruppo italiano come numero di schermi, che sta pensando a realizzare un'altra sala Imax nella zona di Roma. Del resto il rapporto di biglietti acquistati per sala è molto vantaggioso per l'Imax. In meno di una settimana di prevendita a Pioltello sono stati venduti 1144 biglietti per «I pirati dei Caraibi 4» in Imax, contro i 233 della sala 3D normale. Anche il prezzo del singolo biglietto poi è più alto: 13 euro (11 per bambini e over 65). Uno sbarramento però che non sembra fermare il telespettatore felice di provare questa nuova esperienza.

 

ESPERIENZA - Inutile dire che non vedremo mai cinema d'autore in una sala Imax. I costi di trasformazione e il tipo di esperienza che si vuole proporre allo spettatore la rendono utilizzabile solo per blockbuster o film molto spettacolari. Sempre più registi però pensano di realizzare film direttamente in formato Imax. Sarà il caso di diverse scene del prossimo «Mission impossible 4» ad esempio. Un dubbio alla fine potrebbe sorgere. Ma l'audio non sarà troppo forte? Posso assicurarvi che dopo aver avuto un bambino che parlava al mio fianco per quasi tutto il film, 12mila watt mi sono sembrati perfino troppo pochi.

 

Marco Letizia
18 maggio 2011

In fumo i risparmi di una vita Poste, truffati anche i novantenni

Il Messaggero


Fuggita con oltre 2 milioni di euro la direttrice dell'ufficio postale di Castel San Pietro, Daniela Paponetti









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Ecco lo spot gay friendly della Toscana

Il Giornale


La Toscana punta sul turismo omosessuale: ecco lo spot per il web del progetto Toscana Gay Friendly, con lo slogan che recita "In Tuscany not everything is straight", ossia "non tutto è diritto", che gioca sul doppio senso dell'aggettivo, che viene usato anche per definire gli eterosessuali.

A cura di TmNews




Fabbriche di scarpe firmate tutte false e pronte per il mercato: 42 denunciati

Corriere della sera

 

La Guardia di Finanza ha smantellato una struttura industriale che produceva Hogan contraffatte: blitz tra Campania, Roma e Marche

Le fabbriche di Hogan false

ROMA - Scoperta dalla Guardia di Finanza una vera e propria struttura industriale, con due fabbriche dotate di sofisticati e costosi macchinari, per la produzione delle suole con marchio «Hogan», e due opifici clandestini, per l'assemblaggio delle scarpe contraffatte. L'attività è stata smantellata dai Finanzieri del Comando provinciale di Roma, che hanno anche denunciato 42 persone.

 

 

PRONTE PER IL MERCATO - La merce era destinata anche al mercato illecito della Capitale. Ed è proprio partendo dalla vendita delle scarpe così marcatamente simili alle originali, che le Fiamme Gialle del gruppo di Fiumicino hanno ricostruito l'intera filiera, scoprendo anche le aziende responsabili della produzione degli stampi e degli imballaggi. Le indagini, avviate dopo alcuni sequestri a Roma di merce accuratamente riprodotta, hanno portato i finanzieri alle porte di Napoli, nei comuni di Melito e Grumo Nevano, dove hanno individuato due laboratori adibiti alla fabbricazione delle suole, nonchè a Volla e nella periferia nord della città, presso gli opifici clandestini allestiti per la realizzazione delle scarpe da immettere sul mercato. Le attività investigative hanno inoltre permesso di localizzare, in provincia di Macerata, una fabbrica di stampi in alluminio necessari per la realizzazione di suole con impresso il marchio «Hogan», e uno scatolificio di Napoli dove venivano prodotti gli imballaggi per il prodotto finito, analoghi agli originali.

IL BLITZ - È scattato pertanto il blitz dei finanzieri, con una serie di perquisizioni disposte dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma, Pierluigi Cipolla, che hanno consentito di scoprire, occultati dietro una finta parete ricavata all'interno di un deposito merci protetto da un sistema di videosorveglianza, i macchinari di stampaggio delle suole, nonchè materie prime, semilavorati e prodotti finiti stoccati in due strutture perfettamente attrezzate con decine di operai addetti alla lavorazione. Complessivamente, sono stati sequestrati 61 macchinari industriali, 8 matrici in resina e 44 stampi in alluminio, 11 tonnellate di polimeri plastici per la fabbricazione delle suole, di cui 30.000 già pronte, 50.000 etichette riproducesti il noto marchio e 10.000 imballaggi completi. Mille paia di scarpe di vari modelli e taglie, completate negli ultimi due giorni, erano pronte per la distribuzione. Il giro d'affari annuo stimato era di circa 10 milioni di euro. I 42 responsabili, a vario livello coinvolti nell'intera filiera del falso, sono stati denunciati all'Autorità giudiziaria per i reati di contraffazione e ricettazione.

