lunedì 16 maggio 2011

Casalesi, arrestati tre poliziotti Avrebbero favorito il boss Russo

Corriere del Mezzogiorno

 

Nel blitz a Napoli 13 persone in manette. Tra queste gli agenti che avrebbero avuto a che fare anche con Setola

 

NAPOLI - Tredici ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di presunti fiancheggiatori del clan del Casalesi ed in particolare del killer Giuseppe Setola, in esecuzione da parte della Dia e della squadra mobile della questura di Napoli, hanno coinvolto anche tre poliziotti. Tra le altre accuse, c'è quella di aver presentato certificati medici dichiarando di essere affetti da laringiti, dolori articolari o febbre e di essere costretti a letto per almeno tre giorni. La sera, però, erano alla discoteca «El Divino» di Agnano a fare i buttafuori.

Due dei tre agenti sono in servizio alla Stradale ed uno al Nucleo piantonamenti. Uno è accusato di truffa aggravata perché durante l’orario di servizio lavorava come gestore della discoteca «El Divino» di Agnano di proprietà di Luigi Russo, detenuto con l’accusa di associazione camorristica; la discoteca è tra le strutture che sono state sequestrate. Gli altri due agenti sono invece accusati di intestazione fittizia di beni, perché avrebbero procurato prestanome allo stesso Luigi Russo. Quest’ultimo è accusato di avere ospitato nelle strutture in corso di sequestro (alberghi, discoteche ed altri locali pubblici) latitanti del clan dei Casalesi ed in particolare i killer, tra cui anche Setola.

 

Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state emesse dal gip Nicola Miraglia del Giudice, su richiesta dei pm Antonello Ardituro, Giovanni Conso, Catello Maresca, Alessandro Milita e Cesare Sirignano. I particolari saranno illustrati dal procuratore della Repubblica Giovandomenico Lepore nel corso di una conferenza stampa prevista in mattinata.

I tre poliziotti arrestati - destinatari di ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di presunti fiancheggiatori del clan del Casalesi ed in particolare del killer Giuseppe Setola - Dario Cinquegrana, di 37 anni, Armando Ciaravola, di 32, e Achille Giugliano di 36, tutti e tre con il grado di assistente capo, hanno continuato a lavorare per conto della famiglia Russo anche dopo l’arresto di Luigi per associazione mafiosa «spingendosi fino alla totale amministrazione dei suoi beni». Lo ha sottolineato, nel corso della conferenza stampa che si è svolta in Procura, a Napoli, il procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho. «Per questo motivo - ha sottolineato il capo della squadra Mobile Vittorio Pisani - i poliziotti non hanno alcuna scusante». Il procuratore Cafiero de Raho, tuttavia, ha rimarcato l’importanza del fatto che sono stati i loro stessi colleghi della squadra mobile a identificarli e arrestarli.

La Dia, coordinata dal capocentro, il vice questore Maurizio Vallone, ha invece svolto indagini definite da Cafiero de Raho «particolarmente ampie e complesse» che hanno consentito di sequestrare beni per un valore di oltre 8 milioni. Oltre a «El Divino», infatti, sono stati posti sotto sequestro anche il campeggio «International Camping Resort Village», utilizzato nel luglio del 2008 dal gruppo di fuoco di Giuseppe Setola come base operativa per eseguire l’omicidio di Raffaele Granata, il gestore di un lido balneare che si era ribellato a un’estorsione; l’albergo «Flag», utilizzato dal gruppo stragista di Setola come rifugio e luogo di ritrovo; il complesso turistico-alberghiero «Blue Moon»; un distributore di carburante e un bar di Castel Volturno (Caserta) e le due società attraverso le quali operava la discoteca «El Divino».

 

Redazione online
16 maggio 2011

Processo Cucchi, nuova udienza Un carabiniere: il suo viso gonfio e livido

Ai seggi con Paperino e il cane tra brogli, risse e foto proibite

di Felice Manti


C'è chi si è trovato in mano una scheda elettorale già «votata» e chi ne ha avute addirittura due. La prima giornata elettorale regala aneddoti e curiosità da Nord a Sud



C'è chi si è trovato in mano una scheda elettorale già «votata» e chi ne ha avute addirittura due. La prima giornata elettorale regala aneddoti e curiosità da Nord a Sud. Alla sezione n. 2 di Rosolina (Rovigo), a un elettore è stata consegnata prima di recarsi in cabina una scheda già votata con tanto di preferenza. L'involontario protagonista è uno dei candidati alla poltrona di primo cittadino, e ha denunciato l'accaduto. Il presidente del seggio ha minimizzato: «Lo scrutatore aveva in mano una scheda già votata e l'ha consegnata invece di inserirla nell'urna...». Sull'episodio indagano i carabinieri. A Napoli invece, in una sezione del Pallonetto di Santa Lucia una signora ha ricevuto due schede per votare alle Comunali, come denunciano i Verdi.

Nel capoluogo campano i rifiuti sono entrati praticamente nel seggio all'istituto Paisiello di piazza Montecalvario, tanto che è stato necessario chiamare gli addetti alla nettezza urbana per rimuovere un cumulo di rifiuti che impediva agli elettori l'accesso alla scuola.

A Milano il candidato del terzo polo Manfredi Palmeri è arrivato al seggio con la figlia Carola di 4 anni. Look ancora una volta un po' discutibile quello del governatore lombardo Roberto Formigoni, al seggio in «chiodo» e maglietta di Paperino. Mentre a Bologna il candidato di Pdl e Lega a Palazzo Accursio Manes Bernardini (che non vota per sé perché residente a Casalecchio di Reno) ha accompagnato la moglie Lucia Caccavo a votare assieme al cane.

