mercoledì 27 aprile 2011

La Casa Bianca pubblica il certificato di nascita del presidente Obama

Corriere della sera


Il documento presente sul sito ufficiale dovrebbe porre fine alle polemiche sulla nazionalità del presidente



Guarda il certificato:
 



MILANO - E ora si spera che la polemica sia terminata. Nel tentativo di porre fine un volta per tutte alle accuse dei «birther» che il presidente americano Barack Obama non sia un cittadino statunitense, la Casa Bianca ha infatti pubblicato oggi il certificato che prova la nascita del presidente a Honolulu, nelle Hawaii, il 4 agosto 1961 (la foto navigabile).

POLEMICA - La Costituzione Usa prevede l'elezione a presidente solo per i cittadini statunitensi mentre gli scettici sostengono che Obama sia invece nato in Kenya e quindi la sua nomina non sarebbe valida. «Non abbiamo tempo per questo tipo di sciocchezze, ho cose più importanti da fare», ha detto Obama durante una breve conferenza stampa dalla Casa Bianca. Solitamente la Casa Bianca non diffonde questo genere di documenti, ma lo ha fatto in questo caso su richiesta specifica del presidente. «La questione va avanti da oltre due anni, ma chiunque ha indagato sulla cosa ha confermato che sono nato il 4 agosto 1961 alle Hawaii. Normalmente non parlerei di queste cose, perché ho altro da fare, ma nelle scorse settimane, mentre si discuteva del deficit, i titoli dei giornali erano su questo», ha concluso Obama, riferendosi anche alla recente uscita di un libro che ha rimesso in dubbio le sue origini.

Redazione online
27 aprile 2011



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Non ci sono più soldi, la California blocca la ricerca degli alieni

Corriere della sera


Servono almeno 2 milioni di dollari l'anno




L'Allen Telescope Array
L'Allen Telescope Array
MILANO - La verità è là fuori da qualche parte, ma ora non verrà più cercata: gli scienziati e gli astronomi del Seti Institute hanno sospeso la ricerca sulla presenza di forme di vita nell’universo, per problemi finanziari. Lo Stato della California, con le casse vuote da anni, ha tagliato infatti le sovvenzioni federali alla rinomata organizzazione scientifica.

IL RADIOTELESCOPIO - Siamo soli nello spazio? Ci sono altre forme di vita intelligente nell’universo? Da oltre mezzo secolo i ricercatori inseguono gli alieni incessantemente. Finora senza successo. Ora la ricerca di forme di vita nell’universo deve fare i conti con l’ennesima battuta d’arresto: il Seti Institute (acronimo di Search for Extraterrestrial Intelligence) ha annunciato di aver bloccato il suo programma di ricerca in materia di vita extraterrestre per colpa del calo dei fondi federali. Come prima conseguenza l’istituto si è visto costretto a fermare questo mese l'attività dell’Allen Telescope Array, un radiotelescopio situato nelle montagne della California del nord, dove erano in funzione 42 parabole dedicate alla ricerca di segnali alieni.

IL FONDATORE DI MICROSOFT - Il progetto è stato sovvenzionato negli anni anche dai privati e da altre istituzioni. Uno di questi è Paul Allen. Il co-fondatore di Microsoft e uno degli uomini più ricchi del pianeta, aveva finanziato l’ampliamento del radiotelescopio staccando nel 2004 un assegno da oltre 13 milioni di dollari. Allen, da sempre un fan di tutto ciò che ha a che fare con la fantascienza, aveva già contributo in precedenza al progetto con 11 milioni di dollari. Ciò nonostante, il direttore di Seti, Tom Pierson, ha scritto in questi giorni un'email ai donatori spiegando che l'Università di Berkeley ha finito i fondi necessari per la gestione del telescopio. Secondo gli astronomi l’impianto avrebbe bisogno di circa 2 milioni di dollari l’anno per poter sostenere tutte le ricerche in corso.

IL «PAPÀ» DI ALLEN - L’Allen Telescope Array, dal valore di 50 milioni di dollari, fu costruito da Seti e dall'Università di Berkeley. Il «papà» dell’impianto è Frank Drake, noto per la sua equazione individuante il numero delle civiltà extraterrestri nell'universo. Era l’aprile del 1960 quando Drake puntò il radiotelescopio del National Radio Astronomy Observatory di Green Bank (nel West Virginia) verso le stelle Tau Ceti ed Epsilon Eridani (distanti circa undici anni luce da noi) in quello che fu il primo tentativo nella storia dell’umanità di cercare di contattare altre civiltà al di fuori del pianeta Terra. Tuttavia, dal giorno di quel primo esperimento gli astronomi sono ancora in attesa di un qualche segnale radio dalle profondità della Via Lattea. A differenza di quegli anni, oggi hanno però a disposizione miliardi di canali dai quali poter ascoltare simultaneamente. Con determinazione viene portata avanti allo stesso tempo la ricerca nel settore ottico con il progetto Optical Seti: l'occhio elettronico del telescopio può individuare, secondo i suoi promotori, flash luminosi da un miliardesimo di secondo.

DOMANDA SENZA RISPOSTA - Chi però pensa che la scoperta fondamentale sia solo una questione di mesi o anni, rischia seriamente di venir deluso. In verità, i ricercatori del Seti hanno esaminato finora appena un miliardesimo dello spazio e delle frequenze che potrebbero eventualmente essere prese in considerazione per segnali extraterrestri. Nonostante i computer siano sempre più veloci, è probabile che la ricerca si trascini ancora per lungo tempo. Sono gli stessi scienziati che si occupano di vita aliena ad ammettere che ci potrebbero volere ancora centinaia d’anni. E senza più soldi sarà più difficile dare finalmente una risposta alla domanda: «Siamo soli nell’universo?».