 

Redazione online
18 maggio 2011

Libia, in fuga la moglie e la figlia del Raìs Il figlio si cura a Djerba, in Tunisia

Quotidiano.net


Le due donne piu’ importanti del regime si troverebbero gia’ in un noto albergo dell’isola di Jerba. Presto liberi 4 giornalisti in mano a Gheddafi. Nessuna nave Nato colpita e affondata a Misurata


Tripoli, 18 maggio 2011


Circola in queste ore in Libia la notizia della fuga della moglie del colonnello libico Muammar Gheddafi, Safiya Farkash, e della figlia Aysha in Tunisia.

Secondo fonti citate dall’emittente qatariota al-Jazeera, le due donne piu’ importanti del regime si troverebbero gia’ in un noto albergo dell’isola di Jerba, dove domenica notte sarebbe arrivato anche il figlio maggiore di Gheddafi ed altri esponenti del suo regime che hanno deciso di abbandonarlo.

IL FIGLIO DEL RAI'S IN TUNISIA A CURARSI -  Mohammad Muammar Gheddafi, figlio minore del Raìs, si trova in Tunisia, sull’isola di Djerba, da domenica scorsa. Lo afferma il quotidiano panarabo Al-Quds Al-Arabi, specificando che l’uomo ‚ alloggiato in un hotel di lusso, dove verrebbe sottoposto a cure mediche non specificate.

PRESTO LIBERI I GIORNALISTI ARRESTATI IN LIBIA - Saranno presto liberati quattro giornalisti stranieri arrestati in Libia lo scorso 4 aprile nei pressi della citta’ di Brega. Lo ha annunciato il portavoce del governo libico, Moussa Ibrahim, citato dal sito web del quotidiano ‘al-Quds al-Arabi’.

Il portavoce ha sottolineato che i quatto reporter sono comparsi davanti a un giudice di un tribunale amministrativo che li ha condannati a un anno di carcere con la condizionale per “essere entrati illegalmente nel paese”. I giornalisti che verranno rilasciati sono Clare Morgana Gillis, una freelance che lavora per ‘The Atlantic’ e ‘Usa Today’, James Foley dell’agenzia d’informazione ‘GlobalPost’, lo spagnolo Manu Brabo e il fotografo sudafricano Anton Hammer.

CANADA, ESPULSI 5 DIPLOMATICI LIBICI - Il Canada ha deciso di espellere cinque diplomatici libici in carica nell’ambasciata di Libia a Ottawa, rimproverando loro “attività illecite”. I cinque diplomatici sono stati dichiarati “persona non grata” per aver svolto “attività contrarie all’esercizio delle loro normali funzioni diplomatiche”, si legge in una nota del ministero degli Esteri, che non precisa di qali attività si trattasse.

Il Canada partecipa alle operazioni Nato in Libia con aerei da guerra e una fregata. Ottawa non ha interrotto le relazioni diplomatiche con Tripoli anche se le attività della sua ambasciata in Libia sono sospese.

MOSCA: GHEDDAFI INTERROMPA GLI ATTACCHI AI CIVILI - La Russia chiede alle autorità libiche di fermare immediatamente gli attacchi contro i civili. L’appello arriva oggi tramite un comunicato diffuso dal ministero russo degli Esteri, all’indomani della visita a Mosca degli inviati di Muammar Gheddafi. Il ministro degli Esteri “Sergei Lavrov ha sottolineato l’importanza che Tripoli annunci ufficialmente la sua disponibilità a fermare gli attacchi contro la popolazione civile e a rispettare pienamente le risoluzioni 1970 e 1973 del Consiglio di sicurezza Onu”, si legge nel testo rilanciato dalle agenzie russe.