A Torino il primo dei candidati a votare è stato Piero Fassino intorno alle 11 nel quartiere borghese di Crocetta. Qualche attimo di nervosismo coi fotografi e un rimprovero ai giornalisti per il troppo rumore. Poi Fassino si è precipitato in un'azienda a rischio chiusura, la Askoll, per un mega spot elettorale fuori tempo, suscitando l'ironia dell'avversario Michele Coppola (Pdl): «Sappiamo perché è nervoso...». Nervi a fior di pelle anche a Diano Marina (Imperia) dove solo l'intervento dei vigili urbani ha evitato il peggio tra i tre candidati a sindaco per un mancato accordo sulla rimozione dei manifesti elettorali.

I candidati sindaci di Cagliari Massimo Fantola (centrodestra) e Massimo Zedda (centrosinistra) hanno votato a distanza di mezz'ora, senza incontrarsi, nello stesso seggio di via Collegio, nel quartiere Marina, in centro. A Olbia, in un seggio della scuola di Murta Maria, le operazioni di voto sono rimaste bloccate per un'ora a causa della protesta della candidata indipendentista Lisa Corimbi: «Le matite per votare non sono copiative, ma normali e dunque cancellabili». Sull'episodio indaga la Procura.

Nonostante i divieti, almeno quattro elettori (a Catanzaro, Taranto, Napoli e Benevento) sono stati pizzicati mentre fotografavano la scheda elettorale con un cellulare, e sempre in Campania si sono segnalati diversi «galoppini» intenti a fare campagna elettorale sin dentro i seggi.

Non sono mancati gli atti vandalici: le vetrine dell'ufficio elettorale di Carmine Abagnale, consigliere Pdl a Milano, sono state prese a sassate nella notte. A Città di Castello decine di manifesti elettorali del candidati a sindaco, Francesco Polidori, patron del gruppo Cepu, sono stati strappati, coperti con fogli bianchi o con la pubblicità di altri candidati.

A Castiglion della Pescaia (Grosseto) l'affluenza è ampiamente inferiore al 50%: ha funzionato l'appello al non voto lanciato dal sindaco Pdl uscente, la deputata Monica Faenzi, dopo l'esclusione della lista azzurra. Sulla validità delle elezioni pende anche un'inchiesta della procura grossetana.


felice.manti@ilgiornale.it





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Tutto pronto per l'ultimo viaggio dello Shuttle Endeavour

Quotidiano.net


Il lancio della navetta spaziale, più volte rimandato, è previsto alle 08:56 ora locale di oggi (le 14:56 in Italia). A bordo l'italiano Roberto Vittori. Il capitano è Mark Kelly marito della deputata Gabrielle Giffords, ferita a gennaio da un folle


Cape Canaveral (Florida), 16 maggio 2011



Ultimi preparativi al Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida, per il lancio dello Shuttle Endeavour, alla sua ultima missione. Il lancio dell’Endeavour, più volte rimandato nelle scorse settimane, è previsto alle 08:56 ora locale di oggi (le 14:56 in Italia).

I tecnici sulla rampa di lancio hanno già cominciato a riempire i serbatoi di carburante. A bordo, oltre al capitano Mark Kelly, marito della deputata democratica Gabrielle Giffords, e che sarà presente, gravemente ferita in un attentato nel gennaio scorso, anche l’italiano Roberto Vittori, pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare e astronauta dell’ESA (European Space Agency), al suo terzo volo nello spazio.

Vittori porterà in orbita il tricolore che gli è stato consegnato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione dell’avvio delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

ENDEAVOUR, VENTISEIESIMA E ULTIMA MISSIONE PER LA NAVETTA - E’ previsto per oggi, tranne rinvii dell’ultimora, il lancio della navetta Endeavour per la sua 26esima e ultima missione nello spazio. Lo Space shuttle “Endeavour” sarà la seconda delle tre navette superstiti della Nasa ad andare in pensione dopo aver trascorso nello spazio un totale di 280 giorni (4.429 orbite, oltre 166 milioni di chilometri).

Endeavour (come “Discovery”, peraltro) è stata battezzata in onore di una delle navi dell’esploratore britannico James Cook (così come il precedente modulo di comando dell’Apollo 15), il che spiega lo spelling britannico del suo nome. L’OV-105 volò per la prima volta il 7 maggio del 1992 ed è la più “giovane” della flotta degli shuttle: incorpora alcune modifiche alla struttura e ai sistemi informatici in grado di garantire missioni più lunghe rispetto alle sorelle.

Endeavour ha portato a termine la prima missione di riparazione orbitale del telescopio spaziale “Hubble” e installato sulla Stazione Spaziale Internazionale “Alpha” numerosi moduli (ultimo il giapponese “Kibo”) e il braccio robotico canadese. Salvo emergenze dell’ultima ora che costringano la Nasa a lanciare una navetta di soccorso, Discovery è destinata al California Science Center; il Canadarm montato sullo shuttle verrà invece trasferito in un museo canadese.








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Barnett-Claps, il killer è lo stesso»

Corriere della sera


Comincia a Londra il processo a Danilo Restivo. Accusato a Potenza dell'omicidio della sedicenne Elisa 

 

LONDRA - Il killer è lo stesso, i magistrati della corte di Winchester ne sono certi: «Le Circostanze in cui Elisa Claps è stata uccisa sono talmente simili a quelle di Heather Barnett che non ci sono dubbi che il killer sia lo stesso, ovvero Danilo Restivo». Lo ha dichiarato in apertura di processo il pubblico ministero britannico Michael Bowes che rappresenta l'accusa nel processo appena cominciato contro Danilo Restivo, originario di Potenza ed oggi residente din Inghilterra, accusato di aver assassinato 12 novembre del 2002 Heather Barnett, sua dirimpettaia a Bournemouth, nel Dorset, in Inghilterra. «Il reggiseno di Barnett - ha proseguito - è stato tagliato sul lato anteriore, come quello di Elisa; i suoi pantaloni e le sue mutande sono state abbassati sino a mostrare i peli pubici, così come quelli di Elisa. Intorno al corpo di Elisa - continua - sono stati trovati molti capelli; nella mano di Barnett sono state trovate due ciocche di capelli». «Non vi chiediamo di emettere un verdetto sulla morte di Elisa Claps», ha concluso il pm. «Non abbiamo la giurisdizione. Ma le similarità sono tali che vedrete in aula alcuni elementi emersi dalle indagini effettuate in Italia.»




