venerdì 29 aprile 2011

Lite in tv a Linea Notte, Romani attacca Vendola: sei un buffone

Il Mattino


ROMA - Duro scontro in tv, ieri sera a Linea Notte, l'approfondimento del Tg3 in onda a mezzanotte sul terzo canale Rai, tra il governatore della Puglia Nichi Vendola e il ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani. Parlando del passato e di Solidarnosc, Romani ha ironizzato con Vendola dicendo di non ricordare "esponenti comunisti che fossero a favore di Solidarnosc", frase che ha fatto infuriare Vendola che gli ha ricordato come forse "in quegli anni Romani era troppo impegnato a fare Colpo Grosso", con riferimento alla nota trasmissione scollacciata prodotta proprio dall'attuale ministro. "Sei un buffone e un bugiardo, un buffone e un bugiardo, e fai finta di fare il governatore", ha ribattuto stizzito Romani.






Venerdì 29 Aprile 2011 - 14:22    Ultimo aggiornamento: 14:36



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Romena morta per un pugno, lettera anonima scagiona Burtone

Quotidiano.net


Maricica Hahaianu, finita in ospedale e poi deceduta, fu colpita dal ragazzo per difesa. Burtone era stato pesantemente aggredito dalla stessa donna. E' quanto sostiene un anonimo testimone che si firma 'professionista abbastanza noto'


Maricica Hahaianu, l'infermiera romena di 32 anni colpita con un pugno nella metro Anagnina di Roma

Maricica Hahaianu, l'infermiera romena di 32 anni colpita con un pugno nella metro Anagnina di Roma

Roma, 29 aprile 2011



Alessio Burtone, qualche minuto prima di colpire con un pugno in faccia l’infermiera romena Maricica Hahaianu, finita in ospedale e poi deceduta dopo sei giorni di ricovero, sarebbe stato pesantemente aggredito dalla stessa donna quando i due erano in fila alla tabaccheria della stazione metro Anagnina per l’acquisto dei biglietti. Ad affermare quanto avvenuto il 6 ottobre scorso e’ un testimone che ha scritto e inviato mesi fa una lettera al pm Antonio Calaresu, titolare dell’inchiesta, preferendo, pero’, rimanere anonimo.

A fronte della richiesta di giudizio immediato per il reato di omicidio preterintenzionale avanzato dal magistrato, per il difensori del ragazzo, gli avvocati Fabrizio Gallo e Gian Antonio Minghelli, sarebbe fondamentale che questo teste uscisse allo scoperto per confermare quanto dice di aver visto quel giorno.

“Invio questa lettera - e’ scritto nella missiva finita nel fascicolo del pm - per comunicare che sono un professionista abbastanza noto, testimone oculare di quanto avvenuto venerdi’ 6 ottobre 2010. Quel giorno mi trovavo alla stazione per recarmi ad un appuntamento di lavoro. La dinamica della lite e’ la seguente, vista con i miei occhi e sentita con le mie orecchie: la signora Maricica, nella tabaccheria, dove mi trovavo anche io per comprare i francobolli, ha tentato di passare avanti ad Alessio Burtone, con modi abbastanza energici e prepotenti ai quali il ragazzo si e’ apposto, facendo scudo con il proprio corpo”. Stando a questo testimone, Maricica, uscita dalla tabaccheria, avrebbe affiancato il ragazzo, inveendo contro di lui ed offendendolo “fino a schiaffeggiarlo”.

Burtone, per sottrarsi a questa aggressione, “ha sferrato un pugno sul volto della donna al solo scopo di difendersi, senza nessuna intenzione malevola, tanto meno di uccidere, avendo reagito per secondo”.

Per la procura questo documento non vale nulla, considerato anche che a carico dell’indagato ci sono i video delle telecamere del posto, le dichiarazioni ben precise di altri testimoni, e le conclusioni della consulenza medico-legale. Opposto il punto di vista dei difensori del ragazzo, ancora detenuto a Regina Coeli in regime di isolamento: “Chiediamo nell’interesse della giustizia e della verita’ - e’ l’appello lanciato da Gallo e Minghelli attraverso gli organi di informazione - che l’ignoto testimone fornisca i propri dati alla difesa in modo che la stessa possa inserirlo nella lista dei testi da escutere”.

Intanto, il 9 maggio il gip Zaira Secchi valutera’ in camera di consiglio la richiesta della difesa di procedere con il rito abbreviato condizionato all’audizione di alcuni testi e a una nuova perizia medico-legale (con l’esclusione di sanitari della capitale). Secondo la difesa, infatti, Maricica e’ morta per le negligenze del personale ospedaliero che l’aveva in cura e non certo per il pugno sferratole da Burtone.




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Grillo contro Santoro: chiudi Annozero botta e risposta in tv

Il Mattino


MILANO – “Basta con Annozero”. Lo dice Grillo a Santoro che replica “Lo pensa anche Berlusconi”. Il siparietto Grillo-Santoro ha aperto la puntata di Annozero del 28 aprile: il comico genovese ha chiesto al giornalista di chiudere il programma, accusandolo di tenere in vita «gente ormai morta» e il conduttore ha voluto rispondere: «Chiudere Annozero? Lo pensa anche Berlusconi».

Grillo si è lasciato andare a invettive e insulti. Innanzitutto contro chi vuole il nucleare: «Guardate Fukushima e Chernobyl, Amen. Chiunque cerchi una sorta di spiegazione scientifica, desista». Poi se l'è presa con il giornalista. «Ho letto un libro - ha spiegato nel suo intervento registrato e mandato in onda a inizio puntata - che mi ha fatto aprire gli occhi. Si intitola I volenterosi carnefici di Hitler». Da qui l'attacco a Santoro: «Quelli che hai tu in studio, i politici, sono i volenterosi carnefici della democrazia, per questa gente qui è finita, tu Santoro tieni in vita queste persone, non sei un media ma un medium, fai parlare la gente alle tue spalle invece di far parlare i politici in studio».

Dopo la risposta a caldo, Santoro ha voluto muovere le sue obiezioni al comico. «Se noi vogliamo davvero un cambiamento in senso ecologico della realtà che ci circonda dobbiamo imparare ad amare tutte le piante che ci circondano, e se vogliamo una rivoluzione dei sentimenti dobbiamo imparare a rispettare tutti i sentimenti delle persone che ci circondano. E ancora una obiezione: se in questo Paese tende a prevalere la legge più forte non sarà perché noi manchiamo di attenzione nei confronti delle ragioni degli altri? Noi qui non ci possiamo esprimere come Grillo vuole che ci esprimiamo, per il semplice motivo che intorno a noi sono state costruite una serie di regole che funzionano un po' come delle sbarre».



Venerdì 29 Aprile 2011 - 15:59    Ultimo aggiornamento: 16:00



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Il delirio di Celentano: "I nuclearisti? Dementi" E se il demente fosse lui?

di Andrea Indini


Il Molleggiato scrive al Fatto per attaccare il governo: "Premier in stato confusionale". E lancia il referendum dell'Idv: "Un uomo come Silvio non può governare"




Farneticazioni deliranti. Insulti intrisi di odio e conditi con una pseudo coscienza ambientalista. L'ultima lettera di Adriano Celentano - ormai troppo vecchio per vestire i panni del ragazzo della via Gluck - è indirizzata alla redazione del Fatto Quotidiano. Un appello a "studenti, comunisti, fascisti, leghisti e operai costretti a lavorare nell'insicurezza" per affossare il nucleare in Italia: "Essere nuclearisti  non è solo una bestemmia, ma significa essere dementi fin dalla nascita". Ma a leggere lo sproloquio del Molleggiato viene da chiedersi se il demente non sia proprio lui. 