Ieri, al termine dei colloqui con gli emissari del raìs libico, il capo della diplomazia del Cremlino aveva annunciato che “a Tripoli sono disposti a prendere in considerazione approcci che si basano sulla ‘road map’ dell’Unione africana, sono pronti a soddisfare i requisiti della risoluzione 1973” a patto che si fermino i raid Nato. Nel tentativo di assumere un ruolo di mediatore nella crisi nordafricana, Mosca - da subito molto critica sull’intervento Nato - ha già auspicato di incontrare presto anche i ribelli libici.

NESSUNA NAVE NATO COLPITA E AFFONDATA - E’ “un’affermazione provocatoria” la notizia diffusa dalla televisione libica secondo cui una nave Nato sarebbe stata colpita dalle forze governative nel porto di Misurata. Lo ha confermato un funzionario della Nato, secondo cui “non c’era nessuna nave dell’Alleanza abbastanza vicina alla costa da poter essere colpita dalle forze pro-Gheddafi’’.
 






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Nominato il successore di Osama

Corriere della sera

 

L'egiziano Saif al Adel capo ad interim di Al Qaeda

 

  • L'egiziano Saif al Adel

L'egiziano Saif al Adel

ISLAMABAD - L'egiziano Saif al Adel è stato nominato successore temporaneo di Osama bin Laden. Lo riferisce la stampa pakistana che dà notizia di un incontro ad altissimo livello dei capi della rete terroristica che si sarebbe svolto in un luogo segreto proprio a Abbottabad, dove è stato ucciso bin Laden. Saif al Adel è ritenuto la mente degli attacchi contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania nel 1998, che provocarono 86 morti, fra cui otto americani, e oltre mille feriti.

LA DECISIONE - La base di Al Qaeda ha chiesto che venisse presto designato il successore di Osama, ma non si è fidata di Ayman al-Zawahri. colui che proprio con bin Laden ha progettato gli attentati dell'11 settembre 2001 e che ora sta cercando consensi. Per questo per ora si è ripiegato su un nuovo capo, Saif al Adel. Ad interim «perché - chiarisce alla Reuters Noman Benotman, ex membro dell'organizzazione e oggi analista della britannica Fondazione Quilliam - i jihadisti hanno mostrato impazienza e fatto sapere, via web, di essere estremamente preoccupati per il ritardo nell'annuncio del nome del successore. Si spera, adesso, che le cose si calmino. La decisione apre la strada all'ascesa di al-Zawahri», che avrà più tempo per convincere i miliziani della propria fedeltà.

 

 

IL PROFILO - Saif al Adel (Spada della Giustizia), al secolo Muhammad Ibrahim Makkawi, ricopriva la carica di «capo di Stato maggiore» di al Qaeda anche prima del 2 maggio, il giorno in cui Osama bin Laden fu ucciso ad Abbottabad. Egiziano come al-Zawahri, ebbe un ruolo nell'attentato in cui nel 1981 rimase ucciso Anwar al Sadat. Benotman, ex capo della jihad in Libia. Adel fuggì da un campo di addestramento in Afghanistan in Iran dopo l'invasione seguita all'11 settembre. Qui venne messo agli arresti domiciliari. Secondo la stampa araba è stato rilasciato un anno fa, e da allora si muove nell'area di confine tra il nord del Pakistan e l'Afghanistan..

 

Redazione online
18 maggio 2011

Tre ragazzi accusano «Droga e incontri anche in canonica»

Corriere della sera


I Nas e le molestie: ascoltato un 13enne Il racconto Uno degli adolescenti: «Sono andato da lui perché mi fidavo, era un sacerdote»



GENOVA - «Sono andato da lui perché mi fidavo, era un prete». A dirlo è uno dei tanti ragazzini finiti nell'indagine dei Nas perché ritenuti vittime di don Riccardo Seppia, il parroco genovese ora in carcere con l'accusa di pedofilia. Minorenni che continuano ad essere ascoltati in località segrete dai carabinieri, aiutati da un'équipe di psicologi. Cinque esperti che si muovono a seconda del soggetto e degli abusi che ha subito. Di certo, i ragazzi sono tutti minorenni, figli di brave famiglie vicine alla chiesa. Il più piccolo ascoltato dagli investigatori ha solo 13 anni. Giovanissimi facilmente plagiabili e, come dicono gli inquirenti, «non escort o ragazzi di strada».

