mercoledì 11 maggio 2011

Pagnotte gratis per pubblicità elettorale Ma i cittadini protestano: «Ci umiliate»

Corriere del Mezzogiorno

 

Iniziativa di Caniglia (Noi Sud) e Cella (Destra) I commercianti: roba da dopoguerra

 

NAPOLI - Vesuvio, pizza, mandolino e pane gratis prima delle elezioni. Capisaldi della retorica su Napoli. I primi tre sono benedetti e inevitabili, il quarto molto meno: torna a galla alla vigilia delle elezioni 2011 (come quelle del '52 di Achille Lauro) con i candidati di area destrorsa che si affannano a distribuire nei quartieri più popolari un migliaio di pagnotte sigillate in busta e chiuse a fiocco col volantino elettorale. L'iniziativa dal sapore laurino è rivendicata da Vincenzo Caniglia (Noi Sud) e Luigi Cella (La Destra): «Si tratta di un'azione a favore dei panificatori, contro i forni abusivi». Un fine nobile. Però la modalità non è piaciuta a molti cittadini che hanno bollato l'azione come campagna elettorale tout court. «Fa fede il volantino, è uno spot per i candidati più che per i panificatori...» ragiona Pasquale Capano, residente della Vicaria invasa dalle pagnotte «elettorali». «Almeno li avessero portati loro di persona, sarebbe sembrato un gesto ironico. Così invece - prosegue - con le buste portate a mano da giovani, credo, militanti, è offensivo. Abbiamo tanti problemi ma non siamo più nel dopoguerra. Siamo negli anni 2000, questa storia deve finire».

 

 

IN CORSA PER MUNICIPALITA' E CONSIGLIO - Caniglia di Noi Sud è in corsa per l'assemblea comunale. Cella cerca invece un posto nel parlamentino della municipalità di Poggioreale. I commercianti della Vicaria però non l'hanno presa benissimo: «C'è la crisi, è vero - sbotta la titolare di una tabaccheria nei pressi di piazza Carlo III - ma questo sconcio del pane distribuito come volantino elettorale per noi è umiliante». Stesse lamentele anche in altri esercizi della zona.

 

«CONTRO I FORNI ABUSIVI» - Vincenzo Caniglia e Luigi Cella, tra l'altro titolare di un’azienda di panificazione nel hinterland, inquadrano il tutto come una distribuzione gratuita di pane contro gli abusivi e i forni della camorra: «L’ultimo servizio de Le Iene su Napoli – sottolinea Caniglia – ha evidenziato un’annosa problematica che investe tutto il settore della panificazione in città. Sono troppi gli abusivi, gli improvvisati o chi, senza scrupoli, produce pane, nel migliore dei casi, senza i dovuti accorgimenti in materia igienico-sanitaria». E Cella aggiunge: «Il pane che distribuiamo viene prodotto con i vecchi metodi di panificazione: grano biologico macinato a pietra, cotto in forni a gas di ultima generazione». Si difendono: «Non abbiamo bisogno di iniziative del genere per ottenere consensi, sono logiche che non ci appartengono. Lauro? ai suoi tempi Napoli stava meglio, oggi le istituzioni, e in special modo quelle di centrosinistra, hanno smesso di aiutare le famiglie».

 

VERDI: «MA LA DESTRA NON VUOLE ABOLIRE LA LEGGE?» - In tutto questo i Verdi denunciano un piccolo grande paradosso politico: «La distribuzione gratuita del pane da parte dei candidati di centrodestra per ottenere voti - dichiara il commissario regionale Francesco Emilio Borrelli ed il segretario cittadino Vincenzo Peretti - è vergognosa. Segno del degrado morale e politico delle liste che sostengono Lettieri. Sviliscono la nostra battaglia e quella dell'Unipan, l'associazione panificatori campani, per la tracciabilità del pane approvata negli anni scorsi come legge regionale e che proprio il centrodestra adesso vuole abolire».

 

Un finale di campagna elettorale abrasiva. E meno male che non hanno manifestato anche i titolari di calzaturifici: distribuire una scarpa prima e una scarpa dopo il voto è meglio che resti leggenda da dopoguerra laurino.

 

Alessandro Chetta
11 maggio 2011

Psicosi da terremoto, tra paura e furbi: il 20% dei romani non s'è recato al lavoro

Corriere della sera

 

Dopo la fuga dei cinesi dall'Esquilino, la profezia di Bendandi continua fare effetto. L'Aduc conferma:
«Più prenotazioni negli alberghi fuori città»

 

ROMA - Dopo la fuga dei cinesi dall'Esquilino e la psicosi che da mesi cresce sul web, oggi gli «uffici sono stati disertati dal 20% dei romani» fa sapere l'Aduc, l'associaizone dei consumatori. La paura del terremoto a Roma, che secondo la profezia di Raffaele Bendandi doveva avvenire l'11 maggio 2011 ma che secondo gli esperti sismologi non ha nessuno fondamento scientifico, continua a provocare il suo effetto. Secondo le stime dell'Aduc, inoltre, gli «Alberghi e agriturismi nei dintorni della Capitale hanno registrato un inconsueto numero di prenotazioni».

 

L'ALLARME E GLI INVITI ALLA CALMA - Sul web la psicosi cresce e si alimenta da mesi. Ne parlano decine di gruppi su Facebook e gli studiosi si interrogano sulla veridicità delle profezie dell'astronomo e sismologo Bendandi. Così il Campidoglio è ricorso ai ripari per tranquillizzare i romani, definendo il terremoto di mercoledì 11 maggio «una leggenda metropolitana». E' attivo lo 060606: chiunque chiamerà il numero di servizio di Roma Capitale troverà personale informato e pronto a tranquillizzare tutti sulla mancanza di dati scientifici a supporto di questa potenziale emergenza. Per una maggiore informazione, il personale che risponderà rimanderà il cittadino al sito www.protezionecivileromacapitale.it o al numero verde 800854854. Mercoledì l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia organizza anche un open day dalle 10 alle 20 dal titolo «Conoscere e prevenire aiuta ad avere meno paura».

 

 

«APPELLO ALLA RAGIONE» - Le istituzioni invitano alla calma. La governatrice del Lazio Renata Polverini dice: «Io sono tranquilla». L'assessore capitolino alla famiglia Gianluigi De Palo invita le famiglie: «Non vi allarmate, mandate a scuola i vostri bambini: più del terremoto, è preoccupante l'allarmismo che si è diffuso. Non possiamo farci bloccare dalla paura perché non ci sono elementi scientifici a supporto di questa previsione». Il presidente della Provincia Nicola Zingaretti però annulla tutti i suoi appuntamenti fuori Roma «per stare in città, anche perché i capitani sono gli ultimi a scendere dalla nave..», scherza. E aggiunge: «Ci sono già tante paure vere, per questo evitiamo di aggiungerne di finte. Quindi l'appello è alla serenità e alla ragione, risolviamo i problemi veri e non inventiamone di nuovi».