IL CASO CLAPS - Elisa Claps era una ragazza di sedici anni. È scomparsa la mattina del 12 settembre 1993. I suoi resti verranno ritrovati soltanto il 17 marzo 2010, occultati in fondo al sottotetto della chiesa potentina della Santissima Trinità (la stessa dove Elisa si era recata il giorno della scomparsa). E anche nell'inchiesta condotta dalla Procura di Salerno sulla morte di Elisa Claps l'unico indagato è Restivo. L'accusa è omicidio volontario pluriaggravato. Nei 76 faldoni del procedimento penale è ipotizzata chiaramente la dinamica dell'omicidio: in quel sottotetto, quel giorno del 1993, Restivo tentò di approcciare sessualmente Elisa, allora adolescente. Poi, la furia, l'omicidio, finanche l'accanimento, sui vestiti, sul corpo. Ora questi 76 faldoni di prove, interrogatori, analisi scientifiche potrebbero essere in gran parte inviati in Gran Bretagna, dove attualmente Restivo è in accusato dell'omicidio della sarta Heather Barnett.

LA FAMIGLIA DI ELISA - La famiglia Claps è «soddisfatta» dell'accusa mossa a Restivo, dice il legale Giuliana Scarpetta. E non caso, Filomena, la mamma di Elisa, e il legale saranno lunedì in Inghilterra. «Saremo lì per verificare le tante similitudini che ci sono tra i due casi - spiega la Scarpetta - similitudini tra due omicidi che in qualsiasi paese farebbero definire Restivo un serial killer». Del resto lo scorso 28 aprile, proprio a Salerno, c'è stato un vertice tra i magistrati inglesi e i pm salernitani che seguono il caso Claps, Rosa Volpe e Luigi D'Alessio. I pm inglesi hanno acquisito tantissimo materiale, dalle perizie agli articoli di giornali e, nello stesso processo iniziato due giorni fa, hanno chiamato a deporre molti testi italiani. Una storia e un'inchiesta, quella sul caso Claps, che conta ancora dei tasselli, fondamentali, mancanti: «quelli sulle connivenze, sulle coperture», ribadisce il legale dei Claps. «Un aspetto sul quale sono sicura che la Procura di Salerno sta indagando, come del resto noi, e in merito al quale mi auguro che si proceda», sottolinea la Scarpetta. Al ritorno dall'Inghilterra, il legale dei Claps depositerà una istanza per la restituzione della salma di Elisa. Forse, presto, i resti della giovane studentessa potranno, dunque, avere sepoltura.

Redazione online
16 maggio 2011



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Rossa, l'operaio che denunciò le Br

Corriere della sera


Giovanni Bianconi ricostruisce la vita del comunista genovese e quella del suo killer



CORRADO STAJANO

Che cosa sanno i ragazzi di oggi del terrorismo che insanguinò e inquinò l'Italia, fece regredire il Paese, cancellò i movimenti giovanili, trasformò per lunghi anni in un incubo la vita di milioni di cittadini?


Guido Rossa con la figlia Sabina
Guido Rossa con la figlia Sabina
Quelle livide mattine. Cominciava la giornata con il Giornale Radio delle 8 che faceva entrare nelle case le notizie dei primi morti ammazzati. Lo Stato imperialista delle multinazionali, ossessivo fantasma delle Brigate rosse, era impersonato da carabinieri, guardie carcerarie, agenti di polizia, sorveglianti di fabbrica, trovati accartocciati nelle loro macchine all'alba, colpiti dalle mitragliette, dalle pistole, dai kalashnikov. Era impersonato anche da magistrati, giornalisti, dirigenti industriali, i migliori, quelli, diversi dagli assassini, che si battevano per la democrazia, per lo Stato di diritto, per una vita migliore.

Giovanni Bianconi, giornalista del «Corriere della Sera», ha scritto un libro, Il brigatista e l'operaio. L'omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e colpevoli (Einaudi Stile libero) che potrebbe aiutare anche chi nulla sa e fargli capire come fu arduo superare quell'infame stagione della nostra storia nazionale inzuppata di sangue innocente che pesa ancora oggi. La vicenda di Guido Rossa, l'operaio metalmeccanico dell'Italsider di Cornigliano, Genova, delegato della Cgil nel Consiglio di fabbrica, iscritto al Pci, e quella del suo assassino, Vincenzo Guagliardo, si incastrano nel dolore di Sabina Rossa, l'allora sedicenne figlia dell'operaio. La mattina del 24 gennaio 1979, la ragazza andò a scuola di corsa e non si accorse della Fiat 850 color rosso bordeaux parcheggiata sotto casa, in via Ischia, a Genova, coi vetri rotti, i bossoli a terra e, dentro l'abitacolo, suo padre, il capo reclinato sul petto e appoggiato al volante, le gambe stese sul sedile accanto.

«Una tragedia operaia» avrebbe potuto avere per titolo il libro. Non era mai accaduto neppure in quegli anni infuocati: operai che uccidono operai. Il serio, documentato, angosciante saggio di Bianconi è anche un tentativo di scavare nella psicologia - la rottura con il mondo degli affetti, la solitudine - e nella cultura politica dei terroristi. Va al di là dell'appassionato bisogno di verità di una figlia che in tutti questi anni si è prodigata per conoscere nel profondo le ragioni di quella morte e ha voluto saperlo dall'assassino di suo padre. È anche l'itinerario non pacificato che ha portato Guagliardo a comprendere com'era sbagliata, più che la linea politica, la scelta di fondo del terrorismo legato alla violenza.

