domenica 15 maggio 2011

Vieni da me, ho la neve»: Don Riccardo e le trasferte nelle saune a Milano

Corriere della sera

«Passa da qui mi sento tanto solo» E il ragazzino, per gli inquirenti in stato di soggezione, andava in parrocchia


MILANO - «Vieni, ho la neve». Così don Riccardo invitava i suoi «amici» a dividere la cocaina. In cambio della sniffata chiedeva compagnia o, nel linguaggio crudo delle inchieste giudiziarie, «prestazioni sessuali». Ragazzi che agganciava frequentando palestre, saune, bar a Milano. Ma con M. la storia era diversa, il sedicenne frequentatore della chiesa del Santo Spirito vedeva in don Riccardo un adulto a cui era difficile dire di no, il sacerdote esercitava il suo ascendente e faceva sentire importante il ragazzino: «Passa da me oggi, mi sento tanto solo» gli telefonava. E M. lo raggiungeva in parrocchia.

Le intercettazioni telefoniche dei carabinieri sono un duro atto di accusa, e proprio queste intercettazioni - registrate negli ultimi giorni - hanno impresso un'accelerazione all'inchiesta. Il sacerdote è stato arrestato venerdì sera su richiesta del gip di Genova Giacalone per impedire la «reiterazione del reato», per fermare quegli incontri in parrocchia a base di sesso. Vittima, secondo le accuse, un ragazzino molto fragile. Quasi in balia del sacerdote, tanto che l'ordine di custodia cautelare nel quale si contesta a don Riccardo Seppia la violenza parla di «stato di soggezione» del giovane oggetto delle attenzioni del parroco. Una personalità forte quella di don Riccardo, un cinquantenne energico e atletico, testa rasata, pizzetto che, tolto l'abito talare, si trasformava.


La sua, dalle carte dell'inchiesta, sembra essere stata una doppia vita: don Riccardo andava a Milano, lontano dalla parrocchia e dal quartiere operaio dove tutti lo conoscono come un sacerdote impegnato e gentile. Anche se c'è chi sussurra che sembrava «troppo sportivo» e non vuole aggiungere di più. Sportivo sì, don Riccardo lo era, tanto che la sua meta preferita a Milano erano le palestre ed è proprio partendo da un'indagine dei Nas sull'ambiente di palestre e saune, dove si sospettava un giro di anabolizzanti e stupefacenti, che l'autorità giudiziaria è arrivata al sacerdote. La sua utenza telefonica è incappata nelle intercettazioni cui erano sottoposti alcuni «soggetti» giudicati interessanti dagli investigatori.

Quando l'utenza è stata collegata al nome di don Riccardo si è aperto uno scenario inaspettato: l'accusa parla di cessione di cocaina a diversi ragazzi in cambio di incontri a sfondo sessuale.

Ma è quando gli investigatori individuano M. e le pressioni che don Riccardo avrebbe esercitato sul sedicenne che scatta l'arresto. Se ci sono altri minorenni coinvolti è quello che le indagini stanno cercando di accertare. Intanto gli atti dalla Procura di Milano sono stati tramessi a quelli di Genova.


Erika Dellacasa, Michele Focarete
15 maggio 2011

Il riscatto dell'afroamericana: cacciata per razzismo, laureata 53 anni dopo

Corriere della sera


La 73enne Burlyce Logan fu costretta a lasciare l'Università del Nord Texas nel 1958




University of North Texas

MILANO - Nel 1956 fu una delle prime ragazze di colore a iscriversi al «North Texas State College», ma dopo soli due anni abbandonò l'istituto a causa delle ripetute molestie subite dai colleghi bianchi e dai professori intolleranti. Sabato, a distanza di cinquantacinque anni, la settantatreenne Burlyce Logan ha coronato il suo sogno e si è finalmente laureata in «Arti e scienze applicate» nello stesso ateneo da cui era stata costretta a fuggire per motivi razziali

  LA DISCRIMINAZIONE - Il 17 maggio del 1954 la Corte Suprema degli Stati Uniti in una storica sentenza dichiarò incostituzionale la segregazione razziale. Nonostante ciò negli Stati del Sud comportamenti discriminatori continuarono a essere all'ordine del giorno e perseverarono ancora per parecchi anni anche nel mondo accademico. Nel 1956 solo undici ragazzi di colore ebbero il coraggio d'iscriversi al «North Texas State College» (da anni ha cambiato nome e oggi si chiama University of North Texas) e solo due, tra questi, più tardi riuscirono a portare a termine gli studi.