 

Redazione online
11 maggio 2011

Il passato che Pisapia nasconde Un estremista con amici terroristi

di Andrea Indini


Faccia a faccia tra i due candidati. La Moratti accusa in tv: "Amnistiato per il furto di auto utilizzata per un pestaggio". Pisapia fece ricorso e fu assolto dalla Corte di Assise. Ma durante un interrogatorio il terrorista Sandalo rivelò: "Partecipai a quel furto con Barbieri, Donat Cattin e con il concorso organizzativo di Pisapia e Trolli, in vista di un successivo sequestro di persona da compiere in danno con William Sisti". Tutti sbagliano e il passato è passato. Però parla. E quello di Pisapia "vanta" amicizie tra le frange più estreme della sinistra: leggi il pdf




Milano - "Io sono una moderata, lo sono sempre stata. Questo a differenza di Pisapia che è stato riconosciuto colpevole dalla Corte di Assise del furto di un veicolo utilizzato poi per un sequestro e il pestaggio di un giovane. L'amnistia non è assenza di responsabilità". L'accusa di Letizia Moratti a Giuliano Pisapia, candidato per la sinistra a Palazzo Marino, arriva al termine del faccia a faccia organizzato da Sky a quattro giorni dalle elezioni. Un faccia a faccia che si è concluso con le proteste di Pisapia e l'annuncio di una querela.
"Fui arrestato, innocente, per banda armata e concorso morale nel furto di una autovettura - aveva spiegato lo stesso Pisapia qualche giorno fa in una intervista al Corriere della Sera - prosciolto dalla prima accusa; giudicato e assolto anche per la seconda. Si trattò di errore giudiziario, riconosciuto da una sentenza passata in giudicato, che comunque ho pagato con quasi quattro mesi e mezzo di carcere". Erano gli anni di Piombo, gli anni della contestazione. Un periodo oscuro per tutto il Paese. Anni in cui Pisapia "flirtava" pericolosamente con esponenti della sinistra radicale, gente che di lì a breve avrebbe calcato le sanguinarie orme del terrorismo.
Chi ha ragione? Bisogna fare un salto alla sera del 19 settembre 1977. Una pattuglia di vigili urbani fermava un furgone che "procedeva sobbalzando per poi fermarsi al centro dell'intersezione fra piazza Trento e via Crema". A quel punto, il conducente si dava alla fuga, ma veniva arrestato poco dopo ed identificato in Massimiliano Barbieri. A svelare i contorni della serata sarà, qualche anno più avanti, Roberto Sandalo, terrorista soprannominato "Comandante Franco" e arrestato il 29 aprile del 1980. Dopo la militanza in Lotta Continua a Torino (esponente del servizio d'ordine) aderì a Prima Linea partecipando a diversi attentati terroristici "Solo due anni e mezzo dal fatto - si legge nella sentenza - Sandalo ha confessato di avere partecipato a quel furto con Barbieri, Donat Cattin e con il concorso organizzativo di Pisapia e Trolli, in vista di un successivo sequestro di persona da compiere in danno con William Sisti, noto dirigente del gruppo milanese dell'MLS". Dunque l'attuale candidato del centrosinistra non fu assolto in prima istanza, tuttavia, contestualmente, la Corte di Assise dichiarò il reato "estinto per amnistia" (leggi il pdf).
Nonostante l'amnistia concessa dalla Corte di Assise, Pisapia presentò un appello accolto dalla III Corte d'Assise d'Appello di Milano che nel 1985 lo ha assolto "per non aver commesso il fatto". "In conclusione non vi è prova - si legge nella sentenza - di una partecipazione del Pisapia, sia pure solo sotto il profilo di un concorso morale, al fatto per il quale è stata elevata a suo carico l'imputazione di furto". Dunque l'assoluzione venne solo in appello.
Resta il fatto che Pisapia, il quale oggi si sforza di presentarsi come candidato moderato e rassicurante, per molti anni ha frequentato le frange più estreme della sinistra, tra cui anche quelle sfociate nel terrorismo, contrariamente al sindaco uscente. La Moratti ha sempre avuto un passato da moderata ("La mia formazione professionale è moderata, vengo da una famiglia moderata, tutta la mia vita ne è una testimonianza"), Pisapia "vanta" amicizie tra i terroristi che insanguinarono gli anni Settanta. Le dichiarazioni di Sandalo parlano, infatti, di rapporti con Marco Donat Cattin (meglio conosciuto in Prima Linea come Comandante Alberto). Certo, tutti sbagliano e il passato è passato; però parla. Ed è chiarissimo per la Moratti, per Pisapia è, perlomeno, meno cristallino.




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Alla ricerca di Monna Lisa Trovati i primi resti del '400

Corriere della sera


Due tombe subito sotto il pavimento e la possibile copertura di una cripta, sono i primi risultati
emersi dallo scavo a mano nell'ex convento fiorentino



Due tombe subito sotto il pavimento e la possibile copertura in mattoni di un ambiente sotterraneo, forse una cripta, sono i primi, immediati, risultati emersi dallo scavo avviato stamani nella chiesa dell’ex convento di Sant’Orsola, a Firenze, per trovare la sepoltura di Lisa Gherardini Del Giocondo, la donna morta nel 1542 a cui Leonardo si sarebbe ispirato per la monna Lisa.
«Due apparenti sepolture in mattoni appena sotto il pavimento confermano le tracce indicate dal georadar - ha commentato Silvano Vinceti, portavoce del Comitato che coordina la ricerca, patrocinata dalla Provincia di Firenze -. Ma è interessante anche quella che sembra la superficie di un arco, una volta a mattoni: è accanto a dove c’era l’altare e forse sotto c’è la cripta di cui parlano i documenti storici e che corrisponde al punto dove l’ha evidenziata il georadar; potrebbe trattarsi anche di un ossario».

Alla ricerca di Monna Lisa

«Lo scavo comunque è solo l’inizio, abbiamo fatto pochi centimetri - prosegue Vinceti -; si dovrà andare sotto almeno due metri e servirà almeno una settimana di lavori per avere un quadro più esatto della situazione». Le operazioni si svolgono con la direzione della Soprintendenza archeologica della Toscana e vengono effettuate con strumenti molto semplici - pala, cazzuola, rastrello, pennelli - e a momenti anche a mano. Gli archeologi hanno trovato anche frammenti di ceramica del ’400-’500 e piccoli reperti ossei, sembra di animali, mescolati a terra di riporto. Tutto il materiale viene repertato, mentre la terra di scavo viene depositata a mucchi su un lato della chiesa. Obiettivo dell’intera ricerca è trovare i resti di monna Lisa per ricostruirne il volto e confrontarlo con l’immagine del dipinto del Louvre: perciò, dopo l’intervento di storici dell’arte ed archeologi, sono pronti a intervenire anatomo-patologi, antropologi e biologi.

11 maggio 2011




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Pakistan, mai più donne sfigurate Stop alla pratica dei lanci di acido

La Stampa






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La morte al Giro e il lungo funerale silenzioso

Corriere della sera

La tappa tutti in gruppo: l'immagine più bella di questa tragedia 
di Aldo Grasso – CorriereTv

La Grecia senza euro. Perché si può e si deve fare

Il Tempo

L'Europa non è l'America. Gli Usa con Ford non tirarono fuori soldi pubblici ma promulgarono leggi speciali per promuovere New York.



Nel 1975 la città di New York si trovò ad un passo dal fallimento sotto il peso di un debito pubblico, determinato – anche lì – dalla manica larga delle amministrazioni pubbliche verso i grandi bacini elettorali: dipendenti comunali, polizia, scuola, giustizia. Una burocrazia che nel sistema americano orienta l’elezione di sindaci, governatori, procuratori. New York chiese aiuto alla Casa Bianca, dove allora sedeva Gerald Ford, un presidente non carismatico né brillante, che aveva guadagnato fortunosamente lo Studio Ovale succedendo come leader repubblicano alla Camera al vice di Richard Nixon, Spiro Agnew; e poi allo stesso Nixon, costretto a lasciare dal caso Watergate.

