domenica 17 aprile 2011

Napoli: vendeva prodotti scaduti da 10 anni, arrestato salumiere

Il Mattino


Nel suo negozio aveva alimenti scaduti da oltre 10 anni infestati da vermi e parassiti. Un salumiere della zona flegrea, di Bacoli, in provincia di Napoli, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza con l'accusa di aver messo in commercio prodotti alimentari pericolosi per la salute pubblica. Gli uomini delle Fiamme Gialle hanno eseguito un controllo nell'esercizio commerciale accertando su alcune confezioni di prodotti la data di scadenza era stata manomessa. E non solo: pasta e biscotti erano infestati da parassiti. E ancora: salumi e latticinio putrefatti con olive che presentavano evidenti tracce di muffa.

Venerdì 15 Aprile 2011 - 10:20    Ultimo aggiornamento: Sabato 16 Aprile - 13:24









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Intercettazioni troppo care? Le indagini le paga il camorrista

Ottantuno milioni spesi in 14 anni Il conto salato per gli uffici dei senatori

Corriere della sera


Le denunce dei radicali: «Istituzioni usate come un bancomat per imprenditori d'area»


ROMA - Ottantuno milioni e 600 mila euro: è lo spaventoso conto che è stato presentato ai contribuenti italiani per gli uffici di 86 senatori a partire dal 1° maggio 1997. Circa 950 mila euro ciascuno. Ovvero, 67.857 euro l'anno, 5.654 al mese, per una stanza nel centro di Roma. Tanto per capire, con quei soldi si paga a Roma la pigione di una decina di appartamenti in periferia. Oppure l'affitto di almeno un paio di uffici da 123 metri quadrati come quello di proprietà dell'Ipab occupato in piazza Campitelli dall'assessore alla Casa del Comune, l'europarlamentare Alfredo Antoniozzi.

Ma per capire come si è arrivati a spendere una cifra che ha dell'incredibile è necessario tornare al 1997, quando l'amministrazione di palazzo Madama (presidente del Senato era Nicola Mancino e segretario generale Damiano Nocilla) stipula con una società dell'immobiliarista Sergio Scarpellini un contratto d'affitto di un ex albergo romano, il Bologna, dove collocare 86 studi di altrettanti senatori. Prezzo, tre miliardi e mezzo di lire l'anno: un milione 807.599 euro più Iva e rivalutazione Istat. Scarpellini è un personaggio piuttosto noto negli ambienti istituzionali: è il proprietario dei palazzi Marini, occupati, con un meccanismo contrattuale di cui beneficia la sua società Milano 90, del tutto analogo a quello dell'ex albergo Bologna, dagli uffici dei deputati. Ma per cifre molto più ingenti, considerando i volumi: in 13 anni l'amministrazione di Montecitorio ha speso 561 milioni per gli affitti e i servizi annessi. I contratti prevedono infatti che Scarpellini fornisca alla Camera non solo gli spazi fisici ma anche il servizio chiavi in mano: portineria, commessi, pulizie, bar... Così anche all'ex albergo Bologna. Dove il Senato paga dal 1997 per i servizi una cifra netta aggiuntiva alla pigione pari a un milione 291.142 euro l'anno.

Tutto sembra filare liscio fino al 2001, quando il Senato decide di far valere una clausola contrattuale che gli garantisce il diritto ad acquistare l'immobile. Il prezzo viene fissato da un collegio arbitrale in 23 milioni 920.475 euro. Ma Scarpellini lo contesta e ne nasce un contenzioso. Alla fine il Senato rinuncia all'acquisto e Scarpellini rinuncia a due anni di pigione. E si va avanti con l'affitto, grazie a un nuovo contratto di 10 anni con scadenza il 1° maggio 2013.


Nel frattempo però l'amministrazione del Senato, dove è salito alla presidenza Marcello Pera e Antonio Malaschini è diventato segretario generale, non se ne sta con le mani in mano. Sono gli anni in cui non si bada a spese e qualche mese prima compra un palazzetto a Largo Toniolo dalla società di un signore che ha rilevato quello stabile da un fallimento e non è certamente un illustre sconosciuto. È un senatore in carica. Si chiama Franco Righetti, autore di una lunga traversata centrista dal Ccd all'Udeur. Pur senza i numerosi protesti bancari che per giunta affliggono l'onorevole in questione, ce ne sarebbe abbastanza per porsi più d'una domanda. Che però, al Senato, nessuno si pone. In quel palazzetto, secondo i piani, dovrebbero in futuro finire una parte degli uffici dell'ex albergo Bologna. Ma l'avventura immobiliare si rivela un mezzo disastro: il palazzetto è composto da una decina di appartamenti classificati come abitazione, e il Comune di Roma non concede il cambiamento di destinazione d'uso. La pratica si sblocca soltanto nel 2008, quando il sindaco Walter Veltroni si candida alle politiche e nella giunta tecnica che gli subentra compare come «sub commissario» con delega all'urbanistica proprio una dirigente del Senato. Fulmineo, a quel punto, il via libera del Comune. E i lavori possono partire: in quel palazzetto troveranno posto 30-35 uffici.