C'era un tempo in cui Celentano inviava le sue lettere al Corriere della Sera. Erano i tempi in cui il cantautore cercava di accreditarsi come il guro ambientalista super partes. Arci noti i suoi attacchi contro i palazzinari milanesi. Oggi il Molleggiato fa un salto avanti. E scrive al quotidiano di Travaglio & Co. per sostenere - apertamente - la battaglia dell'idv di Antonio Di Pietro. Il referendum conhtro il nucleare, contro la privatizzazione dell'acqua e contro il legittimo impedimento. Il bersaglio - manco a dirlo - è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, colpevole di "sfidare l'intelligenza anche di chi lo ha votato, nella sua demoniaca voglia di avvelenare gli italiani". 

Celentano ne ha un po' per tutto. Anche per il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani. "Che peso può avere oggi la saggezza degli italiani - si chiede il cantautore - se poi chi ci governa fa dei discorsi cretini". Perché per Celentano chi non la pensa come lui è un cretino, un demente. "Berlusconi - attacca - è ormai in preda a uno stato confusionale". 

Eppure a leggere la lettera di Celentano viene proprio da chiedersi se sia stata scritta da una persona non disturbata. Il Molleggiato si rivolge, infatti, a Silvia, cioè "ciò che è rimasto della coscienza" del premier. "Per meglio identificarla a chi legge - spiega Celentano - la chiamerò con lo stesso nome del presidente del Consiglio, ma al femmile, poiché mi piace immaginare che la voce della coscienza abbia piuttosto i modi dolci e gentili di una bella figura femminile che non quelli rudi e maschili". 

Un delirio, appunto. Un delirio infarcito di insulti in cui si accosta il nucleare al caso Ruby, "il malsano gesto di Lassini" alle berzellette del Cavaliere. "Non si tratta più di destra o sinistra - continua nella farneticazione - per capire che un uomo come Berlusconi non solo non può governare l'Italia, ma nessun paese. Al massimo lui e i suoi falsi trombettieri possono andare bene per una piccola tribù, dove tutti quanti, raccolti intorno al capo, si nutrono a vicenda della loro stessa falsità".  

Ci vuole un immane sforzo per portare a termine la lettura. Non solo perché i deliri del Molleggiato sono pesanti da digerire, ma anche perché il nuovo tribuno del Fatto - nell'intento di smascherare le "spaventose bugie" di un premier "senza un minimo di pudore" - non ha né capo né coda. Chiama a raccolta le truppe anti Cav per far cadere il governo ma, come al solito, non va oltre allo scherno e agli insulti. Ancora una volta non si capisce a quale titolo Celentano dia titoli a destra e a manca: sta a vedere che lo strambo sia il Molleggiato e non il Cav...  





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Troppi scoop sulle Asl vicine a Marrazzo e al Pd Microspie in redazione

di Stefano Vladovich


Cimici nell'ufficio del direttore responsabile de L'Opinione di Viterbo, Paolo Gianlorenzo. Il giornalista ha realizzato numerose inchieste sui vertici della Asl targata "Marrazzo"e su casi di corruzione e appalti a imprese private a Roma e provincia

 




“Cimici” in redazione. Microspie ambientali bonificate dalla Digos nell’ufficio del direttore responsabile de “L’Opinione” di Viterbo, Paolo Gianlorenzo. Personaggio scomodo, già redattore dell’allora quotidiano del gruppo Ciarrapico “Nuovo Viterbo Oggi”, Gianlorenzo è noto nella cittadina della Tuscia per le numerose inchieste giornalistiche che hanno portato gli inquirenti, in vari filoni d’indagine, a una decine di arresti fra i vertici della Asl targata “Marrazzo”, sotto accusa per aver creato e portato avanti un sistema di corruzione su appalti concessi a imprese private incaricate di forniture e consulenze tra Roma, Viterbo e Rieti.

A scoprire che qualcosa non andava nella sede di via Vismara lo stesso direttore, più volte querelato per diffamazione dagli indagati. “Dai legali di questi funzionari pubblici - spiega Gianlorenzo - sono state prodotte intercettazioni che mi riguardavano.
Il teorema? Che scrivevamo sotto dettatura da parte dei carabinieri e che ci sarebbe una cabina di regia fra inquirenti, imprenditori e giornalisti compiacenti”. Nei giorni scorsi, dopo aver accertato la presenza di onde radio a dir poco anomale in redazione, arrivano anche gli esperti della Digos. Non ci vuole molto per scoprire, occultati all’interno delle prese di corrente elettrica, gli apparati intrusi, ovvero i ricetrasmettitori usati dagli 007 “de ‘noantri”, probabilmente per scoprire le fonti del giornalista.

Un fatto grave, sul quale è stato informato l’Ordine dei Giornalisti, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e l’Associazione Stampa Romana. Ma per il momento tutto tace. Parla invece il collega spiato, ma soprattutto parlano decine di procedimenti penali ancora in corso o già in fase giudiziaria sulla gestione allegra della sanità locale, avviati dai primi mesi del 2008.

“All’epoca cominciai a raccogliere una mole immensa di delibere - continua Gianlorenzo - per verificare l’attendibilità delle denunce che arrivavano quasi quotidianamente al giornale”. Presidente della Regione Lazio Pietro Marrazzo del Pd, alla Provincia di Viterbo il compagno di partito Alessandro Mazzoli, primo cittadino del Comune Giancarlo Gabbianelli del Pdl mentre la Direzione generale della Asl viterbese è guidata dal Giuseppe Antonio Maria Aloisio sempre del Pd.

Le inchieste del quotidiano spingono la Procura di Viterbo ad aprire decine di faldoni e con questi scattano anche i primi arresti. A cominciare da un dirigente della Asl, Ferdinando Selvaggini, per proseguire con alcuni imprenditori, ammanettati per aver pagato tangenti. Scoppia il caso. Aloisio si dimette seguito dal professor Mauro Paoloni, membro di decine di consigli d’amministrazione in campo sanitario.
Fra gli indagati, a vario titolo, di corruzione aggravata per gli appalti sospetti nelle aziende sanitarie locali e di turbativa d’asta, Luciano Mingiacchi, 67 anni, ex sindaco di Anzio ed ex direttore generale della Asl RmH; Patrizia Sanna, 52 anni, dirigente della reingegnerizzazione del sistema informativo della Asl Roma H; e il membro del cda di una società d’informatica. Per gli otto arrestati i pubblici ministeri Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, che da tre anni coordinano le indagini sulle forniture alle aziende sanitarie locali, hanno chiesto e ottenuto il giudizio con rito abbreviato.



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Se vince de Magistris mi suicido»

Corriere del Mezzogiorno


Clemente Mastella a Radio2: «Io mi sono candidato a Napoli proprio per far sì che non accada»




Clemente Mastella
Clemente Mastella

«Se Luigi De Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non si è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città». Parole di Clemente Mastella ai microfoni del programma di Radio2 «Un Giorno da Pecora». Che cosa farebbe per evitare questa possibilità? «Spero proprio che non accadrà – ha ribadito Mastella -, io mi sono candidato proprio per far si che non accada». I sondaggi la danno tra l'1 e il 2%, non proprio un grande risultato». Ma a quanto pensa di arrivare? «Io sarei di soddisfatto di arrivare tra il 3,5% e il 4%», ha concluso Mastella.