Ford non era un presidente eletto, i media lo prendevano di mira per i suoi scivoloni, letterali nel senso che finiva spesso per terra ed a Vienna ruzzolò dalla scaletta dell’aereo. Tuttavia, come gli fu riconosciuto anche dagli avversari, era onesto ed aveva un forte senso dello Stato. Dunque di fronte alla richiesta di soccorso lanciata dalla grande metropoli e sostenuta dalle sue potenti lobby bipartisan, nonché dal vicepresidente Nelson Rockefeller per 17 anni governatore proprio dello stato di New York, Ford oppose un netto rifiuto: “Non impegnerò mai denari pubblici per aiutare i più ricchi d’America”. A consigliarlo, un poco più che trentenne capo di gabinetto che farà carriera: Dick Cheney, il vice di George W. Bush.

Per New York furono tempi duri ma anche l’inizio della risalita. Grazie a una serie di leggi speciali lanciò una gigantesca operazione promozionale che produsse tra l’altro film come “New York, New York” di Martin Scorsese con Liza Minelli e Robert De Niro e la canzone cavallo di battaglia di Frank Sinatra; il logo della Grande Mela; “Manhattan” di Woody Allen. Insomma, tutto ciò che piace particolarmente a noi europei, ed allora piacque molto ai giapponesi e agli arabi che investirono su New York comprandosi i suoi luoghi di culto, tra i quali il Rockefeller Center e l’At&t Building. Edifici tornati poi in mano a capitali americani.

La pioggia di soldi esteri, un nuovo regime fiscale che abbassò le imposte dirette aumentando quelle sui servizi (compresa la tassa di soggiorno ed il ticket per entrare a Manhattan), ed infine la pulizia dalla malavita ed il riscatto dei quartieri malfamati intorno alla 42ma strada e Harlem voluti da Rudolph Giuliani, procuratore federale e poi sindaco, hanno rimesso in piedi New York. Che non ha risolto definitivamente i guai di bilancio, ma ha retto al crollo di borsa del 1989, al crac Lehman Brothers, all’11 settembre. Nel frattempo sono entrate in crisi stati come la California e l’Illinois. Ma gli Usa sono così: si fallisce, e magari si rinasce più forti di prima.

A differenza dell’America, l’Europa non riesce invece a trovare una soluzione per la Grecia. Esattamente un anno fa, a maggio 2010, i governi europei, la Bce ed il Fondo monetario internazionale concessero 110 miliardi di euro di aiuti. Salvataggi poi estesi all’Irlanda e al Portogallo. Tuttavia sono i problemi di Atene a far perdere il sonno, ed il senno, ai leader del vecchio continente. Mentre la speculazione stappa champagne. Lungi dall’affrontare i problemi strutturali che affliggono Atene e dintorni – conti truccati, decenni di spesa pubblica a piene mani, nessun tessuto industriale – i sussidi, abbinati alle reiterate assicurazioni dell’Unione europea che “la Grecia non fallirà e non uscirà dall’euro” hanno generato la più infernale ma anche la più prevedibile delle spirali.

I mercati speculano sui titoli di stato greci protetti dallo scudo dell’euro: se un anno fa le obbligazioni decennali venivano piazzate con un rendimento del 6% e quelle a breve dell’8, oggi il Tesoro ellenico le deve retribuire rispettivamente al 16 e al 20%. Da Wall Street a Shanghai si scommette sulla differenza tra valore nominale dei titoli, che rotola all’ingiù, e rendimento, che aumenta vertiginosamente. Si tratta di puntate a breve, brevissimo periodo ovviamente. Ma il coltello dalla parte del manico ce l’hanno le banche: sono loro che possono staccare la spina mandando deserta un’asta. Nel frattempo Standard & Poor’s ha ridotto a livello C il rating a breve della Grecia: come la General Motors alla vigilia del fallimento pilotato.

Nouriel Roubini, il Nobel per l’economia che ha previsto tutte le crisi recenti, afferma che la ristrutturazione del debito greco è inevitabile, anche se non la si potrà chiamare apertamente fallimento. Ciò significa che occorrerà allungare di forza le scadenze dei titoli. “Bisogna però agire in fretta, solo così si eviteranno traumi e anche l’uscita dall’euro”. Questa ipotesi Roubini non la prende in considerazione, mentre continua ad essere assai gettonata in Germania. È infatti il governo di Berlino a condurre le danze, senza però avere in mente un ritmo preciso. Ristrutturare il debito significherebbe mettere nei pasticci le banche tedesche, esposte verso la Grecia per 40 miliardi di euro, meno di quelle francesi (63 miliardi) ma molto di più di tutte le altre europee.

Il segnale sarebbe poi accolto come un allarme rosso per l’esposizione complessiva della Germania verso tutti i paesi a rischio, il più alto d’Europa. Sull’altro piatto c’è la concessione di un nuovo aiuto da 60 miliardi, che sarebbe accolto malissimo dall’elettorato che già ovunque premia i partiti che si presentano sotto l’insegna di un antieuropeismo che fa impallidire la Lega. Stretti in questo dilemma, la cancelliera Angela Merkel, la Banca centrale e Bruxelles bollano come “non praticabile” la ricetta di Roubini. A detta di Lorenzo Bini Smaghi, rappresentante italiano nel board della Bce, la ristrutturazione del debito “sarebbe un suicidio politico che provocherebbe miseria e povertà”.

Per altri si tratterebbe dell’anticamera della uscita dall’euro. E siccome i governanti e le autorità europee considerano l’architettura dell’Europa attuale come qualcosa di meraviglioso, perfetto, infallibile, non accettano neppure l’evidenza. Eppure quel lontano precedente di New York qualcosa dovrebbe insegnare. Oltre agli esempi più recenti dell’Argentina, della Turchia, del Brasile: tutti paesi sull’orlo del crac, tutti sottoposti alla stessa cura da cavallo del Fondo monetario. Ed oggi in gran parte economie emergenti o più che emerse: il Brasile si è offerto di comprare l’intero debito pubblico portoghese (230 miliardi di euro), che a sua volta è due terzi di quello greco, per il quale sono in corso contatti con la Cina.

Che significa tutto ciò se non il preavviso di fine del tabù dell’euro? E forse la soluzione non farebbe male alla Grecia, che sarebbe costretta a camminare senza assistenza pubblica e trovare in sé nuove risorse, a cominciare da un apparato produttivo attraente per gli investimenti esteri; mentre una moneta svalutata rilancerebbe il turismo. Il problema è che Angela Merkel, sulla carta il più forte capo di governo d’Europa, non sembra avere la stessa saldezza di un Gerald Ford, che con Jimmy Carter è stato il più debole presidente americano del dopoguerra.


Marlowe
11/05/2011




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Brindisi, negato il rinnovo della patente Motivo? L'omosessualità è una malattia

Corriere del Mezzogiorno


Il diniego opposto alla richiesta dell'uomo: «Patologie potrebbero essere pregiudizio per la sicurezza di guida»



BRINDISI - Omosessuale? Niente rinnovo della patente. È successo, di nuovo, a Brindisi. Dopo il caso di discriminazione registrato a Catania, anche C. F., da undici anni regolarmente patentato, si è visto negare il rinnovo a causa di una fantomatica malattia emersa dall'esame della richiesta presentata dall'uomo. «Risulterebbero patologie che potrebbero essere di pregiudizio per la sicurezza della guida» questa la motivazione del diniego, stilata sulla base di una comunicazione trasmessa dall'Ospedale militare di Bari dove il giovane pugliese era stato mandato quando si era dichiarato omosessuale durante il periodo della leva. I deputati radicali, prima firmataria Rita Bernardini, hanno quindi depositato una interrogazione urgente ai ministri dei Trasporti e della Difesa dove viene documentata e ricostruita l'episodio di discriminazione.

