martedì 26 aprile 2011

Libero uno degli assassini di Guido Rossa

Corriere della sera


Vincenzo Guagliardo era uno dei tre brigatisti rossi che uccisero nel 1979 l'operaio e sindacalista all'Italsider



Guido Rossa
Guido Rossa
Era un operaio, era un sindacalista della Cgil, era un comunista. Ma questo non salvò Guido Rossa dal piombo delle Brigate Rosse, che lo uccisero a Genova il 24 gennaio del 1979. La sua «colpa» fu l'aver denunciato e fatto condannare un suo compagno di lavoro all'Italsider, Francesco Berardi, che aveva lasciato volantini Br in fabbrica. A uccidere Rossa furono Vincenzo Guagliardo, Riccardo Dura e Lorenzo Carpi. Ora, a 32 anni di distanza dall'omicidio, Guagliardo ha ottenuto la libertà condizionale insieme alla moglie Nadia Ponti (condannata all’ergastolo nel processo per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro). E' quanto racconta il sito online del settimanale Oggi. Nè Guagliardo nè la Ponti si sono mai pentiti o dissociati dalla lotta armata contro lo Stato. Alla concessione della libertà condizionale per Guagliardo si era dichiarata favorevole, nell'ottobre 2005, Sabina Rossa, la figlia dell'operaio assassinato e oggi parlamentare del Pd.





Redazione online
26 aprile 2011



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Nell'uovo di Pasqua sorpresa a luci rosse Un bimbo trova scatola di preservativi

Corriere della sera


Il caso choc a Casamassima: il piccolo chiede spiegazioni
Il regalo era stato acquistato dai nonni in un ipermercato



Occhio alla sorpresa

Occhio alla sorpresa


BARI - Ha aperto l’uovo comprato dai nonni ma dentro ha trovato una scatoletta contenente due preservativi: il bambino di 6 anni l’ha guardata e ha chiesto ai genitori allibiti di cosa si trattasse. Papà e mamma hanno velocemente tolto dalle mani del piccolo la scatola in cartone e hanno distratto il figlio facendogli aprire altre uova di cioccolato. «Sicuramente si tratta di una manomissione», ha assicurato l’ufficio consumatori della Lindt, al quale è stato segnalato l’episodio, accaduto in un’abitazione di Casamassima (Bari) il giorno di Pasqua e riferito dalla mamma del bambino, Milva Coretti, di 43 anni, che da Roma, dove abita, insieme con il marito e il figlio ha trascorso le vacanze di Pasqua a casa dei suoceri, in Puglia. L’uovo della Lindt era stato acquistato dai nonni in un ipermercato di Casamassima.

LA RISPOSTA DELL'AZIENDA - «L’uovo - hanno fatto sapere dalla casa produttrice - è stato sicuramente manomesso in un momento successivo, anche perché i profilattici erano in un contenitore che noi non utilizziamo: tutte le nostre sorprese sono custodite in un barattolo blu sigillato». La Lindt, per scusarsi in ogni modo dell’inconveniente che non è da addebitare alla produzione, ha comunque deciso di inviare alla famiglia altre uova. La signora, che non ricorda se la confezione dell’uovo fosse o meno integra, commenta così l’episodio: «Fosse stato il primo aprile avrei capito, ma fare uno scherzo simile a Pasqua è davvero inconcepibile. E poi è risaputo che le uova di cioccolato sono destinate ai bambini...uno scherzo davvero stupido».


Redazione online
26 aprile 2011




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Anche Bocca invoca il golpe del salotto

Il Tempo


Il giornalista invoca la rivoluzione anti-Cav. "Dovremmo avere il coraggio di farla". Giorgio: "La sovranità popolare? Contano le minoranze intellettuali".


Giorgio Bocca Il drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler diceva che «quando l'odio diventa codardo, se ne va mascherato in società e si fa chiamare giustizia». Ci sono pochi dubbi sul fatto che ultimamente il livello d'odio nel nostro Paese si sia preoccupantemente alzato. Definirlo «codardo» forse è eccessivo anche perché non indossa maschere. Non si nasconde. Anzi, va in giro mostrando in maniera spudorata il proprio volto. Che è poi quello di intellettuali e giornalisti che hanno deciso che è giunto il momento di liberarsi di Silvio Berlusconi. Meglio se con una violenta rivoluzione. In principio fu il professor Alberto Asor Rosa con un pezzo sul Manifesto ad invocare lo «Stato di Polizia», una «prova di forza dall'alto» in grado di restituire «l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica». E poco importa se tutto questo si traduce in un congelamento del Parlamento o in scene da regime sudamericano. Se l'obiettivo è spazzare via il premier ogni mezzo è lecito. Un concetto che domenica è stato rilanciato da un altro grande vecchio dell'intellighenzia tricolore: Giorgio Bocca. Bocca ha l'invidiabile primato di essere stato tutto e il contrario di tutto: fascista e partigiano, berlusconiano (addirittura dipendente del Cavaliere) e antiberlusconiano, leghista e antileghista. E alla veneranda età di 90 anni è probabilmente entrato in quella fase della vita in cui si dice tutto ciò che passa per la testa fregandosene delle conseguenze.

Così alla vigilia dell'anniversario della Liberazione ha deciso di affidare il suo pensiero ad un'intervista al quotidiano online indipendente Lettera43. Un'analisi a 360° di ciò che sta accadendo in Italia e nel mondo. Senza peli sulla lingua. E sulla scia di Asor Rosa («mi sembra che dicesse quello che dico io»), anche Bocca chiama le folle alla rivoluzione: «Dovremmo avere il coraggio di farlo. Non di invocare uno stato di polizia, ma di avere una reazione, in questo stato di discredito generale della democrazia. La politica ogni tanto ha bisogno di gesti di forza. Bisognerebbe fare una rivoluzione che non abbiamo il coraggio di fare». Nessun dubbio, poi, sul fatto che si tratti di una rivoluzione violenta: «La violenza nella vita sociale è necessaria». E il popolo? La democrazia? Le libere elezioni? «Quello che conta - prosegue - sono le minoranze intellettuali, ad esse è affidata la buona democrazia». Insomma il salotto buono dell'Italia ha deciso, serve un'insurrezione. Perché come spiega il cofondatore di Repubblica «ci sono dei periodi di marciume sociale, nella storia delle democrazie, che vanno interrotti con il fuoco e con le fiamme. Io non ho certamente voglia di fare la rivoluzione, ma ho capito nei venti mesi di guerra partigiana che se non sparavamo noi non sparava nessuno. Per dettare delle regole c'è bisogno di qualcosa di severo e forte».

E ancora: «Bisogna essere realisti, quando ad un certo punto sei nel pantano devi venire fuori. Non puoi stare lì a discutere». Eccoli qua i rivoluzionari in pantofole che non nutrono grandi ambizioni se non quella di «mandare via Berlusconi». Il resto si vedrà. Di certo, al di fuori dell'odiato Cavaliere, Bocca salva poco o niente. Matteo Renzi? «Insopportabile», «un furbetto», «l'anti-partito per eccellenza», «condanno il suo modo di essere italiano». Rossana Rossanda? «Pericolosa». Obama? Fa la stessa «politica imperialista» di Bush. Saviano? «Mi sta sui coglioni», è «un esibizionista, un attore», «uno che recita il suo personaggio» e che adesso non è più perseguitato visto che «non fa altro che andare in giro a fare conferenze». Ma tutto sommato «è un uomo di coraggio» ed «è bravo». D'Alema? «Antipatico», ma è «uno che ragiona». Bersani? «Un brav'uomo, ma è un po' retore». Di Pietro? «Un piccolo duce, non è democratico». Il Fatto? «Un giornale disordinato e anche un po' inattendibile» Repubblica? «Non si può andare avanti per venti pagine con Berlusconi e le sua amanti. Le sembra giornalismo? Il troppo stroppia». Bossi? «Un mitomane». Fabio Fazio? «Un altro che recita». La Costituzione? «Me ne frego. Credo più nel Vangelo che nella Carta». Non tutto però è da buttare. Veltroni, ad esempio, «era il meglio del paniere» e anche la Bindi «è una brava politica». E poi, in fondo in fondo, pure Berlusconi «quando non faceva il politico era gentile, allegro». Adesso, però, è «un fetente». E abbatterlo con la violenza è cosa buona e giusta.


Nicola Imberti

26/04/2011





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Centrato il bunker del Raìs

Il Tempo


Il portavoce: "Gheddafi sta bene, è in un luogo sicuro e ha il morale alto".


Il leader della Libia Muammar Gheddafi Volevano ucciderlo, ma non ci sono riusciti. È questo il senso della dichiarazione di un portavoce di Muammar Gheddafi contro il quale era diretto il raid aereo organizzato dalla Nato a Tripoli: colpito il suo bunker a Bab al-Aziziyah, ma fra le tre vittime e i 45 feriti del blitz non figura il Raìs. «Il Colonnello si trova in un luogo sicuro, sta bene, è in salute e ha il morale alto. Lavora tutti i giorni e conduce una battaglia per fornire al popolo servizi, alimenti, medicinali e carburante», ha spiegato Ibrahim, accusando la ribellione libica di «avere paura della pace». «Perché non mettete alla prova la nostra onestà e la nostra trasparenza? Abbiamo detto sì a delle elezioni, a un referendum, a un periodo transitorio, ai negoziati», ha detto Ibrahim per il quale si è trattato di un deliberato tentativo di uccidere Gheddafi: «Sarebbe questo un atto per proteggere i civili in Libia - si è chiesto retoricamente il portavoce aggiungendo che in realtà il raid di domenica sera «è stato una atto di codardia per tentare di uccidere una persona». Ma la vendetta del Raìs non aveva bisogno di alibi. Già prima dell'attacco Nato, la nostra Pasqua si era trasformata in un pesantissimo attacco, un volo da «angelo della morte»: ed è stata la giornata della vendetta di Gheddafi che, dopo essersi ritirato da Misurata e aver rispettato un coprifuoco di due giorni, è tornato a lanciare missili contro la città portuale, provocando 30 morti e 60 feriti. In merito al fallito blitz al bunker di Tripoli è intervenuto il figlio del Raìs, Saif al-Islam, affermando che il governo libico non teme le azioni della Nato, che «spaventano solo i bambini».