Don Riccardo Seppia
Don Riccardo Seppia
L'indagine si sta gonfiando a dismisura man mano che vengono ascoltate le vittime. Un'inchiesta che prende il via un anno fa a Milano, quasi per caso. Con i militari dell'Arma, specializzati a tutelare la salute dei cittadini, che si muovono nel mondo degli anabolizzanti e delle droghe. Controllando palestre e discoteche «dove gira di tutto», incappano in uno spacciatore. Lo individuano, lo seguono, gli mettono il telefono sotto controllo. E scoprono un giro di pedofili, otto maggiorenni, ora tutti indagati, tra cui don Riccardo Seppia. Don Riccardo chiede allo spacciatore cocaina e «bambini», l'uomo gli risponde che, per i ragazzini, «è una cosa difficile» e non dà seguito alla richiesta. Il prete insiste, chiedendo di conoscere adolescenti con problemi di droga.

Dai ragazzi arrivano parziali ammissioni che confermerebbero le accuse contro don Riccardo. Il chierichetto 16enne che il sacerdote - in un sms inviato all'amico ex seminarista - diceva di aver baciato sulla bocca, avrebbe smentito l'episodio, ma avrebbe comunque raccontato di approcci sessuali da parte del religioso. Altri tre giovani adescati da uno spacciatore avrebbero inoltre raccontato agli investigatori di essere stati molestati da don Riccardo e di avere consumato cocaina con lui in canonica.

Dalle indagini emergono anche intercettazioni telefoniche di don Riccardo mentre tenta di avvicinare gli ospiti di un centro di accoglienza, a Genova. Alcuni sono minorenni, altri hanno appena compiuto diciotto anni: manda loro dei messaggini, cerca di fissare appuntamenti, è accattivante, non usa un linguaggio equivoco forse per non spaventare le sue possibili vittime. Sono ragazzi con situazioni di disagio alle spalle, quelli che dice di preferire quando parla al suo amico che svolge il ruolo di «reclutatore». Li chiede, anche, «poco svegli», che si pieghino più facilmente alle sue pressioni.
La ricerca di ragazzini da parte del parroco, dicono gli inquirenti, è ossessiva, in certe serate raggiunge il parossismo, manda decine di sms, probabilmente l'uomo si trovava in uno stato di sovraeccitazione dovuto alla droga. E, in queste condizioni, perde ogni freno, usa un linguaggio blasfemo, bestemmia, dice cose innominabili sull'Eucarestia, tanto che - in chi legge queste frasi irripetibili e le invocazioni a Satana - sorge il sospetto che su questa tristissima vicenda possa anche aggiungersi l'ombra del satanismo. Certamente don Riccardo non parla dell'Ostia e dell'altare come ne dovrebbe parlare un sacerdote.

Ieri i Nas di Genova hanno perquisito l'abitazione dell'amico più intimo di don Seppia, E.A., ex seminarista oggi barista, croupier e venditore porta a porta. Il materiale sequestrato si aggiunge ai tre computer già acquisiti dalla perquisizione nella canonica della chiesa del Santo Spirito.
Don Riccardo chattava con un ragazzo ed era frequentatore di siti gay, le indagini su questo fronte sono in corso. Anche il legale di don Riccardo, Paolo Bonanni, aspetta di capire in che direzione stanno andando gli accertamenti prima di presentare ricorso al Tribunale del Riesame.


Erika Dellacasa, Michele Focarete
18 maggio 2011



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Orrore in Siria, scoperte fosse comuni

Corriere della sera

 

La denuncia degli attivisti: 40 corpi a Deraa, città-simbolo delle rivolte. Accusa «Ci sono donne e bambini»

 