Elmar Burchia
27 aprile 2011



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La Cgil: bastonare Berlusconi si può

di Gian Maria De Francesco



A Modena un volantino che invita allo sciopero è un nuovo inno alla violenza. In una vignetta un bambino indica il bastone e chiede al nonno: "Ti serve per camminare?". L'anziano risponde: "Cammino benissimo. Mi serve nel caso incontrassi il premier"




«Rivoluzionari della terza età, unitevi!». Le tentazioni golpiste antiberlusconiane degli ultimi giorni portano tutte la firma dei «ragazzi terribili» degli anni Ven­ti e Trenta. All’anziano furore di Alberto Asor Rosa, Giorgio Bocca ed Eugenio Scalfari s’è unito an­che un battaglione di tutto rispet­to: la Spi-Cgil di Modena, ovvero la sezione pensionati del sindaca­to «rosso». A sollecitare i novelli descami­sados settantenni, ottantenni e novantenni un volanti­no pubblicato per sollecitare le adesioni allo sciopero gene­rale indetto dalla leader Su­sanna Camusso per il 6 mag­gio prossimo.

Oltre alle solite invettive antigovernative ma­scherate con cifre a caso per spiegare l’insoddisfazione di coloro che si sono ritirati dal­la vita attiva, compaiono pu­re due vignette. La seconda è emblematica. Il nipotino si ri­volge al nonno chiedendogli se il bastone gli serva per cam­minare. E l’anziano risponde tranchant : «Cammino benis­simo, mi serve nel caso incon­trassi il premier...». Seppur con l’arma dell’iro­nia, lo sdoganamento della violenza come unico mezzo per contrastare la maggioran­za e il suo espo­nente principa­le è compiuto in maniera qua­si totalizzante e ostensiva. È come se un limite fosse stato superato. Non a caso lo slo­gan della Spi è «Liberi, ribelli, resistenti».
Ecco, che la paro­la tabù ricompare: la «resi­stenza » e il movimento stesso del «resistere» a un potere op­pressivo e totalizzante. L’in­cubo fascista viene rievocato per incitare le masse alla ribel­lione. Modena è uno dei verti­ci del tristemente noto «trian­golo rosso», quelli dei massa­cri comunisti spacciati per «omicidi politici».L’Appenni­no emiliano fu anche il terre­no di­coltura per le Brigate ros­se che proprio da alcuni parti­giani ricevettero il testimone delle armi per proseguire la Resistenza, essendo quella originale «tradita» dalla man­cata trasformazione dell’Ita­lia in un satellite dell’Urss.

La tragedia odierna, proprio perché ripetizione di un cli­ché più volte riproposto negli ultimi settant’anni, ha anche i contorni della farsa. Non sono le giovani leve a imbracciare le armi, ma arzilli novantenni a chiedere alle masse di sollevar­si. Lo ha fatto Alberto Asor Ro­sa sul manifesto invocando «una prova di forza che scen­da dall’alto» instaurando «un normale “stato d’emergen­za” ». Lo ha ripetuto il novan­tenne Giorgio Bocca in un’in­tervista a Lettera43.it soste­nendo che «la politica ogni tan­to ha bisogno di gesti di forza» e «bisognerebbe fare una rivo­lu­zione che non abbiamo il co­raggio di fare». Una rivoluzio­ne necessaria perché Berlu­sconi è un «fetente». 

Le argomentazioni, ancor­ché capziose, sono scompar­se: resta solo l’odio, la follia giacobina, il desiderio di un terrore salvifico che restitui­sca un qualche sussulto agli anni nei quali le passioni si at­tenuano. E così i sermoni do­menicali di Eugenio Scalfari contro il Cavaliere assumo­no toni millenaristi e il mani­­festo , anziché recitare il mea culpa , continua a promuove­re dibattiti sul «Parlamento che non rappresenta la socie­tà italiana», sull’«abisso della post-democrazia» e sulla «re­sistenza civile».
L’assurdo italiano, tutta­via, è rappresentato dalla pubblica riprovazione nei confronti dei manifesti anti­magistratura di Roberto Las­sini, forti nei toni ma rappre­sentativi di un problema rea­le. Indignazione a cui fa da contraltare l’indifferenza ver­so chi insulta la maggioranza degli italiani che ha scelto Sil­vio Berlusconi nel 2008, nel 2009 e nel 2010.Quell’indiffe­renza che consente a tanti an­ziani signori di sperare nel colpo di Stato che metta a ta­cere il popolo bue facendo spazio a quelle minoranze il­luminate che finora il Cav ha messo a tacere. Con i voti e non con la forza.




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Travaglio cita Montanelli solo dove gli fa comodo

di Mario Cervi

Il giornalista cita Indro nel suo show "Anestesia totale": il cantore delle procure lo considera il "suo" maestro, ma negli spettacoli lo tira in ballo sempre per attaccare Berlusconi



L’onnipresenza di Marco Travaglio, inferiore soltanto a quella del buon Dio, è uno dei fenomeni che caratterizzano il faticoso incipit del terzo millennio di casa nostra. Adesso è atteso a Bologna il debutto - venerdì 29 aprile - d’uno spettacolo che avrà per titolo «Anestesia totale», e che, secondo le anticipazioni diffuse, si proverà «ad immaginare ed esorcizzare il futuro dell’Italia post Barzellettiere». Avete già capito che al secolo il Barzellettiere si chiama Silvio Berlusconi: ed è la remunerativa ossessione del giornalista più monotematico che l’universo dell’informazione abbia conosciuto dopo Mario Appelius, e le sue stramaledizioni contro gli inglesi.

Travaglio, al cui talento - indiscutibile - dobbiamo la trasformazione degli atti giudiziari in successi editoriali, ha pieno diritto di trattare il suo tema preferito anche in palcoscenico (del resto l’ha già fatto con una precedente tournée). Ne ha pieno diritto perché l’Italia, benché descritta da il Fatto Quotidiano come gemente sotto il tallone di ferro arcoriano, è un Paese libero. Fortunatamente. Un Paese dove - lo scrive uno che non è prodigo d’elogi per il centrodestra - il capo del governo si distingue soprattutto come bersaglio polemico.

