giovedì 28 aprile 2011

Vendola ko, la Consulta: "I conti sono disastrosi, ora basta assunzioni"

di Redazione



La Suprema Corte dichiara illegittima la legge che salvaguarda incarichi dirigenziali e contratti di lavoro, nonostante la regione Puglia non rispetti il patto di stabilità


Bari - E Nichi Vendola finì ko. La Corte costituzionale ha, infatti, dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge 10 del 2 agosto 2010 della regione Puglia che salvaguardava "incarichi dirigenziali e contratti di lavoro", nonostante la regione Puglia non avesse rispettato il patto di stabilità interno.
La Consulta boccia Vendola Il governo italiano aveva impugnato la legge ritenendo violati i principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica: la legge impugnata avrebbe consentito di disporre la proroga di rapporti di lavoro subordinato e autonomo a tempo determinato, in mancanza dei requisiti e dei presupposti legittimanti previsti dalla legge. Il patto di stabilità interno prevede infatti la revoca di incarichi dirigenziali esterni e di contratti di lavoro a tempo determinato, stipulati a seguito di atti adottati in violazione del patto di stabilità interno. La Suprema Corte non ha neppure accettato il fatto che la regione Puglia avesse abrogato la legge con una successiva disposizione del 30 marzo 2011. "La legge censurata - scrive la Corte - ha trovato applicazione per quasi otto mesi".




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Così la cultura italiana è diventata comunista

di Giovanni Sallusti



Un saggio rivela come il Pci abbia sedotto mente e cuore degli intellettuali del nostro Paese. Ma perché la destra non vi è mai riuscita?


Cronaca di un capolavoro. Sarebbe la dicitura da affiancare a Operazione Gramsci. Alla conquista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra, saggio firmato da Francesca Chiarotto in libreria per Bruno Mondadori (pagg. 233, euro 20). In realtà, un manuale sull’arte di costruire un’egemonia culturale, che diventa negativo fotografico dell’oggi. Il capolavoro, tecnicamente s’intende, fu quello del Pci nell’immediato dopoguerra, e soprattutto di un uomo che concentrava in sé l’azione e il pensiero del partito, Palmiro Togliatti (alla faccia della sinistra perbene d’oggidì, che strilla per le derive leaderistiche altrui).
È un’operazione rigorosa scandita a tappe, ma il cui esito era già scritto nelle premesse. Il baricentro è il recupero degli scritti di Gramsci, morto nel 1937 dopo un decennio nelle prigioni fasciste, e la loro presentazione al pubblico come un classico della cultura. Togliatti mira così alla mitizzazione di un padre nobile che garantisca le due direttrici che gli interessano. Il rafforzamento dell’idea che esista una «via italiana» al comunismo, specifica ma ovviamente non contraddittoria rispetto all’ortodossia sovietica.

E la capacità di attirare nell'orbita ideologica del Pci tutta l’intellighenzia variamente di sinistra, facendo della discussione sul pensiero di Gramsci un grimaldello di penetrazione intellettuale, extra-politico, e dunque più tranquillizzante. Fatto del gramscianeismo l’abc del discorso culturale, si può saldare attorno ad esso tutto un sistema, mondano e popolare allo stesso tempo, sparso in case editrici, convegni, premi letterari, biblioteche, Case del Popolo, periodici, che avrebbe assicurato il miracolo. Rendere il Pci, perdente nell’urna, dominante nella cultura diffusa.
Operazione che non solo riuscì, ma che trascina i suoi effetti fino a oggi. Togliatti ne aveva talmente chiara la decisività, che già il 3 marzo 1943, in piena guerra, sollecitava il segretario generale del Comintern, Dimitrov, a «recuperare il lavoro del compagno Gramsci in prigione, di cui forse tra breve avremo bisogno per l’immediata utilizzazione nel Paese». Gli originali riposavano nell’allora alla sede del Comintern, e da lì arrivarono direttamente a Togliatti. Per il Migliore, l’operazione Gramsci è una priorità, tanto che già nel maggio 1945 sistema quello che per lui era un tassello fondamentale.

Accordarsi per la pubblicazione con una casa editrice prestigiosa e non di partito, ma contigua idealmente al partito: Einaudi. Il materiale da pubblicare era sterminato, e Togliatti puntò in primis sulle Lettere dal carcere, non sui Quaderni, per iniziare a scolpire l’icona nei suoi tratti esistenziali, fin psicologici, e agevolare così l’interesse del mondo non strettamente marxista. Incastrare Gramsci nel Gotha della neonata democrazia, questo era l’imperativo. E non si tralasciò nulla, come l’assegnazione del prestigioso Premio Viareggio del 1947 (decennale della morte di Gramsci) proprio alle Lettere, nonostante l’irritualità del riconoscimento postumo. 

Fu l’instancabile tessitura di un membro della giuria, il latinista - e comunistissimo - Concetto Marchesi, oggi diremmo la sua operazione di lobbing editoriale, ad ottenere l’unanimità sul nome di Gramsci. Tre anni dopo, si arrivò alla nascita della Fondazione Gramsci, che per consegna togliattiana doveva divenire un centro di irradiazione culturale del marxismo-leninismo nel nostro Paese. Non solo il cervello che forniva l’educazione dei quadri di partito, ma anche un nuovo, potente polo di elaborazione culturale nazionale, confermando il doppio binario con cui Togliatti ha declinato tutta l’operazione Gramsci: consolidamento dell’ortodossia interna ed espansione verso l’esterno dell’influenza intellettuale del Pci.
Fu questo, in fondo, il capolavoro: orientare gran parte dell’intellighenzia italiana sul gramscianesimo, e sul gramscianesimo ritagliato sulle esigenze del Pci. È il capolavoro che non è mai riuscito alla destra, e che non riesce oggi ai liberali, nonostante siano ormai maggioranza alle urne. Al coro interno di obiezioni, per cui per fortuna la destra è troppo individualista e i liberali sono troppo poco ideologici per fare una loro operazione Gramsci, sfugge una distinzione elementare. Non è affatto detto, che un’egemonia culturale nell’anno 2011 vada costruita con gli schemi praticati da Togliatti e compagni. Soprattutto, nessuno lo auspica. Ma un conto è il contenuto, marcio alla radice, della fu egemonia comunista. Altro è il tentativo in sé di accompagnare la propria azione con un’impalcatura culturale degna e non subalterna, anzi propositiva, che dovrebbe caratterizzare ogni grande partito. Dovrebbe, o deve?




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Sciano per provocare una valanga Poi "tuffo" con il paracadute

Il Mattino


Essere un esperto di sport estremi non dovrebbe autorizzare a commettere gesti insani o pericolosi. Semplice, eppure regolarmente disatteso come principio base della sopravvivenza propria e altrui.

Esempio fresco di giornata ci viene da Matthias Giraud, professionista di sci estremo, che si è reso protagonista di un video davvero spettacolare, per quanto assolutamente fuori di testa, insieme al suo fido compare di avventure temerarie Stefan Laude. Il palcoscenico di questa trovata geniale sono le Alpi.

Giraud, che nel campo degli sport estremi è molto famoso, tanto da meritarsi il soprannome Super Frenchie, si trovava su una vetta delle Alpi francesi per girare uno spot, quando ha deciso di provocare una valanga di neve, cavalcarla e poi gettarsi da uno strapiombo.



Giovedì 28 Aprile 2011 - 17:14    Ultimo aggiornamento: 17:19



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Libia, prima missione italiana armata

Corriere della sera

Raid effettuato nella zona di Misurata da due caccia Tornado decollati dalla base di Trapani Birgi


MILANO - È stata effettuata la prima missione dei caccia Tornado italiani armati di missili sulla Libia. Lo confermano fonti dello stato maggiore della Difesa. Alla missione nella zona di Misurata ha partecipato una coppia di Tornado Ids decollati dalla base di Trapani Birgi (il cui ingresso da mercoledì sera è vietato a giornalisti e fotografi). I caccia sono dotati di armamento di precisione per colpire «bersagli selezionati». «Di male in peggio», ha commentato il ministro leghista della Semplificazione, Roberto Calderoli. Critiche all'esecutivo italiano sono arrivate dal vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli.