 Le truppe di Tripoli hanno anche lanciato missili Grad contro Zintan, provocando la morte di quattro persone. Intanto il ministro degli Esteri libico e due rappresentanti del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi si sono recati in Etiopia per colloqui con l'Unione Africana al fine di porre fine alla crisi in corso. Nel frattempo, 138 civili, tra libici e tunisini, sono stati evacuati nelle ultime ore da Misurata alla Tunisia grazie all'intervento di una nave inviata dal Qatar: dei 127 libici e undici tunisini evacuati, circa 90 erano feriti e che tra questi figurano bambini e anziani. Intanto, un filo di gossip - sia pure di natura politica - si insinua nei rapporti tra inglesi e libii: infatti, la Gran Bretagna ha deciso di non invitare il rappresentante della Libia nel Regno Unito al matrimonio tra il Principe William e Kate Middleton, che si terrà il 29 aprile a Westminster Abbey. Prima del conflitto scoppiato lo scorso 17 febbraio era stato preparato un invito per l'ambasciatore, mai spedito in seguito all'intensificarsi degli scontri. La decisione di non rendere partecipare il rappresentante diplomatico di Tripoli all'evento nuziale è stata presa dal Foreign Office, che si occupa della partecipazione dei dignitari stranieri al matrimonio.

Il protocollo prevede che tutti gli ambasciatori di stanza a Londra dovrebbero essere invitati alle nozze, a meno che non sorgano problemi di tipo diplomatico. Rappresentanti dell'Iran e dello Zimbabwe, per esempio, sono stati invitati nonostante ci siano stati problemi nelle relazioni ufficiali. «Tutti i capi delle missioni a Londra in rappresentanza dei Paesi con i quali siano in normali rapporti diplomatici sono stati invitati alle nozze reali», ha detto un portavoce di Buckingham Palace. La Gran Bretagna ha espulso il mese scorso cinque cittadini libici sostenendo che la loro presenza poteva rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. Tuttavia l'ambasciatore libico e tutto lo staff della sede diplomatica sono rimasti al loro posto.


Marino Collacciani

26/04/2011





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Giorgio Bocca: «Saviano? Recita la parte del perseguitato. Però ha coraggio»

Corriere del Mezzogiorno


«Scrive bene ma ha i difetti tipici degli intellettuali
di sinistra: quello di credersi i salvatori del mondo»



Bocca e Saviano

Bocca e Saviano


Giorgio Bocca a tutto campo sul giornale online Lettera43. A un certo punto dell'intervista-fiume, inevitabile, scatta l'argomento Saviano. «Anche lei fan di Roberto?» chiede Gabriella Colarusso al decano del giornalismo italiano. Risposta di pancia: «Mi sta sui coglioni, però è bravo. È un esibizionista, un attore, si mette lì, con la barba lunga. È uno che recita il suo personaggio, gli piace fare il carbonaro, il perseguitato». Perseguitato lo è davvero.«No, non lo è più, non fa altro che andare in giro a fare conferenze. Nella mafia ci sono i cretini. E qualche cretino mafioso lo ha minacciato». Ma alla risposta di pancia segue il ragionamento: «Saviano - afferma Bocca - tutto sommato è un uomo di coraggio, che la pelle l'ha rischiata, poi è un uomo molto intelligente. Ha i suoi difetti, che sono i difetti tipici degli intellettuali, quello di credersi i salvatori del mondo. Io invece appartengo a una generazione di giornalisti che quello che dice Saviano l'ha scritto per anni e nessuno ha mai detto che noi eravamo degli eroi. Facevamo il nostro mestiere».

E sull'idolatria nei confronti dello scrittore campano «la risposta è semplice: è uno che scrive bene. A me i suoi libri danno noia perchè sono barocchi, con una sovrabbondanza di aggettivi, ho cominciato a leggere questo libro "A Napoli ci sono i cinesi che uccidono..." (l'incipit di Gomorra, ndr). È un po' come Malaparte, che scriveva molto bene di robe atroci su Napoli». In definitiva, per Bocca, Roberto «è bravo a modo suo. Io sono piemontese e lui napoletano, questa è la differenza. Io concepisco la Resistenza alla maniera di Giustizia e libertà e del Partito d'azione, cioè una formazione di intellettuali che avevano senso del pudore e della misura».


Redazione online
26 aprile 2011




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Amore veloce, tetto precario

La Stampa


YOANI SANCHEZ

“Al tiepido riparo della 214…” cominciava una canzone di Silvio Rodríguez che - nella mia ingenuità di adolescente - ascoltavo senza capire il significato. Un giorno, finalmente, un amico un po’ più vecchio di me mi chiarì quella frase senza arrossire. Si trattava semplicemente dell’indirizzo di un conosciuto motel avanero, dove le coppie potevano consumare un amore veloce in un paese già allora afflitto da problemi abitativi. Fuori da quei locali, si vedevano attendere donne con il volto coperto da foulard e occhiali, mentre gli uomini pagavano alla reception e ottenevano in cambio la chiave di una camera. Un bussare insistente alla porta li avvertiva che era finito il tempo e che altri attendevano il loro turno. Le locande dell’Avana sono state gli scenari di tante infedeltà, di amori repentini e anche di numerose passioni concluse con regolari matrimoni che hanno generato diversi figli. Questi motel hanno vissuto un periodo florido, un lungo tempo di disonore e una caduta clamorosa. Si sono trasformate da luoghi di piacere in abitazioni di fortuna dove alloggiare persone danneggiate dopo i crolli delle loro case. Detto così, sembra una cosa giusta: sostituire il piacere con la necessità, l’impulso della carne con il bisogno impellente di una famiglia.

Uno dopo l’altro, i motel della città sono stati chiusi al pubblico e nelle loro piccole stanze si sono trasferite persone che hanno perduto le abitazioni sotto le tempeste di un uragano o a causa di incendi. Gli avaneri hanno cominciato a praticare l’amore informale tra i cespugli, negli angoli oscuri o - senza fare troppo rumore - nella camera dove dormiva anche la nonna. Chi disponeva di moneta forte, invece, poteva usufruire di case private che affittavano camere per 5 pesos convertibili all’ora. Adesso, passeggiando per il Parco della Fraternità a notte fonda, capita spesso di udire un gemito nella penombra e il rumore flebile dei vestiti che si sfiorano tra loro.

Nella maggior parte dei casi si tratta di persone della mia età o di individui ancora più giovani che non hanno mai posseduto un tetto sotto il quale scambiare effusioni con il partner, oppure un letto appartato dove abbracciarsi tra loro. Si tratta di persone che non sanno neppure cosa voglia dire abitare in una città dove esistano motel con insegne al neon, provvisti di piccole stanze dove sia possibile amarsi almeno per un’ora. Nessuno di loro può comprendere la canzone - ormai sorpassata - di Silvio Rodríguez, mentre nomi come Hotel Venus, 11 e 24, La Campiña o le Casitas de Ayestarán non risvegliano alcun piacevole ricordo.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Così fu uccisa Simonetta Cesaroni"

La Stampa


Le motivazioni della condanna di Busco: «La donna aprì la porta al suo assassino. All'origine del delitto il rifiuto di avere un rapporto sessuale»



Simonetta Cesaroni, uccisa con 29 coltellate nell’appartamento sede degli Ostelli della gioventù di via Poma nel pomeriggio del 7 agosto 1990, aprì la porta dell’ufficio al suo assassino. Ne sono convinti i giudici della terza corte d’assise di Roma, che hanno condannato a 24 anni di reclusione il suo ex fidanzato, Raniero Busco. «È certo che la ragazza - scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza, emessa il 26 gennaio scorso - ebbe ad aprire ad una persona che conosceva e con la quale si stava accingendo ad avere un rapporto sessuale pienamente consenziente tanto che si era regolarmente spogliata. Questa persona non poteva essere che il Busco, dal momento che non si è rinvenuta traccia di altre possibili contemporanee storie con altri uomini da parte della vittima».

I giudici della terza corte d’assise di Roma, presieduta da Evelina Canale, nelle motivazioni di 139 pagine, depositate questa mattina, descrivono Simonetta Cesaroni come una «ragazza pulita che si sentiva sporcata proprio dal rapporto con il fidanzato e dal quale tuttavia non riusciva a liberarsi». «Qualcosa non ha funzionato - scrivono ancora i giudici nelle motivazioni - forse di fronte ad un tardivo e inaspettato rifiuto di lei, l’aggressore, già in preda all’eccitamento sessuale, ha avuto una reazione violenta dapprima stordendola con un vigoroso ceffone e poi affondando più volte il tagliacarte nel suo corpo ormai disteso a terra e senza che la ragazza potesse opporre alcuna resistenza. Tra l’altro infierendo con l’arma anche nella vagina della giovane». «Busco - scrivono ancora i giudici - l’aveva già lasciata una volta e frequentava contemporaneamente altre ragazze, la trattava male, anche davanti agli altri e si accingeva ad andare in vacanza con gli amici in Sardegna senza di lei, e come chiaramente riferito dalla ragazza, da lei voleva solo sesso e le faceva vivere il rapporto nel modo più indegno e sporco».