A quei tempi i giovani di colore non potevano vivere nel campus dell'Università e nessuno riusciva a superare l'esame d'inglese perché i professori non lo permettevano. La neolaureata Logan ricorda con grande amarezza gli anni cinquanta: «Un giorno - racconta al New York Times - mentre camminavano nell'ateneo vidi una serie di cartelloni su cui vi era scritto "Africani tornate a casa vostra". Rimasi totalmente scioccata». La maggior parte degli studenti bianchi si mostrava ostile e intollerante: «Nessuno ci riconosceva o si avvicinava - continua la Logan – Furono due anni d’inferno».

IL RISCATTO – Per oltre mezzo secolo la signora Logan non ha mai abbandonato la speranza di terminare gli studi. Dopo essersi ritirata dall'Università, si trasferì in California. Qui si sposò ed ebbe i figli. Ma nel 1997 ritornò in Texas e nel 2005 decise di riscriversi all'università: «Volevo terminare ciò che avevo cominciato - dichiara la settantatreenne - E' l'unica ragione per cui ho deciso di tornare in questo ateneo"». Adesso la neolaureata che è già pronta a seguire un master in storia non ha difficoltà ad ammettere che l’attuale ambiente universitario, rispetto a quello di 50 anni fa, è completamente cambiato. Le persone di colore - dichiara la settantatreenne - sono considerate uguali a tutte le altre: «Il mondo è evoluto e le persone assieme a esso. Questo campus oggi è fatto di giovani che vogliono studiare, istruirsi e cambiare il mondo. Essi ragionano con la loro testa e saranno in grado di trasformare il nostro paese in un posto migliore». L'unico rimpianto della neolaureata è che i suoi genitori non hanno potuto assistere alla cerimonia: «Era ciò che volevano più di ogni altra cosa - dichiara la settantatreenne  - Anche se non ci sono più, sono certo che mi hanno guardato dall'alto».


 Francesco Tortora
15 maggio 2011



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La Svizzera dice sì all'aiuto al suicidio

Corriere della sera

Rigettato il referendum proposto dai conservatori contro la possibilità della morte assistita per i non residenti


MILANO - Gli abitanti di Zurigo, secondo le proiezioni diffuse dall'agenzia svizzera Sda, hanno rigettato con una percentuale dell'80% entrambi i quesiti referendari avanzati da partiti conservatori con l'intento di fissare dei paletti per impedire a cittadini non residenti di essere aiutati a morire in Svizzera.


Il quesito presentato dall'Unione democratica federale (Udf, di ispirazione cristiana) chiedeva al Parlamento svizzero di rendere punibile qualsiasi forma di istigazione e di aiuto al suicidio, mentre quello avanzato dal Partito Evangelico proponeva di porre fine al «turismo della morte», limitando l'assistenza al suicidio a chi risiede nel cantone da almeno dieci anni.

Ogni anno circa 200 persone ricorrono alla morte assistita in Svizzera, dove il suicidio assistito è consentito dal 1941 a condizione che non sia legato ad alcun motivo egoistico ed è ammesso solo in modo passivo, cioè procurando ad una persona i mezzi per suicidarsi, ma non aiutandola a farlo. In Svizzera si registrano in media 1.400 suicidi all'anno, pari al 2,2% del totale dei decessi. Secondo le cifre fornite dall'associazione Dignitas, l'unica in Svizzera ad assistere cittadini stranieri candidati al suicidio, l'organizzazione ha accompagnato fino alla fine del 2010 un totale di 1.138 persone, di cui 592 provenienti dalla Germania, 118 dalla Svizzera, 102 dalla Francia, 19 dall'Italia, 18 dagli Stati Uniti e 16 dalla Spagna.


15 maggio 2011

Bebè biondo e con pelle chiara da due congolesi

di Redazione






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Allarme dagli Usa: «Vesuvio bomba per tutta l'Europa». Prevenzione, è polemica

Nella Cina profonda, affari e libretto rosso

La Stampa








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Ecco il "Libro Bianca"

Fonte : notapolitica.it


10 maggio 2011

di Augusto Stagno

Prima ancora della notizia, è arrivata la replica. Da ieri tutti abbiamo letto sui giornali e sui blog dell'indignata quanto altezzosa risposta della direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer a quelle che definiva "maleodoranti accuse anonime" nei suoi confronti, seguita a ruota da dichiarazioni di sostegno incodizionato dell'establishment sindacale di categoria, dal segretario Fnsi a qello dell'Usigrai.

