sabato 14 maggio 2011

Parroco arrestato per pedofilia

Corriere della sera



Don Riccardo Seppia è stato fermato a Sestri Ponente.
Il Cardinale Bagnasco celebrerà messa nella sua chiesa


MILANO- Il parroco della chiesa di Santo Spirito di via Calda di Sestri Ponente è stato arrestato dai carabinieri del Nas di Milano per violenza sessuale su minore. Il religioso si chiama don Riccardo Seppia ed è nato nello stesso luogo dove gestisce la parrocchia, il primo maggio 1960. Sull'inchiesta al momento gli investigatori mantengono uno stretto riserbo, ma, da quanto si è appreso, il reato sarebbe stato compiuto a Genova, benchè ad eseguire l'arresto sarebbero stati i carabinieri del di Milano.

Questi ultimi hanno agito insieme con i colleghi del Comando provinciale del capoluogo libero. Don Riccardo prima di diventare parroco a Sestri Ponente, nel 1996, è stato nella chiesa di San Giovanni Battista, a Recco (Genova) e poi in quella di San Pietro di Quinto (sempre nel Levante genovese), in val Brevenna (nell'entroterra di Genova). Si è venuto poi a sapere che il Presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, celebrerà messa sabato pomeriggio nella chiesa di Don Seppia. L'impegno non era tra gli appuntamenti del cardinale previsti per la giornata.


(ANSA). (Fonte Ansa).

14 maggio 2011

Berlusconi fa sciopero: "Non pago più il canone"

Il Tempo



Il Cav a Latina: "Colpa di Annozero e Ballarò". A Fini: "Si illude di farmi fuori andando con la sinistra".


Lì, accanto al candidato sindaco Gianni Lettieri, aveva invitato i cittadini a non credere alle «menzogne» diffuse dalla stampa, dalle radio e dalle televisioni «della sinistra». «Ho visto in questi giorni "Ballarò" e "Annozero" ed è davvero uno scandalo: in nessun Paese al mondo è ammissibile che la televisione pubblica, pagata con i soldi dei cittadini, possa arrivare a tale grado di faziosità». 

Ma a Latina il Cavaliere ha lasciato spazio anche a una precisazione «per la stampa avversaria: io il canone non l'ho mai pagato perché ho fior fior di ragionieri che pensano alla bisogna visto che sono il primo contribuente italiano». Il clima è incandescente. Al teatro D'Annunzio non sono mancate le tensioni tra i sostenitori del candidato del Pdl Giovanni Di Giorgi e quelli del centrosinistra. Il premier ha dribblato lo scontro, entrando da un ingresso secondario. 

Poi se l'è presa con Fini che nel pomeriggio ha chiuso la campagna elettorale a Bologna con Pierferdinando Casini. Il premier è critico soprattutto con la formazione sponsorizzata da Antonio Pennacchi. «Il "listone fasciocomunista" che va dall'estrema sinistra a quell'esponente di destra è ciò che Fli e la sinistra stanno tentando di fare a livello nazionale per far fuori quell'ostacolo insormontabile che è Silvio Berlusconi: qui dobbiamo dargli la prima lezione, non ce la farete mai». 

Dalla platea è arrivata una pioggia di fischi sul presidente della Camera e allora Berlusconi ha precisato, sorridendo: «Non si fischia la terza istituzione dello Stato, siete degli screanzati». Il premier ha fatto anche un passaggio sugli immigrati: l'Italia è «tenuta ad accogliere con dignità e generosità gli immigrati senza fare tragedie: se il Consiglio europeo ci darà una mano bene, altrimenti non facciamo tragedie su una cosa che possiamo tranquillamente risolvere da soli». 

Berlusconi ha ribadito che «l'accoglienza fa parte della nostra storia perché siamo un popolo di emigranti e ci sono milioni di italiani in giro per il mondo» e dunque «dobbiamo accoglierli con dignità e non dobbiamo chiedere l'elemosina a nessun Paese europeo». 

Poi è tornato sulla sfida delle Amministrative: «La sinistra sta aspettando i risultati di queste elezioni e, con la solita doppia faccia, se dovesse vincere dirà che erano elezioni nazionali e che il governo deve andare a casa, mentre se dovesse perdere dirà che erano semplici elezioni locali». Invece, ha ribadito il presidente del Consiglio, «il voto serve anche per sostenere il governo: sono convinto che vinceremo perché abbiamo vinto tutte le elezioni». 

 Non dimentica la giustizia (e ancora una volta il presidente di Montecitorio): «C'è stato un accordo preciso tra Fini e l'Anm per evitare la riforma». E l'affondo verso il candidato del centrosinistra a Milano, Pisapia: «I personaggi della sinistra sono sempre gli stessi dall'86, è caduto il muro ma non se ne sono accorti e professano l'ideologia più criminale della storia: alcuni di loro, come il candidato di Milano Pisapia, pensano che questa ideologia si debba rifondare». 

Insomma, «più li conosciamo più ci fanno paura». Infine Berlusconi ironizza sui passaggi che hanno portato dal Pci al Partito democratico: «Noi ci richiamiamo sempre alla libertà - ha detto - loro si chiamano sempre con nomi di animali o di piante, evidentemente amano la natura...».

Il muro della discordia ha protetto Fudai

Corriere della sera



Alto 16 metri, fu contestato dai cittadini. Ora fiori e biglietti sulla tomba del'ex sindaco che lo fece costruire



La barriera anti-tsunami a Fudai è alta 16 metri

MILANO - Fudai è una piccola località di 3000 abitanti sulla costa nord-orientale del Giappone. L’11 marzo scorso è uscita quasi indenne dal disastro dello tsunami provocato dal terremoto. Come per miracolo non ci sono stati morti o danni. Grazie soprattutto all'ex sindaco Kotaku Wamura che, negli anni Settanta, fece costruire un gigantesco muro a protezione della cittadina. In un primo momento deriso e insultato per quella barriera anti-tsunami alta quasi 16 metri, oggi il politico oramai defunto viene celebrato come un eroe.

OPERA SPROPORZIONATA - Le critiche sono continuate per diverso tempo. «Spreco di denaro pubblico»; «una bruttura»; «un’opera insensata e sproporzionata», gli rinfacciavano i cittadini. Il pomo della discordia era il progetto di costruzione di una parete di 16 metri in periferia che doveva difendere la località dalle onde di uno tsunami. Anche perché i villaggi e le città vicine facevano affidamento su strutture di protezione più piccole. La domanda che tutti si ponevano con insistenza era: «Perché Fudai ha bisogno di una simile costruzione?». Il sindaco, però, non si piegò e non si fece persuadere. La costruzione anti-tsunami da 25 milioni di euro doveva assolutamente essere eretta.

BARRIERA DI SALVEZZA - Oggi quell’interrogativo ha trovato una risposta chiara: quella parete ha salvato la vita ai 3000 abitanti di Fudai. Tutto intorno l'apocalisse, con villaggi e città rase al suolo. Per Fudai e i suoi cittadini, invece, solo un terribile spavento. Le gigantesche mareggiate sono infatti rimbalzate sull’alto muro. «È costato parecchio», ha raccontato Satoshi Kaneko all’Associated Press. Il pescatore di Fudai ha sottolineato: «Senza quel muro però non ci saremmo più». Anche l’attuale sindaco Hiroshi Fukawatari è soddisfatto del lavoro fatto dal suo predecessore: «L'efficacia del muro si è rivelata davvero impressionante».

Come molti concittadini anche Fukawatari un tempo era dubbioso sull’effettiva necessità di quella struttura gigante. Oggi si è ricreduto. Soprattutto dopo aver visto cosa lo tsunami ha provocato nelle città attorno. Qui le mura di protezione sono state completamente travolte. Ne è un esempio la vicina Taro. La città aveva fatto affidamento su una barriera anti-tsunami molto più piccola: due bastioni di cemento alti dieci metri e lunghi due chilometri e mezzo. Agli abitanti non è però restato che portare via le centinaia di cadaveri rinvenuti in questo territorio distrutto dal terremoto e dalla violenza di onde alte fino a 20 metri che le barriere non sono riuscite a fermare.

SINDACO EROE - Oggi Fudai celebra il suo ex sindaco, morto nel 1997 a 88 anni. Il politico ha governato il villaggio per sei legislature. Eletto subito dopo la Seconda Guerra mondiale, Kotaku Wamura è rimasto in carica fino al 1987. Sotto di lui Fudai è trasformata in una cittadina fiorente, con la pesca; col turismo; con le affollate spiagge di sabbia bianca. Ciò nonostante, la località ha conosciuto anche la parte negativa del mare: nel 1896 e nel 1933 uno tsunami uccise centinaia di persone nella regione. Le onde erano però più basse di quelle dell’11 marzo 2011. Per il sindaco Wamura una simile catastrofe non doveva ripetersi più. Nel 1967 iniziò la costruzione di un muro anti-tsunami, l’opera della sua vita. Tre anni dopo essere stata completata decise di dimettersi. Oggi dai cittadini di Fudai è visto come un eroe. Se non altro perché nel frattempo tutti hanno saputo apprezzare la sua politica lungimirante. Sulla sua tomba depongono fiori e doni; pregano e ringraziano. «Anche se c'è ostilità, abbiate fiducia e finite ciò che avete cominciato», disse Kotaku Wamura il giorno in cui si congedò dai suoi dipendenti. «Vedrete, alla fine la gente capirà».