Non contenti, mentre si sta comprando il palazzetto di Largo Toniolo, i signori del Senato concludono un'altra ardita operazione immobiliare: l'affitto dall'Isma, l'Istituto Santa Maria in Aquiro, di un altro palazzetto di 3 mila metri quadrati a poca distanza dal Pantheon. È così malandato che saranno necessari interventi costosissimi. Ma la ristrutturazione sarà quasi interamente a spese dello Stato. Senza considerare che il Senato comincia fin da subito, prima ancora dell'inizio dei lavori di ristrutturazione, a pagare l'affitto: 425 mila euro l'anno più Iva e adeguamento Istat. Il calvario va avanti otto anni e oggi non è ancora finito. Dopo lavori interminabili, soltanto nei giorni scorsi sono stati consegnati i primi 21 uffici. La ristrutturazione, gestita come quella del palazzetto di Largo Toniolo dal provveditorato alle opere pubbliche del Lazio, già regno di Angelo Balducci, è costata allo Stato 26 milioni: quasi 9 mila euro al metro quadrato, cifra addirittura superiore, secondo le quotazioni di mercato, al valore dell'immobile. Ben 7 volte il costo che una perizia del Demanio, rivelata dalla trasmissione Le Iene su Italia 1, aveva considerato congruo: pena la possibilità di dichiarare nullo quel contratto. Che però, guarda caso, nessuno si sogna di impugnare.


Commenta il segretario radicale Mario Staderini: «Sembra che la priorità fosse far girare soldi più che avere nuovi uffici. La sensazione è che Camera e Senato siano stati utilizzati come un bancomat per imprenditori d'area e annesse spartizioni partitocratiche. E ora ci ritroviamo una città della politica che occupa 220 mila metri quadrati, quattro volte il Louvre». E il bello è che se i radicali non avessero preteso che fossero resi pubblici tutti i contratti, di questo pasticcio non si conoscerebbero molti dettagli.

Il bilancio è agghiacciante. Per affittare gli 86 uffici dell'ex hotel Bologna il Senato ha già sborsato, Iva compresa, circa 26 milioni mezzo: tre milioni in più di quello che, secondo la stima contestata da Scarpellini, sarebbe costato acquistare l'immobile. Altri 25,7 milioni per comprare e ristrutturare il palazzetto di Largo Toniolo dove andrebbero 35 uffici. Per non parlare dei 29,4 milioni andati in fumo per Santa Maria in Aquiro, che dovrebbe accogliere altri 51 (ma c'è chi dice 54) uffici: 26 milioni per ristrutturarlo più 3,4 milioni di affitti inutilmente pagati per 8 anni, dal 1° marzo 2003 a oggi. Per questo immobile lo Stato ha speso più quattrini di quanti ne sarebbero serviti per comprarlo. Invece l'immobile resterà di proprietà dell'Isma e quando sarà scaduto il contratto, nel 2021, se il Senato vorrà continuare a occupare quegli uffici dovrà pagare una pigione raddoppiata: 850 mila euro. Un affarone.

Il totale speso finora per quegli 86 uffici è dunque di 81,6 milioni. Oltre alle bollette e ai servizi necessari al loro funzionamento. Il tutto per ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, se si eccettua il piccolo stabile di Largo Toniolo. Risponderà mai qualcuno per questo immane spreco di denaro pubblico?


Sergio Rizzo
Sul Corriere della Sera a pagina 9
17 aprile 2011



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Avvenire contro il Papa di Moretti «Boicottiamolo al botteghino»

Corriere della sera


Editoriale sul giornale dei vescovi: «Perché dobbiamo finanziare chi offende la nostra religione?»