 



28 aprile 2011




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Tsunami sulla Campania per il vulcano sottomarino o terremoto a Roma? Psicosi contro i problemi di ogni giorno»

Il Mattino






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Fiamme nella sede di Aruba.it In tilt i siti internet di molte aziende

Il Mattino






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L'allarme: «Armi chimiche affondate nel '45 al largo tra Bagnoli, Ischia e Procida

Il Mattino






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Insulina, basterà farla ogni tre giorni?

Corriere della sera



Una nuova formulazione a lunghissima durata consentirebbe di evitare iniezioni quotidiane




MILANO - I diabetici lo sanno bene, doversi iniettare insulina tutti i giorni, spesso più volte al giorno, è una delle maggiori difficoltà nella gestione del diabete di tipo uno, in cui il sistema immunitario distrugge pian piano le cellule che producono insulina, ma anche del diabete di tipo due, quando l'insulina diventa necessaria perché l'organismo non riesce più a rispondere adeguatamente all'ormone. In aiuto dei pazienti potrebbe presto arrivare un'insulina a lunghissima durata d'azione: un'iniezione ogni tre giorni e i livelli basali di ormone restano sotto controllo per 72 ore.

STUDIO Lo sostiene una ricerca pubblicata su The Lancet, condotta da ricercatori dell'università di Toronto: l'insulina degludec, così si chiama, riduce il rischio di ipoglicemie e consente un buon controllo del glucosio anche se viene data ogni tre giorni. Per dimostrarlo i ricercatori hanno condotto una sperimentazione su 245 diabetici di tipo due fra i 18 e i 75 anni, reclutati in 28 ospedali di 4 Paesi (Canada, Stati Uniti, Sudafrica e India), i partecipanti sono stati sorteggiati per ricevere l'insulina degludec una volta al giorno o, in alternativa, tre volte alla settimana e il gruppo di controllo riceveva insulina «glargine», un'insulina a lunga durata con somministrazione quotidiana già ampiamente usata in clinica.

All'inizio dello studio l'emoglobina glicosilata era elevata, in alcuni casi addirittura all'11 per cento (il valore considerato «buono» per un diabetico di tipo due è del 7 per cento o inferiore). Al termine, tutti i tre gruppi di pazienti l'avevano vista ridursi e i valori medi si aggiravano attorno al 7.2-7.5 per cento. Simile anche l'incidenza di effetti collaterali. L'ipoglicemia, invece, è risultata un po' meno frequente in chi prendeva l'insulina degludec una volta al giorno.

CONFERME Risultati incoraggianti, ma è bene ricordare che si tratta di una sperimentazione di fase due, ovvero uno studio per valutare l'efficacia e la sicurezza di un nuovo farmaco condotto su un numero limitato di malati. Prima di arrivare in clinica bisogna per forza passare dalla fase tre, in cui si studiano gli effetti del medicinale su tanti pazienti e in condizioni più simili all'utilizzo reale in clinica. Anche Bernard Zinman, responsabile dello studio e diabetologo al Mount Sinai Hospital dell'università di Toronto, spiega:

«L'iniezione della nuova insulina tre volte alla settimana sembra garantire un controllo della glicemia simile a quello che si può ottenere con iniezioni quotidiane della stessa insulina degludec o della glargine: questo potrebbe essere molto utile in clinica, ma dobbiamo ancora capire bene l'efficacia, gli effetti collaterali e anche il regime di somministrazione ottimale attraverso studi su un maggior numero di casi. Fino ad allora questa nuova insulina continuerà a essere solo sperimentale». Se i risultati venissero confermati sarebbero felici i pazienti ma anche i medici: «Dover fare un'iniezione di insulina basale soltanto tre volte alla settimana potrebbe migliorare l'aderenza alle terapie, renderle più gradite ai pazienti e quindi far sì che funzionino meglio – ha commentato sul Lancet Yogish Kudva della Mayo Clinic di Rochester, negli Stati Uniti –.

Questo significherebbe ottenere un miglior controllo glicemico, minori rischi per il malato e anche un minor impatto delle cure nella vita quotidiana dei diabetici. Detto questo, è bene ricordare che il continuo sviluppo di insuline a lunga durata d'azione non deve mai distogliere i pazienti dal primo pilastro della cura del diabete, ovvero la modifica dello stile di vita: dieta e attività fisica non costano nulla e sono sempre e comunque efficaci nel migliorare il controllo della glicemia».



Elena Meli
29 aprile 2011



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Fontana di Trevi, ladri di monete D'Artagnan, 583 multe mai pagate

Il Messaggero


Primato dell’impunità nella piazza dove gli ambulanti abusivi fanno affari e i controlli scarseggiano


di Laura Bogliolo


ROMA - Scivolano gocce di sangue sui marmi del Bernini. Tuonano grida incomprensibili tra le sagome di turisti impauriti. D’Artagnan ieri è salito di nuovo sulla Fontana di Trevi. Ha scalato la scogliera rocciosa del monumento, scegliendo come palco il Tritone che cerca di sedare il cavallo agitato. Ma nulla riesce a calmare la follia di Roberto Cercelletta, 59 anni, il tristemente noto ladro di monetine. Nel 2002 è finito addirittura sulla prima pagina del New York Times.

Ieri l’ennesimo orribile spettacolo: è salito sulla fontana, ha preso una lametta, si è tagliato il ventre e ha gridato: «Protesto! Non è vero che do le mazzette ai vigili! I soldimeli prendo tutti io! Neho bisogno». Ecco in poche parole la filosofia di D’Artagnan, padrone indiscusso di Fontana di Trevi che ieri ha voluto difendere i vigili urbani coinvolti nello scandalo registrato in un video delle Iene. Per farlo scendere dalla fontana è dovuto intervenire addirittura ilcomandantedel I Gruppo Cesarino Caioni, ma c’è voluta più di un’ora per farlo tranquillizzare con l’aiuto dei medici del 118.

Sono 583 i verbali fatti a D’Artagnan dal 2006. Sempre lo stesso il motivo: «Si introduce nella fontana allo scopo di raccogliere le monete giacenti sulfondo». Nessuna delle multe da 160 euro è stata pagata. «Non firma, non accetta la copia» c’è scritto in fondo a tutti i verbali. Ad agosto del 2009 ha colpito ogni settimana, sempre verso le 6.30, preciso come un orologio. L’ultimo furto il 25 aprile.

Le sue gesta però risalgono almeno al 2002: già allora entrò nella fontana e si procurò tagli con una lametta per protesta contro il Comune che gli impediva la raccolta delle monetine lanciate dai turisti. Padrone indiscusso della piazza, sempre più sicuro di se e sempre pronto a minacciare.

«Tutti siamo stati minacciati da D’Artagnan - racconta Antonio Lombardi, dell’associazione Fontana di Trevi - ma non ci spaventa, quello che atterrisce inveceèl’assoluta indifferenzadegliaddetti al controllo del territorio rispetto agli illeciti che quotidianamente si perpetrano nel nostro quartiere». Lombardi con la sua associazione qualche anno fa pagò 7 spazzini per un anno. «Non eravamo soddisfatti del lavoro dell’Ama» dice. Oggi per l’ennesima volta Lombardi si trova a denunciare il degrado in cui versa una delle piazze più famose del mondo: «La Fontana di Trevi? Sembra la Napoli del dopoguerra: decine di venditori ambulanti che operano indisturbati mentre i vigili voltano losguardo,tavolini collocati ovunque, il furto quotidiano delle monetine e D’Artagnan, l’indiscusso padrone di Fontana di Trevi».