Elmar Burchia
14 maggio 2011

L'incidente di Roswell? Fu un complotto di Stalin contro gli Stati Uniti

Corriere della sera



Lo afferma l'americana Annie Jacobsen: il dittatore si sarebbe servito di Josef Mengele per «creare» gli alieni



Giuseppe Stalin
Giuseppe Stalin
MILANO - Non piacerà ai tanti ufologi che per anni l'hanno indicata come la prova lampante dei segreti americani sugli alieni, ma è certamente la teoria più grottesca mai immaginata per spiegare uno dei grandi misteri del XX secolo. «L'incidente di Roswell» (il presunto schianto di un Ufo nella piccola cittadina del Nuovo Messico nel luglio del 1947) sarebbe stato un complotto ordito da Stalin per creare panico tra la popolazione degli Stati Uniti d'America. Lo afferma «Area 51» il nuovo libro di Annie Jacobsen, giornalista del Daily Beast, che dichiara di aver ottenuto queste “sensazionali rivelazioni” da un ex ingegnere, ora in pensione, che per anni ha lavorato alla EG&G, contractor della difesa americana. L’ingegnere nel 1978 avrebbe fatto parte dell’equipe che seguiva il "Roswell project" nella base militare del Nevada che dà il titolo al libro e nella quale sarebbe stati portati a termine dall'esercito americano test di massima segretezza

COMPLOTTISMO E FANTAPOLITICA –  Il libro dichiara che il complotto sarebbe stato ispirato a Stalin da  "La guerra dei mondi", il celebre programma radiofonico di Orson Welles, trasmesso il 30 ottobre del 1938 dalla Cbs che creò un vero e proprio panico in tutti gli Stati Uniti perché descriveva un'improvvisa invasione della Terra da parte degli alieni. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale i sovietici avrebbero catturato uno "Horton Ho 229", un cacciabombardiere nazista con una sola ala capace di raggiungere i 1000 km/h e Stalin avrebbe deciso di servirsene per seminare il panico negli Stati Uniti. Per questo avrebbe assoldato addirittura Joseph Mengele, l’ex dottore nazista conosciuto anche come "L'angelo della morte". Mengele, che nei primi anni '40 portò a termine ad Auschwitz orribili esperimenti umani sui prigionieri, grazie a nuovi test di eugenetica, avrebbe riprodotto mostruosi esseri umani che avevano la stazza di bambini e occhi enormi. Il cacciabombardiere, su ordine di Stalin, sarebbe stato riempito di questi esseri mostruosi e pilotato a distanza. Ma una volta nei cieli americani si sarebbe schiantato a Roswell a causa di una tempesta.

RIVELAZIONI GROTTESCHE - I primi libri sull'incidente di Roswell furono pubblicati solo negli anni '70 e da allora si son susseguite decine di teorie cospirative. Ma la verità - dichiara l'ingegnere in pensione alla Jacobsen  - non ha nulla a che fare con gli alieni: «Trovarono corpi vicino all'aereo schiantato - scrive la giornalista americana - Non erano alieni, ma non erano neppure normali esseri umani. Erano cavie. Insolitamente bassi come piloti, sembravano bambini. Ognuno di loro misurava meno di un metro e cinquanta centimetri. Erano grottescamente deformi, ma ognuno assomigliava all'altro. Avevano la testa sproporzionata ed enormi occhi. Due tra questi erano in uno stato comatoso, ma erano ancora vivi». L'ingegnere avrebbe confessato alla giornalista di aver visto i loro corpi e ha definito l'esperienza "scioccante". L'aeronautica militare americana non ha voluto commentare la notizia: «Non abbiamo ancora letto il libro e quindi non siamo in grado di giudicare ciò che vi è scritto» ha tagliato corto uno portavoce della United States Air Force

Francesco Tortora
14 maggio 2011

E' morta Anna Longhi moglie «buzzicona» di Sordi

Corriere della sera

 

Diventò famosa con il film «Dove vai in vacanza?»

 

MILANO - È morta ieri a 76 anni Anna Longhi, la brava, spiritosa caratterista di taglia extra large diventata famosa col cinepanettone del 1978, impersonando la moglie fruttarola con chignon, la «buzzicona» di Alberto Sordi in Dove vai in vacanza?. La notizia della scomparsa del personaggio amatissimo soprattutto a Roma, è stata data in diretta a «Pomeriggio 5» dove la Longhi fu spesso ospite.

Nata a Trastevere nel 1934, trasferita poi in rione Monti, reso celebre da Monicelli e dal suo mediometraggio, l'attrice ha debuttato al cinema per caso: aveva fatto fino ad allora la sarta sul set di alcuni film di Sordi e l'attore, alla ricerca di partner ideali, aveva subito intuito il suo enorme potenziale comico. In un cinema che aveva perso la ricchezza dei caratteristi, Anna Longhi fu subito un «caso» con questo episodio cult di Le vacanze intelligenti scritto da Sonego, la cosa migliore che Sordi abbia mai girato. Era, come è impossibile dimenticarla?, la moglie trash del fruttarolo Remo-Sordi con cui inizia un viaggio istruttivo, una vacanza intelligente secondo la rubrica dell'Espresso, organizzato dai figli che sono trendy, modaioli e istruiti. Il personaggio è parente stretto di altre buzzicone romane come la Rosanna di Lorenzo che fu moglie di Sordi nelle Coppie (memorabile vacanza in Costa Smeralda), come la sora Lella (sorella di Fabrizi) complice di Verdone ma anche la famosa Cecioni al telefono di Franca Valeri.

 

 

La povera sora Augusta, invece di sdraiarsi a Fregene, inizia così nel film a tre episodi (gli altri erano con Tognazzi e Villaggio) un giro d'Italia sfiancante non solo per la dieta ferrea ma anche per gli obblighi intellettuali di improvvisato snobismo mondano. I due sono costretti, dopo una visita agli scavi etruschi, a seguire un concerto dodecafonico a Firenze (sublime la loro uscita al «tacet»), poi visitano la Biennale a Venezia (è quella vera, riprese nei padiglioni d'arte) dove la sora Anna, affranta e stanca, si siede ma viene scambiata e contrattata come una scultura vivente sul modello del mongoloide esposto da Gino De Dominicis in un crescendo d'ilarità fino all'happy end con pastasciutta al sugo in dose doppia.

La carriera della sora Longhi sta praticamente tutta in questa invenzione, la donna popolare verace e sottomessa al marito, di sano buon senso e fuori dalle mode, simpaticamente ignorante ma di contagiosa simpatia. Il suo Pigmalione Sordi la sposerà ancora nel dittico del Tassinaro e nel sequel a New York: lei come un pezzo di Roma folk, apprezzata pure in Francia, appare brevemente in qualche super produzione come Un incantevole aprile e Il talento di Mr. Ripley, nel Vanzina di E adesso sesso, nel Clan di De Sica e nel Ritorno di Monnezza, ma la sua carriera si concentra in quei folgoranti 50 minuti usciti nel Natale del '78. In cui Sordi regala il suo cinico spirito di osservazione non solo sulle mode snob ma anche sullo stato dello scontro generazionale, dirigendo la sua collega sarta e facendole raggiungere una straordinaria misura espressiva e un grado di comunicatività da antologia per la commedia all'italiana.

 

Maurizio Porro
14 maggio 2011

Le vedove di Osama non parlano

Il Tempo


Interrogate dalla Cia: si sono mostrate "ostili". Messaggi: Dib Laden usava le chiavette usb come pizzini.


La yemenita Amal Ahmed al-Sadah, quinta moglie di Osama Bin Laden La Cia l'ha spuntata. Interrogate le vedove di Osama Bin Laden. Un successo solo di facciata: le donne praticamente non hanno risposto affidando alla più anziana, Umm Khalid, il ruolo di portavoce. Ad essere interrogate sono state la più giovane delle tre vedove, la 29enne yemenita Amal Ahmed Abdul Fatah, rimasta ferita a una gamba dagli spari dei militari americani nel compound di Abbottabad. Le altre due, secondo una fonte Usa, erano invece Kharriah Sabar, nota anche come «Umm Hamza» e Siham Sabar, «Umm Khalid».

Le donne sono tre delle cinque mogli di Bin Laden, due delle quali si erano separate da lui. In totale hanno partorito almeno 20 figli, di cui 11 maschi, uno dei quali è rimasto ucciso nel raid di Abbottabad. L'interrogatorio non ha fornito molte nuove informazioni, è avvenuto in una stanza in cui c'erano anche i funzionari dell'Isi, i servizi segreti pakistani: gli americani invece avrebbero voluto interrogare separatamente le tre donne, per evidenziare le incoerenze nei racconti. La Cia è interessata a conoscere le «coperture» che il capo di Al Qaeda ha avuto. Emergono nuovi dettagli sul blitz e sul materiale trovate ad Abbottabad.

Stando al rapporto dei Navy Seals c'è stato un unico scontro a fuoco nella foresteria all'interno della villa-fortezza di Abbottabad, quando i corrieri di Bin Laden hanno sparato e sono stati immediatamente uccisi. Nell'edificio principale nessuno degli occupanti ha avuto il tempo di sparare un colpo o ha avuto il tempo di armarsi, anche se c'erano armi a disposizione. Quanto al capo di Al Qaeda, i commandos del «Seals Team 6» lo hanno visto quando lui è apparso al terzo piano: gli americani hanno aperto il fuoco, ma non lo hanno centrato; a quel punto lui è retrocesso nella camera da letto e il primo degli uomini del commando a raggiungere la porta ha spinto di lato le sue figlie.