Ma cos'era successo di così grave? Tutto nasce da un documento interno circolato nell'esecutivo Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai), scritto da Stefano Campagna, giornalista e conduttore del Tg1. Campagna chiedeva di far luce su una serie di episodi legati alla gestione della direzione della Berlinguer e di tutelare i colleghi del Tg3 intimoriti a tal punto di voler restare anonimi nelle loro denunce (ed evidentemente poco tutelati dal comitato di redazione della testata).

Facendo riferimento al "Libro Bianco" divulgato in una pomposa conferenza stampa all'Fnsi dall'ex cdr del Tg1, nel quale venivano elencate omissioni di notizie e accuse nei confronti del direttore Augusto Minzolini, Campagna provocatoriamente presentava il suo "Libro Bianca". Ma, mentre il "Libro Bianco" contro Minzolini è stato subito divulgato a tappeto (in rete e non), del "Libro Bianca" ancora sembra non esserci traccia.

Abbiamo quindi contattato Stefano Campagna per chiedergli di illustrarci nel dettaglio il suo scritto. Il giornalista ha cortesemente declinato qualsiasi commento. Perché, ha detto, si tratta di un documento sindacale interno. "Del resto sono nell'esecutivo Usigrai e rappresento tutte le testate", ha aggiunto, confermando che, da tempo, riceve segnalazioni dai colleghi del Tg3 che denunciano fatti gravissimi ma, terrorizzati, supplicano l'anonimato. "Cosa deve fare un sindacalista? Tacere, assecondare i silenzi di Fnsi e Usigrai? Da qui la mia richiesta di effetturare una verifica".

Ce ne scusiamo con Campagna, ma l'occasione era troppo ghiotta. Siamo comunque riusciti ad entrare in possesso del documento e abbiamo deciso di pubblicarlo integralmente. Ai lettori il compito di decidere se si tratta di "maleodoranti accuse anonime" o di qualcosa di molto più serio. Buona lettura.


Qui sotto, fino alla sera del 12 maggio 2011, era pubblicato integralmente il documento. Dopo la seguente lettera, la redazione di Notapolitica.it ha deciso di rimuoverlo dai propri server. Clicca qui per saperne di più.








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Rai, un blog di destra ha smascherato il Tg3: Berlinguer lo imbavaglia

di Felice Manti


Gli avvocati della direttora minacciano Notapolitica.it: via i contenuti scomodi o scatta la denuncia. I curatori: "La sinistra ha un'idea di libertà di stampa a corrente alternata"



I blogger di destra alzano bandiera Bianca. L’ultimo a cadere sotto i colpi della censura è il sito notapolitica.it, la cui unica colpa è quella di aver pubblicato il famigerato Libro Bianca sui presunti comportamenti scorretti del direttore del Tg3 Bianca Berlinguer, raccolti dal componente dell’Usigrai (la potente organizzazione sindacale di Viale Mazzini) Stefano Campagna, che a sua volta aveva intercettato malesseri e sfoghi da giornalisti, tecnici e impiegati dell’ex Telekabul rimasti anonimi.

Ieri alla redazione di notapolitica.it è arrivata una inquietante diffida firmata dai legali della Zarina Bianca: «Quel compendio di malevole e offensive considerazioni sulla nostra Cliente (la maiuscola è nell’originale, ndr) rappresenta al lettore una serie di inveritieri ed infamanti avvenimenti», e dunque va rimosso. Altrimenti scatta l’azione giudiziaria e «il risarcimento dei danni subiti».

«Ci hanno scritto su una carta intestata, affollata da un numero di avvocati largamente superiore al numero dei nostri redattori», è il commento sarcastico di Andrea Mancia - uno dei curatori del sito - la cui unica colpa è quella di aver pubblicato un documento i cui contenuti erano ben noti da giorni (e che è stato ripreso da altri blog, come Lettera Viola, dove ancora ieri campeggiava...).

E dunque, via il Libro Bianca dal sito, con buona pace dell’articolo 21 sulla libertà di stampa, che oggi, ricordano i giornalisti del sito al Giornale, «vale ormai soltanto per chi può permettersi particolari protezioni politiche e avvocati costosi, in grado di fronteggiare una corazzata legale come quella che difende gli interessi di Bianca Berlinguer. Siamo stati ingenui - è l’amara riflessione - perché nel nostro paese impera una surreale concezione della libertà di stampa a corrente alternata».

