lunedì 9 maggio 2011

Chi specula su Aldo Moro?

La Stampa


Una lettera della figlia Maria Fida per chiarire: lei non chiede mai rimborsi né denaro di alcun tipo quando parla del padre
FLAVIA AMABILE



Maria Fida Moro mi ha inviato questa lettera per denunciare qualcosa di veramente triste: il tentativo di guadagnare soldi usando a sua insaputa lei e la memoria del padre.


Scrivo questa mia dolorosa lettera su un vecchio quaderno dove qualcuno ha copiato, anni fa, L'Infinito di Leopardi. Poesia che bene si addice al mio stato d'animo sconfitta come sono dalla vita. Una volta ancora, ahimè, sono condannata a chiedere aiuto ed ospitalità a gentili persone per inviare nei popolosi cieli di internet il mio ennesimo Sos. Almeno sul limitare della esistenza terrena mi piacerebbe davvero tanto essere lasciata in pace e poter finalmente smettere di battermi invece – come al solito – sono relegata in trincea e devo combattere in favore della verità e del giusto significato.

Il nocciolo del mio appello è il seguente. C'è chi, fin dalla scorsa primavera, ha posto in rete una specie di specchietto per le allodole, tramite il quale chiede e riceve soldi promettendo la mia presenza in eventi vari. Il paradosso è che l'unica condizione che io pongo per presenziare ad eventi che riguardino mio padre e la sua memoria è di farlo a titolo gratuito e senza nemmerno il rimborso spese. È immorale dunque gravemente scorretto e lesivo della mia immagine che qualcuno in malafede ed in modo falso e mendace guadagni indebitamente millantando il credito e offuscando la mia onorabilità. Io non ho uno staff, né una segreteria e faccio tutto da sola quindi se devo prendere un impegno lo faccio personalmente.

Nessuno dunque è autorizzato o ha titolo per parlare a mio nome e tantomeno impegnarsi al posto mio. Invito chi fosse interessato a diffidare dai falsi profeti, dai sepolcri imbiancati, dai truffatori. Sono amareggiata e stufa di dovermi difendere mentre non sto facendo niente di male e cerco soltanto di esistere in pace vivendo ai margini e traversando la vita in punta di piedi. Nel nostro mondo marcio, che tutto inghiotte, sembra non esserci più posto per la gentilezza, la bontà, la comprensione e la ragionevolezza. Ciò non di meno, facendo appello ai buoni sentimenti, esprimo profonda gratutudine per chi ha ospitato questa disadorna segnalazione. È etico cercare di distinguersi dal male e fare il bene.

Non voglio neppure immaginare di guadagnare un centesimo dalla tragica morte di mio padre Aldo Moro ed a maggior ragione non intendo che altri guadagnino, ma il termine esatto sarebbe rubino, a mio nome. Se intendono truffare ed operare furti lo facciano in proprio e lascino in pace mio padre e me. Abbiamo già pagato mio padre con la morte io con una vita orribile il diritto di esistere. Mi piacerebbe di più rinunciare a vivere ma mi perderei l'avvento dell'Apocalisse e la fine di questi tempi. Invece devo restare perchè voglio verdere i nuovi cieli e la luce che illuminerà il mondo nuovo. Intendo essere presente per applaudire la sconfitta delle tenebre e di coloro che perseguono, a vario titolo, il male. “Il male fiorisce dove chi può non fa il bene” ha lasciato scritto un anonimo del '600. E' ora, straora, di rinnegare il buio ed avanzare verso le stelle.
Maria Fida Moro








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Trova assegno in bianco sul marciapiede Lo compila e poi acquista una Smart

Corriere del Mezzogiorno


Denunciato dalla guardia di finanza 24enne di Gallipoli
Il carnet apparteneva ad una salentina che l'aveva perso



Assegno in bianco
Assegno in bianco

LECCE - Un 24enne di Gallipoli è stato denunciato dalle fiamme gialle della Compagnia di Lecce, per ricettazione. L'attività investigativa nasce dalla denuncia del furto di un carnet di assegni bancari presentata da una donna salentina. Le indagini svolte tramite l'acquisizione di informazioni bancarie e fiscali, hanno permesso di accertare che uno di quegli assegni era stato messo in circolazione proprio dal 24enne, che ai finanzieri ha dichiarato di averlo rinvenuto per terra in bianco.


Una Smart
Una Smart
LA RICOSTRUZIONE -

Il protagonista di questa curiosa vicenda ha poi deciso, quasi fosse un dono piovuto dal cielo, di compilarlo e di recarsi presso un rivenditore di autoveicoli per acquistare un'autovettura, una Smart, per un valore di 6.500 euro. Il rivenditore di auto, non è ovviamente riuscito a incassare l’assegno poiché su quel carnet pendeva una denuncia di furto. L’uomo, grazie all'intervento delle fiamme gialle, è comunque ritornato in possesso dell'autovettura venduta al giovane cliente.

  Andrea Morrone

09 maggio 2011





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Svolta a Cuba: autorizzati i viaggi all'estero

di Redazione


Una svolta epocale, che aprirà Cuba al mondo e metterà fine a 50 anni di isolamento. Il governo cubano ha annunciato che autorizzerà i viaggi turistici all'estero per i suoi cittadini, secondo un piano di riforme pubblicato oggi dalle autorità



Una svolta epocale, che aprirà Cuba al mondo e metterà fine a 50 anni di isolamento. Il governo cubano ha annunciato che autorizzerà i viaggi turistici all'estero per i suoi cittadini, secondo un piano di riforme pubblicato oggi dalle autorità. La decisione arriva dopo il VI congresso del Partito comunista di Cuba (Pcc) di metà aprile, che ha approvato riforme economiche importanti, salutate da molti come la svolta cinese di Cuba verso la proprietà privata e l'imprenditoria. All'Avana è allo studio «una politica che faciliti i viaggi all'estero dei cubani quali turisti», afferma uno dei punti più rilevanti delle riforme. Una sintesi di 48 pagine del testo relativo ai «Lineamenti sulla politica economica e sociale del Partito e la Rivoluzione» è in vendita da oggi nelle edicole dell'Avana e delle altre città del paese, hanno reso noto fonti ufficiali.