Quando è entrato anche il secondo militare americano, la moglie Amal di Bin Laden gli si è lanciata addosso; il soldato americano l'ha spinta di lato e ha sparato allo sceicco del terrore al petto; a quel punto un terzo militare gli ha sparato un colpo alla testa. Versione questa che contrasta con quella riferita agli investigatori pakistani dalla moglie e dalla figlia di Osama. La quantità di materiale informatico trovato ad Abbottabad ha svelato come il capo di Al Qaeda continuava a rimanere in contatto con l'organizzazione e inviare messaggi.

Moderni «pizzini» le chiavette usb e cd. Osama Bin Laden copiava i messaggi sulle pen drive e poi le affidava a fidati corrieri i quali si limitavano a scaricare le comunicazioni su un computer e copiarle sulle e-mail che venivano poi inviate. Identico sistema per le risposte, che venivano caricate sulle chiavette usb e portate a Bin Laden, permettendogli di rimanere aggiornato e comunicare con il resto della galassia terroristica. Nel covo del capo di Al Qaeda sono stati recuperati anche diversi video pornografici: in passato immagini hard sono state usate da Al Qaeda per nascondere mnessaggi.

I Seals hanno porttao via cinque computer, dieci hard disk e un centinaio di pen drive. In queste ultime sarebbe stato archiviato, non solo, il flusso di comunicazioni del leader di Al Qaeda con luogotenenti e accoliti sparsi per il mondo, ma anche centinaia di indirizzi e-mail e numeri di telefono, potenziali tracce che l'Fbi conta di seguire, nonostante i terroristi li cambino spesso per sfuggire al controllo. Su questa vera miniera di informazioni, l'intelligence americana ha concentrato uomini e mezzi per decifrarne il contenuto quanto più velocemente possibile, nella speranza che questo costringa i terroristi a modificare rotte e abitudini, esponendoli anche a possibili errori.


Maurizio Piccirilli

14/05/2011





Powered by ScribeFire.

Cinquemila dollari e un diario per morire

Corriere della sera


Jerry Mc Donald, viveva nel suo pick up. La neve lo ha intrappolato. E lo hanno trovato dopo 70 giorni. Morto



Il diario-calendario di Jerry McDonald
Il diario-calendario di Jerry McDonald
WASHINGTON – Jerry McDonald si è accampato in un bosco dell’Oregon a pochi chilometri da una strada statale. La neve lo ha sorpreso e lui è rimasto intrappolato con il suo pick up. Era il 7 febbraio. Lo hanno trovato senza vita dopo quasi 70 giorni. Accanto una sorta di diario su un rudimentale calendario: l’ultima volta che ha scritto qualcosa era il 15 aprile. Poi più nulla.

SULLA STRADA - McDonald, 68 anni, è un tipo po’ strano. Ha rotto da tempo i rapporti con la famiglia e se ne va in giro per l’Ovest a bordo di un vecchio camioncino. È così che arriva verso il 7 febbraio nei pressi di Marion Forks, Oregon, località a 140 chilometri a est di Salem. L'uomo si infila in una stradina di montagna e sceglie una radura per accamparsi. Ha qualche scorta, molto carburante, un sacco a pelo e vestiti pesanti. Ma non possiede né bussola né cellulare. Qualche giorno dopo inizia a nevicare. McDonalds, il 2 marzo, scrive sul diario: «Intrappolato, ha nevicato dal 14».

L'ATTESA - Jerry ha cercato di tornare sulla statale, ma il pick up si è impantanato nonostante avesse le catene e la trazione sulle 4 ruote. Ha provato a tirarlo fuori con il crick, ha usato dei rami e pezzi di legno per evitare che le ruote slittassero. Ma non c’è stato nulla da fare. Rassegnato, Jerry si è scaldato a bordo del camioncino – aveva molta benzina – e per dissetarsi scioglieva la neve. Non è chiaro quanto cibo avesse, anche se lo Sceriffo ritiene che ne avesse poco. Stranamente non ha cercato di allontanarsi a piedi. Poteva raggiungere la statale e primo a poi qualcuno sarebbe passato. Invece è rimasto lì avvolto nel suo sacco a pelo ad aspettare un aiuto che non è mai arrivato. In una borsa 5 mila dollari in contanti e il diario. L’autopsia ha accertato che è morto per il freddo e la fame.


Guido Olimpio
14 maggio 2011



Powered by ScribeFire.

Iran: Condannato a diventare cieco Esecuzione rinviata

Corriere della sera


Aveva sfigurato una donna con l'acido. Ma Amnesty International è intervenuta: «È una tortura non pena»





MILANO - È stata rinviata l'esecuzione della pena-choc comminata da un tribunale di Teheran a Majid Movahedi, condannato nel novembre 2008 all'accecarmento con acido versato negli occhi in applicazione della «qesas», la legge del taglione in vigore in Iran. Lo ha riferito l'agenzia d'informazione Isna, spiegando che l'esecuzione «è stata rinviata a data da destinarsi». La notizia del rinvio è stata confermata anche dal portavoce di Iran Human Rights, Mahmood Amiry-Moghaddam, che ha invitato la comunità internazionale a mantenere alta l'attenzione sugli abusi che vengono compiuti nella Repubblica Islamica. Movahedi era stato condannato all'accecamento per aver a sua volta ridotto alla cecità nel 2004 una donna, Ameneh Bahrami, che aveva rifiutato la sua proposta di matrimonio.

ESEMPIO - Amene Bahrami, che ha oggi una trentina d'anni e nonostante diciassette interventi non ha riconquistato la vista, vive in Spagna. Più volte ha chiesto che la pena venisse applicata. «Ho talmente sofferto in questi anni che ne sono davvero felice», ha detto in un'intervista pubblicata sabato sul quotidiano Haft-e Sobh. «Vorrei applicare io stessa la pena», ha detto giustificando la richiesta dell'applicazione della legge del taglione: «Non perché il colpevole soffra le mie stesse sue pene», ma perché una punizione così cruenta servirà a dissuadere «chiunque pensi di commettere crimini simili in futuro».

TORTURA - Secondo Haft-e Sobh la sentenza, la prima di questo tenore in Iran, avrebbe dovuto avvenire in un ospedale di Téhéran, alla presenza di un esperto medico legale e della stessa vittima. Ma venerdì è intervenuta la denuncia di Amnesty International che l'ha definita una «punizione crudele e inumana equivalente a una tortura».

Redazione online
14 maggio 2011





Powered by ScribeFire.

La Corte costituzionale prepara lo stop: niente carcere per il traffico di droga

di Anna Maria Greco


Per ostacolare la linea dura del governo contro la criminalità, la Corte costituzionale è pronta a bocciare la detenzione obbligatoria per gli indagati di spaccio di stupefacenti. Una nuova batosta per il pacchetto-sicurezza



Roma


La Consulta prepara una nuova batosta per il pacchetto-sicurezza. Riguarda, per la terza volta, la previsione del carcere obbligatorio per gli accusati di reati di grave allarme sociale. Questa volta, nel mirino c’è l’associazione per traffico di droga.


Del ricorso i giudici costituzionali hanno già iniziato a discutere, ma la decisione è rinviata a una delle camere di consiglio dei primi di giugno, dopo l’elezione il 7 del nuovo presidente che succederà a Ugo De Siervo. La strada, però, sembra tracciata. Sarà un’altra bocciatura delle misure volute nel 2009 dal governo Berlusconi per usare il pugno di ferro in materia di sicurezza, in risposta alle esigenze di tutela della collettività.

«Come le ciliegie: una tira l’altra», commenta un giudice costituzionale per spiegare come si sta smantellando l’intero pacchetto. I ricorsi sono arrivati a grappolo dai vari tribunali d’Italia e l’Alta Corte per ora ha dato soddisfazione a tutti. Oltre alle dichiarazioni di illegittimità sull’aggravante di immigrazione clandestina a luglio 2010 e sull’ampliamento dei poteri ai sindaci ai primi di aprile, ci sono state due sentenze che riguardano appunto l’automatismo della detenzione per gli accusati, «con gravi indizi di colpevolezza», di alcuni reati.

L’anno scorso la mannaia della Corte costituzionale è caduta su quelli di violenza sessuale e prostituzione minorile, giovedì è stata depositata la pronuncia sull’omicidio volontario ed ora si deciderà sul ricorso che riguarda, appunto, il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope.
«Pesano tre cose - sostiene la fonte interna alla Consulta -. La prima è la motivazione politica che muove contro i provvedimenti del governo. La seconda è la volontà dei giudici di non subire alcun automatismo e di mantenere intatta la loro sfera di discrezionalità. Infine, l’interesse corporativo degli avvocati, che potranno trattare caso per caso con il giudice per ottenere questa o quell’altra misura alternativa».
Non per nulla ieri, tra tante voci polemiche, si è alzata quella dell’Unione delle camere penali che ha definito «sacrosanta» la sentenza di giovedì.

Il relatore della causa sul reato di omicidio, come di quella sui reati sessuali è lo stesso, Giuseppe Frigo, ex presidente dei penalisti. E sempre lui scriverà anche la sentenza sui trafficanti di droga. Il carcere obbligatorio per gli accusati, ha spiegato nell’ultimo testo depositato, può essere giustificato solo in caso di mafiosi, perché in quel caso è fondamentale troncare i loro rapporti con l’associazione criminale di cui fanno parte. Questa è la linea, dal 1995, anche secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Che in questo caso si tratti di accusati di associazione per delinquere e che quindi dovrebbe pesare l’analogia con Cosa nostra, è la tesi sostenuta dall’Avvocatura dello Stato che difende la legge. «Nella prima sentenza sui reati sessuali - spiega uno degli avvocati che seguono la questione -, la Corte costituzionale ha lasciato un margine aperto che riguarda appunto i reati associativi. Oltretutto, si sa che spesso sono proprio le organizzazioni mafiose a gestire il traffico di droga».

