domenica 1 maggio 2011

Non c’è più religione: all’asta la bibbia del calcio

di Massimo M. Veronese


In crisi economica lo Sheffield, la squadra più antica del mondo, ha deciso di vendere le minute manoscritte del primo regolamento calcistico datato 1858. I collezionisti già in caccia. Prezzo: più di un milione e mezzo



Sir Nathaniel Creswick è sempre stato un tipo bizzarro, quasi da show dei record. Riuscì, per esempio, a fondare la prima squadra di calcio, lo Sheffield Football Club, anno di grazia 1857, prima ancora che nascesse il calcio. E piazzò la sede del club dentro una serra fiorita. Giocava a pallone, che allora veniva guardato come oggi il boardercross o il bike polo, con i membri del circolo dove andava tutti i giorni a scambiare due chiacchiere e bere un paio di drink, nonostante il club fosse di cricket e basta, che era lo sport più glam del momento. 

Il problema era tenersi in forma nei mesi invernali perchè il fitness era importante pure nella seconda metà dell’Ottocento anche se non si chiamava mica fitness. É così che è nato il calcio. Per noia. Per riempire le ore buche. Il papà di Nathaniel, argentiere, voleva un figlio avvocato, lo fece studiare alla Sheffield Collegiate School, non poteva immaginare di cosa sarebbe stato capace il suo ragazzo. Inventò il calcio moderno con un amico, William Prest, cioè in sostanza cambiò il mondo, come Alessandro Magno, come Leonardo da Vinci, e niente dopo fu più come prima. 

É merito di quei due se una traversa di legno prese il posto di un semplice cordino teso tra due pali, ed è sempre loro l’invenzione del calcio d’angolo, della punizione, del fallo di mano, della rimessa in gioco. Cioè i Dieci comandamanti del più grande spettacolo del mondo, l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. O forse matematica. Quando lo Sheffield portò il calcio a Londra, 1875, fu stabilita anche la durata di una partita: 90 minuti, suddivisi in due tempi di 45 minuti. Così perfetto nella sua imperfezione da diventare eterno. 

Ma adesso c’è la globalizzazione, la crisi economica, la memoria che va via con l’età. E Sheffield, la città delle Sette Colline e di Full Monty, la prigione di Maria Stuarda e la culla di Joe Cocker, fissa con un certo distacco quel che resta del passato oltre il filo dell’orizzonte. Le tavole della legge, cioè quelle minute scritte a mano del primo regolamento del pallone, vanno all’asta da Sotheby’s a luglio come un mobile qualsiasi, inseguite solo da qualche malinconia. 

E secondo le previsioni del «Financial Times» sono destinate a superare il milione e mezzo di euro. «L’enorme interesse che abbiamo registrato riflette il fatto che il calcio oggigiorno è uno sport di dimensioni mondiali» sono le educate banalità di Gabriel Heaton, esperto di Sotheby’s, che rivela: i documenti sono stati portati anche a Parigi, New York e Doha per trovare acquirenti. Cioè indietro non si torna. 

Richard Tims, presidente dello Sheffield che oggi milita sette campionati sotto della Premier, dice che la decisione di cedere l'archivio è stata più dura di un tackle di Vinnie Jones, ma inevitabile per salvare un club che raduna ventisette squadre, tra cui quattro squadre di ragazzi con handicap, e ha fondato centri solidali in Africa. Ma dopo aver visto lo scorso dicembre la stessa Sotheby’s vendere la Bibbia del basket a 2,7 milioni di euro, quattro volte tanto le iniziali attese, ci ha ripensato. E ha venduto il passato per pagarsi il futuro. Forse era ora. Sheffield, che ha creato tutto, in 150 anni di storia non ha mai avuto un campo di calcio. E la vita è adesso.