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La Boccassini è una metastasi della democrazia»

Corriere della sera

Il sottosegretario Daniela Santanchè davanti al tribunale di Milano 

di Nino Luca 
(G.Franzoi-H24)

Ciclista belga cade al Giro e muore

Corriere della sera

Weylandt finisce a terra e sbatte contro un muro. Trasportato d'urgenza in ospedale in elicottero


MILANO -Wouter Weylandt, ciclista belga della Leopard-Trek, 25 anni, è morto dopo essere caduto a una ventina di chilometri dal traguardo della terza tappa del Giro d'Italia, quella da Reggio Emilia a Rapallo. L'incidente è avvenuto in un tatto in discesa. Da quanto si è appreso, il corridore avrebbe battuto con la testa contro un muro e contro l'asfalto. Secondo una prima ricostruzione dei vigili del fuoco, Weylandt si trovava a 40 metri da un tornante quando ha toccato con il pedale sinistro contro un muretto e proprio questo avrebbe causato la caduta, che si sarebbe prolungata per una ventina di metri. I telecronisti della Rai che stavano commentando la diretta della gara hanno detto di avere visto immagini, nei monitor fuori onda, particolarmente drammatiche. Immagini che per la loro crudezza non sono state mostrate.


I TENTATIVI DI RIANIMAZIONE - Dopo la caduta il corridore è rimasto immobile a terra. I soccorsi sono stati immediati: i medici gli hanno praticato un massaggio cardiaco prolungato, che tuttavia non è servito. La gravità delle sue condizioni aveva indotto i sanitari ad allertare subito anche l'eliambulanza. L'elicottero è arrivato sul posto in breve tempo e per diversi minuti ha sorvolato la zona in cerca di un punto adatto dove atterrare, considerata anche la morfologia problematica della zona. Ad un certo punto, però, si è capito che per il corridore non c'era più nulla da fare. Avvisati i genitori, la notizia della morte è stata data dalla Rai solo dopo che anche la moglie è stata rintracciata e avvertita e poco più tardi è stata confermata in diretta anche dal responsabile medico del Giro, Giovanni Tredicii: «Dopo 40 minuti di tentativi di rianimarlo, abbiamo dovuto sospendere il tutto». «Immediatamente dopo la caduta siamo arrivati, eravamo, dietro al gruppo - ha spiegato il medico intervenendo al telefono a Raisport - . Il corridore era già in stato di incoscienza con una frattura cranica estesa. Abbiamo tentato una rianimazione facendo tutto quello che si doveva fare, ma dopo 40 minuti abbiamo dovuto interrompere. Anche il 118 ci ha detto che era inutile insistere. Nonostante il soccorso immediato non c'è stato nulla da fare».

FESTA ANNULLATA - Per la cronaca, la tappa è stata poi vinta dallo spagnolo Angel Vicioso, davanti a David Millar e Pablo Lastras. Ma per loro non c'è stata alcuna festa sul podio: visto quanto accaduto, gli organizzatori hanno infatti deciso di annullare del tutto il cerimoniale di premiazione e la conseguente atmosfera gioiosa che accompagna la conclusione di ogni tratta.

Redazione Online
09 maggio 2011

Risponde al cellulare in bici, multa e 5 punti di patente

Il Messaggero


PARMA - Ieri a Parma si celebrava la giornata della bicicletta, con tanto di arrivo di tappa del Giro d'Italia, ma per un quarantaduenne di Roma, in Emilia in visita alla famiglia della moglie, la bicicletta d'ora in poi non sarà più il mezzo di trasporto preferito. Una passeggiata su due ruote verso uno degli spazi verdi della città ducale è infatti costata 257 euro di multa più la decurtazione di cinque punti della patente. Reato commesso: avere risposto al cellulare ed essere subito pizzicato da una pattuglia del Carabinieri, una delle tante che ieri controllavano la città proprio in vista dell'arrivo del Giro d'Italia.

«Ero lungo viale Mentana, mi è squillato il cellulare e, lo ammetto, ho fatto l'errore di rispondere senza fermarmi - racconta Maurizio Strozzo - A quel punto i militari mi hanno intimato l'alt dicendomi di dover fare la multa perchè è vietato parlare al telefono anche in bicicletta. Così è prescritto nel nuovo codice della strada. Io ho capito l'errore e per il verbale ho consegnato il mio documento, che però essendo la patente ha fatto scattare anche la decurtazione di cinque punti. Se avessi dato loro la carta d'identità non sarebbe successo! - si lamenta lo sfortunato ciclista romano - Ma a quel punto avevo mostrato quel documento e non potevo più farci nulla. E pensare che in quel momento lungo la strada che stava percorrendo Maurizio Strozzo il traffico era ridotto vista la vicinanza con l'area chiusa al traffico per il passaggio della corsa rosa, ma non c'è stato niente da fare: multa e punti». Ora è pronto a fare ricorso tramite il suo avvocato «soprattutto per quei cinque punti dalla patente che non mi sarebbero mai stati sottratti se avessi mostrato la carta d'identità. Una disparità di trattamento - conclude Strozzo - che reputo inaccettabile».

Lunedì 09 Maggio 2011 - 11:51    Ultimo aggiornamento: 11:55


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IPad city, sempre amara per gli operai

Corriere della sera


Pochi progressi in Foxconn, la fabbrica cinese che lavora per i big dell'elettronica. Nel 2010 ondata di suicidi





MILANO – Ad iPad City si lavora giorno e notte per assemblare le tavolette della Apple richieste in tutto il mondo. E anche a quasi un anno dalla terribile serie di suicidi a catena di alcuni operai cinesi, le condizioni dei lavoratori restano critiche. La denuncia arriva dall'associazione noprofit Sacom, Students & Scholars Against Corporate Misbehaviour, che ha visitato tra marzo e aprile alcuni stabilimenti cinesi della Foxconn, il gigante hi-tech dell'assemblaggio di cellulari, tavolette, laptop, strumenti per la connessione in rete, server, per Apple ma anche per altri colossi come HP, Sony, Motorola, Nokia o Dell. Esposizione a polveri sottili dannose per la salute, ritmi inumani, ordine militare e la firma di un patto di «non-suicidio» per i nuovi assunti.