Eppure, nel primo scambio di idee tra i giudici costituzionali pochi giorni fa, è subito emerso un blocco monolitico che inscrive questo ricorso nello stesso ordine dei due che l’hanno preceduto. E chi ha cercato di fare dei distinguo è stato messo in minoranza. Poi, la decisione finale è stata rinviata per una pausa di riflessione. Ma se le cose stanno così, la dichiarazione di illegittimità costituzionale è assicurata.

Per quasi un mese nel Palazzo della Consulta non ci saranno udienze, perché una delegazione parte per la Romania. E poi, ci sarà da sciogliere il nodo del nuovo numero uno della Consulta. Che potrebbe debuttare proprio con questa sentenza.





Powered by ScribeFire.

E' morto da 34 anni ma la Rai continua a chiedergli il canone

Chelsea Charms, la supermaggiorata Usa: i suoi seni pesano 20 chili

Il Mattino


NEW YORK - Maggiorata è dire poco: il suoi seni, infatti, pesano ben 20 chili. Chelsea Charms è una modella 35enne americana, una di quelle che non passa inosservata: nauralmente prosperosa, questa donna ha voluto aumentare le dimensioni del suo seno oltre l'immaginabile, con massicci interventi di chirurgia plastica, alcuni dei quali ad oggi sono stati proibiti. «So che prima o poi dovrò farmele ridurre, ma comunque ho intenzione di rimanere maggiorata», ha assicurato ai suoi fan.







Powered by ScribeFire.

Baby leopardi e pantere nelle valigie Trafficante bloccato all'aeroporto

Corriere della sera

 

Un viaggiatore di prima classe cercava di esportare a Dubai sette mammiferi destinati al mercato nero

 

MILANO - Aveva riempito le sue valigie di cuccioli di leopardi, pantere, scimmie e perfino di un orso. E come se nulla fosse ha cercato di imbarcarsi, con tanto di biglietto di prima classe, su un volo diretto a Dubai. Ma le autorità di sorveglianza dell'aeroporto di Bangkok, in Thailandia, lo hanno fermato per tempo e gli hanno sequestrato tutti i piccoletti, affidandoli alle cure dei veterinari. L'uomo, un 36enne con cittadinanza degli Emirati Arabi Uniti, è stato bloccato mentre si trovava in fila per il check in da alcuni agenti in incognito impegnati proprio sul fronte della lotta al traffico di animali. Lo stavano tenendo d'occhio da tempo e quando sono stati certi di avere a che fare con un trafficante, sono usciti allo scoperto e lo hanno ammanettato.

 

 

ANIMALI NARCOTIZZATI - All'operazione ha preso parte anche l'associazione Freeland Foundation, un gruppo thailandese anti-bracconaggio e impegnato attivamente nella lotta ai traffici di animali. Quando sono state aperte le valigie, ha raccontato Steven Galster, direttore di Freeland, che ha assistito all'operazione, gli animali stavano sbadigliando, segno che probabilmente erano stati drogati o narcotizzati. Complessivamente sono stati rinvenuti due leopardi, due pantere, un orso nero asiatico e due macachi, tutti cuccioli o comunque di piccola taglia, tale da permettere il loro accultamento nelle valigie. «Non solo sembravano sedati - ha spiegato ancora Galster all'Associated Press -, ma erano stati chiusi in piccole gabbie che impedivano loro di muoversi troppo». Cosa che avrebbe potuto mettere in allerta gli addetti alle dogane o allo smistamento bagagli.

TRAFFICO INTERNAZIONALE - Gli inquirenti pensano che l'uomo non agisse da solo ma che fosse solo una pedina di un più ampio giro di smercio di animali destinati a circhi, parchi tematici ma anche ricchi collezionisti privati. «Non avevo mai visto nulla del genere - ha commentato Galster -. Quel tizio aveva uno zoo virtuale nelle proprie valigie». Non è raro che in Thailanda si scoprano traffici di animali destinati ad altri mercati, ma solitamente si tratta di tartarughe, di serpenti o piccoli rettili, molto richiesti in particolare in Cina e in Vietnam. Più raro assistere ad un tentativo di esportazione a mezzo valigia di piccoli mammiferi. Un traffico, quest'ultimo, che risulta particolarmente redditizio: un cucciolo di leopardo o di pantera è quotato circa 5 mila dollari sul mercato nero thailandese, fa sapere Galster, ma sicuramente questo valore avrebbe finito col salire notevolmente una volta che gli animali avessero raggiunto Dubai.

Redazione Online
13 maggio 2011

La Milano dei violenti Ecco chi sono gli amici sanguinari di Vauro

di Gian Micalessin


La bandiera di "Freedom Flotilla" sventolava al concerto per Pisapia. Vauro: l’ho fatta io, sono pacifisti. Ma l’organizzazione pro Hamas nel 2010 uccise le teste di cuoio israeliane





La Colomba dedicata da Vauro agli amichetti di «Freedom Flotilla» sarà nelle intenzioni anche pacifica, ma svolazza sulle ali di una memoria comodamente corta. Una memoria opportunamente resettata non appena Daniela Santanchè, ospite giovedì sera di Annozero, ricorda al vignettista che la bandiera - disegnata per Freedom Flotilla e sventolata durante le manifestazioni per Pisapia sindaco - rischia di sollevare altri sospetti di collusioni tra estrema sinistra e terrorismo.
Per capirlo basta tornare al 31 maggio di un anno fa. Quella notte una squadra di commandos israeliani di Flotilla 13, l’equivalente dei Navy Seals americani impiegati per eliminare Osama Bin Laden, si cala sulla Mavi Marmaris, una nave turca che guida la spedizione di Freedom Flotilla pronta a forzare il blocco di Gaza. Convinti di fronteggiare dei pacifisti gli incursori si calano dagli elicotteri con le sole pistole, ma si ritrovano circondati da una folla di militanti aggressivi e violenti, armati di spranghe, coltelli e asce. I primi tre incursori vengono circondati feriti e sopraffatti. Uno trascinato sottocoperta è preso in ostaggio. Un altro, gravemente ferito, si butta in mare.
Un terzo lotta in attesa dei rinforzi. Per salvarlo dal linciaggio e recuperare il prigioniero sottocoperta i commandos si ritrovano costretti a uccidere nove «pacifisti» e a ferirne una cinquantina. «Chi si avvicinava - racconterà uno dei sette feriti israeliani - voleva solo ucciderci, ero prigioniero... quando ho sentito la pugnalata allo stomaco mi sono buttato di sotto, ma hanno ripreso a colpirmi e allora mi sono tuffato in mare».
Già l’atteggiamento di un organizzazione «pacifista» pronta ad attaccare uno dei migliori reparti d’elite al mondo dovrebbe destare qualche sospetto.
Ma il peggio sugli «amici» di Vauro salta fuori quando si scopre che sono militanti dell’Ihh («Insani Yardim Vakf»), un’organizzazione umanitaria turca sospettata di collusioni con il terrorismo islamico e legata ad Hamas. Secondo un dossier del 2006 firmato dall’analista americano Evan Kohlman per l’ «Istituto danese di studi internazionali» l’Ihh è nel mirino dell’antiterrorismo turco fin dal 1997. Quell’anno una perquisizione del suo quartier generale ad Istanbul porta alla luce armi, esplosivi, istruzioni per confezionare ordigni esplosivi e documenti sui militanti andati a combattere in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. Nel 1996 un memorandum dell’Uclat, il centro francese d’antiterrorismo, rivela invece che Bulent Yildirim, fondatore di Ihh, è coinvolto nel reclutamento di volontari dell’internazionale islamica.
Sospetti comprovati - stando al rapporto - dalle intercettazioni dalle telefonate tra Yildirim e i militanti della moschea milanese di via Jenner impegnati, al tempo, sui fronti della Bosnia.
Le relazioni sospette del gruppo «umanitario» che guida la spedizione di Freedom Flotilla dello scorso anno non si limitano al passato. L’organizzazione, secondo l’intelligence israeliana, coordina le proprie campagne con Hamas ed ha rapporti diretti con i suoi capi. Accuse comprovate dalle foto dell’incontro del gennaio 2009 a Damasco tra il numero uno dell’Yhh Bulent Yildirim e il segretario generale di Hamas Khaleed Meshal. L’Ihh fa inoltre parte della «Union of Good» una confederazione di organizzazioni umanitarie islamiche a cui, nel novembre 2008, il dipartimento del Tesoro americano congela i fondi dopo aver trovato le prove del «trasferimento di milioni di dollari alle associazioni consociate con Hamas».
L’elemento più grottesco è però la profonda dissonanza con cui i fondamentalisti turchi e l’estrema sinistra italiana ed europea reagiscono all’episodio della Mavi Marmaris. Per la sinistra «pacifista» di casa nostra l’episodio è un massacro frutto della violenza israeliana. Per i parenti e i compagni di fede, intervistati dai quotidiani turchi, la morte sulla tolda della Mavi Marmaris è un sacrificio voluto e cercato. «Prima di imbarcarsi ripeteva sempre di voler diventare un martire, lo desiderava tanto» - racconta al quotidiano Milliyet Sabir Ceylan quando apprende che tra i morti figura anche l’amico 39enne Ali Haydar Bengi. «Aiutava gli oppressi, sognava di andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire» conferma in un altra intervista la moglie del defunto. Persino il 55enne «Ali Ekber Yaratilmis padre di cinque figli - stando a quanto riferisce al quotidiano Sabah l’amico Mehmet Faruk Cevher - desiderava da sempre una morte da martire». E il cognato del 61enne Ibrahim Bilgen così descrive la morte del parente ucciso: «Il martirio gli si addiceva proprio... Allah gli ha concesso la morte che desiderava».
Prima di disegnar altre colombe Vauro dovrebbe capire, insomma, a chi vuole dedicarle. Se agli amici del terrore islamico o al pacifismo autentico e sincero. Che naviga, però, assai lontano dalle torbide acque di Freedom Flotilla.