Ma quali sono le accuse contenute nel dossier curato dal sindacalista Rai che fanno tanta paura alla Berlinguer? La sua onnipresenza in video (è l’unica che conduce in prima persona sia il tg delle 19 sia Linea Notte), il silenzio sull’indagine contro il presidente Abi e Mps e sulle vicende giudiziarie di due consiglieri regionali Pd in Sicilia e Campania ma soprattutto molti problemi «interni». Due dei tre membri del Cdr, l’organismo sindacale, sarebbero stati promossi a caporedattore quando erano ancora in carica, scavalcando altri colleghi.

Alcuni giornalisti sarebbero stati emarginati, demansionati, rimossi o completamente esclusi dal ciclo quotidiano di lavoro e sarebbero passati ad altre testate o avrebbero scelto la strada del prepensionamento. Altri sarebbero stati spostati senza comunicazione al Cdr o esclusi dalla conduzione del Tg senza preavviso. Inviati e corrispondenti sarebbero infuriati, per non parlare del malessere delle sedi regionali documentate in uno sfogo interno del Cdr («troppi servizi forniti «grezzi» e firmati da altri a tavolino e a distanza) e dei litigi con tecnici e impiegati. Tutte accuse da verificare, va ribadito, anche se secondo il sindacalista Usigrai Campagna, che le ha raccolte personalmente, avrebbero tutte fondamento.

Eppure proprio il giornalista del Tg1 è finito nel mirino dei suoi stessi colleghi di sindacato, e anche lui ha deciso di alzare bandiera Bianca e di lasciare il sindacato. «Ieri ho rassegnato le mie dimissioni dall’esecutivo Usigrai - dice Campagna al Giornale - è un’organizzazione schierata e faziosa. Dopo un anno di fango sul Tg1 ho solo denunciato quanto accadeva al Tg3 e in altre testate. Nessuno mi ha difeso, nemmeno dopo la querela della Berlinguer, che certamente non mi fa paura».

E se venisse condannato? «Non sborserò un euro. Piuttosto scelgo il carcere». Campagna lamenta una «purga stalinista» («Mi hanno tolto una delega e hanno cancellato la mia presenza a una trasmissione di Raitre sulla mamma...») e attacca a testa bassa: «Continuo a ricevere insulti e minacce sui blog, nell’assoluta indifferenza. Comunque esco a testa alta e con la schiena dritta: so di essermi battuto contro una casta mafio-mediatica protetta e intoccabile». Un ultimo appunto sui colleghi del Tg3: «Mi sono battuto per loro ma sono rimasti zitti...». Con un direttore così permaloso non c’è da meravigliarsi.

felice.manti@ilgiornale.it



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Guido Rossi, il lobbista che ora attacca le lobby

di Claudio Borghi


L’avvocato dei potenti invita i milanesi a votare Pisapia: "La città è stanca dei centri di potere". E' il trionfo dell’ipocrisia sinistra e affarista: proprio lui ha guidato le più importanti trame finanziarie degli ultimi 30 anni





Potere è mentire e mentire è potere.

La frase, illuminante, è tratta da un libro di Guido Rossi (Il ratto delle sabine) e ben definisce quello che si nasconde dietro l’attacco alla Moratti e alle lobby di Milano sferrato dal giurista ieri sulle pagine di Repubblica. Si tratta di null’altro che dell’elogio di un modo di essere che fa dell’ipocrisia una legge e che è la firma di quel vasto partito della sinistra radical chic, di quella gauche-caviar di cui Rossi e il candidato sindaco Giuliano Pisapia sono perfetti esponenti. Un partito per cui vengono richieste due caratteristiche valoriali imprescindibili: un conto in banca invidiabile ed una faccia tosta superiore al saldo attivo del conto medesimo. Nel caso del Professor Rossi ambedue i valori sono ai massimi livelli.