«La sera i vigili scompaiono e c’è l’invasione degli ambulanti - dice Paolo Scaligi, 42 anni, da 22 barista in un localedella piazza- D’Artagnan?Quelloèunappuntamento fisso...». Viviana Di Capua, presidente dell’associazione Abitanti Centro Storico denuncia «il degrado in cui versa la piazza per l’invasione di venditori abusivi». E aggiunge, riferendosi ai saccheggi fatti da D’Artagnan e i suoi amici: «E’ allarmante che ci sia una banda di ladri che resta impunita almeno dal 2002».

Resta impunito D’Artagnan, così come le decine di commercianti improvvisati che assediano i turisti. Rose, occhiali, giocattolini: il mercato a cielo aperto di Fontana di Trevi anche ieri era florido nonostantela presenza dei vigili. Un’agente, una ragazzotta mora, ha anche provato a fare uno scatto per rincorrere un venditore abusivo, ma si è arresa dopo qualche passo bloccata dal flusso imponente dei turisti. Le divise non sembrano spaventare più.

Anche ieri c’è stato chi ha provato a rubare le monetine. Verso le 14 invece c’è chi monta un piccolo negozietto usando una cassetta della frutta per vendere gadget mollicci e coloratissimi. Quelli che stringono gli alunni di una scuola media di Pomezia in gita nella Capitale. «I venditori ambulanti ci hanno assediato, non ne possiamo più» racconta stremata Sara Visco, 28 anni, accompagnatrice degli studenti e storica dell’arte.

Che effetto le fa vedere la fontana preda delle imprese di D’Artagnan? «Tristezza,rabbia e malinconia». Malinconia per quella piazza un tempo culla dei desideri dei turisti, oggi palcoscenico del degrado.

Venerdì 29 Aprile 2011 - 07:55    Ultimo aggiornamento: 08:56





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Una barzelletta per Berlusconi: Bossi come Gandhi

Il tempo libero non è un diritto inviolabile dell'uomo

La Stampa


Il diritto al tempo libero non è uno fra i diritti inviolabili dell’uomo tutelati dalla Costituzione e dalle Carte internazionali dei diritti come il Trattato di Lisbona, perchè costituisce una «opzione» rimessa «alla esclusiva autodeterminazione della persona che è libera di scegliere tra l’impegno nel lavoro e il dedicarsi, invece, a realizzare il suo tempo libero da lavoro e da ogni occupazione». Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 9422/11) respingendo la richiesta di un avvocato milanese che aveva perso quattro ore per farsi aggiustare la linea per operare su Internet, a causa di errate informazioni fornite dal tecnico di una azienda telefonica.
La Suprema Corte conferma il giudizio del Tribunale di Milano e della Corte d’appello del capoluogo lombardo riconoscendo il solo diritto al risarcimento dei danni patiti dal legale per la illegittima sospensione di linee telefoniche urbane per le errate informazioni ricevute. L’avvocato ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo anche il risarcimento delle ore perse, tempo che a suo avviso doveva essergli pagato come un’ora di lavoro maggiorata del 40% dello straordinario. Ma i supremi giudici gli hanno risposto che «la Carta di Nizza dei diritti ricavati dalle Carte sociali adottate nell’ambito dell’Unione Europea e del Consiglio d’Europa, che sono da tenere presenti anche nell’esaminare controversie di questo tipo, per l’apertura internazionalistica del nostro sistema, non prevede tra i diritti tutelati il diritto al tempo libero, mentre rafforza il tempo impiegato nel lavoro, peraltro già oggetto di specifica tutela costituzionale».

E c'è di più:  «i fastidi della vita quotidiana integrano solo un attentato a diritti immaginari, come il diritto alla qualità della vita, allo stato di benessere, alla serenità: in definitiva, il diritto ad essere e vivere felici». A meno che non ci sia un’espressa previsione di legge «la lesione di un tale immaginario diritto non è fonte di responsabilità risarcitoria». Quindi non è risarcibile «un problema che si manifesta con preoccupante frequenza nella vita quotidiana, per cui gli utenti sono costretti a trascorrere ore a stare in coda, per un periodo di tempo tale da diventare causa primaria della oggettiva insufficienza di ogni giornata ad adempiere alle proprie incombenze lavorative».




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Censimento in Cina: 1,34 miliardi Paese sempre più urbano e vecchio

La Stampa







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Grillo attacca Santoro: chiudi Annozero

Corriere della sera


La replica del giornalista: «Pensi la stessa cosa che pensa Berlusconi»



MILANO - Un siparietto Grillo-Santoro ha aperto la puntata di Annozero del 28 aprile. Da una parte il comico genovese, che ha chiesto al giornalista di chiudere il programma, accusandolo di tenere in vita «gente ormai morta». Dall'altra parte il conduttore, che dopo aver mandato in onda l'rvm con il monologo di Grillo, ha voluto replicare: «Chiudere Annozero? Lo pensa anche Berlusconi».

L'INVETTIVA DEL COMICO - Ospite, ma non in studio, del programma di Raidue, il comico genovese si è lasciato andare a invettive e insulti. Innanzitutto contro chi vuole il nucleare, che lui considera una fonte di energia ormai morta: «Guardate Fukushima e Chernobyl, Amen. Chiunque cerchi una sorta di spiegazione scientifica, desista» l'invito del comico. Che poi se l'è presa direttamente con il giornalista. «Ho letto un libro - ha spiegato nel suo intervento registrato e mandato in onda a inizio puntata - che mi ha fatto aprire gli occhi. Si intitola I volenterosi carnefici di Hitler». Da qui l'attacco a Santoro: «Quelli che hai tu in studio, i politici, sono i volenterosi carnefici della democrazia, per questa gente qui è finita, tu Santoro tieni in vita queste persone, non sei un media ma un medium, fai parlare la gente alle tue spalle invece di far parlare i politici in studio».

LA REPLICA - «Basta con Annozero? Lo pensa anche Berlusconi» ha commentato a caldo Santoro. Un'altra però l'obiezione vera che il giornalista ha voluto muovere al comico. «Se noi vogliamo davvero un cambiamento in senso ecologico della realtà che ci circonda dobbiamo imparare ad amare tutte le piante che ci circondano, e se vogliamo una rivoluzione dei sentimenti dobbiamo imparare a rispettare tutti i sentimenti delle persone che ci circondano. E ancora una obiezione: se in questo Paese tende a prevalere la legge più forte non sarà perché noi manchiamo di attenzione nei confronti delle ragioni degli altri?». E poi ancora: «Noi qui non ci possiamo esprimere come Grillo vuole che ci esprimiamo, per il semplice motivo che intorno a noi sono state costruite una serie di regole che funzionano un po' come delle sbarre». Dura replica al comico genovese anche da parte del vice presidente della Camera Maurizio Lupi (Pdl) ospite ad Annozero: «Non mi piace essere insultato da una persona che non accetta mai un contraddittorio. Non viene mai qua a confrontarsi con le sue idee, giuste o sbagliate che siano»

Redazione online
29 aprile 2011



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Alla Camera c'è soltanto un deputato

Il Tempo


Pomeriggio di interpellanze urgenti ma gli onorevoli sono altrove. Al lavoro Anche Viale e Leone. Prossima riunione martedì.