I PRECEDENTI – Nel 2010 ci furono un totale di 13 suicidi, da gennaio ad agosto, nelle fabbriche-dormitorio di Shenzhen. Alcuni dopo solo poche settimane dall'assunzione, tutti giovani, tutti residenti all'interno dei campus. Dove, come anche Steve Jobs ebbe modo di ricordare, gli operai hanno la sicurezza di un pasto, un letto, tavoli da ping-pong e aree comuni per socializzare. Dopo le indagini di Apple stessa e un atto di trasparenza da parte di Foxconn, che aprì le porte a un centinaio di giornalisti per mostrare a tutto il mondo le vere condizioni di lavoro delle sue fabbriche, nessuno parlò più delle fabbriche cinesi.



LE INDAGINI – L'associazione Sacom, con sede a Hong Kong, dal 2005 lavora per denunciare le condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi. E questa primavera è toccato ad alcuni campus di Foxconn, obiettivo dichiarato dall'ente era infatti quello di andare a verificare se le promesse fatte dall'azienda nei mesi in cui era sotto i riflettori per via dei casi di suicidio, fossero state mantenute o meno. Gli inviati dell'associazione hanno parlato con 120 diversi operai, alcuni capisettore e qualche manager in posizione intermedia, suddivisi tra le fabbriche-dormitorio di Shenzhen, Chengdu and Chongqing. Nella città teatro dei suicidi, i luoghi analizzati sono stati due, in cui lavora un totale di 500 mila persone per Apple, Nokia, Dell, Hp e altre; nei due campus di Chengdu invece, dove si assemblano unicamente i nuovi iPad, sono impiegati 100 mila operai; nella terza città 10 mila impiegati costruiscono principalmente prodotti per Hp.

LE DENUNCE – Voce per voce, gli operai hanno testimoniato su una serie di punti, fulcro delle richieste di Apple dello scorso anno. E così è venuto fuori che molte sono state disattese: contro la promessa fatta a Jobs di tenere pratiche trasparenti nelle assunzioni, a oggi si nascondono ai neo-assunti particolari sul salario, sui benefit e sul luogo di lavoro. Gli straordinari tuttora non vengono pagati e molti dipendenti continuano a lavorare anche 80-100 ore in più ogni mese. Persevera la mancanza di protezioni adeguate contro l'esposizione a polveri tossiche e le informazioni date sui prodotti chimici usati sono carenti. E ancora, nonostante le richieste di Apple di procedure trasparenti e non punitive, non è possibile sporgere rimostranze ai superiori.

PATTO DI NON-SUICIDIO – Sacom denuncia anche che in alcuni campus permane l'uso di far firmare ai nuovi arrivati i cosiddetti patti di non-suicidio, già denunciati lo scorso anno. Lettere in cui i dipendenti si impegnano a non farsi male deliberatamente e promettono di non chiedere remunerazioni aggiuntive in caso di incidenti e in cui si spiega che anche le loro famiglie non avranno maggiori introiti se i dipendenti decideranno di togliersi la vita. In alcuni dormitori comunque è stato applicato un sistema di reti di sicurezza alle finestre. Molti superiori hanno ammesso che l'educazione al lavoro ha risvolti militari: senza alcuna motivazione apparente, gli operai sono tenuti in piedi sull'attenti e invitati a girarsi sul fianco destro e sinistro per tempi prolungati; inoltre le ore di lavoro vanno passate in piedi (anche per 10 ore di fila), senza parlare con i colleghi, spronati anzi a produrre sempre più velocemente, facendo slittare l'orario delle pause, si legge nel report, per disincentivare l'usanza del pranzo; gli errori – così denunciano gli impiegati intervistati – vengono puniti con richiami e gogna pubblica in cui davanti ai compagni il colpevole deve ammettere l'errore e fare ammenda.

Eva Perasso
09 maggio 2011



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Di Pietro incita la piazza: "Non bastano i rimproveri tra poco la rivolta sociale"

di Redazione


Di Pietro contro il Cav in aula: "È come se i nazisti sotto processo a Norimberga si fossero sostituiti ai loro giudici




Si avvicina la scadenza elettorale e Di Pietro va su di giri. Sarà la paura di essere scavalcato dal Movimento cinque stelle dell'ex amico Beppe Grillo o di essere obnubilato dalla parlantina poetica di Nichi Vendola, ma Di Pietro è agitato più del solito: "Non si è mai visto in un Paese civile, e in uno Stato di diritto, che un imputato, mentre è in aula sotto processo per un reato grave come quello di aver corrotto un testimone, accusi coloro che lo stanno giudicando. È come se i nazisti sotto processo a Norimberga, una mattina fossero arrivati in aula sostituendosi ai loro giudici. A me pare che, rispetto a tutto questo, chi ha il dovere, come il Presidente della Repubblica, di fermare l’attacco alle istituzioni, non si possa limitare a delle raccomandazioni e a dei rimbrotti, ma debba fare dei passi concreti, altrimenti fra poco ci penserà il popolo. Quel popolo che sta passando dalla manifestazione di piazza alla rivolta sociale".

Di Pietro insieme con Bersani: "Parlamento pieno di Giuda" A dar manforte al segretario democratico a Pavia c'è anche un'altro esponente politico che ancora non è salito sui tetti. Si tratta di Antonio Di Pietro, che sostiene anche lui il candidato del centrosinistra alla Provincia Daniele Bosone e dichiara: "Gli italiani sono stanchi della politica di questo governo. Ci troviamo in un momento importante, per le amministrative ed i referendum, ed è l’occasione per andare a dire una volta per tutte, al governo Berlusconi, che non ha più la maggioranza degli italiani. La maggioranza numerica in Parlamento è comprata, venduta, ricattata, e non corrisponde alla maggioranza degli italiani". Poi Di Pietro lancia un invito al presidente della Repubblica: "E' bene quindi che il Capo dello Stato, al più presto, sciolga questo Parlamento pieno di persone immonde e di Giuda".