Per un uomo della sua storia, dichiararsi contro le lobbies è come per una zanzara lamentarsi del fatto che gli insetti danno fastidio: può anche essere vero, ma solo se riferito a se stesso, non di certo parlando degli interessi delle persone. A una zanzara le altre zanzare scocciano, rappresentano dei concorrenti, il sangue sarebbe cosa giusta se fosse tutto suo, possibilmente offerto spontaneamente in capaci bicchieri, ovviamente per il loro bene. Guido Rossi in effetti non ha mai avuto bisogno delle lobbies essendo egli stesso una gigantesca e potentissima lobby. In Borsa anche i sassi sapevano che se per una società le cose stavano mettendosi male i telefoni da chiamare erano solo due: quello di Enrico Cuccia e quello di Guido Rossi. Il primo serviva per uscire dai pasticci legati alla mancanza di denaro, il secondo per uscire da tutti gli altri guai. I due infatti non si sopportavano. Fatto sta che nel comune sentire degli operatori di Piazza Affari il nome di Rossi era sinonimo di salvacondotto, un po’ come la carta del Monopoli «uscite gratis di prigione», con la differenza che il professore non era affatto gratis.

La sua firma si ritrova in tutte le operazioni che contano da trent’anni a questa parte: da Telecom agli swap della Fiat, vere e proprie acrobazie giuridiche che, con lo stesso metro riservato ad altri sarebbero state oggetto di scandalo, diventavano (anche e soprattutto per le autorità di controllo e per i tribunali) regolari e perfette. La spocchia di Rossi nel bacchettare tutto e tutti a volte lo spingeva a rimbeccare persino altri suoi simili, come ad esempio il banchiere rosso Nerio Nesi, uno dei fidati uomini di Bertinotti nella grande finanza. Nesi nel 1996 venne tacciato di «fare gli interessi dei boiardi di Stato» e replicò con una (per una volta sincera) intervista su Repubblica dove affermò: «Conosco Rossi da una vita. Esattamente dal ’70.

Entrammo insieme nel consiglio di amministrazione della Banca popolare di Milano, quando la banca era dei sindacati. Designati dalla Cgil, Nesi e Rossi. Il rapporto è poi andato avanti, lo feci anche nominare consulente della Banca nazionale del lavoro. Non ho mai negato di essere stato per trent’anni nel Psi, come lombardiano, coerente dall’inizio alla fine. Ma è meglio essere legato ai partiti che alle lobby». Tutto vero, tranne un particolare: anche nel ’96 era improprio definire Rossi come «legato alle lobby», essendo lui come abbiamo detto una lobby in sé.

La cosa indigesta di questi soloni del capitalismo rifondarolo è proprio legata a questo conflitto irrisolvibile fra i loro status di intoccabili e la finta bandiera della difesa della povera gente che sventolano quando devono sottoporsi a quel fastidiosissimo rito delle elezioni che, se fosse per loro, abolirebbero domani con un tratto di stilografica Montblanc, per sostituirle con una sana divisione del potere con il criterio di un po’ a me e un po’ ancora a me. Il fatto è che questa antidemocrazia latente si basa su di una sincera convinzione di essere nel giusto, stante la probabile stupidità del corpo elettorale che niente può capire di come va il mondo.

Giuliano Pisapia, come Guido Rossi rappresenta proprio questo mondo, fatto da gente che può tranquillamente permettersi di presentarsi come difensore degli abusivi, degli immigrati, dei disperati, perché tanto sanno che questi abusivi non li incontreranno mai, tranquillamente difesi dalle loro vaste ricchezze e dagli amici «attivisti» sparsi nei punti di potere.
Di certo anche Letizia Moratti non è una plebea, viene esattamente da quello stesso milieu economico del grande capitale milanese, ma almeno ha scelto la strada difficile di non nascondere quello che è. È una caratteristica tipica del centrodestra di Berlusconi: i difetti ci sono ma almeno hanno il vantaggio di essere visibili a tutti e non dissimulati da un’ipocrisia talmente sfacciata da risultare pericolosa. È molto meglio il lupo che ulula piuttosto di quello che si traveste da nonna e che ti garantisce che sotto le coperte si starà al sicuro dai lupi.


posta@claudioborghi.com




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Stupro, arrestato Strauss-Kahn E' l'eroe della sinistra francese

di Redazione


Una cameriera 32enne entra nella suite da 3mila dollari a notte del lussuoso Sofitel di Manhattan, vicino a Times Square. La suite dovrebbe essere vuota e la donna ha il compito di ripurirla. Ma, secondo quanto raccontato alla polizia, entrando la cameriera viene aggredita dal celebre inquilino della stanza, Dominique Strauss-Kahn. Uscito dal bagno nudo, il presidente dell'Fmi avrebbe inseguito la donna nel corridoio portandola in camera da letto per assalirla







New York - Era uno dei possibili candidati alle elezioni presidenziali francesi del 2012, nonché economista riconosciuto in tutto il mondo e lodato, come presidente del Fondo monetario internazionale, per aver saputo affrontare la crisi globale. Ma l'arresto di Dominique Strauss-Kahn, avvenuto ieri con l'accusa di violenze sessuali nei confronti di una cameriera del Sofitel di Manhattan, potrebbe avere conseguenze devastanti per il suo futuro politico, e non solo.