Powered by ScribeFire.

Se i figli delle vittime adesso difendono i carnefici dei loro padri

di Mario Cervi


Da Alessandrini alla Tobagi, in tanti si sono schierati con Pisapia. Il candidato di Milano non ha ucciso. Ma non è senza colpe




Dunque i figli e le figlie di vittime del terrorismo si scagliano con veemenza contro Letizia Moratti per l’«attacco indegno» a Giuliano Pisapia. Sapete tutti di cosa si tratta. La signora sinda­co di Milano ha ricordato, durante un faccia a faccia televisivo, che il suo av­versario era stato coinvolto oltre trent’anni or sono in un’inchiesta su ambienti contigui al terrorismo, con­dannato per furto, amnistiato. In real­tà Pisapia aveva rifiutato l’amnistia e preteso un processo d’appello, che lo assolse con formula piena.
Letizia Mo­ratti è incorsa, questo mi pare eviden­te, in una deplorevole omissione la cui responsabilità suppongo debba es­sere attribuita ai suoi collaboratori. È spiacevole che l’errore sia avvenuto mentre è in corso una accesa campagna elet­torale. Preferirei, personal­mente, altri toni e altri argo­menti. Ma tutto questo non auto­rizza nessuno a capovolge­re il racconto della storia e a opporre l’avvocato Pisapia - come esempio di democra­tica fede e saggezza - alla fi­glia d’un deportato a Da­chau. Con una singolare in­versione dei ruoli, coloro che dal terrorismo brigati­sta furono atrocemente col­piti ne ravvisano le tracce nell’estremismo morattia­no: del tutto scagionando da ogni vicinanza al mondo della violenza politica chi un tempo ne predicava l’uti­lità, anzi l’indispensabilità. Non sono un tifoso dell’ar­cheologia giudiziaria. Il fru­gare tra vecchie carte per rinfacciarne i contenuti ai politici d’oggi non mi pia­ce, come metodo polemico e propagandistico. La gen­te cambia, in decine d’an­ni, e si può sperare che an­che Giuliano Pisapia sia cambiato.
Ma qui stiamo parlando di qualcosa di di­verso. Stiamo parlando di chi, colpito dalla ferocia del terrorismo, ostenta soli­darietà e simpatia non per il Pisapia d’oggi, ma per il Pisapia degli anni di piom­bo. Cerchiamo di non rac­contarci frottole edificanti. Intervistato da Elisabetta Soglio del Corriere Pisapia ha esaltato non il suo pre­sente - gli riconosciamo il diritto di farlo - ma il suo passato. «La parte di sini­stra di cui ho fatto parte - ha detto - ha fatto da argine per tanti giovani che altri­menti avrebbero scelto la strada del terrorismo. Ab­biamo dato un’alternativa con una buona politica, fat­ta in mezzo alla gente e per la gente».
Questa versione edulcora­ta degli eccessi che caratte­rizzarono e insanguinaro­no una triste stagione italia­na non può convincere chi, come me, quella stagione l’ha vissuta in una trincea giornalistica. Il raccontino dei «rivoluzionari» che in realtà svolgevano una mis­sione di fratellanza, da fran­cescani laici, e aiutavano i giovani ad astenersi da atti inconsulti, poteva andare bene per le Frattocchie: tra gli adulti e vaccinati d’oggi ha poco corso. Io li ricordo quei proclami e quegli inci­tamenti forsennati. Ne ve­do la ripetizione in certe scalmane dei centri sociali e d’altre frange eversive. Non insinuo, sia chiaro, che il Pisapia aspirante alla poltrona di sindaco di Mila­no abbia molto a che fare con il Pisapia barricadiero d’antan . Lui si vanta di co­noscere la borghesia illumi­nata milanese perché è da lì che viene.
E rammenta che il padre era repubblicano e la madre cattolico-liberale. Non ne dubito. Marco Do­nat Cattin, lui sicuramente terrorista, era figlio di un notabile della Dc. Tra colo­ro che sottoscrissero il ma­nifesto in cui il commissa­rio Calabresi era bollato co­me assassino figuravano molti esponenti della buo­na società e della presunta buona cultura. Se mi si obietta che il passato è pas­sato, sono d’accordo. Ma con juicio , senza stravolge­re le circostanze e le respon­sabilità. Mi pare che nello schierarsi di figli e figlie d’ammazzati in favore di Giuliano Pisapia - il riferi­mento è a Marco Alessan­drini, Benedetta Tobagi e Sabina Rossa - si intreccino un antiberlusconismo a prescindere e una grande indulgenza se non verso chi usò le armi, almeno ver­so chi usò parole che alle ar­mi assomigliavano molto. Le assoluzioni cancellano i reati, bisogna tenerne scru­polosamente conto. Ma non cancellano i comporta­menti seppure molto data­ti, non trasformano i dervi­sci impazziti d’allora in apo­stoli di tolleranza oggi.




Powered by ScribeFire.

Ecco chi sono i "rottamatori" della sinistra: gli epuratori del vecchio Partito comunista

di Laura Cesaretti



Il presidente Napolitano e il direttore del Riformista, Emanuele Macaluso, sono amici da sempre. E giocano in tandem: uno bacchetta Bersani & Co, l’altro caccia gli sgraditi dal giornale




Roma

Se fosse un film hollywoodiano, potrebbe essere un remake dei «Ragazzi irresistibili», i Sunshine Boys della commedia di Neil Simon resi indimenticabili dall’interpretazione di Walter Matthau e George Burns.
Ecco, i «ragazzi irresistibili» della politica italiana, Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso, a differenza dei due ex grandi vecchi del vaudeville protagonisti della pièce, ormai in pensione ma rilanciati in carriera dalla tv, non passano il tempo a litigare e farsi i dispetti, anzi: sono legati da antica e salda amicizia, personale e politica. E certo fanno mestieri assai più seri e impegnativi. Ma sprizzano la stessa energia e lucida vitalità (con qualche sprazzo di irresistibile perfidia) che ha reso memorabili i due vecchietti del film.
Napolitano e Macaluso, 86 anni l’uno, 87 l’altro, sono - come sospira rigorosamente anonimo un dirigente del Pd - «i veri rottamatori» dell’attuale, scombiccherato e malcerto centrosinistra. Loro, altro che il giovin sindaco Matteo Renzi (che non a caso, come si è plasticamente visto giovedì a Firenze, ha ben compreso che mettersi sotto l’ala di Napolitano conta più di qualsiasi cordata o corrente interna al Pd).
Chiedetelo al povero Pier Luigi Bersani, che soffre (e senza alcuna possibilità di lamentarsene pubblicamente, a differenza del più disinibito Berlusconi) la severa tutela che il presidente esercita a destra - oscurando il non smagliante ruolo dell’opposizione - e pure a manca. Bacchettando le mosse della sinistra in privato (lavate di capo su tentazioni aventiniane; rincorse giustizialiste; eccessive sudditanze psicologiche al post-azionismo di Repubblica; sui tentennamenti che hanno preceduto il voto sul federalismo fiscale) e ammonendola in pubblico, come quando ha evocato Antonio Giolitti per ricordare alla sinistra che, se vuole tornare al governo, deve diventare «un’alternativa credibile, affidabile, praticabile».
Tre aggettivi come tre staffilate sul groppone dell’attuale opposizione.
I dietrologi hanno ricamato assai sull’arrivo di Macaluso sulla tolda di comando del Riformista, proprio nel momento di massima popolarità del suo antico sodale nell’ala migliorista del Pci. «Noi dietro non abbiamo nessuno», ha tenuto a dire subito il neo-direttore alla redazione. Ma quando l’altro giorno, sulla prima pagina del giornale, è apparso l’intervento di un altro grande vecchio, l’ex socialista Rino Formica, i dietrologi son tornati a brindare. Già, perché Formica propone una soluzione semplice: «prevedere sin da oggi la rielezione di Napolitano» tra due anni, per aprire una stagione di «pacificazione istituzionale». Macaluso pubblica, premette che si tratta di un «avviso speciale ai naviganti», poi formalmente boccia: anche solo «accennare» a una tale «impossibile possibilità» rischia di causare uno «tsunami». Niente da fare? Ieri è stato il direttore di Europa (quotidiano Pd) Stefano Menichini a rilanciare: «Un’ampia maggioranza virtuale per Napolitano già c’è, in Parlamento e nel paese. Davvero Berlusconi vuole sfidarla?».
Che il Riformista di Macaluso (che intanto ha già «rottamato» firme di grande prestigio, ma non in sintonia, come quella di Peppino Caldarola e Alessandro Campi, e dato un sia pur affettuoso addio al giovane e brillante ex direttore Stefano Cappellini) voglia diventare l’house organ del Settennato bis?, si chiedono in molti nei corridoi della politica romana.
«Non confondiamo i piani», taglia severamente corto Enrico Morando, dirigente Pd veltronian-riformista, assai in sintonia col capo dello Stato. «Napolitano e Macaluso fanno due mestieri ben diversi». E attribuire al presidente qualsiasi ruolo di «supplenza» dell’opposizione o di «argine» al berlusconismo è «un enorme errore». Come tentare di «coinvolgerlo nella crisi del Pd», o assegnargli leadership vicarie.
Se Napolitano ha «una popolarità immensa, e l’80% dei cittadini vede in lui un riferimento, significa che piace ben oltre il bacino elettorale del Pd, che certo quelle vette non sfiora», nota ironico Morando: «Evidentemente anche una gran parte degli elettori di centrodestra apprezza il suo tentativo di interrompere questa drammatica guerra civile a bassa intensità che spacca l’Italia».