Il monsignore ha puntato il dito contro l'«incoerenza» del governo che dopo aver appoggiato per anni Gheddafi e il suo regime ha scelto in questi giorni di partecipare alle azioni di bombardamento aereo. «Se il governo ha fatto questa scelta - afferma Martinelli in un'intervista a AsiaNews - forse è meglio per tutti che rassegni le dimissioni». Mercoledì il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in una comunicazione in Parlamento aveva annunciato che al termine del suo intervento otto dei dodici velivoli messi a disposizione dell'Alleanza Atlantica da parte italiana sarebbero stati pronti per compiere azioni di bombardamento sulla Libia.

SITUAZIONE MILITARE IN LIBIA - Violente esplosioni sono state udite a Tripoli nel primo pomeriggio dopo il sorvolo della capitale libica da parte di aerei Nato. Scontri tra le forze fedeli a Gheddafi e ribelli hanno interessato l'oasi di Cufra, nel sud-est della Libia, area rimasta finora ai margini della rivolta, riferisce Al Jazeera. Si continua a combattere inoltre a Misurata e Zintan. Circa 5 mila cittadini libici sono fuggiti in Tunisia negli ultimi due giorni. Violenti combattimenti sono avvenuti al confine tunisino, quando i ribelli hanno lasciato il controllo del posto di frontiera di Dehiba-Wazin di fronte all'offensiva dei lealisti. Una decina di colpi di mortaio sono caduti all'interno del territorio della Tunisia.

BOMBE AL CEMENTO - Lo stato maggiore francese ha dichiarato che i caccia di Parigi utilizzano bombe «non esplosive riempite di cemento per ridurre di molto se non del tutto i danni collaterali». I primi ordigni di questo tipo sono stati impiegati martedì contro un blindato nella regione di Misurata. Le bombe riempite di cemento pesano 300 chilogrammi e colpiscono l'obiettivo alla velocità di 300 metri al secondo. «Distruggono il bersaglio limitando il rischio di danni collaterali», ha spiegato il portavoce dello stato maggiore, colonnello Thierry Burkhard. «È una bomba molta precisa e non produce frammenti durante l'esplosione».


AVARIA - Un caccia F-16 italiano ha avuto un'avaria in fase di decollo sulla pista di Trapani. Il pilota è riuscito a bloccare il velivolo alla fine della pista. Nella base è scattato lo stato di emergenza. La pista - in comune con l'aeroporto civile - è stata chiusa per un'ora e mezzo per procedere alla rimozione dell'aereo. La chiusura non avrebbe causato problemi al traffico civile, in quanto in quel lasso di tempo non erano previsti voli in arrivo e in partenza.

VOTO CAMERA - Intanto il prossimo 3 maggio la Camera sarà chiamata a esprimersi con un voto sulla missione in Libia dopo le tensioni tra la Lega e Berlusconi, che il 25 aprile ha autorizzato i bombardamenti sulle forze di Gheddafi.

STIME - Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti stima da 10 mila a 30 mila le vittime civili della rivolta in Libia da quando Gheddafi ha lanciato il contrattacco contro le forze ribelli.


Redazione online
28 aprile 2011

Caccia ai resti della Gioconda L'erede: «Lasciatela in pace»

Corriere della sera

Via libera alle ricerche, nel convento di Sant’Orsola, dei resti mortali di monna Lisa Gherardini Del Giocondo,la presunta modella di Leonardo da Vinci per la Gioconda

Televisioni e quotidiani di tutto il mondo mercoledì seguiranno nel convento di Sant’Orsola a Firenze l’inizio delle ricerche dei resti mortali di monna Lisa Gherardini Del Giocondo, la presunta modella di Leonardo da Vinci per la Gioconda del Louvre.

LE INDAGINI - Dalla televisione araba Al Jazeera, alla Cnn, dalla televisione russa a quella francese, dal Magazine National Geographic a Voyager, tutti gli occhi sono puntati sull'ex convento fiorentino. Per tre giorni consecutivi, dal 27 al 29 aprile, grazie all’ausilio del geo-radar, verranno presi in esame il sottosuolo dei due chiostri e delle due chiese del Convento dove potrebbero esserci ancora la tomba e i suoi resti. Dal 9 maggio inizieranno invece gli scavi per portare alla luce le spoglie della gentildonna. Il georadar in un pre-test ha già evidenziato cavità sotterranee, ma da domani a venerdì sarà svolta una mappatura esatta sotto il pavimento dei due chiostri del convento, dove si presume che ci fossero le sepolture; l’8 maggio i risultati e forse il 9 si comincerà a scavare. L’obiettivo dello staff scientifico è trovare i resti di una donna di 63 anni, l’età in cui morì Lisa Gherardini, e ricavarne il Dna per compararlo con quello dei figli in Santissima Annunziata e, in ultima analisi, la ricostruzione fisiognomica del volto al computer per confrontarlo col dipinto al Louvre


I DISCENDENTI - «Ma non è possibile! lasciate riposare in pace la mia antenata, monna Lisa Gherardini del Giocondo. Cosa cambia trovarne i resti rispetto al fascino del quadro di Leonardo? Volerne cercare le ossa mi sembra un atto sacrilego e non molto opportuno». Non è convinta la principessa Natalia Strozzi, attrice e imprenditrice del vino, a proposito della ricerca della tomba di monna Lisa, la Gioconda di Leonardo da Vinci, che inizia domani a Firenze dentro l’ex convento di Sant’Orsola. La sua famiglia, di antico lignaggio fiorentino, custodisce da secoli una tradizione per cui gli attuali discendenti sarebbero pronipoti per linea femminile di Lisa Gherardini (1479-1542), alla quindicesima generazione

26 aprile 2011(ultima modifica: 27 aprile 2011)

Spot dell'Ikea, il Fli spara a zero contro i gay Ma Fini non era il paladino delle coppie di fatto?

di Andrea Indini


Ancora polemiche sullo spot sulle "famiglie" gay. Bacio libero davanti all'Ikea di Roma. Buttiglione all'attacco: "Gli etero pagano le pensioni ai gay". Anche il futurista Menia polemizza: "Se il mondo funzionasse in 'quel' modo sparirebbe". Ma Fini non si era "convertito" al pensiero progressista?



Roma - Se la strategia di marketing dell'Ikea era scatenare il dibattito, ci sono riusciti a pieno. Dieci e lode all'ideatore della campagna del gruppo svedese per l'apertura del nuovo centro commerciale a Catania. "Siamo aperti a tutte le famiglie", giganteggiava lo spot ovunque nel capoluogo siciliano. E i due uomini che passeggiano, mano nella mano, per il grande magazzino reggendo borse gialle e blu cariche di nuove compere, sono diventati una vera e propria icona. La comunità omosessuale ha accolto con gran favore la pubblicità lanciata il mese scorso dall'Ikea e ha cavalcato il lancio per ribadire la necessità di politiche sociali in favore delle coppie gay. Di tutt'altra opinione il sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi che ha chiuso l'argomento spiegando che "lo spot dell'Ikea offende la nostra Costituzione".
La comunità gay ha colto al volo le parole di Giovanardi per scendere in piazza. L'appuntamento è per sabato, davanti all'Ikea di Bufalotta (Roma Nord). Si chiama "Bacio libero" e le persone che vi parteciperanno si divideranno in coppie ("qualunque sia il genere di famiglia") e si baceranno per un minuto. Poi entreranno mano nella mano all’Ikea.