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D'Artagnan: ora datemi un lavoro

Il Tempo


Intervista a Roberto Cercelletta, il più famoso "ladro" di monetine della Capitale rilasciato sabato dopo l'arresto. Proposta: "Rivoglio i 600 euro. In cambio darò in beneficenza le monete straniere".


d'artagnan 2 Arrabbiato, a tratti disperato, sicuramente disoccupato, pronto anche a lavorare e a consegnare il suo tesoretto di monetine straniere. D'Artagnan è stato rimesso in libertà sabato pomeriggio dopo l'arresto, venerdì, a Fontana di Trevi, per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Si era arrampicato sul monumento per protestare contro la delibera della Giunta che da pochi giorni vieta di rubare le monetine. Si era sfregiato il pancione, come tante altre volte, perché i soldi rastrellati dalla fontana sono la sua unica fonte di sopravvivenza.

Ma è davvero disperato? "Disperato e inca... nero".

Davvero non sa come campare con tutti i soldi che ha raccolto dal 1968? "Non erano mica così tanti! Avete scritto che l'Acea rastrellava solo il lunedì. Ma non è vero! Ultimamente passavano martedì, mercoledì, giovedì, praticamente tutti i giorni. A me restavano quelli gettati la domenica".

Buttali via... quanto raccoglieva il lunedì? «Duemila, duemilacinquecento euro».

Sono diecimila euro al mese... "Magari! Sai quanti fondi di bottiglia tra monetine africane e asiatiche che non valgono niente?"

Una minima parte, immagino... "E poi mica li tenevo tutti per me. Faccio beneficenza. Ho aiutato un sacco di poveracci peggio di me. Sai quante notti ho passato in giro a dare coperte di lana a quelli che dormono per strada?"

No, quante? "Tante, altro che la Caritas".

Che rapporto ha con la Caritas, fino a pochi giorni fa sua diretta concorrente? "A me non m'ha mai aiutato. Non mi fido. Meglio a me, quei soldi, che a loro".

Che vuol dire che non si fida? "Che vorrei proprio sapere, voce per voce, che fine hanno fatto tutti i soldi che gli sono stati consegnati. Chi hanno aiutato?"

Senta, D'Artagnan, e con i vigili che rapporto ha? "Ottimo, loro facevano la multa e io raccoglievo"

Ma i tre sospesi hanno visto la spinta di suo fratello alla Iena? "Non potevano, stavano su".

Secondo lei Caioni (ex comandante I Gruppo, ndr) meritava il trasferimento? "No. Caioni è da 10 e lode"

E che voto dà al comandante del corpo Giuliani? "5 e mezzo"

Perché? "Perché s'è fatto trascinà dagli eventi e non sapeva quello che è successo quella mattina" (13 marzo, ndr, quando è stato registrato il servizio delle Iene).

E il sindaco Alemanno? "Su Fontana di Trevi ha sbagliato. Merita Zero, sotto zero. Però su Tor Bella Monaca se sta a impegnà. Per questo gli do 7"

Se potesse cosa gli chiederebbe? "Uno, di non permettere che nel 2011, con l'uomo sulla luna, a Roma ci siano ancora persone a dormì de notte pe' strada. E poi un lavoro per me, perché così non posso campa'" .

E al comandante dei vigili Giuliani? "A lui di ridarmi quei 600 euro che mi hanno sequestrato. Sò miei, l'ha detto pure il giudice"

Quelli può prenderli quando vuole... "Non me pare. L'altro ieri a via Montecatini mica me l'hanno ridati...!"

Poi lascerebbe in pace Fontana di Trevi? "Facciamo così. In cambio consegno a un'associazione di beneficenza il mio tesoretto".

Alla Caritas, per esempio... "No, mai, manco morto. A qualunque altra tranne che alla Caritas".

Quanti soldi sono? "Qualche sacco di monetine straniere"

Ma quanto valgono? "E chi lo sa. Non so neanche di che paese sono. Dollari, Yen e Sterline li cambio, quelli no"

 Come vanno le ferite? "Sono abituato, ma ieri (sabato, ndr) me so' sentito male in metropolitana"

Cosa ha avuto? "Un mezzo infarto. M'ha raccolto un signore che passava. Del resto in cella, l'altra notte, a via Genova, non m'hanno mica trattato bene! Mettici pure lo stress del Tribunale. Soffro di diabete, me devo prende le cardioaspirine".

Ma quando la smetterà di ferirsi? "Quando mi costringeranno a tagliarmi le vene"

Non dica così. Che poi i vigili si preoccupano... "Una di sicuro si.."

Chi? "Mia nipote. Fa la vigilessa ad Ardea".


Matteo Vincenzoni

09/05/2011





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Uscire dall'incubo dell'Anoressia

Corriere della sera

 

La storia di Giorgia: «Vivevo in due mondi paralleli»

MtvNews

 

Morichini: «Non sono il Greganti 2 Vogliono colpire D'Alema»

Corriere della sera


L'ex numero uno di Ina-Assitalia è indagato per frode fiscale: «D'Alema non sapeva chi dava i contributi»


ROMA - «L'amico di D'Alema, l'uomo di D'Alema, il manager di D'Alema. Basta! Fossi davvero colpevole, allora chissenefrega. Ma io lo vedo il progetto, sa? Come dice Saviano: la macchina del fango... Adesso ci sono le elezioni e allora mi viene un dubbio: forse non sono io da colpire».
Vincenzo Morichini, 66 anni, ex numero uno di Ina-Assitalia, amico da 20 del leader Maximo, a cui vendette pure la celeberrima barca Ikarus, si fa passare direttamente il cellulare dalla compagna della sua vita, la pittrice Patrizia Molinari. Da due giorni sono a Granada («Vacanze rovinate...») e al tramonto vedranno l'Alhambra. Stanno insieme da 34 anni, hanno tre figli. «Sì - dice Morichini con stizza -. E mi morissero tutti, se quella che vi dico non è la verità».

Lei è indagato per fatturazioni false. È vero o no?
«Sì, ma alla fine - vedrà - verrà fuori che non ci sono le fatture false. Semplicemente perché non esistono. Io ho 66 anni e non ho mai lavorato con le tangenti. Eppure la Finanza è entrata in casa mia manco fossi uno spacciatore di droga. E sapete qual è l'unica cosa che si son portati via? La documentazione della Fondazione Italianieuropei di D'Alema. Una mira precisa. Ma per fortuna è tutto alla luce del sole. La mia società, la Sdb, Soluzioni di Business, è pulita: pagamenti, fatture. I soldi dei clienti sono in banca...».

