sabato 7 maggio 2011

Diffusi 5 video computer Bin Laden. Guarda la ricostruzione animata blitz

Il Mattino


WHASHINGTON - Continuano le polemiche e le indiscrezioni sul blitz dei Navy Seals che ha portato all'uccisione di Osama bin Laden. Restano molti dubbi.Rilanciati in particolare da un figlio dello sceicco del terrore, che sostiene che il padre non era più in Pakistan da tempo.
Ma nel frattempo iniziano a girare su YouTube e in rete nuovi video e filmati. In particolare alcuni riguardano il computer di bin Laden: diffusi dal Pentagono cinque video. Mentre una ricostruzione animata in 3D della Cbs sta facendo il giro del mondo.





In uno dei video sequestrati nel raid di Abbottabad, Osama bin laden appare nell'atto di guardare in un suo stesso filmato in tv, come se fosse in preparazione di un nuovo messaggio. Nel filmato si vede un 'vecchio' Bin Laden, seduto a terra, la barba bianca, una coperta sulle spalle e un berretto di lana in testa, mentre con il telecomando in mano fa scorrere le immagini di un 'giovane' Bin Laden, la barba ancora nera, mentre scende da un sentiero di montagna.

I video resi pubblici oggi dal Pentagono sono la prova definitiva che nel raid di Abbotabad i Navy Seals americani hanno davvero messo le mani sul rifugio segretto di Osama bib Laden. Le principali tv Usa, che citano fonti dell' amministrazione, sottolineano come i video mettono a tacere «una volta per tuttè le polemiche sulla mancata pubblicazione delle foto del cadavere di Bin Laden.


Sabato 07 Maggio 2011 - 19:27    Ultimo aggiornamento: 19:49



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Allo schermo studiando i messaggi «Osama come non era mai stato visto»

Corriere della sera

 

Il Pentagono diffonde 5 video di Bin Laden sequestrati nel rifugio di Abbottabad. «Era ancora il leader operativo»

 

ISLAMABAD - Osama come non era mai stato visto. Invecchiato, nel suo rifugio pachistano, il leader di al Qaeda appare invecchiato mentre controlla su un tele visore i video messaggi registrati. E dove il suo aspetto è diverso, perché sembra aver fatto ricorso a tinture e trucchi. Secondo il Pentagono, il materiale sequestrato nel bunker di Osama Bin Laden in Pakistan è il «più vasto» ed importante di cui gli Usa siano mai entrati in possesso e dimostrano che il fondatore di Al Qaeda era ancora attivo e leader dell'organizzazione. L'intelligence Usa ritiene che Osama Bin Laden fosse in pieno controllo «strategico e operativo» di Al Qaeda. Proprio i messaggi che stava preparando lo dimostrerebbero. Solo cinque video sono stati mostrati ai giornalisti.

 

COSA MOSTRANO I VIDEO In uno dei video l'immagine di Obama appare per un istante accanto a quella di un giovane Osama Bin Laden, mentre il leader di Al Qaeda, seduto a terra, sta evidentemente lavorando con il telecomando per cercare il montaggio ideale. Il video di Osama che guarda se stesso è stato chiaramente girato da un'altra persona, alla quale il leader di Al Qaada si rivolge dando consigli di ripresa. Un altro dei video sequestrati nel raid di Abbottabad è una registrazione di propaganda di Osama Bin Laden intitolata «Messaggio al popolo americano». Si tratta di una clip senza audio e, secondo quanto ha detto ai reporter un membro dell'intelligence, si pensa sia stata registrata lo scorso autunno. In questo video l'ex numero uno di al-Qaeda sembra essersi tinto la barba e averla accorciata.

 

LA MOGLIE DI BIN LADEN: IN PAKISTAN DAL 2003 - - Osama Bin Laden viveva già dal 2003 in un villaggio vicino alla città di Haripur, a qualche decina di chilometri da Islamabad. È quanto ha detto una delle mogli del leader di Al Qaeda durante gli interrogatori dopo il suo arresto nel compound di Abbottabad, secondo quanto riferiscono ufficiali vicini all'inchiesta al quotidiano pakistano Dawn. Secondo due ufficiali intervistati dal giornale, Amal Ahmed al Sadah, la giovane moglie yemenita di Osama Bin Laden, detenuta dalle forze pakistane dal giorno del blitz in cui è morto il marito, ha riferito che prima di trasferirsi nel compound di Abbottabad, verso la fine del 2005, il capo di Al Qaeda ha vissuto con la sua famiglia per due anni e mezzo a Chak Shah Mohammed Khan, un villaggio a due chilometri a sud est della città di Haripur, situata lungo la strada tra Islamabad e la stessa Abbottabad. Questo significa, ha sottolineato uno degli ufficiali, che Osama ha lasciato l'area tribale del paese nel 2003 per andare a vivere in un centro abitato. Per anni, sottolinea il quotidiano, sin dalla scomparsa di Osama dalle montagne di Tora Bora in Afghanistan nel 2001, le forze americane e pakistane lo avevano cercato nella regione tribale al confine tra Pakistan ed Afghanistan.

 

 

LA CIA - Intanto si apprende che sarebbe stata una telefonata, apparentemente innocua, a permettere l'anno scorso alla Cia di individuare il compound di Abbottabad dove si nascondeva Osama bin Laden. La telefonata è giunta da un vecchio amico ad Abu Ahmed al Kuwaiti, il «corriere» dello sceicco del terrore che l'intelligence americana stava tenendo sotto sorveglianza. L'amico ha chiesto ad al Kuwaiti dove era stato e cosa stava facendo. «Sono di nuovo con le persone con cui ero prima», è stta la laconica risposta, a cui è seguita una pausa significativa. «Possa Dio facilitarvi», ha commentato l'amico. Per gli uomini dell'intelligence americana il messaggio era chiaro: il corriere era tornato da bin Laden. E la telefonata li ha portati al compound di Abbottabad. «Questo è il momento in cui inizia il film della caccia a bin Laden», ha spiegato un funzionario americano informato dei fatti. La telefonata ad al Kuwaiti ha permesso all'intelligence americana di ottenere il numero di cellulare di al Kuwaiti. A partire da questo elemento, impiegando risorse umane e tecniche si è arrivati al compound. Gli americani sono stati fra l'altro colpiti dal fatto che quando al Kuwaiti o altre persone lasciavano il compound, guidavano il loro mezzo per almeno 90 minuti prima di inserire la batteria nel telefono cellulare.

 

Redazione online
07 maggio 2011

Grillo fa paura al Sel e Vendola lo bacchetta: "E' un fondamentalista, maschilista e sessista"

di Redazione


In campagna elettorale Grillo non fa più ridere la sinistra, la terrorizza: "il suo linguaggio è maschilista e tributario di un codice machista e sessista". E poi: "Ha degli atteggiamenti simili a quelli del fondamentalismo e dell'integralismo"



Grillo fa paura alla sinistra. Il comico preferito dall'opposizione ora diventa un pericoloso maschilista. Nichi Vendola riconosce il merito e la validità di molte tematiche discusse dal Movimento 5 Stelle e affrontate da Beppe Grillo però il suo linguaggio è "maschilista e sessista". Questi temi avrebbero bisogno di un approfondimento e non di "atteggiamenti molto simili a quelli del fondamentalismo e dell’integralismo".