Guido Rossa è nato nel 1934 nel Bellunese, in una famiglia operaia. Comincia a lavorare a 14 anni, in una fabbrichetta di cuscinetti a sfere, poi a Torino, alla Fiat, come fresatore. Nel 1961 si trasferisce a Genova, la città della moglie, dove viene assunto all'Italsider. È appassionato di montagna, scalatore non dilettantesco, legge, studia, scopre Marcuse, la militanza politica. Il sindacato, l'adesione al Pci sono per lui scelte naturali. È una persona seria, capace nel lavoro, non è un fanatico e neppure un estremista. L'anno dopo viene eletto nel Consiglio di fabbrica per la Fiom-Cgil. La sua vita è senza sbalzi, tranquilla.

L'itinerario di Guagliardo è all'opposto, inquieto. È nato in Tunisia, nel 1948, in una famiglia di emigranti siciliani. Suo padre fa il fabbro e il meccanico agricolo. Viene a mancare il lavoro e la famiglia, nel 1962, si trasferisce in Italia. In quegli anni del boom Torino è il miraggio, il padre trova subito lavoro alle catene di montaggio della Fiat, il figlio si iscrive all'istituto tecnico per geometri. La politica lo attrae subito. A disagio nella Federazione giovanile comunista, è attratto dai «Quaderni Rossi», la rivista di Raniero Panzieri. Il Pci comincia presto a essere il nemico. Al contrario di Rossa, Guagliardo è un estremista, fa alla svelta a prendere contatto con gli emissari brigatisti torinesi. L'album di famiglia. Conosce Renato Curcio, è partecipe nel far nascere il primo nucleo delle Br a Torino.

Che cosa sta succedendo nelle fabbriche? Le Br hanno dei fiancheggiatori, vicini alle loro idee, preziosi nel diffondere nascostamente messaggi, volantini. I brigatisti, scrive Bianconi, «si erano sentiti protetti da una sorta di opacità che consentiva di muoversi all'interno dei reparti senza subire conseguenze, potendo contare su coperture e solidarietà». Il Pci, in nome della democrazia, si sta dissanguando nella lotta contro il terrorismo. Ha una dura parola d'ordine: chi sa, lavoratori o cittadini qualunque, denunci i violenti.
Il delegato sindacale Guido Rossa è attento, si sposta nei reparti, coglie gli umori della fabbrica. Ha sospetti di complicità con i terroristi. Le Br, fuori, enfatizzano il sostegno operaio, ma i segni di pericolose confluenze esistono.

Un impiegato, ex operaio, Francesco Berardi, gira per lo stabilimento in bicicletta per consegnare bolle di carico, Rossa lo vede spesso accanto alle macchinette distributrici di caffè dove vengono lasciati i documenti delle Br. Il 25 ottobre 1978 alcuni operai gli mostrano l'ultima Risoluzione strategica trovata vicino alla solita macchinetta. L'impiegato si muove senza sosta, Rossa lo incontra anche in quell'occasione. Ha un sospetto rigonfiamento sotto la giacca. Va a segnalare quel che è successo alla Vigilanza dell'Italsider e quando esce dall'ufficio trova su una finestra vicina un'altra copia della Risoluzione strategica che poco prima non c'era. Nel Consiglio di fabbrica si apre un dibattito. Nell'armadietto di Berardi vengono sequestrati documenti brigatisti, numeri di targhe d'auto, volantini di rivendicazione di delitti. Rossa decide senza esitazione di far denuncia, due delegati che sono con lui rifiutano di aggiungere la loro firma. Resta solo. Il magistrato ordina l'arresto di Berardi. Sarà condannato per direttissima a 4 anni e sei mesi di carcere.

Per le Br è avvenuto un fatto grave. Che fare? L'idea iniziale è di mettere Rossa alla gogna, incatenato ai cancelli della fabbrica con un cartello che lo esponga al pubblico ludibrio come spia. Ma l'operazione è irrealizzabile. Gambizzazione, allora. Affidata a Vincenzo Guagliardo e a Riccardo Dura. L'«inchiesta» è rapida. L'azione non va in porto come dovrebbe. Guagliardo spara tre colpi di pistola, colpisce Rossa alla gamba e al ginocchio. L'operazione dovrebbe essere compiuta. Dura, invece, che non avrebbe dovuto sparare, colpisce, con altre tre pallottole, Guido Rossa al cuore.

L'operaio berlingueriano muore subito. Decine di migliaia di operai in piazza a Genova con il presidente Pertini gridano contro la violenza delle Br.
Il libro di Bianconi - un tormento che fa ancora male - potrebbe finire qui, allarga invece il suo sguardo su tutto il terrorismo. Protagonista è sempre Guagliardo (quattro ergastoli) e quanto è accaduto in quegli anni. Sullo sfondo il sequestro Moro, il sequestro Dozier, la colonna veneta di cui è il capo, il massacro dei brigatisti in via Fracchia, a Genova (evitabile), l'ossessività dei delitti che punteggiano la vita quotidiana, il viaggio per mare, con un monoalbero, nel Libano a comprar armi dall'Olp, la distribuzione di mitragliette, mitra, fucili, missili alle diverse colonne con metodo ragionieresco.

Guagliardo passa in carcere trent'anni, ha il tempo per pensarci su. Dal libro di Bianconi, che ha avuto con lui lunghe conversazioni, si capisce bene come i terroristi, chiusi nei loro covi, conoscano poco la società italiana e conoscano poco la natura umana con le sue debolezze. La militanza brigatista di Guagliardo si conclude nel 1983. Non è un «pentito», non è un dissociato. Per il suo silenzio è considerato erroneamente un irriducibile. Quando è entrato nelle Br ha accettato «il male necessario della violenza». Poi ha capito le ragioni della sconfitta, il fallimento, la moltiplicazione dei «pentiti». La ristrutturazione industriale e la scomparsa dell'operaio-massa hanno dato il colpo di grazia al brigatismo. In prigione non vuole mercanteggiare i benefici di legge con la giustizia, non vuole chiedere perdono ai figli e ai parenti delle vittime per ottenere vantaggi. Per riguardo, non per orgogliosa tracotanza.