«Raniero Busco - continuano i giudici nelle motivazioni della sentenza - ha reiteratamente dichiarato che il loro rapporto era un normale rapporto tra ragazzi dando mostra di ignorare la sofferenza di lei e di ritenere le eventuali conseguenze dei loro rapporti intimi un fatto esclusivamente proprio della ragazza sostenendo in un primo momento che non sapeva che Simonetta prendeva la pillola, mutando poi versione in dibattimento: ’no, io le ripeto, a distanza di quindici anni, secondo me prendeva la pillola, se lei dice di no evidentemente usavamo altri metodi contraccettivi, cioè il coitus interruptus, i metodi c’erano', trincerandosi ancora una volta nel ’non ricordo'».

Per i giudici della terza Corte d’Assise, Raniero Busco «deve ritenersi privo di alibi».  «Non solo Busco - scrivono i giudici - ha contribuito alla preordinazione dei propri falsi alibi, ma in precedenza aveva cercato di indirizzare i sospetti contro alcuni suoi amici della comitiva ’Bar Porticì». «Resta più di una perplessità - sostengono i giudici - la completa mancanza di ricordo da parte di Busco in ordine agli avvenimenti di quel pomeriggio se la si confronta (a parte la prodigiosa memoria delle 3 amiche della madre di Busco), alla vivezza con cui gli eventi del 7 agosto sono rimasti scolpiti nella mente della madre e della sorella di Simonetta o, semplicemente in quella di Volponi».




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Wikileaks, Al Qaeda studiava altri attentati dopo l'11 settembre

La Stampa


Londra paradiso di aspiranti terroristi, un presunto assassino lavorava per servizi segreti britannici


LONDRA

Un piccolo gruppo di militanti di al Qaida studiava nuovi attentati contro obiettivi americani dopo quelli dell'11 settembre, prima di essere rinchiuso a Guantanamo. Lo indicano documenti rivelati da WikiLeaks e pubblicati anche dal New York Times. Intanto, il sito Internet della Bbc riporta che un presunto militante di al Qaida sospettato di aver bombardato un albergo di lusso e due chiese in Pakistan nel 2002 era un informatore dell'Mi6, l'agenzia di spionaggio per l'estero della Gran Bretagna.

Dalla seconda tranche di documenti riservati del governo Usa sui detenuti di Guantanamo, pubblicati dal sito WikiLeaks dopo una prima parte di rivelazioni rese note ieri, emerge che Al Qaeda era pronta a colpire il ponte di Brooklyn e a compiere una serie di attentati negli Stati Uniti dopo l'11 settembre, ma che non ci è riuscita a causa dell'arresto di vari leader e militanti del gruppo terroristico. In particolare emerge la figura di un imprenditore ben inserito nella società americana, il quale dopo l'11 settembre avrebbe messo la sua esperienza nel settore delle spedizioni al servizio della macchina del terrore. Il piccolo gruppo formato intorno al cervello degli stragi, Khaled Sheikh Mohammed, ambiva in particolare a preparare azioni con l'aiuto di armi di distruzione di massa, secondo il quotidiano americano.

Il sito internet WikiLeaks ha girato due sere fa a molti organi di informazione occidentali, soprattutto quotidiani, documenti militari che risalgono al periodo compreso dal 2002 al 2009 e relativi a 704 dei 779 uomini passati per il carcere di Guantanamo, nella base navale americana a Cuba.

Nella sua edizione di oggi, il New York Times spiega che Saifoullah Paratcha, uno dei 172 prigionieri tuttora detenuti a Guantanamo, aveva l'idea di trasportare verso gli Stati Uniti esplosivi al plastico in portacontainer che trasportano vestiti per donne e bambini. "Questo detenuto voleva aiutare al Qaida a fare "qualcosa di grande contro gli Stati Uniti", ha detto agli inquirenti uno dei suoi complici, Amir al Balutchi, secondo documenti citati dal New York Times. Paracha, uomo d'affari di successo e per anni insospettabile agente di viaggi a New York, è probabilmente il più anziano dei 172 prigionieri ancora detenuti nella base Usa di Guantanamo Bay. Lavorando con Khalid Shaikh Mohammed, uno degli organizzatori degli attacchi dell'11 settembre, per conto del quale avrebbe custodito una cifra tra i 500 e i 600 mila dollari, Paracha si sarebbe offerto di introdurre negli Stati Uniti dell'esplosivo al plastico nascosto all'interno di container che trasportavano capi d'abbigliamento. "Voleva aiutare Al Qaeda a fare qualcosa di grande contro gli Stati Uniti", ha raccontato Ammar al-Baluchi, uno dei sospetti complici, nel corso degli interrogatori a Guantanamo. Inoltre, dai verbali in possesso di WikiLeaks, si apprende che Paracha avrebbe valutato il ricorso ad armi biologiche o nucleari, per poi desistere difronte all'ostacolo costituito dai rilevatori utilizzati nei porti americani.

Il ritratto di Paracha fa parte degli oltre 700 documenti classificati, che dipingono la strategia di Al Qaeda per paralizzare gli Usa dopo l'11 settembre. La Cia avrebbe sventato le trame terroristiche arrestando Mohammed e altri leader della rete estremista, e rendendo impossibile la realizzazione di diversi piani potenzialmente devastanti, tra i quali una nuova ondata di attacchi con aerei sulla costa Ovest, l'esplosione di un appartamento dopo l'intenzionale fuoriuscita di gas naturale, attentati ai benzinai e persino il taglio dei cavi che sostengono il ponte di Brooklyn.

La politica del governo americano sui sospetti di terrorismo, però, continua a essere contestata da diversi ambienti, che pongono l'accento soprattutto sul maltrattamento dei detenuti e su un regime carcerario e giudiziario che a Guantanamo è fuori dal diritto penale degli Stati Uniti. Secondo Hina Shamsi dell'American Civil Liberties Union, associazione che difende i diritti civili, le valutazioni sui detenuti di Guantanamo "sono piene di prove infondate e le informazioni sono state in gran parte ottenute attraverso la tortura, con speculazioni, errori e accuse che, come è stato dimostrato, sono assolutamente false". Per David Remes, l'avvocato di Paracha, "l'idea che il mio assistito abbia mai fatto qualcosa che giustifica la sua detenzione, o che abbia mai rappresentato una minaccia per gli Stati Uniti, è semplicemente assurda e priva di qualsiasi fondamento", ha detto il legale, "Paracha è un uomo di 63 anni, con una malattia cardiaca grave e con diabete grave, che non ha fatto altro che offrire la sua collaborazione alle autorità".

Intanto Londra sembrererebbe sia stata un paradiso degli aspiranti terroristi. Adil Hadi al Jazairi - che è stato detenuto a Guantanamo tra il 2003 e lo scorso anno, quando è stato rimpatriato dal presidente Barack Obama nel suo Paese natale, l'Algeria - secondo gli inquirenti statunitensi è anche un informatore dei servizi segreti britannici. E il Guardian ha sostenuto di aver visionato file segreti di Wikileaks in cui è descritto come un "assassino" di al Qaida. Rivelazioni che arrivano mentre il 'Daily Telegraph' ha rivelato altri documenti segreti, secondo i quali Londra era il centro di un'organizzazione terroristica globale. I file, provenienti sempre da Wikileaks, indicavano la moschea di Finsbury Park, nel nord di Londra, come un "rifugio" per gli estremisti.

I Guantanamo files, ottenuti da WikiLeaks e in corso di pubblicazione da diversi quotidiani britannici, rivelano che almeno 35 tra i detenuti della base americana sull’isola di Cuba sono passati attraverso la moschea di Finsbury Park a Londra e altri centri religiosi della capitale britannica prima di essere spediti nei campi di addestramento organizzati da Al-Qaida in Afghanistan. Figure centrali della vasta rete di reclutamento e smistamento risultano essere l’imam Abu Hamza, condannato a sette anni di reclusione e internato nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, e Abu Qatada, un chierico fanatico descritto dai servizi di sicurezza britannici come «l’ambasciatore di Osama bin Laden in Europa».

A preoccupare maggiormente l’intelligence americana era ad ogni modo la moschea di Finsbury Park. Era infatti considerata «una struttura chiave per lo spostamento di estremisti nordafricani tra Londra e i campi di addestramento in Afghanistan» nonchè «una base per la pianificazioni di attacchi e la produzione di materiale di propaganda». Oltre alla moschea di Finsbury Park - che si trova nella parte settentrionale del quartiere di Islington - gli 007 americani indicano come centri primari nella rete terroristica di Al-Qaida nel Regno Unito anche la moschea di East London e una stanza presa in affitto sopra al Four Feathers Youth Club nei pressi di Baker Street. Hamza e Qatada cercavano nuovi adepti tra i migranti freschi di arrivo nel Regno Unito.



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La città che non voleva Pac-man nei bar

Corriere della sera


Nel 1982 i videogiochi furono banditi dai locali pubblici della località Usa. Ora si vota per abolire quel divieto





MILANO - Sono passati 29 anni ma ancora oggi c'è qualcuno a Marshfield che ha paura di Pac-Man e non vuole vedere né lui né i suoi nipoti nei bar del lungomare. Fu il consiglio comunale della cittadina costiera del Massachusetts, nel 1982, a votare per bandire dai suoi locali pubblici tutti i giochi a gettone. E quasi trent'anni dopo qualcuno tenta di porre fine al divieto: ristoratori in cerca di nuove attività, turisti e residenti meno spaventati di un tempo dai videogame. Per questo, a inizio maggio il comune si appresta a rivotare la mozione. Riusciranno i giochi da bar ad arrivare nei locali pubblici della cittadina?