L'allarme è scattato subito, a poche ore dal ritrovamento dell'orrore: quaranta cadaveri in una fossa a Deraa, la città al sud della Siria dove due mesi fa sono partite le rivolte contro il regime di Assad. «Li hanno scoperti alcuni abitanti, me l'hanno raccontato loro prima che le forze di sicurezza gli confiscassero i cellulari», ha riferito al telefono Radwan Ziadeh, direttore del centro di Damasco per i diritti umani. La macabra scoperta lunedì, nel giorno in cui l'esercito avrebbe concesso ai residenti di poter uscire fuori dalle proprie case per un paio d'ore, dopo tre settimane d'assedio con i blindati che hanno isolato la città tagliando elettricità, copertura di cellulari e privato le case delle riserve d'acqua. «Nella fossa c'erano anche i resti di donne e bambini - continua Ziadeh -. Alcuni sono già stati identificati Abdulrazaq Abdulaziz Abazied (Abu Samer) e i suoi quattro figli: Samer, Samir, Suliman e Mohamed. Sono stati ritrovati anche tre membri della famiglia al-Mahmaed». Forse una donna e i suoi due bambini, come precisa l'agenzia Reuters che cita la testimonianza degli attivisti di Ondus, l'Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria. «Sono stati uccisi dalla quarta divisione dell'esercito guidato da Maher Assad», il fratello del presidente, sostiene Ziadeh.

 

 

La notizia è stata smentita dal governo siriano, che ha parlato ieri di una «campagna orchestrata da alcuni mezzi d'informazione contro la Siria nel tentativo continuo di attentare alla sua stabilità e alla sicurezza dei suoi cittadini». Alla maggior parte dei media internazionali è stato vietato di entrare in Siria e molti giornalisti entrati con visti turistici sono stati costretti a lasciare il Paese, rendendo così difficile la verifica delle notizie.

 

A supportare le accuse ci sono alcuni video postati su Youtube, sul canale ShamsNN gestito da attivisti anti-regime: in primo piano uomini in tute protettive e bombole che scavano nella terra per recuperare cadaveri. Immagini raccapriccianti, che mostrano corpi in decomposizione, mutilati e seminudi. Vicino alla fossa si vede un'auto con la targa di Deraa. L'autenticità del video, della durata di poco meno di un minuto e intitolato: «Fossa comune vicino al cimitero meridionale», non può essere verificata. In un'immagine si possono distinguere i corpi di almeno due persone, di cui una pare un bambino.

 

Dopo che la notizia della fossa comune ha iniziato a circolare in città, «le autorità ne hanno isolato il perimetro vietando agli abitanti di andare a cercare i cadaveri dei loro familiari e confiscando i loro telefonini per paura che ne divulgassero le immagini», aggiunge Ziadeh.

Ma evidentemente hanno agito in ritardo. L'attivista stima che siano oltre 700 le persone scomparse da Deraa da quando lo scorso 25 aprile tank e soldati sono entrati in città per reprimere le rivolte. «Le forze armate hanno fatto rastrellamenti casa per casa arrestando tutti gli uomini d'età compresa tra i 18 e i 45 anni», racconta. Dicevano che li avrebbero portati allo stadio, ma ora il timore che siano finiti nelle fosse cresce. La scoperta della fossa comune segna un agghiacciante inasprimento della brutale repressione delle proteste: un migliaio di persone ha perso la vita e 10 mila sono state arrestate nelle prime 9 settimane di rivolta in Siria, stimano gli attivisti. La Casa Bianca lunedì ha accusato il regime siriano di incitare i palestinesi al confine contro Israele per distogliere l'attenzione dalla carneficina in atto contro la sua gente.

 

Alessandra Muglia
18 maggio 2011

Benvenuti nel maxi porto che non c'è: le mani della Camorra su 77 milioni

Corriere della sera

 

Mare superinquinato, pescatori di frodo, capannoni pieni d'amianto: al posto degli yacht la terra della malavita

 

NAPOLI - C’è un panorama mozzafiato al porto di Vigliena, in provincia di Napoli: un porticciolo per pescatori, un fazzoletto di spiaggia, il prato alle spalle e il Forte di Vigliena, simbolo della resistenza Partenopea del 1799, a fare da cornice. Ma poi scopri che tutto è talmente inquinato che non si può nemmeno accedere, vietato persino toccare. Spiaggia, mare, terreno, edifici circostanti tutti zeppi di amianto, scarichi abusivi, discariche a cielo aperto, residui industriali. Ovviamente l’immondizia. E’ come scoprire che è tutto finto, di plastica.