"Anche perchè lui - ha spiegato ancora il leader di Sel riferendosi a Grillo atteso nel pomeriggio in piazza a Bologna - nel suo linguaggio a me pare un pò eccessivamente maschilista, un pò tributario di un codice sessista e machista. I temi giusti che lui solleva hanno bisogno di un approfondimento piuttosto che di formule magiche e di atteggiamenti molto simili a quelli del fondamentalismo e dell’integralismo. Francamente capisco l’ansia di cambiamento ma non penso - ha concluso - che il cambiamento possa essere guadagnato attraverso il potere magico, le bestemmie o una rappresentazione semplificata della realtà". Insomma, in campagna elettorale, Grillo non fa più ridere la sinistra, anzi...






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La morte di Bin Laden, l'inserviente della serie tv "Scrubs" aveva ragione

Scilipoti furioso a "Mi manda Rai3" «Lei è un mascalzone»

Il Mattino






Delirio show di Scilipoti a "Mi manda RaiTre" (06/05/'11)



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Orazione in difesa dei Responsabili

Corriere della sera

 

L'infornata dei sottosegretari sui quotidiani italiani e le citazioni da Scilipoti a Padre Pio

di Pierluigi Battista

 

E' ancora possibile una convivenza tra la difesa della natura e la presenza dell'industria?

Quotidiano.net


Il prato dell'azienda Whirpool lo tagliano 1200 pecore. Come? Brucando. Una scelta “nature” quella del gruppo mondiale di elettrodomestici, nata dall’intesa con la Coldiretti varesina: un vantaggio per entrambi.


Varese, 6 maggio 2011


Più di mille pecore sabato varcheranno i cancelli dello stabilimento Whirpool di Cassinetta di Biandronno. Nessun progetto di tecnologia domestica, ma un compito più naturale: brucare l'erba dello stabilimento che deve essere periodicamente tagliata. Alle 8, a varcare i cancelli, sarà un gregge di 1.200 pecore. Ad attenderle cinque ettari di prato: pascolando, il gregge farà il proprio dovere.

La scelta “nature” fatta da Whirlpool, gruppo mondiale di elettrodomestici, nasce dall’intesa con la Coldiretti varesina. E' un’iniziativa - si legge in una nota - che si traduce in un vantaggio per l’allevatore, con la disponibilità di un pascolo a fronte di una progressiva riduzione degli spazi verdi, e per l’ambiente, essendo le pecore falciatori a impatto zero.





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Borghezio choc: "Via quello schifo di Napoli dall'Italia. Tassa sui figli degli islamici"

Quotidiano.net


Lo ha detto l’europarlamentare della Lega Nord a Klaus Condicio."I napoletani e Napoli non fanno parte dell’Europa civile". Poi: "Il tasso di riproduzione degli immigrati di religione musulmana e’ il doppio di quello dei cristiani, è un pericolo"

Roma, 7 maggio 2011 - “Buttiamo Napoli: dobbiamo stare lontani da quello schifo di citta’. Mi domando se le condizioni in cui versa Napoli non siano un motivo sufficiente per essere indipendentisti e separatisti da questa parte del Paese. I napoletani e Napoli non fanno parte dell’Europa civile. Bisogna scappare da questo schifo... Noi vogliano essere liberi da questa Napoli che puzza di rifiuti e camorra. Bisognerebbe fare una pulizia radicale.”.

Lo ha detto l’europarlamentare della Lega Nord Mario Borghezio, intervenuto a KlausCondicio. E alla domanda di Klaus Davi “se Napoli non fosse gestita da napoletani?”, “Andrebbe sicuramente meglio” ha replicato Borghezio. Che ha aggiunto: “Vorrei sapere in quale altra citta’ del mondo civile la raccolta dei rifiuti sia militarizzata; di fronte ad una situazione di evidente incivilta’, il governo e’ di nuovo costretto a mandare l’esercito per liberare Napoli dall’immondizia, visto che evidentemente i cittadini non lo fanno, non si assoggettano alla raccolta differenziata, non riescono a far funzionare gli inceneritori, con conseguenti rischi di contagio e di epidemie”.





Quanto alle elezioni amministrative, Borghezio afferma: “Non do suggerimenti al Pdl campano, ma alla Lega raccomando di stare sempre lontana e temere come il peggiore dei virus l’eventuale vicinanza con ambienti politici di destra, di sinistra e di centro, che non siano assolutamente affidabili dal punto di vista dell’onesta’, del rigore e della pulizia”.

“La connivenza generale e’ sotto gli occhi di tutti e non si puo’ negare. E’ difficile poter svolgere un’azione politica pulita nelle regioni in cui la connivenza tra pezzi della societa’ civile e ambiente mafioso, camorristico in questo caso, e’ fortissimo. A Napoli un sindaco del Nord? Avrebbe comunque a che fare con collaboratori, funzionari e con una parte rilevante delle imprese che e’ e resta collusa con un ambiente non raccomandabile”.

TASSE A ISLAMICI CHE FANNO0 TROPPI FIGLI - “Operare un controllo sulle nascite non e’ possibile, ma tassare gli islamici che fanno troppi figli sarebbe certamente una misura equitativa a fronte del rilevante costo delle mega-famiglie musulmane, di cui il nostro welfare si deve fare carico”. Lo dichiara a KlausCondicio, l’europarlamentare leghista Mario Borghezio. “Il tasso di riproduzione degli immigrati di religione musulmana e’ il doppio di quello dei cristiani e questo e’ un pericolo reale.

La grande avanzata islamica in Europa, apparentemente inarrestabile, potrebbe costituire il futuro esercito di Bin Laden nei nostri ghetti urbani. Noi dovremmo fare di tutto per difenderci da questo pericolo in agguato”. Borghezio aggiunge: “Il problema va risolto alla radice, bisogna porre un altola’ fortissimo all’invasione di extracomunitari, in particolare all’invasione islamica, che rappresenta un pericolo mortale per la nostra identita’. Evitare che continuino a venire da noi a fare figli e gravare sul nostro bilancio sociale. E’ necessario, invece, promuovere una politica delle famiglie per la nostra gente”.







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Sciopero, Flop, la Cgl perde la testa. L'ultima follia: decapitare Berlusconi

Libero






Addio adesioni bulgare, addio scioperi di massa. La prova di forza invocata venerdì dalla Cgil si è rivelata un boomerang per il sindacato rosso. Lo scopero generale che doveva bloccare l'Italia ha registrato la partecipazione solo del 58% degli iscritti, la più bassa di sempre. Un flop clamoroso soprattutto nella pubblica amministrazione, dove al primo turno l'adesione si è fermata al 13%. Le aziende del gruppo Marcegaglia hanno comunicato un 45%, contro il 70% annunciato dalla segretaria Cgil Susanna Camusso.

Per Federmeccanica, l'astensione dal lavoro è stata del 16%, contro il 18% della sola Fiom nello sciopero di gennaio. In piazza e in strada, a provocare i prevedibili disagi a viabilità e circolazione, sono stati soprattutto gli studenti. Il guaio, per la Cgil, è che proseguendo su questa strada la linea dell'unità sindacale diventa sempre più impraticabile. I riformisti Cisl e Uil, infatti, badano più al sodo e meno alla politica, portando a casa per esempio un accordo con il ministero dell'Istruzione per l'assunzione di 67mila precari.

E la Cgil? Lascia spazio alle espressioni di dissenso più folkloristiche e radicali. Come a Venezia, dove tre forestali hanno messo in scena in piazza Roma la decapitazione di Silvio Berlusconi (nella foto). Uno indossa la maschera del premier, un secondo lo tiene fermo e un terzo impugna una motosega e la avvicina al collo del Cavaliere. Evento isolato? Non proprio. A Milano alcuni ragazzi hanno abbattuto un gazebo elettorale della Lega, a Genova un gruppo di anarchici si è scontrato con la polizia vicino alla stazione di Genova Principe, a Torino sono volati gavettoni di vernice sugli agenti, a Roma sono stati bloccati i binari della stazione Termini. La violenza è stato l'unico successo del venerdì della collera cgiellina.