Un po’, riconosciamolo, mettendoci anche del suo. Non ho tra i miei ormai limitatissimi programmi quello d’essere spettatore della imminente novità. Mi basta il Travaglio estenuato ed ispirato di Annozero, un profeta quasi biblico che concede alle sue platee in estasi gli attacchi al Maligno, intrecciati a scampoli di prosa dei verbali di polizia. In scena Travaglio si muoverà nella disadorna austerità che si addice agli eletti.

Cito, dalla presentazione: «Palco spoglio, un’edicola, un violinista, una panchina e due microfoni, Marco Travaglio parla e gli altri ascoltano». Ovviamente rapiti. Il nostro darà dimostrazione - attingo sempre alla prosa del comunicato bolognese - dello stile di sempre: «Grande coerenza, ironia tagliente, e un’infallibile memoria del nostro Paese».

Tutto questo mi diverte abbastanza, e non mi preoccupa. Affari di Travaglio e del suo «affezionatissimo pubblico». La cui fedeltà disciplinata ricorda l’«inclita guarnigione» cui si rivolgevano un tempo i capicomici. Ma un particolare m’inquieta. Come fa spesso, l’aedo delle procure arruolerà nell’evento teatrale anche un grande che non c’è più, Indro Montanelli. Del quale Isabella Ferrari leggerà alcune «riflessioni». Travaglio evoca sovente, e ampiamente, colui che definisce il suo maestro.

E che tale è stato, per breve tempo, in quella sfortunata esperienza giornalistica che fu La Voce. È stato anche, molto più a lungo il mio maestro e amico, abbiamo scritto insieme - da liberali e da anticomunisti - 13 volumi della storia d’Italia. Ma l’utilizzarlo, con insistenza petulante, per avvalorare e alimentare furori d’oggi, mi sembra poco elegante. Travaglio riduce una vita ricca e complessa, anche ideologicamente, come quella di Montanelli alla dimensione meschina d’un litigio con Berlusconi.

Tutto il resto - ossia la ricchezza culturale morale, professionale d’un uomo che non volle avere padroni - è sopraffatto da quel momento. Di tante amicizie importanti che sfociarono in rotture - la casistica è infinita - ogni biografo serio va a cercare con la dovuta comprensione le fasi serene e le fasi tempestose. Travaglio non ambisce a essere un biografo. Per Montanelli usa l’appropriazione, quasi che il Maestro, postumamente, fosse ormai lui. E per Berlusconi usa l’invettiva. Già che c’è Isabella Ferrari dovrebbe limitarsi a leggere le riflessioni di Travaglio, non quelle di Indro. I tifosi del Nostro sarebbero contenti, e a Montanelli sarebbe risparmiato il coinvolgimento in una rissa.




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Il Paese dell'odio: un libro svela i segreti della macchina del fango

di Marco Zucchetti


Giampaolo Pansa rilegge la "guerra civile" tra giornali. Nel 2008 Berlusconi vince le elezioni e Repubblica si vendica con il caso Noemi. Incendiando il clima



Sarà perché - come scriveva Balzac ­«non si esce puri dall’infernodella stam­pa », che Giampaolo Pansa ha dato alle stampe questo «libraccio da vera caro­gna » sul giornalismo italiano. Oppure sarà perché, dopo mezzo secolo passato nella categoria, ormai si è fatto un’idea chiara delle ipocrisie che scorrono sotto la palta dei titoloni. D’altronde, sempre per rimanere in metafora infernale, nel fango della palude Stigia erano puniti gli iracondi.E l’odio è decisamente il peccato favorito della stampa italiana.
È il livore politico e personale la linfa che tiene in vita il quarto potere. Pansa ne segue il fluire in « Carta straccia- Il potere inutile dei giornalisti italiani », terza sua fatica sul mondo dei media, edita da Rizzoli e in libreria dal 4 maggio. Parte da lontano, dalle sorgenti dell’egemonia giornalistica di area Pci, Potere Operaio e Lotta Continua a fine anni ’70. E seguendo il corso della cattiveria settaria di sinistra, approda all’ultimo triennio, al delta di quel fiume che è l’anti-berlusconismo mediatico.
E come in ogni foce che si rispetti, ecco tornare il fango.

Quello che da mesi viaggia in tandem con Il Giornale nei monologhi di Saviano, nelle surreali denunce per stalking di Bocchino e negli anatemi della stampa progressista: la «macchina del fango» di cui saremmo spregevoli inventori. Pansa, che nel brago è stato sommerso per aver osato raccontare le ombre della Resistenza, affronta l’argomento senza manicheismi, perché mettere il dito nelle piaghe gli è sempre piaciuto. Tutto prende il via tra 2008 e 2009, dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, offesa inaccettabile che causa una furia isterica nell’opposizione. 
Tutte le armi per deporre il Cav sono buone, e Repubblica usa l’intero arsenale nella campagna ossessiva sul caso Noemi. Intercettazioni, foto, interviste, 2.200 citazioni dell’ affaire : una nube velenosa che invade i media. E che incendia il clima fino agli odiosi e inquietanti episodi dell’attentato di Tartaglia, delle scritte contro Marchionne, del pestaggio a Capezzone, dei petardi a Bonanni, dei raid contro Schifani e Dell’Utri.
All’attacco del quotidiano di Ezio Mauro, che cavalca lo scandalo di «papi» Silvio anche per recuperare copie, replicano le tre testate di centrodestra, Il Giornale, Libero e Il Tempo : «Tre mosche bianche su fondo rosso, isolate nel coro imponente dei media anti berlusconiani ». Ad azione, reazione. Solo che,se l’inchiesta parte da destra, subito diventa killeraggio, dossieraggio, insulto, servilismo, chiacchiera da bar, «neogiornalismo» da ultrà.