IL PRECEDENTE E IL RISARCIMENTO - Insorge anche l'Associazione radicale Certi Diritti: «Non è che un esempio di discriminazione che avviene oggi in Italia contro una persona omosessuale - ha detto il segretario Sergio Rovasio, che resta comunque ottimista - Grazie all'aiuto legale del Presidente di Rete Lenford e al coinvolgimento dell'Unar, l'Ufficio anti-discriminazione del ministero delle Pari opportunità, siamo certi che la vicenda si risolverà, come già avvenuto a Catania due anni fa, con il risarcimento da parte del ministero dei Trasporti per il diniego alla guida a un cittadino in ragione del suo orientamento sessuale».



Redazione online
11 maggio 2011




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Osama segreto: Viagra, Pepsi e Nesquik Il nemico dell’America vittima dei vizi d’America

di Gian Micalessin


Trapelano segreti su Bin Laden: il leader dell’integralismo islamico condannava i "peccati" occidentali ma coltivava marijuana. Si riempiva il frigo di Pepsi, faceva colazione con il Nesquik e digeriva la cena tracannando Coca Cola



«Gli americani amano la Pepsi Cola, noi la morte». Se sono ancora vivi si guardano bene dal ripeterlo. La frase, pronunciata da alcuni talebani dopo l'11 settembre, fa il giro del mondo, diventa lo slogan simbolo dello spirito di sacrificio dei guerrieri di Al Qaida. Vagli ora a spiegare che il loro capo si riempiva il frigo di Pepsi, faceva colazione con il Nesquik e digeriva la cena tracannando Coca Cola. Roba da non crederci se a raccontarla non ci fosse Anjum Qaisar, il pizzicagnolo di fiducia di Akbar e Rashid Khan, gli scagnozzi pakistani che ad Abbottabad facevano spesa per il grande capo con moglie e prole. Certo un po' risentiti lo saranno anche i figli. Almeno quelli come Omar, che non hanno seguito papà Bin nell'ultimo rifugio.
Nel libro scritto a quattro mani con mamma Najwa, prima moglie di Osama, Omar descrive un padre severo e austero, una spartano da salotto pronto a distribuire scappellotti a chiunque chiedesse bibite gassate, acqua di frigo o stanze con aria condizionata. Per il povero Omar, sofferente di asma, eran guai solo ad implorare gli aerosol prescrittigli da un medico di famiglia ancora asservito alle credenze occidentali. Vagli ora a raccontare che l'inflessibile papà si tingeva la barba prima di sproloquiare al mondo, riguardava le proprie registrazioni televisive con la partecipazione di un narciso a 16 noni e brindava a sciroppo d'avena, meglio conosciuto come viagra del contadino, prima di bussar al talamo della moglie bambina.

Del resto la carne è debole. E nulla lo dimostra meglio dei vizietti dell'inflessibile capo di Al Qaida. Lui l'abitudine di predicar bene e razzolar male la coltiva fin dai tempi delle vacanze di famiglia nella Svezia del 1971. Bin, allora, ha solo 13 anni eppure la Polaroid di una sfavillante Chevrolet rosa con sopra un'allegra tribù di zazzere e camicie infiorate ricorda più l'istantanea di una band in fuga dall'isola di Wight che non l'immagine di una morigerata famiglia saudita. Tra ideali e vita reale di un capo che predica la purezza dell'era del Profeta e la sacra castità salafita c'è da sempre, insomma, un bell'oceano. E i fiumi di Coca, Pepsi e Nesquik passati dal covo di Abbottabad non fanno che alimentarlo.
Gli americani si consolino. Contribuendo al fatturato di Pepsi e Coca, Mister Terrore regalava, in fondo, un po' d'ossigeno alle casse di un’America costretta a dilapidare per spedirlo a perpetuo riposo più di 3mila miliardi in 15 anni. Ma l'amore per le bevande simbolo del degrado occidentale è poca cosa rispetto all'insana passione per Whitney Houston. Pur di portarsi a letto quell'icona della degenerata ed eretica musica occidentale, il paladino dell'islam era pronto a giocarsi le proprie fortune. E a farle secco il marito. A ricordarcelo in «Diario di una ragazza perduta» è Kola Boof, una poetessa sudanese orgogliosa di esser stata la schiava da letto di un «caliente» Osama e di averne scoperto, tra sussurri e baci, le più inconfessabili bramosie sessuali. Bramosie perniciose visto che Bin era pronto a ordinare l'uccisione di Bobby Brown, ignaro ed innocuo marito di Whitney. Salvo poi consolarla con una dote miliardaria, convertirla e prendersela in sposa. Che sulla coerenza del signor «Odio l'Occidente» non ci fosse da scommettere l'avevano capito anche i tifosi dell'Arsenal quando - a Torri cadute - scoprirono che il capo di Al Qaida era uno sfegatato frequentatore di Highbury, vecchio stadio santuario della squadra londinese.
Era successo negli anni 90 quando l'apprendista sceicco in trasferta londinese passava le giornate nelle tribune della squadra preferita. Del resto per quattro calci al pallone il devoto Bin Laden calpestava persino il Corano. Succedeva all'università quando nel dopo partita, ricordano amici e compagni, distribuiva merendine persino durante il sacro digiuno del Ramadan. Ma che sarai mai l'incoerenza? A cancellarne il ricordo basta, in fondo, una bella canna di marijuana. Quella coltivata a siepe, racconta Nic Robertson inviato della Cnn ad Abbottabad, tutt'intorno al giardino del «signore del terrore». E del fumo.



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Adesso Fini rinnega pure la riforma presidenziale Ma nel '92... ecco il video

di Andrea Indini



Dall'Msi ad Alleanza nazionale, Fini ha sempre fatto del presidenzialismo una bandiera programmatica. Ecco l'appello lanciato nel 1992: Ora, invece, frena alla proposta del Cav di riformare la Carta


Roma - Correvano le ultime settimane del 1994. Un giovane Gianfranco Fini si serviva dell'ultimo comitato centrale missino per lanciare alcune parole d'ordine, prima di rimandare il confronto interno al congresso del 25 gennaio che avrebbe sancito la fine dell'Msi e la nascita di Alleanza nazionale. Per contrastare il crescente consenso della Lega di Umberto Bossi, il successore di Giorgio Almirante puntava sul presidenzialismo per mitigare le spinte federaliste che iniziavano a farsi strada nel parlamento italiano.

"Non c'è federalismo senza presidenzialismo. E anche all'interno del federalismo, sempre per evitare un lavoro inutile a Bossi, avviso che An non accetterà mai un'ipotesi che metta in discussione la sovranità dello Stato in ordine a tre grandi poteri: la toga e cioè l'amministrazione della giustizia, la spada e cioè il controllo dell'ordine pubblico e la moneta, vale a dire la possibilità di stampare banconote. A questi poteri ne aggiungo un altro, la cattedra e cioè l'istruzione che dovrà essere sempre governata dallo Stato e non a livello regionale". 

Al tempo del traghettamento dell'Msi Fini già aveva in mente una destra più "moderna" e appetibile agli elettori. Insomma, una destra più presentabile pur mantenendo saldi i cardini del pensiero conservatore in Italia. Tra questi, c'era appunto il presidenzialismo: concentrare il potere esecutivo nelle mani del capo dello Stato che, eletto direttamente dal popolo, è anche il capo del governo. D'altra parte, il presidenzialismo fa parte del dna della destra italiana. Da Randolfo Pacciardi a Giano Accame fino a Giorgio Almirante, la riforma della Carta costituzionale è sempre stata sventolata come bandiera programmatica.