MILANO - «Bocciamo Habemus Papam al botteghino. Saremo noi a decretare il successo di questo triste film, se ci lasceremo convincere ad andare a vederlo, perché il pubblico laico si annoierebbe a morte e infatti diserterà le sale. È su di noi che si fa conto per recuperare l'investimento cospicuo che è stato fatto per ricostruire la Sistina in uno studio». Lancia il proprio appello il giornalista vaticanista, Salvatore Izzo, in una lettera ad Avvenire. «Alla disinvoltura con la quale i media trattano i temi religiosi ormai ci siamo abituati - rileva - Il fatto nuovo di questi gironi è invece come alcuni opinionisti cattolici trattano il film di Moretti Habemus Papam. Così l'ospitalità che chiedo è per lanciare un appello: non fidiamoci dei critici cattolici, anche se preti, che lo assolvono (con una ben curiosa giustificazione: Moretti poteva essere molto più cattivo)». «Se vogliamo respirare l'atmosfera del Conclave - sollecita Izzo - andiamoci direttamente alla Sistina: per i giorni della beatificazione i Musei Vaticani hanno prolungato l'orario di apertura e dimezzato il costo dei biglietti. Perché dobbiamo finanziare chi offende la nostra religione?».

«LASCIA STARE I SANTI» - «Non mi sembra - osserva - che regga il solito argomento che dobbiamo conoscere per giudicare: non è che debbo saltare giù dal sesto piano per capire che potrei farmi male. Di motivi per non vedere il film di Moretti ce ne è almeno uno fortissimo, quello che ci hanno insegnato le nostre mamme: "Gioca con i fanti e lascia stare i santi". Non è un bello spettacolo vedere scimmiottare la figura del Capo della Chiesa cattolica con la farsa (per quanto garbata essa sia) dell'elezione impossibile di un candidato fragile e bisognoso di aiuto». Il papa, dice Izzo, «non si tocca: è il Vicario di Cristo, la Roccia su cui Gesù ha fondato la sua Chiesa». Insomma di «Habemus Papam - conclude - non abbiamo bisogno, noi il Papa ce lo abbiamo per davvero».

PRIMO AL DEBUTTO - Intanto Habemus Papam è primo al botteghino nel giorno del debutto in sala con 227 mila euro in 380 copie, tra i 250 mila e i 300 considerando le 460 totali. Un risultato da film «atteso», considerando il grande battage per il lancio. Per Domenico Procacci che con lo stesso Nanni Moretti lo ha prodotto «è un buon segnale per il cinema italiano in generale, un'attenzione del pubblico non solo alle commedie». «Negli ultimi tempi - dice all'Ansa Procacci - si è gridato al miracolo per i risultati delle nostre commedie, e io come produttore di Qualunquemente di Antonio Albanese posso certo dirmi contento, ma i dati di Habemus Papam sono incoraggianti proprio perché testimoniano l'esistenza di un pubblico interessato anche ad altro e se nel film di Nanni ci sono spunti di commedia Habemus Papam è anche tanto altro».


Redazione online
17 aprile 2011





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Crea un'unità di «militari» cinesi negli Usa. Ma è tutta una truffa

Corriere della sera


Yupeng Deng aveva convinto un centinaio di suoi connazionali ad «arruolarsi» in cambio di soldi



Yupeng Deng con la sua unità fasulla
Yupeng Deng con la sua unità fasulla
WASHINGTON – Yupeng Deng si faceva chiamare il «comandante supremo» dell’Us Army Military Special Forces Reserve. Un’unità composta da un centinaio di immigrati cinesi che avevano pagato circa 300 dollari per entrarvi, 130 di quota annuale e quasi 800 per l’equipaggiamento. Poi tutti insieme avevano marciato in occasione di feste in alcune cittadine della California e si erano recati «in gita d’istruzione» indossando la mimetica. Peccato che fosse tutta una truffa. A escogitarla proprio lui, il presunto «comandante supremo».

Deng aveva convinto molti immigrati che attraverso l’arruolamento nella «riserva» avrebbero ottenuto più facilmente la green card, la carta che concede il diritto di residenza negli Usa. Il truffatore aveva aperto un ufficio di reclutamento che ricordava quelli dell’Us Army, poi distribuiva distinti e documenti di appartenenza. «Se vi ferma la Stradale mostrate il tesserino – diceva – e non vi faranno la multa». La storia è andata avanti per molto tempo. L’Fbi ha iniziato a indagare però solo nel 2008, in seguito ad alcune segnalazioni. Alcuni cinesi, trapiantati da tempo in California, si erano insospettiti per quelle divise non proprio perfette e qualcosa che appariva «strano». In seguito, si sono verificati un paio di episodi nei quali i «militari» hanno cercato di farsi togliere la multa esibendo il tesserino. Gli investigatori hanno raccolto dati utili interrogando gli immigrati. E alcuni di loro hanno confermato tutto aggiungendo dei particolari.