07/05/2011





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Scrittore francese attacca i Puffi "Stalinisti, nazisti e pure razzisti"

Quotidiano.net


Fa discutere il libro del romanziere francese Antoine Bueno, che analizza senza sconti la società dei piccoli omini blu tanto amati dai bambini







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La sfida della regina degli zingari «Moneta 'Rom' contro euro e banche»

Golf, morto il campione Ballesteros

Bin Laden viveva in Pakistan dal 2003» Sceicco del terrore "tradito" da telefonata

Il Mattino






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Fini per non sparire arruola i neri (d’Africa)

di Francesco Cramer


Il Fli, in crisi di consensi, pesca tra gli immigrati: a Pontedera la leader degli operai africani prende la tessera e altri si uniscono Come lei anche romeni e albanesi. E da "alternativa" di destra il partito diventa una brutta copia della sinistra terzomondista




Roma - La nuova destra di Fini assomiglia da matti alla sinistra. Non quella chicchettosa e salottiera del Pd ma quella un po’ no global e terzomondista del Sel. Non è né una critica né una panzana degli osservatori che vogliono male a Gianfranco. È la pura e sacrosanta verità se è vero, come è vero, che in Toscana il Fli ha imbarcato chi ieri, naturaliter, faceva il tifo per la falce e il martello. Precaria, operaia, extracomunitaria, in attesa del permesso di soggiorno, la camerunense Patience Le Ambor s’è infatti messa in tasca la tessera di Futuro e libertà. E non quella di Sinistra e libertà di Vendola.

È successo a Pontedera, provincia di Pisa, Comune celebre in tutto il mondo perché proprio qui hanno visto la luce milioni di Vespe. E l’operaia che ha deciso di abbracciare Fini e il finismo è proprio una tuta blu della Piaggio, storica azienda che qui nacque nel 1884. Lei, nera di pelle, tuta blu in terra rossissima, ha scelto il verde pisello dei Futuristi: scombussolamento cromatico e plateale testimonianza della fine delle ideologie. Lo ha fatto dopo nove anni di lavori precari e di richieste respinte per ottenere la carta di soggiorno nel nostro Paese. «La politica del Fli mi piace - dice la Cipputi finiana -. Mi ha convinto Fini quando l’ho sentito parlare in Tv soprattutto per il suo impegno a far ottenere la cittadinanza italiana in cinque anni agli immigrati che lavorano qui. Giusta anche la sua proposta di riconoscere come italiani i nostri figli che nascono nel vostro Paese».

Giovane, giovanissima, non ricorda la Bossi-Fini ma soltanto il Fini ultima moda. Ne ripete gli slogan al quotidiano il Tirreno: «Spero che la legge italiana possa finalmente cambiare. Basta con la politica di chiusura della Lega, anche noi immigrati che lavoriamo e paghiamo le tasse qui abbiamo diritto alla cittadinanza». Poi aggiunge: «Purtroppo anch’io ho dovuto fare i conti con il razzismo di certi italiani, non tutti ovviamente. Ma credo che serva un cambio di politica nell’immigrazione e i nostri figli sono italiani come gli altri bambini. Frequentano le stesse scuole e gli stessi centri sportivi». La pensa come lei il marito, pure lui tesserato al partito di Bocchino.

Nella terra della Piaggio c’è una piccola comunità di africani e molti hanno deciso di abbracciare il presidente della Camera. Come Florence Kemajou, casalinga 45enne. O Chick Valentine che dice: «Ho due bambini nati in Italia che non sono cittadini italiani e neppure camerunensi. Per andare in Svizzera a trovare i parenti con mia moglie dobbiamo fare a turno per restare con loro in città perché alla frontiera non li farebbero passare».

Insomma, a furia di sventolare le bandiere della sinistra Fini comincia a raccogliere il vento straniero. In provincia di Pisa dei 416 iscritti a Fli, 26 sono immigrati. Hanno la tessera: sette camerunensi, due filippini, due svizzeri, due albanesi, due greci, due senegalesi, due georgiani, due polacchi, un algerino, un romeno, un estone, un marocchino e un russo. Ma anche nelle altre regioni il finismo fa da calamita agli immigrati. In Veneto, dove gli stranieri sono quasi mezzo milione, il Fli piace perché rappresenta il baluardo anti Carroccio. Durante i comizi per le amministrative non mancano maghrebini, romeni e filippini. «Stranieri venite a noi» sembra il motto dei futuristi in crisi di consensi. Quindi ben venga l’arruolamento dei tanti immigrati che sognano di diventare italiani viaggiando su una nuova corsia preferenziale. Insomma, aprire, anzi, spalancare le porte agli stranieri.

Per rendere chiaro il concetto anche cromaticamente, i finiani fecero sfilare al congresso fondativo di Milano l’altissima, bellissima e nerissima Aminata Fofana. Già soprannominata «pantera nera dei Verdi» per via di quella candidatura mancata alla Camera con Pecoraro Scanio, la Fofana, natali nella Guinea, venne definita il «volto dell’integrazione di Futuro e libertà».




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Se basta la Porsche di Carlo De Benedetti a dividere le sinistre

di Redazione


In Francia il putiferio per le foto alla costosa auto di Dominique Strauss-Kahn. Ma in Italia nessuno scandalo per quella dell'Ingegnere



Per citare Maurizio Crozza nella sua imitazione di Arrigo Sacchi, «la Por­sche? Dipende come la guidi, se con “arroghenza” o con “straordineee­ria umiltè” ». Sarà dunque questa dif­ferenza di atteggiamento a far sì che la sinistra francese e quella italiana si approccino in maniera completa­mente opposta davanti ai loro miliar­dari- simbolo alle prese con le gioie del lusso?

La domanda sorge sponta­nea se si guarda al putiferio montato Oltralpe in seguito alle fotografie scattate a Dominique Strauss-Kahn a bordo di una Porsche Panamera (prezzo intorno ai 100mila euro). Il più accreditato tra i candidati sociali­sti all’Eliseo, già direttore generale del Fondo Monetario Internaziona­le, è stato attaccato per lo stile di vita lievemente in contrasto con l’orto­dossia del socialismo reale e scienti­fico di marca marxista. «Polemiche elettorali montate ad arte», replica lui, economista di fama mondiale e discendente di una ricca famiglia di ebrei askenaziti. Sarà, ma almeno un’ombra di polemica in Francia è sorta.

In Italia, invece, quando «Chi» mostrò le foto di Carlo De Be­nedetti a Sankt Moritz intento a fare il pieno alla sua Porsche Panamera nera, nessuno mosse un sopracci­glio. L’Ingegnere,editore illuminato dell’«Espresso» e di «Repubblica», nonchè tessera numero uno del Par­tito Democratico, evidentemente guida il suo bolide con «straordinee­eria umiltè». D’altronde, dopo aver visto per anni D’Alema sulla sua bar­ca Ikarus, all’elettore di sinistra una Porsche non fa né caldo né freddo.