Powered by ScribeFire.

Il voto è l'occasione per liberarci della sinistra amica degli estremisti

di Alessandro Sallusti



Amici dei terroristi di Hamas, amici dei terroristi di Prima Linea, amici dei clandestini, dei centri sociali. Da Vauro a Pisapia passando per Nichi Vendola: è tutto un emergere e riemergere di brutte frequentazioni



Amici dei terroristi di Hamas, amici dei terroristi di Prima Linea, amici dei clandestini, dei centri sociali. Da Vauro, il vignettista braccio ar­mato di Santoro, a Pisapia, candidato sin­daco di Milano e uomo, politicamente par­lando, di Nichi Vendola, è tutto un emerge­re e riemergere di brutte frequentazioni nello schieramento più ferocemente anti­berlusconiano. Non è una novità assoluta. Intellettuali ora riveriti, direttori di grandi giornali portati in palmo di mano dalla classe politica e finanziaria, arrivano pro­prio da quell’ambiente che trent’anni fa vo­leva abbattere lo Stato con le spranghe e con le pistole (e che oggi teorizza la morte di Israele).
Adesso siedono nei consigli di amministrazione delle società che da gio­vani bersagliavano di molotov, non schifa­n­o i soldi e la notorietà che offre loro la tele­visione di regime (la Rai). Nascondono il loro passato, si offrono a pubblico ed eletto­ri come moderati, salvo poi agire da inte­gralisti quali sono. È contro questi signori e la loro ipocrisia che Silvio Berlusconi scese in campo di­ciott’anni fa. Se non fosse stato per quell’az­zardo, oggi in Italia comanderebbero i fir­matari del manifesto che mandò a morte il commissario Calabresi, il cui assassino Adriano Sofri tutt’oggi è riverito e stimato. Comanderebbero gli amici degli assassini del giudice Alessandrini, come Pisapia, che addirittura aspira a guidare Milano.
Il pericolo non è scampato, anzi. Sostenuti dal partito dei giudici e dai grandi giornali (entrambi covo di reduci non rassegnati al­la sconfitta subita), ci riprovano a ogni oc­casione e con tutti i mezzi. Sono i Santoro e i Gad Lerner con le loro mistificazioni a vo­le­r trasformare la politica in un ring perpe­tuo. La Moratti si è soltanto difesa, forzan­do la sua indole moderata. Possiamo noi moderati prendere lezioni da chi negli ulti­mi anni ci ha scagliato contro pentiti di ma­fia che hanno sciolto bambini nell’acido, escort ricattatrici fatte passare per vittime indifese, teoremi giudiziari venduti come verità storiche? Io credo di no, è giusto rea­gire e dire forte le cose come stanno. Perso­nalmente non ho dubbi.
Chi oggi si scanda­lizza per una frase detta in tv è gente che non ha detto «a» quando non su Sky ma in Parlamento Di Pietro disse che Berlusconi è peggio di Hitler. Non prendiamoci in giro perché, come dicono a Napoli, accà nisciu­no è fesso . Gli elettori ne tengano conto.




Powered by ScribeFire.

Tasse, truffa e procure: ecco la vera storia di D&G

di Nicola Porro



Marchio, conflitto d'interessi, Agenzia dell'entrate, truffa, spartizione dell'impero della moda: tutti elementi concatenati nella storia di Stefano Gabbana e Domenico Dolce




L'amore litiga­rello ha ri­schiato di giocare un brutto scherzo a Stefano Gabbana e Domeni­co Dolce. La storia parte un bel po’ di an­ni fa, e riguarda tasse, Agenzia delle entra­te, un’accusa di truffa,la procura di Mila­no, e la spartizione dell’impero della mo­da. E, come tra poco vedremo, una sen­tenza che dà un colpo secco alla pretese dell’Agenzia delle entrate e ad un certo modo di impostare l’accusa. Ma andiamo per ordine. D&G in quindi­ci anni si sono trasformati da sarti di gu­sto in businessmen a capo di una multi­nazionale che fattura 1,4 miliardi di eu­ro, ha più di 130 punti vendita in giro per il mondo e 3.500 dipendenti.
Si dice che le grandi invenzioni tecnologiche ameri­cane siano nate in epici garage; in Italia imprese di pari successo e notorietà mondiale nascono invece in botteghe ar­tigiane. Difficile pensare a notai, com­mercialisti e consulenti lì presenti all’at­to della fondazione. Ecco perché il teso­ro più prezioso della ditta era rimasto in casa. Il diritto di usare i marchi era infat­ti fino al 2003 legalmente detenuto in modo indiviso da Stefano e Domenico. Le loro società producevano, licenziava­no, investivano: ma il petrolio restava di­rettamente in mano loro. Brutto affare per banche e fornitori che vedevano «l’asset più importante su cui si svilup­pava l’intera attività al di fuori dell’azien­da, nell’assoluta disponibilità di perso­ne fisiche» con il rischio di vedere para­lizzato il gruppo in caso di bisticcio tra i due.
Dolce e Gabbana pensano bene di risolvere la questione e una volta per tut­te stabilire i pesi esatti in azienda. E lo fanno trovandoci la loro bella conve­nienza fiscale. Cedono infatti per 360 mi­lioni la proprietà dei loro marchi ad una società lussemburghese, sempre da lo­ro controllata. La ratio è banale: si sot­trae alla loro personale disponibilità e umore la titolarità di D&G. La scatoletta lussemburghese «affitta» poi l’utilizzo dei marchi alle società produttive che pagano delle royalties (tassate molto favore­volmente in Lussemburgo). In più raggiungono un accordo per «spar­tirsi l’impero»: a Gabbana il 40 per cento del gruppo, a Dolce un altro 40 e il restante alla famiglia sempre di Dolce. La «D» in azienda diventa un po’ più maiuscola della «G». Tutto pulito, ma tutto fiscalmen­te molto conveniente.
Troppo se­condo Guardia di finanza e Agen­zia delle entrate che non solo de­nunciano i due, ma li accusano di truffa. La vicenda arriva per competen­za al dipartimento della Procura guidato da Francesco Greco. Il pm star dei reati finanziari naturalmen­te imbastisce un processo ( l’accusa finisce operativamente in mano a Laura Pedio) coi fiocchi: i due stili­sti ( assistiti dall’avvocato Dinoia)ri­schiano grosso, non solo in quattri­ni, ma anche in galera. Con la truffa non si scherza. Come si è letto il gup, Simone Luerti, però libera tut­ti, senza molte esitazioni e con una sentenza esemplare. La storia D&G dal punto di vista giudiziario ha un peso non indiffe­rente per due motivi principali. Tut­ti contenuti e scritti molto chiara­mente nella sentenza di assoluzio­ne. 1. La questione è molto tecnica e riguarda il cosiddetto abuso di dirit­to. Per farla semplice il giudice po­trebbe punire, pur in assenza di vio­lazione di una singola norma, un comportamento volto solo a creare un’agevolazione fiscale senza alcu­na ratio imprenditoriale. Roba mol­to scivolosa in uno Stato di diritto. Ebbene Luerti smonta pezzo per pezzo la costruzione fatta dall’accu­sa e considera lecito il comporta­mento dei due stilisti nel trovare il beneficio fiscale.
A leggere la sen­tenza, soprattutto su questo punto, si ha l’impressione che il giudice ab­bia tenuto in grande considerazio­ne la libertà di impresa, la sua auto­noma volontà di organizzarsi come meglio crede. Per una volta, una sentenza pro market. 2. Ma l’aspetto più intrigante è il passaggio che riguarda l’Agenzia delle entrate. E qui Luerti, nei modi felpati di un magistrato, va giù duris­simo. A D&G il pm contesta,tra l’al­tro, il prezzo a cui hanno venduto i marchi ad una società da loro con­trollata in Lussemburgo: troppo basso. A maggior ragione, sostiene l’accusa, per il fatto che venditore e compratore erano parti correlate (banalmente erano infatti le stesse: un privato che vende ad una socie­tà che è controllata dal medesimo privato). E qui viene il bello. Il giudi­ce nella sentenza li assolve e scrive: «Vi è un’inammissibile doppia mi­sura che ha attraversato tutto il di­battito ».
Seguite bene: «Il prezzo di cessione fissato in regime di libertà contrattuale è sospetto, fittizio, abu­sivo perché i contraenti sarebbero parti correlate,mentre la stima del­l’Agenzia delle entrate che è c­ontro­parte direttamente interessata e co­stituita parte civile proprio per recu­perare la tassazione sul maggiore valore esprime una certezza degna del processo penale. Non è un mo­do­di ragionare che può essere con­diviso ». Il concetto di Luerti è chia­ro. Come fa il pm a fondare la sua accusa su numeri forniti dall’Agen­zia delle entrate, che è legittima­mente interessata a recuperare quanti più soldi possibile?L’interes­se dell’Agenzia delle entrate è quel­lo di una parte in campo, non di un arbitro. L’accusa,banalizzando,so­stiene che D&G sono in «conflitto di interessi», ma utilizza per i suoi scopi un’Agenzia che lo è altrettan­to. Bum. Mica male, soprattutto in una Procura che ha stretti, strettissi­mi legami con l’Agenzia. Ps. A proposito di Procura di Mila­no, movimenti in corso. Arriva Nun­zia Gatto come aggiunto, risolven­do così la querelle che si era aperta con l’altro aggiunto (in grande spol­vero) Alfredo Robledo.
Giovanni Salvi dovrebbe invece sostituire al­l’antiterrorismo Armando Spataro, al quale però Bruti Liberati vorreb­be, per la sua esperienza, trovare il modo di affidare un qualche ufficio di coordinamento. Francesco Gre­co agli amici racconta ( ma nessuno gli crede) che vorrebbe andarsene in pensione. Il tam tam della Procu­ra è invece convinto che Greco con il pm romano Ielo (spesso a Mila­no), abbia invece messo le mani su un filone importante dell’inchiesta Finmeccanica.