I finti soldati hanno rivelato che potevano salire di grado se riuscivano a portare altre reclute. I più anziani – c’era anche dei settantenni - sapevano che non si trattava di una vera unità e Deng – affermano – non lo ha mai sostenuto in modo esplicito. Deng, comunque, organizzava brevi corsi di training militare con armi (finte), teneva lezioni su come essere dei bravi cittadini e ogni tanto partecipava con il reparto a eventi nella comunità cinese a nord di Los Angeles. Deng è arrivato dalla Cina ed ha ottenuto asilo negli Stati Uniti: ha raccontato di essere stato perseguitato dalle autorità cinese perché era cristiano. Una volta in California si è unito a uno dei molti gruppi «patriottici» che accolgono gli immigrati cinesi. Quindi ha fondato la sua piccola armata attraverso la quale si è messo in tasca qualche dollaro.


Guido Olimpio
17 aprile 2011



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Se "Vik" è un esempio e l’alpino Miotto no

di Fausto Biloslavo


Due pesi e due misure per gli italiani uccisi dai terroristi o caduti in guerra: all’ultrà del pacifismo di sinistra vogliono dare il Nobel, mentre "è bene non fare un eroe" del soldato morto in Afghanistan per portare la pace





La Chiesa lo «santifica» e in rete lo candidano al premio Nobel per la pace. La strada per trasformare Vittorio Arrigoni in un eroe dei due mondi è spianata. Non partecipiamo al processo di beatificazione, però siamo convinti che davanti alla morte bisogna sempre inchinarsi. Nonostante le sue discutibili idee ricordiamo Arrigoni come un italiano vittima del terrorismo. Anzi, di una «barbarie» per usare le giuste parole del presidente Giorgio Napolitano.

Con la stessa decisione ci chiediamo perchè Vik da Gaza, rispetto ad altre vittime del terrorismo o delle guerre, stia diventando una specie di icona, un morto di serie A. L'aureola di pacifista aiuta, ma abbracciare il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, non significa proprio stringere un ramoscello d'ulivo.

Il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha «santificato» Arrigoni con un comunicato. Pochi mesi fa il vescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, aveva commentato malamente il rientro in patria della salma del giovane alpino Matteo Miotto, ucciso in Afghanistan. «Andiamo piano però con l'esaltazione retorica, non facciamone degli eroi. Vanno lì con le armi, quelle non sono missioni di pace» dichiarava il presule evitando di presenziare ai funerali del caduto.

Non solo: qualche genio del politicamente corretto aveva sbianchettato da una fotografia di Miotto, sul suo blindato con un tricolore, il vecchio stemma sabaudo. Tutti i giornali italiani hanno pubblicato la foto di Arrigoni che sventola la bandiera palestinese, come se fosse una medaglia. E nessuno si chiede se fare lo scudo umano fra i palestinesi, organizzare flottiglie della «libertà» verso Gaza, aderire a gruppi astiosamente anti israeliani siano «armi» non meno insidiose di quelle vere.

Sembra quasi che l'alpino Miotto, che seguiva le orme del nonno con la penna nera, e i tanti caduti nelle guerre di «pace» degli italiani siano morti di serie B rispetto all'ultrà pacifista. Se poi sei dichiaratamente di sinistra, come Arrigoni, la beatificazione è garantita. Una storia già vista con Fabrizio Quattrocchi il contractor, che non ha mai avuto il tempo di sparare un colpo in Irak, ma è stato ammazzato come un cane dallo stesso genere di tagliagole che ha fatto fuori Arrigoni.

Bollato come uno sporco mercenario, morto addirittura di serie Z, da non ricordare, anche se davanti agli assassini non piegò la testa e disse: «Vi faccio vedere come muore un italiano». Per fortuna se ne è accorto l'allora presidente Ciampi, che gli ha concesso la medaglia d'oro al valor civile.

Su Il Foglio e il Corriere della sera di ieri si levava qualche voce fuori dal coro dei peana per l'eroe pacifista, che è stato preso ad esempio al festival del giornalismo di Perugia. Arrigoni scriveva per il Manifesto e pure questo aiuta. Per oltre vent'anni Almerigo Grilz, il primo giornalista italiano morto in guerra dalla fine del secondo conflitto mondiale, nel 1987 in Mozambico, è stato un morto dimenticato.