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E adesso il Quirinale fa opposizione da solo

di Alessandro Sallusti


Il presidente della Repubblica pretende che le nomine dei sottosegretari passino dal Parlamento. Altro che arbitro: il Quirinale non sopporta che Berlusconi vada avanti



Ci eravamo sbagliati. Non è vero che la sini­stra è morta. Oddio, quella guidata da Bersani in effetti ormai è un fenomeno da baraccone che trova spazio e voce sol­tanto a Ballarò e ad Annoze­ro. Ma ce n’è un’altra che non demorde. Non è il Pd e neppure Di Pietro. Ha sede operativa al Quirinale, dove il comunista Giorgio Napo­litano sta portando da solo sulle sue spalle tutto il peso dell’opposizione. Il presi­dente non si dà pace che Berlusconi continui a gover­nare nonostante tutto quel­lo che gli è stato gettato addosso. E così ogni giorno se ne inventa una per minare, intralciare,boicottare l’azio­ne della maggioranza. L’ul­tima è di ieri. Napolitano pretende, fatto inusuale, che le Camere votino le no­mine dei nuovi sottosegre­tari scelti giovedì dal pre­mier per fare spazio nel go­verno al nuovo gruppo dei Responsabili (quei parla­mentari che, passando con la maggioranza, hanno sventato il blitz di Fini e Boc­chino).

Di fatto Napolitano pre­tende che l’esecutivo si sot­toponga a un nuovo voto di fiducia, sperando forse che il malumore dei deputati pi­dielli­ni per le nomine dei Re­sponsabili giochi un brutto scherzo al Cavaliere. Ormai ci provano in tutti i modi: le scissioni, i processi, le spia­te nella vita privata, la politi­ca internazionale (a propo­sito di Libia: sarà una coinci­denza, ma è stato proprio Napolitano a dare il via ai bombardamenti, ben sa­pendo che la Lega si sareb­be infuriata). Certo, dei de­putati hanno cambiato schieramento. E allora? Da quando è successo Camera e Senato hanno già dato, tra diretti e indiretti, ben dieci voti di fiducia al governo. Non bastano? Stia tranquil­lo il Quirinale, arriverà an­che l’undicesimo.

Ma quello che sorprende è che l’arbitro Napolitano fi­schia presunti falli contro la Costituzione solo quando crede e solo a senso unico. Prendiamo il caso Fini, elet­to presidente della Camera da una maggioranza che ha rinnegato, che combatte e osteggia dentro e fuori l’au­la. Vigliacco che il Quirinale abbia posto il problema a Fi­ni e alla Camera. No, quel salto della quaglia che mo­di­fica assetti politici e istitu­zionali, per lui è moralmen­te e formalmente corretto. E che dire degli abusi com­messi dai pm di Milano con­tro Berlusconi nell’inchiesta Ruby. Possibile che lui, capo supremo della magistratura, non abbia avuto nulla da dire sulle intercetta­zioni abusive e illegali fatte sul telefonino del primo mi­nistro?

L’inquilino del Quirinale ormai è uomo di parte, que­sto è evidente. Del resto lo è sempre stato. Comunista convinto (votò a favore del­l’invasione dell'Ungheria dei carri armati russi che fe­cero strage degli opposito­ri), fu eletto presidente del­la Repubblica con un blitz, e con i soli voti della sinistra. Diciamo che è uno che ha il senso della gratitudine, e ora sta ricambiando l’inspe­rato regalo. Nei giorni scors­i ha spronato la sinistra a fa­re meglio e di più. Come di­re: compagni, datevi una mossa e non lasciatemi da solo perché a una certa età fare l’opposizione a tempo pieno stanca.






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Processo Ruby, Berlusconi spiato illegalmente: la Boccassini sapeva ma ha usato le telefonate

di Luca Fazzo


La Boccassini sapeva che stava spiando illegalmente Berlusconi ma ha ugualmente trascritto alcune telefonate con Ruby e la Minetti senza autorizzazioni. Lunedì il Cavaliere sarà in aula al processo Mills. E la procura insiste: "Processate Fede, la Minetti e Lele Mora"



Milano - Da ieri l’inchiesta sul Rubygate è ufficialmente chiusa. Ma tutt’altro che chiuse - e lo sa bene la Procura di Milano - sono le polemiche sui metodi impiegati dai pm milanesi per dare la caccia a Silvio Berlusconi e ai suoi presunti complici nella organizzazione delle allegri notti di Arcore. Il sospetto di avere utilizzato strumenti irrispettosi delle prerogative parlamentari di Berlusconi incombe su Edmondo Bruti Liberati e il suo staff fin dall’inizio, quando dell’entourage politico (più ancora che nello staff legale) del premier vennero lanciate le prime accuse: «Hanno indagato su un deputato senza chiedere l’autorizzazione alla Camera». E i sospetti vengono rilanciati ieri da un documento pubblicato sul Corriere della Sera. La Procura milanese, si evince dal documento, era consapevole che le telefonate di Berlusconi e degli altri parlamentari non potevano in alcun modo essere trascritte: eppure lo vennero ugualmente, e agli atti finirono quattro o cinque chiacchierate tra il capo del governo e alcune delle ragazze che frequentavano la sua abitazione.

«Su questo non dico assolutamente nulla»: così ieri Bruti, nel briefing con la stampa seguito all’annuncio della richiesta di rinvio a giudizio per Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, liquida gli interrogativi sollevati dal documento pubblicato dal Corriere. «Ricostruiremo la vicenda nei tempi e nelle sedi opportune», dice. Alcune giustificazioni la Procura però dovrà darle in tempi stretti alla Procura generale della Cassazione, che sulla vicenda delle telefonate di Berlusconi - intercettate, trascritte e pubblicate sui giornali - ha aperto un fascicolo d’inchiesta che potrebbe concludersi con l’impeachment disciplinare dei pm milanesi. La linea difensiva di Bruti è stata finora: abbiano trascritto quelle conversazioni di Berlusconi solo per motivare la richiesta di proroga delle intercettazioni dei telefoni delle ragazze, in un momento in cui il premier non era ancora stato iscritto nel registro degli indagati.

Solo nelle prossime settimane si capirà se questa linea è destinata a reggere. La sensazione è che la Procura punti a chiudere questo fronte, oggettivamente scivoloso, facendo sostanzialmente sparire dal processo tutte le telefonate in cui si sente la voce di Berlusconi. La richiesta di rinvio a giudizio spiccata ieri indica minuziosamente le fonti di prova che la Procura intende portare in aula: e tra di esse non c’è una sola delle numerose telefonate ed sms del premier finite nei brogliacci della polizia. Ben 53 «contatti» tra Berlusconi e la sola Kharima el Mahroug, per esempio, sono stati annotati e registrati nel corso delle indagini, ma (almeno ufficialmente) cosa si siano detti il premier e la ragazza non si saprà mai, perché - come spiega ieri Bruti - «procederemo nei tempi più rapidi possibili alla distruzione delle telefonate irrilevanti». Tra cui, si è deciso in Procura, tutte quelle di Berlusconi. Una udienza apposita, alla presenza dei difensori, si terrà quanto prima. Uniche telefonate di membri del Parlamento destinate a finire nel fascicolo del processo restano quelle di Licia Ronzulli e Maria Rosaria Rossi.

Ma - e anche questo la Procura lo sa bene - le intercettazioni sono solo un aspetto della invasione della privacy del premier che secondo i suoi legali sarebbe stata compiuta durante tutta l’inchiesta. In sostanza, i pm milanesi sono accusati di avere condotto per almeno cinque mesi, tra il luglio e il dicembre dello scorso anno, una indagine che aveva come obiettivo preciso Silvio Berlusconi senza iscriverlo nel registro degli indagati. Già dal mese di luglio gli accertamenti sull’intervento di Berlusconi sui vertici della questura di Milano, nella notte del 27 maggio, avevano convinto i pm che l’utilizzatore finale del giro di squillo di cui faceva parte Ruby (secondo una inchiesta della polizia milanese) non era altri che il capo del governo.