 

 

Eppure nel quartiere San Giovanni a Teduccio doveva nascere uno dei porti turistici più grandi del Mediterraneo. Il primo annuncio addirittura risale al 1999 con l’acquisto da parte del Comune di Napoli dell’ex stabilimento metallurgico “Corradini”. Poi tutta una serie di false partenze, grandi conferenze stampa di presentazione ma niente di fatto. Il progetto definitivo è stato approvato nel 2006 con tanto di fondi stanziati: 77 milioni di euro. E’ da allora che si parla di bonifica del porto.

 

Intanto la malavita ha letteralmente mangiato questo territorio. Nonostante sia un’area interdetta a qualsiasi tipo di attività e ci siano ovunque cartelli che avvertono del “pericolo di morte” c’è un via vai continuo di pescatori abusivi. Raccolgono cozze e vongole da vendere sulle bancarelle in strada. Ma c’è anche un frenetico trafficare di pregiudicati e tossici che hanno trovato il loro habitat nell’ex area industriale che doveva ospitare una foresteria, un club house e il rimessaggio per le barche. I capannoni, ormai in procinto di crollare, sono “abitati” da disperati, drogati e Rom. Una terra di nessuno in cui si trova di tutto, persino auto e barche incendiate o pacchi di raccomandate destinate a Trenitalia, Agenzia delle Entrate e Giunta regionale ma mai consegnate. Un quartiere dal nome emblematico, “Detta Innominata”, dove la sola parola “camorra” zittisce qualsiasi bocca. Anche davanti all’evidenza.

 

Antonio Crispino
17 maggio 2011(ultima modifica: 18 maggio 2011)

Da Tonino a Pierfurby, ecco chi ha perso ma esulta lo stesso

di Mario Giordano


Il Fli ai minimi, l’Udc cala, il Pd sparisce a Napoli, il Pdl sbanda a Milano Ma nel valzer delle dichiarazioni fioccano scuse puerili e riferimenti comici



Scusate, chi ha vinto? Dunque ricapitoliamo: Berlusconi ha perso, Fini ha perso, Casini ha perso, la Lega non ha vinto. Il Pd festeggia, ma sicuramente ha perso un po’ di voti a Bologna e tutta la città di Napoli. Il Terzo Polo è nato morto, gli altri due non si sentono troppo bene: trionfano i grillini, ma che se ne faranno della vittoria? «Non andiamo né a destra né a sinistra, siamo già andati oltre», proclama il guitto ligure. L’Idv ha vinto con De Magistris, il che significa che non ha vinto Di Pietro. Il Fli ha perso la sfida nella urne e adesso rischia pure di perdere i pezzi. «A Milano abbiamo perso la partita ma possiamo vincere lo scudetto», proclama Lupi. «A Napoli abbiamo perso, ma l’importante è che non vinca il centrodestra», s’accontenta Veltroni. Ma allora com’è andata davvero? Chi ha vinto e chi ha perso? «Un pareggio», se la cava Denis Verdini, cercando di salvarsi in corner. Ma forse voleva dire: partita sospesa per incapacità di capire il campo.

Era dai tempi meravigliosi di Nicolazzi e Rumor che non s’udiva una giornata post elettorale così confusa. E con commenti così arzigogolati. Il bipolarismo ci aveva regalato un minimo di chiarezza post elettorale: si usciva dal seggio conoscendo con certezza vincitori e vinti. La frammentazione del voto in quest’ultima tornata amministrativa mescola le carte all’improvviso, toglie riferimenti, fa saltare tutti i parametri. E così accanto ai dati inequivocabili (come la batosta milanese per il centrodestra) saltano fuori le interpretazioni più pittoresche: «Abbiamo perso a Savona, ma siamo soddisfatti per Arma di Taggia e anche in Fontanabuona abbiamo ottenuto buoni risultati», si consolano nella sede di Futuro e Libertà.