Un paria della categoria, perchè non aveva il pedigree politico giusto al momento giusto. Prima di scegliere i reportage di guerra, con uno spirito d'avventura molto simile a quello di Arrigoni, era uno dei capi nazionali del Fronte della Gioventù. A causa del suo passato da «fascio» è sempre stato una vittima di serie B. Solo due anni fa il nostro sindacato ha riconosciuto che pure Grilz va ricordato. Proprio per evitare per sempre due pesi e due misure onoriamo le vittime delle guerre e del terrorismo, pur nella loro diversità, solo in quanto figli della stessa patria, l'Italia.



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Catturati gli assassini di Arrigoni: salafiti ma ancora nei ranghi di Hamas

Il Mattino



I due arrestati confessano. La salma tornerà in Italia attraverso l’Egitto. Veglia a Bulciago con comunità musulmana








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Pane, amore e immigrazione la seconda vita della Baraldini

La Stampa









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La verità su mio padre Allende porterà giustizia a tutti i cileni"

La Stampa







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La verità sui manifesti anti-toghe: "Ho messo io i cartelli giudici-Br"

di Paola Setti


L’autore dei cartelloni anti-toghe affissi a Milano è un ex sindaco Dc travolto da un’inchiesta e poi assolto: "Una provocazione, nessuna offesa. Per colpa dei magistrati sono stato in carcere da innocente e ho perso tutto". E' stato in cella 42 giorni e poi cinque anni e mezzo per la sentenza di proscioglimento: risarcito con 5mila euro, nemmeno le spese legali



Milano E finalmente ecco trovato il colpevole: Roberto Lassini, professione avvocato, chi l’avrebbe detto.
«Quei manifesti sulla giustizia non volevano essere offensivi verso i magistrati, né mancare di rispetto alle istituzioni. Sono stati una provocazione».
«Fuori le Br dalle Procure»: un po’ macabra come provocazione, considerato che le Br nelle Procure ci sono state davvero, ma per ammazzare i magistrati, come ha ricordato il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati.
«Uno slogan esagerato, concordo».
Forse poteva pensarci prima di tappezzare Milano...
«Ma non li ho visti prima dell’affissione!».
Roberto Lassini ha 49 anni e lo sguardo più vecchio. Tiene in mano un foglio, ci ha scritto la sua storia, una storia giudiziaria di quelle da manuale dell’ingiustizia: indagato per tentata concussione dalla Procura di Milano, 42 giorni di carcere e poi più di cinque anni in attesa di venire assolto con formula piena mentre la sua carriera politica veniva spazzata via, da sindaco Dc del Comune di Turbigo a più niente, «ho perso tutto». «Non so se darle questo appunto, perché vede, ci tengo a non venire strumentalizzato». È preoccupato. Mica per ciò che potrà succedere ora, «si figuri se dopo quello che mi è successo temo avvisi di garanzia». È che da allora gli è rimasta come una fissa, in fondo è il minimo che gli potesse accadere. È diventato avvocato, tanto per dire. E ora lo ripete a stancare, che la giustizia va riformata. Sembra di sentir parlare Berlusconi e infatti è per questo, spiega, «per sostenere il premier in questa crociata», che è nata quell’associazione, «Dalla parte della democrazia», che ha affisso un crescendo di manifesti che ha tappezzato Milano e suscitato sdegno e condanna bipartisan.
Che poi, Lassini, questa associazione esiste davvero?
«È regolarmente registrata come associazione culturale, non siamo clandestini».
È spuntata come dal nulla, però.
«L’abbiamo creata due mesi fa, apposta per dare manforte a Berlusconi. È l’unico che può rivoluzionare davvero il sistema e questa volta deve riuscirci. Io e un gruppo di colleghi ci siamo riuniti apposta per dargli manforte».
Bell’aiuto gli avete dato, complimenti.
«Vede, il premier ha parlato di brigatismo giudiziario...»
Ah, quindi è colpa del premier.
«È colpa di un sistema che non funziona, le cui conseguenze sono riassumibili nel brigatismo giudiziario di cui parla il premier».
Si ma i manifesti?
«Io credo che i militanti abbiano fatto una sintesi di quell’espressione».
Sintesi infelice.
«Vero. Però, ripeto, è stata una provocazione. Esagerata, ma tale. Sono certo che l’obiettivo non fosse mancare di rispetto alle vittime del terrorismo, io per primo provengo dalla Dc, che fu duramente colpita dalle Br, con la perdita del suo presidente».
Siete tutti a citare Aldo Moro ultimamente.
«Non ho una veste tale da poterlo citare. Vorrei solo che fosse chiaro che la mia non è pavidità: non è mia la paternità di quei manifesti, ma sono il presidente onorario dell’associazione e allora eccomi, ci metto la faccia. E voglio anche rispondere a Gianfranco Fini».