È l’«avversione rossiccia» per il lavoro altrui, quella supponenza elitaria da Migliori, unici con diritto di cittadinanza nel mondo dorato degli eroi della libertà stampata. Sono Repubblica , «quotidiano di guerriglia», e Il Fatto , «setta infuriata » capitanata da Beria-Travaglio. Sono loro a imbarbarire il clima, salvo poi urlare al crucifige per il «caso Boffo», per Pansa uno scoop che ogni direttore avrebbe pubblicato.
Fatto sta Il Giornale finisce nel tritacarne, messo all’indice come una Spectre di fascistoni. La furia cieca dilaga in maniera grottesca nel caso del presunto «dossier Marcegaglia », occasione in cui Bocchino conia il termine «macchina del fango»: «Chi è prigioniero di una nevrosi- e secondo Pansa l’antiberlusconismo ormai è patologico - non ragiona più». E quindi aprite le gabbie, ognuno dia fondo al peggio: credere, obbedire e combattere il Cav. E pazienza se anche giornalisti avversi al premier come Antonio Padellaro riconoscono che l’inchiesta sulla casa di Montecarlo è «eccellente ». Ogni cosa pubblicata dalle «mosche bianche» è automaticamente feccia, linciaggio, ventriloquio del Padrone.

Campione di queste tesi pre-fabbricate, secondo Pansa, è Repubblica , che dall’esplodere dei sexy-gate berlusconiani ha guadagnato decine di migliaia di copie. Ripetere di continuo un unico concetto, secondo Pansa, giova: «Il pensiero unico ( ma modesto) funziona ».E in questo disco rotto gorgheggiano un po’ tutti, dall’Ingegner De Benedetti, arcinemico del Cav, fino all’antipatico Gad Lerner; dai «sultani Rai» Santoro e Fazio fino a D’Alema; da Floris a Di Pietro. Tutti smaniosi di bisbigliare parole d’ordine violente alle pericolose frange lunatiche della sinistra.
Insomma, Berlusconi causerà anche imbarazzo con il suo comportamento non consono a un presidente, ma è obiettivamente vittima di una persecuzione gonfia di eccessi da parte di certi giornalisti militanti: «Hanno svenduto la loro libertà a un settarismo incontinente, prigionieri inconsapevoli della faziosità». Eppure, conclude Pansa, «lo hanno battuto come un materasso, ne hanno assassinato la figura pubblica, ma non lo hanno sconfitto». Il loro potere è «inutile », la loro carta è «straccia». E il sangue del Cav non è ancora quello dei «vinti».





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Perché Wojtyla non diventò "santo subito"

La Stampa







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Il Pdl: più soldi ai magistrati

Il Tempo


lla Camera proposta di legge di Sammarco. Ai fuorisede alloggi di servizio.


Il Pdl vuole aumentare lo stipendio ai magistrati. Non solo. Assegnare loro alloggi, introdurre sgravi fiscali per le spese di aggiornamento professionale e prevedere indennità per i pm e i giudici trasferiti d'ufficio nelle sedi disagiate. Proprio così: lo propone il Pdl. Non l'Italia dei Valori. La proposta di legge è stata presentata dal deputato e segretario romano del partito, Gianni Sammarco, che spiega: «Chi vuole una magistratura meno politicizzata vuole anche magistrati in grado di svolgere pienamente le loro funzioni, non condizionabili in alcun modo, sereni dal punto di vista economico».

Ma al deputato del Pdl stanno a cuore in particolare i «nuovi» giudici e pm: «La mia proposta di legge si rivolge soprattutto ai magistrati più giovani, quelli di cui non si parla mai, che percepiscono attualmente retribuzioni ben lontane da quelle favoleggiate dai media». Il deputato romano è determinato: «Vogliamo che il superamento del concorso in magistratura sia l'obiettivo dei giovani più meritevoli e più capaci che invece oggi sono attratti da altre professioni, meglio remunerate». Insomma «il trattamento economico dei magistrati ordinari deve essere adeguato al livello delle loro responsabilità e allo stesso livello, almeno tendenzialmente, delle retribuzioni attualmente percepite dai magistrati amministrativi e contabili».

Ecco la nuova tabella, allegata all'articolo 1 della proposta di legge. I magistrati ordinari in tirocinio avranno quasi 32 mila euro lordi all'anno, gli ordinari da 44 mila e rotti fino a 73 mila. I magistrati con funzioni direttive superiori di legittimità (presidente aggiunto e procuratore generale aggiunto presso la Corte di cassazione, presidente del Tribunale superiore delle acque pubbliche) 75 mila 746 euro lordi all'anno.

Infine i magistrati con funzioni direttive apicali requirenti di legittimità (procuratore generale presso la Corte di cassazione) e i magistrati con funzioni direttive apicali giudicanti di legittimità (primo presidente della Corte di cassazione) quasi 78 mila e 500 euro. Gli aumenti più rilevanti sono previsti per i più giovani. Inoltre, dice l'articolo 2, «al magistrato trasferito d'ufficio è attribuita, per il periodo di effettivo servizio nelle sedi disagiate e per un massimo di sei anni, un'indennità mensile determinata in misura pari al doppio dell'importo mensile dello stipendio tabellare previsto per il magistrato ordinario con tre anni di anzianità».

L'articolo 3 della proposta di legge firmata da Gianni Sammarco assegna a titolo gratuito un alloggio di servizio delle forze di polizia o delle forze armate «ai magistrati ordinari destinati alla prima sede e a quelli trasferiti d'ufficio». Poi l'articolo 4 prevede «una detrazione dall'imposta lorda nella misura del 19 per cento delle spese documentate sostenute ed effettivamente rimaste a carico, fino a un importo massimo delle stesse di 2.000 euro, per l'aggiornamento professionale e per la formazione». Infine l'articolo 5 con le disposizioni finanziarie. «Il Pdl non è mai stato contro i magistrati in quanto categoria - sottolinea ancora Sammarco - L'ha sempre detto anche il premier Berlusconi». In ogni caso ecco la dimostrazione. Chissà che questa proposta di legge non sanerà anche i contrasti politici tra le toghe e il governo.


