lunedì 18 aprile 2011

Il treno in Cina passa attraverso il mercato e sulle mercanzie senza schiacciarle

Il Mattino


PECHINO -Un treno in una cittadina cinese passa attraverso un mercato. Le mercanzie sono sui binari e il convoglio ci passa sopra senza schiacciarle, come se fosse tutto misurato al millimetro. E dopo il passaggio del treno i commercianti rimettono i tendoni a posto. Un video uscito qualche mese fa su YouTube e che sta rifacendo il giro della rete




Lunedì 18 Aprile 2011 - 17:31    Ultimo aggiornamento: 17:32



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Detenuto trentenne trovato morto in cella era stato operato al cervello in gennaio

Corriere della sera


E' successo sabato sera nel carcere Mammagialla. Il garante Marroni: «Era malato, non doveva essere lì»





VITERBO - Si è sentito male nella sua cella la sera di sabato scorso. Il medico, allertato dal compagno di detenzione, è intervenuto immediatamente provando anche la rianimazione, ma tutto è stato vano. E' morto così un detenuto senegalese di 30 anni, Dioune Sergigme Shoiibou, nella sua cella nel carcere Mammagialla di Viterbo. Sono in corso indagini per accertare le cause del decesso: l'uomo sarebbe morto per decesso cardio-circolatorio, ma l'ufficialità è legata all'esito dell'autopsia che è stata disposta dal magistrato. Il fatto è avvenuto sabato sera ma la notizia si è appresa solo oggi. A dare l'allarme il suo compagno di cella che ha chiamato i soccorsi: i medici hanno tentato di rianimarlo ma per il giovane non c'è stato nulla da fare.. Il giovane era disteso nel suo letto, riverso su un fianco. Gli agenti lo hanno chiamato ma si sono subito accorti che era privo di sensi. Secondo quanto si è appreso, sul corpo del giovane non sarebbero stati individuati segni di violenza.

OPERATO ALLA TESTA - Il giovane era stato arrestato lo scorso 4 febbraio e condannato a sei mesi di carcere, con fine pena fissato al prossimo 2 agosto. Portato a Regina Coeli, è stato trasferito a Viterbo il 27 marzo. Prima di essere arrestato l'uomo era stato operato alla testa in un ospedale romano per asportare un ematoma dal cervello che gli causava frequenti crisi epilettiche. Per questi motivi l'uomo era privo di parte della calotta cranica ed era sottoposto a cure continue. Appena arrivato nel carcere di Viterbo era stato sottoposto ad una Tac ed alcune visite di controllo e la direzione sanitaria del carcere aveva provveduto a prendere contatti con l'ospedale dove era stato operato. «Quale che sia il responso dell'autopsia - afferma il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni - è l'ennesima giovane vita finita in un carcere. Quello che mi chiedo è se una persona in quelle condizioni di salute dovesse stare in carcere considerando la lieve pena che era stata inflitta. Mi chiedo come un uomo così malato non sia stato trattenuto nel centro clinico di Regina Coeli dove avrebbe avuto le cure più adeguate alla sua condizioni».


red. on.
18 aprile 2011



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Prostituta romena con la Tbc Regione: «Alto rischio di contagio»

Corriere della sera


La ragazza che esercita lungo il terraglio è ricoverata in ospedale. L'assessore Coletto: fatevi controllare, garantita la più totale riservatezza



VENEZIA - Una ragazza romena di 22 anni, che esercita la prostituzione prevalentemente nella zona del Terraglio, tra Mestre e Treviso, è ricoverata in ospedale con una forma di tubercolosi polmonare altamente contagiosa. Il caso è stato confermato dalla direzione regionale prevenzione del Veneto, che sta mettendo in atto tutte le necessarie azioni di sua competenza. «I sanitari – riferisce l’assessore alla sanità Luca Coletto nel darne notizia – valutano la patologia piuttosto importante, anche per il non secondario rischio di contagio che ne è connesso. Per questo motivo – prosegue Coletto – rivolgiamo a chi potrebbe aver avuto contatti a rischio nel mondo della prostituzione in quella zona un pressante appello a farsi controllare dai sanitari. A tutti, ovviamente, è garantita la più totale riservatezza. La Tbc è malattia fortunatamente curabile – aggiunge l’assessore – ma anche assai contagiosa. Se qualcuno l’avesse contratta non sarà perciò difficile curarla, ma bisogna rivolgersi ai medici, anche per evitare o restringere al massimo le possibilità di contagio verso terze persone. Mi rendo conto della delicatezza della situazione – aggiunge Coletto – ma mi auguro che le persone consapevoli di essere a rischio si rivolgano quanto prima ai sanitari, perché ne va della salvaguardia della salute pubblica ed in casi come questi reperire i cosiddetti contatti da parte dell’autorità sanitaria è particolarmente difficile».

La tubercolosi è una malattia infettiva che si trasmette per via aerea attraverso goccioline di saliva emesse nell’ambiente tramite starnuti e tosse dall’individuo affetto. I sintomi della malattia che si manifestano più precocemente sono febbricola, tosse, sudorazione notturna, affaticamento e perdita di peso. In media solo il 30-40% dei contatti stretti di un caso di tubercolosi contagiosa viene infettato e nel caso di infezione la comparsa o meno della malattia dipende, oltre che dalla virulenza del micobatterio, anche dalle capacità difensive del sistema immunitario. Nella gran parte dei casi i soggetti non sviluppano malattia ma solo una condizione definita infezione tubercolare latente che può perdurare per tutta la vita. Ma la malattia può comparire nel caso in cui vi sia un calo delle difese immunitarie. I dati epidemiologici indicano che circa il 10% dei soggetti infettati sviluppa la malattia. In un anno, i casi di Tbc che si registrano in Veneto sono circa 400.


18 aprile 2011





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Morto in Sud africa Pietro Ferrero, ad del gruppo della Nutella

Corriere della sera


Aveva 48 anni. Il manager della celebre casa dolciaria, è deceduto in un incidente, mentre era in bicicletta




MILANO - È morto in Sudafrica Pietro Ferrero, 48 anni, figlio di Michele Ferrero . Pietro Ferrero era amministratore delegato del gruppo insieme al fratello Giovanni. Pietro Ferrero è deceduto in Sudafrica dove si era recato per motivi di lavoro, in un incidente.

IL COMUNICATO - «La Ferrero - afferma la società - conferma il decesso del dottor Pietro Ferrero, Ceo del gruppo, a seguito di un incidente in Sudafrica dove si trovava in missione di lavoro. Al momento disponiamo di notizie frammentarie, le circostante esatte degli accadimenti non sono ancora note».

INDISCREZIONI - Ma secondo indiscrezioni Pietro Ferrero sarebbe morto travolto da un automobile mentre era in bicicletta. Pietro Ferrero era infatti un grande appassionato di ciclismo e, ogni volta che poteva permetterselo, non perdeva l'occasione per una pedalata, passione che gli è risultata fatale. Anche in Sudafrica, dove aveva casa e dove si trovava in missione di lavoro, non rinunciava a qualche corsa. Poche ore prima di morire ne aveva parlato al telefono con Ivan Gotti, ex ciclista professionista e vincitore di due edizioni del Giro d'Italia. Pietro Ferrero, secondo la ricostruzione dell'incidente, per ora non confermata, è stato travolto mentre era in bicicletta.