Sono le 16,15. Nell'aula della Camera c'è soltanto un deputato. Un record. È giovedì, mica domenica, ma 644 onorevoli sono altrove. All'ordine del giorno ci sono alcune interpellanze urgenti. La terza è quella di Enzo Raisi, l'unico presente: è rivolta ai ministri dell'Economia e della Giustizia. L'esponente di Fli chiede lumi su una compravendita di immobili a San Lazzaro di Savena, un paese in provincia di Bologna. Risponde la sottosegretaria all'Economia Sonia Viale. Presiede l'Aula Antonio Leone.

Tutti gli altri banchi sono vuoti. Un deputato, un rappresentante del governo, un presidente. Meno anche dei commessi, che sono quattro, e degli stenografi, anche loro quattro. Dopo una ventina di minuti si siedono sulle tribune i ragazzi di una scuola. Leone li guarda sconsolato. Dopo quella di Raisi, ci sarebbero altre cinque interpellanze urgenti. Ma non ci sono i rappresentanti del governo a cui sono rivolte né gli onorevoli che le hanno presentate. A Leone non resta che annunciare: «Governo e deputati hanno concordato di posticiparle. La seduta è sospesa». Le cinque interpellanze che non sono state discusse sono firmate da ben 125 deputati. Ma nessuno era in Aula. Del resto sarà pure un giovedì ma è tra Pasqua e il Primo maggio.

Qualche onorevole sarà rimasto a casa. Anche se un quesito sorge davvero spontaneo: ma se sono interpellanze «urgenti» perché non le segue nemmeno chi le presenta? Qualche deputato cammina in Transatlantico, qualcun altro va diretto alla buvette ma non più di tre-quattro: Pepe del Pdl, ora iscritto ai Responsabili, Della Vedova di Fli. Un altro paio. C'è Fabio Rampelli (Pdl). Parla con alcune persone, risponde al telefono, poi si volta e saluta: «Vado a lavorare, tanto qui non si fa un c.». Ha ragione da vendere. Eppure c'è la guerra, la crisi, al limite anche il rimpasto ma la Camera è deserta. La prossima seduta è prevista martedì alle 11. Si sa, dopo tanto lavorare si avrà pure diritto a tirare il fiato qualche giorno.

Alberto Di Majo
29/04/2011




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Operaio a nero per un giorno: 50 euro e nessun diritto»

Corriere della sera

Sulla strada aspettando il caporale che ti fa lavorare. Tra abusi, ingiustizie e morti invisibili

Il «lavoro sporco»
di A.Crispino


ROMA - Sono le 5 del mattino, sulla statale a ridosso della Magliana, periferia sud di Roma. Vicino a un viadotto, si distinguono delle sagome sul ciglio della strada: vanno avanti e indietro tra le auto che sfrecciano. Saranno una cinquantina, da lontano sembrano prostitute. In realtà sono uomini: lavoratori, operai. Tutti in cerca di un lavoro. «In nero, ovviamente».


Moldavi, ucraini, rumeni, polacchi in attesa del caporale che di lì a poco li assolderà in qualche cantiere, «in nero ovviamente». Costano la metà e lavorano quasi il doppio rispetto a un operaio regolare. Un manovale in nero prende 40 euro per dieci ore di lavoro; si sale fino a un massimo di 70 euro per quelli con più esperienza. Vuol dire che devono saper fare di tutto: muratura, pittura, intonaco, massetti, pavimenti, idraulica etc. Nessuno può discutere o contrattare il salario. Se ti sta bene sali in macchina, altrimenti resti in strada ad aspettare la prossima opportunità, se ci sarà. Perché le strade della capitale sono sempre più piene di lavoratori che si offrono senza condizioni.

Con una telecamera nascosta abbiamo filmato quello che succede quotidianamente sulle strade provando a fotografare la paura, la rassegnazione e l’indignazione di chi non ha altra scelta per vivere. Ma anche la spudorata arroganza con la quale i caporali abusano di queste persone. Per un giorno ci siamo trasformati in uno di loro: siamo diventati operai in nero. "Invisibili" ma parte integrante di quella terribile piaga del lavoro senza diritti che affligge l'Italia.
Dopo alcune ore in piedi e sotto al sole si ferma una macchina. Il socio di un’impresa locale ci ingaggia per il rifacimento della rete fognaria di una residenza sanitaria. Il prezzo per la giornata è 50 euro.

Appena arrivati prendiamo ordini a ripetizione e iniziamo a fare quello che qui chiamano il «lavoro sporco». Inutile parlare di sicurezza sul lavoro. Se chiedi un paio di guanti o un casco ti ridono in faccia: «Qui si lavora così … lavora piano piano». Un altro operaio spiega che se ci facciamo male o sbagliamo a fare qualcosa è meglio che ce ne andiamo subito perché il capocantiere nemmeno ci pagherà. Ma l’infortunio è il minimo che può capitare. In casi peggiori nessuno dovrà mai sapere come e cosa è successo. Insomma, dei fantasmi. Inesistenti anche per le statistiche che non li contemplano neppure alla voce «morti sul lavoro». Tragica realtà quotidiana nell'Italia che produce e lavora senza regole e diritti.

Antonio Crispino
28 aprile 2011(ultima modifica: 29 aprile 2011)

Amministrative, anche i magistrati in campo: braccano i candidati (ma solo quelli di destra)

di Carlo Maria Lomartire


Si avvicinano le elezioni e si susseguono iniziative e fughe di notizie che coinvolgono persone o partiti in lizza alle prossime comunali. Tre vicende riguardanti esponenti del Pdl: dovremmo chiederci di nuovo se è un caso. Una moratoria elettorale sarebbe giusta, ma chi la rispetterebbe?



Lasciamo perdere la solita formula della «giustizia a orologeria». E non perché non esista - esiste, esiste… - ma perché, come tutti gli argomenti polemici, anche i più legittimamente polemici, perfino questa contestazione, se troppo usata, finisce per perdere efficacia. E allora stiamo ai fatti: ieri il fascicolo milanese del Corriere della Sera dava per l’ennesima volta, con grande risalto e in prima pagina, notizia di un’inchiesta della Procura, stavolta «per turbativa d’asta e corruzione», sparando con grande risalto e già nei titoli i nomi degli «indagati». Tra loro c’è Marco Osnato, genero di Romano La Russa e candidato al Comune. Si badi bene, si parla di indagati; non incriminati, non imputati; gente che dopodomani potrebbe risultare completamente estranea, come troppe volte è già successo. Ma intanto quei nomi sono stati «sbattuti in prima pagina». E sono nomi - guarda caso! - di esponenti del Pdl e di candidati alle prossime elezioni amministrative. Non proprio un capolavoro di garantismo sostanziale, aldilà delle regole scritte e forse nemmeno di eleganza professionale. Con quanto risalto sarà data la notizia della loro eventuale estraneità, se sarà data?

Il fatto è che lo stesso servizio si chiude con questa puntigliosa e non innocente constatazione: «È la terza inchiesta che in queste settimane coinvolge esponenti del Pdl, dopo quelle sulle firme false del “listino Formigoni” sui manifesti “Via le Br dalle Procure”» eccetera. Ma l’articolo non si chiede - e perché dovrebbe? - come mai proprio «in queste settimane» - preelettorali, aggiungo io - tre inchieste coinvolgano - solo, aggiungo io - esponenti del Pdl. Tanto più che, nel caso specifico riferito ieri, si spiegava anche che «la materia appare però molto complessa dal punto di vista tecnico e controversa anche nelle dinamiche della ricostruzione».