Alberto Di Majo
27/04/2011




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Rio si ribella: spazio esagerato alle favelas su Google Maps

Corriere della sera


Gli slum segnalati con maggiore evidenza rispetto a Pan di Zucchero e Cristo Redentore


MILANO – La città del Pan di zucchero, della lunga spiaggia di Ipanema e del mitico stadio Maracanà secondo Google Maps si riconosce soprattutto per una sua caratteristica: la abnorme presenza di favelas al suo interno. Così tanto radicate nel territorio da oscurare anche quartieri residenziali, aree turistiche e commerciali. Cosicché a una prima occhiata sulle mappe satellitari offerte online da Google, un turista che non conosca la megalopoli potrebbe pensare a Rio come a una lunga distesa di baraccopoli.

LA PROTESTA – Questa visione parziale della città non è piaciuta alle autorità carioca, né al segretario per il turismo Antonio Pedro Figueira de Mello, che dal 2009 protesta per rivedere etichette e scelta delle priorità geografiche di Rio in casa Google, cosciente dell'impatto delle ricerche geografiche su internet attraverso il motore di ricerca. Come fa notare anche la Bbc inspiegabilmente le mappe citano i nomi di favelas grandi e piccole, ma dimenticano per problemi di spazio sulle cartine di segnalare i nomi di agglomerati residenziali. Errori già segnalati in passato, quando per esempio Google sbagliò a tracciare un confine tra Nicaragua e Cosa Rica, attribuendo alla prima nazione un'isola che invece andava assegnata alla seconda.

LA PROVA – Aprendo Google Maps e digitando per esempio “Sugar Loaf Rio de Janeiro”, ovvero il picco del Pan di Zucchero che con la statua del Cristo Redentore sovrasta mare e abitato, la mappa punta perfettamente sulla montagna verde, ma i soli nomi che appaiono nei dintorni (in scala 1:50 e in scala 1:200) sono quelli di tre differenti “morro”: il Morro Cara de Cao, il Morro da Urca, il Morro do Pao de Acucar. Dove il morro è la baraccopoli incastonata nella roccia, nascosta nel verde delle colline brasiliane, e geograficamente e culturalmente si oppone all'asfalto, ovvero quei quartieri residenziali abitati da persone più abbienti in cui ci sono strade e palazzi di cemento.

LA RISPOSTA – Non che segnalare le favelas – oltre 600 in tutta la città, diffuse capillarmente dal 1800,e abitate da un terzo della popolazione – sia errato, ma per una città la cui immagine deve essere ripulita in vista di Mondiali di calcio (previsti per il 2014) e Olimpiadi (2016), il governo inizia già a correre ai ripari. Dal canto suo Google ha chiesto scusa e confermato di aver demandato a una società esterna la compilazione delle mappe di Rio, dimostrandosi disponibile comunque a rimetterci mano. Piano piano inserirà nelle cartine i nomi di quartieri e zone turistiche in bella vista e farà sì che gli slum, giacché esistono, continuino a comparire, ma i loro nomi si leggeranno solo quando si deciderà di zoomare la mappa sul luogo in cui sono presenti. A Google va un applauso: gli studi sulla povertà di Rio e sulla necessità di trovare nuove abitazioni - ne mancherebbero 6 milioni - dicono che ci sono voluti cento anni per far registrare sulle mappe ufficiali della città le favelas. Mentre in poche ore Google Maps ha dato loro tutta la visibilità che la topografia istituzionale aveva negato.

Eva Perasso
27 aprile 2011



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Olanda, polizia si compra i dati TomTom Per piazzare meglio gli autovelox

Corriere della sera


Una società intermediaria li ha venduti alle forze dell'ordine che se ne servono per i controlli autovelox


MILANO - Ma il compito delle forze dell'ordine non è quello di far rispettare le leggi? O invece l'obiettivo ora è solo quello di far cassa? E' questo l'interrogativo che si stanno ponendo gli automobilisti olandesi dopo aver scoperto che la loro polizia accede abitualmente ai dati personali sugli spostamenti e la velocità degli automobilisti che utilizzano il sistema di navigazione satellitare TomTom. La rivelazione è stata fatta oggi dal quotidiano olandese «Algemeen Dagblad», che ha spiegato che la polizia se ne serve soprattutto per identificare i luoghi migliori per nascondere i radar per i controlli dei limiti di velocità.

CESSIONE DI DATI - Naturalmente i possessori di TomTom ignorano che i loro dati vengono esaminati dalla polizia, cosa che avviene tramite una impresa intermediaria che glieli vende. Le istruzioni sull'apparecchio si limitano infatti a spiegare che i dati possono essere trasmessi a terzi, ma non rivelano che possono essere comunicati alla polizia, nè tantomeno specificano che ciò avviene a pagamento. Immediata la reazione della Federazione del turismo olandese , secondo la quale i clienti del sistema TomTom devono essere informati dell'uso che viene fatto dei loro dati personali. In caso contrario secondo la federazione dei turisti si tratta di una «violazione della privacy» che «non può restare impunita».

Marco Letizia
27 aprile 2011



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E' razzismo dire "africano scimmia torna in Africa"

La Stampa


Scatta l’aggravante del razzismo se si definisce "scimmia" un immigrato africano e lo si invita a tornare nel suo Paese a mangiare banane. La sentenza 16393 della Cassazione ha disposto la riapertura di un procedimento nei confronti di un italiano che si era rivolto ad un immigrato dicendogli: «africano torna in Africa a mangiare banane! Scimmia!».

Il giudice di pace di Pordenone aveva prosciolto l'uomo perchè l’immigrato aveva ritirato la querela. Ma il procuratore generale della Corte d’appello di Trieste ha fatto ricorso in Cassazione contro il proscioglimento sostenendo che in quelle parole è presente l’aggravante dell’insulto razziale, pertanto, vista la gravità del reato, si deve procedere d’ufficio anche in mancanza di querela. La competenza non è del giudice di pace, ma del tribunale in composizione collegiale.

La Suprema Corte ha giudicato «fondato» il ricorso del procuratore generale e ha annullato il proscioglimento disponendo la trasmissione degli atti, di questa vicenda giudiziaria, al procuratore della Repubblica di Pordenone «per l’ulteriore corso».