Eppure l'imprenditore Pio Piccini ha raccontato ai pm che lei, per la sua attività di consulente, lobbista, mediatore d'affari, gli avrebbe chiesto anche il 5% degli incassi, se fosse andato a buon fine l'appalto di Finmeccanica per la gestione delle intercettazioni. E che quella percentuale - per Piccini - era destinata ad essere spartita tra lei, il Pd e la Fondazione Italianieuropei di D'Alema. Ha capito bene?
«Sia chiaro, io non ho mai speso il nome di Massimo D'Alema per procacciare affari ai miei clienti. E la provvigione di cui lei parla, se non erro si trattava del 5,5 per cento sul fatturato, sarebbe andata esclusivamente alla mia società. Né al Pd né alla Fondazione Italianieuropei. L'affare, comunque, non andò in porto».

Piccini ha dichiarato anche di aver fatto due versamenti da 15 mila euro alla Fondazione di D'Alema...
«Guardi, il Presidente non sapeva nemmeno chi fossero quelli che davano i contributi. D'Alema non ne sapeva assolutamente nulla. Ero io ad avvicinare gli imprenditori, decine e decine di imprenditori, convincendoli a versare dei contributi alla Fondazione: 10 massimo 20 mila euro ciascuno, a parte i soggetti istituzionali come Finmeccanica o le Poste...».

Sa cosa diranno a questo punto i maligni? Morichini è il nuovo Primo Greganti, il comunista che ai tempi di Mani Pulite non confessò mai di aver preso tangenti.
«No, io non sono Greganti. Questa è una barzelletta, anzi una tragedia. Perché io ci credo veramente, anzi ormai credo più nelle fondazioni che nei partiti e Italianieuropei è una cosa seria, fa ricerca da anni, lavora per la formazione di nuovi dirigenti in politica, s'impegna sulle energie rinnovabili. Se un errore ho commesso, questo sì, è quello di aver accettato contributi per la crescita di Italianieuropei anche da quei 5-6 imprenditori a cui la mia Sdb curava le relazioni».


Magari versavano soldi alla Fondazione perché pensavano di poter avere in cambio qualcosa.
«Escluso».
Le cito altri suoi clienti: Cler Coop, Electron Italia. La Cler Coop pare abbia avuto appalti milionari dalla Provincia di Roma e dall'Acea, l'Electron dal Porto di Napoli...
«Stupidaggini. Alla Provincia di Roma c'è Zingaretti, che era bettiniano e veltroniano, mica dalemiano come me. Perciò lì non mi posso neanche avvicinare. E l'ex senatore Pds Nerli lo conosco, certo, ma non ho mai stretto rapporti con lui neanche quando era presidente del porto di Napoli. Forse come lobbista valgo poco, mi conviene tornare a fare l'assicuratore».

Nelle ultime ore ha sentito D'Alema?
«No, non c'è bisogno. Gli voglio molto bene».


Fabrizio Caccia
09 maggio 2011



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Sui pm D’Alema parla come Silvio Ma con lui nessuno si indigna

di Roberto Scafuri


Roma

La differenza c’è. Uno parla, dice, a volte più di quel che pensa. L’altro pensa ma non dice o dice poco, non chiarisce e si fraintende.
L’uno, Silvio Berlusconi, si sa quanto poco ami la magistratura. I giornali ci vanno a nozze: «I giudici, un cancro da estirpare», l’ultima esternazione. Ieri precisata dal premier: «Il cancro non sono i giudici, ma i pm milanesi. Anzi, ho sottolineato che le accuse che mi vengono rivolte dai pm non hanno poi trovato rispondenza nelle decisioni dei giudici». L’altro, Massimo D’Alema, preferisce far buon viso a cattivo gioco. Però, quando è lontano dai microfoni, si sfoga.

L’ultima volta fu clamorosa, anche perché le orecchie cui s’era rivolto non erano quelle di amici fidati, bensì dell’ambasciatore Usa.
La storia fu pubblicata nel dicembre scorso dal sito Wikileaks, quindi ripresa dal quotidiano spagnolo El Pais. Ronald Spogli, ambasciatore americano a Roma, così riferiva: «Sebbene la magistratura italiana sia tradizionalmente considerata orientata a sinistra, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha detto lo scorso anno (2007, ndr) all’ambasciatore (Usa, ndr) che la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano...». Berlusconi quasi si risentì, aveva un precursore e faceva la figura del copione.

Ma veemente (si fa per dire) giunse la precisazione del Nostro, campione di diplomazia. «Viene riportato un giudizio abnorme sulla magistratura - fece sapere D’Alema - che non ho mai pronunciato, che non corrisponde al mio pensiero e che evidentemente all’epoca è stato frutto di un fraintendimento tra l’ambasciatore Spogli e me. Il fraintendimento potrebbe essere questo: la minaccia non è esattamente per lo Stato italiano». Rimase il dubbio: per chi? Per il governo dell’epoca? Per i singoli? Per se stesso? D’Alema non aggiunse altro, circostanza che non mancò di gettare una luce inquietante sulla capacità d’attenzione dell’ambasciatore Usa, incapace di capire concetti così ovvi per l’ex titolare della Farnesina.

Eppure nella biografia dalemiana non mancano tracce. «Nel ’93, in piena Tangentopoli - scrisse Marco Travaglio, mai smentito - D’Alema definiva il Pool: il soviet di Milano». In una cena tenuta pochi anni dopo, nel ’96, confidò poi a Paolo Flores d’Arcais (giusto a lui, che lo raccontò al Corsera nel 2000), che «tutta Mani Pulite è stata fin dall’inizio un complotto contro il Pds; Borrelli, D’Ambrosio e Colombo si sono fatti subornare e strumentalizzare da quei reazionari di Davigo e Di Pietro». Fraintende chi ritenga che si tratti dello stesso Di Pietro che, in quanto sterno della sinistra, fu candidato da D’Alema al Mugello nelle suppletive del ’98.