LA STORIA – Trent'anni fa a spingere per il divieto furono due ordini di fattori: i primi, particolari, dovuti alle ingerenze dei genitori spaventati dalla dipendenza da giochi a gettone. Era l'inizio degli anni Ottanta e la moda degli arcade travolgeva il mondo, entusiasmando i giovani e preoccupando i loro tutori. Il secondo ordine era invece economico: residenti ed autorità non volevano trasformare una tranquilla località rinomata per sole, bagni, mangiate di aragoste, pesca e sport d'acqua in un chiassoso divertimentificio costiero. Neppure il tentativo di rivolgersi alla Corte Suprema (http://masscases.com/cases/sjc/389/389mass436.html) servì: nel 1983 l'appello fu definitivamente respinto, e da allora a Marshfield nei luoghi pubblici non si sono visti mai videogiochi, flipper, sparatutto e calciobalilla. Con una sola eccezione: il keno, la lotteria-bingo popolare negli Usa e in Cina, si gioca tranquillamente in diversi ristoranti e bar sulla costa, senza spaventare la giunta comunale.
IL FUTURO – La prossima settimana (http://www.datapple.com/tag/marshfield-massachusetts) il consiglio comunale ha all'ordine del giorno due punti: il primo è la costruzione di una nuova scuola superiore, e il secondo è la riapertura dei giochi, per bambini e adulti. Ovvero, l'arrivo in città di temibili slot machine, videopoker, ma anche gare di velocità auto, simulatori di surf e moderni titoli da sala giochi di questo secolo. Purtroppo PacMan non vedrà mai i bar di Marshfield, ma se il fronte del no che ha vinto nel 1982 questa volta fallirà (e a guidarlo sembra ci sia sempre la stessa signora pasionaria), qualche altro gioco invece potrà catturare l'attenzione di abitanti e turisti. Magari anche di quelli che avevano scelto Marshfield solo per pescare e nuotare.



Eva Perasso
26 aprile 2011



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Sarà un'ampolla di sangue di Wojtyla la reliquia esposta per la beatificazione

Corriere della sera



Fu estratto a Giovanni Paolo II per delle trasfusioni e conservato dalle suore dell'ospedale Bambin Gesù


MILANO - La reliquia che verrà esposta alla venerazione dei fedeli durante la beatificazione di Giovanni Paolo II, l'1 maggio, è un'ampolla di sangue, estratto al papa polacco in previsione di trasfusioni e conservata in questi anni al Bambin Gesù dalle suore dell'ospedale. Il sangue è allo stato liquido, a causa di un anticoagulante presente nella provetta al momento del prelievo. Lo spiega un comunicato della sala stampa vaticana. (fonte: Ansa)



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Ingroia ha un vizio: interrogare pataccari

Libero




Pare che alla procura di Palermo si stiano specializzando in pataccari da sfruttare soltanto sinché servono, salvo arrestarli o farli sparire quando la situazione si compromette.

 È stato così per Massimo Ciancimino, portato in palmo di mano per più di tre anni e poi preservato - con le manette - dall'intervento di altre procure; ora spunta anche un vecchio interrogatorio del pentito Vincenzo Scarantino - già protagonista di balle clamorose e purtroppo accreditate nel processo per la strage via D'Amelio - del quale Antonio Ingroia ha dapprima raccolto alcune deposizioni ai danni di Bruno Contrada e Silvio Berlusconi, ma poi puf, quando si è accorto che mancava ogni riscontro non ha riversato i verbali dai fascicoli processuali, ma, soprattutto, non li ha riversati neppure nel fascicolo del pubblico ministero, sottraendolo così a ogni valutazione della difesa e omettendo ogni indagine a riguardo. 

Il bello è che è lo stesso Ingroia a raccontare l'episodio. Nel suo recente libro «Nel Labirinto degli Dei», a pagina 81, si legge questo: «Avevo interrogato Vincenzo Scarantino, che si era autoaccusato di avere organizzato il furto della Fiat 126 usata come autobomba in via D’Amelio. Indagini più recenti della Procura di Caltanissetta sembrano, comunque, aver definitivamente smascherato Scarantino come depistatore e falso pentito».

 Esattamente come per Massimo Ciancimino, individuato come mistificatore a Caltanissetta ma dapprima sfruttato a Palermo per più di tre anni. Ingroia continua: «Interrogai Scarantino una sola volta... era stato lui a mettere sul piatto due temi di prova apparentemente appetitosi: nuove accuse a carico di Bruno Contrada, all’epoca già inquisito e in custodia cautelare per concorso esterno in associazione mafiosa; e, addirittura, dichiarazioni che coinvolgevano il già allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in oscure vicende di traffico di stupefacenti».
Roba pesante, dunque: c'era da indagare, dato il calibro dei personaggi interessati, sia per verificare la fondatezza delle dichiarazioni e sia per verificare, se infondate, quale manovra o depistamento fosse in corso. Ma la procura di Palermo si fermò al primo caso:

«Le dichiarazioni a carico di Contrada erano apparentemente riscontrabili, quelle che riguardavano Berlusconi, invece, erano generiche e sostanzialmente indimostrabili... L’esito fu sconfortante... Non era stato acquisito alcun riscontro che si potesse considerare individualizzante a carico di Contrada». E di Berlusconi, ovviamente. Che fare? Ingroia nel parlò col contitolare del processo Contrada, il pm Alfredo Morvillo, e poi anche col capo della Procura Gian Carlo Caselli: «Decidemmo di non servirci delle sue dichiarazioni accusatorie. Esse pertanto non furono mai utilizzate né per il processo Contrada né nei confronti di Berlusconi».

Una buona ragione, evidentemente, per farle sparire. Al punto che anche Bruno Contrada  e il suo legale, Giuseppe Lipera, nel gennaio scorso hanno appreso l'esistenza dell'interrogatorio di Scarantino direttamente dal libro di Ingroia: «Quanto ho letto mi destato stupore e sbigottimento», ha dichiarato Contrada, «poiché nel processo che mi riguarda non si parlò mai di accuse che Scarantino avrebbe rivolto nei miei confronti, né mai seppi di questa circostanza; ricordo benissimo che nel fascicolo del pm non c'era alcun atto riguardante un interrogatorio a Scarantino né successivi accertamenti della polizia giudiziaria». Ecco perché i due hanno deciso di presentare un esposto. Nel libro di Ingroia oltretutto si legge che quelle dichiarazioni «non erano convincenti, come non lo era il teste», ma a quanto pare non fu fatta nessuna indagine per capire il motivo delle false accuse: chi le suggerì, e perché?

A quando risalgono queste dichiarazioni? Perché non furono riversate nel fascicolo? Ingroia, nel libro, scrive di accertamenti negativi «sconfortanti» operati dalla polizia giudiziaria: che fine hanno fatto? E perché - come fece Falcone col pentito Pellegriti - non si è proceduto per calunnia contro il ballista?  Senza contare che, nel caso di Contrada, stiamo parlando di un iter processuale che ha ribaltato di continuo sentenze di condanna e di assoluzione, laddove non c'è dichiarazione o testimonianza che non abbia pesato complessivamente sul piatto della bilancia: «Sarebbe stato un tassello importante per scoprire chi complottava nei miei confronti», si legge nell’esposto, «ma così si ha impedito alla difesa di esercitare tutte le azioni che avrebbero potuto chiarire il contesto in cui è maturata la vicenda giudiziaria che mi riguarda». Probabile che Ingroia avesse troppo da fare, in quel periodo: perso nel «labirinto degli dei» prima ancora di perdersi in quello di Ciancimino.
26/04/2011




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Marrazzo nella camera ardente di Di Carlo «Sapeva fare battaglie con sguardo fiero»

Corriere della sera


L'ex presidente del Lazio torna in Regione per rendere omaggio all'ex consigliere Pd scomparso il 25 aprile



ROMA - E' tornato per ricordare un uomo leale, per rendere omaggio al consigliere Mario Di Carlo, scomparso a Roma lunedì mattina dopo una grave malattia. Piero Marrazzo, l'ex presidente della Regione Lazio, ha fatto la sua prima apparizione pubblica dopo lo scandalo del video a luci rosse che lo portò alle dimissioni e dopo un lungo periodo di isolamento. L'ex governatore è tornato in Regione per visitare la camera ardente del consigliere Pd, allestita nella Sala Tevere.




«GENTILE, MAI IPOCRITA» - A diciotto mesi dallo scandalo che distrusse la sua carriera politica in seguito alla notizia dell'incontro con un transessuale, Marrazzo è apparso sereno e sorridente. «Mario aveva una gentilezza di fondo e soprattutto non amava essere "buono" perchè non era ipocrita e sapeva fare le battaglie sostenendole con lo sguardo fiero», ha detto arrivando nella sede della Giunta.

Marrazzo ha salutato con una stretta di mano e un bacio la governatrice Renata Polverini - che lo ha pubblicamente ringraziato di essere venuto - e ha affettuosamente salutato i familiari di Di Carlo. Poi si è seduto in seconda fila ed ha ascoltato le orazioni funebri, infine si è alzato e ha parlato del defunto compagno di partito e collega premettendo: «E' molto difficile per me tornare qui e parlare davanti a voi. E' difficile parlare di Di Carlo perchè lui era una persona che parlava molto franco: aveva lo sguardo fiero, era leale. Mi è stato molto vicino».