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Napoli, ordinanza di custodia cautelare a carico di Riina per strage rapido 904 usato lo stesso esplosivo di via D'Amelio

Il Mattino






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Invasione di «ragnetti» rossi, chiuso il quinto piano del Palazzo di Giustizia

Corriere della sera


Anche il pm Antonio Sangermano, uno dei titolari dell'inchiesta sul caso Ruby, «sfrattato» per qualche ora




Un'immagine ingrandita di trombidi rossi
Un'immagine ingrandita di trombidi rossi
MILANO - I magistrati e i loro collaboratori costretti ad abbandonare gli uffici, causa un massiccio intervento di disinfestazione: è successo martedì al tribunale di Milano, dove è stato chiuso un intero piano, il V, dove lavorano i pm della Dda, per cercare di «tamponare» una vera e propria invasione di minuscoli «ragnetti» rossi. Si tratta in realtà di trombidi, o acari rossi: sono innocui, ma se vengono schiacciati lasciano macchie rosse su vestiti e pareti (e faldoni, nel caso di un tribunale). Ha dovuto lasciare il suo ufficio per qualche ora anche il pm Antonio Sangermano, uno dei titolari dell'inchiesta sul caso Ruby. Il Trombidium holosericeum - detto «ragnetto rosso» per il colore del corpo, infesta in primavera i muretti delle città e si alimenta degli escrementi degli uccelli. Gli insetti, grandi non più di un millimetro, si manifestano di solito coi primi caldi, tra maggio e giugno. Già nei giorni scorsi ce n'erano centinaia e centinaia nei balconi dei piani più alti del tribunale. Redazione online





26 aprile 2011
(ultima modifica: 27 aprile 2011)



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Il nucleare è il futuro, il referendum lo avrebbe bloccato per troppi anni»

Corriere della sera

Berlusconi e la moratoria: «Così l'opinione pubblica può tranquillizzarsi». I referendari: una truffa e se ne vanta


MILANO - Cosa ha spinto il governo a decidere per lo stop al nucleare? La necessità di evitare il referendum che, sull'onda di quanto accaduto in Giappone, avrebbe bloccato per troppo tempo la corsa dell'Italia all'atomo, nella convinzione assoluta che l'energia atomica rappresenti «il futuro». È stato lo stesso Silvio Berlusconi a spiegare l'opnione sua e dell'esecutivo da lui guidato nel corso della conferenza stampa a Villa Madama con il presidente francese Nicolas Sarkozy. «In Italia - ha detto il premier - l'accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Alla luce di ciò, ha voluto precisare il presidente del Consiglio, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Da qui la decisione della moratoria, ha aggiunto Berlusconi, decisa perché «dopo uno o due anni si possa avere un'opinione pubblica più favorevole».


«DESTINO INELUTTABILE» - Quanto accaduto a Fukushima «ha spaventato gli italiani - ha detto il Cavaliere -, come dimostrano anche i nostri sondaggi» e la decisione di una moratoria sul nucleare è stata presa anche per permettere all'opinione pubblica di «tranquillizzarsi»: un referendum ora avrebbe portato ad uno stop per anni del nucleare in Italia. Il capo del governo ha anche aggiunto che il nostro Paese ha stipulato contratti fra Edf ed Enel, «che restano in piedi e non vengono abrogati, anzi - ha sottolineato il premier - stiamo decidendo di portare avanti contratti come quello sulla formazione che è molto importante. La posizione del governo italiano sul nucleare è una posizione di buon senso per non aver rigettato quello che è un destino ineluttabile».


POLEMICHE - Le parole di Berlusconi sul nucleare hanno sollevato numerose polemiche. «Trovo davvero senza vergogna le parole pronunciate oggi dal presidente del Consiglio sul nucleare - sbotta Angela Finocchiaro, presidente dei senatori Pd. La disinvoltura con cui esplicitamente ha dichiarato che l'emendamento al ddl omnibus è stato solo un escamotage per bloccare il referendum lascia senza parole». Per Nichi Vendola le dichiarazione del Cavaliere «sono la conferma dell'intenzione del governo di voler prendere in giro gli italiani, calpestando in modo arrogante e cialtronesco il loro diritto a esprimersi su una questione da cui dipende la sicurezza ambientale e la sopravvivenza delle generazioni future del nostro Paese» ha detto il governatore della Puglia e leader di Sinistra ecologia e libertà. L'Idv e il Pd sono convinti che, con le sue parole, il premier si sia «smascherato» e che,

 proprio alla luce di quanto affermato dal capo del governo, il referendum resti valido. «Evitare il giudizio popolare è l'ultimo degli imbrogli di Berlusconi», ha detto il capogruppo alla Camera del Pd, Dario Franceschini. Il presidente del Consiglio ha «svelato l'imbroglio» sul nucleare, ha dichiarato il leader di Italia dei valori, Antonio Di Pietro. «Berlusconi ha confessato: non vuole rinunciare al nucleare, ma vuole solo bloccare il referendum perché ha paura del risultato delle urne» ha aggiunto l'ex pm. «Chiederemo alla Corte di cassazione di non abrogare il quesito sul referendum», ha detto il Comitato Vota sì al referendum. «La moratoria sul nucleare è una vergognosa pagliacciata per evitare il referendum del 12 giugno», dichiara il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio. «Quello architettato dal governo è un imbroglio colossale», aggiunge il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli.

Redazione online
26 aprile 2011(ultima modifica: 27 aprile 2011)

Rifiuti, la rivolta delle signore «bene»: rovesciano cassonetti e bloccano il Corso

Corriere del Mezzogiorno

Le donne di un quartiere borghese, esasperate, spargono spazzatura tra viale del Pino e piazza Mazzini



NAPOLI - L'esasperazione dei cittadini si riversa in strada. Scoppia la protesta rifiuti al Corso Vittorio Emanuele di Napoli, una delle strade principali della metropoli, certamente tra le più estese. Un gruppo di donne, una decina, signore della Napoli bene, ha disseminato i rifiuti non raccolti negli ultimi giorni lungo la strada all’altezza del viale del Pino, a circa duecento metri da piazza Mazzini. Si tratta di madri di famiglia che la mattina accompagnano i figli a scuola facendo lo slalom tra le montagne di sacchetti. Questa forma di protesta si era verificata spesso nei quartieri meno centrali della città, ma quest'azione a Corso Vittorio Emanuele crea un'ulteriore frattura tra i cittadini e le istituzioni. Intanto i politici sono tutti impegnati nella campagna elettorale.