La morte di Pietro Ferrero

CHI E' - Figlio maggiore di Michele e nipote del fondatore dell'impero della Nutella da quale ha preso il nome, Pietro jr lascia la moglie e tre figli. Fedele allo spirito di riservatezza della casa, Pietro rappresenta, insieme al fratello Giovanni, la terza generazione dell'azienda di Alba nota nel mondo non solo per la crema di noccia anche per i marchi Mon Cherì, Rocher, Tic Tac, Pocket Coffee, Kinder. Nato a Torino nel 1963, nel 75 si è trasferito a Bruxelles con la famiglia, dove ha frequentato le scuole medie e superiori. Nel 1985 si è laureato in biologia presso l'Universitá di Torino con la votazione di 110 e lode. Ha iniziato a lavorare in Ferrero nel 1985 presso lo stabilimento di Allendorf e poi, occupandosi di problemi tecnici e produzione, in quello di Alba. Nel 1992 è stato investito della responsabilitá nella gestione operativa della Divisione Europa. Pietro Ferrero è stato anche membro del Consiglio di Amministrazione di Ras, oltre che membro del Consiglio Consultivo di Deutsche Bank e membro del Comitato Esecutivo di Aspen Institute. È stato consigliere di Mediobanca fino all'ottobre 2002. Nel novembre 2002 ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il Premio Leonardo Qualitá Italia 2002. Redazione online

18 aprile 2011




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Ma a Bolzano fa ancora paura Mussolini? "C'è il Duce a cavallo, murate il monumento"

di Francesco Maria Del Vigo


L'ultima follia del politicamente corretto: nascondere un bassorilievo in cui è rappresentato il Duce dietro a un muro: "Deve essere visibile solo al visitatore consapevole". Al termine di un percorso didattico si potrà accedere al monumento. Censureranno anche l'Eur e Latina?




  Il Duce va censurato, copriamolo. Oppure rimuoviamolo, come è successo con un cartellone pubblicitario in cui due ragazze leccavano con voluttà un ghiacciolo. L'arte del Ventennio è pornografica, trattata alla stregua di qualcosa di osceno. L'ultima opera di rimozione storica arriva dall'Alto Adige: vogliono trasformare e "depotenziare" il bassorilievo raffigurante Mussolini a cavallo realizzato sulla facciata del palazzo degli uffici finanziari in piazza Tribunale a Bolzano.Se l'arte è scomoda va piallata.

L'obiettivo, dopo le polemiche dei mesi scorsi, è quello di far diventare l’opera dello scultore Hans Piffrader una sorta di luogo della memoria non più visibile direttamente ma accessibile solo per una visita "consapevole". Sì, proprio consapevole. E' questa la nuova aberrazione del politicamente corretto: per vedere un monumento bisogna essere consapevoli, come quando si compie un gesto pericoloso o si compra un film osè sul satellite.

Cinque idee per nascondere l'opera sono state selezionate da una commissione ad hoc. "Le proposte che ci sono state presentate sono indubbiamente interessanti, anche se non tutte rispettano alla lettera i criteri previsti dal concorso di idee sulla copertura dell’opera - ha affermato il presidente altoatesino Luis Durnwalder -. La giunta provinciale, assieme al comune di Bolzano, le valuterà nuovamente nelle prossime settimane, e non è escluso che si decida di combinare le idee positive che arrivano da proposte diverse". Qualcuno vuole costruire un muro davanti al bassorilievo, altri propongono di occultarlo dietro un fitto boschetto: l'importante è che l'opera di Piffrader sia nascosta, se è alla fine di una caccia tesoro è anche meglio, il turista-studente ci arriverà alla fine di un lungo percorso didattico (è la proposta di uno degli architetti), praticamente per scovare il bassorilievo ci vorrà il gps. Un occultamento che è un po' come mettere le mutande al David di Donatello o il reggiseno al pericoloso topless della Maya desnuda, col risultato che la censura maldestra riesce solo a rendere ancora più evidente l'oggetto della discordia. Ma il fascismo, stramorto ma non ancora storicizzato, provoca ancora questi malumori.

Centocinquanta meno venti: l'Italia che ha festeggiato il suo compleanno continua a rimuovere il fascismo dalla sua biografia. Un'opera di rimozione intellettuale che in alcuni casi diventa anche cancellazione fisica. Una fase tipica dei giorni di euforia dopo la caduta di un regime: vengono in mente le statue di Saddam che schiantavano al suolo per festeggiare la liberazione. Ecco, l'Italia è come se vivesse da 65 anni in un infinito dopoguerra in cui è necessario tenere sempre alta la guardia dell'antifascismo. Tra le varie proposte che sono arrivate alla giunta una è particolarmente significativa: occultare il monumento dietro un muro su cui dovrebbe campeggiare la scritta trilingue: "Nessuno ha il diritto di obbedire". Sacrosanto. Ma nessuno ha il dovere di censurare l'arte. Applicando questo folle principio su tutto il territorio nazionale bisognerebbe occultare migliaia di monumenti, piazze e persino città. Impacchetteremo anche l'Eur e raderemo al suolo Latina per scrostare il fascismo dalla nostra memoria?





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Google Video cancella i suoi archivi

La Stampa


Ormai surclassato da YouTube, il primo portale video creato da Google chiude definitivamente i battenti. E invita gli utenti a recuperare velocemente i propri video: dal 13 maggio, svaniranno nel nulla.

LUCA CASTELLI

E’ tempo di pulizie di primavera. Anche su Internet, dove Google ha annunciato per il 29 aprile la chiusura definitiva del suo servizio Google Video. Con un’appendice inevitabile: tutti i filmati caricati dagli utenti saranno rimossi. Cancellati. Smaterializzati.
 
La notizia si attendeva da tempo: fin da quel 6 ottobre 2006 in cui Google firmò un assegno da 1,65 miliardi di dollari per acquisire YouTube, il rampante portale che stava entrando nei cuori degli internauti affamati di condivisione video. Con un simile investimento per un rivale, era chiaro come le prospettive del povero Google Video apparissero ben ridimensionate.
 
E così fu. Già a maggio del 2009 la casa madre di Mountain View ha iniziato a staccare la spina. Da quel momento sono stati impediti gli upload: nessuno poteva più caricare nuovi filmati e il vecchio sito di hosting diventava solo più un motore di ricerca. Adesso si arriva al capitolo finale. Dal 29 aprile, tutto ciò che è stato caricato su Google Video tra il 25 gennaio 2005 (giorno d’apertura) e il maggio del 2009 non sarà più visibile. In una email spedita a tutti i proprietari di un account, Google ha avvertito che fino al 13 maggio ci sarà ancora tempo per recuperare i video: un’ultima forbice di tempo concessa agli utenti per salvare i propri pargoli dall’oblio. Poi, il nulla.
 
In realtà, il dramma non è di proporzioni planetarie. La stragrande maggioranza di noi non se ne accorgerà nemmeno. Il mondo ormai parla la lingua di YouTube, che ogni mese sforna dati mostruosi: 144 milioni di visitatori unici a gennaio, 1,2 miliardi di video visti ogni giorno, più o meno 200 milioni di filmati disponibili. Al confronto, i due milioni e rotti di contenuti che dovrebbero scomparire con la chiusura di Google Video sono noccioline.
 
Eppure, la notizia ci permette di trarre almeno due lezioni importanti. La prima è la dimostrazione della fallibilità di Google. Anche al gigante high tech non tutte le ciambelle vengono con il buco. Il suo approccio è puramente americano: provare, provare, provare e continuare a provare. Ogni tanto qualche idea va al macero (non solo Google Video, ma anche Orkut, Wave, Knot: chi erano costoro?) e ogni tanto si cambia il mondo (il motore di ricerca, Google Maps, GMail, Android).
 
La seconda lezione ci tocca più da vicino e riguarda il nostro rapporto con il Web: straordinariamente potente quando si tratta di lavorare sull’istante, molto seducente anche nel rapporto con il passato, ma ancora ben lontano da offrirci garanzie concrete verso il futuro. Soprattutto quando entra in gioco la gestione dei contenuti e la fiducia che concediamo, quasi automaticamente, ai grandi servizi digitali.
 