"In Italia vivono attualmente 5 milioni di omosessuali e un milione di coppie di fatto di cui oltre 250mila composte da persone dello stesso sesso - spiegano gli organizzatori della protesta - l’articolo 3 della Costituzione afferma l’uguaglianza di tutti senza distinzione di sesso". Lo slogan del pomeriggio sarà: "Noi dentro Ikea, Giovanardi fuori dal mondo". Si scalda la polemica proprio nei giorni in cui, su richiesta del Pd, la conferenza dei capogruppo a Montecitorio ha calendarizzato per fine maggio la legge sull'omofobia sbloccando in questo modo l'iter in commissione Giustizia dove il provvedimento stazionava ormai da un anno e mezzo.
Il "Bacio libero" davanti al grande magazzino romano ha subito fatto il giro dei social network. Un gruppo Facebook ha subito fomentato la campagna contro Giovanardi. Ma il sottosegretario non è il solo a non gradire la trovata pubblicitaria dell'Ikea. In molti, infatti, hanno storto il naso. "Non mi sono scandalizzato tanto per questi manifesti dell’Ikea, ma in generale - spiega il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione - ci sono le famiglie tradizionali che fanno crescere i bambini e li educano. Questi quando sono grandi pagano tasse e contributi anche per le pensioni e l’assistenza sanitaria di quelli che i bambini non li hanno avuti, e che hanno avuto invece molti soldi in più durante la vita". E chiede: "Sennò da dove pensiamo che si prendano i soldi per pagare le pensioni ai gay?".
Se l'Ikea approda a Catania pubblicizzando il proprio punto vendita con una coppia omosessuale, di certo non lo fa a casaccio. C'è dietro uno studio. Per lanciare il nuovo spazio l'Ikea ha appunto deciso di lanciare una campagna sulle "nuove famiglie" facendo discutere da mesi. "Noi di Ikea la pensiamo come - si legge nello spot - la famiglia è la cosa più importante". Molto democratico, appunto. "Quello che cerchiamo di fare è rendere più comoda la vita di ogni persona, di ogni famiglia e di ogni coppia, qualunque essa sia".
Una provocazione, insomma. Una provocazione in cui, secondo Giovanardi, il termine "famiglie" viene usato "in aperto contrasto contro la nostra legge fondamentale". "Quel manifesto non mi piace", fa eco il coordinatore nazionale di Fli, Roberto Menia, sottolineando che "la famiglia riconosciuta dalla Costituzione è quella composta da uomo e donna e anche io non sono d'accordo che quella raffigurata nel manifesto sia una famiglia". "Se il mondo funzionasse in 'quel' modo - sentenzia il finiano Menia - nell'arco di una generazione sparirebbe".

Bisogna, tuttavia, chiedersi per quale ragione l'Ikea, un'azienda che punta tanto sulla comunicazione abbia optato per una campagna pubblicitaria del genere proprio a Catania. Sicuramente perché, come già Oliviero Toscani, l'intento è quello di far parlare di sé, garantendosi in questo modo una visibilità assicurata.  




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L'Ue boccia il reato di clandestinità

La Stampa



28/04/2011





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Giovanni Gentile ucciso un'altra volta dalla sinistra

Il Tempo


Chiesta la rimozione della salma del filosofo da Santa Croce. Appoggiò il regime mussoliniano, non può stare nella basilica". Il sindaco Renzi abbassa i toni: solo un'inutile provocazione.

Quello che è successo a Firenze, nei giorni scorsi, a ridosso delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è la dimostrazione che - malgrado gli appelli del Capo dello Stato a cercare «condivisioni» sul nostro passato - il tessuto morale del paese è profondamente lacerato. 


I fatti sono - non c'è parola migliore per descriverli - allucinanti. E avrebbero dovuto sollevare un'ondata di sdegno in tutta Italia. Eccoli. La sezione fiorentina dell'Anpi, con il plauso e l'adesione di personalità politiche locali di sinistra e centro-sinistra, ha chiesto la rimozione della salma del filosofo Giovanni Gentile dalla Basilica di Santa Croce a Firenze in quanto (è la motivazione testuale) «appoggiò il regime mussoliniano».

E, come conseguenza, ne ha proposto la traslazione in un cimitero comune. Non se ne farà, probabilmente, nulla, anche perché il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha definito l'iniziativa una inutile «provocazione» smentendo in tal modo il capogruppo del Pd che aveva definito la proposta «molto solida» e degna di essere «presa immediatamente in considerazione».

Tuttavia il problema non è questo, non è nella fattibilità o meno di una proposta dissennata. Il problema sta nel fatto stesso che - ad oltre mezzo secolo dai fatti luttuosi della "guerra civile" - possa scaturire una proposta del genere, possa venire partorita cioè l'idea, balzana e priva di ogni base giuridica, che sia possibile rimuovere una salma, per le idee politiche del defunto, e spostarla da un cimitero, ritenuto evidentemente di serie A e con un grande valore simbolico, a un altro cimitero, considerato di serie B e quindi adatto a un nemico.

Dietro questa proposta balorda - a meno che non ci sia un banale episodio di bassa lotta politica interna al centro-sinistra per mettere in difficoltà l'attuale sindaco di Firenze - c'è, con molta probabilità e assai più verosimilmente, il desiderio, fors'anche inconsapevole ma non per ciò meno pericoloso, di rifiutarsi di voltare le pagine del grande libro della storia e di voler mantenere vivo un clima di permanente «guerra civile strisciante».

Non è un caso, infatti, che, sui muri di Firenze, sia apparsa la scritta: «Gentile fascista eri il primo della lista, morte a te e a chi ti difende». Una scritta che evoca scenari sanguinosi sui quali, evidentemente, da certe parti non è calato il sipario. E che,anzi, taluni ambienti della sinistra vorrebbero riproporre trasformando l'antifascismo in antiberlusconismo. L'assassinio del filosofo avvenne il 15 aprile 1944 per mano di un commando di partigiani comunisti.

Fu una pagina nera nella storia della Resistenza, un episodio che ancora imbarazza la Sinistra. Fu un assassinio privo di giustificazioni militari o politiche dal momento che Gentile non ricopriva cariche pubbliche, se non culturali, e, conosciuto per mitezza e disinteresse, si era pronunciato e adoperato per la riconciliazione degli italiani. Per molti, anche antifascisti illustri, la notizia del barbaro assassinio del filosofo fu un trauma. Indro Montanelli, che all'epoca era prigioniero della Gestapo a Gallarate, avrebbe riferito le sue reazioni con parole emblematiche: «Mi ci trovavo da molti mesi, e sempre avevo creduto di trovarmici dalla parte giusta: quella dei resistenti. Per la prima volta dubitai di essere dalla parte sbagliata: quella dei sicari».

In realtà, l'assassinio di Giovanni Gentile ebbe un significato politico e un significato filosofico. Dal punto di vista politico fu l'esito di una strategia maturata ai vertici del Pci e volta ad affermare il primato comunista alla guida del Cln mettendo in difficoltà la componente costituita dagli intellettuali allievi del pensatore.

Dal punto di vista filosofico, rappresentò la sconfitta dell'egemonia culturale dell'"attualismo" e la sua sostituzione con quella del "gramscismo". In altre parole, l'assassinio di Gentile rientrò in una strategia volta a consolidare la guida comunista della Resistenza e, al tempo stesso, a gettare le basi dell'egemonia culturale e politica del "gramsci-azionismo" nell'Italia liberata.

Il che, sia detto per inciso, spiega il motivo per il quale attorno al nome del filosofo andò sviluppandosi una vera e propria damnatio memoriae che, periodicamente, torna a manifestarsi ogni volta che se ne presenti l'occasione: per l'apposizione di una targa o per l'emanazione di un francobollo ovvero per la proposta di intitolargli una via o una strada in quella Firenze al cui sviluppo intellettuale, ma anche economico, egli contribuì non poco. Tuttavia non era mai stato toccato questo limite: la voglia di profanare una salma in nome dell'antifascismo. Montanelli avrebbe parlato, probabilmente, del ritorno dei sicari.



Francesco Perfetti
28/04/2011




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Truffa dei Parioli, nuovo filone Perquisiti gli uffici di Alenia

Corriere della sera


Accertamenti su contratti di vendita per 14 caccia Eurofighter da guerra. Commercialista romano sotto accusa per i soldi finiti all'estero


ROMA - Acquisizione di centinaia di documenti nella sede romana dell'Alenia, società del gruppo Finmeccanica. La Guardia di finanza entra negli uffici dell'azienda specializzata in sistemi di difesa e dà una svolta all'indagine sulla truffa dei Parioli, che ha portato in carcere il broker Gianfranco Lande e i suoi soci. Al centro dei nuovi accertamenti l'acquisto di 14 aerei da caccia Eurofighter che, secondo quanto raccontato dallo stesso Lande, «mi hanno fatto incassare 84 milioni di euro che ho utilizzato per pagare i dividendi agli investitori».

I finanzieri hanno portato via le carte relative ad alcuni contratti che potrebbero «occultare» traffici illeciti. Ecco quanto ha fatto mettere a verbale lo stesso Lande: «La Vector Aerospace è una società costituita nel 2005, nel quadro di un contatto con il dipartimento militare Eads della Germania. C'era stata una fornitura per 18 aerei caccia e altre apparecchiature belliche a favore del ministero della Difesa austriaco per un importo di circa 4 miliardi di euro. Il contratto prevedeva una penale di circa il 5 per cento degli importi oggetto delle transazioni, nel caso in cui Eads non avesse raggiunto un livello di compensazione industriale equivalente. La fornitura è poi stata ridotta a 14 aerei». Adesso si dovrà stabilire se effettivamente Lande abbia gestito questi contatti, con quali manager del colosso abbia trattato e soprattutto il percorso dei soldi visto che gli inquirenti non credono alla regolarità dell'operazione.