Con sua moglie, Nadia Ponti, anche lei ergastolana delle Br, lavora ora in una cooperativa, «Il Bivacco», fa libri digitali per i ciechi. Solo nello scorso aprile ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza di Roma la libertà condizionale: una lunga lotta per riuscire ad averla in nome della Costituzione, si potrebbe dire. Il merito maggiore è di Sabina Rossa, ora deputata del Pd. Con il suo coraggio, il suo spirito di tolleranza e di libertà.


16 maggio 2011



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Folle corsa nella notte, auto vola per 70 metri: morti tre ragazzi a Posillipo

Corriere del Mezzogiorno

Avevano 19 anni. La velocità era elevata: la vettura ha sfondato una ringhiera ed è precipitata


NAPOLI — Via Petrarca è considerata forse la strada più bella di Napoli. Bisogna vederla, per capirlo. Da una parte ci sono case lussuose con le palazzine basse circondate dal verde, dove abitano imprenditori e professionisti e dove si consumò l’omicidio di Anna Parlato Grimaldi, uno dei più grandi casi di cronaca nera che la città ricordi, e dal lato opposto c’è lo spettacolo del golfo, di Capri che è dritto davanti e del Vesuvio che si impone girando lo sguardo verso sinistra. Non c’è giro turistico che non si fermi lì, davanti a quel grande belvedere che sta proprio in corrispondenza di una curva ampia e ben visibile perché arriva dopo un lungo rettilineo. Ma proprio perché arriva dopo il tratto più veloce di una strada dove è raro incrociare qualche auto che rispetti i limiti di velocità, quella curva può essere pericolosissima. L’altra notte è stata micidiale.


Alle quattro del mattino di domenica tre ragazzi in una Mini quella curva non l’hanno proprio fatta. Sono andati direttamente verso il belvedere, rimbalzando sui cassonetti della spazzatura e schizzando oltre la ringhiera di ferro dalla quale ci si affaccia a fare fotografie. Poi sono precipitati. Un volo di una settantina di metri, dicono i vigili del fuoco, che hanno lavorato per ore prima di riuscire a estrarre i corpi dai rottami dell’auto. Era rimasta impigliata tra gli alberi lungo il costone di tufo della collina di Posillipo, tra via Petrarca e piazza San Luigi. Ed è stata un’impresa penosa, raccontano i soccorritori, lavorare tra le lamiere della Mini sapendo che non c’era nessuna fretta, perché di quei tre ragazzi sarebbero stati tirati fuori soltanto i cadaveri. Gianluca Del Torto, quello che guidava, aveva 19 anni, Gianmaria De Gregorio e Oliviero Russo li avrebbero compiuti tra qualche mese. Abitavano tutti a Posillipo, anche se Gianluca durante la settimana viveva a Roma dove frequentava l’università.

Il magistrato ha deciso che sui loro corpi sarà eseguita l’autopsia, per stabilire se avevano bevuto o — purtroppo in questi casi non si può escludere niente— assunto qualcosa d’altro che possa averne alterato i riflessi. Ma qualunque risposta potrà trovare questa ipotesi, è certo che il ragazzo al volante non ha frenato: i rilievi dei vigili urbani e della polizia stradale hanno escluso che sull’asfalto ci siano i segni lasciati dai copertoni quando si cerca di frenare bruscamente. E probabilmente non c’entrano la birra o qualcosa di più, perché a spiegare la tragedia può bastare anche solo l’incoscienza di chi non ha nemmeno vent’anni e tra le mani un’auto che per quanto abbia una potenza contenuta nei 55 cavalli e quindi può essere guidata anche da un neopatentato (a 19 anni lo si è necessariamente) è una di quelle macchine sulle quali spesso i ragazzi si lasciano andare. Ma forse non c’entra nemmeno questo. Perché una Mini, una Twingo o una Cinquecento sono la stessa cosa se lungo una grande strada in discesa e deserta si va giù con l’acceleratore e poi non si sa quando è il momento di scalare di marcia in modo da tenere la macchina stabile nell’entrata in curva. C’è un elenco lungo così di giovanissime vittime di incidenti stradali per la troppa velocità o per l’inesperienza alla guida. Certo, in via Petrarca non ci sono quei dossi che fanno da dissuasori e semmai qualche dosso c’è perché il manto stradale, come in tutta Napoli, è tenuto uno schifo. Ma stavolta non c’entra nemmeno questo.

Fulvio Bufi
16 maggio 2011

Napoli, sorpreso a fotografare la scheda La denuncia: «Hanno votato al mio posto»

Il Mattino


Due anomalie si registrano oggi: la prima in un seggio di
Vico Equense. La seconda è stata segnalata dai Verdi







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Le anomalie della par condicio

Corriere della sera


Se in nome della par condicio s'inventano, talvolta, norme al limite del ridicolo, nella sostanza l'informazione rimane spesso sbilanciata: i telegiornali, in particolare, sembrano sottrarsi facilmente all'equilibrio proclamato a parole. Nel periodo di campagna elettorale appena conclusa, per esempio, il tempo di parola attribuito ai vari leader politici è sembrato poco equo. A confermarlo sono i dati degli ultimi due mesi, che vedono la consueta supremazia di Silvio Berlusconi, che almeno da un decennio è il protagonista assoluto dei tg, crescere ancora.


Da metà marzo a metà maggio, infatti, il premier ottiene - nelle edizioni meridiane e serali dei tg - oltre 261 minuti di parola (ovvero più di quattro ore). Al secondo posto, con 93 minuti (ovvero un'ora e mezza circa) c'è il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ben distaccato dal primo ministro e leader del Pdl, arriva solo terzo Pierluigi Bersani, che somma 84 minuti. Decisamente in crescita, ma sempre molto lontano dal vertice, uno dei leader del terzo polo, Pierferdinando Casini, che s'attesta sotto l'ora (con 51 minuti).