Che c’entra Fini?
«Ha detto che bisogna individuare i responsabili. Per me è la conferma che, all’epoca di tangentopoli e ancora oggi, c’è stato e c’è anche un giustizialismo fascista».
A proposito di fasciocomunisti.
«Esattamente. Nella mia vicenda giudiziaria ebbe un ruolo di primo piano un soggetto poi divenuto esponente di An».
Chi è?
«Non è questo il punto».
E qual è il punto?
«Il punto è che ieri come oggi c’è un giustizialismo squadrista. Il punto sono i cinque anni e mezzo che ho trascorso ad aspettare un giudizio, con 42 giorni di ingiusta detenzione preventiva a San Vittore».
Lei era sindaco di Turbigo, provincia di Milano.
«La suora dell’asilo infantile mi diceva: “Prego il Signore che guidi la tua mano quando firmi i provvedimenti”».
Poi l’hanno accusata di tentata concussione.
«Assolto in primo grado con formula piena, la Procura nemmeno fece appello. Nel frattempo però mi dimisi da sindaco».
Son gesti che nessuno fa più.
«Ma ci credo! Quanti sono i casi come il mio? Noi siamo stati di-mis-sio-na-ti da Tangentopoli!».
Però così c’è il rischio che anche chi ha commesso reati gridi al killeraggio politico per nascondersi.
«Verissimo. Ed è per questo che il sistema penale va riformato. L’obbligatorietà dell’azione penale, per dire».
Aboliamola una volta per tutte!
«Lei scherza, ma è uno dei punti cardine: sacrosanto che il magistrato indaghi, il problema è come. Con quante risorse, in quali tempi. Perché per ammettere il patteggiamento in Militaropoli venne chiesta la restituzione della tangente e in Patentopoli no? Perché se rubi una mela a Genova prendi un mese e se la rubi a Torino due? Chi decide?».
Il giudice è soggetto alla legge.
«In teoria. Ma nella pratica siamo la patria dell’Azzeccagarbugli. C’è troppa discrezionalità. La colpa non è dei magistrati, è il sistema che non funziona».
A proposito di colpe, lei è stato risarcito?
«Lo Stato italiano è stato condannato per l’irragionevole durata del processo».
Che in termini economici significa?
«Cinquemila euro, nemmeno le spese legali mi hanno rimborsato. E nessuno mi ha risarcito per l’ingiusta detenzione. Ma vede, io ho grande rispetto per magistrati che hanno spesso enormi responsabilità».
La responsabilità civile dei magistrati non è mai stata applicata.
«Non chiedo che gli si stia col fiato sul collo. Ma è giusto che ci sia un controllo sul loro lavoro».
Quello c’è, spetta al Csm e al ministero della Giustizia.
«Non parlo di ispezioni. Dico che se un cittadino oggi va in tribunale e chiede di esaminare gli archivi per conoscere lo stato dell’arte per esempio delle denunce degli ultimi dieci anni, quante sono andate avanti, quali sono finite nel sottoscala, scoppia la rivoluzione».
Quindi?
«C’è una legge per gli enti locali, la 241 sulla trasparenza amministrativa, che consente al cittadino di controllare gli atti. Fatto salvo il segreto istruttorio bisognerebbe applicarne una simile anche alla giustizia, è un parallelismo che si può introdurre».
Lei è candidato per il Pdl a Milano. Vuole la rivincita?
«Era il 2006 quando ho trovato il coraggio di ripresentarmi con una lista a Turbigo».
È stato premiato?
«Sono stato eletto consigliere. Oggi spero solo di poter dare un contributo a palazzo Marino».



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La galassia dei salafiti, il lato oscuro dell’Islam

Il Mattino



GERUSALEMME - E’ stato un medico palestinese con passaporto egiziano nell’estate del 2009 a portare alla ribalta il movimento salafita nella striscia di Gaza. Abdul Latif Moussa, con un seguito di palestinesi armati fino ai denti, proclamava dai microfoni della piccola moschea Ibn Taymiya, l’istaurazione di un emirato islamico nel cuore del territorio controllato da Hamas.