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Bertinotti e i falegnami uccisi dalla sinistra

di Gian Maria De Francesco


L'ex leader comunista incolpa la Gelmini. Ma fu la cultura del '68 a far scomparire gli artigiani




Roma


I giovani non vogliono più fare il perito elettrotecnico, il meccanico o il falegname? La colpa è del sistema «che ha svalutato il lavoro materiale a favore di quello immateriale». Serafico, Fausto Bertinotti, sulle pagine di Oggi esprime la propria opinione su uno degli argomenti di attualità più delicati. 

«La scuola ha penalizzato la formazione professionale “alta” perché lo studio tecnico è ormai considerato di serie B», chiosa aggiungendo che «gli istituti tecnici sono relegati nelle periferie mentre negli anni ’60 dagli istituti tecnici uscivano i Nobel». Il problema, dunque, non è il ministro dell’Economia Tremonti che pure l’ex leader di Rifondazione non vede di buon occhio e nemmeno il ministro del Lavoro Sacconi cui non ha mai risparmiato stilettate (anche nell’intervista al settimanale definisce la legge Biagi «sbagliata»), ma il ministro dell’Istruzione Gelmini che dovrebbe essere «licenziata». 

Poi entra nel vivo. «Se l’apprendistato fosse un momento di formazione, una retribuzione differenziata sarebbe accettabile», sottolinea. «Ma se viene utilizzato come un contratto a termine a chi interessa andare a fare l’artigiano?», si interroga sardonico.

Eppure, involontariamente, il padre spirituale di Nichi Vendola ha toccato tutte le situazioni critiche determinate da una certa sinistra che hanno contribuito a creare la situazione attuale: un Paese dove la disoccupazione giovanile (da 15 a 24 anni) è al 28,6% come certificato l’altroieri dall’Istat. È stata sicuramente la cultura di sinistra post-sessantottina a privilegiare «la grande rivoluzione tecnico-scientifica che avrebbe messo fine alla fatica del lavoro svalutando i lavori manuali». La razionalizzazione dell’istruzione secondaria e universitaria decisa dal ministro Gelmini rappresenta, invece, un’inversione di tendenza rispetto a una formazione che ha fin qui privilegiato l’aspetto teorico a quello pratico.

È stato il sindacalismo di sinistra a insistere sui «lavori usuranti» e, soprattutto, per il «tempo indeterminato» imponendo ai suoi referenti politici (Pd e sinistra radicale) un orientamento penalizzante. Soprattutto nei confronti dei contratti di lavoro a tempo determinato che, gravati da costi non competitivi e da impedimenti burocratici che fanno «impazzire» le aziende, finiscono per essere poco graditi ai lavoratori stessi. L’avversione ideologica si è trasferita sul piano culturale a tal punto che operai, precari e figure professionali poco tutelate finiscono col prediligere le formazioni di centrodestra nel segreto dell’urna. 

Anche perché l’artigiano, che nelle statistiche spesso figura come un lavoratore autonomo, viene buttato nel tritacarne della propaganda anti-evasione e dipinto come un nemico dei lavoratori. L’analisi di Bertinotti è viziata dal pregiudizio, ma allude a un dato di fatto incontestabile. Gli apprendisti sono pochi: nel 2010 erano solo 201mila in tutta Italia. Un chiaro segnale che nel contratto di apprendistato qualcosa non funziona. Ed è per questo che la riforma è al primo posto nell’agenda del ministro Sacconi che intende restituire dignità a questa formula che ha consentito in passato a tanti giovani di inserirsi nel mondo del lavoro.

L’obiettivo è superare gli ostacoli che ne frenano l’utilizzo (obblighi formativi, certificazioni e tutoring) ed estenderlo, come più volte ha dichiarato il ministro della Gioventù Giorgia Meloni, anche ad altri settori professionali. Non c’è da meravigliarsi se è difficile trovare un falegname. Se San Giuseppe e Gesù fossero vissuti nell’Italia attuale, anche il figlio di Dio avrebbe avuto gravi problemi a inserirsi nell’attività paterna.