Intanto si allarga l'inchiesta sul «Madoff dei Parioli» che avrebbe fatto sparire nei paradisi fiscali oltre 170 milioni di euro. L'ultimo indagato è un commercialista romano, Giuseppe Gambacorta: ieri gli investigatori del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza gli hanno perquisito studio e abitazione e hanno sequestrato documenti, memorie di personal computer, agende. Il pm Luca Tescaroli gli ha fatto notificare un ordine di comparizione per domani ma quasi certamente Gambacorta, che si trova all'estero, non si presenterà.
L'accusa è quella di attività finanziaria abusiva per un periodo che va dal 1998 al 2008: secondo il magistrato, è stato uno dei responsabili delle manovre che hanno consentito alla società controllata da Lande di trasferire il denaro raccolto da personaggi del mondo dello spettacolo, politici, ex calciatori e nobili dalle Bahamas al Regno Unito, dal Lussemburgo alla Svizzera, ad altri Paesi in cui operava la «Eim».



A coinvolgere Gambacorta sono stati l'ex amministratore della «Eim», Roberto Torregiani, e lo stesso Lande. Il primo avrebbe indicato Gambacorta come uno dei promotori della «Eim». Secondo Lande, invece, il broker gli avrebbe solo presentato alcuni clienti.
I difensori di Lande hanno intanto chiesto che il loro cliente venga messo a confronto con Gianluigi Brancadoro. È il commissario liquidatore di «Egp Italia» (società dichiarata fallita) e ha firmato due relazioni che riassumerebbero le responsabilità di coloro che hanno raccolto le somme da investire. Gli avvocati Susanna Carraro e Salvatore Sciullo vorrebbero che fosse chiarito il tenore delle notizie che si riferiscono al ritrovamento da parte di Brancadoro di somme di denaro depositate all'estero e che farebbero parte di quelle raccolte dal «Madoff dei Parioli».

Flavio Haver
28 aprile 2011




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Candidata la figlia di un boss di Forcella: non sono lady camorra, scelsi un'altra via

Corriere del Mezzogiorno


Nunzia Stolder in corsa per la Municipalità col Pdl
«Giudicano me, ma in lista vedo persone sotto processo»



Nunzia Stolder
Nunzia Stolder


NAPOLI - «Io ho seguito una strada completamente diversa da quella della mia famiglia e chiedo di essere giudicata per quello che sono, non per cognome che porto» . Parole di Nunzia Stolder, trentenne candidata alla Municipalità di San Lorenzo Vicaria in sella al centrodestra, nello schieramento che sostiene la candidatura a sindaco di Gianni Lettieri. Il suo cognome, fino a qualche anno fa, nella zona di Forcella era il simbolo del potere malavitoso. Stolder, appunto: il clan capeggiato da Raffaele, il padre di Nunzia, legato ai Giuliano da alleanze criminali e da vincoli matrimoniali.

È stato arrestato l’ultima volta alla fine di ottobre del 2009, quando fu bloccato dalla polizia mentre assaltava, pistola in pugno, un’auto guidata da due ucraini. La zia di Nunzia, Amalia, vedova di Carmine Giuliano, è morta qualche settimana fa ed è stata onorata con un funerale di quelli d’altri tempi: la bara ha fatto il giro dei vicoli di Forcella a bordo di una grande carrozza, trainata da sei maestosi cavalli neri. Una cerimonia degna di un padrino. Insomma, quella della Stolder è una candidatura destinata a non passare inosservata, proprio come anni fa, quando si propose per la prima volta alla Municipalità, in quota Forza Italia, e fu eletta con 206 preferenze. Nel suo stesso partito ci fu chi le rimproverò di avere mentito sulla scomoda parentela. «Pensi» , racconta, «che i suoi colleghi chiamavano a casa nel cuore della notte, mi braccavano perfino mentre accompagnavo a scuola i miei figli. Fu un calvario. Ho resistito perché non ho nulla da nascondere e perché chi mi conosce sa bene di che pasta io sia fatta» .

Quali sono i suoi rapporti con suo padre, l’ex boss Raffaele?
«Preferirei parlare di quel che ho realizzato in questi 5 anni da consigliere, ma vedo che non è facile. Allora dico a lei, come a tutti quelli che me lo hanno chiesto in passato, che ho interrotto i rapporti con lui da anni. Papà ha sbagliato, ha pagato e sta continuando a pagare. Il mio riscatto personale è il riconoscimento delle persone per quel che ho fatto, prima nell’ambito delle associazioni, poi da consigliere municipale. Per esempio, l’impegno per riqualificare l’area dell’ospedale dell’Annunziata, il tentativo di fare istituire seri corsi di formazione professionale per fabbri, pizzaioli, artigiani» .

Ha partecipato al funerale di sua zia, quello della carrozza con i cavalli neri?
«Non c’ero. Ripeto, ho scelto una strada diversa. Da tempo» .

Ci racconti la sua storia.
«Mi sono diplomata in ragioneria e dieci anni fa ho sposato mio marito, col quale conduco adesso un’agenzia di viaggi. Vivo con lui da tempo. Sono andata via da casa dei miei genitori all’inizio degli anni novanta. Ero una ragazzina» .

Se dovesse spiegare cosa è la camorra a un ragazzo del quartiere in cui vive, che gli direbbe?
«Non so dare un giudizio personale. Il fatto è che non ci sono opportunità per i giovani, non c’è occupazione. Infatti, la mia idea era che si organizzassero corsi di formazione professionale fin dalla prima media» .

D’accordo, non c’è lavoro, ma non è mica una buona giustificazione per entrare in un clan.
«Lo so bene, non mi fraintenda. Sarò più chiara. Ad un bambino direi che la camorra è una linfa cattiva, che non porta da nessuna parte. Rovina il futuro di chi aderisce a un clan e di chi gli vuole bene. Chi naviga in quelle acque magari vive nel lusso per qualche anno, ma alla fine sconta tutto. Meglio pane ed acqua da operaio, che caviale e champagne da camorrista. Però, bisogna anche creare le opportunità affinché un giovane si guadagni il pane ed acqua» .

La cosa che più la ferisce?
«Mi hanno definito lady camorra, hanno detto che ero la candidata del clan. Fui attaccata da un ex assessore regionale che oggi è rinviato a giudizio per una vicenda infamante. Immagino che qualcuno ripeterà quelle accuse nei miei confronti anche ora, che mi propongo per la seconda volta. Porto un cognome che è una condanna, ma vado avanti. Io non ho mai conosciuto l’aula di un tribunale, non ho mai avuto neppure una multa. Ci sono candidati, invece, alle Municipalità come al Comune, che sono coinvolti in indagini per reati pesanti, per vicende gravi».

Si riferisce ad Achille De Simone, il capolista dell’Adc di Pionati?
«Si guardi bene nelle liste, dico; perché non è l’unico caso» .



Fabrizio Geremicca
28 aprile 2011


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Beccati i ladri di monetine della Fontana di Trevi Aggredite Le Iene, vigili inerti: è polemica

di Domenico Ferrara


Un servizio delle Iene smaschera i ladri di monetine. L'inviato viene scaraventato in acqua da uno della banda e poi minacciato. Il tutto sotto gli occhi dei vigili urbani che non intervengono, anzi...



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Lasciate ogni speranza voi che lanciate la monetina nella fontana di Trevi. Perché di ritornare a vederla non se ne parla. I turisti ammirano il connubio di classicismo e barocco, voltano le spalle, chiudono gli occhi e tirano una monetina nella vasca. Tornano al loro paese coltivando la speranza che la leggenda popolare si avveri. Ma questa piccola illusione viene infranta all'alba di ogni lunedì dai ladri di monetine. A smacherarli ci ha pensato un servizio de Le Iene. Armati di rastrello e secchio, la banda si compone di quattro persone: l'esecutore materiale del furto di speranze, una sorta di bodyguard e due complici che fanno da palo. L'inviato Filippo Roma filma tutto in diretta. Ma passa un battibaleno ed ecco che il bodyguard lo scaraventa in acqua. Poi il ladro comincia a inveire contro di lui, a insultarlo pesantemente, a minacciare di gambizzarlo e quant'altro. Il tutto davanti agli occhi di due agenti della polizia municipale che assistono senza battere ciglio. Ma a tutto questo c'è un precedente a dir poco imbarazzante: all'arrivo della banda dei ladri di monetine, uno dei componenti si dirige verso un poliziotto municipale e gli dona una busta bianca. Il poliziotto la osserva, la mette in tasca ed entra in un portone, mentre i ladri possono iniziare il loro lavoro.