Da presidente della Bicamerale, la sua idea complessiva sulla magistratura sembrò chiaramente espressa nella «bozza Boato», e fraintese chi lo accusò di recepire in pieno il piano della P2. Nel giugno 2007, quando la Procura di Milano trasmise alla Camera gli atti con le intercettazione di Consorte che parlava con lui, Fassino e Latorre della scalata illegale di Unipol a Bnl, il pensiero di D’Alema sui magistrati inquirenti fu espresso in varie interviste. Concetti delicati, del tipo: «Che monnezza... che imbarbarimento... È uno schifo, la magistratura s’è comportata in modo inaccettabile, forse l’abbiamo difesa troppo... il metodo delle intercettazioni è distorsivo per sua natura, apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e barbarie... questa gogna mediatica finisce per destabilizzare la politica, siamo fuori dallo Stato di diritto». Eppure, honi soit qui mal y pense. Ci dev’essere un errore, e un fraintendimento.



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Tutti coprono il compagno D'Alema

di Alessandro Sallusti


Da quattro giorni la notizia è diventata pubblica, ma Repubblica e La Stampa non ne hanno ancora scritto.Il Corriere della Sera ha pubblicato due articoli all'interno senza neppure richiamarli in prima pagina. Se l'inchiesta fosse ruotata attorno a Silvio Berlusconi le cose sarebbero andate diversamente e i giornali avrebbero dedicato aperture e titoloni




Ogni tanto, lo dico con ironia, essere let­tore de Il Giornale comporta qualche vantaggio. Per esempio sapere che il Pd è coinvolto in un possibile scandalo non da poco. Come avete letto nei giorni scorsi, il braccio destro di Massimo D’Alema e la fon­dazione del baffino nazionale sono sotto in­chiesta per un giro di fatturazioni sospette e in odore di tangente. Roba grossa, ma non per tutti. Siamo al quarto giorno da quando la notizia è diventata pubblica, ma Repubblica e La Stampa non ne hanno ancora scritto. Il Corriere della Sera ha pubblicato due articoli all’interno senza richiamarli in prima pagi­na. Insomma, la stampa libera e democrati­ca, così come i tg (vero cara Berlinguer?) e le trasmissioni tv, nascondono, censurano e mi­nimizzano un pasticcio della sinistra. Imma­giniamo che cosa sarebbe successo se, inve­ce che attorno a D’Alema, l’inchiesta fosse ruotata attorno a Silvio Berlusconi o qualche esponente di primo piano del centrodestra: titoloni sui giornali, le famose dieci domande all’indagato, una monografica di Ballarò e un’altra di Annozero .

E, invece, ovviamente, non succederà nul­la di tutto questo.D’Alema e tutti i leader del­la sinistra non devono neppure denunciare il linciaggio mediatico né battersi per l’immu­nità. Ce l’hanno già, per diritto divino, in quanto eticamente e moralmente superiori per razza e fede (comunista). In Italia non manca la libertà di stampa, manca la libertà di parlare dei fatti della sinistra. Il giornale fa­ro del Pd, La Repubblica , è prono e complice del suo partito di riferimento più di quanto il mensile Hurrà Juventus lo sia con gli juventi­ni. Dove sono i cronisti d’assalto che hanno scovato (si fa per dire) e pubblicato migliaia di pagine dell’inchiesta sul caso Ruby?Saran­no in ferie o, forse, i loro amici magistrati le carte su D’Alema se le tengono ben strette per­c­hé il segreto d’ufficio in questo caso è inviola­bile, in campagna elettorale addirittura sa­cro.

Oltre che i giornali, anche il medesimo D’Alema, e Bersani e Di Pietro, non sembra­no interessati al caso. Strano, di solito basta una velina di una qualsiasi procura per fare scattare la loro indignazione sul degrado del­la classe politica. Per loro il silenzio è d’oro solo quando ci sono di mezzo soldi per unge­re le ruote del Pd in cambio di appalti e favori. Avendo letto le carte dell’inchiesta,scommet­to che staranno zitti a lungo, perché si sta per scoperchiare il pentolone degli intrighi incon­fessabili targati Pd.




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Un libro sulla Berlinguer imbarazza la Rai... Ma la sinistra insorge

di Paolo Bracalini


La direttrice del Tg3 avrebbe dequalificato colleghi, nascosto notizie e cacciato i registi. Viale Mazzini grida allo scandalo per le accuse, per Minzolini però nessuno si allarmò





Roma

Omissione di notizie scomode (per il Pd), voci di demansionamenti, registi cacciati in malo modo, segretarie spostate, urla. Ma quanto c’è di vero nel libro bianco, anzi nel Libro Bianca sulla zarina del Tg3 Bianca Berlinguer, messo insieme dal giornalista e sindacalista del Tg1 (eletto nell’Usigrai con una lista alternativa) Stefano Campagna e inviato ai vertici dell’azienda? Una lista di episodi e retroscena (tutti da verificare) sulla gestione del terzo Tg della Rai, che fa il paio (per «par condicio») con quello scritto dal cdr uscente del Tg1 contro Augusto Minzolini, senza che però nessuno della tv di Stato, in quel caso, si meravigliasse per il «dossieraggio» contro il direttore del Tg1. Anzi, al contrario, il dossier contro Minzolini fu presentato con tutti gli onori del caso nella sede nazionale della Fnsi, cioè del sindacato nazionale dei giornalisti italiani. Con l’Usigrai schierato tra gli accusatori di Minzolini, dipinto come un servo specializzato in «raffinate tecniche di disinformazione».

Materiale più che sufficiente per una bella querela, che però il direttore del Tg1 non ha fatto. Trattamento completamente diverso invece per l’omologo in salsa progressista del libro bianco, visto che il dossier sulla Berlinguer ha scatenato immediatamente le reazioni dell’Usigrai, della Fnsi, del solito Giulietti di Articolo 21 e di qualche esponente del Pd. Oltre che, ovviamente, quelle della Berlinguer, indignata contro quel testo «zeppo di accuse maleodoranti nei miei confronti costruite su informazioni totalmente false, scambi di persona e attacchi infamanti a me e alla mia direzione». Annunciata querela, che ha sorpreso non poco Campagna: «È la prima volta che un direttore querela un sindacalista - risponde il giornalista del Tg1 - se la Berlinguer andrà avanti con la causa, vorrà dire che metterò un banchetto a piazza Navona per raccogliere fondi per difendermi».