Eppure solo a fine dicembre, senza che intervenissero fatti nuovi, Bruti Liberati ordinò alla cancelleria di inserire in gran segreto Berlusconi nel registro degli indagati. Ma la marcia di avvicinamento era, dicono i legali, in corso da tempo.
Dopodomani il Cavaliere sarà in tribunale per affrontare una udienza del processo per la corruzione dell’avvocato Mills: processo verosimilmente destinato ad estinguersi appena entrerà in vigore la nuova legge sull aprescrizione breve. L’appuntamento chiave tra il Cavaliere e i suoi accusatori, è per il 31 maggio, quando comincerà davvero il processo per i suoi rapporti con Ruby. È lì che la difesa del premier potrà per la prima volta accusare formalmente la Procura di avere violato le regole, e la Procura potrà ufficialmente difendere il proprio operato. E, per la prima volta, un tribunale stabilirà chi ha ragione e chi ha torto.




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Mi fecero versare dei contributi a Italianieuropei"

di Redazione


L'imprenditore Pio Piccini racconta del controllo delle intercettazioni delle procure affidate a Finmeccanica e alla sua società per il tramite di Morichini, storico braccio destro di D’Alema



Gian Marco Chiocci - Patricia Tagliaferri

Dottor Piccini com’è questa storia del controllo delle intercettazioni delle procure affidate a Finmeccanica e alla sua società per il tramite di Morichini, storico braccio destro di D’Alema? Lei è stato a lungo interrogato, si parla di false fatturazioni alla fondazione Italianieuropei...
«Nello specifico l’interrogatorio ha riguardato la bancarotta fraudolenta di Agile. Nel merito si tratta della vendita di Omega al gruppo Liori-Mascia, con tutti i risvolti penali che ne sono scaturiti».
E cosa c’entra la bancarotta della sua società con il business delle intercettazioni delle procure?
Col sequestro dei documenti gli inquirenti sono risaliti al mio interesse per un’operazione che stavo facendo con Finmeccanica. Un’attività che durava da almeno due anni e aveva portato ad un accordo quadro. Riguardava l’appalto del ministero della Giustizia che poi, per quanto ne so, non è andato in porto. Si trattava di un appalto finalizzato alla gestione unica delle intercettazioni di 29 procure. Doveva partire poi a un certo punto tutto si è fermato. Se mi chiede perché s’è fermato le dico che non ne ho la più pallida idea».
E cosa c’entra Morichini? Leggendo il suo verbale traspare un aiuto diretto per accreditarsi con Finmeccanica, direttamente col presidente Guarguaglini...
«Sì, effettivamente mi aveva dato una mano. Era un ex Ina Assitalia, è diventato consulente e mi aiutava in determinati rapporti anche con Finmeccanica. Credo che abbia un’agenzia di assicurazioni sul litorale romano, e comunque si occupa di intrattenere relazioni con grandi strutture e sfrutta le sue conoscenze personali. Diciamo che alla fine non mi è stato granché utile».
Ha incontrato il presidente di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini?
«Sì»
E D’Alema ne era al corrente?
«Direttamente non lo so. Morichini diceva di sì».
Nell’interrogatorio i pubblici ministeri fanno riferimento al versamento di contropartite economiche, che peraltro lei conferma, in caso di appalti andati a buon fine. E parlano di contributi versati alla fondazione di Massimo D’Alema.
«Risponde a verità la seconda parte della domanda. Sono contributi regolarmente iscritti a bilancio. Ho dichiarato tutto».
I suoi rapporti con Massimo D’Alema? Prima dice di averlo visto una volta, poi tre, alla fine si scopre che le volte sono state cinque...
«L’ho visto in tutto due o tre volte, non ricordo bene. Si trattava di rapporti formali e mai di contenuto».





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Le mani dei Ds sulle intercettazioni I business sospetti di D’Alema & Co

di Redazione



L’interrogatorio di un manager indagato per bancarotta fa tremare i democratici: "In cambio di appalti il suo socio Morichini voleva soldi per il partito e la Fondazione". La mappa degli interessi spaziava dal sistema dal sistema di "ascolto" delle procure  alla sanità