E Fabio Granata ringrazia lo scrittore Antonio Pennacchi per aver posto «le basi per la crescita del Fli»: si capisce, dal momento che Pennacchi ha preso in tutto 831 voti (l’1,06% del totale) le basi per la crescita sono poste. Essendo, evidentemente, la decrescita quasi impossibile. «A Milano siamo stati sconfitti, ma vorrei citarvi il caso di San Giuliano Milanese…», dichiara Ignazio La Russa alla conferenza stampa del Pdl. E nella sede laziale del Pd non stanno più nella pelle: hanno perso Latina, che fino a qualche mese fa davano per conquistata, ma a Genzano «i due candidati che si sfideranno al ballottaggio appartengono all’area riformista». E «anche i comuni dove non si afferma il candidato Pd, come Olevano Romano e Subiaco, il Pdl è in evidente difficoltà». Accipicchia: Olevano Romano e Subiaco, chi l’avrebbe detto? Sicuramente hanno vinto i due sindaci del veronese (entrambi di centrodestra) che hanno preso il 100 per cento dei voti (Affi e Roverè); sicuramente hanno perso i due sindaci del chietino che non hanno preso neanche un voto, nemmeno il loro o quello della loro mamma. È accaduto a Pietraferrazzana. Un terzo candidato, nello stesso Comune, ha preso appena un voto. Tutti e tre, come Pennacchi, hanno comunque posto le basi per la crescita.

Che cosa si può capire da questa confusione? A Gallarate sicuramente perde la Lega, che però a Lazzate stravince con il 70 per cento dei voti. Tanto basta alla Padania per parlare di «plebiscito bulgaro» in Brianza. Il partito di Bossi fallisce il colpaccio a Bologna, dove però triplica i consensi. «Siamo gli unici a vincere in controtendenza rispetto a Pdl e centrosinistra», commentano in via Bellerio. Però, intanto, il Carroccio è costretto al ballottaggio a Novara e persino nella sua culla, cioè Varese. E l’Udc? Gli uni dicono: in generale non ha vinto però vince quando si allea col centrosinistra, come dimostra il modello Marche. Macché, dicono gli altri: in generale non ha vinto, però vince quando si allea con il centrodestra come dimostrano il caso di Caserta, di Catanzaro e di Reggio.

Dunque, riassumendo: oltre che il «modello Marche» (alleanza Pd-Udc), vince il suo esatto opposto, cioè il «modello Calabria» (alleanza Pdl-Udc), però non bisogna dimenticare il «laboratorio Torino», il «caso Latina», la «sfida di Cagliari», il «fenomeno Napoli», il «trionfo di Salerno» e l’«esempio di Trieste». Ai ballottaggi che succederà? I leghisti di Gallarate sono tentati dal Pd, i terzo polisti di Milano ondeggiano, i grillini si astengono. Ronchi e Urso dicono «Moratti» e vengono sostanzialmente presi a calci nel sedere da Bocchino: loro hanno sicuramente perso. Anche la Moratti ha sicuramente perso. E il Pdl a Milano. E il Pd a Napoli. Tutti hanno perso. Però, come dice Verdini, «è stato un pareggio». Mah. La sinistra ha vinto? No, dice Fioroni (Pd). Invece per Enzo Bianco (Pd) è stata addirittura «la rivoluzione dei gelsomini». Perfetto, adesso abbiamo capito tutto: ci manca solo la dichiarazioni di Nicolazzi sul pentapartito, per l’appunto, e poi è come rivedere un film in bianco e nero. A un certo punto della giornata un senatore Pdl dice una banalità: «Ripartiamo dai risultati». E all’improvviso ci si accorge che oggi, dopo tanti anni, neppure su questa banalità si può essere d’accordo. Ripartiamo dai risultati, sì. Ma quali?




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Se il premio Hemingway se lo aggiudica Sallusti, i giurati scappano

di Tommy Cappellini


Il premio va a Sallusti, Picca e Orsina. Il votante del gruppo l'Espresso si dimette, quello del Corriere si defila con una scusa



Il premio Hemingway, quest’anno alla 27ma edizione, è da sempre libero e avulso da qualsia­si pressione editoriale o politica. Basta scorrere l’elenco dei vincitori: si va da Giaime Pintor a Toni Capuozzo, da Milena Gabanelli a Jo­aquin Navarro-Valls, da Indro Montanelli a Vittorio Gas­sman. Non c’è destra o sinistra che tenga, e gli editori possono brigare finché vogliono: in ge­nere, all’Hemingway, fa fede soltanto la bravura dei candida­ti e l’audience che hanno sapu­to raccogliere presso il grande pubblico.