La notizia è arrivata nella notte europea, la tarda serata degli Stati Uniti, ma i fatti risalgono ad alcune ore prima. A quando, intorno alle 13 ora di New York, una cameriera 32enne entra nella suite da 3mila dollari a notte del lussuoso Sofitel di Manhattan, vicino a Times Square. La suite dovrebbe essere vuota e la donna ha il compito di ripurirla. Ma, secondo quanto raccontato alla polizia, entrando la cameriera viene aggredita dal celebre inquilino della stanza, Dominique Strauss-Kahn. Uscito dal bagno nudo, il presidente dell'Fmi avrebbe inseguito la donna nel corridoio portandola in camera da letto per assalirla sessualmente. La cameriera ha spiegato alla polizia di averlo respinto, ma Strauss-Kahn l'avrebbe portata in bagno e costretta ad avere un rapporto orale, provando a rimuoverle la biancheria intima. La donna è riuscita poi nuovamente a liberarsi e a scappare, raccontando i fatti allo staff dell'albergo che ha chiamato la polizia.

Quando gli agenti sono arrivati, il 62enne, presidente dell'Fmi dal 2007, non si trovava più al Sofitel, dove però era rimasto il suo cellulare. "E' stato come se fosse uscito di fretta", ha spiegato il portavoce della polizia Paul J. Browne, il quale poi ha aggiunto che la polizia ha rintracciato Strauss-Kahn in aeroporto, già imbarcatosi in prima classe su un volo Air France diretto a Parigi e in partenza alle 16.40 ora locale (le 22.40 in Italia). L'uomo è stato fermato e condotto al New York Police Department per essere interrogato. Qui ha richiesto un avvocato ma non ha rilasciato dichiarazioni. Ora, secondo Browne, le accuse che lo riguardano sono "crimine sessuale, tentato stupro e sequestro illegale di persona". Oggi il presidente dell'Fmi avrebbe dovuto incontrare il cancelliere tedesco Angela Merkel a Berlino e domani unirsi all'incontro dei ministri delle Finanze dell'Unione europea a Bruxelles, principalmente per discutere della situazione della crisi in Grecia. 

La vita di Strauss Kahn, sposato in terze nozze con la giornalista Anne Sinclair e padre di quattro figli, in passato ha conosciuto una vicenda privata controversa. Nell'ottobre 2008 fu infatti costretto a porre le sue pubbliche scuse allo staff dell'Fmi per aver avuto una relazione sessuale con una sua subalterna. "Se questo incidente costituisce un errore di giudizio da parte mia, per cui mi prendo la piena responsabilità - scriveva nella lettera - credo fermamente di non aver abusato della mia posizione". Si riconobbe poi che la relazione era stata consensuale. In conseguenza dei fatti la donna lasciò il Fondo e iniziò a lavorare con la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo.

Prima di entrare in carica come direttore generale dell'Fmi, Strauss-Kahn era stato parlamentare dell'Assemblea nazionale francese e ministro dell'Economia, delle Finanze e dell'Industria da giugno 1997 a novembre 1999. Nel 2007 aveva tentato di diventare il candidato dei socialisti contro Nicolas Sarkozy, ma aveva perso alle primarie contro Ségolène Royal. Le sue possibilità di tentare la corsa all'Eliseo si erano riaccese ultimamente, e Dsk, come è chiamato in Francia, avrebbe potuto essere il nuovo candidato antiSarkozy nelle elezioni del prossimo anno. Le accuse della cameriera di New York arrivano in un momento in cui i media francesi stanno calcando la mano sullo stile di vita del presidente del Fondo monetario internazionale, considerato troppo lussuoso per l'utilizzo eccessivo di automobili e suite. Ex professore di economia, Strauss-Kahn è entrato nel Partito socialista nel 1976 ed è stato eletto in Parlamento nel 1986 nel distretto Val-d'Oise, a nord di Parigi. Votato sindaco di Sarcelles, sobborgo di Parigi della classe operaia, è diventato ministro delle Finanze sotto il governo Jospin. 





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