I cambiamenti sono all’ordine del giorno, uno più repentino dell’altro. Può accadere che il vecchio re dei social network a cui abbiamo affidato anni di pensieri e amicizie scompaia nel giro di pochi mesi (la sorte contro cui sta lottando disperatamente MySpace). O che nuove dinamiche e rapporti di forza cambino le regole del gioco e della conservazione dei nostri contenuti (vedi le piroette dello stesso YouTube nei confronti del diritto d’autore: ultimo in ordine di tempo, il discusso video sulla “scuola di copyright”).  
 
Tutto ciò che carichiamo quotidianamente online ci sembra destinato a durare per sempre: le foto su Flickr o Facebook, i testi sui blog, i video su YouTube. Forse sarebbe meglio non darlo troppo per scontato. Tutte le magiche memorie virtuali della nostra esistenza sono fornite da società private, spesso giovanissime, che operano in un settore dominato dalla frenesia, dalla fulminea obsolescenza di formati e tecnologie, dallo schizofrenico alternarsi di mode, leggi e liaison commerciali. Per dirla con un motto rinascimentale, che funziona molto bene anche nell'odierna era digitale: oggi tutto è fantastico... ma del diman non c'è certezza. 




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Blitz della polizia, sgomberata la «Caimi»

Corriere della sera

 

L'ex Br Ferrari, 65 anni, sale per protesta sulla torretta a dieci metri d'altezza

 

MILANO - All'alba di lunedì le forze dell'ordine hanno sgomberato la piscina comunale «Caimi» di via Botta 18 a Milano, occupata il 20 febbraio scorso da un gruppo di antagonisti e anarchici. Secondo quanto riferisce la Questura, la polizia avrebbe identificato una quindicina di persone che non avrebbero opposto particolare resistenza. Nel corso del blitz un uomo di 65 anni, Paolo Maurizio Ferrari, storico militante della sinistra radicale, è riuscito però ad arrampicarsi sulla torretta dell'orologio alta una decina di metri e si rifiuta di scendere per protesta. È in corso una trattativa con la polizia per convincerlo a desistere. Ferrari, ex operaio della Richard Ginori e della Pirelli, tra i fondatori delle Brigate rosse, fu tra i primi Br ad essere arrestati il 27 maggio del 1974 . Libero dal 2004, ha scontato 30 anni di carcere senza alcun sconto di pena o beneficio. Ad una prima condanna a 14 anni di reclusione, nel 1974, per la partecipazione al sequestro del giudice Mario Sossi, ne sono seguite altre riguardanti vicende connesse all'attività politica delle Brigate Rosse, ma mai legate a fatti di sangue. Nel 2004 torna in libertà e da allora lo si vede spesso al fianco degli anarchici della «Bottiglieria», uno dei centri sociali del panorama antagonista milanese.

 

Occupata la piscina Caimi

 

L'OCCUPAZIONE - Lo storico impianto nella centralissima zona di Porta Romana, ostruito negli anni Venti e abbandonato da diversi anni, era stato occupato al termine di un lungo corteo in zona Ticinese e Solari da un gruppo di antagonisti protagonisti dell'esperienza della «Bottiglieria occupata», sgomberata nell'ottobre 2010 dopo che per alcuni giorni si erano abbarbicati sul tetto della palazzina di via Savona 18. All'esterno dell'edificio si sono radunati in presidio una ventina di giovani. I militanti dei centri sociali occupavano abusivamente la piscina dallo scorso 20 febbraio. Sgomberati prima dal Lab Zero di Ripa di Porta Ticinese, poi dalla Bottiglieria Occupata di via Savona e infine dalla Stamperia Occupata di via Giannone, nel quartiere Chinatown, i giovani avevano individuato la piscina di via Botta, chiusa dal 2006 e in attesa di essere ristrutturata, come nuovo luogo in cui insediarsi.

 

 

Redazione online
18 aprile 2011

Caserta, finto cieco sorpreso al volante Ha truffato l'Inps per 60mila euro

Il Mattino

 

CASERTA - Per oltre otto anni ha percepito il trattamento pensionistico per la sua condizione di "cecità assoluta" appropriandosi di oltre 60mila euro. Tutto falso.
L'uomo dotato di una vista normale è stato sorpreso mentre guidava tranquillamente la propria auto. La Guardia di Finanza lo ha arrestato a Caserta: il falso invalido è O.B., di 67 anni, che dal 2003 riceveva l'indennità di accompagnamento perchè cieco. Il successivo raffronto dei dati Inps con quelli in possesso della Guardia di Finanza ha permesso prima di individuare l'uomo e poi di "pizzicarlo" a bordo della propria auto mentre si aggirava in città senza evidenziare alcun problema.


Al momento del controllo lo stesso, ignaro dei veri motivi della richiesta, davanti ai militari, ha firmato anche il verbale per la mancata esibizione della patente di guida dichiarando di avere dimenticato il documento a causa di una "svista".
Gli elementi di prova, comprese apposite videoriprese, hanno convinto l'Autorità Giudiziaria di Santa Maria di Capua Vetere a convalidare l'arresto d'iniziativa da parte delle Fiamme Gialle eseguito questa mattina. Truffa aggravata ai danni dell'Inps e il falso ideologico sono i reati contestati al falso invalido in concorso con la figlia di 30 anni che ha partecipato alla redazione dei documenti di attestazione della falsa invalidità.
Ulteriori sequestri cautelativi sono stati già eseguiti nelle ultime ore al fine di chiarire come si sia realizzata la truffa alle casse dello Stato.

 

Il preside di Jamila e gli immigrati «Ho aiutato una ragazza ad abortire»

Corriere della sera

«Quello della pachistana non è un caso isolato. Dall'inizio dell'anno hanno abbandonato in 500»



BRESCIA - Nicola Scanga è minuto e febbricitante. È un preside di frontiera e non gli dispiace. Nell'istituto professionale che dirige, qui a Brescia, a settembre gli iscritti erano 1.004, ora frequentano in 890. È la stessa scuola dove stamattina è atteso il rientro in classe di Jamila, la diciannovenne pachistana costretta a restare a casa perché troppo bella. Lui ammette: «Non voglio minimizzare la storia di Jamila, ma non è neppure la più drammatica di quelle che viviamo ogni giorno».

Ci racconta altre storie, allora, scelte a caso, così come vengono, davanti a un tè caldo che gli ristora appena la gola. «A ottobre Danuwa (nome di fantasia, come tutti gli altri che seguiranno, ndr), una minorenne di colore, ci ha confidato che era incinta. Voleva abortire senza dirlo ai genitori. Abbiamo chiamato il giudice e lui ha dato il consenso. All'ospedale l'ha accompagnata una mia assistente».

Parla a braccio, Nicola Scanga, nel suo completo preciso con la camicia a quadretti beige e la cravatta in tinta. Poeta, artista, suo malgrado un po' padre degli studenti. «Sono contrario a questa confusione di ruoli. Ma ho imparato che bisogna saper decidere volta per volta ed è prezioso stabilire un rapporto di fiducia». Achala, per esempio, lo considera un padre. Lo scrive nella lettera piegata in quattro che il preside tiene in mano. «È indiana, ha problemi di anoressia. Ha avuto una relazione clandestina con un giovane uomo, indiano come lei, che è dovuto tornare in patria a sposare la donna che gli era stata assegnata. Achala non è più vergine, significa che non potrà mai essere data in moglie».

Anche Kuldev è indiano e ha 16 anni. Qualche settimana fa è arrivato a scuola pieno di lividi. È stato portato in Pronto Soccorso, prognosi cinque giorni. Il preside non ha sporto denuncia, ha preferito parlare con il padre. «Non volevo che restasse senza lavoro. Quando è venuto a parlarmi si è giustificando dicendo che era stata la moglie a colpire Kuldev durante un attacco di epilessia. Ma ho visto il figlio piangere. Vuole frequentare una ragazzina italiana e i genitori non sono d'accordo».