Ed ecco chi vince quest’an­no: nella categoria giornali­smo Alessandro Sallusti, diret­tore del Giornale , per il giornali­smo televisivo Daniela Verga­ra di Rai2, per la narrativa Aure­lio Picca (scrittore e firma del Giornale ) con Se la fortuna è no­stra (Rizzoli), per la saggistica il professor Giovanni Orsina con L’alternativa liberale ( Mar­silio).
Premio speciale alla car­riera ad Andrea Monti, diretto­re della Gazzetta dello Sport .
Tuttavia ci sono contestazioni all’orizzonte. Si dice che qual­cuno sistia organizzando per boicottare la serata di premia­zione del 21 maggio a Lignano Sabbiadoro.

Pure la mattinata di votazio­ne della giuria, il 9 aprile scorso alla Biblioteca comunale della stessa città, non è andata tran­quilla. C’erano - leggiamo sul verbale della riunione - il sinda­co Silvano Delzotto, la presi­dente Luisa Ciuni, il fondatore e segretario Luigi Mattei, più di­versi assessori, giornalisti, scrittori. Tutti presenti in osse­quio alla conditio sine qua non dell’Hemingway: i giurati han­no l’obbligo di trovarsi fisica­mente alle riunioni, non si può votare per lettera o per fax.

Va­le anche per i vincitori: devono recarsi alla premiazione. Chi non è presente,viene “spremia­to”, ma sul serio: per dire, è ac­caduto a Francesco Cossiga. Il 9 aprile, tra i giurati, mancava solo Paolo Conti del Corriere della Sera . Ha mandato il suo parere successivamente per let­tera, ma come da regolamento il suo voto è stato cassato. A la­tere, però, è trapelato che non era affatto contento delle qua­terne di candidati sulle quali i giurati avrebbero dovuto discu­tere per eleggere infine il vinci­tore di ogni categoria. Aveva co­munque la possibilità, sempre da regolamento, di proporre un candidato proprio.

Hanno stupito molti, invece, le motivazioni di Andrea Filip­pi, direttore del Messaggero Ve­neto , nel dimettersi dalla giuria dopo aver votato. «A dirla tutta, ci spiega Luigi Mattei, Filippi non voleva legare la sua testa­ta, che appartiene al gruppo editoriale l’ Espresso , a un pre­mio che quest’anno vede come vincitori parecchie personalità di destra». E così la sinistra è riu­scita a politicizzare pure l’He­mingway.

 È un vero peccato per questo premio. Ed è un pec­cato anche per la sinistra, che a quanto sembra ha ancora «il ta­bù della destra». Collegare tut­to ciò con i risultati delle recen­ti amministrative non sarebbe a questo punto peregrino: il venticello di cambiamento, più che altro uno spiffero, che Bersani ha percepito nelle cabi­ne elettorali del nord è legato a doppio filo all’estremismo e si sa, l’estremismo non tollera che i premi vengano assegnati all’avversario, ancorché bra­vo.

Se le cose stanno così, la si­nistra non ha davanti a sé un futuro di tolleranza. Si dice che Filippi stesso abbia scagliato accuse notevoli, per lettera, ver­so lo stesso Sallusti: «premian­dolo rischiamo di uccidere il giornalismo», avrebbe scritto, esprimendo il suo «totale dis­senso » verso la decisione della giuria (che ha scelto Sallusti tra Franco Bechis, Massimo Gra­mellini, Fabrizio Gatti e altri) e dicendosi convinto che «la fa­ziosità deve avere un limite ». Fi­lippi non sta dando, però, un buon esempio. Non facciamo tutti lo stesso mestiere?

E così si profila sotto traccia al Premio Hemingway l’ennesi­mo ricatto della sinistra alla cul­tura: o siete dei nostri o non sie­te. Non importa se Aurelio Pic­ca, in pratica vincitore morale dello Strega di quest’anno (da cui è stato estromesso per ma­neggi, questa volta sì, editoria­li), ha scritto uno dei romanzi più intensi e ben accolti dell’ul­timo lustro. Non importa se Giovanni Orsina ha scritto con il suo L’alternativa liberale un eccellente saggio su Giovanni Malagodi, il moderato che pen­sava che i cattolici avessero fat­to male ad allearsi con i sociali­sti tra gli anni Cinquanta e Ses­santa. Un saggio che, quando “rifiutato” da Il Mulino cattoli­co- progressista di Prodi, ha su­bito trovato porte aperte alla Marsilio.
Quel che sembra importare, per alcuni, è che il nemico stia zitto. O possibilmente rimanga senza premi.




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