Una sfida non accettabile per il movimento islamico che aveva strappato la Striscia all’Autorità nazionale palestinese. Il premier Ismael Haniyeh ordinò la repressione e dopo due giorni di feroci combattimenti sono morte venticinque persone, tra le quali sei civili. Cento i feriti. Novanta gli arresti. Secondo la versione ufficiale il leader del movimento, per non cadere nelle mani di Hamas, fece detonare la cintura esplosiva che indossava.

La teologia di questi gruppi islamici è il ritorno alle origini, alla purezza necessaria per affrontare le sfide del mondo moderno. Salafita deriva dalla parola araba salaf, ossia antenato, e i primi a imboccare questo percorso furono un riformatore egiziano e il suo discepolo siriano a cavallo della fine dell’ottocento. Da allora li troviamo un po’ ovunque nel mondo islamico ma fino a qualche anno fa l’unico gruppo ufficialmente riconosciuto era in Algeria. Due giorni dopo l’inizio della rivolta in Libia, annunciarono la loro presenza in Cirenaica per rivendicare la creazione di un califfato islamico.

A Gaza, i salafiti sono arrivati grazie a Hamas nel 2007. Dopo aver assunto il controllo della striscia, il movimento islamico si è dato da fare per modificare le regole del vivere quotidiano imponendo subito l’obbligo per le donne di arrivare a scuola con il capo coperto e le gonne lunghe. Una misura non sufficiente per i salafiti (alcuni dei quali si richiamano all’ideologia di al Qaeda pur non mantenendo rapporti con la cupola terroristica) e approfittarono dello spazio concesso da Hamas per scatenare una guerra aperta contro gli Internet caffè, contro botteghe di indumenti intimi femminili, contro i palestinesi cristiani. Attaccarono anche la biblioteca dell’Ymca, una scuola gestita dalle suore e una dell’Onu.

Oggi sono tre i gruppi salafiti principali nella striscia. Il Jund Ansar Allah (Soldati di Dio), nonostante lo scontro armato con Hamas è riuscito a rafforzarsi grazie ai traffici di contrabbando attraverso i tunnel che collegano Gaza con l’Egitto. Opera accanto ma non necessariamente d’accordo al Jaish al-Islam (Esercito dell’Islam) e al Jaish al Umma (Esercito della Nazione). Hamas, pur considerandoli una spina nel fianco, ha evitato di andare allo scontro diretto anche perché gli ultra-integralisti sono riusciti a strappare molti militanti al movimento islamico più moderato. Fonti vicine a Hamas parlano di poche centinaia di salafiti. I servizi segreti israeliani sostengono che sono diecimila.


E.Sal.

Sabato 16 Aprile 2011 - 12:44




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L'immodestia di Scalfari il super ego milionario del fondatore-vate

di Giuliano Ferrara



La vanità è una brutta bestia. Quando la vecchiaia si impa­dronisce di un uomo, e un fu­tile compiacimento di sé si insinua nel suo cuore, perfino la di­sperazione di vivere diventa ridi­cola



La vanità è una brutta bestia. Quando la vecchiaia si impa­dronisce di un uomo, e un fu­tile compiacimento di sé si insinua nel suo cuore, perfino la di­sperazione di vivere diventa ridi­cola. Prendiamo Eugenio Scalfari, il Fondatore della Repubblica , il giornale che ha esercitato ed eser­cita con successo una pedagogia autoritaria ma non autorevole (glielo disse addirittura l’avvocato Agnelli, sempre attento al quoti­diano- cognato). Da una sua bella vecchiaia, magari orgogliosa e su­perba, ma non vanitosa, avrem­mo avuto tutti qualcosa da guada­gnare.