Le parole arrivano con pudore, ma senza tentennamenti. Questo è l'istituto professionale di Brescia, questi sono gli studenti, 30% stranieri, soprattutto pachistani, indiani, cinesi, maghrebini, marocchini. «Fino all'anno scorso avevamo uno sportello fisso dei sevizi sociali. Sparito con i tagli. Ora c'è uno psicologo due volte alla settimana finanziato dall'Asmea, l'azienda di gas ed elettricità. Lo aiutano la vicepreside Simonetta Vale e la professoressa Pina Lappano».

Lucia è italiana e ha segni di frustate sul corpo. «Ieri abbiamo convocato la famiglia. Nessuna risposta. Domani (oggi, ndr) sarà la prima cosa di cui ci occuperemo». Ju è cinese e vive da solo. A scuola la mattina, al lavoro la sera. Adesso non più, «è sparito». «Ho fatto la segnalazione, nessuna notizia». Isabel è sudamericana. Violentata ripetutamente dai fratelli, ora vive in una casa famiglia grazie alla denuncia del preside. Andriy è albanese. Sua mamma una volta ne ha giustificato l'assenza ammettendo di non avere i quattro euro per il pullman. «Se non hanno i soldi per un giorno come possono acquistare l'abbonamento da 70 euro di un mese?».

L'altra settimana all'uscita dalla scuola i ragazzi si sono picchiati. Alcuni, ubriachi, avevano infastidito le femmine e i compagni hanno reagito. Etnie contro etnie. Nicola Scanga è stanco, quando va via: «Se c'è un'ora buca chiedo al bidello di buttare un occhio, non ho altre risorse. E spero sempre che non succeda niente».


Elvira Serra
18 aprile 2011





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Israele non l'ha voluto da vivo Non avrà il mio Vik da morto»

Corriere della sera


«Non cambio idea dopo l'appello dello scrittore Keret»


BULCIAGO (Lecco) - Non un gesto politico «ma semplicemente il desiderio di interpretare la volontà di Vittorio». Egidia Beretta, madre di «Vik» Arrigoni nonché sindaco di Bulciago ribadisce che la salma del figlio tornerà in Italia passando dall'Egitto e dal valico palestinese di Rafah. Dunque, evitando che il viaggio verso casa avvenga attraverso il territorio di Israele. Egidia Beretta ha respinto in questo modo l'invito che le era stato avanzato dallo scrittore israeliano Etgar Keret sul Corriere: «Ci ripensi. Israele e i suoi abitanti sono forse tanto abietti che il loro semplice contatto rischia di profanare quel corpo? Così questo ultimo viaggio diventa simbolo dell'odio e del rifiuto verso coloro che erano stati i suoi nemici».

Ma la madre di Vittorio si è mostrata irremovibile: «Il mio non vuole essere un gesto politico; semplicemente mio figlio avrebbe desiderato così. Gli israeliani non lo hanno mai avuto in simpatia, lo hanno sempre considerato un soggetto pericoloso e lo avevano anche arrestato e malmenato. Non esprimo giudizi verso nessuno, ma questi sono stati i fatti: chi non ha mai voluto mio figlio da vivo, non l'avrà neanche da morto». Un rappresentante della famiglia Arrigoni è già a Gaza per organizzare il rientro della salma di Vik, proprio attraverso l'Egitto. «Lui era entrato a Gaza dal valico di Rafah e da lì tornerà a casa.

Noi non andremo laggiù, lo aspettiamo qui - aggiunge Egidia - anche se non siamo ancora in grado di stabilire quando potranno essere celebrati i funerali a Bulciago». Si è saputo solo che per l'occasione è previsto l'arrivo nel paese brianzolo di una delegazione di amici di Vittorio proveniente da Gaza. Anche sul rischio che tutte le esequie si trasformino in un gesto dal significato politico, che mette al centro delle polemiche più Israele che non i carnefici di Vittorio, Egidia Beretta è decisa: «In questo momento non mi interessano gli arresti, non mi interessa commentare quel che è avvenuto. Ho altro a cui pensare».

Claudio Del Frate
18 aprile 2011




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Arrigoni, a Gaza l'addio solenne

Corriere della sera

La salma arriverà in Italia dall'Egitto. Al valico di Rafah due elogi funebri, uno in arabo e l'altro in italiano



Claudia Melanie, fidanzata di Vittorio Arrigoni
Claudia Melanie, fidanzata di Vittorio Arrigoni


È ormai tutto pronto nella Striscia di Gaza per l'addio solenne a Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano ucciso dopo essere stato sequestrato da una cellula salafita. Il convoglio funebre lascerà l'ospedale Shifa alle ore 12 locali (le 11 in Italia) e la salma del 36enne sarà traslata in Egitto, attraverso il valico di Rafah, per evitare, su espressa richiesta della famiglia, di passare per Israele. Dall'Egitto poi sarà trasferita in Italia
DUE ELOGI FUNEBRI - Su istruzione dell'esecutivo di Hamas, al valico avrà luogo una cerimonia di addio. Secondo quanto anticipa il ministero degli Interni di Gaza, saranno pronunciati due elogi funebri: uno in arabo e un altro in italiano. Questo secondo testo sarà letto da un ministro dell'esecutivo di Hamas, Ossama al-Issawi, che parla fluentemente l'italiano avendo completato i propri studi accademici di ingegneria in Italia.


SI CERCA IL «CERVELLO» GIORDANO - «Stiamo aspettando che arrivino a Gaza i suoi amici e parenti: alcuni sono già qui, ma ci sono altri che stiamo aspettando e poi ci sarà il funerale di Stato. Crediamo che la sua salma venga trasportata attraverso il valico di Rafah e poi in Egitto, secondo i desideri della famiglia», ha detto il ministro degli Esteri di Hamas, Mohammed Awad, assicurando che le forze di sicurezza di Gaza hanno arrestato o sono in procinto di arrestare tutti i responsabili del sequestro: «Ci sono ancora persone che hanno legami con l'operazione, qui a Gaza», che saranno arrestati «presto», grazie ai posti di blocco istituiti dalle forze di sicurezza. I servizi di sicurezza di Hamas a Gaza sono impegnati nella caccia a un misterioso jihadista, «Abdel Rahman il Giordano». Già sabato sera si era avuto sentore che Hamas aveva rafforzato i controlli lungo il confine con l'Egitto per impedire ad un "infiltrato giordano" di abbandonare la Striscia. Domenica il quotidiano israeliano Maariv ha confermato la notizia aggiungendo con grande evidenza che proprio questa figura misteriosa sarebbe il «cervello» della cattura e della uccisione del giovane italiano.

Redazione online
18 aprile 2011

A Sant'Onofrio processione di Stato

Belgio, vescovo pedofilo prima va in televisione poi fugge dal convento

di Redazione

L'ex vescovo di Bruges, Roger Vangheluw è scappato, dal convento dove il Vaticano lo aveva inviato per "riflettere". Aveva ammesso di aver abusato sessualmente di due suoi nipoti 




Un paio di giorni fa in un’ intervista televisiva aveva ammesso chiaramente di aver abusato sessualmente di due suoi nipoti, descrivendo il tutto come una sorta di «gioco». Adesso l’ex vescovo di Bruges, Roger Vangheluw è scappato, dal convento di La Fertè Imbault, dove il Vaticano lo aveva inviato per «riflettere». «È andato via sabato sera», ha ammesso la madre superiore del convento della Fraternità di Gerusalemme, una comunità religiosa nel centro della Francia. Roger Vangheluwe, avevano appena finito di dire i presuli belgi, «ancora non sembra misurare l’estrema gravità delle sue azioni. Le sue dichiarazioni non corrispondono a ciò che è stato chiesto da Roma. Anzi l’intervista è estremamente offensiva per le vittime, per le loro famiglie e tutti coloro che devono affrontare il problema degli abusi sessuali. Anche per i fedeli, è uno «schiaffo». Come noi, riconoscono, «sono certamente disperati e confusi». Inoltre, sottolineano, il tono dell’intervista è in «totale contraddizione con gli sforzi intrapresi negli ultimi mesi che mirano a prendere con serietà il problema degli abusi sessuali, l’ascolto delle vittime e la definizione delle misure appropriate».
Confidiamo, concludono i vescovi, in un «suo ritiro nel silenzio all’estero per riflettere sulle sue azioni». Forse lo ha fatto. Da latitante.