Le polemiche provenienti dal mondo politico non si sono fatte attendere. "Non ho trovato le parole per commentare lo sdegno e la vergogna che ho provato da romano e da amministratore di questa città", dichiara Federico Rocca Consigliere del PdL di Roma Capitale.  "Invitiamo il sindaco Alemanno e il Comandante Angelo Giuliani a prendere immediati e severi provvedimenti nei confronti dei vigili urbani che hanno compiuto gli abusi e le irregolarità mostrate ieri sera dal servizio televisivo de Le Iene, azioni che gettano discredito sull’intero corpo della polizia municipale e sulla città", afferma il capogruppo Udc in Campidoglio Alessandro Onorato, che poi aggiunge: "Che ci siano dei vigili urbani che tollerano, o addirittura favoriscono, dei reati costituisce un gravissimo danno all'immagine della Capitale"

Netta la risposta del comandante generale del Corpo della Polizia Municipale di Roma Angelo Giuliani: "Non vogliamo che i cittadini pensino che ci sia un accordo fra polizia e ladri, la nostra unica responsabilità è l’inerzia del vigile di turno che pagherà le conseguenze delle sue mancanze, il collega verrà sospeso dall’incarico. Interverremo nei confronti del vigile con una sospensione e sanzioni gravi - ha aggiunto Giuliani - ma voglio ancora precisare che tra polizia e delinquenza non c’è alcun accordo. La busta bianca passata dalle mani del ladro di monete al vigile non era altro che la carta d’identità del malvivente. Voglio precisare - conclude Giuliani - che le monetine, prima della nuova delibera emanata ieri, non erano di proprietà di nessuno quindi un intervento da parte della polizia era piuttosto difficoltoso". Sarà. Ma intanto chissà quante monetine, che avrebbero dovuto essere raccolte dal Comune e date alla Caritas, sono finite nelle tasche dei ladri. 

"I tre vigili sono sospesi. È l’ordine che ho dato al comandante della municipale Giuliani. Anche se sono convinto che non c’è stata corruzione, il loro atteggiamento è stato intollerabile", ha annunciato il sindaco Gianni Alemanno che poi ha aggiunto: "C’è bisogno di una commissione d’inchiesta che vada fino in fondo e dia una punizione esemplare". Speriamo basti...





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Una Regione di onorevoli imputati

Il Tempo


Anche il governatore Lombardo nel mirino della procura di Catania che nei prossimi giorni deciderà se rinviarlo a giudizio. All'Assemblea Siciliana 3 consiglieri arrestati e 17 indagati su un totale di 90.


Raffaele Lombardo Tre arrestati e diciassette indagati. A cui s'aggiunge una quarta richiesta d'arresto in corso. Non sono numeri di una grande operazione anticrimine, ma è la posizione di venti deputati del Parlamento siciliano. Che, richiamando la cabala, fa «paura», dato che sono proprio novanta, i parlamentari che siedono a Sala d'Ercole. Le ultime manette sono scattate poco più di quarant'otto ore fa per Riccardo Minardo, parlamentare del Movimento delle autonomie di Raffaele Lombardo. Il deputato regionale, è stato arrestato dalla guardia di Finanza, insieme ad altre quattro persone, nell'ambito di un'inchiesta su una presunta truffa legata a finanziamenti statali ed europei.

Le accuse nei confronti di Minardo sono di associazione per delinquere, truffa aggravata e malversazione ai danni dello Stato. Per la politica siciliana è una questione morale? Al di là del filosofeggiare e degli interrogativi che lasciamo ai grandi politologi, in Sicilia regna una certezza: una politica attenta a tutto tranne ai siciliani, stando ai fatti. C'è un governo Lombardo in bilico per una spaccatura nel Partito Democratico tra chi intende continuare a stare a fianco al presidente della Regione e chi, invece, tuona quotidianamente affinché il partito di Bersani molli il governatore Lombardo. Un tira e molla senza fine che ormai dura da circa un anno. Sotto la scure della giustizia c'è lo stesso governatore. La procura di Catania ha chiuso, circa due settimane fa, le indagini dell'inchiesta Iblis che lo vede indagato assieme al fratello e altri 56 persone, di concorso esterno alla mafia.

Nei prossimi giorni dovrà decidere se archiviare l'inchiesta o rinviare a giudizio Lombardo. Altra botta alla questione morale in politica la danno i tre deputati arrestati negli ultimi sei mesi, e una serie di indagini delle varie procure siciliane che, negli ultimi anni, hanno coinvolto 17 parlamentari regionali. Un gruppo trasversale agli schieramenti. Oltre a Minardo le porte delle carceri si sono aperte lo scorso 11 marzo per il deputato regionale del Partito Democratico Gaspare Vitrano, sorpreso con una mazzetta di dieci mila euro in tasca per presunti affari su energie alternative e poi trasferito ai domiciliari. Ma per il rappresentante del partito di Bersani la detenzione non appare tutta amara, se così si può dire. Infatti, nonostante gli arresti, continuerà a percepire cinque mila euro lorde al mese in qualità di deputato regionale in attesa che arrivi la sospensione definitiva dal Consiglio dei ministri. Cosa invece che è già avvenuta per il terzo deputato arrestato Fausto Fagone del Pid. Il parlamentare regionale del Popolari d'Italia domani è stato fermato lo scorso novembre nell'ambito dell'inchiesta Iblis della procura di Catania sui rapporti tra mafia e politica.


Gaetano Mineo

28/04/2011





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Il fantasma ridicolo della par condicio

Corriere della sera

A.Grasso

 

Lottizzazione, fedeltà politiche, professionalità: risolvere prima i problemi della Rai

 

Quando Pisapia ere amico di Prima Linea e il pm esultava: " L'abbiamo catturato"

Libero




E' un candidato sindaco a Palazzo Marino che fu sfiorato in gioventù dalla lotta armata. Il 7 ottobre 1980 «Giuliano Pisapia è stato catturato», scriveva il pm milanese Armando Spataro nella sua requisitoria contro Prima Linea, «a seguito delle rivelazioni di Roberto Sandalo». Sta quattro mesi in galera, fino al febbraio 1981, quando gli viene concessa la libertà provvisoria. La Procura della Repubblica di Milano lo accusa di partecipazione semplice alla banda armata Prima Linea e di aver progettato insieme ad altri un sequestro di persona fra il settembre e l’ottobre del 1977. Capi d’imputazione pesanti, ma che si riveleranno inconsistenti, tanto da condurre nel giugno del 1982 al proscioglimento per il reato di banda armata e al rinvio a giudizio per il progettato sequestro, a cui seguirà un’assoluzione.

Tutto nasce da una riunione fra il terrorista poi pentito Massimiliano Barbieri, il latitante Marco Donat Cattin (che meno di due anni più tardi ucciderà il magistrato Emilio Alessandrini) e l’ideologo di Prima Linea Roberto Rosso, avvenuta nell’abitazione milanese di Pisapia nel settembre 1977. Lo scopo è dare una bella lezione a Walter Sisti, capo del servizio d’ordine del Movimento dei Lavoratori per il Socialismo.

Negli ambienti di Autonomia Operaia è odiato perché, secondo quanto rivelano i pentiti, «alla guida di un gruppo di picchiatori, era solito aggredire compagni in maniera scriteriata, cagionando anche agli stessi lesioni gravi». Un nemico del popolo, dunque, secondo i criteri del Collettivo milanese di via Decembrio, di cui i cugini Massimo Trolli e Giuliano Pisapia sono gli esponenti principali. E, a quanto scrive il giudice istruttore Elena Paciotti nel provvedimento con cui dispone il proscioglimento di Trolli e Pisapia, il loro impegno va ben oltre, sebbene i loro avvocati producano «argomentazioni difensive in ordine all’assenza di prove circa una riconosciuta militanza dei due imputati di Prima Linea, che può darsi quindi per pacifica».