Anche nel discorso conclusivo al Congresso di scioglimento di Alleanza nazionale, prima di confluire insieme a Forza Italia nel Pdl, Fini ha posto alcuni paletti. Tra questi il presidenzialismo, appunto. E l'allora leader di An aveva proprio in mente il modello statunistense che si basa su di una netta separazione tra l'esecutivo e il parlamento. 



 Nel corso del tempo, però, Fini inizia a perdere pezzi per strada e a dire nero se Silvio Berlusconi dice bianco. Sin dagli albori del Pdl, infatti, l'ex leader di An aveva iniziato a porre sempre più distinguo. E così, quando il Cavaliere proponeva il modello semipresidenzialista francese, Fini si diceva disgustato dalla piega che stava prendendo il dibattito sulle riforme: "Con un approccio a slogan di scegliere un modello piuttosto che un altro, rischiamo di ripetere le vicende che abbiamo già conosciuto, ovvero di tante chiacchiere e pochi fatti".

Con la definitiva rottura e la successiva nascita di Futuro e Libertà, il presidente della Camera ha definitivamente svelato il proprio gioco: "Berlusconi rilancia l’ipotesi del presidenzialismo: mi fa piacere, ma in questa legislatura sarà complesso affrontare la questione. Se la maggioranza deciderà di seguire la via del presidenzialismo, non è detto che l’opposizione le va vada dietro. 

Mi auguro che non ci si fermi ai titoli dei giornali". Ieri, infini, la picconata definitiva. Da una parte Berlusconi che chiedeva di "dare più poteri al premier e di toglierne al Quirinale", dall'altra il laeder del Fli che invitava il Cavaliere a non attaccare Napolitano. "Che Fini abbia rinnegato ogni valore lo sanno tutti - commenta amaramente Francesco Storace - da oggi cancella anche il presidenzialismo".  

 Al vaglio del parlamento, rivela il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello, ci sono progetti "già molto sviluppati" per effetto di una elaborazione che dura da mesi e che va nella direzione di una istituzionalizzazione di ciò che esiste nei fatti. "Stiamo lavorando a un premierato modello Westminster - spiega l'esponente del Pdl alla Stampa - in modo da poter assegnare al capo del governo, finalmente anche in Italia, poteri che gli diano piena autonomia". 

I tempi (seppur stretti) per attuare la riforma ci sono. "Alla fine della legislatura mancano 18 mesi ed effettivamente rischiamo di non avere i tempi giusti per completare una riforma di questa portata, anche nel caso improbabile che il centrosinistra aprisse su questo terreno m- spiega il ministro Gianfranco Rotondi - fa bene Berlusconi a rilanciare sui temi forti, che richiamano l’identità e il programma del centrodestra, perché questa riforma, prima o poi si farà, si dovrà fare per il bene del Paese". 

Anche per Maurizio Gasparri esiste un problema che, prima o poi, deve essere risolto: "I poteri del presidente del Consiglio sono stati limitati dai nostri costituenti e in questo senso la nostra Costituzione è datata. Personalmente sono per un presidenzialismo all’americana ma condivido il punto di caduta che si è trovato nel centrodestra, l’elezione diretta del premier".

Ma Fini non ci sta. Sebbene sia sempre stato favorevole a uno "snellimento" dell'iter parlamentare approvando una riforma che trasformasse la repubblica italiana da parlamentare a presidenziale, adesso il leader del Fli si allinea alla sinistra e pone un altro (l'ennesimo) veto alla stagione di riforme voluta dalla maggioranza.  

Ecco l'ultima sparata di Pisapia: "Serve una moschea per l'Expo"

di Redazione

Il candidato della sinistra a Palazzo Marino vuole una moschea a Milano: "E' importante, anche in vista dell’Expo 2015". Ma prova a metterci una pezza: "Non si può pensare di avere in città milioni di visitatori senza che ci sia per loro la possibilitá di avere un proprio luogo di culto". Poi la Moratti svela il passato di Pisapia: "Fu stato condannato con una sentenza della Corte d’Assise per il furto di un veicolo, veicolo utilizzato in seguito per il pestaggio di un ragazzo, e poi amnistiato"



Milano - Durante il confronto televisivo organizzato da Sky, Giuliano Pisapia è uscito allo scoperto. Il candidato della sinistra nella corsa a Palazzo Marino vuole una moschea a Milano. "E' importante - ha spiegato - anche in vista dell’Expo 2015". Ma prova a metterci una pezza: "Non si può pensare di avere in città milioni di visitatori senza che ci sia per loro la possibilitá di avere un proprio luogo di culto dove pregare, come peraltro sancisce la Costituzione".

Il dibattito sulla sicurezza Il dibattito è cominciato con una domanda sulla sicurezza. "Per migliorare la sicurezza a Milano servono cinquecento vigili di quartiere, ce ne sono meno di cinquanta - ha detto il candidato della sinistrao - quello che non serve, perchè é controproducente, sono le ordinanze coprifuoco del sindaco Moratti che hanno spento i luoghi di aggregazione". Immediata la replica del sindaco uscente Letizia Moratti: "I dati reali della prefettura dicono che i reati sono calati del 48 per cento in tre anni". Quindi una stoccata a Pisapia. "Non sa che le ordinanze di cui parla sono già terminate per quanto tiguarda i luoghi di aggregazione - spiega la Moratti - permangono solo per gli immobili, dove permettono di garantire la sicurezza".

Pisapia condannato per furto Nell’appello finale, appena prima della chiusura della trasmissione, la Moratti ha ricordato agli elettori di "essere una moderata, di famiglia moderata, come tutta la mia vita dimostra e a differenza del candidato Pisapia, che è stato condannato con una sentenza della Corte d’Assise per il furto di un veicolo, veicolo utilizzato in seguito per il pestaggio di un ragazzo, e poi amnistiato". Al candidato del centrosinistra non è stata concessa la replica, avendo già avuto lo spazio per l’appello finale prima dell’avversaria, ma Pisapia ha reagito all’attacco della Moratti: "Questa è una calunnia vergognosa, non lo accetto. Il sindaco sa che ci sono tre gradi di giudizio?". La trasmissione è terminata con le proteste dell’avvocato vendoliano. I due candidati non si sono stretti la mano davanti alle telecamere. 





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Abbiamo buttato un immigrato a mare perché portava sfiga»: indaga la procura

Corriere del Mezzogiorno


La magistratura di Agrigento lavora sul racconto di alcuni clandestini libici sbarcati a Lampedusa




AGRIGENTO - Un elemento di prova potrebbero essere le ferite sul volto di quattro immigrati clandestini provenienti dalla Libia, sbarcati il primo maggio sull'isola di Lampedusa da un barcone tratto in salvo dopo una mareggiata. I traumi sui volti dei giovani, secondo il racconto degli stessi immigrati ai medici, sarebbero stati causati da una rissa.

Ognuno, riguardo alla colluttazione, ha dato una propria versione, discordante da quella degli altri. Tra queste si è evinto che una delle possibili cause del litigio è stata la scelta da parte di alcuni immigrati di gettare in mare un loro compagno perché ritenuto portatore di malasorte. Non si sa quale sia stata la sua sorte, presumibilmente deceduto. Intanto, sulla vicenda, la procura di Agrigento ha deciso di indagare.