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L'Angelo della morte" è ancora in volo sulla città dei gemelli

di Matteo Sacchi


A Cândido Godói, in Brasile, il venti per cento dei parti è plurimo. Dietro questo record c'è forse un folle progetto del medico delle SS




Cândido Godói. È il nome di un piccolo borgo agricolo del Brasile, un’insignificante manciata di case nel Rio Grande do Sul, a breve distanza dal confine con l’Argentina, incuneata in un territorio adorato dai contrabbandieri. Cândido Godói non avrebbe nessuna particolarità. Non lo è, in fondo, nemmeno il fatto che la maggior parte degli abitanti parli tedesco, con l’accento dell’Hunsrück, e abbiano una chioma bionda. 

Un gran numero di sudditi del Kaiser, ai primi del Novecento, si trasferì in Brasile per tentare la fortuna con la gomma o con la soia. Ciò che rende speciale questo luogo dimenticato da Dio è che quando ci si aggira per l’unica vera strada che attraversa il paese si incontrano molti volti uguali fra loro. Sembra di essere in un film di fantascienza sul tema dei cloni. Se nel mondo in media si verifica un parto gemellare ogni cento, in questo angolo di foresta si sale a uno su cinque. E nessuno scienziato riesce a spiegare perché. 

Sul fenomeno c’è una sola certezza scientifica. È iniziato nel 1963 e ha preso lentamente a diminuire negli anni Ottanta. Questo dato è stato poi messo in relazione con una «quasi» certezza storica: il dottor Joseph Mengele, il terribile angelo della morte di Auschwitz, è con tutta probabilità passato diverse volte in questo luogo, proprio a partire dal 1963. Con false identità vi ha esercitato la professione di medico e di veterinario. 

Vi sembra una storia folle? Allora leggete Mengele. L’angelo della morte in Sudamerica (Garzanti, pagg. 134, euro 18) del giornalista argentino Jorge Camarasa, un vero specialista di peronismo e di caccia ai gerarchi nazisti in fuga. Camarasa ricostruisce tutta l’esistenza del medico SS, dalla ricca e comoda infanzia in Baviera sino alla morte avvenuta nel 1979, proprio in Brasile, passando per i suoi studi scientifici e la sua ossessione per le nascite gemellari (secondo lui il modo migliore per far riprodurre in gran quantità gli ariani, assediati dalle prolifiche «razze inferiori»). Ne esce un ritratto a tutto tondo e inquietante, un puzzle a tinte forti sullo sfondo del quale la tessera rappresentata da Cândido Godói e dai suoi gemelli si inserisce perfettamente. 

Mengele in fuga da Auschwitz, dove ha sottoposto i prigionieri a esperimenti di ogni tipo, si porta ostinatamente dietro provette e documenti scientifici che potrebbero essere usati come prova schiacciante contro di lui. Espatriato in Argentina, sotto falso nome e pur potendo dedicarsi ad attività totalmente diverse (la ricca famiglia lo aiutava dalla Germania), continuò a dedicarsi alla genetica, il suo tarlo. Pare arrivasse a cercare di contattare lo stesso presidente Perón. 

Ecco la testimonianza di Tómas Eloy Martínes, giornalista e intimo del generale: «Perón mi parlò con grande entusiasmo di uno specialista in genetica, che gli faceva spesso visita... intrattenendolo con il racconto delle sue meravigliose scoperte». Secondo il generale Perón era «uno di quei bavaresi ben piantati, colto, orgoglioso della sua terra...». E si faceva chiamare Gregor. Guarda caso il nome falso di Mengele in Argentina era Helmut Gregor. 

E se è certo che Mengele-Gregor, dopo che il Mossad piombò in Argentina per catturare Eichmann, il peggiore dei criminali nazisti, si diede alla fuga verso il Paraguay, anche la sua presenza nel sud del Brasile è documentata da un sacco di testimoni. Come Leonardo Boufler. Ecco che cosa ha raccontato a Camarasa: «Passava da una proprietà all’altra... Diceva di poter inseminare artificialmente le vacche e anche gli esseri umani, ma tutti noi pensavamo che fosse impossibile perché allora era una tecnica sconosciuta». Era a Cândido Godói per studiare l’incredibile numero di gemelli che nascevano lì per cause naturali ma inspiegabili? Oppure sono proprio i suoi esperimenti, folli ma con un vantaggio tecnologico decennale, ad aver causato la nascita di decine di gemelli? Forse non lo sapremo mai.




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Cuba, l'elisir di lunga vita di Castro e suo fratello Eterne nuove promesse e mai nessuna riforma

di Livio Caputo


La Rivoluzione che si converte al capitalismo? L’ennesima finta svolta di L'avana. E Raul proclama: governanti via dopo 10 anni. Ma lui ne ha già 79... I due fratelli sanno che cambiare la dittatura è più difficile che abbatterla







A un certo punto del fluviale discorso con cui ha aperto il VI Congresso del Partito comunista cubano - il primo dal 1997 - a Raul Castro è scappata la verità: «Quasi tutti gli accordi presi nei congressi precedenti sono stati dimenticati senza essere stati realizzati» ha detto testualmente. «Mi vergogno di confessarlo pubblicamente». Raul, 79 anni, ma da soli cinque presidente in carica dopo la rinuncia del fratello Fidel, può accampare la scusa che nelle precedenti occasioni non era lui a fare la musica, ma i cubani avranno egualmente tratto le loro conclusioni: da sempre il regime promette riforme, ma poi se le dimentica nei cassetti. La ragione, secondo Yoani Sanchez, leader dei dissidenti e famosa per il suo blog, è molto semplice: il sistema cubano, basato sui divieti, non è riformabile e cercare di aprirlo e perfezionarlo può soltanto provocare la sua fine.


Se si prende per buona questa diagnosi, e nello stesso tempo si presta fede agli impegni presi sabato, stavolta Raul rischia grosso. A richiamare l'attenzione non è tanto l'impegno di limitare d'ora in avanti a due mandati quinquennali tutti gli incarichi pubblici - data l'età, egli e i suoi sodali non corrono rischi - quanto la serie di innovazioni annunciate in campo economico: nuove aperture alla iniziativa privata dopo la legalizzazione di 178 piccole attività, decentramento della produzione e della commercializzazione dei prodotti agroalimentari, maggiore apertura ai capitali stranieri, autorizzazione alla compravendita di case e automobili, concessione di terra demaniale in usufrutto ai contadini. A queste misure liberalizzatici, che sicuramente faranno piacere alla maggioranza dei cubani, fanno peraltro da contraltare alcune altre che potrebbero provocare reazioni negative: il taglio del venti per cento della forza lavoro statale, la introduzione di un sistema fiscale per le nuove attività e soprattutto la (graduale) abolizione della "libreta", la tessera annonaria che da 48 anni garantisce a tutti i cittadini una certa quantità di prodotti alimentari a prezzi calmierati.

Non è la prima volta che Raul parla della necessità di «adattare il socialismo alle sfide del futuro» e di costruire per le nuove generazioni una Cuba diversa. Quanto quella attuale sia tuttora legata al passato è stato simbolicamente dimostrato dalla presenza esclusiva, nella grande parata militare che ha aperto il Congresso per celebrare la continuità della rivoluzione, di vecchie armi fornite dall’Urss. A rappresentare la nuova Cuba, a marcare la differenza con quella «ortodossa» del vecchio Fidel (fisicamente assente da questo Congresso, ma ancora ben presente come padre della patria) ci sono invece fino adesso soprattutto innumerevoli primitive bancarelle dove giovani e vecchi, donne e bambini, cercano di vendere ai passanti poveri oggetti o si offrono di effettuare piccole riparazioni: sono le 200.000 nuove «piccole imprese» che il regime si vanta di avere creato con le riforme del 2009, ma che non danno certo l'impressione della nascita di un libero mercato.