Powered by ScribeFire.

Patente: persi dal 2003 68 milioni di punti

Usa, annullata lotteria per la carta verde: errore computer o attacco informatico

Il Messaggero


di Anna Guaita


NEW YORK - Circa 22 mila persone hanno ricevuto ieri una doccia fredda, anzi gelata. Il Dipartimento di Stato americano le ha informate che c’era stato un errore nei computer federali, e che la lotteria annuale 2012 per la ”carta verde” era stata cancellata.

La ”carta verde” è il documento che permette di vivere e lavorare negli Usa. Ottenerla è molto difficile, e in genere viene concessa per motivi di parentela (a chi sposa un cittadino americano, ad esempio) o a chi riceve una sponsorizzazione da parte di un’azienda. Dal 1994, il Dipartimento di Stato ha istituito una ”lotteria della diversità”, per garantire la carta verde anche a un certo numero di aspiranti che non hanno questo tipo di contatto. La lotteria viene interamente realizzata via internet, e non ha mai registrato alcun problema. Quest’anno invece il computer l’ha combinata grossa: ha scelto i 50 mila fortunati solo fra coloro che avevano presentato domanda nei primi due giorni della lotteria, escludendo quelli che l’avevano presentata nei rimanenti 28 giorni.

Non è chiaro come sia potuto succedere un simile errore. Voci di possibili manomissioni da parte di qualche hacker sono subito girate in internet, ma il Dipartimento di Stato si è limitato a spiegare : «La lotteria deve scegliere i candidati a caso. Per colpa di un errore tecnico, ciò non è avvenuto. Di conseguenza il risultato della lotteria non è legale».

La lotteria verrà di nuovo effettuata in luglio. Tutti coloro che avevano fatto domanda, fra il 5 ottobre e i 3 novembre del 2011 non avranno bisogno di ripresentarla. Ma coloro che avevano avuto conferma di essere stati scelti si ritrovano con un pugno di mosche e vengono ributtati nel calderone. Ed è un gran calderone: sono stati quasi 15 milioni i partecipanti alla lotteria. I vincitori erano 50 mila, e 22 mila avevano già ricevuto conferma della vincita. Molti avevano già festeggiato, e sognavano una nuova vita in terra d'America. Per loro la delusione, e l'indignazione, è amarissima.

Venerdì 13 Maggio 2011 - 19:08    Ultimo aggiornamento: 20:00




Powered by ScribeFire.

Gli autisti acrobati dell'Atac: un sms facendo lo slalom nel traffico

Il Messaggero




di Laura Bogliolo

ROMA - Fischietta, tocca nervosamente con una mano il taschino della camicia che cutodisce l’ultimo gioiello tecnologico: un iPhone pronto all’uso. Non resiste: prende il cellulare, controlla chi lo ha chiamato e la sfilza di sms che sono arrivati. Con una mano tiene l’apparecchio, con l’altra il volante: lo sguardo intanto è fisso sul display. Protagonista del viaggio metropolitano tra passione per i cellulari e guida distratta in una trafficatissima Roma è un autista dell’Atac della linea 71. Il bus è diretto alla stazione Tiburtina. Decine di persone a bordo.

Alle 15.30 circa scatta il tic nevrotico che induce l’autista a prendere dal taschino il cellulare per controllare i messaggi. Il conducente compie diverse acrobazie per cercare di mantenere la guida su via Tiburtina e contemporaneamente digitare sull’apparecchio. A bordo del gigante d’acciaio studenti, pendolari e anziani. Sbirciare e filmare la guida imprudente dell’autista è semplice. E’ sufficiente posizionarsi per qualche minuto accanto alla cabina della guida, fare clic su «registra» del proprio cellulare e immortalare le bravate. Anche perché la passione per lo smartphone sembra proprio essere travolgente. Più volte il ragazzo, voce romanissima, prende in mano il cellulare nonostante sia impegnato a manovrare i comandi che consentono di aprire e chiudere le porte del bus. Una curva e poi un’altra, semafori, corsie preferenziali e lo sguardo sempre fisso sul display. Dopo qualche minuto l’arrivo alla stazione Tiburtina, mentre qualche passeggero, impaurito per le acrobazie dell’autista, tira un sospiro di sollievo.

Il tour nelle pericolose distrazioni degli autisti Atac prosegue per le vie del Centro. I cellulari solitamente vengono nascosti tra le gambe, pronti a essere afferrati quando arriva il trillo di una telefonata o di un sms, anche se la strada percorsa richiede concentrazione, visto il traffico, i pedoni che attraversano e lo slalom forzato tra auto parcheggiate in seconda fila.

Fa caldo sul bus della linea 630. Passeggeri che si affollano sulla vettura diretta a piazza Monte Savello, nei pressi del Teatro Marcello. Alla guida un ragazzo che mastica nervosamente un chewingum. Anche lui è affetto dalla sindrome da disconessione, ossia il terrore di non restare in contatto con il resto del mondo. Solo la mano sinistra è riservata alla guida: l’altra è usata per impugnare il cellulare. Su via del Tritone l’autista dà il meglio di sé: riesce a imboccare la corsia preferenziale, controllare gli specchietti, aprire e chiudere le porte, parlare con i passeggeri e addirittura guidare. Il tutto, ovviamente con una sola mano, mentre l’altra è impegnata a digitare chissà cosa sul cellulare.

L’autista è anche furbo: non appena un’auto dei carabinieri sbuca da una via, abbassa la mano sotto il volante, ma guai a cedere la presa. Nonostante la visione dei militari, il conducente continua a impugnare il cellulare. Qualche scossone, un po’ di maleducazione con una signora che chiede informazioni e lo sguardo sempre basso sul display dell’apparecchio. Anche quetsa volta è facile filmare la passione sconsiderata per gli apparecchi mobili. Il cellulare viene finalmente riposto all’altezza di piazza San Silvestro.

Tra i vizi degli autisti dell’Atac c’è anche quello di compliare i report dell’azienda mentre si è bordo del bus. Penna e foglio sul volante poco prima di partire. Succede in via XX Settembre e in alcuni bus presi in direzione Parioli.

Bisogna invece prendere al volo un mezzo della linea 850 su via dei Fori Imperiali per assistere e registrare in un altro video uno dei vizi più ricorrenti tra gli autisti: leggere il giornale mentre si è in servizio. Sono quasi le 19. Alla guida del bus diretto a piazza San Silvetro c’è un signore distinto. E concentrato, entrambe le mani sono finalmente sul volante. Niente cellulare nascosto tra le gambe. Il viaggio prosegue tranquillo sulla via che costeggia il Campidoglio. Nessuna imprudenza neanche su piazza Venezia. La soddisfazione per aver trovato un autista corretto e diligente viene meno quando il mezzo arriva su via del Corso: il tragitto è rallentato, c’è traffico, persone che attraversano la strada. Ecco la trovata del conducente: prendere quello che sembra un giornale che aveva riposto vicino al finestrino e posizionarlo sopra il volante. Inizia così la lettura: sguardo basso verso quei fogli mentre si percorre pericolosamente via del Corso. La lettura dura qualche secondo, poi il conducente sembra di nuovo tornare in sè: ripone il giornale e continua a guidare.


Video
  L'autista acrobata (video di Laura Bogliolo)
  Il bis dell'autista acrobata (video di Laura Bogliolo)
  L'autista e la lettura (video di Laura Bogliolo)
  Un altro autista amante del cellulare (video di Laura Bogliolo)


Venerdì 13 Maggio 2011 - 16:02    Ultimo aggiornamento: 16:11




Powered by ScribeFire.

Studentessa: se muore un soldato italiano non mi interessa Frattini: vergogna

Quotidiano.net


Acceso battibecco sulle ragioni della guerra al terrorismo fra il ministro degli Esteri e una studentessa che stava partecipando al convegno 'Crescere tra le righe' a Borgo La Bagnaia. Su Gheddafi: "Credibile sia ferito". Ma la Libia e gli Usa smentiscono



Borgo La Bagnaia, 13 maggio 2011



Il ministro degli Esteri Franco Frattini viene contestato da alcuni studenti sulle missioni all’estero dell’Italia presenti nella platea dei giovani a Borgo la Bagnaia per il dibattito organizzato dall’Osservatorio dei giovani editori.