Redazione online
11 maggio 2011




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Trenta anni fa moriva di Bob Marley

Corriere della sera

Aveva solo 36 anni, l'uccise un cancro

 

Il clan di Di Pietro si fa la ricevitoria nell'aeroporto

di Stefano Zurlo


La compagna di Di Pietro e l'ex compagno della Mura si accaparrano senza gara una ricevitoria nella galleria partenze a Orio al Serio 



La location è particolar­mente ghiotta. Un tredici al Totocalcio: la galleria partenze dell’aeroporto di Orio al Serio, uno dei più importanti d’Italia. Un colosso da oltre 7,5 mi­lioni di passeggeri nel 2010. Qui, in posizione strategica, stanno sbar­c­ando alcune figure di pri­mo piano del dipietrismo doc. O meglio, sta per aprire una ricevitoria do­ve i passeggeri pronti a imbarcarsi potranno ac­quistare gratta e sosta, ri­cariche telefoniche, le schedine per il Superena­­lotto, quelle del gratta e vinci, tagliandi vari, forse i giornali. Sorpresa:l’idea è venuta  in condominio a Barbara Maz­zoleni, sorella di Susanna, la mo­glie di Antonio di Pietro, e a Clau­dio Belotti, un altro fedelissimo dell’Italia dei valori e nel passato compagno di Silvana Mura, legale rappresentante e tesoriere nazio­nale dell’Italia dei valori.
Siamo nel sancta sanctorum del dipietrismo. Barbara Mazzoleni, un anno in più della sorella Susan­na, è la moglie di Gabriele Cimado­ro, il cognato per antonomasia, ma anche deputato dell’Italia dei valori. Del resto il leader dell’Idv e sua moglie risiedono a Curno, a un tiro di schioppo dall’aeropor­to. I dipietristi formano un clan in cui affetti e politica vanno a brac­cetto, ma il dipietrismo è anche un motore di imprese e affari. Ga­briele Cimadoro, una vita politica errante più del pastore leopardia­no, dal Ccd, all’Udr, dall’Udr di Francesco Cossiga all’Asinello e ora, dopo una lite ricomposta con Tonino, nell’Idv, è immobiliarista da una vita. E ad amministrare le sue società c’è proprio la moglie Barbara, laureata in lingue, a diffe­renza di Susanna che ha sposato non solo Di Pietro ma anche la sua passione per i tribunali e infatti è avvocato.
Com’è come non è, all’interno del clan è scoccata la scintilla: qualcuno ha capito che il busi­ness della fortuna avrebbe messo le ali ai lati della pista da cui gli ae­rei decollano con ritmi sempre più frenetici. Orio è la capitale del low cost, Orio è la porta di parten­za per migliaia di pellegrini che raggiungono i più importanti san­tuari europei, Orio cresce a tassi cinesi. Orio è il futuro e il futuro è la dimora abituale della fortuna. L’ambizione è coniugarla al pre­sente. Così è nata Vinci e vola, la società di cui risultano soci Barba­ra Mazzoleni e Claudio Belotti.
Qualche mese fa lo sbarco a Orio e il contratto con la Sacbo, la padrona di casa. Daniele Belotti, assessore leghista al Pirellone e omonimo di Claudio, scrive alla Sacbo una lettera puntuta e prova a ricostruire i passaggi dell’opera­zione. In particolare, Belotti nota che«per l’assegnazione dello spa­zio commerciale non risulta esse­re stata espletata alcuna procedu­ra ad inviti e nemmeno bandita una gara di evidenza pubblica». Una procedura che Belotti consi­dera quantomeno anomala e ver­rebbe utilizzata «unicamente per servizi urgenti o correlati all’attivi­tà aeroportuale».
Ma giochi e scommesse sfuggo­no a queste categorie, anche se po­tenzialmente, chi vende la fortu­na vicino al check in ha fra le mani una gallina dalle uova d’oro. Con­cetti che, naturalmente, Cimado­ro rispedisce al mittente: «Guardi, risponderà la Sacbo, per quanto ne so io, tutti gli spazi sono stati affittati a trattativa diretta. Noi ab­biamo raggiunto l’accordo già qualche mese fa ma, mi creda, ri­schiamo grosso». Addirittura?
«Sì - risponde il deputato-co­gnato - , noi abbiamo fatto la no­stra domandina perché voleva­mo cimentarci nel campo dei gio­chi, delle scommesse, della fortu­na, ma abbiamo dovuto pazienta­re finché la Sacbo ci ha offerto questo locale». Tutto a posto? Ne­anche per idea: «È un posto picco­lo. Piccolissimo. Venticinque me­tri quadri, compresi i muri. E pa­ghiamo un canone adeguato, an­zi altissimo: ventimila euro il pri­mo anno, trentamila il secondo e quarantamila il terzo. Altro che fa­voritismi all’onorevole Cimado­ro, neanche in via Montenapoleo­ne si sborsano cifre del genere. E non è tutto perché la Sacbo si rita­glierà una commissione, chiamia­mola così, del 3,5 per cento sui no­stri incassi».
Si vedrà. L’allestimento degli spazi è in corso. La ricevitoria di­pietrista aprirà i battenti il 1˚ giu­gno. «Ma Antonio- assicura Cima­doro - non ne sa nulla». Magari passerà per giocare la schedina. E aggiungere una pagina all’album di famiglia.




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Soldi ai Ds o niente affari" A processo un altro dalemiano

di Redazione


L’ex presidente dell’Autorità portuale Nerli, big campano della fondazione, avrebbe imposto agli imprenditori contributi per le cene elettorali di Baffino, Bassolino e Fassino. I verbali dei manager: "Non potevamo sottrarci per il bene delle nostre aziende". Gli appalti del Porto partenopeo sono anche nell'inchiesta romana su Morichini



Gian Marco Chiocci - Patricia Tagliaferri


Roma - Fra le storie che i «giornali di serie B» (copyright D’Alema) non dovrebbero raccontare ve n’è una che Baffino eviterebbe volentieri di leggere in campagna elettorale. È quella dei contributi «volontari» che il suo fedelissimo in Campania, Francesco Nerli, componente della dalemiana Fondazione Italianieuropei, ex parlamentare Pds, già presidente dell’Autorità portuale di Napoli (al centro dell’inchiesta romana sulle false fatturazioni e sugli appalti vinti dalle società del «giro» del braccio destro di D’Alema, Vincenzo Morichini) avrebbe imposto a un gruppo di imprenditori locali.

Versamenti «spontanei» che tanto spontanei, però, non sarebbero stati secondo il gip Loredana Di Girolamo che ha rinviato a giudizio per concussione aggravata e continuata Nervi e due suoi sottoposti. Elargizioni sostanziose, stando a quanto emerso nell’inchiesta approdata in dibattimento: dai 5 ai 25mila euro per cene elettorali dal 2005 al 2007 di D’Alema, dell’ex sindaco Bassolino, dell’aspirante sindaco di Torino, Piero Fassino. All’apparenza tutto in regola, visto che le dazioni di denaro venivano iscritte a bilancio. In realtà il pagamento «spontaneo» sarebbe servito a evitare inconvenienti legati ai controlli e alle concessioni dell’area portuale.

Il reato contestato, infatti, non è il finanziamento illecito ma la concussione. L’ex presidente dell’Autorità portuale avrebbe consigliato a tredici imprenditori di mettere mano al portafogli per poter lavorare tranquillamente nel porto di Napoli. E lo avrebbe fatto facendo leva «sulla loro situazione di soggezione nei confronti del presidente». Le indagini della Guardia di Finanza sono partite dal sequestro di un documento con le cifre pagate dai vari manager, documento sul quale Nerli e la sua segretaria si sono rimpallati la responsabilità: «Rita Convertino mi mise al corrente che intendeva chiedere finanziamenti per i Ds anche agli imprenditori del porto – spiega Nerli – mi limitai a suggerirle che avanzasse questa richiesta solo a chi aveva una posizione consolidata nel porto.