Seguono Roberto Maroni (50 minuti), il Papa Benedetto XVI (con 48 minuti), i ministri Frattini e La Russa, e poi Cicchitto, Gasparri, Quagliariello, Di Pietro... Va ricordato che la supremazia di Berlusconi è dovuta anche al fatto che il premier resta il personaggio nazionale più «notiziato»: c'è dunque una certa trasversalità, nei tg. Molto spazio di parola a Berlusconi è dedicato certamente dal Tg1 della sera (22 minuti), ma anche dal Tg2 (22 minuti), dal Tg4 (32 minuti), dal Tg5 (29 minuti), dal TgLa7 (25 minuti). In questo modo la «centralità mediatica» si sovrappone e si confonde con la «centralità politica».

In collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel

Aldo Grasso
16 maggio 2011



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Trent'anni fa l'attentato al Papa Il giallo irrisolto

Corriere della sera

 

I complotti: Agca, i mandanti e il ruolo della Bulgaria

Videorubrica di A.Ferrari

Prodi contro la volgarità ma dimentica Delbono

di Stefano Filippi


A Bologna lancia accuse alla moralità del premier però è stato lui a imporre l’ex sindaco degli scandali. L'ex primo cittadino ha patteggiato un anno e sette mesi per truffa e peculato



Meno di una settimana fa Romano Prodi aveva scritto a Virginio Merola avvertendolo che non avrebbe partecipato alla chiusura della campagna elettorale. L’inventore dell’Ulivo, il «democrat» più autorevole di Bologna, che ignora i giorni più cruciali del suo candidato sindaco: un segnale palese di disimpegno. La situazione di Merola dev’essere così traballante che tutto il partito si è prostrato ai piedi del Professore implorandone un intervento taumaturgico.

Prodi si è impietosito e a sorpresa venerdì sera è salito sul palco di piazza Maggiore accanto a Pier Luigi Bersani, rubandogli la scena. Era dalla vittoriosa campagna elettorale del 2006 che l’ex presidente del Consiglio non teneva un comizio. Da tre anni si occupa di Africa e Cina, una «vita vagabonda» che inaspettatamente, venerdì sera, lo ha paracadutato proprio a Bologna, e proprio a puntellare le crepe del principe delle gaffe, il cui fiasco spianerebbe la strada al giovane avvocato leghista Manes Bernardini.
Si è destato dal letargo per parlare della città, del programma elettorale, del futuro della Dotta? Poco. Dell’impresentabile Merola? Ancora meno: poche ore prima, a La Spezia, ai giornalisti che gli chiedevano un pronostico bolognese aveva risposto: «Vinca il migliore». E allora, su che cosa Prodi ha arringato la folla di Piazza Maggiore? Sorbole, ma sulla ossessione unica della sinistra: Berlusconi. «Dove Berlusconi è andato a fare campagna elettorale ha portato un’ulteriore punta di volgarità. È diventata la sua bandiera e ne sento la vergogna in tutti i Paesi del mondo. Dobbiamo riscattarci perché colpisce la nostra vita e il futuro di tutti noi italiani».
Lo scorso febbraio, nel divampare della crisi libica, Prodi aveva rivendicato una «diversità antropologica» tra lui e il leader del centrodestra. «Una questione di stile, di dignità, di come si gestiscono i rapporti internazionali».
Ora il Predicatore ha alzato i toni: volgarità. Peccato imperdonabile, agli occhi del moralista dalla memoria corta. L’antivolgarità è la nuova bandiera della sinistra bolognese. Che però dovrebbe fare un tuffo nel recente passato e rinfrescarsi la memoria. Perché non è certo per una storia di garbo personale ed eleganza istituzionale che Bologna ha dovuto tornare in anticipo alle urne, ma per la spregiudicatezza dell’ex sindaco Flavio Delbono. Uno che, stando all’ex compagna Cinzia Cracchi, «ha avuto tante donne quanti i portici della città».

Anche prima di diventare sindaco, Delbono non era un Merola qualunque: era un uomo di Prodi, economista e docente universitario come il Professore, assessore al Bilancio di Bologna e vicepresidente della Regione, uno che vinse le primarie del Pd con quasi il 50 per cento contro il 23 di Maurizio Cevenini e addirittura il 21 di Merola, oggi suo aspirante erede. Ma Delbono aveva la sfrenata passione per il gentil sesso e le trasferte istituzionali trasformate in gite di piacere in compagnia della segretaria-fidanzata.
La faccenda fu svelata proprio dalla donna, sedotta e abbandonata. Vacanze in paradisi esotici camuffate da missioni di rappresentanza. Viaggi nelle grandi capitali con fanciulla al seguito e carta di credito della Regione per regali e alberghi. Per lei anche un bancomat intestato a un fornitore della Regione. Anni e anni di questa dolce vita. E quando lo scandalo esplose, il sindaco non aprì l’agenda in nome della trasparenza ma fece pressioni sulla Cracchi per convincerla ad ammorbidire la sua versione.
Lo scorso febbraio Delbono ha patteggiato la pena di un anno, sette mesi e 10 giorni per i reati di truffa aggravata, peculato, intralcio alla giustizia e induzione a rendere false dichiarazioni ai magistrati, e ha staccato un assegno di 46mila euro per risarcire la Regione. Restano da definire le inchieste sul bancomat (corruzione è l’ipotesi di reato) e sulla busta paga gonfiata della Cracchi (concorso esterno in abuso d’ufficio). Ma in questi casi, guai a parlare di volgarità.