Il comitato di redazione del Tg3 è sceso in difesa della direttora, accusando di sciacallaggio il collega del Tg1. Il quale però, come sindacalista, spiega di aver semplicemente raccolto le testimonianze spontanee di alcuni giornalisti del Tg3, anonime perché «terrorizzati» dalle possibili vendette della direzione. «Io le ho messe insieme, in un documento interno, e le ho sottoposte all’attenzione degli organi sindacali - spiega Campagna - credo che l’Usigrai dovrebbe fare delle verifiche e la Berlinguer dare delle risposte, mi sembra il minimo che si possa chiedere».

Su alcuni dei «fatti» (lo ripetiamo: assolutamente da dimostrare) raccontati nel Libro Bianca, non sarebbe difficile una verifica. Sulle presunte omissioni, per esempio, basterebbe un controllo d’archivio. Si parla del «silenzio» sulle indagini giudiziarie che hanno coinvolto i vertici di Monte dei Paschi di Siena, sull’arresto di un consigliere regionale siciliano del Pd e sulla condanna di un consigliere campano, ancora Pd, per violenze sulle famiglia. Più difficile dimostrare la veridicità di altri episodi, a meno di confessioni pubbliche dei diretti interessati.

Ad esempio quando si parla di promozioni e stop interni, tutti dovuti al grado di «affinità» con il direttore del Tg3. Certo si possono confermare le promozioni a caporedattore di due ex membri del precedente cdr, ma che si spieghino perché l’ex comitato avrebbe «accompagnato» la Berlinguer alla direzione, resta una valutazione abbastanza opinabile. Con una ricerca si potrebbe invece dimostrare se «in occasione della manifestazione delle donne di piazza del Popolo a Roma» la Berlinguer abbia fatto «un editoriale di appoggio alla manifestazione antiberlusconiana, dopo due collegamenti e altrettanti servizi di commento». Gli editoriali, ricordiamo, che sono uno dei cavalli della battaglia anti-Minzolini. Si evidenza la forte esposizione della Berlinguer, unico tra i direttori di testata Rai a condurre sia il tg che una rubrica di approfondimento (Linea notte).

La parte che riguarda «il clima instaurato al Tg3», le presunte «fughe» di colleghi verso altri tg Rai (il Tg2 soprattutto), gli spostamenti e le «rimozioni», e i cosiddetti «commissariamenti» di certi servizi importanti (come quello di Montecitorio), i malesseri (ripetiamo ancora: presunti e da dimostrare) dei corrisponenti all’estero, dei colleghi della TgR (testata regionale che diffonde sul Tre), sono altrettanti punti su cui potrebbe fare luce l’Usigrai, magari per dimostrare che è solo fango «maleodorante» come dice la direttora (che ha ragione fino a prova contraria).

Poi due episodi. Il primo, una regista spostata di punto in bianco dalla Berlinguer, con un documento «con tante firme di tutti i tecnici» per stigmatizzare quanto successo. Vero, falso? Qualcuno potrebbe dimostrarlo? Usigrai? E poi un altro aneddoto, che dovrebbe raccontare il piglio deciso con cui Bianca manda avanti il suo giornale. Un’intervista al segretario del Pd Pierlugi Bersani, che la Berlinguer cerca di finire con un sì o un no chiaro del leader, che invece tergiversa. Lei invita a dire «sì o no», e Bersani, a programma finito e ormai fuori onda, sbotta con la direttrice-conduttrice: «Risponda con un sì o con un no lo dici a tua sorella!», testimoni - pare - i tecnici di studio. Ma non basta raccogliere gli sfoghi anonimi di chi detesta la direttora, bisogna dimostrare le accuse. Non è mica Minzolini.






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Quel prete anticamorra che smaschera Saviano: "Non sa di cosa parla"

di Gian Marco Chiocci


In un libro l’accusa di padre Manganiello, per 16 anni nel quartiere di Gomorra: "Ha buttato fango su Scampia ma lì non s’è mai visto"



Per raccontare l’orrore e il dolore di Scampia, uno dei troppi luoghi devastati dal ce­mento, dal sangue,dall’indif­ferenza della sinistra politica napoletana, non serve sco­modare San Tommaso, l’apo­stolo di Cristo che per crede­re voleva toccare. Basta recar­si in libreria e chiedere delle memorie di padre Aniello Manganiello, parroco del quartiere simbolo dello spac­cio e dei morti ammazzati al­l’ombra delle Vele, set sconta­to del film Gomorra ispirato al libro di Roberto Saviano. Già, Saviano. «Uno che non ha abitato nemmeno per un giorno nel quartiere né vi ha sostato a lungo, lo avrei sapu­to, ci saremmo incontrati, me ne avrebbero parlato i miei parrocchiani o i cono­scenti e non c’è persona da quelle parti che io non cono­sca », spiega don Aniello nel­l’incipit del sedicesimo capi­tolo del libro Gesù è più forte della Camorra (edito da Riz­zoli, 17 euro) scritto insieme al giornalista Andrea Manzi.