Qui la distinzione si fa sottile, quasi impalpabile. “Pacifica” perché indubitabile o perché non prevedeva azioni belliche? L’unico risultato a cui perviene la dottoressa Paciotti è che «manca ogni prova sul punto». Infatti «pur nelle diverse interpretazioni del ruolo di Pisapia e Trolli fornite dalle dichiarazioni dei tre coimputati con loro in contatto (Barbieri, Donat Cattin e Sandalo) non risulta da nessuno affermato in termini di certezza l’avvenuto ingresso nella banda armata degli stessi». Erano stati Pisapia e Trolli a chiamare in soccorso i “duri”, preparando già il terreno per l’azione dimostrativa. Spataro si era convinto che «altrettanto inverosimile è ipotizzare i rapporti tra Trolli e Pisapia da un lato e persone clandestine dall’altro (che venivano appositamente a Milano da Torino e Firenze, che dai due venivano accompagnate nei sopralluoghi e ad alcune delle quali i due fornivano diretta ospitalità) come rapporti, sia pure particolari, tra semplici militanti del movimento».

Ad avviso del giudice istruttore, però «la proposta di Pisapia e Trolli a Barbieri e Donat Cattin, evidentemente noti come appartenenti a Prima Linea o comunque ben capaci di organizzare la sperata “punizione”, non costituisce in alcun modo una condotta integrante il reato di partecipazione a banda armata, perché non presenta quelle caratteristiche di consapevole contributo all’attività, al mantenimento, al rafforzamento o al conseguimento dei fini della banda armata». Che frequentassero della gran brutta gente, questo sì, forse si può ancora dire. Grazie ai magistrati, che li hanno fermati in tempo.

di Andrea Morigi
28/04/2011




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Moana Pozzi, mito e leggenda. Oggi avrebbe compiuto 50 anni

Il Mattino


ROMA - Nessuno potrebbe mai immaginare cosa sarebbe stata oggi Moana Pozzi a cinquanta anni suonati (li avrebbe compiuti oggi). E forse è meglio così, perchè questa anomala pornostar tutta curve, cervello e classe probabilmente ci avrebbe riservato più di una sorpresa.
Ma il fenomeno Pozzi una cosa ce la insegna, che l'Italia degli anni Ottanta era del tutto diversa da quella di oggi.

Basta andarsi a vedere come un disinvolto quanto istituzionale Pippo Baudo intervistasse senza troppo scomporsi, su Rai1 nel 1994 nel programma "Tutti a casa", una Moana Pozzi con scollatura frontale ascellare. Insomma Moana Pozzi, figlia di ricercatore nucleare e di una casalinga di paese in provincia di Alessandria, era una contraddizione in termini: faceva film porno, ma era davvero bella, raffinata e indovinava tutti i congiuntivi.

Nel suo primissimo film hardcore dal titolo 'Valentina, ragazza in calore' del 1981 non era affatto accreditata con il suo nome, ma come Linda Heveret. Motivo? Perchè in quel periodo stava conducendo un programma per bambini, 'Tip Tap Club', su Rai2.



Ma una volta scoperta, fece scandalo e fu subito cacciata dalla Rai, non senza pubblicità per quella che sarebbe diventata da lì a poco un'icona. Nel 1986, questa volta col suo vero nome, interpreta 'Fantastica Moana' con la regia di Riccardo Schicchi. Seguono poi film come 'Moana calda femmina in calore', 'Moana la bella di giorno', 'Cicciolina e Moana ai mondiali'.

Pubblica poi il libro 'La filosofia di Moana' in cui racconta i personaggi famosi con i quali dice di aver avuto rapporti. Viso classico, fianchi stretti, seno abbondante, gambe lunghe e dizione di una che ha studiato e sa quello che dice, la Pozzi sbalordiva sempre di più un'Italia ormai pronta ad accettare anche quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Ovvero, dopo un programma come "L'araba fenice" (1988), nel quale la Pozzi compariva semplicemente nuda in qualità di critica di costume.

Il nostro Paese stava per assistere anche nel 1991 al suo impegno nel Partito dell'Amore, fondato assieme alla collega Cicciolina (alias Ilona Staller).

Un personaggio così non poteva che avere anche una morte difficile da decifrare, una morte da leggenda.

Scomparsa a soli 33 anni, ufficialmente all'Hotel de Dieu di Lione, il 15 settembre 1994 per carcinoma epatocellulare, si sospettò subito che le vere cause del suo decesso fossero in realtà dovute all'Aids, vera peste degli anni Novanta.

Nel 2004 si arrivò poi a dire che non era mai davvero morta; nel 2005 la famiglia annunciò il libro «Moana, tutta la verita» sulla vita e, soprattutto, sulla morte dell'attrice.

Moana Pozzi, infine, di una cosa aveva davvero molta paura, «la vecchiaia, il decadimento fisico e la morte». Tutte cose da lei ribadite più volte in diverse occasioni. Una volta, profeticamente, aveva detto con forza alla trasmissione "Harem" di fronte a una sbigottita Catherine Spaak: «Io non invecchierò».

Mercoledì 27 Aprile 2011 - 20:56    Ultimo aggiornamento: 23:05




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Trentennale del sequestro Cirillo: trattativa tra servizi, Cutolo e brigatisti

Corriere del Mezzogiorno


Era il 27 aprile '81, l'assessore regionale Dc aveva delega ai Lavori pubblici nella giunta regionale post-terremoto



Il ritorno a casa di Cirillo, liberato il 23 luglio
Il ritorno a casa di Cirillo, liberato il 23 luglio

NAPOLI - Le pistole tuonarono alle 21,45 del 27 aprile. Dieci minuti dopo la Tv interruppe le trasmissioni e toccò a Luigi Necco dare, nell’edizione straordinaria del Tg, la notizia del rapimento da parte delle Br dell’assessore regionale della Dc, Ciro Cirillo a Torre del Greco in Via Cimaglia. L’episodio avvenne trent’anni fa, nel 1981, mentre a Napoli e in Campania era in corso la guerra nella camorra e fu il segnale che il documento dell’organizzazione terroristica, «fondare la barriera del Sud» aveva cominciato ad essere attuato. L’offensiva Br continuò con il rapimento di Giuseppe Tagliercio (assassinato) direttore del petrolchimico di Marghera, del dirigente Alfa Romeo, Renzo Sandrucci, del fratello del pentito Roberto Peci, Patrizio che venne assassinato il 3 agosto dello stesso anno e il corpo venne fatto ritrovare con un comunicato diffuso a Napoli. A via Cimaglia morirono l’autista dell’assessore regionale, Mario Cancello, e il maresciallo della polizia che gli faceva da scorta, Luigi Carbone.

La mente brigatista era Giovanni Senzani, oggi in libertà (lavora a Firenze in una casa editrice), come criminologo aveva diretto dal 1971 al 1978 l'Enaip di Torre del Greco, anche se in questo periodo ottiene una borsa di studio del Cnr per una ricerca sul disagio minorile e trascorre un periodo di stage presso l'Università di Berkeley, in California, Nel 1978, tre anni prima del sequestro Cirllo, ottiene l'insegnamento all'università di Firenze e all'università di Siena. Anche ideologo delle Br, Senzani conosceva bene la zona e con l’aiuto della colonna brigatista napoletana mise a segno un colpo che fece un gran rumore. Il segretario dell’assessore Ciro Cirillo, Ciro Fiorillo, si salvò solo perché i brigatisti gli spararono alle gambe. Nonostante l’allarme scattato poco minuti dopo il sequestro (l’armadio dei telefoni prospiciente la casa dell’assessore) i terroristi riuscirono portare in una casa della zona vesuviana il sequestrato dove sarà liberato solo a fine luglio dello stesso.

Non erano trascorse che alcune ore dal rapimento che nel carcere di Marino del Tronto si presentò un funzionario dei servizi segreti per parlare con Cutolo e chiedere il suo interessamento per far liberare il sequestrato. Cominciò così una trattativa alla quale presero parte anche due esponenti della banda di Cutolo (Casillo e Iacolare) oltre a esponenti del Sisde prima (il servizio segreto) e del Sisma poi. Una parte della Dc si mobilitò per ottenere la liberazione dell’ostaggio che venne sottoposto ad uno stringente interrogatorio del quale sono state rinvenute solo una parte delle cassette. L’ostaggio venne liberato il 23 luglio (Sandrucci venne liberato il giorno dopo) e il giorno prima le Br comunicarono la liberazione perché era stato pagato un riscatto di un miliardo e 450 milioni. Il pagamento del riscatto era avvenuto il 21 luglio sul tram per Centocelle a Roma ed era stato portato da un amico della famiglia proprietaria di una Tv privata napoletana che poi sarà inglobata da Mediaset.