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La satira malriuscita Che pena il Travaglio da fotoromanzo sul Fatto

di Paolo Bracalini


Il giornalista interpreta un Hannobal Lecter scopritore di Bunga bunga


Marco il «narcizialista», nuovo genere giornalistico mol­to cool che mescola il volto da du­ro contro i cattivoni e il volto del suo titolare in tutte le salse e in ogni dove. Dopo la copertina in jeans e camicia bianca (il Baricco del giornalismo? Il Franzen in ba­gna cauda?) su Vanity Fair , tem­pio del fighettismo cultural-pati­nato, dopo i tour teatrali a firma­re autografi, le mille interviste su se stesso (lui e Montanelli... sia­mo alla centonovesima volta che lo racconta), l’imitazione di Bat­tiato per La7 , stavolta ci tocca il Travaglio in versione fotoroman­zo, sul Fatto di lui medesimo,nel­l­’inserto che lui medesimo ha ap­paltato al vignettista Disegni fa­cendo fuori il precedente gruppo di Telese & co.
Arrivati a questo punto siamo pronti- con un brivi­do di terrore- per l’uscita di«Cot­to e sputtanato» ovvero le ricette di Marco a puntate su Cucina mo­derna , quindi «I viaggi del Trava­glio » (mete intelligenti ed equidi­stanti sia da Arcore che da Fassi­no) in allegato con Dove ,un’inter­vistona esclusiva su Rakam per capire chi e come gli cuce le cami­cie per i monologhi ad Annozero , l’attesa inchiesta su come e dove fa shopping un giornalista libero (in preparazione per Elle ) e poi la nuova rubrica di consigli d’amo­re su Mani di fata ( titolo: «Il Trava­glio del cuore»). Però questo colpo basso non ce lo aspettavamo, almeno prepa­rarlo dalla prima pagina, non co­sì a tradimento nell’inserto che dovrebbe far ridere.
Il vicediretto­re si è fatto ingaggiare dai curato­ri del dorso satirico da lui ingag­giati, ingaggiando una lotta con il buon gusto. Travaglio potrà sten­dere chiunque con i suoi editoria­li storpia-nomi ma di fronte al suo immane narcisismo non può che capitolare (ma chi vince­rà tra lui e Saviano?). L’Amedeo Nazzari del Fatto si pavoneggia come una star delle ragazzine ge­nere Borromeo ( quelle che si divi­dono tra inchieste coraggiose e show room di Rocco Barocco) per la geniale trovata di Stefano Disegni curatore del Misfatto , quella di usare lo stesso Trava­glio per la parte di un Hannibal Lecter arrapato. La cosa dovreb­be farci piegare dal ridere, e in ef­fetti ci è voluto del tempo per ri­prenderci dall’irresistibile urto comico. Se avesse una punta di tette farebbe anche l’annunciatri­ce, come diceva Biagi a proposito di Berlusconi,l’uomo a cui Trava­glio deve davvero tutto (altro che Montanelli).
Il narcizialista Marco va forte nei sondaggi. Quello di Gleednei­talia, «sito di incontri extraconiu­gali », dice che «Marco Travaglio è il giornalista più desiderato dal­le donne infedeli italiane» (41%), molto avanti anche a Massimo Giannini di Repubblica ( secondo con 23%) e Francesco Giorgino del Tg1 (terzo, 17%). Le donne cornificatrici italiane trovano Tra­vaglio «uno splendido quaran­tenne ». Lui gongola e si autosti­ma da matti, mentre loro si imma­ginano erotici simposi con Mar­co il narcizialista che affibbia no­mignoli sagaci alla partner di tur­no, incastrandola con le carte del­la Procura. Ma si sbagliano, il nar­cizialista si sta solo preparando per la prossima copertina da di­vo.





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Mamma mia che ridere il Bisio che fa il politico

di Paolo Bracalini


Da ex militante di Avanguardia operaia, il comico di Zelig ora dà dell’estremista alla Moratti



Roma C’è un estremista candidato sindaco a Milano, ma bisogna aggiungergli l’apostrofo, «perché si tratta di una donna, la signora Brichetto Arnaboldi Letizia, in Moratti». Una facinorosa da evitare secondo il comico impegnato, soprattutto a Zelig, Claudio Bisio. Che sul suo blog ha lanciato un appello per votare Pisapia, ma soprattutto un allarme democratico sulla persona di Letizia Moratti, opportunamente rilanciato dal sito di Micromega, per cui Bisio si era già speso raccontando «il suo ’68» a quarant’anni di distanza. A Bisio «dispiace davvero dover constatare che la mia città è governata da un’estremista» come la Moratti. E questo senza entrare nel merito di «Expo, inquinamento, colate di cemento, città ormai quasi invivibile per bambini, anziani, ciclisti, pedoni, pendolari, eccetera».
Bisio consiglia di cambiare, tra l’altro lui Pisapia (che non è un estremista come donna Letizia) lo conosce personalmente, e può «garantire sulla sua voglia di dedicarsi davvero a migliorare la nostra città, tanto cinque anni di Moratti li abbiamo già provati e sappiamo cosa ci aspetterebbe». Lui conosce bene anche un altro candidato, ma della lista verde-arancio-rossa-blu della Milly Moratti, la Moratti brava. Quel Saturno Brioschi, che è poi il fondatore di Zelig, che è poi lo show della berlusconiana Mediaset che ha fatto fare il salto a Bisio, da comico sofisticato uscito dalla scuola d’arte drammatica di Milano, a showman popolare da prima serata tv vagamente trash. Uno a cui far fare Benvenuti al sud, distribuito dalla berlusconiana Medusa, un altro successone di Bisio «il re Mida multimediale» (così lo descrisse L’Espresso).
Un conflittino di interessi per lo zelig Bisio? Ma non facciamo ridere.
Lui peraltro con l’estremismo ha avuto un certo feeling da giovane, quando era iscritto ad Avanguardia operaia (per cinque anni, lo ha raccontato lui), movimento di estrema sinistra famoso per i cosiddetti «idraulici», cioè i membri del suo servizio d’ordine così chiamati perché muniti di chiavi inglesi modello Hazet 36.
Robe giovanili, sepolte nel passato di artista di sinistra (scelta obbligata per poter lavorare in Italia). Il Bisio che conosciamo noi è ormai un vip, uno nella top ten dei «personaggi più amati dal pubblico televisivo», un macinatore di successi e quindi di meritati compensi.
Che ne fanno appunto un Re mida che guadagna più di due milioni di euro all’anno - ha raccontato Bechis su Libero -, possiede dodici case, cinque terreni in Piemonte e tre in Toscana, partecipazioni in società. Un ricco signore molto simpatico, che negli ultimi anni non ha sbagliato una mossa. Ora sta girando Benvenuti al nord, sequel della fortunatissima commedia (30milioni di incasso). Ma che benvenuto potrà dare Bisio se a Milano ci sarà ancora un’estremista con l’apostrofo?