Gian Marco Chiocci - Patrica Tagliaferri


Le mani dei Ds sulle intercettazioni, sugli appalti della sanità nelle regioni rosse, e poi il business dell’energia, dell’agricoltura, delle telecomunicazioni. La connection con Finmeccanica, per il tramite del braccio destro di Massimo D’Alema, Vincenzo Morichini. Gli incontri e i pranzi elettorali con l’ex premier coi baffi, oggi responsabile del Copasir. Il ruolo del cugino di D’Alema. Per non parlare dei finanziamenti sospetti e le presunte false fatturazioni alla Fondazione Italianeuropei, di cui D’Alema è presidente, al centro degli accertamenti dei pm Paolo Ielo e Giuseppe Cascini che sono incappati in questa vicenda di lobby trasversali, false fatturazioni e presunti finanziamenti illeciti lavorando sulla bancarotta da 12 milioni di euro di Agile (ex Eutelia), una controllata del colosso Omega. L’interrogatorio dell’imprenditore ternano, Pio Piccini, già arrestato nel luglio del 2010 per bancarotta fraudolenta in concorso, fa tremare anche i vertici di quel Pd destinatari di una percentuale sugli affari andati in porto grazie all’intermediazione di Morichini che si sarebbe mosso in nome e per conto di D’Alema.
«TI POSSO AIUTARE A PRENDERE APPALTI»
Un filone battuto dai magistrati romani in tandem con il pm milanese Greco, che infatti ha partecipato all’interrogatorio di Piccini del 15 settembre 2010. Tutto ruota intorno a Morichini, nome noto alle cronache per l’inchiesta a luci rosse sull’entourage di D’Alema e per essere stato il suo socio sulla barca Ikarus. «Come l’ho conosciuto? Quando ancora lavorava nella assicurazioni, all’Ina. Lui mi propose un rapporto, diciamo diretto, come consulente dal punto di vista delle relazioni/faccendiere per poter gestire tutta una serie di rapporti nel mondo romano, principalmente legato a società come Finmeccanica o pubbliche e con la possibilità, avendo io parlato dei progetti che mi stavano molto a cuore nella sanità, della possibilità di estenderli nelle regioni dove vi fosse stata una guida Pd essendo lui molto vicino a D’Alema».
«ITALIANIEUROPEI» SENZA FATTURA
E ancora. «Mi disse che mi poteva aiutare, se mi interessavano determinati rapporti (...). La prima cosa che mi chiese fu di dare un contributo di 15mila euro alla Fondazione cosa che poi noi facemmo come Omega». Ma di fatture non c’è traccia. Solo una «dichiarazione» per ricevuta. «E poi Morichini parlando mi disse che aveva ottimi rapporti con Finmeccanica. E così è cominciata l’operazione». Quale operazione? Quella sulla gestione unica di tutto il sistema delle intercettazioni delle procure voluto dal ministero della Giustizia che tanto interessava Finmeccanica e che si sarebbe dovuta concretizzare, senza appalto, a trattativa segreta.
LA STECCA DA DIVIDERE COL PARTITO
Come contropartita, ad affare concluso, Morichini avrebbe reclamato una percentuale consistente. Piccini precisa: «Lui mi chiese di consolidare un rapporto di consulenza con la sua Società di Business, pretese 2.500 euro al mese per la prestazione e un contratto a parte per una percentuale che mi sembra un po’ più del 5 per cento, il 5,5, sull’eventuale progetto delle intercettazioni nel momento in cui fosse andato a buon fine». Percentuali da spartirsi anche con il Pd e la Fondazione di D’Alema, aggiunge l’imprenditore: «Il discorso sulle percentuali prevedeva poi che io lo dirottassi sulla sua Sdb e nel caso in cui le operazioni fossero andate a buon fine le percentuali sarebbero servite in parte per coprire Sdb, in parte per coprire Fondazione Italianieuropei, in parte il partito». Dopo aver stipulato il contratto con Morichini l’operazione prende il volo.
«TI PRESENTO GUARGUAGLINI» GLI INCONTRI CON MASSIMO
«Ci attiviamo con Finmeccanica, viene fatto l’incontro col presidente Pierfrancesco Guarguaglini (...) il quale ci disse che la pratica con il ministero della Giustizia era in fase di definizione». Di lì a poco la società di Piccini stipula un accordo quadro con Selex, società di Finmeccanica incaricata di seguire il progetto-intercettazioni, guidata da Sabatino Stornelli. E veniamo a Massimo D’Alema. Piccini riferisce di averlo incontrato «un paio di volte». Che poi, nel corso dell’interrogatorio, crescono di numero.
LE RACCOMANDAZIONI NELLE REGIONI ROSSE
Il pm gli chiede chi gli avesse dato la garanzia che Morichini fosse una persona che contasse nel partito. «Me la diede facendomi incontrare anche il presidente D’Alema con il quale avevo un rapporto formale, mentre Morichini ce l’aveva totalmente amichevole. Non parlammo di nulla....». Il magistrato non gradisce la risposta a metà, e con sarcasmo domanda se tante volte, tra una chiacchiera e l’altra, gli avesse «piazzato un progetto di information tecnology sulla vela». Risposta a sorpresa: «A D’Alema no, perché l’avevo dato a Morichini». Ma quante sono le volte che incontrò D’Alema? «Una volta in fondazione, una volta in un ristorante vicino piazza Navona, un’altra nella Marche ad un pranzo elettorale per le amministrative, un’altra a Foligno». Nell’unico incontro con Guarguaglini l’imprenditore ricorda di aver sentito Morichini porgere al numero uno di Finmeccanica «i saluti del presidente D’Alema».
IL CUGINO DI BAFFINO E I SOLDI A UMBRIA JAZZ
Il cugino di D’Alema, Massimo Bologna, viene evocato da Piccini nel faccia a faccia coi pm quale responsabile amministrativo della Sdb. Il link col parente di D’Alema porta Piccini a parlare del business nelle regioni a guida Pd. Morichini lo aiuta anche nei suoi interessi per la sanità. Lo introduce ai vertici della Regione Umbria. Gli presenta Adolfo Orsini, ex sindaco di Perugia, tutti i direttori generali delle Asl e degli ospedali che così vengono a conoscenza dei suoi progetti di sistema. Poi, sempre attraverso Sdb, sonda una sortita nel campo dell’agricoltura e ottiene un contatto col segretario del presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini. «Mi viene mandata la richiesta di 20mila euro per sponsorizzare Umbria Jazz», ma non se ne farà niente perché Piccini finisce dentro.




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Il sindacato d'assalto Ecco come la Cgil ha "tradito" lo sciopero

di Claudio Borghi


Da strumento di protesta eccezionale è diventato uno stanco rito da piegare a battaglie politiche. Ormai scendono in piazza i più privilegiati o chi non ne avrebbe motivo



L’immagine più famosa di uno sciopero è quella immortalata da Pelizza da Volpedo nel suo famoso dipinto «il Quarto Stato» del 1901, oggi visibile al Museo del Novecento di Milano. In quel quadro è racchiusa la grandezza e la solennità di una protesta dei lavoratori all’inizio del secolo. Agli inizi del novecento lo sciopero, che prima era reato, era appena stato depenalizzato dal nuovo codice Zanardelli ma i lavoratori ancora rischiavano grosso. Era un atto eccezionale, attentamente ponderato, che sottintendeva un disagio reale. Com’è invece lo sciopero del Duemila firmato Cgil?
Se sono vere le cifre fornite dal sindacato relative all’astensione dal lavoro e tolti gli irriducibili in piazza, probabilmente un pittore dei nostri giorni che, come Pelizza, desiderasse ritrarre lo scioperante medio dovrebbe dipingerlo eroicamente avviato verso qualche scampagnata mentre brandisce il panino. Nelle città si registrano soprattutto i disagi e anche sui siti dei giornali «amici», come Repubblica, per trovare la notizia dell’agitazione bisogna scendere in basso tra i titoli minori. La verità è che la protesta dei lavoratori dovrebbe essere una cosa seria che è stata irrimediabilmente svilita dalla raffica di scioperi politici congegnati soprattutto dalla Cgil, fino a farlo diventare un rito stanco, con grandi seguiti soprattutto fra le categorie che meno avrebbero motivo di protestare (come gli statali) o che neppure lavorano (studenti, disoccupati, pensionati) per i quali il concetto di «sciopero» è quanto meno improprio. Che vuol dire infatti «scioperare contro il governo»? È un concetto altrettanto sensato di un’«elezione contro l’imprenditore». Contro il governo ci sono le urne ed (eventualmente) le manifestazioni; che c’entra lo sciopero? Che vuol dire poi per uno statale scioperare? Forse che il datore di lavoro ne subisce un danno, come capita al proprietario dell’azienda i cui lavoratori incrociano le braccia? Di certo no.
Il conto dello sciopero degli statali è pagato solo dai cittadini, che lo pagano direttamente (con i disagi legati ai mancati servizi) e indirettamente (con il danno economico creato dall’astensione del lavoro che si traduce in deficit da ripianare con tasse), per cui la dialettica fra il lavoratore statale e il «datore di lavoro» è falsata in partenza. In ogni caso tutta la motivazione di uno sciopero generale «stile Cgil» cade davanti alle stesse ragioni proposte dagli organizzatori. Se si fossero chiesti agli scioperanti del «Quarto Stato» i motivi del loro corteo ci sarebbe stata una risposta precisa, da ottenere a ogni costo, anche rischiando personalmente, per lo sciopero di ieri invece la Cgil proponeva la bellezza di dodici punti di desolante vaghezza, che lascerebbero senza parole anche il lavoratore più informato. Si parte da un lunare «per uscire dalla crisi e avviare la crescita», che è come dire di farsi un buon bicchiere contro l’alcolismo. Si passa poi a «per un adeguato livello delle pensioni», come se non si sapesse che la cinghia che dovranno tirare i giovani lavoratori sarà diretta conseguenza delle pensioni del tutto slegate dai contributi ottenute dalla generazione precedente e i cui beneficiari sono parte maggioritaria degli iscritti della Cgil, in pratica quello che si è pappato tutta la dispensa (e che continua a mangiare più di quanto gli spetterebbe) che protesta per la fame di chi è arrivato dopo. Si finisce poi con un surreale «per una nuova politica di accoglienza e cittadinanza attiva dei migranti», ecco, finalmente un problema di sicuro sentito dagli italiani: non siamo abbastanza accoglienti. Fate pure, ma non chiamatelo più sciopero.