È probabile che Raul, forse impressionato anche dalla rivolta della piazza araba, sia sincero quando afferma che «lo Stato deve diventare più leggero» e il sistema deve «uscire dall'inerzia». Anche il suo sfogo contro i conservatori del partito, che si oppongono alle innovazioni, e il suo lamento per l'assenza di una classe dirigente di ricambio devono essere presi sul serio. È evidente, infine, che gli piacerebbe migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, tanto che alla vigilia del Congresso ha concesso a Jimmy Carter di visitare l'isola per tre giorni, incontrare numerosi dissidenti e parlare perfino alla televisione. Ma Castro jr. sa anche benissimo che i sistemi comunisti come il suo possono essere abbattuti, come è accaduto in Unione Sovietica e nei Paesi dell'Europa orientale dopo il fallito tentativo di perestrojka di Gorbaciov, ma difficilmente possono essere cambiati. Perciò, è improbabile che alle promesse faccia seguire in tempi brevi riforme vere, che modifichino la società dalle fondamenta; cercherà, piuttosto, di arrivare alla fine del suo ciclo concedendo il minimo necessario per non essere sbalzato di sella.





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Bocchino & Co: un partito a tutto gadget

di Paolo Bracalini


Il sito di Generazione Italia trasformato in vetrina dei prodotti a marchio futurista E dietro il mercato dei "souvenir finiani" due società legate al capogruppo di Fli...



Roma - Felpa ufficiale di Futuro e libertà eccezionalmente a 30 euro invece che 50, affrettarsi, l’ha indossata persino Gianfranco Fini nella convention fondativa della destra futurista. Poi, T-shirt a solo 10 euro (testimonial Italo Bocchino in persona, in un’intervista a Sky), 15,72 per quella a maniche lunghe. Ventiquattro euro per la cravatta di Generazione Italia, 10 euro per il set cartelli «Fini presidente», 180 euro per il roller banner di Fli, poi tazze, spille, penne, bandiere, e quindi l’articolo più pregiato: il «template» (cioè il format tecnologico) per aprire un blog ufficiale di «Generazione futuro», il braccio armato di Fli sul territorio. Anche questo scontatissimo, da 400 a 360 euro.

«Utilizza la tecnologia adoperata nel sito ufficiale anche per il tuo Circolo, per il tuo Coordinamento o semplicemente per te stesso: non esitare, acquistalo», sprona il sito Generazioneitaliashop.it, il negozio virtuale e ufficiale dei prodotti targati Gianfranco Fini e soci.
L’unico circolo che ha pagato l’obolo, finora, è Generazione futuro Provincia di Perugia. Per farlo hanno versato la suddetta cifra al «concessionario esclusivo del marchio “Generazione Italia” (associazione creata da Italo Bocchino, ndr) e dei prodotti correlati», cioè alla Ita2020 Srl, società con sede ad Aversa, provincia di Caserta, cuore pulsante del «bocchinismo» ancor più che del pensiero finiano. Di Aversa è il pupillo di Italo Bocchino, Gianmario Mariniello, non solo consigliere comunale ma anche coordinatore di Generazione Italia. Il giovane futurista parla di Bocchino come del «mio maestro», mentre Bocchino parla di Mariniello come del «mio braccio destro» (intervista al Corriere del Mezzogiorno).

Ma c’è un altro doppio legame di grande stima e fratellanza, il primo, quello che lega Bocchino ad Agostino Armando Carratù, detto Dino, «l’addetto all’organizzazione» della corrente di Bocchino, un altro dei pupilli (anche lui aversano) di Italo in Campania, e poi quello che lega Carratù (dirigente di GI) a Mariniello, «col quale ora collaboro giorno e notte» scrive sul suo sito (ringraziandolo perché grazie al «grande amico» Mariniello è andato a lavorare al Ministero per le Pari Opportunità, con Mara Carfagna). E chi è Carratù? È proprio il socio principale della Ita2020 Srl, che ha sede proprio ad Aversa, proprio allo stesso identico indirizzo di residenza del bocchiniano Carratù. Nei blog ufficiali dei pupilli di Bocchino c’è il link allo shop di Fli, che rimanda poi alla partita Iva della società gestita dagli stessi pupilli di Bocchino. Partner della Ita2020 Srl è la Novezeri Srl, altra società di Aversa (per la precisione di Carinaro, a un chilometro da lì) di cui è amministratore unico Antonio Cristiano, altro giovane futurista di area Bocchino via Mariniello. La Novezeri si occupa di «comunicazione aziendale - web e nuovi media - guerrilla marketing - eventi e fiere - editoria - pubblicità - registrazioni marchi e brevetti», ed è di fatto l’agenzia che sviluppa i siti di Generazione futuro, quelli che i circoli - se ne vogliono uno ufficiale - devono acquistare a 360 euro.

Naturalmente ci guadagna anche il partito, nel senso che a Generazione Italia vanno dei «diritti» per il marchio. Lo spiegano gli stessi gestori dello shop: «Abbiamo deciso di realizzare un e-commerce per pubblicizzare al meglio il marchio e dunque il progetto di Generazione Italia e allo stesso tempo per garantire un finanziamento cospicuo in favore dell’Associazione Generazione Italia (attraverso le royalties), senza che la stessa debba investire un solo euro per iniziare l’attività di merchandising». Cioè le due società si occupano del merchandising e della vendita dei blog ufficiali, godendo dell’esclusiva dal partito di Fini e Bocchino, cui poi versano le royalties per l’uso dei marchi Fli, Generazione Italia e Generazione futuro. Un affare per tutti.

E tutto sotto l’ala protettrice di Italo Bocchino, il vero motore di Fli, mente organizzativa e allevatore di pupilli a cui far fare carriera. Nella mappa interattiva si contano parecchie decine di circoli di Generazione Italia nati da un anno circa a questa parte. «Un aggregatore intergenerazionale rivolto a tutti coloro che hanno voglia di impegnarsi per l’Italia», si legge. Se tutti aprissero un blog ufficiale, poi, sarebbe il massimo.






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Brigadiere resta 5 mesi ai domiciliari per errore

di Paola Fucilieri


Un carabiniere ha avuto la vita sconvolta per una telefonata mal interpretata. Un massaggio alla schiena malata è sembrato agli investigatori tutt’altro e l’uomo è stato accusato di sfruttare delle prostitute. L’assoluzione arriva dopo un anno di tormenti



Un impianto accusatorio basato sul testo di un’unica, stringatissima telefonata. Nessun riscontro oggettivo supportato da una qualsiasi attività investigativa. Niente di niente. Decisamente poco per infangare la reputazione di un uomo perbene, metterlo per 5 mesi agli arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e farlo sospendere dal servizio. Eppure è proprio quello che è successo al signor M., 49 anni, brigadiere dei carabinieri, residente nell’hinterland con la moglie e il figlio. Un uomo che il 30 settembre 2010 è stato riconosciuto totalmente innocente e assolto dal gip di Monza Anna Magelli, nonché reintegrato in servizio. Ma che ha passato le pene dell’inferno, insieme al suo avvocato Lucia Lucentini, per dimostrare di non aver mai commesso il reato di cui era accusato. La sua unica colpa? Soffrire di una patologia cronica radico cervicale e lombosacrale, peraltro regolarmente diagnosticatagli. Un disturbo che lo obbliga a sottoporsi a sedute di massaggi.