Il pagamento del riscatto, il caso della trattativa in carcere esplose il 17 marzo dell’anno successivo quando l’Unità pubblicò un documento, falso, sulla trattativa nel quale c’erano scritte cose vere e cose false. Il documento, preparato ad Ascoli e fatto pervenire attraverso emissari che non saranno mai identificati si rivelò un boomerang. Invece di metter la sordina alla trattativa, la amplificò e così si scoprirono i contatti fra Br e uomini dei servizi e non a caso, proprio in quegli anni, vennero alla luce gli scandali della P2, i retroscena dell’attentato a Giovanni Paolo II, un groviglio di interessi, inquinamenti. Proprio con la descrizione del trattamento di favore, a un anno dal sequestro, Cutolo venne trasferito all’Asinara su ordine del presidente della Repubblica, Sandro Pertini e iniziò la sua parabola discendente.

Il 90enne Cirillo
Il 90enne Cirillo
Cirillo fu costretto a dimettersi dallo sdegno popolare, mentre dall’inchiesta condotta dal coraggioso giudice Carlo Alemi uscivano elementi inquietanti come un incontro fra il capo del Sismi (e pidduista) e un esponente della Br, super ricercato, nella stazione di Falconara Marittima. Al rapimento Cirillo e alla trattativa sono stati dedicati libri e anche tesi di laurea, ma nessuno di questi lavori risponde alla domanda: perché Moro venne lasciato morire e Cirillo e Sandrucci furono liberati (mentre Taliercio e Peci furono assassinati in maniera orribile). Cirillo, ora novantenne ha rilasciato numerose interviste e ha incontrato anche gli studenti che hanno preparato tesi sulla sua vicenda, ma anche lui non ha spiegato il perché di quella liberazione, anche se in una di queste interviste sostiene che ci sono ancora cose da chiarire sul suo rapimento, sulla trattativa e specialmente su quello che è avvenuto dopo.





Vito Faenza
27 aprile 2011




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Antonio Ingroia: il Pm che abbocca «come un tonno»

di Redazione


Caro Granzotto, a proposito dell’arresto per calunnia di Ciancimino junior - il pentito preferito di Ingroia e Santoro - per le sue accuse contro l’ex capo della Polizia De Gennaro, basate su documenti falsificati, mi risulta che il Gen. dei Carabinieri Mario Mori - attualmente processato per il solito concorso esterno blablabla - abbia dimostrato in aula già alla fine di settembre dello scorso anno come il Ciancimino sia un abituè delle fasificazioni di questo tipo. Da ricerche fatte mi risulta altresì che, nella presente circostanza, nessun organo radiotelevisivo o di stampa (compreso - purtroppo - Il Giornale) abbia ricordato il fatto, che mi sembrerebbe di una certa rilevanza. Le spiacerebbe commentare?

Cadoneghe (Padova)


Perché no, caro Valenti, e lo faccio riportando quanto scritto giusto sabato scorso dai nostri baldi Gian Marco Chiocci e Mariateresa Conti: «... il nome di De Gennaro, vergato sì dal padre ma in un documento in cui si parlava di tutt’altro e in cui non venivano lanciate accuse all’ex capo della polizia.

Esattamente quello che, secondo la ricostruzione della difesa del generale Mori, sarebbe accaduto anche per la letterina sulla presunta origine in odor di mafia di Forza Italia, scritta, Ciancimino junior dixit, da papà don Vito per conto di Provenzano e indirizzata al premier Silvio Berlusconi e a Marcello Dell’Utri». Come vede, noi il nostro dovere l’abbiamo fatto e mi chiedo come poteva dubitarne.

 Chiarito il malinteso vorrei approfittarne per tornare sulla interessante figura di Antonino Ingroia. Del fatto che abbia abboccato sicut thunnus all’amo di Massimo Ciancimino, Il Giornale ha già riferito per filo e per segno e tornarci su sarebbe perdita di tempo. Però la esorto a riflettere sull’argomentazione addotta da Ingroia per discolpare se stesso e i quasi tre anni passati a bersi le panzane del suo pentito di riferimento.

Sostiene il procuratore che di Ciancimino mica si fidava più di tanto («Le ombre sul suo atteggiamento ci sono sempre state»). Strano, perché scrisse, allorché conobbe la gola profonda e mendace: «Capii subito che era fatto di una pasta diversa e avrebbe potuto diventare una icona dell’antimafia».

Icona. Dell’antimafia. Ma fa lo stesso, il bello viene ora: perché stante le ombre il procuratore aggiunto ha seguitato a prendere per oro colato le “rivelazioni” del patacccaro? E bravo te, risponde Ingroia: «Avessimo interrotto prima i rapporti non avremmo avuto la prova della calunnia». Sensazionale. È come dire: avevo il sospetto che Tizio fosse un assassino, ma non l’ho fermato perché facendolo gli avrei impedito di uccidere Caio e dunque avere le prove che era realmente un assassino.

 Invito lei, caro Valenti e i lettori tutti ad alzarsi e per questo stringente esempio di logica aristotelica tributare al procuratore Ingroia una standing ovation. (Detto fra parentesi, il nostro procuratore non è nuovo ai taroccamenti: ci ricorda Il Foglio che un annetto fa egli riaprì il caso di Salvatore Giuliano, morto nel corso di una sparatoria nel 1950.

Perché? Perché a detta dei firmatari dell’esposto il cadavere di Salvatore Giuliano non era quello di Salvatore Giuliano, ma di un qualsiasi picciotto morto ammazzato. Il bandito, in verità, la scampò riuscendo a lasciare l’Italia grazie a un accordo tra Stato e mafia. Accordo tra Stato e mafia? I pm, guidati giustappunto dal procuratore Ingroia, addrizzano le orecchie: quello era pane per i loro denti e fu subito aperto un fascicolo. Peccato che subito dopo la scientifica riferì che la fotografia portata come prova del misfatto era uno scatto di scena del film «Salvatore Giuliano» di Francesco Rosi. Una bufala, insomma, come bufala sono i pizzini di Massimo Ciancimino. Chiusa parentesi, in allegria).




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Il crociato Buttiglione: "I nostri figli pagano le pensioni ai gay, loro si godono i soldi"

Quotidiano.net


Il presidente dell'Udc torna sulle polemiche seguite ai manifesti dell'Ikea: "Non mi sono scadalizzato per quello, ma in generale". Grlllini: "Delirio omofobo, tutti contribuiscono alle pensioni"


Roma, 27 aprile 2011





“Non mi sono scandalizzato tanto per questi manifesti dell’Ikea, ma in generale".

"Ci sono le famiglie tradizionali che fanno crescere i bambini e li educano. Questi quando sono grandi pagano tasse e contributi anche per le pensioni e l’assistenza sanitaria di quelli che i bambini non li hanno avuti, e che hanno avuto invece molti soldi in più durante la vita. Sennò da dove pensiamo che si prendano i soldi per pagare le pensioni ai gay?”. Lo ha detto il presidente Udc Rocco Buttiglione ai microfoni della Zanzara su Radio 24.

GRILLINI, IDV: "DELIRIO OMOFOBO" - "Dopo le sciocchezze gigantesche di Giovanardi, adesso ci tocca pure ascoltare le baggianate di Buttiglione che, non contento di tutte le corbellerie dette finora contro gli omosessuali, questa sera ha aggiunto la perla sulle pensioni di cui i gay godrebbero grazie agli eterosessuali”. Lo afferma il responsabile diritti civili e associazionismo dell`Italia dei Valori, Franco Grillini.

“Non ci sarebbe neanche bisogno di fare ragionamenti particolarmente raffinanti per commentare una simile stupidaggine. Come tutti sanno, infatti, chiunque abbia un lavoro contribuisce al sistema previdenziale generale. Compresi quindi gli omosessuali. Fa sorridere, poi, quando Buttiglione parla delle famiglie eterosessuali dimenticandosi delle centinaia di migliaia di omosessuali con figli. Ma evidentemente questo Buttiglione non lo sa perché ha gli occhi foderati di prosciutto”, conclude.