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Il bunga-bunga di Scalfari tra Eros, Platone e bigamia

di Alessandro Gnocchi


Espresso e Repubblica recensiscono l'ultimo saggio del Fondatore, paragonandolo ai grandi maestri del pensiero



Ieri Repubblica ha festeggiato l’uscita del nuovo libro di Eugenio Scalfari con una doppia pagina firmata da Antonio Gnoli. Il giornalista pubblica infatti in questi giorni Scuote l’anima mia Eros (Einaudi, pagg. 127, euro 17). Dedicato all’amico Italo Calvino e ispirato da un verso di Saffo, il volume, secondo Repubblica, è una «dotta ricognizione sul ruolo di Eros nella nostra storia culturale, che spazia dalla filosofia alla letteratura». Mentre Scalfari lo descrive come «il consuntivo di una vita». Eros concilia istinto e ragione, coniuga amore di sé e amore degli altri, conduce alla conoscenza, infonde il desiderio di sopravvivenza. Una visione magari interessante ma comunque conforme al buon senso: niente per cui emozionarsi troppo, a prima vista, anche se Repubblica loda la «radicalità dello sguardo» e la «visione antropologica» del saggio.
Impressionante poi la parata di autori cui Scalfari viene avvicinato, per un motivo o per l’altro, dal quotidiano di cui (solo per caso) è stato il fondatore. Si parte da Platone, tanto per gradire, e si prosegue con Freud, che Scalfari qua e là corregge. E via con un bunga bunga culturale al quale sono invitati i grandi spiriti della modernità: Bataille, Marcuse, Simone Weil, Hannah Arendt, il Cardinal Martini, García Lorca, Diderot, Tolstoj, Montaigne, Nietzsche. La malinconica conclusione è che la morte spiega la vita, ma non c’è una verità ultima delle cose. Non resta che la poesia, scrive Scalfari: «È diventata per me il solo modo di accarezzare me stesso». Per ora niente rime: «Non ho mai composto versi e non credo che mai ne scriverò». Nel caso cambiasse idea, c’è già la fila di recensori pronti a giurare in ginocchio (sui ceci) che Scalfari se la gioca con Omero e Dante.
Anche l’Espresso, in edicola da ieri, festeggia. Wlodek Glodkorn intervista Scalfari, «l’intellettuale, il pensatore, il fondatore di giornali». Espresso incluso, naturalmente. Glodkorn strappa rivelazioni sui «complicati amori d’adulto» del filosofo, non prima di aver raccolto alcune preziose suggestioni, esposte con suprema modestia (si fa per dire). Tipo: «Parto da Freud ma ne rovescio la logica... noi umani non siamo una specie di solitari, siamo una specie socievole». Oppure: «Io penso che non esista il bene e il male. Esiste la vita di una specie che si svolge nel quadro di un universo abitato da miliardi di altre specie, organiche e non organiche. La nostra specie, pensante e desiderante, ha tanti attributi. Questi attributi da cosa derivano?
Da miliardi di cellule e dall’infinità di liquidi e vuoto (gli atomi sono divisi dal vuoto)». In mezzo all’infinità di liquidi e vuoto, c’è anche una parte interessante (senza ironia). È quella in cui Scalfari mette da parte il bigino di filosofia e parla di se stesso: «In piena coscienza ho vissuto la fatica della bigamia. Sapendo la fatica, ben maggiore, che si sono assunte le mie compagne». L’amore per la moglie e quello per la compagna (poi sposata) per 43 anni sono state «due parallele. Nessuna delle due era subordinata all’altra. Sapevano l’una dell’altra. Provavo a stare con una sola delle mie donne. Ma era come se tentassi di tagliarmi una gamba, un braccio e metà del cervello». Inevitabile quindi fu considerare la fatica del triangolo «in cui io mi assumevo il ruolo che spetta al padre».
Il diavolo a volte si annida nei particolari. A esempio nella scheda di presentazione dell’Espresso. All’anonimo estensore, evidentemente sconfortato, scappa questo commento: «Sembrerebbe un libro generico». Inutile il tentativo di rimediare specificando che no, invece è un saggio profondo perché «entra nei dettagli...». Instillato nel lettore il sospetto, il danno è fatto.




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La truffa balla sul "paso doble"

La Stampa







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E' un attacco al ceto medio

Il Tempo


L'Ulivo aumentava le tasse e i precari c'erano lo stesso. Prodi e Visco hanno vessato imprese e cittadini.


Susanna Camusso, segretario generale della Cgil «Chi fa politica a sinistra oggi dovrebbe leggere un testo di Antonio Giolitti che definisce l’alternativa come credibile, affidabile, praticabile. Credibile, nel senso di avere capacità di governo; affidabile, nel senso di togliersi il sospetto di volersi insediare al potere come alternativa senza alternativa. E praticabile, nel senso di avere realistici obiettivi da raggiungere e realizzare con gradualità». Parole di Giorgio Napolitano, pronunciate il 4 maggio alla commemorazione di Antonio Giolitti.

Un'occasione ed un contesto che potevano prestarsi ad una celebrazione conformista da sinistra etica che resiste tuttora in certe penne impettite, in certi talk show in cui domina il politicamente corretto (tranne quando si parla del Cavaliere). Al contrario, confermandosi l'unico vero leader di cui disponga la sinistra odierna, ed una delle sue poche menti riformiste, il capo dello Stato, che ha attraversato l'intera storia del vecchio Pci della guerra fredda e se parla a quel mondo non lo fa mai a caso, ha nuovamente spiazzato tutti.

Invitando a guardare non ai cimeli del passato, ma alle scomode verità del presente. Che richiedono a suo avviso per la sinistra una terapia d'urgenza, un reset di uomini, programmi e strategie, visto come ha concluso l'intervento: «L'alternativa la si immagina così oppure si resta all'opposizione». Ovviamente tutti si sono precipitati a dargli ragione, a cominciare da quegli stessi dirigenti a cui Napolitano ha indirizzato un richiamo tanto semplice da comprendere quando ruvido nei contenuti.

Anche Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil che ieri ha celebrato il quarto sciopero generale dall'insediamento del governo Berlusconi, a Napoli ha esordito con un plauso a Napolitano. Peccato che poi abbia tratto queste conclusioni: «Serve subito una riforma fiscale che sposti il peso sulle rendite e sui grandi patrimoni». Eccola: la solita tentazione della patrimoniale che sempre riaffiora nel Pd e dintorni, nonostante le smentite. La Camusso l'ha inserita in un «progetto Paese che abbia come priorità di dar lavoro ai giovani».

Certo: chi crede ideologicamente al valore salvifico della tassa sui patrimoni la considera la via maestra per tutte le direzioni. Come si può negare che si debba dar lavoro ai giovani? Il problema è se la patrimoniale risolva il problema, o invece non lo aggravi. Vediamo come al solito i dati concreti, e che cosa davvero bolle nella pentola di quella sinistra che Napolitano vorrebbe credibile, affidabile e praticabile. Di patrimoniale si era parlato molto a dicembre 2010. Con terapie shock come quelle di Giuliano Amato: un prelievo in due anni pari ad un terzo del debito pubblico, cioè 560 miliardi, a carico «del 30 per cento dei più abbienti».

E poiché in base agli ultimi dati del fisco i contribuenti italiani sono meno di 42 milioni, a spartirsi l'onere del prelievo sarebbero in 14 milioni. Andando a vedere il numero di contribuenti per ogni fascia di reddito scopriamo che gli esentati dalla patrimoniale (28 milioni) risulterebbero coloro che dichiarano fino a 21 mila euro l'anno. Tutti gli altri, gli «abbienti», concentrati particolarmente nelle fasce tra 21 e 25 mila euro e tra 29 e 35 mila – ricchissimi, insomma – dovrebbero nella visione amatiana tirar fuori un terzo del debito dello Stato.