L’indagine svolta dai suoi colleghi di Verbania, infatti, parte nel 2009 e riguarda proprio i centri massaggi gestiti da una donna cinese, Chen X., meglio conosciuta con il nome di Alessandra. Un’attività lecita dietro la quale se ne nascondeva un’altra illecita: nei centri, infatti, dopo aver praticato un vero e proprio massaggio terapeutico, quello cinese, le ragazze ne proponevano ai clienti più assidui uno di tutt’altro tenore, quello thailandese. Che, come si può immaginare, andava per la maggiore.

Alessandra, però, non è una stupida. Sa che il signor M. è un carabiniere e, quando l’uomo si presenta nel suo centro di Seregno per informarsi sui massaggi, ben si guarda dal proporgli il massaggio ad alto tasso erotico. Anzi: è lei stessa a praticargli il massaggio cinese.

Un brutto giorno, però, il brigadiere chiama la donna che gli dice di non poterlo ricevere. «Non ci sarò quel giorno signor M., mi spiace». Lui vorrebbe accordarsi per un altra settimana, ma la cinese, che è un’affarista nata, non vuole perdere il cliente. «Signor M., aspetti - gli dice -. Perché non fa il massaggio con una delle mie ragazze? È brava, sa? E se lei accetta stavolta le faccio un omaggio: sarà gratis. Le chiedo se è libera il tal giorno». Alessandra allontana l’apparecchio e chiama la sua dipendente. «Devi fare il massaggio cinese a un mio cliente - ordina alla giovane -. Mi raccomando: non proporgli quello thailandese: il signore è dei carabinieri». Le due donne si accordano e il brigadiere saluta dicendo che darà una mancia alla ragazza.

La telefonata viene intercettata: l’apparecchio del centro di Seregno è controllato e ci sono pure dei microfoni ambientali. Nel negozio c’è perfsino una telecamera che riprende tutti i clienti durante i massaggi hard. Ma agli investigatori poco interessa se il brigadiere non viene mai immortalato in circostanze compromettenti: secondo loro quella telefonata basta a incastrarlo. Sia come frequentatore di prostitute sia come complice della cinese dalla quale percepirebbe addirittura del denaro (mai trovato) per evitarle controlli e noie.

E le immagini? Perché tutti gli altri accusati sono stati ripresi e il brigadiere no? «Sarà andato a farsi massaggiare al piano superiore del centro, dove non abbiamo messo telecamere» rispondono gli investigatori. «Peccato che il negozio sia su un unico piano e che non ne esistano altri» ci fa notare scuotendo la testa l’avvocato Lucentini. Che adesso, dopo l’assoluzione, chiederà l’indennizzo per l’ingiusta detenzione dello sfortunato brigadiere.






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De Magistris fa flop: crolla pure "Poseidone"

di Redazione


La lista delle inchieste fallite dell'ex magistrato Idv si fa più lunga. Dopo "Toghe lucane" e "Why not?", ecco la disfatta di Salerno. Il gip: notizia di reato insussistente 


Luca Rocca
Gian Marco Chiocci


Il collezionista di flop. Dopo l’archiviazione dei trenta imputati dell’inchiesta Toghe lucane e lo sgretolamento della costosissima e mastodontica Why Not?, la giustizia italiana registra l’ennesimo fallimento dell’ex pm Luigi De Magistris, eurodeputato dell’Idv ora candidato sindaco di Napoli.
L’ultima disfatta per la toga che da Catanzaro spiccò il volo verso la politica, e che nei processi a suo carico si è avvalso due volte dell’immunità parlamentare (biasimata in pubblico e sfruttata in privato) è stata sancita dal gip di Salerno che ha seppellito la sua denuncia contro quattro magistrati e un carabiniere, responsabili, secondo l’ex pm, della fuga di notizie relativa a una perquisizione nell’ambito di un’altra inchiesta avviata da De Magistris, quella denominata Poseidone, sugli impianti di depurazione in Calabria. Il fatto risale al 2005, quando da sostituto procuratore a Catanzaro l’ex pm si era convinto che il tribunale del capoluogo calabrese fosse un covo di talpe, magistrati corrotti e carabinieri compiacenti. De Magistris era sicuro, assolutamente certo, che l’ex sostituto procuratore generale, Pietro D’Amico, l’ex presidente dell’ufficio gip-gup, Antonio Baudi, l’ex procuratore generale di Catanzaro, Domenico Pudia, l’allora procuratore capo Mariano Lombardi (deceduto poche settimane fa) e infine l’appartenente all’Arma Mario Russo, avessero fatto trapelare la notizia sull’imminente perquisizione a carico di uno degli indagati.

C’era una montagna di prove, a detta di De Magistris. Non era vero niente, ha sentenziato il gip di Salerno, competente sulle cause relative ai magistrati di Catanzaro. Tant’è che il fascicolo su toghe corrotte e talpe in procura è stato cestinato causa «l’insussistenza della notizia di reato».
Il penalista Armando Veneto, difensore di Pudia, parla di «costruzioni fantasiose e fantastiche, operate in un certo periodo da un magistrato della procura della Repubblica di Catanzaro e ora finalmente venute allo scoperto».
Ma questo è solo l’ultimo flop del «delfino ribelle» del leader Idv Tonino Di Pietro. Appena un mese fa, infatti, a crollare è stata l’inchiesta sul presunto comitato d’affari trasversale tra politici, imprenditori e magistrati, conosciuta come Toghe lucane, che ha visto indagati, fra gli altri, due senatori, il governatore della Basilicata Vito De Filippo e alcuni pubblici ministeri.

Anche in questo caso il gip non ha usato mezzi termini nello stroncare le ipotesi accusatorie cavalcate da De Magistris, definendo insostenibile la «fattispecie associativa» che reggeva il «lacunoso» impianto accusatorio, «essendo del tutto carente la prova in ordine all’esistenza di un sodalizio avente le caratteristiche innanzi menzionate». Ma il fiasco dei fiaschi dello sfortunato pm che adesso cerca un riscatto in politica correndo per la successione a Rosa Russo Iervolino, è quello dell’inchiesta Why Not su una presunta lobby del malaffare calabrese che includeva politici corrotti, imprenditori affamati di soldi, massoneria occulta, le solite toghe colluse e gli immancabili servizi deviati.

Dall’indagine che ha fatto da trampolino di lancio alla carriera politica di De Magistris, ne sono usciti assolti, un anno fa, buona parte degli imputati che avevano chiesto il rito abbreviato e gli ex governatori calabresi Agazio Loiero e Giuseppe Chiaravalloti (prosciolto), mentre la condanna è stata comminata solo a otto imputati e il rinvio a giudizio ha riguardato meno della metà degli altri indagati.

Il costo per l’erario è da capogiro: decine di milioni di euro (9 solo in consulenze). Ma anche quello umano è da brividi, con 150 persone indagate e sputtanate a mezzo stampa, a fronte delle 34 rinviate a giudizio e 26 assolte. Per Abigail Mellace, il gup che ha disintegrato le ipotesi di reato su cui De Magistris aveva scommesso, il risalto mediatico avuto da Why Not? ha portato a una «distorta e infedele rappresentazione dall’esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova», mentre l’ipotesi investigativa «non ha trovato alcun conforto probatorio essendo stata sconfessata già nella fase delle indagini preliminari». Why Not, forse, non sarebbe dovuta nemmeno iniziare.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it




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Bimbi sgozzati in nome di Hamas

Il Tempo


Arrestati i responsabili del massacro di Itamar: sono due studenti palestinesi.


Elad, 4 anni, uccisa insieme con la famiglia nel villaggio di Itamar nel marzo scorso Volevamo diventare shahid, martiri, per la causa palestinese. I due arrestati per il massacro di Itamar hanno confessato. Sono due studenti, cugini, Hakim Mazen Awad di 18 anni e Amjad Mahmad Awad di 19. Sono stati catturati ieri mattina ad Awarta, un villaggio della Cisgiordania, vicino all'insediamento ebraico di Itamar dove lo scorso 11 marzo hanno massacrato la famiglia Fogel. Madre, padre e tre bambini, da tre mesi a 11 anni, accoltellati con brutalità. A scoprire la strage era stata un'altra figlia di 12 anni, sopravvissuta ala strage perché fuori con gli amici. Lo scena era raccapricciante: sangue dappertutto e i corpi dei bimbi trafitti da più pugnalate.