PROTESTA IN TUTTA LA CITTA' - La conseguenza è che il traffico è stato bloccato in quell'arteria centrale. Nei giorni scorsi iniziative analoghe si sono verificate in altre zone con l’effetto che poi sono state ripulite. Forse si tratta di un comportamento emulativo, vista la diffusione nei vari quartieri di Napoli. Forse si tratta dell'unico modo, disperato, per attirare l'attenzione di chi dovrebbe raccogliere.

Redazione online
26 aprile 2011

Il geo-radar per scoprire dove riposa la Gioconda

Hacker ruba 77 milioni di dati di utenti della rete Playstation

La Stampa


Non è escluso che i pirati informatici si siano impadroniti anche degli estremi delle carte di credito
C’è l’opera di un hacker capace di rubare i dati personali di 77 milioni di clienti, dietro la sospensione dei servizi offerti dal Playstation Network della Sony. Lo rende noto la stessa casa produttrice della console più famosa al mondo, che ha appena diffuso un comunicato raggelante.

Un pirata informatico, definito dall’azienda giapponese come «persona non autorizzata», è riuscito a impossessarsi dei dati personali, nomi, indirizzi, codici di avviamento postale, password, e-mail, storia dei pagamenti delle bollette, e perfino delle date di nascita dei 77 milioni di persone, tanti sono i clienti registrati a questa piattaforma. Da qui la scelta dello spegnimento la scorsa settimana di ogni attività. Secondo il comunicato, sinora non ci sarebbe la prova evidente che l’hacker abbia già ’rubato' anche tutti i dati riferibili alle carte di credito.

Ma si tratta di una evenienza che per ora non si può escludere del tutto. «Al momento - si legge nella nota della Sony - la prudenza è d’obbligo, per cui dobbiamo avvertire tutti che è possibile che l’hacker abbia ottenuto i numeri delle carte di credito e la data di scadenza, ma non il codice di sicurezza». La casa giapponese, informa il Wall Street Journal, ha già incaricato una grande azienda che si occupa di sicurezza informatica di mettersi al lavoro per avviare le indagini su quanto è accaduto. Sempre la Sony ritiene che si possa riprendere il servizio di queste console entro la settimana. Si tratta di un vero network che connette 77 milioni di utenti, i quali grazie a internet possono giocare assieme, ma anche affittare film in tv o ’chattare' tra di loro.




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Al Qaeda voleva altri 11 Settembre "Una bomba sporca a Manhattan"

La Stampa

Maurizio Molinari


La mente era un manager pachistano di New York finito nel 2003 a Guantanamo
CORRISPONDENTE DA NEW YORK


Il progetto di una seconda ondata di attacchi terroristici di Al Qaeda contro l’America dopo l’11 settembre 2001 passò per un’agenzia di viaggi di New York. A svelarlo sono alcuni dei documenti sugli interrogatori condotti a Guantanamo pubblicati dal «New York Times», nei quali si ricostruisce il ruolo di Saifullah Paracha, un pachistano oggi 63enne che si era recato per due volte in Afghanistan al fine di incontrare Osama bin Laden - nel 1999 e nel 2000 - offrendosi dopo il crollo delle Torri gemelle per pianificare il «secondo colpo» contro gli Stati Uniti.

Fu proprio a seguito del doppio incontro in Afghanistan che Paracha offrì a Bin Laden la possibilità di sfruttare un network tv di sua proprietà in Pakistan per diffondere versetti coranici accompagnati da immagini del leader di Al Qaeda. Il progetto interessò Bin Laden al punto che questi incaricò Khaled Sheikh Mohammed di contattare Paracha per verificare come realizzarlo. Gli attacchi dell’11 settembre pianificati da Khaled Sheikh Mohammed modificarono lo scenario e pochi mesi dopo - all’inizio del 2002 - il pachistano si fece avanti con un’altra proposta.

La sua intenzione era di giovarsi del fatto di risiedere a New York, dove aveva una agenzia di viaggi, per consentire ad Al Qaeda di mettere a segno un attacco ben più devastante perché realizzato con armi nucleari o chimiche. Khaled Sheikh Mohammed lo prese a tal punto sul serio da affidargli una cifra compresa fra 500 mila e 600 mila dollari, chiedendogli di «custodirla» per un periodo illimitato di tempo. Fu allora che iniziarono i contatti su come il «secondo attacco» avrebbe potuto essere realizzato e Paracha propose di adoperare dei container per far entrare illegalmente in America sostanze radioattive e non convenzionali nascondendole dentro spedizioni di abbigliamento per donna o bambino al fine di aggirare la sorveglianza.

Oltre a Paracha, che oggi è il più anziano dei 172 rimanenti detenuti a Guantanamo, gli altri membri del complotto erano Ammar al Baluchi - anch’egli imprigionato nella base militare - un neuroscienziato americano di nome Aafia Siddiqui e Uzair, figlio di Paracha. Tutto però ruotava comunque attorno al pachistano, da 13 anni agente di viaggio a New York e laureatosi all’Istituto di tecnologia di Manhattan. La pianificazione, coordinata da Sheikh Mohammed, prevedeva ipotesi alternative: dall’esplosione di sostante radioattive al far esplodere un appartamento riempito di gas naturale ottenuto da una perdita dalle tubature fino a far saltare in aria dei benzinai o tagliare i cavi di metallo che sostengono il Ponte di Brooklyn sull’East River. Senza escludere la «seconda ondata di attacchi aerei» che Khaled Sheikh Mohammed aveva avuto in mente sin dall’inizio, per investire questa volta le città della Costa Ovest, da Los Angeles a Seattle.