Poi è stata la volta di Pellegrino Capaldo, ex banchiere ed economista della sinistra dc, che ha proposto pari pari una patrimoniale da 900 miliardi (metà del debito) da ottenere tassando al 12,5 per cento la rivalutazione degli immobili, indipendentemente dal reddito. E siccome l'87 per cento della famiglie italiane ha un'abitazione di proprietà (che si è comprata, mica rubata), ecco la nuova tassa sul macinato. Non solo. Capaldo ha proposto anche una variante per rastrellare i quattrini subito: una maxi-ipoteca su tutti gli immobili. Il popolo più risparmioso e meno indebitato del mondo – fatto che ha consentito di far valere in sede europea la sostenibilità dei nostri conti risparmiandoci sanzioni in salsa greca – diverrebbe automaticamente il più ipotecato.

Ma qui siamo ancora tra i cani sciolti. Allora andiamo a vedere intorno a che cosa si sta lavorando in casa Pd. Di ottobre 2010 è il documento «Prospettive di riforma fiscale in Italia», opera di un gruppo di tecnici e politici di area. Tra i «partecipanti ai lavori sistematici e i saltuari» (citiamo testualmente) figurano l'ex ministro Vincenzo Visco, l'attuale responsabile economico Stefano Fassina, habituè della tv come Salvatore Biasco, Massimo Bordignon, Alberto Zanardi. Le proposte: aumento dal 12,5 al 20 per cento della tassa sulle rendite finanziarie esclusi i titoli di Stato; tassa dello 0,5 per cento sul patrimonio immobiliare; ripristino dell'Ici sulla prima casa.

Totale, 43-44 miliardi di prelievo, ogni anno. In cambio, riduzione dal 20 al 23 per cento della prima aliquota Irpef e dal 38 al 36 della terza. Il documento propone poi una tassa «sulle grandi fortune», cioè oltre 800 mila euro, immobili inclusi. Più o meno è quanto proposto il 22 gennaio 2011 da Walter Veltroni al Lingotto di Torino, per celebrare il famoso discorso del 2007 e lanciare il progetto Modem. A questo punto, alzatasi una terribile puzza di bruciato e resosi conto dell'effetto boomerang, lo stato maggiore democratico è corso a negare di aver mai pensato a patrimoniali o simili.

Ne è così nato il «Progetto alternativo per la crescita», datato aprile 2011 e stavolta con il sigillo del partito. Le proposte: aumento al 20 per cento della tassa sulle rendite finanziarie, eventuale reintroduzione dell'Ici, riduzione al 20 per cento della prima aliquota Irpef. La patrimoniale appare e scompare: perché quelle che si continuano a chiamare «rendite finanziarie», con un'immagine alla Gordon Gekko, la Banca d'Italia le censisce invece come «Ricchezza delle famiglie italiane», stimandole nell'ultimo documento di dicembre 2010 pari a 3.500 miliardi di euro, tre volte il Pil.

Una massa enorme e, nota via Nazionale, spalmata su pressoché tutti gli strati sociali. E che, assieme al patrimonio immobiliare (5.850 miliardi) costituisce il più potente ammortizzatore sociale del Paese, nonché la vera polizza d'assicurazione sulle future generazioni. Oltre a «sostenere» il debito pubblico a Bruxelles. Ecco perché dietro la politicamente corretta «tassa sulle rendite» si cela una patrimonialina comunque non lieve, da 9 miliardi l'anno. Mentre l'esclusione dei titoli di Stato «per tutelare i piccoli risparmiatori» appare una foglia di fico: nei portafogli delle famiglie, sempre secondo Bankitalia, sono appena 180 miliardi.

In compenso c'è la riduzione di tre punti della prima aliquota Irpef, e, stavolta come auspicio, anche della terza aliquota, quella del 38 per cento. Già, ma chi aveva modificato queste aliquote? La prima, quella del 23 per cento, con la riforma del precedente governo Berlusconi gravava sui redditi fino a 26 mila euro. Nel 2007 Romano Prodi e Visco l'hanno divisa in due: 23 per cento fino a 15 mila euro e 27 per cento da 15 mila a 28 mila euro. Quanto alle aliquote intermedie, il Cavaliere e Giulio Tremonti ne avevano fissate una del 33 per cento sui redditi da 26 a 33.500 euro, ed una del 39 su quelli da 33.500 a 100 mila euro. Prodi & Visco le hanno rimpiazzate con tre aliquote: del 38 per cento da 28 a 55 mila euro, del 41 per cento da 55 a 75 mila euro, del 43 per cento oltre i 75 mila.

Giudicate voi la coerenza di chi oggi reclama la riduzione delle imposte dirette. Ed oggi vorrebbe far marcia indietro; in cambio, però, di una patrimoniale. O più di una. «Per dare lavoro ai giovani» dice Susanna Camusso. Bene: ieri il governo ha fatto di necessità virtù assumendo in pianta stabile 65 mila precari nella scuola, per evitare guai maggiori dopo che il Tribunale di Genova aveva stabilito un risarcimento di mezzo milione di euro a testa per 15 di loro. Domanda: quando l'Ulivo e l'Unione aumentavano le tasse, questi precari erano per caso meno precari? Torniamo alla sinistra che vagheggia Napolitano: credibile, affidabile, praticabile. Ce n'è di strada da percorrere


Marlowe
07/05/2011




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Parla la moglie yemenita di Bin Laden "Nel 2003 vivevamo vicino Islamabad"

Il Tempo



La giovane consorte dello sceicco del terrore, detenuta dalle forze pakistane, ha riferito che prima di trasferirsi ad Abbottabad, il capo di Al Qaeda ha vissuto con la sua famiglia in un villaggio lungo la strada tra Islamabad e la stessa Abbottabad.


Il compound, la residenza fortificata dove è stato ucciso Osama Bin Laden a Abottabad, in Pakistan Osama Bin Laden viveva già dal 2003 in un villaggio vicino alla città di Haripur, a qualche decina di chilometri da Islamabad. È quanto ha detto la moglie del leader di Al Qaida durante gli interrogatori dopo il suo arresto nel compound di Abbottabad, secondo quanto riferiscono ufficiali vicini all'inchiesta al quotidiano pakistano Dawn.
Secondo due ufficiali intervistati dal giornale, Amal Ahmed Al Sadah, la giovane moglie yemenita di Osama Bin Laden, detenuta dalle forze pakistane dal giorno del blitz in cui è morto il marito, ha riferito che prima di trasferirsi nel compound di Abbottabad, verso la fine del 2005, il capo di Al Qaida ha vissuto con la sua famiglia per due anni e mezzo a Chak Shah Mohammed Khan, un villaggio a due chilometri a sud est della città di Haripur, situata lungo la strada tra Islamabad e la stessa Abbottabad.

Questo significa, ha sottolineato uno degli ufficiali, che Osama ha lasciato l'area tribale del paese nel 2003 per andare a vivere in un centro abitato. Per anni, sottolinea il quotidiano, sin dalla scomparsa di Osama dalle montagne di Tora Bora in Afghanistan nel 2001, le forze americane e pakistane lo avevano cercato nella regione tribale al confine tra Pakistan ed Afghanistan.


07/05/2011




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Capri, scoperto affresco del 1300

Sorrento, gigantesco uovo di calamaro nel mare di punta della Campanella

Il Mattino



FotoGallery Il gigantesco



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