Proprio su Roberto Savia­no, il tuttologo che senza aver mai messo piede a Scam­pia spara a zero sui residenti che sparano davvero, verte una parte significativa di que­sto crudo pamphlet girato nelle viscere del rione male­detto dove oltre a Roberto an­che la polizia, e Cristo, non entrano. Qui il sacerdote sco­modo ha trascorso sedici an­ni (un anno fa tra le proteste generali è stato trasferito a Ro­ma) senza mai chinare il ca­po, tra attentati, minacce, ri­torsioni, furti e oltraggi in sa­crestia, fedeli assassinati sul sagrato, conversioni di crimi­nali, drogati e moribondi di Aids coccolati come fossero figli suoi. Ha portato la Croce per radicare un po’ di speran­za in peccatori irriducibili. Leggere tutte d’un fiato queste 242 pagine serve a ca­pire la differenza tra chi ri­schia davvero e chi per Mon­dadori. L’aver osato criticare in tv l’epopea di Gomorra («Saviano ha gettato fango su Scampia e su Napoli, dando­ne al mondo un’immagine negativa. Un’operazione da cassetta che non ha avuto ri­spetto per nessuno degli 80mila abitanti») gli è costata un’imputazione di lesa mae­stà da Massimo Giletti, Klaus Davi e quant’altri presenti in trasmissione. Poco esperto dei tempi televisivi, il Nostro voleva solo far capire che la lotta alla mafia non dev’esse­re ideologica ma concreta. Ci torna nel libro: «Bisogna spor­carsi le mani, entrare nel de­grado, portare via chi è rima­sto prigioniero. Se ci sono le fiamme in un cinema zeppo di persone, cerchi di mettere in salvo gli spettatori oppure organizzi un convegno sulla sicurezza nelle sale?». La ri­sposta non è scontata, posto che d’anticamorra abbonda­no i meeting, i libri, gli artico­li, le fiction.

«È una funzione importante la cultura, che non voglio minimizzare. Ov­viamente questi messaggi possono però scadere nel­­l’enfasi, nell’autoreferenziali­tà, nell’iperpresenzialismo di chi li pronuncia (…). Tali attività, sostenute da una fun­zione per così dire oracolare, non salvano alcuna vita». Il parroco mette in guardia anche dalle manifestazioni contro i clan «che non rag­giungono né il cuore né la mente dei malavitosi che spesso non hanno proprio gli strumenti per capire». Lui, i boss, li ha affrontati di petto. Ci ha parlato. Li ha ascoltati. Una missione apostolica ava­ra di successi, comunque uti­le perché «solo quando si pro­s­petta loro una nuova dimen­sione esistenziale è possibile rinsavirli». Quando assassini e spacciatori gli hanno chie­sto un futuro diverso per i lo­ro figli, «io non ho mai man­dato quei ragazzi ai cortei an­ticamorra, con una bandiera in mano, un paio di slogan e tanta voglia di urlare. Perché io devo trovare soluzioni, i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze si sentano obbligate ad aborti­re, per comprare i pannolini e pagare le bollette», magari attingendo al sacchetto delle offerte.

«Se mi occupo della pancia vuota della mia gente – insi­ste don Aniello - vorrei poter dire un giorno a Saviano: co­me faccio a parlare di ideali, di moralità e non violenza? Potrei anche farlo ma non mi crederebbero. Questa è la mia anticamorra, quella del­le opere, del contagio del­l’esempio, dell’intervento concreto.Un’anticamorra di­screta che ha più effetto di una grande campagna me­diatica perché nel suo Dna c’è il potere, seduttivo, della verità». Occorre dunque lavo­rare «lontano dalla ribalte, dai pulpiti e dalle inconclu­denti ritualità accademiche che sommano il niente al nul­la aumentando la redditività della moda culturale e il pre­stigio dei suoi simbolici prota­gonisti ». A dirla tutta il prete di Scam­pia ci ha provato a incontrare il guru di Repubblica . Erano entrambi a un convegno in Abruzzo, nel quale Saviano, come sempre,incarnava lafi­gura dell’ospite d’onore. Pre­se il premio e scappo’ via. «Or­mai la sua presenza è diventa­ta talmente simbolica da non appartenere più al piano del­la realtà. Le sue sono appari­zioni fugacissime. Ho chie­sto a un organizzatore di po­terlo incontrare, mi ha rispo­sto con un sorriso beffardo: “Ma lo sai di chi stiamo par­lando?” ». Nel tentativo di far parlare i fatti invece delle parole, il Sal­vatore in clergyman le ha ten­tate tutte per convincere le amministrazioni rosse «ad avere la stessa attenzione e la stessa cura riservata a piazza Plebiscito o al centro storico anche per le aree periferi­che ».

Così, un bel giorno, lui e altri quattro preti di frontie­ra decisero di ribellarsi «alle modalità di gestione del Co­mune da parte del sindaco Antonio Bassolino, concen­trato unicamente sulla città­vetrina e sul suo tanto cele­brato rinascimento napoleta­no ». Attaccarono frontalmen­te quella politica «che gli con­sentiva di far veicolare al mondo, grazie a un’informa­zione piegata ai suoi voleri, l’immagine artificiale di una città in salute e senza proble­mi. Un vero e proprio con­trabbando ideologico ». Stila­rono un documento durissi­mo. Poco abituato alle criti­che, Bassolino corse a incon­trare i religiosi, fece promes­se a cui non dette seguito, for­se perché disturbato dall’af­fronto di un altro ecclesiasti­co, don Franco Esposito, che gli chiese di chiedere scusa ai napoletani per il degrado e l’assenza del Comune. «Non mi sento responsabile di niente e quindi non devo chiedere scusa a nessuno», ri­battè Bassolino. Che quando lesse sui giornali delle criti­che dei religiosi alzò il telefo­no e «mi apostrofò dicendo­mi che ero un emerito ma­scalzone. Non feci in tempo a ribattere perché dopo le con­tumelie, attaccò». Per certi versi, anni dopo, gli andò peggio con Rosa Rus­so Iervolino. «Non s’è mai de­gnata di incontrarci, nono­stante le nostre ripetute ri­chieste e le denunce anche pubbliche sui ritardi comu­nali ».

Poi successe che il reli­gioso fu invitato da An a dire la sua sulle collusioni tra poli­tica e criminalità. L’antica­morra di professione lo eti­chettò come «il prete di de­stra » e la Iervolino annunciò querela aggiungendo «che i soldi del risarcimento del danno che avrebbe certa­mente ottenuto da me li avrebbe girati a un altro dei parroci di Scampia. Un mo­do sottile per metterci con­tro, per impedire che si conso­lidasse il fronte anticamor­ra », chiosa il prete. La sinda­chessa venne però attaccata trasversalmente. Per uscire dall’ impasse fu costretta a un gesto di pace: «Inviò una di­chiarazione ai giornali assicu­rando che mi avrebbe invita­to a palazzo San Giacomo per un incontro chiarificatore». Sono passati più di quattro anni. Don Aniello aspetta an­cora.



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