Lilli Garrone
26 aprile 2011



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Il segreto degli Impressionisti forse era solo un difetto della vista

Corriere della sera


Originale tesi di un neurologo australiano: Monet, Degas e Renoir sarebbero stati «ispirati» dalla miopia



«Le Pont Japonais»
«Le Pont Japonais»
MILANO - Prima di loro la pittura era una questione di dettagli. Il bravo artista ritraeva una scena nel suo preciso realismo, fino al più piccolo particolare. Poi è arrivata la "rivoluzione dello sguardo" degli impressionisti, che ha scardinato le regole dell’arte figurativa inondando i quadri di luce. Pennellate rapide, brevi che si rincorrono sulla tela, macchie di colore a suggerire i paesaggi, tutto che appare un po’ sfocato. E forse è proprio questa la parola giusta per definire gli impressionisti, stando alle conclusioni del neurologo australiano Noel Dan che qualche tempo fa, sulle pagine del Journal of Clinical Neuroscience, ha sentenziato: Monet, Renoir, Degas e gli altri dipingevano così semplicemente perché erano miopi. Anche i critici d’arte dell’800 dicevano che gli impressionisti avevano problemi di vista, ma per denigrarli: il giornale Le Figaro nel 1877 scrisse che le loro tele erano invase da "un diluvio di crema al pistacchio, vaniglia e ribes", risultato di un daltonismo evidentemente epidemico fra i nuovi pittori. Noel Dan, invece, ha tratto le sue conclusioni da un’attenta analisi delle opere. Stando al neurologo, tutte le considerazioni filosofiche sugli sforzi degli impressionisti di rappresentare la realtà per come viene percepita, cercando la sintesi che trascura il dettaglio per cogliere "l’impressione" delle cose e quindi la loro più vera sostanza, sono spazzate via da un dato di fatto: se avessero portato gli occhiali, Claude Monet e gli altri non avrebbero dipinto in quel modo e la storia dell’arte avrebbe forse preso un’altra piega.

Affermazioni, queste, che hanno fatto saltare dalla sedia più di un esperto d’arte: John House, eminente critico del Courtald Institute of Art di Londra , ha bollato come spazzatura queste interpretazioni, osservando che gli impressionisti sapevano bene come e perché dipingevano in maniera così diversa dagli altri pittori di allora. Fatto sta che anche all’Università di Calgary un gruppo di ricercatori ha raccolto "prove" che sembrano testimoniare l’effettiva presenza di disturbi visivi in alcuni pittori impressionisti.

Prendiamo il più famoso di tutti, Claude Monet, e il dipinto che nel 1874 contribuì a "battezzare" l’impressionismo: Impression: soleil levant , che fu esposto alla prima mostra collettiva dei nuovi artisti e spinse il critico Louis Leroy a coniare il termine impressionisti (nelle sue intenzioni, dispregiativo) per indicare questo rivoluzionario modo di dipingere. Osservando il quadro, le idee del neurologo australiano non sembrano tanto bislacche: contorni imprecisi, colori che sfumano uno nell’altro, linee leggere, oggetti che diventano ombre. I quadri di Monet sono poi cambiati anche a seguito di un altro problema visivo che per certo colpì l’artista negli ultimi anni di vita, la cataratta. Per accorgersene basta osservare un paio di versioni di Le pont japonais, uno dei soggetti più amati da Monet che negli anni ha ritratto innumerevoli volte questo scorcio di giardino a Giverny, in Normandia. Le prime tele hanno il tratto tipico (da miope?) del pittore, i quadri dipinti intorno al 1920 sono tutt’altro: il ponte non si riconosce più, i colori sono diventati scuri, i rossi predominano. Secondo i critici d’arte, tutto questo è espressione di una "virata astratta" di Monet; Dan ribatte che proprio il rosso è il colore percepito meglio dai miopi e la cataratta modifica la capacità di vedere i colori, oltre che i contorni delle cose.

Matteo Piovella, presidente della Società Oftalmologica Italiana, concorda con il neurologo: «Non è certo, ma è probabile che una percezione diversa della realtà dovuta a difetti visivi abbia influenzato l’arte degli impressionisti. Nelle fasi iniziali della cataratta, ad esempio, la vista non è ancora compromessa ma già cambia la percezione dei colori. È come se si portassero costantemente gli occhiali da sole: il bianco è meno nitido, il contrasto si attenua. Così è assai verosimile che Monet abbia messo su tela la sua visione "alterata" del mondo. Del resto, nell’800 portare gli occhiali era considerata una menomazione fisica e si sa che Cezanne e Renoir non li vollero mai usare: Cezanne li riteneva irrimediabilmente volgari. Per di più la correzione dei difetti visivi possibile allora era ben altra cosa da quella attuale, così non si può certo dire che chi portava gli occhiali vedesse bene. E non è da escludere che l’aver affermato un nuovo metodo di pittura sia stata per molti impressionisti una specie di rivalsa sul proprio difetto visivo».

Tutti i ricercatori che si sono spinti a ipotizzare un’influenza preponderante dei difetti visivi sulle opere di alcuni artisti, comunque, non escludono che certe modalità espressive siano solo il frutto di una scelta artistico-filosofica dell’autore, a prescindere dalle diottrie. Anche perché altrimenti per spiegare le opere di alcuni artisti contemporanei bisognerebbe invocare una (almeno momentanea) cecità.


Elena Meli
22 aprile 2011(ultima modifica: 26 aprile 2011)



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Casta, colpo ai Consiglieri regionali Tagli da 100 a 500 euro sulla benzina

Corriere del Mezzogiorno



Rimborsi irregolari per le trasferte di 40 fuori sede
La cifra è mensile, protestano col presidente Introna



Rifornimento più salato
Rifornimento più salato


BARI - I consiglieri regionali rimangono a secco di benzina. In via Capruzzi il dirigente del servizio personale, da poco trasferito alla ragioneria, ha scoperto rimborsi irregolari richiesti dai consiglieri che vivono lontano da Bari nella diaria mensile alla voce rimborsi chilometrici del carburante.

I TAGLI - I consiglieri fuori sede sono circa una quarantina e recuperavano fino a oggi ogni mese cifre dai 100 ai 500 euro. Il dirigente della ragioneria ha quindi soltanto applicato le nuove norme da poco entrate in vigore. In base alla legge che taglia i costi della politica, infatti, ogni consigliere fuori sede può richiedere un rimborso di 39 centesimi a chilometro. I politici pendolari colpiti dal nuovo regime restrittivo - in maniera assolutamente trasversale - si sono quindi lamentati con Onofrio Introna, presidente del Consiglio regionale. Perché su questi argomenti, si sa, la casta rimane sempre compatta.


Angelo Alfonso Centrone
22 aprile 2011




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Mazzette al «sistema» anti-tasse, il fisco ci ha rimesso 300 milioni

Corriere del Mezzogiorno

È il danno erariale delle sentenze pilotate. Inchiesta Gibbanza, coinvolti anche 2 giudici


BARI - La nuova rete di corruzione che avrebbe scoperto la guardia di finanza avrebbe provocato un buco erariale di dimensioni definite dagli inquirenti «importanti». Se il primo capitolo dell’inchiesta «Gibbanza», l’indagine sulle presunte sentenze tributarie pilotate, aveva scoperto un danno alle casse dello Stato di circa 100 milioni di euro, nel secondo filone investigativo la cifra sarebbe pressoché raddoppiata. Se l’indiscrezione dovesse trovare conferme, sarebbe la testimonianza di un malaffare diffuso. Il meccanismo che sarebbe stato svelato dall’inchiesta coordinata dal pm Isabella Ginefra ricalcherebbe quello già svelato lo scorso novembre: in sostanza, imprenditori, aziende ma anche privati cittadini sanzionati dal Fisco si sarebbero rivolti a giudici e componenti delle commissioni tributarie, per il tramite di avvocati e commercialisti, per evitare o ridurre la sanzione. In cambio sarebbero state versate mazzette o semplici regali, a seconda dei casi. Più lobby, diversi «comitati d’affari» avrebbero condizionato e indirizzato le sentenze tributarie in favore dei contribuenti evasori. E, probabilmente, hanno continuato a farlo, ad agire nel buio nonostante il blitz di sei mesi fa. E’ quanto emergeva già nelle 619 pagine della richiesta per l’applicazione di misure cautelari nel primo filone dell’inchiesta, che portò all’arresto di 17 professionisti (4 in carcere e 13 ai domiciliari) tra commercialisti, avvocati e giudici, accusati di aver messo in piedi un presunto sistema corruttivo in grado di pilotare le sentenze tributarie.

Adesso, un nuovo terremoto giudiziario si sta per abbattere. Il secondo capitolo dell’indagine è praticamente chiuso e, secondo fonti investigative, vede coinvolti almeno una decina di professionisti baresi. Due mesi fa la pm inquirente, Isabella Ginefra, aveva chiesto una proroga delle indagini di sei mesi per svolgere ulteriori «accertamenti bancari». Adesso sembra che i tempi siano maturi, grazie anche alla «collaborazione» del principale indagato, il giudice tributario Oronzo Quintavalle, noto anche come Sandro, commercialista 53enne di Bari. L’uomo fu arrestato lo scorso 4 novembre e fu interrogato cinque volte dagli inquirenti. Proprio le sue dichiarazioni rese alla magistratura avrebbero permesso di fare luce su ulteriori aspetti.