Al termine della campagna elettorale 2005 la signora mi disse di aver fatto un elenco di coloro che avevano erogato il contributo conservando la matrice degli assegni. E mi diede una copia dell’elenco». Di segno opposto la versione della Convertino: «Non ho chiesto contributi neanche ai miei parenti».

Gli imprenditori «tartassati», interrogati, pur tra mille tentennamenti non hanno potuto fare a meno di confermare. È il gip a fare l’elenco delle dazioni sospette: «Nerli e Convertino inducevano in più riprese Palumbo Antonio, concessionario dell’autorità portuale di Napoli, amministratore della Palombo Spa, a versare ai Ds la somma di 25mila euro». Lo stesso trattamento veniva riservato da Nerli, o chi per lui, a Marco Di Stefano amministratore della Sispi (22.500 euro), Alberto Scotti e Nicola Salzano De Luna della Technital e Servizi Integrati (30mila euro), Erik Klingeber della Magazzini Generali Silos (14mila euro), Francesco Tavassi della Logistica Campania e della Temi (10mila euro), Luigi Salvatori della Cantieri Mediterraneo (8mila euro), Pasquale Legora De Feo della Co.na.te.co e Coscon Italy (20mila euro), Ugo Improta della Terminal Traghetti Napoli (9.600 euro), Emanuele D’Abundo della Medmar Navi (5mila euro).

I manager hanno ammesso d’aver pagato migliaia di euro per cene elettorali a cui spesso nemmeno andavano. Su tutti Erik Klingeberg: «Nella stessa serata mi sono ritrovato a finanziare due cene. Quella di Bassolino, per 10mila euro, e quella per Fini per una cifra inferiore. Mi chiesi se era il caso di mangiarmi la bistecca di destra o quella di sinistra, alla fine giunsi alla conclusione di non mangiarne nessuna». Pagavano, gli imprenditori del Porto, perché «pagavano tutti» e soprattutto perché non conveniva rifiutare l’invito. Antonio Palumbo la mette così: «Ho erogato contributi ai Ds nel 2006 per 15mila euro (...).

La segretaria di Nerli mi disse che era gradito che gli invitati alla cena comprassero una sorta di ticket (...). Non mi sono sentito di sottrarmi, del resto nel Porto lo fanno tutti, e certo non potevo essere l’unico a non farlo». Alberto Scotti non è da meno: «Ho ritenuto di fare gli interessi della mia impresa assecondando questa richiesta, anche se non sono un attivista politico e dunque il finanziamento non è stato da me erogato per motivi ideali. Si aderisce perché è chiaro che sarebbe controproducente assumere un atteggiamento negativo». Con questa nobile motivazione Scotti sborsò denaro per la cena del 27 marzo 2006 all’Hotel Royal cui era prevista la partecipazione di D’Alema.

Alla stessa cena contribuisce comprando cinque biglietti anche Nicola De Luna Salzano: «Per mantenere buoni rapporti con l’ente con cui uno lavora si è indotti a esaudire tali richieste». Emanuele D’Abundo pagò senza farsi domande. «Mio padre venne contattato da Nerli o dalla sua segretaria per aderire a una iniziativa organizzata in occasione della campagna elettorale dei Ds, si trattava di una cena con Fassino o D’Alema. Sborsammo una certa somma, ma non ricordo l’importo». Marco Di Stefano della SiSpi confessa d’aver contribuito «a estinguere debiti dei Ds, per chiudere le sedi non più operative, dopo la creazione del Pd (...). Attinsi anche ai miei fondi personali…». Cosa non si fa per mandare avanti la baracca.




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Microsoft compra Skype per 8,5 miliardi

Corriere della sera

l gruppo di Bill Gates entra nel settore della telefonia via Internet. Bruciati in volata Google e Facebook


MILANO - È ufficiale: Microsoft compra Skype per 8,5 miliardi di dollari. L'operazione era stata già anticipata questa mattina dal Wall Street Journal. Con il suo investimento il colosso di Redmond appianerà i 686 milioni di dollari di debiti del gruppo telefonico, che ha chiuso lo scorso anno fiscale con una perdita netta di 7 milioni di dollari nonostante gli 860 milioni di fatturato (con profitti operativi per 264 milioni). Le difficoltà finanziarie avevano portato Skype, società che consente di telefonare praticamente gratis via Internet, a rinunciare alla quotazione in Borsa. La capitalizzazione potenziale della società era stata valutata intorno al miliardo di dollari, una cifra notevolmente inferiore a quella messa sul piatto dal gruppo di Bill Gates, che ha però battuto la concorrenza di altri colossi Internet come Google e Facebook.


SKYPE - La società era stata creata nel 2003 da Niklas Zennstrom e Janus Friis, già noti al popolo di Internet per Kazaa, uno dei primi controversi servizi di file-sharing. La sua offerta di telefonate gratuite o a prezzi bassi sfruttando la tecnologia «Voip» (Voice over Internet protocol, la telefonia via Internet) ha conquistato più di 800 milioni di utenti, 124 milioni di pc connessi al mese, di cui 8,1 milioni paganti. Lo scorso 17 gennaio ha superato la soglia dei 28 milioni di persone collegate al servizio nello stesso momento.Nel 2005 la società era stato comprata dal colosso delle aste online eBay 3 per 2,6 miliardi di dollari. Successivamente, il big Usa aveva ceduto il 70% di Skype a un gruppo di investitori.

Il servizio funziona in due modalità: peer-to-peer e disconnesso. La prima permette di effettuare telefonate completamente gratuite e funziona solamente se il mittente e il destinatario sono collegati a Internet e connessi tramite il software Skype. Un funzionamento analogo a qualsiasi sistema di messaggeria istantanea. La seconda, invece, permette di effettuare telefonate ad utenze telefoniche fisse o mobili di utenti non collegati tramite computer. Con questa modalità a pagamento (nome commerciale SkypeOut), la comunicazione corre sulla Rete fino alla nazione del destinatario, dove viene instradata sulla normale rete telefonica del Paese. I costi ridotti sono dovuti al fatto che la telefonata sfrutta i normali mezzi della trasmissione telefonica solamente in prossimità della destinazione, per tratte caratterizzate dal basso costo delle telefonate locali.


L'OPERAZIONE - Tornando all'accordo, Microsoft ha messo a segno la maggiore acquisizione dei suoi 36 anni di storia. L'operazione è di cruciale importanza per la società di Redmond per mantenere il passo delle concorrenti del settore tecnologico e mettere un freno allo strapotere di Google proprio sul mercato dei servizi online. «Skype offre un servizio fenomenale, amato da milioni di persone in tutto in mondo», ha detto Steve Ballmer, l'amministratore delegato di Microsoft nella nota congiunta delle due società, «insieme creeremo il futuro della comunicazione in tempo reale cosicché le persone possano stare facilmente in contatto con la propria famiglia, gli amici, i colleghi e i clienti in tutto il mondo». Skype diventerà una nuova divisione all'interno di Microsoft e Tony Bates, l'amministratore delegato di Skype diventerà il direttore generale della nuova divisione. L'acquisizione permette a Microsoft di fare proprio un marchio che ha una identità forte su Internet, una mossa che potrebbe aiutare l'avanzata della società di Redmond nel mercato online. Come ricorda il Wall Street Journal il software Office e il sistema operativo Windows sono ancora le principali fonti di reddito per la società.