La caccia agli assassini era scattata immediatamente e per giorni l'Idf, l'esercito, lo Shin Bet e la polizia israeliana hanno setacciato i villaggi della Cisgiordania. Perquisite case e interrogate centinaia di persone. Ieri all'alba l'epilogo della caccia. I due studenti palestinesi hanno confessato senza mostrare alcun rimorso. Hanno detto di aver agito per odio verso gli israeliani e perché volevano «morire da martiri». Il racconto reso alle autorità israeliane mostra un cinismo e una crudeltà senza pari. Hakim Mazen Awad e Amjad Mahmad Awad hanno detto che, dopo essersi «infiltrati» a Itamar, sono prima entrati nella casa, in quel momento disabitata, di un colono dove hanno rubato un fucile M16 eun giubbotto antiproiettile. Incoraggiati dal fatto di non essere stati scoperti hanno poi raggiunto la casa della famiglia Fogel con l'intento di rubare un'altra arma. Forzato l'ingresso, hanno prima accoltellato a morte due fratellini, Elad, di 4 anni, e Yoav di 11.

Sono poi entrati nella stanza dei genitori, Ehud e Ruth che, dopo un'iniziale disperata resistenza sono stati sopraffatti e mortalmente accoltellati. Sono usciti, ma fuori stava passando una pattuglia israeliana così, i due assassini hanno messo a verbale, sono rientrati in casa. È a quel punto che hanno sentito piangere un bambino, Hadar di tre mesi, temendo che potesse richiamare l'attenzione dei soldati, lo hanno sgozzato nella culla. Nei giorni successivi al massacro, saputo che la famiglia aveva altri figli, i due palestinesi hanno ammesso nell'interrogatorio che, se lo avessero saputo li avrebbero attesi per uccidere anche loro. Secondo le forze di sicurezza israeliane il massacro è frutto di un'iniziativa individuale ispirata dalla volontà di fare il salto verso le milizie combattenti. E, infatti, i due assassini tornati a Awarta hanno chiesto l'aiuto di uno zio, Salah Awad, membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che li ha aiutati a nascondere le armi consegnandole a un abitante di Ramallah e a bruciare gli abiti sporchi di sangue. Anche i due complici sono stati arrestati.

Le indagini sono state particolarmente scrupolose. Quando lo Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano, ha circoscritto l'area e individutato il villaggio di Awarta come nascondiglio dei presunti assassini, l'esercito israeliano ha compiuto ripetuti rastrellamenti e decine di fermi. Tutti sono stati obbligati a fornire le impronte digitali e campioni di Dna. A tutt'oggi, secondo il sindaco del villaggio, Hasan Awad, sono ancora in stato di fermo 71 uomini. L'uccisione della famiglia Fogel ha suscitato un'ondata di orrore in Israele ed è stata condannata anche da diversi dirigenti dell'Anp, inclusi il presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas) e il premier Salam Fayyad. In una reazione a caldo, il governo israeliano ha deciso la costruzione di centinaia di unità abitative in alcuni insediamenti in Cisgiordania.


Maurizio Piccirilli
18/04/2011




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Vittorio ucciso dai suoi "amici"

Il Tempo


Gli assassini, salafiti, provengono dall'ala militare di Hamas. Tre ricercati.


L'italiano Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza La verità scomoda. La morte di Vittorio Arrigoni, amico dei palestinesi di Gaza, mette in imbarazzo Hamas che da quattro anni governa la Striscia. Il ministro degli Esteri di Gaza tenta di confondere le acque sostendendo che i veri responsabili non sono stati ancora catturati. Ma le confessioni e i profili di due arrestati nel quadro delle indagini sul rapimento e l'uccisione del volontario italiano mettono in luce un'altra verità. Adepti della galassia salafita ultra-integralista, ma entrambi provenienti dall'ala militare dello stesso Hamas. E tuttora in organico nei ranghi della sicurezza come aveva denunciato Fatah.

I due hanno ora anche un nome e cognome e avrebbero ammesso di essere stati rispettivamente il killer di Arrigoni, l'uomo che lo strangolato con le proprie mani, con un cavo metallico o qualcosa di simile, e uno dei basisti del sequestro. Si chiamano Farid Bahar e Tamer al-Alhasasnah e sono originari del campo profughi di Shati, a ovest di Gaza City, uno dei luoghi della disperazione palestinese che fanno da incubatrice al radicalismo violento. Secondo le fonti, i due farebbero parte di una cellula coperta di cinque persone ritenuta responsabile del rapimento, delle sevizie e della morte di Arrigoni. Una cellula approdata al jihadismo filo-Al Qaeda di uno dei gruppuscoli salafiti di Gaza dalle file dello zoccolo più duro di Hamas, ma almeno in alcuni suoi elementi rimasta ancora agganciata alla casa madre. Mancano all'appello altri tre complici: due palestinesi di Shati e un jihadista giordano indicato come «un infiltrato».

L'uomo è conosciuto negli ambienti salafiti come «Abdel Rahman il Giordano» e sarebbe entrato a Gaza dal Sinai, usando uno dei tunnel per il contrabbando. A fare il suo nome uno degli arrestati. D'altronde, trapela evidente il desiderio di Hamas di trarsi d'imbarazzo dopo l'assassinio di un sostenitore incondizionato della causa palestinese, che da anni viveva apparentemente come uno di casa nella Striscia. Un imbarazzo tanto più sentito sulla base delle informazioni che rimbalzano adesso sugli arrestati. E del più generale stillicidio di defezioni dalle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas e sua polizza di sopravvivenza) verso i lidi dell'estremismo senza compromessi della dottrina salafita.

Quanto emerge dalle indagini della stessa Hamas non interessa alla madre di Vittorio Arrigoni: la donna forse preferisce non pensare al fatto che a uccidere il figlio siano stati i palestinesi e non un israeliano. La salma del volontario italiano ha lasciato Gaza diretta in Egitto da dove raggiungerà l'Italia. Oggi a Gaza ci saranno funerali di tato in nonore di Arrigoni, ma sembra tanto una «excusatio non petita», vista l'«accusatio manifesta» fin qui descritta. La mamma di Vittorio ha confermato la decisione di non rimpatriare la salma dell'attivista filo-palestinese attraverso Israele. E la sua richiesta è stata accettata: le spoglie del figlio passeranno per il Valico di Rafah. Il tutto, dopo l'appello lanciato da uno scrittore israeliano, Etgar Keret, che aveva chiesto alla famiglia di ripensarci per non trasformare «il suo ultimo viaggio in un simbolo dell'odio e del rifiuto verso coloro che considerava nemici». Egidia Beretta ha risposto che «Israele non lo ha voluto da vivo e non lo avrà neanche da morto». La mamma del volontario ha smentito la sua partecipazione al prossimo viaggio della Freedom Flotilla: la spedizione, partirà a fine maggio diretta a Gaza, è stata ribatezzata dagli organizzatori «Freedom Flotilla-Stay human» in onore di Vittorio e dell'adagio con cui firmava i pezzi da Gaza sul suo seguitissimo blog «Guerrilla radio».

Arrigoni era arrivato a Gaza nell'estate del 2008 proprio con le prime imbarcazioni della Freedom Flotilla e ora «faremo del nostro meglio, Vik, per portare avanti il lavoro che hai fatto. La flotilla - spiegano gli organizzatori - tornerà a Gaza in tuo onore». La madre ha successivamente affermato a una radio israeliana che si recherà autonomamente a Gaza per ripercorrere i luoghi frequentati dal figlio.


Marino Collacciani

18/04/2011





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