Ma allora, se tutto è così vago, incerto e confuso, perché si sbattono in prima pagina dei nomi di persone che potrebbero poi risultare completamente estranee? E perché dalla Procura escono quei nomi? E perché proprio adesso, in campagna elettorale? Forse proprio perché si tratta «della terza inchiesta che in queste settimane coinvolge esponenti del Pdl». E qualche candidato. Sia chiaro, non si chiede di non indagare in campagna elettorale, tutt’altro. Si potrebbe, però, benissimo portare avanti l’inchiesta senza rivelare, ad esempio, i nomi degli indagati-candidati. Proprio adesso.

D’altra parte nessuno si è chiesto perché i radicali abbiano impiegato tempo ed energie per controllare le firme del suddetto «listino Formigoni» e non quelle, ad esempio del Pd o quelle di altre liste e in altre regioni in cui si votava. Non sarà forse perché a Milano i radicali non sono riusciti, loro, a raccogliere le firme? E non sarà anche per la ben nota e manifesta ostilità degli anticlericali radicali per Comunione Liberazione, il movimento ecclesiale di cui Formigoni è esponente?

In un’altra occasione, proprio parlando delle firme per il «listino Formigoni» ho chiesto se il buon senso, la buona fede e un sostanziale senso dell’equilibrio non possa consigliare, in casi come questo, di rimandare tutto di qualche settimana, a elezioni fatte: proponevo, insomma, una sorta di autonoma «moratoria elettorale». So, per esperienza, che è inutile chiederlo a certi colleghi della cronaca giudiziaria, sempre molto attenti ai suggerimenti che vengono dal palazzo di giustizia. La risposta sarebbe «Se vengo a conoscenza di una notizia, ho il dovere di pubblicarla». Giusto, soprattutto se si tratta di «certe notizie», che riguardano «certe persone». È un ragionamento che assomiglia in maniera inquietante al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, che si trasforma in facoltà di scegliere l'inchiesta «giusta» da portare avanti. Perciò, probabilmente, è inutile e velleitario appellarsi alla buona fede, al buon senso e all’equilibrio, virtù che sono come il coraggio per don Abbondio: chi non le ha non se le può dare.




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Vi racconto chi sono i sultani rossi della tv

di Giampaolo Pansa



Nel saggio sull’informazione del grande giornalista, un capitolo devastante sui conduttori-divi dei talk targati Rai (e dintorni). Da Santoro alla Dandini, da Gruber a Lerner, dalla Annunziata a Floris, Pansa ne ha per tutti



Esce il 4 maggio Carta straccia. Il po­tere inutile dei giornalisti italiani (Rizzoli, pagg. 412, euro 19,90) di Giampaolo Pansa. Un ritratto impie­toso del mondo dell’informazione, dalla carta stampata alla televisio­ne. I giornali, nessuno escluso, sono sempre più faziosi. Eppure c’è chi non vuole ammetterlo e si presenta come immune da ogni partigiane­ria. È il caso di testate come la Re­pubblica , L’espresso e, talvolta, del Corriere della Sera . Spesso, dietro alla millantata obiettività si cela l’os­sessione anti-Cavaliere, la volontà di distruggerlo con ogni mezzo, in­cluse le inchieste scandalistiche sul­la vita privata (cinicamente tirate fuori per motivi di tirature: il gossip «politico» ha risollevato le vendite di Repubblica ). 

Storia personale (Pansa è uno dei più grandi giornali­sti italiani) e pubblica si intrecciano in un affresco accurato. Non manca­no parti esilaranti, come l’incredibi­le rassegna delle smentite pubblica­te dai quotidiani colti in castagna. Per gentile concessione dell’auto­re, presentiamo, in queste pagine, due stralci dal libro, il primo dedica­to ai telepredicatori di sinistra, il se­condo a Carlo De Benedetti, editore di Repubblica ed Espresso , giornali nei quali Pansa ha lavorato per mol­ti anni, ricoprendo cariche impor­tantissime.

Santoro si era sempre fatto notare per lo stile e le qualità del leader politico. Per comincia­re, risultava il più anzia­no dei sultani rossi. Nel luglio 2011 quella parte d’Ita­lia che lo ama festeggerà a dovere il suo sessantesimo complean­no. Poi era il televisionista rosso di più lunga durata. Stava sugli al­tari dal 1987, quando aveva 36 an­ni e ancora esisteva la Prima re­pubblica. Il successo iniziale fu Samarcanda , seguito da Il rosso e il nero del 1992, entrambi su Rai 3.
In quel tempo Michele era ma­gro, astuto e ambiguo quanto oc­correva. Nell’ottobre del 1991 an­dai a intervistarlo per l’Espresso . E mi resi conto che era sicura­mente di sinistra, ma la sua fedel­tà andava a un solo partito rosso: quello di Santoro. Con un timbro anarco-popu­­lista, forse derivato dalla militanza giova­ni­le in un gruppo ma­oista: Servire il popo­lo. Per la Prima repub­bl­ica erano tempi tra­gici. I politici appari­vano stremati e si tro­vavano sull’orlo del­l’abisso di Tangento­poli. Santoro me li de­s­crisse con la sicurez­za del ras televisivo che si sente sempre più forte. Disse: «I partiti non saranno così stupidi da taglia­re la lingua a Samar­canda .
Noi siamo matti, imprevedibili e liberi. E continuere­mo a rompere. Io rompo o sto zit­to: non vedo vie di mezzo». Poi mi spiegò: «Non è vero che il successo di Samarcanda mi ab­bia dato alla testa. Io sono un to­po in mezzo agli elefanti dei parti­ti. Saltello per evitare che le loro zampe mi schiaccino. Se mi sal­vo, continuerò a rompere. I politi­ci possono starne sicuri». Santoro si sentiva il capo di una forza personale che poteva deci­dere con chi allearsi o no. Per que­sto, all’improvviso, scelse di pas­sare sul fronte opposto alla Rai: Mediaset, la corazzata di Berlu­sconi.
Anche nel fortino del Cava­l­iere mise in mostra un’invidiabi­le capacità nel trattare gli affari. Ottenne uno stipendio da nabab­bo, più l’assunzione di tutta la sua squadra con il massimo dei compensi. E costruì un altro talk show di successo: Moby Dick nel 1996. Ma al Cavaliere, più furbo di tanti suoi dirigenti, Michele non piaceva. In lui fiutava l’avversa­rio, ben piazzato su un terreno in­sidioso: la televisione. Per di più, gli stava sui santissimi per la sua aria da padrone. Lo liquidò. E Santoro divenne il primo dei Grandi epurati, messi fuori dalla tv grazie agli editti del Cavaliere.
Michele ritornò in Rai. Poi la si­nistra, sempre generosa con i di­vi della tv, gli offrì una exit stra­tegy di lusso: il 14 giugno 2004 lo fece eleggere deputato europeo. Ma il Parlamento di Strasburgo era il posto più noioso del mondo per una star da battaglia come lui. Santoro sopportò per meno di due anni il fastidio di doverlo frequentare. Poi si dimise. E nel 2006 decise di rincasare in viale Mazzini. E diede vita a un nuovo programma: Annozero . Sotto questa bandiera, Santoro inaugurò un’altra stagione perso­nale: il conduttore da guerra. Contro chi?
Ma che domanda! Contro il suo vecchio padrone privato: Berlusconi. Il nemico da sconfiggere, il demonio da scac­ciare, il caimano da uccidere. Di­venne il più mussoliniano fra i sultani rossi dei talk show. E ogni giovedì, in prima serata su Rai 2, riprese a imporci il proprio co­mandamento: credere, obbedire e combattere. Sempre con lo stes­so obiettivo: mandare a gambe al­­l’aria il tiranno di Arcore. Il pubblico di sinistra continuò ad adorarlo. Santoro era la prova vivente che il regime fascista del Cavaliere esisteva, ma poteva es­sere battuto.
Nella scala gerarchi­ca della Rai, Michele iniziò a con­t­are più di dieci Paolo Garimber­ti , il presidente. E più di Mauro Masi , un direttore generale sen­za un potere reale nei confronti di Annozero . Ma nel paese dei ba­locchi televisivi, tutto è volatile. La forza di un programma e di un conduttore può sparire di colpo, o attenuarsi a ritmi terrificanti. È quel che accadde a Santoro verso la metà del novembre 2010. Quando il nuovo spettacolo di Fa­zio & Saviano cominciò a fare ascolti mirabolanti, confinando Annozero nell’angolo dei perden­ti, sia pure provvisori. [...] Giovanni Floris , il conduttore di Ballarò , mi appariva il Santoro dei poveri, formato Festa del­l’Unità, quella del tempo che fu. Aveva di continuo l’ansia di non poter risultare abbastanza rosso. Ma ci riusciva ogni volta. La scel­ta degli ospiti era bipartisan. Non così il suo atteggiamento.
Il com­pagnone di Ballarò si mostrava sempre amichevole nei confron­ti degli invitati di sinistra. Nei mo­menti di difficoltà, costoro sape­vano di poter contare sul suo aiu­to, offerto con lo zelo di un croce­rossino fedele nei secoli. Ma con gli interlocutori di destra, la musi­ca cambiava di colpo. Con loro Floris sfoderava l’al­tro lato di se stesso. Diventava ge­lido e spesso scioccamente irri­dente. Li interrompeva, li silen­ziava, li metteva alle strette. In­somma, un capoclasse perfetto: buono con i buoni, cattivo con i cattivi. E in molti casi pomposo. Con il vezzo ridicolo di celebrare se stesso: lo vedete quanto sono imparziale, liberale, democrati­co? Una sua gemella era Lucia An­nunziata , la regina di In mez­z’ora .