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Per due anni sono stato la voce del Pontefice diventato silenzioso»

Corriere della sera


Quando diedi a suo nome la benedizione, vidi Giovanni Paolo II che si faceva il segno della croce






CITTÀ DEL VATICANO - «Ero in Segreteria di Stato quando dall'Appartamento mi chiamò monsignor Stanislaw: vada e lo annunci alla gente...». Sera di sabato 2 aprile 2005, Giovanni Paolo II era appena morto, «Vere Papa mortuus est» mormorava il Camerlengo al capezzale mentre piazza San Pietro era rischiarata da decine di migliaia di ceri dei fedeli in preghiera e l'intero pianeta era in attesa. Sapeva che sarebbe toccato a lei, eminenza, dirlo al mondo?

«No, non ero preparato. L'annuncio ufficiale toccava al cardinale Vicario e al Decano, come poi è accaduto. Ma lì si trattava di parlare alla gente che stava in piazza dalla sera prima, di farlo sapere subito. Nell'Appartamento c'erano il Decano del Collegio cardinalizio, Joseph Ratzinger, il Camerlengo Eduardo Martínez Somalo, il Vicario Camillo Ruini e il Segretario di Stato Angelo Sodano.

Ricordo che mi precipitai giù dalla Terza Loggia, quasi senza fiato e senza sapere che cosa dire, se ci penso ho anche ripetuto due volte la parola "Padre"...». Il cardinale Leonardo Sandri, oggi prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, nato a Buenos Aires 67 anni fa ma di radici italianissime - i suoi genitori, Antonio Enrico e Nella Righi, emigrarono da Ala, un paese in provincia di Trento - allora era Sostituto e quindi «numero due» della Segreteria di Stato.

È entrata nella storia la sua immagine sul sagrato di San Pietro: «Carissimi fratelli e sorelle, alle 21,37 il nostro amatissimo Santo Padre Giovanni Paolo II è tornato alla casa del Padre. Preghiamo per lui...». In fondo era naturale che fosse lui a dirlo. Da un paio d'anni, e sempre più nelle ultime settimane, l'arcivescovo Sandri era diventato la «voce» del Papa che quasi non poteva più parlare: leggeva per Karol Wojtyla gli Angelus, i discorsi e le omelie, talvolta benediceva i fedeli.

«Potergli prestare la mia voce è stata una grande emozione, e lo è tanto più ora che sarà beato. Ho conservato una foto del Santo Padre che mi guarda in tv, dalla stanza del Gemelli, mentre recito l'Angelus in San Pietro. I maxischermi in piazza ne rimandavano l'immagine, quando diedi a nome suo la benedizione ai fedeli vidi Giovanni Paolo II che si faceva il segno della croce. Davvero non so dirle la commozione».

Come iniziò?
«A un certo punto, nel 2003, Giovanni Paolo II faceva sempre più fatica a parlare. Cominciarono a chiamarmi nell'Appartamento: non mi si vedeva ma stavo dietro al Papa, pronto ad aiutarlo nel caso non ce la facesse. Una delle prime volte lessi il messaggio all'Angelus e i saluti nelle diverse lingue tranne quello in polacco, che disse monsignor Stanislaw. E poi le omelie e gli interventi per il 25° anniversario di pontificato, l'intervento al Concistoro, la beatificazione di Madre Teresa...».
E la situazione è andata via via peggiorando...

«Verso la fine, all'Angelus leggevo il testo per il Santo Padre e poi lui dava la benedizione, come quando lanciò un appello per la liberazione d'una giornalista italiana in Iraq, Giuliana Sgrena. All'ultimo faceva soltanto il gesto. Soprattutto dopo la tracheotomia, alla fine di febbraio del 2005, Giovanni Paolo II ha dovuto reimparare a parlare, per così dire. Avevano chiamato un fonologo perché si esercitasse. Forse anche per l'emozione, è capitato che la voce non gli uscisse, e questo lo faceva soffrire...Eppure quelli sono stati forse i momenti più importanti».

Il vertice della sua testimonianza?

«Sì. Gli ultimi anni, le ultime settimane, mi tornano alla mente come un richiamo continuo alla conversione. Certo, è stato straordinario vedere questo pontefice durante i viaggi, il suo fascino, l'entusiasmo che lo circondava, una cosa quasi impossibile. Dal 2000, quando divenni Sostituto, lo accompagnai in viaggi sconvolgenti, dall'Armenia al Kazakistan e l'Azerbaigian: Giovanni Paolo II ha mostrato che la Chiesa deve respirare a due polmoni, Occidente e Oriente. Però, dal punto di vista dell'evangelizzazione, credo che i momenti più fecondi siano stati quelli della malattia, dell'impotenza, del silenzio: non poteva fare nulla, se non essere testimone silenzioso di un amore più grande, stare vicino alla Croce di Cristo. È un privilegio grande essere accanto a un uomo che vive in unione con Dio».

Che cosa pensava della sua voce «in prestito»?
«Mentre leggevo batteva con la mano sul bracciolo della sedia o annuiva vigorosamente ai passaggi della sua omelia, come a scandirla coi gesti. Ma soprattutto penso alla notte del primo ricovero al Gemelli: erano le dieci di sera, con il cardinale Sodano scendemmo nel cortile di Sisto V dove l'ambulanza aspettava il Papa, lui arrivò ansimante. Era un momento difficile, c'era nervosismo, gli chiesi: Santo Padre, mi benedica. E lui dalla barella, quasi senza respiro, mi fece il segno della Croce». Certo che era una bella responsabilità..
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«Ricordo che una volta, arrivando nella Basilica, il cardinale Ratzinger - che presiedeva la messa al posto del Santo Padre - mi accolse con il suo sorriso vivace: ecco la voce del Papa! E io, colpito della sua umiltà, gli dissi: se io sono la voce, lei è il verbo, il logos! Il cardinale Ratzinger fu il Cireneo di Wojtyla. Perché davvero tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI c'è un vincolo, una simbiosi, come di due pontificati che si completano nella manifestazione continua del Verbo, dell'intelligenza e trasmissione della fede».

Domenica Benedetto XVI proclamerà beato il suo predecessore. Wojtyla godeva di una fama di santità già in vita, lei ne ricorda dei segni particolari? «L'intensità della sua preghiera, l'adesione a Cristo. Dovunque andassimo c'erano spettacoli magnifici e folli, i fedeli, la ressa, le urla. In un clima simile, chi mai riuscirebbe a restare lì, davanti al Santissimo o alla Madonna, in silenzio, completamente trasportato in un altro mondo? La mattina del sabato, quando entrai nell'Appartamento per l'ultimo saluto, avevano appena finito di celebrare la Messa. La stanza era diventata una cappella che abbracciava la piazza, come se le pareti fossero scomparse. Mi sono avvicinato, il Papa respirava con affanno, aveva gli occhi socchiusi. Era come nelle raffigurazioni antiche dell'agonia dei santi: c'era suor Tobiana, in ginocchio al suo capezzale, che gli leggeva all'orecchio i Salmi».


Gian Guido Vecchi
27 aprile 2011



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Eutanasia, prescritto don Verzè per un caso degli anni '80

Quotidiano.net


Nel 2006 il fondatore del San Raffaele confessò di aver fatto staccare la spina a un amico malato. L'omicidio del consenziente non è più punibile dopo 12 anni



Milano, 27 aprile 2011




È stata archiviata l'inchiesta sul presunto "omicidio del consenziente" a carico di don Luigi Verzè. Il giudice dell'udienza preliminare di Milano Fabrizio D'Arcangelo ha dichiarato prescritto il reato ipotizzato per il fondatore del San Raffaele.

Nell'ottobre 2006, in un'intervista al Corriere della Sera, don Verzè rivela di aver fatto "staccare la spina" a un amico malato nei primi anni '80. Dichiarazioni che fanno scattare l'iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura di Milano. Alla chiusura delle indagini, il pm Giovanna Cavalleri chiede l'archiviazione: la notizia del reato sarebbe infondata, e il reato stesso è da considerarsi prescritto.

L'omicidio del consenziente, infatti, non è più punibile dopo 12 anni. Nel caso di don Verzè, quindi, si sarebbe estinto a metà anni '90. Una tempistica che ha spinto il gup D'Arcangelo ad archiviare il procedimento.




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