Nel secondo filone dell’inchiesta, sarebbero coinvolti almeno un’altra decina di professionisti, tra questi figurerebbero un giudice tributario, tre cancellieri delle stesse commissioni provinciali, alcuni commercialisti di Bari e provincia e un funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Nelle settimane scorse, il pm aveva chiesto al gip Sergio Di Paola di poter eseguire un incidente probatorio per cristallizzare quanto dichiarato da Oronzo Quintavalle, ma il giudice ha rigettato la richiesta. Il rifiuto, però, non ha bloccato l’attività investigativa che, anzi, è sostanzialmente delineata. Già nella richiesta delle 17 misure cautelari del novembre scorso, il pm inquirente scriveva: «Esistono e operano in modo sistematico ed intenso comitati d’affari al quale aderiscono giudici tributari, dipendenti pubblici e professionisti e che hanno ad oggetto proprio l’asservimento della funzione giudiziaria agli interessi privati dei soggetti coinvolti».

Quindi, non esisterebbe solo un unico «comitato d’affari» che avrebbe avuto come perno centrale il giudice-commercialista Oronzo Quintavalle, bensì più lobby. Questo punto è sottolineato in un secondo passaggio. «Sebbene - scrive ancora Isabella Ginefra - le indagini relative al presente procedimento sono limitate al comitato d’affari ed alla molteplicità di fatti emersi e che hanno come fulcro, come appena detto, il giudice Quintavalle, tuttavia deve sottolinearsi che sullo sfondo si delinea l’esistenza di più comitati d’affari - ciascuno facente capo ad un diverso soggetto - finalizzati al mercimonio della funzione giudiziaria tributaria e che merita approfondimenti ulteriori». Uno di questi presunti comitati d’affari sarebbe stato interno persino alla stessa agenzia delle Entrate. Secondo quanto sarebbe stato accertato dalle fiamme gialle, alti funzionari dell’ente suggerivano e indicavano a commercialisti, avvocati e contribuenti «amici» un «sistema alternativo - sottolinea il pm - che consentiva di operare in favore dei contribuenti sovvertendo o mitigando gli esiti delle verifiche fiscali innanzi alle commissioni tributarie». Non solo: «In alcuni casi - scriveva ancora la pm - veniva emesso da funzionari compiacenti dell’agenzia delle Entrate un atto volutamente viziato in modo che vi fosse spazio per l’annullamento, sia in sede di autotutela, sia innanzi alle commissioni tributarie».
Vincenzo Damiani

25 aprile 2011

Gramsci e gli incendiari dei talk-show

Rossi, giro di vite sui rave party «No a raduni senza controlli»

Corriere della sera


I genitori dell'unico maggiorenne del gruppo di aggressori: «Nostro figlio? Un ragazzo tranquillo.
Non sapevamo che stesse andando a quella festa»





SORANO - Interviene anche il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi in merito l’aggressione ai danni di due carabinieri della compagnia di Pitigliano, lunedì, da parte di quattro giovani. Lo fa annunciando di stare valutando dei provvedimenti che impongano controlli sui rave e definendo il fatto «inspiegabile», mentre racconta di aver già espresso la sua vicinanza al comandante generale dei Carabinieri, Leonardo Gallitelli e ai colleghi dei due militari coinvolti.

LA PROPOSTA DI ROSSI «Non si può - ha spiegato Rossi - non stabilire un legame tra il fatto in sé, la reazione violenta e bestiale dei giovani, e questo genere di raduni. L’episodio lascia sbigottiti e ferisce». Ma la Regione sta già valutando provvedimenti restrittivi contro i rave party, sintomo secondo il governatore, di un evidente regresso: «In Toscana chiunque sa che per organizzare una qualsiasi festicciola, c'è bisogno di permessi e controlli, e giustamente, perchè così si tutela la salute e si protegge l'ordine pubblico. È barbaro che si possano consentire e organizzare raduni con centinaia di persone al di fuori di ogni principio di regolamentazione e controlli». Così, augurandosi che le indagini e l’attività degli inquirenti proceda con il dovuto rigore, Rossi ha annunciato che la vicenda sarà l’oggetto di una sua comunicazione al Consiglio Regionale nella seduta di mercoledì. Quanto all’inchiesta aperta sul caso, si è augurato che «gli inquirenti procedano con il rigore dovuto».


I DUE CARABINIERI - È tenuto in coma farmacologico al Policlinico Le Scotte di Siena Antonio Santarelli, il più grave dei due carabinieri aggrediti a colpi di bastone nella mattinata di ieri da quattro ragazzi (di cui tre minorenni) che stavano andando a un rave party nei pressi di Grosseto. Nel primo pomeriggio di ieri è stato sottoposto ad un intervento di neurochirurgia per la riduzione di un grave ematoma alla testa. Le condizioni del militare sono giudicate gravi, la prognosi è riservata e l’uomo è ricoverato nel reparto di rianimazione. Ancora sotto osservazione anche il suo collega Domenico Marino, che ha riportato una grave lesione ad un occhio, che rischia di perdere e altri traumi al viso. Le condizioni di entrambi sono stabili, dettaglio giudicato positivo dal personale sanitario dell'ospedale senese.

I PARENTI DEGLI AGGRESSORI - Nel frattempo Francois Gorelli, padre di Matteo, il ragazzo maggiorenne coinvolto nell'aggressione Incredulità, esprime sbigottimento e vicinanza ai due militari e alle loro famiglie. «Con nostro figlio non abbiamo parlato - spiega Francois - Spero di farlo presto, voglio sentire da lui cosa è successo. Noi non riusciamo a capirlo. Quello che è accaduto è una cosa troppo grave. Per noi è un terribile fulmine a ciel sereno. È come se ci fosse esplosa la caldaia in casa il giorno dopo averla fatta controllare. Mio figlio è un ragazzo tranquillo, non avrei mai immaginato una cosa simile». «In questo momento - continua il padre -, prima ancora di pensare agli aspetti legali, il nostro pensiero va alle famiglie dei due carabinieri. Speriamo che si riprendano e che non riportino conseguenze gravi nel tempo».

«NON SAPEVAMO DEL RAVE» - Matteo Gorelli abita a Cerreto Guidi (Firenze) e frequenta l’istituto industriale statale di Empoli. Ha una sorella più piccola: il padre ha un’attività in proprio e vive a Castelfiorentino, mentre la madre lavora alle Poste. «Ho visto Matteo il giorno di Pasqua - conclude il padre - Non mi aveva detto che sarebbe andato a Grosseto per una festa. Era sereno in questi giorni. Da poco aveva preso un cagnolino e lo seguiva con grande attenzione. Era felice. Non so chi siano gli altri ragazzi, non li ho mai sentiti nominare».

RENZI - Oltre ad una «doverosa riflessione», c’è l’auspicio che «poi non facciano i furbi sui processi verso questi ragazzi: questi devono pagare per quello che hanno fatto» e l’accusa di tentato omicidio con la quale sono stati fermati «mi sembra il minimo». È la posizione del sindaco di Firenze Matteo Renzi, ospite dell’emittente fiorentina Lady Radio, riferendosi all’aggressione subita ieri da due carabinieri in provincia di Grosseto da quattro giovani, tra i quali tre minorenni. Il sindaco ha anche ribadito la «solidarietà mia e di tutta la città di Firenze all’Arma dei Carabinieri» e «la vicinanza profonda alle famiglie e ai due carabinieri». Per Renzi «il fatto che due servitori dello Stato, due carabinieri, siano presi a sprangate da quattro ragazzini, di cui uno maggiorenne, perchè fermati per l’etilometro, sono cose che fanno e devono far riflettere». «Dobbiamo pensarci anche a livello sociale - ha proseguito -: questi sono ragazzi che stanno in provincia di Firenze. Sarebbe doveroso ora fare una riflessione su che tipo di messaggio educativo abbiamo dato».


Edoardo Lusena
26 aprile 2011



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Taiwan delude i turisti cinesi "Troppo piccola e modesta"

La Stampa







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Derubato il supermercato che ha aperto le porte senza personale

Corriere della sera


Alle 8 di mattina del Venerdì Santo per errore
il computer ha messo in funzione il negozio



Il Pack 'n' Save di Hamilton (N. Zelanda)
Il Pack 'n' Save di Hamilton (N. Zelanda)
MILANO – I primi clienti sono entrati alle 8.03. Una mamma con una bimba. Hanno riempito il carrello di verdure, frutta, carne e scatole e si sono recate alla cassa self-service, non vedendo cassieri in quelle tradizionali. Diligentemente hanno passato sullo scanner tutti gli alimenti, pagato e sono uscite con la loro spesa tech. Senza sospettare che quella mattina, venerdì scorso, il negozio Pack 'n' Save di Mill Street a Hamilton, in Nuova Zelanda, doveva essere chiuso.

IL CERVELLONE – Ma il cervellone che regola la sicurezza, l'apertura delle porte, l'accensione delle luci e dell'impianto di condizionamento dei locali non sapeva che Venerdì Santo il proprietario Glenn Miller aveva deciso di far festa. Nessuno infatti aveva programmato il computer per evitare che automaticamente, come ogni mattina, il sistema diligentemente avviasse la procedura di apertura del supermarket anche senza la presenza di un commesso o di una guardia giurata a girare la chiave della serranda. E un software troppo intelligente e indipendente ha finito per giocare un bello scherzo a Miller: i commessi non si sono certo presentati a lavorare, e i clienti sono entrati per fare la spesa come tutti i giorni. D'altronde le porte erano aperte.