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Strauss-Kahn arrestato a New York Deve rispondere di aggressione sessuale

Corriere della sera

Il direttore generale del Fondo monetario avrebbe abusato di una cameriera:riconosciuto in commissariato


MILANO - Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, è stato arrestato sabato sera a New York con l'accusa di molestie sessuali ai danni della cameriera di un hotel. Lo ha riferito il New York Times nel suo sito on line e in seguito la notizia è stata confermata da un portavoce della polizia della metropoli americana. Strauss-Kahn, 62 anni, è sotto interrogatorio, ha aggiunto il portavoce, in relazione a un tentativo di stupro ai danni di una cameriera 32enne che dopo il fatto è fuggita dalla camera che il direttore del Fmi occupava al Sofitel Hotel di New York nella 44 strada Ovest, vicino a Times Square. I cronisti e le televisioni di tutti i principali network Usa si sono assiepati all'esterno della NYPD Svu, la Special Victims Unit della polizia newyorkese che si occupa di reati a sfondo sessuale e che è stata celebrata in tv dai telefilm della serie «Law & Order», dove il presidente del Fmi è stato condotto. La vittima ha identificato formalmente in un confronto il direttore del Fmi come l'autore della violenza. La donna di 32 anni ha lasciato il commissariato di Harlem alle 16,45 (21,45 ora italiana) coperta da un lenzuolo bianco


FERMATO ALL'AEROPORTO - Strauss-Kahn, possibile candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi dell'aprile 2012, dopo l'episodio ha lasciato l'albergo e si è imbarcato su un volo Air France in partenza per Parigi dall'aeroporto Jfk. Ma l'aereo non è stato fatto decollare e in seguito gli agenti della polizia aeroportuale sono saliti a bordo, hanno arrestato il direttore generale dell'Fmi e lo hanno consegnato ai detective della polizia di New York che alle 3 del mattino di domenica (ora italiana) lo tenevano ancora sotto custodia. Lui ha poi annunciato, tramite il proprio avvocato, di volersi dichiarare innocente. E domenica pomeriggio la moglie, la giornalista Anne Sinclair, sposata nel 1995, ha fatto sapere di «non aver creduto neanche per un secondo» alle accuse contro il marito.

IL RACCONTO DELLA POLIZIA - Paul Browne, il portavoce della polizia di New York, ha detto che la cameriera ha riferito di essere entrata nella suite di Strauss Kahn intorno all'una del pomeriggio a New York. Il direttore del Fmi sarebbe uscito nudo dalla sua stanza da letto, l'avrebbe buttata a terra e avrebbe tentato di stuprarla. La ragazza però sarebbe riuscita in qualche modo a liberarsi e a fuggire dalla stanza, riferendo poi l'accaduto alla direzione dell'hotel che ha avvisato la polizia. Quando gli agenti sono arrivati, però, Strauss-Kahn aveva già lasciato l'appartamento, abbandonando il telefono cellulare e altri oggetti personali. «Tutto lasciava intendere che se ne era andato in gran fretta», ha sottolineato Browne. Una volta appurato che il direttore generale aveva prenotato un posto di prima classe sull'aereo per Parigi, la polizia ha bloccato la partenza del volo e lo ha preso in custodia.


LE RIPERCUSSIONI SULL'ECONOMIA - In realtà Strauss Kahn avrebbe comunque dovuto lasciare New York per rientrare in Europa ed incontrare Angela Merkel e prendere decisioni importanti in ambito Ecofin su interventi a sostegno delle economie di Grecia e Portogallo. Il suo arresto fa ora temere che vi saranno ripercussioni sull'economia, in particolare lunedì mattina alla riapertura delle Borse (guarda il videocommento del vicedirettore del Corriere, Daniele Manca). La fretta con cui ha lasciato l'hotel - e ancora non è chiaro se abbia anticipato la partenza prenotando un volo diverso da quello inizialmente previsto - è stata tuttavia interpretata dalla polizia come il tentativo di allontanarsi il più velocemente possibile dalla città, ovvero come un indizio di qualcosa di poco chiaro. Al momento di scendere dall'aereo, secondo il New York Post, Strauss Kahn avrebbe ostentato sorpresa, limitandosi a chiedere: «Che cosa succede?». La donna oggetto del tentativo di stupro è stata portata in ospedale. Un portavoce del Fmi a Washington non ha voluto rilasciare commenti sulla vicenda.

ELISEO ADDIO - Strauss-Kahn, membro del partito socialista francese dal 1976, sposato e padre di quattro figli, è stato nominato direttore del Fondo Monetario nel novembre del 2007. Prima dell'incarico era stato deputato dell'Assemblea nazionale francese, professore di economia all'Istituto di studi politici di Parigi e ministro delle Finanze nel 1997-99. Su di lui puntava buona parte del Ps come possibile antagonista di Sarkozy. Ma la vicenda finirà inevitabilmente col segnare la sua possibile candidatura.

IL PRECEDENTE - Nell'ottobre del 2008 era rimasto coinvolto in uno scandalo per una relazione con una sua dipendente al Fondo monetario, per il quale si era pubblicamente scusato con la donna, Piroska Nagy, e con la sua terza moglie Anne Sinclair, un noto personaggio della televisione francese. Tuttavia in quell'occasione aveva negato di essere colpevole di abuso di potere e il consiglio del Fondo, pur giudicando l'episodio «deplorevole» e frutto di «un serio errore di giudizio», aveva concluso che la relazione «era stata consensuale». L'incidente di sabato a New York arriva in un momento in cui Strauss-Kahn è nel mirino dei media francesi per il suo stile di vita molto dispendioso.

Redazione Online
15 maggio 2011(ultima modifica: 16 maggio 2011)

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Legione straniera made in Usa per proteggere gli sceicchi

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