Se tali piani non si realizzarono fu perché, fra il 2002 e il 2003, vennero arrestati prima Uzair Paracha, poi Khaled Sheikh Mohammed e quindi Saifullah Paracha portando allo smantellamento della cellula, la cui particolarità era di contare su jihadisti in possesso di documenti americani. Durante gli interrogatori Uzair ha raccontato che «mio padre considerava Bin Laden una persona umile che conduceva una vita semplice» mentre Paracha ha ammesso di aver lavorato in passato assieme a Abdul Qadeer Khan, considerato il padre della bomba nucleare pachistana nonché il regista di un network che vendeva le atomiche al migliore acquirente. Ma per l’avvocato difensore David Remes, Saifullah Paracha è solo «un uomo malato di cuore e diabete che non pone alcuna minaccia alla sicurezza dell’America».

I «Guantanamo Papers» consentono anche di ricostruire l’ammissione da parte di Khaled Sheikh Mohammed della decapitazione del giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl come anche i colloqui che lo stesso terrorista ebbe con Richard Reid, l’anglo-musulmano che tentò di far esplodere un jumbo in volo fra Parigi e Miami nel dicembre del 2001 accendendo la sostanza che aveva nelle scarpe. Khaled Sheikh Mohammed temeva che Reid potesse fallire e gli aveva suggerito di farsi esplodere nel bagno dell’aereo, ma Reid preferì accendere i fiammiferi restando seduto al proprio posto, e ciò consentì alle hostess di immobilizzarlo.





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Sperperi: ecco chi spreca davvero... L'elenco dei Comuni spendaccioni

di Stefano Filippi


Sono tutte del Sud le città con i bilanci in rosso: le entrate fiscali sono inferiori alla media nazionale mentre le uscite di gran lunga superiori. Napoli in vetta alla classifica: spende il doppio di quello che incamera. Nella top ten anche Palermo, Catania e Cosenza




Il Centro studi Sintesi, che li ha scovati, li ha battezzati «comuni anomali». Ma è stato troppo buono. Sono gli enti locali che spendono da ricchi ma incassano da poveri. In Italia non è un’anomalia, perché nel settore pubblico spesso le allegre gestioni sono la normalità. Bisognerebbe dunque chiamarli comuni vergognosi, disastrosi, pericolosi. È per colpa anche di questi sindaci, qualsiasi casacca di partito indossino, che il debito pubblico si è gonfiato a dismisura. Anno dopo anno, le amministrazioni spendaccione si consolidano ed è sempre più difficile smantellarle. Anche perché ci si rassegna all’inefficienza e allo spreco. 

L’analisi elaborata da Sintesi, emanazione della più famosa Confartigianato di Mestre, è impietosa. Grafici e tabelle mettono a confronto la capacità fiscale dei vari comuni, cioè l’imponibile Irpef medio per ogni cittadino, e la spesa corrente riportata nei bilanci comunali. Non è che i municipi debbano decidere quanto spendere in base alle tasse versate dai propri elettori, non esiste un legame diretto stabilito da leggi o regolamenti. Ma una quota delle imposte finisce comunque ai comuni: le addizionali, le tasse sui rifiuti, l’Ici, cui si aggiungono i trasferimenti dallo Stato. Ma il test funziona anche come assaggio per l’imminente arrivo del federalismo fiscale, quando una quota maggiore di gettito non prenderà più la via di Roma.

Così, il confronto tra tasse prodotte e spese dei comuni rende l’idea se un sindaco o un consiglio comunale vuole vivere secondo le possibilità del territorio o al di sopra. Se cioè gli amministratori sono cicale o formiche. 

E la realtà è che in certe zone d’Italia, soprattutto al Sud, la sproporzione è paurosa. In alcuni comuni la capacità fiscale è nettamente inferiore alla media nazionale, cioè si produce meno e quindi si versano meno tasse, mentre la spesa è molto superiore alla media. Le regioni più virtuose (redditi alti, spesa bassa) sono Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna. Le più sprecone? Sardegna, Sicilia, Molise. Qui si concentra quel 6 per cento dei comuni italiani in cui il reddito medio pro capite è inferiore del 30 per cento rispetto alla media e contemporaneamente la spesa corrente supera la media del 30 per cento. 

La capitale dello squilibrio è Napoli. Non c’era bisogno di scomodare la contabilità nazionale, bastano i cumuli di immondizia per le strade a certificare la cattiva gestione delle amministrazioni locali. Comunque, la terza città d’Italia presenta un indice di spesa al 129 per cento contro una capacità fiscale del 64. L'elenco del disonore comprende anche Catania, Palermo, Cosenza, Oristano, Cagliari. Agli antipodi si collocano invece tre città «rosse»: Piacenza, Reggio Emilia e Ferrara. Qui l’indice di spesa viaggia tra il 75 e l’80 per cento (cioè si spende un quarto in meno) mentre la capacità fiscale supera la media italiana. Al quarto posto si piazza Roma, una sorpresa: evidentemente i tagli del sindaco Alemanno funzionano sull’equilibrio dei conti. Seguono le città del Nord con la migliore qualità della vita: Bergamo, Cremona, Sondrio, Varese in Lombardia, Cuneo, Biella, Novara, Vercelli in Piemonte e quasi tutti i capoluoghi veneti. 

La parte più rassicurante dello studio è che tre quarti dei comuni italiani si collocano in una situazione di sostanziale tranquillità, cioè spendono in proporzione a quanto il territorio può produrre. I casi più allarmanti si registrano in Sardegna, dove 43 comuni su 100 presentano un disequilibrio strutturale, in Sicilia (29,2 per cento), Molise (25 per cento). Umbria e Trentino Alto Adige hanno due soli comuni con problemi; Friuli, Toscana, Emilia e Veneto uno ciascuno, la Valle d’Aosta nessuno. Il paradiso delle montagne è anche l’eden dei conti pubblici.




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