TELEFONARE CON LA XBOX - Dalla nota congiunta di Microsoft e Skype emerge che il servizio di telefonate online sarà integrato con i prodotti di Microsoft come la console Xbox, Kinect (il nuovo sistema di controllo per la piattaforma Xbox 360) e gli smartphone Windows Phone. Inoltre Microsoft offrirà la possibilità agli utenti di Skype di connettersi con le applicazioni Microsoft come Lync, che raggruppa mail, un servizio chat e di conversazione vocale, Outlook, Live Xbox e altre comunità online. L'ultima acquisizione «monstre» della società fondata da Bill Gates e Paul Allen era stata quella del gruppo di pubblicità online aQuantive, nel 2007 per 6 miliardi di dollari.


Redazione online

10 maggio 2011

Weylandt, i compagni abbracciati all'arrivo Il dolore della madre Leopard lascia la corsa

Quotidiano.net


Gli amici del ciclista scomparso superano la linea di arrivo tra gli applausi. Poi annunciano il ritiro. Insieme a loro, l'americano Farrar, fortemente legato a Weylandt. Il medico legale: "E' morto sul colpo"



Genova, 10 maggio 2011


Si è chiusa con il commosso omaggio della ‘carovana rosa’ alla memoria di Wouter Weylandt la quarta tappa del Giro d’Italia. La Leopard Trek, il team per il quale correva il belga tragicamente scomparso ieri dopo un terribile incidente nei km conclusivi della terza frazione, è sfilata per prima a ranghi compatti al traguardo di Livorno.


Subito dietro agli uomini della Leopard, nelle prime posizioni, c’era lo statunitense Tyler Farrar: lo sprinter della Garmin, legato a Weylandt da una profonda amicizia, ha già annunciato che questa sera lascerà il Giro. Prima del via della tappa odierna la fanfara dei bersaglieri ha intonato il minuto di silenzio in un clima di grande emozione.


I tempi della quarta tappa sono stati neutralizzati: tutte le squadre hanno tirato a turno il plotone. Un lungo applauso del pubblico ha spezzato l’assordante silenzio accompagnando l’arrivo del gruppo a Livorno. Gli uomini della Leopard, in lacrime, hanno tagliato abbracciati il traguardo. La squadra, in serata, ha annunciato alla direzione di corsa il ritiro dal corsa.

MEDICO LEGALE: "MORTO SUL COLPO" - Wouter Weylandt è morto sul colpo e ‘’non ha sofferto’’. Lo ha detto il medico legale Armando Mannucci al termine dell’autopsia sul corpo del ciclista belga morto ieri durante la terza tappa del Giro d’Italia a Rapallo. Secondo gli accertamenti medicolegali, le lesioni riscontrate sul cadavere sono compatibili con la ricostruzione dell’incidente fatta dalla polizia stradale.

IL DOLORE DELLA MADRE - In lacrime, in ginocchio, le mani strette in petto. Poi un lungo e delicato bacio per terra: nel punto dove ieri suo figlio è morto. Lì c’è ancora una chiazza, sempre più schiarita, di sangue, quello uscito copioso dalle ferite alla testa di suo figlio. La mamma di Wouter Weylandt è voluta recarsi nel tratto del rettilineo della discesa del Passo del Bocco.

Le telecamere, ancora una volta impietose, hanno fissato senza alcun filtro questo momento di intenso dolore. Con la donna, le spalle curve, c’erano anche il marito, padre di Wouter, e la compagna del ciclista, Anne Sophie, in stato interessante, con sua madre. Presenti anche alcuni amici di famiglia. Sul muro che costeggia il nastro d’asfalto sono stati appoggiati mazzi di fiori.

Le immagini hanno anche mostrato la madre del ciclista che ha fotografato quel punto maledetto e quella macchia di sangue cerchiata dal gesso dei rilievi della polizia stradale. Anne Sophie invece aveva con sè un paio di scarpette ginniche, quelle di Wouter. Il gruppetto ha poi raggiunto la camera mortuaria dell’ospedale di Lavagna.








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Gettati in mare per placare le onde"

Il Tempo

I migranti: un rito propiziatorio, il comandante ha sacrificato i nostri compagni



FRANCESCO GRIGNETTI
INVIATO A LAMPEDUSA

Io non so perché è successo... Era buio, la barca piena di gente, le onde alte... A un certo punto il comandante ha cominciato a urlare, e indicava questo e quello... Li hanno presi e li hanno buttati in mare... Tutti gridavamo... Non so perché è successo, forse perché il comandante voleva calmare il mare. E poi siamo andati avanti...». Racconti dell’orrore. I mediatori culturali di «Save the children» ne hanno sentiti tanti. Troppi. Ma quando la voce del ragazzino africano ha raccontato questa storia davvero non volevano crederci. È sembrato inverosimile. Un rito propiziatorio nel cuore del Mediterraneo? «Sì, ecco, un rito propiziatorio». E però se fosse stata soltanto la voce di un giovanissimo profugo, in fuga dall’Africa nera, e magari in fuga anche da se stesso, la vicenda del rito propiziatorio sarebbe potuta essere un’allucinazione. Invece no. Dopo di lui, un altro, e poi un altro ancora, e infine un quarto testimone. Ora quei racconti daranno il via a una indagine.

La traversata dell’orrore è terminata con uno sbarco il 1 maggio a Lampedusa. I profughi erano partiti da Tripoli. Uno dei soliti barconi riattati per l’occasione e stipati di povera gente in fuga dall’Africa subsahariana. Sono neri di pelle e nei loro confronti i libici hanno sempre avuto un atteggiamento razzista. Ma oggi di più. Oggi che li considerano carne da macello e li spremono più che possono, ora che il regime è agli sgoccioli, sui barconi gli scafisti, i «passeur», ne stipano più che possono. Il barcone del 1˚ maggio non faceva eccezione.

Significa che la traversata dura trenta-quaranta ore e in quel periodo non c’è modo di allungare le gambe, o distendersi, o ancora alzarsi per fare i propri bisogni. Non si possono portare bagagli a bordo, solo una sacchetta con il minimo indispensabile, una bottiglia d’acqua, un pezzo di pane. È per questo motivo che potremmo definire «fisico» che i testimoni di questa vicenda hanno raccontato solo un pezzo di questa storia. Hanno visto, ma erano troppo lontani per capire i dettagli. La scena del comandante che però sbraita, urla, si capisce che ha paura, e che da un momento in poi identifica in alcuni disgraziati dalla pelle nera il suo problema più grave, no, quella scena non potranno mai dimenticarla.

«Il comandante li ha indicati con il dito. E gli “altri” li hanno buttati in mare, tra le onde». Di più i testimoni individuati da «Save the children» non hanno saputo raccontare. Che si trattasse di un rito per propiziare le divinità crudeli del mare, lo hanno immaginato. Nessuno glielo ha detto. Magari è stato istintivo pensare che una persona così cattiva come quel «comandante» facesse sacrifici umani. Magari si scoprirà poi che non è vero. Che sulla barca del 1˚ maggio qualcuno si sarà ribellato. O forse qualcuno tremava più degli altri e il comandante ha deciso che si rischiava il contagio. Forse era quella la paura che gli hanno letto in faccia: se tutta quella gente che tremava, terrorizzata dalla traversata,fosse caduta nel panico, e se si fossero alzati di botto, il piccolo malandato legno si sarebbe rovesciato.

Ma che cosa è passato davvero per la testa di quello scafista non lo sapremo mai. Resta che tre passeggeri, tre disperati che avevano investito tutto i loro averi nella fuga dalla Libia sono stati buttati in mare, in acque territoriali, a metà viaggio, e i loro corpi non verranno mai più ritrovati. Non si saprà mai il loro nome, né la nazionalità, né la loro storia. Così come non si saprà quella dei tre africani trovati incagliati sotto il barcone naufragato domenica a Lampedusa. Saranno sepolti qui, nella nuda terra, senza un nome. Solo una data, per segnare la morte.




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