Alla domanda di una studentessa su come si possa conciliare una missione di pace con l’invio di truppe, Frattini ha risposto “non è serio, non è responsabile” dire che si ritirano le truppe. “Se non avessimo fatto quello che ci veniva chiesto dalla Nato e dalla comunità internazionale voi ci avreste chiesto conto”.

La studentessa poi si è rivolta al ministro dicendogli di essere poco interessata della morte di un soldato italiano, se suo padre da operaio guadagna soltanto 800 euro al mese. Immediata la stizza del ministro che afferma: “Vergogna per quello che lei ha detto: vergogna, vergogna vergogna”.

“Bisogna solo vergognarsi nel dire ‘non mi frega niente di un soldato italiano che muore’”, ha detto il ministro visibilmente alterato. “I militari italiani hanno l’onore della bandiera in giro per il mondo”, ha aggiunto il ministro negando che ci siano soldati che vanno in missione soltanto perchè guadagnano di più.

“Non è responsabile essere sempre sulla cresta dell’onda”, e ad un ragazzo che ha poi fischiato dalla platea Frattini, alterato, ha risposto: “Stai offendendo quelli che hanno difeso te dalla minaccia del terrorismo. Perchè quando Osama bin Laden vuole colpire in casa tua prima o poi arriva a colpire”.

“Non ci piace ciò che tira l’applauso, abbiamo responsabilità di governo. Ci vuole serietà”. Poi sempre rivolto ai ragazzi ha detto: “Vi rispondo come parlate. Se avessimo fatto quello che qualcuno in modo irresponsabile ci chiedeva, avremmo voltato le spalle a coloro che soffrono davvero”, come la gente morta a Misurata.

FRATTINI: "GHEDDAFI PROBABILMENTE FERITO"


Il leader libico Gheddafi “molto probabilmente e’ fuori da Tripoli e anche ferito”. Cosi’ il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che riporta le affermazioni fatte dal vescovo di Tripoli, Martinelli “che tendo ad accreditare come credibili”.

SMENTITA DALLA LIBIA


Il Portavoce del regime libico, Ibrahim Moussa, ha smentito che Gheddafi sia ferito e si trovi lontano da Tripoli, come aveva riferito il capo della Farnesina, il ministro Franco Frattini. Lo ha reso noto la televisione panaraba al-Arabiya.

FRATTINI SU MORTE BIN LADEN: "NESSUN ALLARME TERRORISMO"


Frattini si è poi soffermato sulla situazione del terrorismo islamico dopo la morte di Bin Laden. Per il ministro degli Esteri non c'è nessun rischio concreto e atturale per l'Italia: "Non ci sono allarmismi da fare sull’Italia. Non ci sono indicazioni specifiche su possibili obiettivi italiani - ha detto - però sicuramente l’idea che il terrorismo sia finito con la morte di bin Laden è un’idea che non si era fatto nessuno".

Parlando poi dell’attentato di oggi in Pakistan ha aggiunto: “Una reazione non era inattesa, tanto che in tutti i paesi occidentali le misure di sicuezza sono particolarmente alte”.

Il ministro degli Esteri ha poi fatto il punto sulla lotta all'immigrazione: "L’Italia fa conto su un maggior impegno dell’Europa per affrontare il problema degli immigrati che sbarcano a Lampedusa". “Dopo gli interventi impegnativi di Barroso e Van Rompuy - ha proseguito - se non succede nulla vuol dire che nel macchinario europeo qualcosa non funzione". Frattini ha ricordato che finora sono arrivati 11 mila profughi a Lampedusa e, ha osservato, siamo in grado di assorbirli tranquillamente”. “E’ chiaro che se li paragoniamo ai 750 mila profughi che sono scappati dalla Libia via terra e’ una piccola parte”.


FRATTINI: "DRAGHI MERITA CANDIDATURA ALLA BCE"


"Sono molto soddisfatto perché è italiano ma soprattutto perche’ è il miglior candidato sulla piazza”. Lo ha sottolineato il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, parlando della candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Bce.
“Sono certo che avrà un grande successo - ha aggiunto Frattini - personalmente ne avevo parlato un anno fa e avevo visto giusto”.

LUNEDI' MANDATO DI CATTURA PER GHEDDAFI DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE


Il procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, emettera’ lunedi’ mandati d’arresto per tre dirigenti del regime libico, tra i quali ci sara’ Muammar Gheddafi. I tre sono considerati i piu’ direttamente coinvolti nei crimini contro l’umanita’ commessi a partire dal 16 febbraio. Lo si apprende da un comunicato diffuso dall’Aja, dove ha sede l’alto tribunale.

La Procura sostiene di aver visionato piu’ di 1.200 documenti, tra cui una cinquantina di video interviste. Prove considerate “sufficienti” per richiedere l’arresto dei tre esponenti del regime, in quanto “dimostrano gli attacchi sistematici di massa condotti dalle forze di sicurezza libiche contro la popolazione civile”.

Il colonnello e alcuni dei suoi figli erano stati inseriti in una lista di nomi resi pubblici a febbraio, che in seguito alle indagini preliminari apparivano come “massimi responsabili” dei crimini. Nella lista c’erano il ministro degli Esteri Mussa Kussa, il capo dell’intelligence, il capo della sicurezza personale di Gheddafi e il capo della sicurezza esterna. Ora saranno i giudici a decidere se emettere l’ordine di arresto o chiedere ulteriori informazioni prima di procedere.







Powered by ScribeFire.

Il diario segreto: Colpiremo Los Angeles»

Corriere della sera


Dal documento la conferma che il terrorista conservava un ruolo guida: «Presidente e manager»




il compound  di Bin Laden in Pakistan
il compound di Bin Laden in Pakistan
WASHINGTON - Osama, a giudicare dal quadernetto sequestrato ad Abbottabad, era Al Qaeda. Ricopriva il ruolo di «presidente» e «manager», si occupava delle promozioni dei militanti, delineava le strategie e poi scendeva nei dettagli. Se riusciva a realizzare tutto questo, isolato, senza telefono e Internet, era davvero il mago del terrore. Questo è quello che sostengono gli investigatori americani impegnati nell'analisi delle carte e dei file trovati in 5 computer. Secondo la Cbs l'equivalente di 220 milioni di pagine.

I BERSAGLI - Tra i documenti c'è, appunto, un taccuino, metà agenda e metà diario, dove Osama ha scritto messaggi, ordini e valutazioni. Un fascio di luce sulle aspirazioni di Bin Laden. Partiamo dai bersagli. Osama indica con decisione il presidente Usa, il capo di stato maggiore, il segretario alla difesa, i generali. Per il capo qaedista bisogna fare di tutto per impedire che sia rieletto, anche se il prossimo «potrebbe essere peggio» (per loro, ndr). Non vale la pena di perdere tempo con il vice, perché ha meno peso.

LUOGHI E DATE - Osama vuole attacchi che provochino il più alto numero di vittime possibili in modo da costringere l'America a ritirarsi. La tattica della guerra d'attrito invocata nelle apparizioni in video. Quanto agli obiettivi, Bin Laden sostiene che non c'è solo New York. «Colpite Los Angeles oppure le piccole città», è il consiglio. Meglio poi impegnarsi in un grande attacco spettacolare piuttosto che una serie di attentati medi. Le date indicate sono le solite: Natale, la festa nazionale Usa o l'anniversario dell'11 settembre.

CARRIERE - In un messaggio, il capo di Al Qaeda nello Yemen offre di dimettersi per fare posto all'imam Anwar Al Awlaki, lo yemenita nato in New Mexico trasformatosi in una star jihadista sul web per i proclami in un inglese perfetto. «Sarebbe un colpo propagandistico», insiste Nasir Al Wahishi. Osama replica: «Lo sai che mi fido di te». In un altro passaggio, il fondatore di Al Qaeda critica la rivista online Inspire, pubblicata proprio dai militanti yemeniti, in quanto chiede di compiere attacchi indiscriminati. Bin Laden teme che possano danneggiare la causa.

I POSTINI - Usando la rete di corrieri, il leader di Al Qaeda sembra riuscisse a comunicare con Al Zawahiri e con uno degli uomini più fidati, Mustafa Abu Yazid, ucciso da un raid nel 2010. Dal taccuino emerge un dibattito sul ruolo di Atiyah Abd Al Rahman, un libico che oggi guiderebbe gran parte delle operazioni ed era coinvolto in un progetto di attentato in Europa. I mujahedin sono insofferenti per i suoi metodi bruschi e le lamentele sono girate a Osama che tuttavia conferma la sua fiducia al libico.
Non è chiaro quanti messaggi siano stati recapitati dai «postini». L'intelligence è ancora al lavoro e afferma che Bin Laden era iperattivo anche per riaffermare la sua leadership su gruppi lontani - fisicamente - dalla casa madre e dal nascondiglio del terrorista. Ma a giudicare da quello che è avvenuto sul terreno le diverse «sezioni» di Al Qaeda hanno continuato a seguire la loro agenda. Probabilmente non potevano fare di più. E nonostante i desideri di Osama non c'è stato un nuovo 11 settembre.


Guido Olimpio
13 maggio 2011



Powered by ScribeFire.