Di lei rammento l’affanno di mandare al tappeto l’ospite che aveva di fronte per trenta mi­nuti filati. Se chi s’azzardava a se­dersi davanti a lei apparteneva al giro politico opposto al suo, an­che un bambino avrebbe subito intravisto il difetto di Lucia. A lei non interessavano le rispo­ste dell’interlocutore, ma soltan­to le proprie domande. Che dove­vano sempre risultare aggressi­ve, grintose, insomma cazzute, se posso usare per una signora questo lessico da bettola. Una so­la volta toccò a Lucia di andare ko. Accadde con quel satanasso di Berlusconi. Il Caimano si alzò e la piantò in asso, sola e abban­donata in piena diretta tv. Un’altra dama sinistra era Sere­na Dandini , la regina di Parla con me , famosa per il divano ros­so. E dal martedì al venerdì sem­pre disposta ad accogliere chiap­pe eccellenti dell’opposizione al cavaliere.
Da lei erano passati Eu­genio Scalfari, Ezio Mauro, Bill Emmott, l’ex direttore dell’ Eco­nomist , Stefano Rodotà, Massi­mo Cacciari, Carlo Azeglio Ciam­pi, Guglielmo Epifani, Sabrina Fe­rilli, Antonio Tabucchi, Corrado Augias e tanti altri avversari del Berlusca. Davanti a Scalfari e alla sua sa­cra barba bianca, Serena cadde in deliquio. Era seduta accanto a lui, ma sembrava in ginocchio. Pronta a incoronare ogni rispo­sta, anche la più banale, con la sua entusiastica risata. Un gior­no, Pietrangelo Buttafuoco disse di lei:«Ha l’espressione un po’ co­­sì, di quelli che ridono pure in un cimitero».

Aldo Grasso, il critico televisivo del Corriere della Sera , il più acu­to tra quelli a disposizione dei let­tori di quotidiani, fu spietato con madama Dandini. Scrisse: «Ride in continuazione per sottolinea­re la sua ironia e la sua intelligen­za, caso mai fossero sfuggite». Poi aggiunse: «Da un program­ma che impiega tredici autori e la consulenza di altri quattro, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una mini fiction dopolavoristi­ca ». Risultato? Un continuo calo d’ascolti. A Santoro & C. si potevano ag­giungere altre eccellenze rosse che non dipendevano dalla Rai.

Consideriamo il caso di La7, una rete privata e senza obbligo di ca­none per l’utente. Qui a domina­re era Lilli Gruber , già parlamen­tare europea di sinistra, che ogni sera metteva in mostra la propria militanza. Sempre piacevole a ve­dersi, ma soltanto per la sua bel­lezza e per l’eleganza by Armani. Confesso che ad affascinarmi era l’eterna giovinezza della contur­bante Dietlinde, con quel viso di porcellana senza età,un’attrazio­ne irresistibile per un maschio dai capelli bianchi.

Anche per questo dettaglio, mi domandavo perché mai dimenti­casse il proprio ruolo. Per tramu­tarsi da conduttrice in uno dei liti­ganti inviati al suo Otto e mezzo . Con il risultato di far scrivere al­l’implacabile Grasso del Corriero­ne : «La Gruber rappresenta un vecchio modo di fare giornali­smo. Nel suo programma non c’è mai un percorso di conoscenza, ma solo uno scontro di opinioni, una parata di idee contrastanti». In questo scontro, Lilli voleva sempre vincere. Per arrivare a questo risultato, adottava spesso il sistema del due contro uno.

I due, tutti anti-Cav, erano lei e uno degli invitati, entrambi nemi­ci giurati del Caimano. L’uno era un ospite di centrodestra, desti­nato fatalmente a soccombere. E non metto nel conto il filmato di Paolo Pagliaro che, ogni sera, of­friva il proprio soccorso rosso. Più o meno lo stesso era quel che pensavo a proposito di un al­tro programma di La7: L’Infedele di Gad Lerner . Ecco l’ennesimo talk show da combattimento. Sempre contro il maledetto Cava­liere. E per questo noioso e bana­­le, da non guardare. Mai una sor­pr­esa né un guizzo di genialità im­prevista. Ma in fondo era il ritratto to del suo autore.
Da tempo Lerner stava immer­so in una fantastica regressione politica.Che lo aveva sospinto al­­l’indietro nel tempo. Ossia agli anni Settanta,quando Gad s’illu­deva di fare la rivoluzione prole­taria nelle file di Lotta continua. Allora aveva perso e la sconfitta si era mutata in un incubo desti­nato a perseguitarlo. Come una condanna a cercare di continuo una vittoria che l’ascolto ridotto seguitava a negargli. [...] Molto più interessante di Ser­ra ( Michele, ndr ), risultava il per­sonaggio di Fazio, la cui presa di posizione a vantaggio della sini­stra era scoperta, scopertissima.
Nonostante questo, amava inter­pretare il ruolo opposto al televi­sionista settario. Era quello dell’abatino estra­neo a qualsiasi parrocchia, ami­co di tutti e nemico di nessuno. Con l’aria dimessa, l’espressio­ne sempre stupita, il vestito stra­fugnato del ragazzo di provincia capitato per caso in un posto e in una funzione che non ritiene di meritare. In realtà, nella Rai odierna fran­tumata in sultanati, Fazio era il più sultano di tutti. Un signore gelido, capace di muoversi sen­za guardare in faccia nessuno, curatore attento dei propri co­modi. E all’occorrenza anche cat­tivo.
Con la manina avvolta nella flanella grigia e lo stiletto avvele­nato ben nascosto. Era con que­sta lama che Fazio, nel suo pro­gramma abituale, Che tempo che fa , praticava una censura inflessi­bile. Truccata da libertà di scel­ta, quella che spetta a tutti i con­duttori di talk show. In realtà, il pallido Fabio non sceglieva, ma discriminava. Gestendo in mo­do autoritario il potere di pro­muovere libri e autori. Un regi­me accettabile in una tv privata, però non alla Rai. Che è pur sem­pre pagata dal canone sborsato dai «tutti» ai quali Saviano vole­va parlare.  