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E' morto lo scrittore argentino Sabato

La Stampa







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Nato a caccia del raiss Ucciso il figlio minore

La Stampa






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Milano, minacce per i negozianti che lavorano I centri sociali: "Chiudete o ve ne pentirete"

di Maria Sorbi


Circa 4mila saracinesche alzate dopo il via libera del Comune. Ma gli antagonisti minacciano: "Chiudete o sarete puniti". Assolombarda: "Isolare i vandali". Ma Pisapia: "Crociata ideologica della giunta"



Oggi saranno al lavoro 4mila negozianti. Ma su ognuno di loro pende una minaccia: quella dei centri sociali che annunciano disordini e mobilitazioni. «Chiudete o ve ne pentirete» è il messaggio che gli autonomi lanciano ai commercianti. «Vi ricordate il 2004? Anche allora - si legge nel testo diffuso tra i negozianti dai seguaci di San Precario - tentaste di scippare la festa dei lavoratori e San Precario fece sentire la sua rabbia: picchetti e chiusura immediata delle attività aperte. Ma san Precario può anche farvi ravvedere e aiutarvi a prendere la decisione più giusta. Non tenete aperti i vostri esercizi commerciali, altrimenti verrete sanzionati». Già la tensione era alta, dopo le polemiche tra il Comune e i sindacati (in particolare la Cgil) sull’apertura dei negozi. 

Ora i toni si fanno ancora più aspri e i disordini sembrano quasi assicurati durante il corteo del Primo maggio. «Quello dei precari - interviene il vicesindaco Riccardo De Corato - è un avvertimento mafioso. Ecco come intendono la libertà di impresa gli amici di Giuliano Pisapia». Parla di clima da anni Settanta l’assessore alle Attività produttive Giovanni Terzi: «Rabbrividisco leggendo la dichiarazione di San Precario. Queste minacce rivolte agli stessi lavoratori o ai negozianti sono vergognose e fanno ripiombare la città a un clima e alla lettura di parole che speravamo di non sentire più». Terzi, che nei giorni scorsi è stato caldamente invitato dai sindacati a non farsi vedere al corteo, non si lascia intimorire e sarà in piazza come ogni anno. 

«Sarà presente per rappresentare il Comune di Milano - scrive il sindaco Letizia Moratti in una nota - e manifesterà nonostante gli avvertimenti e gli inviti a restare a casa da parte di chi pensa che la Festa del lavoro sia il patrimonio di una parte e non di tutti. Invitarlo a restare a casa rappresenta una provocazione, una scelta incomprensibile che rischia di alimentare gesti fuori luogo e un’offesa ai dettami della Carta costituzionale». Lo sfidante della Moratti, Giuliano Pisapia, sostiene che con l’apertura dei negozi sia stata fatta «una crociata ideologica per mettere sotto attacco un simbolo dei diritti dei lavoratori come il primo maggio». 

E appoggia i sindacati: «È stato usato in maniera strumentale l’argomento della crisi, sapendo perfettamente che non è così che si devono affrontare i problemi dell’occupazione e del rilancio dell’economia di Milano». Fatto sta che un atteggiamento del genere ha legittimato, ancora una volta, i centri sociali a scendere in piazza. E, visti i precedenti dei cortei del primo maggio degli anni scorsi, non c’è da aspettarsi nulla di buono. 

De Corato chiede la massima allerta al questore e al prefetto. Con tutta probabilità non mancheranno le scritte sui muri e gli imbrattamenti spray: per questo anche Assolombarda chiede che «nel corteo vengano isolati i vandali». «Con la solerzia con cui si è indagato su Lassini - sbotta Fabrizio De Pasquale, consigliere Pdl - si indaghi e si tengano d’occhio gli autori delle scritte sui muri contro le forze dell’ordine e i politici. Pisapia dica ai suoi di stare buoni».




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