VIETATO AI MINORI – L'allarme sulle stranezze di quella mattina nel supermercato senza umani al lavoro è arrivato alla polizia della città di Kirikiriroa (questo il nome maori di Hamilton) solo alle 9.20, dopo che alcuni clienti si sono insospettiti nel vedere altri trafugare beni senza passare dalle casse. Ma anche il cervellone ha lanciato una prima allerta, quando un cliente (questa volta onesto) ha cercato di pagare alla cassa self una bottiglia di alcolico. In questi casi, la cassa automatizzata lancia una richiesta di presenza di un impiegato che controlli la maggiore età di chi acquista. Altrimenti niente birra e vino. E non essendo arrivato nessuno, anche le casse automatizzate si sono fermate, in un tripudio di campanelli sonanti.

ONESTÀ – In quella ora e mezza di interregno sono entrate a far la spesa 24 persone. Il proprietario ha dichiarato che metà hanno regolarmente pagato alle casse automatiche mentre metà ne hanno approfittato e sono uscite con i carrelli pieni senza lasciare un dollaro. Visto lo spirito pasquale e la giornata speciale, la stampa ha anche scomodato il parere religioso: secondo il professore della Victoria University, Paul Morris, interpellato dal Sydney Morning Herald a commentare la notizia, in tempi di Pasqua e di riflessione religiosa questo episodio «è stato come una candid camera applicata alla vita reale in cui le persone sono poste davanti a un dilemma etico». E come in una candid camera, almeno metà degli avventori sono caduti nel tranello.


Eva Perasso
25 aprile 2011



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Chiude in India l'ultima fabbrica di macchine per scrivere

Corriere della sera


La prima fu ideata dal novarese Giuseppe Ravizza
nel 1846. Da status symbol a oggetto superato



La Godrej Prima, l'ultimo modello prodotto dalla Godrej & Boyce
La Godrej Prima, l'ultimo modello prodotto dalla Godrej & Boyce
MILANO - In Occidente, da almeno un decennio, sono considerate pezzi d'antiquariato e a usarle sono rimasti solo i nostalgici e gli eccentrici. Nei giorni scorsi ha chiuso i battenti in India la Godrej & Boyce, l'ultima azienda al mondo che produceva macchine per scrivere. Va definitivamente in pensione un'invenzione che ha dato grande lustro all'Italia (la prima macchina per scrivere fu ideata dal novarese Giuseppe Ravizza nel 1846 e una delle più celebri della storia, la mitica Lettera 22 fu realizzata dalla Olivetti a metà anni Cinquanta) e che ha radicalmente cambiato il modo di lavorare delle aziende nel XX secolo.

ASCESA E DECLINO - In India il commercio di macchine per scrivere ha resistito fino a pochi anni fa, ma il recente boom economico che ha investito il subcontinente asiatico e il relativo calo dei prezzi dei computer ne ha sancito il definitivo tramonto. Nell'ultimo anno la Godrej & Boyce di Mumbai ha prodotto solo 800 esemplari, la maggior parte con tastiera araba per i Paesi islamici. Siamo molto lontani dai numeri raggiunti dalla stessa azienda nel corso dei decenni passati: i primi esemplari in India furono presentati negli anni Cinquanta e il primo ministro Jawaharlal Nehru descrisse la macchina per scrivere come «il simbolo della nuova indipendenza industriale dell'India». Negli anni Novanta la Godrej & Boyce vendeva sul mercato asiatico circa 50 mila esemplari. Poi è cominciato il veloce e inesorabile declino.

COMMERCIO - Milind Dukle, direttore generale dell'azienda indiana, racconta amaramente all’India's Business Standard: «Non riceviamo più commesse. A partire dal 2000, i computer hanno cominciato a dominare il mercato. Tutte le fabbriche che producevano macchine per scrivere hanno fermato la loro produzione. Tranne noi. Fino al 2009, producevamo 10-12 mila macchine ogni anno. Ma probabilmente i nostri clienti erano per lo più collezionisti. Oggi il nostro principale mercato è quelle delle agenzie di difesa, dei tribunali e degli uffici governativi. Durante gli anni d'oro», continua il direttore generale, «non solo il mercato interno era forte, ma si moltiplicavano anche le esportazioni in Marocco, in Indonesia, Sri Lanka e Filippine. Oggi in India ancora resiste il commercio delle macchine per scrivere usate». Queste continuano ad avere un buon mercato, tuttavia come dichiara Samar Mallick, commerciante del settore, prima o poi anche questo mercato scomparirà: «Chi ha bisogno oggi di una macchina per scrivere?», chiede retoricamente il commerciante. «Eppure quando cominciammo questo business, la macchina per scrivere era uno status symbol».


Francesco Tortora
26 aprile 2011



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Brooklyn, omicidio in diretta

Corriere della sera

 

Video del sistema di sicurezza

 

Uomo-cannone» muore nel Kent

Corriere della sera

Cede la rete di sicurezza: 23enne «sparato» in aria si schianta al suolo


MILANO - Orrore tra la folla di famiglie riunite in un parco di divertimenti della cittadina di Detling, nella contea del Kent: un 23enne che era stato lanciato con il cannone in uno dei numeri previsti per la festa Scott May's Daredevil Stunt Show è morto a causa del cedimento della rete di sicurezza.


«È STATO ORRIBILE» - «Una cosa davvero orrenda, la rete ha ceduto mentre era in aria», ha raccontato al quotidiano Daily Mail uno dei testimoni dell'incidente, il 38enne Luke Adams che era presente insieme ai figli allo show. La vittima, ha spiegato, «è atterrata sull'erba con la testa e poi ha continuato a rotolare fino a quando non è rimasta immobile sulla schiena». Un'altra testimone che guardava lo spettacolo con il figlio di tre anni, ha riferito che l'uomo lanciato dal cannone è atterrato proprio davanti ai suoi occhi «con il sangue che gli usciva dalla bocca». L'«uomo-cannone», di cui non è stata resa nota l'identità, è stato trasportato subito in ospedale ma è morto poco dopo.

Redazione online
26 aprile 2011

Agopuntura all'ospedale? Allora benvengano maghi e fattucchiere»

Corriere della sera


L'attacco di Silvio Garattini contro l'Usl di Grosseto che ha introdotto le medicine alternative nei suoi ambulatori



MILANO - «A quando maghi e fattucchiere negli ospedali?». È la battuta provocatoria con cui Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano, commenta la decisione dell'ospedale di Grosseto di accogliere al suo interno ambulatori di agopuntura, omeopatia e fitoterapia. La struttura è la stessa in alcuni giorni fa erano stati sorpresi alcuni sanitari mentre fumavano e scherzavano nel reparto di rianimazione, e le foto erano finite su Facebook. La critica di Garattini è contenuta in una intervista del settimanale Oggi, che sarà in edicola domani e di cui è stata data un'anticipazione dal Mario Negri.

«MEDICINA ALTERNATIVA SENZA PROVE»- La medicina alternativa, al contrario di quella ufficiale, «è completamente senza prove. L'agopuntura è tutta in discussione anche per le molteplici modalità con cui può essere eseguita; i prodotti omeopatici, in gran maggioranza, non contengono nulla, i prodotti fitoterapici non si sa bene che cosa contengano e possono variare da preparazione a preparazione. Non vi è nessun controllo, sono stati messi in commercio solo con una notifica e non sono obbligati a presentare alcuna documentazione che ne garantisca l'efficacia». «La pseudo-ragione che determina la scelta di mettere le due medicine sullo stesso piano - continua il farmacologo - si basa sul diritto dei cittadini a essere liberi nella scelta o nel rifiuto delle terapie.

Nessuno contesta questo diritto. Se, però, si accettasse il principio secondo cui bisogna accontentare i desideri di tutti, perchè non dare spazio in ospedale anche a fattucchiere, a maghi e guaritori in cui una parte del pubblico ripone grande fiducia? E perchè non garantire la disponibilità di amuleti a carico del Servizio Sanitario Nazionale, visto che nel paese vi sono molti scaramantici?». «La via delle due medicine - conclude Garattini - è anche un attentato a un bene prezioso: il Servizio Sanitario Nazionale, la cui sostenibilità nel tempo è legata al rimborso dei trattamenti basati sull'evidenza. È bene che i politici riflettano sulla necessità di privilegiare la razionalità anzichè rincorrere tutto ciò che può portare consensi e voti».( Fonte: ANSA).

26 aprile 2011



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Isabel, no all'accompagnamento Per la legge è «troppo invalida»

Corriere del Mezzogiorno


Ventunenne, è totale inabile. L'assegno viene concesso a chi ha una capacità lavorativa tra il 74 e il 99%



La sede Inps di Bari
La sede Inps di Bari


BARI - Vittima due volte: prima di una malattia improvvisa che le ha fatto perdere parte delle mani e dei piedi; poi della burocrazia che le ha tolto, per un cavillo, l’indennità di accompagnamento. Poche centinaia di euro che, però, avrebbero consentito a Isabel di aiutare economicamente la famiglia che, per garantirle le cure, ha speso i risparmi di una vita e ha dovuto subire anche uno sfratto. Arriva da Bari una storia che con un pizzico di elasticità e di sensibilità si sarebbe potuta risolvere senza dover finire in un’aula del Tribunale civile. E avrebbe risparmiato alla ragazza, una 21enne mauriziana giunta a Bari nel 2006 per ricongiungersi ai genitori, emigrati in Italia qualche anno prima in cerca di fortuna. Per l’Inps e la legge, Isabel - non vivendo in Italia da almeno cinque anni - è «troppo invalida» per aver diritto all’assistenza economica. Un paradosso che sta procurando solo dolore ad una famiglia perbene (il papà di Isabel è un operaio della Toyota, la mamma casalinga) che sperava di cominciare una nuova e serena vita qui.

Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la vicenda della ragazza. Nel 2006 una terribile ed improvvisa malattia (la vasculite necrotizzante) la costringe ad un ricovero in rianimazione, dove entra in coma e ci rimane per più di un mese. Quando Isabel si risveglia la malattia ha già prodotto danni irreversibili agli arti inferiori e superiori. Inizia un altro calvario per la ragazza e per i suoi genitori: il viaggio della speranza a Milano, all’istituto di chirurgia plastica, per cercare una guarigione definitiva dalla necrosi che avanza impietosamente. Purtroppo però non c’è nulla da fare.
Per salvarle la vita, i medici le amputano le falangi superiori delle mani e dei piedi. Il papà e la mamma non si arrendono e sopportano spese ingenti per farla curare al meglio. La ragazza, lentamente, si riprende, superato il peggio presenta domanda alla Asl Bari per il riconoscimento della sua invalidità. Dopo la visita, le viene riconosciuta una invalidità del 100 per cento con diritto alla indennità di accompagnamento, perché la ragazza «necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita», recita la formuletta di legge. Isabel ha diritto a 470 euro al mese, pochi soldi che però le consentirebbero di aiutare la famiglia ed evitare lo sfratto.

Ma un altro fulmine a ciel sereno irrompe nella sua vita: una comunicazione del Comune e dell’Inps blocca tutto perché «non in possesso di carta di soggiorno o permesso di soggiorno «Ce» per soggiornanti di lungo periodo». In altre parole, Isabel è in Italia da troppo poco tempo per una legge approvata dal centrosinistra: la norma stabilisce un limite di 5 anni. Non solo, al danno si aggiunge la beffa. «La Corte Costituzionale - spiega l’avvocato Saverio Macchia, il legale che sta seguendo il caso in Tribunale - nel 2010 è intervenuta per stabilire che è illegittima tale norma nella parte in cui subordina la sussistenza del requisito dei 5 anni di soggiorno alla erogazione dell’assegno mensile di assistenza, che è una prestazione assistenziale economica che viene concessa a chi, cittadino o straniero, ha una invalidità che determina una riduzione della capacità lavorativa ricompresa tra il 74 e il 99 per cento». Ma Isabel è risultata invalida al 100 per cento, quindi per lo Stato italiano è troppo invalida per avere diritto all’assistenza. «Solleveremo davanti al giudice questione di legittimità costituzionale della norma per violazione del principio di uguaglianza», dice l’avvocato.


Vincenzo Damiani
26 aprile 2011




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Miracolo a Viterbo: nelle foto di un artista compare il volto di papa Giovanni Paolo II

di Stefano Vladovich


Miracolo, o presunto tale, a Viterbo. Fotografa l’incisione di papa Wojtyla con una comunissima macchina digitale e gli appare, in sovraimpressione, il volto sorridente del Pontefice. Protagonista di questa storia è Massimo Marinetti, devoto di Giovanni Paolo II




Viterbo - Miracolo, o presunto tale, a Viterbo. Fotografa l’incisione di papa Wojtyla con una comunissima macchina digitale e gli appare, in sovraimpressione, il volto sorridente del Pontefice. Protagonista di questa storia un artista di Viterbo, Massimo Marinetti, devoto di Giovanni Paolo II.

Ferroviere in pensione con studio d’arte nella zona termale, Marinetti come sempre è nel suo laboratorio sulla strada Bagni, a pochi passi dalle Terme dei Papi, quando, dopo giorni di lavoro, riesce a terminare l’opera, un’incisione su cristallo in oro e argento raffigurante il papa polacco, beatificato fra pochi giorni. Un lavoro simile a questo Marinetti l’aveva realizzato sei anni fa, all’indomani della scomparsa del Pontefice. "Una volta ultimato - racconta l’artigiano - lo consegnai a un carmelitano scalzo diretto in Polonia. Il frate tornava a casa in pullman insieme con altri pellegrini. Lo pregai di portarlo alla casa natale di Karol Wojtyla. Da allora non ne ho saputo più nulla ma credo proprio sia giunto a destinazione". 

La seconda incisione gli viene commissionata da un amico che intende farne dono alla moglie, una donna anche lei estremamente credente e legata alla figura del papa di Wadowice. Marinetti se la rimira in lungo e in largo, gli sembra persino riuscita meglio della prima. "Volevo conservarne il ricordo prima di consegnarla - racconta ai curiosi accorsi a studio -. Così poggio la lastra sul tavolo da lavoro, coprendo il fondo con un foglio di plastica nero a bolle". Ma i riflessi del flash non rendono il risultato sperato. 

A quel punto l’uomo rovescia la plastica sull’altro verso, più chiaro, e scatta ancora. La luce, adesso, è quella giusta. Massimo va a casa, scarica le immagini sul pc e stampa. Non crede ai propri occhi: sulla silhouette del Beato, in oro e argento, c’è un’altra immagine. "Ho avuto paura - racconterà ad amici e parenti -, era proprio il santo padre che mi guardava. Quando mi sono reso conto che sorrideva, però, mi sono calmato". Bastano poche ore perché la notizia fa il giro del quartiere. Marinetti si barrica in laboratorio, ripone la lastra in cassaforte, poi scompare. "Fin dalle prime ore del venerdì santo - racconta ancora - il telefono comincia a squillare. La gente voleva saperne di più". 

Wojtyla, del resto, era molto amato nel viterbese, un legame forte con la Tuscia rafforzato fin dalla sua prima visita pastorale del 1984. All’inizio il pensionato crede sia il riflesso del proprio volto, tanto da chiedere il parere alla sorella e al cognato. "Li ho visti impallidire, mi dicevano: guarda, è proprio il papa". "Marinetti è un uomo intelligente - spiega monsignor Salvatore del Ciuco, che precisa -. La Chiesa è molto cauta davanti ai presunti miracoli. Solo il tempo, se Dio vorrà, potrà dire se siamo davanti a un miracolo. Nel viterbese non si ha memoria di episodi simili se non per una statua della Madonna custodita in una grotta a Marta. Dieci anni fa qualcuno sosteneva che il volto della Vergine cambiava angolazione. Ancora oggi quel luogo è meta di pellegrinaggio".



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Via i vertici del «Misfatto» Sfida aperta Telese-Disegni

Corriere della sera


Rimossi i responsabili dell'inserto satirico domenicale: ora è guerra tra prime firme





ROMA - Al giornale di Padellaro e Travaglio è guerra tra prime firme: Luca Telese, volto di La7, contro il vignettista Stefano Disegni. Direttore e vicedirettore de il Fatto quotidiano hanno rimosso i vertici dell'inserto satirico domenicale il Misfatto (foto sotto). E la decisione di consegnarne la guida a Disegni ha provocato la rivolta. «Persino in questo giornale che dovrebbe essere sempre diverso - hanno scritto i «telesiani» in un editoriale dal titolo Annunciazione! - ecco il paradosso dei paradossi italiani: si toglie ai giovani per dare ai babbioni».

Stando alla versione di Telese&Co i «quattro gatti» che fino al giorno di Pasqua hanno animato il foglio satirico sono stati «mandati a casa» per far posto a Disegni, dopo che avevano aumentato di oltre 10 mila copie la tiratura del quotidiano. «Questa decisione non ci piace nemmeno un po'» si legge nell'editoriale in cui Telese, l'ex responsabile Roberto Corradi, Manolo Fucecchi, Stefano Ferrante e gli altri «garibaldini» ironizzano su Disegni. Il sito Dagospia scrive che Telese fatica a «metabolizzare» il cambio della guardia e ospita la striscia in cui Disegni «svignetta la satira politicamente corretta dei defenestrati Telese & Corradi».

Disegni affila la matita e, in una striscia su il Misfatto, contesta ai telesiani una satira «allineata» e «ortodossa», sempre attenta a non attaccare «idoli belli buoni e di sinistra» come Grillo o Asor Rosa. E Telese, via blog, rivela: il Grande Professionista della Satira avrebbe «scalpitato da matti per farsi dare un giocattolino dopo aver rifiutato la proposta di condurlo quando non c'erano certezze, perché non voleva mettere in gioco il prestigio della sua firma...».

M. Gu.
26 aprile 2011



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Eurodisney, 5 feriti sulle montagne russe

Corriere della sera

Un uomo finisce in ospedale per trauma cranico


PARIGI - Un guasto, un pezzo di legno e vetro si stacca dalla struttura e precipita su un carrello lanciato a tutta velocità. Cinque persone sono rimaste ferite così, nel corso del treno delle Miniere, una delle attrazioni più popolari di Eurodisney. «Un pezzo di fibra di vetro e di legno è caduta verso le 14:50 su un vagone nel quale avevano preso posto 25 persone», conferma una nota ufficiale. Un uomo di 38 anni è rimasto ferito in modo grave alla testa e subito è stato ricoverato in un ospedale parigino . Altre quattro persone sono rimaste ferite in modo lieve e sono state curate sul posto, indica la prefettura.


FERITO NON RISCHIA LA VITA - Sulle condizioni del ferito più grave la direzione del parco di divertimenti ha diramato un comunicato. L'uomo non rischierebbe la vita, ha precisato un portavoce di Eurodisney, precisando che l'uomo, che è stato trasferito all'ospedale parigino di Beaujon, ha riportato un «trauma cranico». I suoi familiari sono «rimasti questa sera a Eurodisney», assistiti dal personale del parco, ha aggiunto il protavoce. Per il portavoce, gli altri quattro feriti sono potuti tornate a giocare nel parco.

Redazione online
25 aprile 2011(ultima modifica: 26 aprile 2011)