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Baravano al poker online, 41 arresti

Corriere della sera

Con un software illegale il banco vedeva tutte le carte dei giocatori seduti al tavolo virtuale. Recuperati 1,6 milioni




MILANO - Il tavolo verde diventa virtuale e anche i bari si adeguano alle nuove tecnologie. Nelle Marche la Guardia di Finanza ha denunciato 41 persone che avevano messo in piedi un'organizzazione che, con la complicità dei gestori e tramite un apposito software, "spiava" le carte dei giocatori. Il software era installato nei computer di diversi locali e circoli delle province di Macerata e Fermo. Permetteva al banco di vedere le carte dei giocatori, scegliendo così in base alle situazioni se cedere la mano o rilanciare fino alla vittoria.


Il sistema prevedeva che 4 giocatori si sedessero al tavolo online. Se il numero dei giocatori in rete non era sufficiente a formare il tavolo, intervenivano uno o più giocatori virtuali gestiti dal banco. A questo punto, con un apposito software il banco era in grado di vedere le carte in mano degli altri giocatori, potendo così scegliere la mossa più conveniente in base al punto posseduto. La figura del baro virtuale era svolta dal figlio del promotore, che da una postazione a casa a Macerata controllava i tavoli da diversi monitor, giocando a carte scoperte e con la certezza della vittoria. Circa 1,6 i milioni di euro recuperati a tassazione dalla Guardia di Finanza al capo dell'organizzazione (fonte TMNews).

Redazione online
28 aprile 2011

Caso D'Addario, sexy veleni sul Cav Il giudice sospetta: la talpa è il pm

di Redazione


Il gip di Bari scarcera Andrea Morrone, ex consulente della procura e presunta talpa dei verbali su escort e tangenti. Si riapre il giallo della fuga di notizie: nel mirino l’ufficio del pm Giuseppe Scelsi, titolare dell’indagine



di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

Punta sull’ufficio del pm Pino Scel­si, il titolare delle indagini sul caso Ta­rantini- D’Addario, la pista degli inqui­renti sulla fuga di notizie che a fine esta­te 2009 «accolse» a Bari l’arrivo del nuo­vo procuratore capo, Antonio Laudati. Lo stesso con il quale proprio Scelsi è en­trato anche recentemente in attrito: og­getto del contendere proprio quelle in­dagini sul re delle protesi pugliese e la escort famosa per le due serate a Palaz­zo Grazioli. Divergenze di vedute sulla conduzione e la velocità dell’inchiesta, che si sarebbero concretizzate in uno scambio epistolare al vetriolo.
Ma tornando alla fuga di notizie, che vide spiattellate sul Corriere della Sera , a settembre 2009, due paginate «biparti­san » di verbali di Tarantini (sulle escort a Palazzo Grazioli e sulle tangenti ses­suali per il vice di Vendola, Sandro Fri­sullo), la caccia alla talpa è stata da subi­to una priorità per Laudati, che s’era le­gato al dito quello sgarbo nel giorno del­l’insediamento. Il caso sembrava chiuso fino a qualche giorno fa nel modo migliore per gli uffici giudiziari, con l’arresto ai domiciliari di un ex consulente della procura, Andrea Morrone, poi assunto come collaboratore alla redazione di Lecce del Corriere .

Una soluzione che «scongiurava» il timore di un coinvolgimento diretto di organi inquirenti. Secondo l’accusa, infatti, Morrone avrebbe ottenuto quei documenti collegandosi in remoto al pc di Scelsi, grazie alla vulnerabilità della rete informatica della procura, e li avrebbe poi passati a una giornalista. Giallo risolto? Macché. Pochi giorni fa il gip Sergio Di Paola, lo stesso che ne aveva firmato l’ordinanza d’arresto, ha scarcerato Morrone. Decisive le dichiarazioni dell’indagato, convincenti le perizie tecniche di parte, che ricalcano quanto già emerso nella prima consulenza del pm sugli accessi abusivi al sistema informatico. 

L’altra anomalia dell’indagine sulla talpa è appunto l’esistenza di perizie multiple. La prima non incastrava Morrone, dimostrando che non era in possesso della password personale del pm. A marzo 2010, sei mesi dopo, una seconda perizia stavolta incardina l’accesso «pirata» nella stanza a cui Morrone aveva accesso. Il gip smonta tutto. Morrone non aveva la password. E il giorno del «furto», il 4 agosto 2009, non c’è stato «accesso alla rete del dominio da parte del personal computer del pm», Scelsi. Un «elemento - scrive ancora il gip che collide con l’ipotesi che in quella data attraverso la rete possa essere stato effettuato un accesso “da remoto” al medesimo personal computer».
Insomma, è vero che l’indagato quel giorno era in procura. È vero che ha parlato più volte al telefono con la giornalista coautrice dei pezzi sui verbali «fuggiti », ma il quadro indiziario ormai «non è dotato del necessario requisito di gravità ». E così, Morrone torna libero. Ma allora la talpa chi è? Il gip un’indicazione piuttosto esplicita la fornisce. «La sola possibilità è che l’accesso in condivisione sia stato effettuato localmente (quindi sul pc di Scelsi, non collegandosi alla rete della procura da un altro pc, ndr ), mutando così completamente lo scenario dell’operazione eseguita e della sua riferibilità al soggetto che la operò in quel giorno».

Insomma, la circostanza, per il gip, «impone la verifica relativa alla individuazione dei soggetti in grado di avere accesso fisicamente al computer del pm titolare delle indagini ». Il boomerang rischia di coinvolgere Scelsi stesso e i suoi più stretti collaboratori. E il coinvolgimento anche solo ipotetico di un pm barese porterebbe gli atti alla procura di Lecce, competente a indagare sui colleghi di Bari. A chi potrebbe ipotizzare una sorta di «vendetta » di Laudati nei confronti del pm a lui ribelle (il capo della procura gli affiancò due colleghi per lavorare in pool) si può obiettare che, a chiedere l’arresto di Morrone, è stato Laudati.

Ma i veleni baresi non sono finiti. Resta incerto il destino per il delicato materiale d’indagine raccolto nell’inchiesta sulla malasanità pugliese. Materiale in parte già pubblicato. Come i nastri audio che la D’Addario aveva registrato a Palazzo Grazioli e che Scelsi chiuse in cassaforte «per evitare fughe di notizie ». Inutilmente. Nel fascicolo ci sarebbero anche chilometriche intercettazioni, che per Il Fatto quotidiano finiranno sui giornali una volta chiusa l’inchiesta: «Imbarazzando certamente il premier, ma anche chi ha mantenuto la sordina allo scandalo per due anni».




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