Un bel vecchio sicuro della propria debolezza poteva riflette­re sulla sua boria fascista d’antan (scriveva allegramente su giornali del Duce, ma non se ne è mai as­sunto la responsabilità civile, reci­tando invece nella parte di un eroe longanesiano dell’eterno an­tifascismo bacchettone); poteva indagare sulle miserie di una sca­lata sociale e mondana che ha de­formato e massificato commer­cialmente la tradizione liberale del Mondo di Pannunzio, ma ha preferito lasciarsi pigramente coc­colare dai beautiful people di una Roma carina e indulgente; sareb­be stata una bella lezione intro­spettiva il suo riandare ai giorni in cui divenne un riccastro, sacrifi­cando a un pacco di miliardi debe­nedettiani le bellurie dolosamen­te bugiarde che raccontava sul­l’editore puro, e sul giornale che ha per soli padroni giornalisti libe­­ri e lettori, libertà inesistente scam­biata per solida paghetta nella ur­gente necessità di mettere insie­me la dote per le figlie, come disse giustificandosi, spudorato e inge­nuo; sarebbe stato bello se avesse denunciato il suo conflitto di inte­ressi con il proprio editore nella ventennale crociata antiberlusco­niana per st­rappare tanti bei milio­ni di euro all’Arcinemico, che ave­va rilevato Retequattro dal falli­mento degli eletti mondadoriani e poi la Mondadori dai suoi vecchi azionisti, lasciandogli la Repubbli­ca e il tesoretto dei giornali locali per imposizione politica di Craxi e Andreotti, intermediario Ciarrapi­co; e una meraviglia, sarebbe sta­to, uno Scalfari sereno, con qual­cosa di venerando sotto la sua or­namentale barba bianca, uno Scalfari equilibrato e non vacuo, non rancoroso, autoironico sul suo non facile rapporto di attrazio­ne verso la cultura che lo possiede ma che lui non possiede, la filoso­fia che biascica da liceale del se­condo banco, e magari capace di capire che la laicità è un valore lai­co e liberale, non una stupida con­fessione di fede e di ceto.

Niente da fare. Il Fondatore af­fonda sempre di più nell’immode­stia scritta, orale e televisiva. Si guarda pensare allo specchio, in­contra il cardinal Martini per sug­gerire una spiritualità severa, pro­fonda, ma la sua, non quella del prelato di riferimento. Butta fuori a ripetizione libri ariosi e primave­rili, bozze di un banale giornali­smo culturale di serie B, per farseli recensire con gridolini di pensosa delizia sul suo giornale.

S’incarta nelle varie «biennali della demo­crazia », dove i suoi scudieri neopu­­ritani, giuristi e ideologi altrettan­to vanagloriosi, gli apparecchiano un simulacro di idee e di pubblico che fa mercato, che fa soldi, che fa politica con mezzi spesso indecen­ti, da cinepanettone porno. Que­sto per la coltivazione dell’amor proprio dal basso. Intanto il suo italianista de chevet , debole in con­giuntivi, lo sprona a tirare le conse­guen­ze dei suoi ragionamenti sul­l’Arcinemico, a chiamare i Carabi­ni­eri e la Polizia di Stato per conge­lare le Camere in una bella prova di forza dall’alto. Il liberalismo del 113. In molti, tra i miei amici, aveva­no provato a restituire a Scalfari un po’ di fiducia in se stesso,solle­citandolo a essere come vorrebbe apparire, una specie di piccolo Montaigne meridionale, un diari­st­a introspettivo di magagne trop­po umane, e non una caricatura di filosofo, un guru pomposo e sem­­plicista per una élite di ignoranti in molta fregola, pieno di albagìa e di intolleranza.

Non c’è stato ver­so. Viltà e vanità sono il carattere, evidentemente indelebile, del chierico italiano medio, il suo stig­ma botanico, la parte che riceve quella che Jonathan Franzen de­scrive come «l’impollinazione cul­turale » dei liberal derelitti e medio­cri nonostante tanta volgare pre­sunzione di sé. Peccato, e pazien­za. Bisognerebbe sottoporre il pe­tulante narciso alla cura del silen­zio, che gli farebbe un gran bene. Non fosse che per questo Paese soffocato dai cercatori di applau­so, intontito dagli amplificatori di un senso comune forcaiolo e fazio­so, la cura delle vanità è un sottile quotidiano veleno, fa male, sfini­sce, imbruttisce.




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Due euro al giorno, ma tutti miei» Piccoli capitalisti crescono a Cuba

Corriere della sera

Al via il Congresso comunista. Raúl Castro: cambiare, ma con giudizio


L'AVANA - Nestor ha fatto il suo ingresso nel capitalismo a 72 anni. Più cauto di così è impossibile: vende soltanto aghi per macchine da cucire, appena due tipi, a cruna più o meno fina, agli angoli delle strade. Gli aghi sono conficcati in un pezzo di polistirolo, e sulla camicia Nestor esibisce la licenza, l'autorizzazione dello Stato. Tutto regolare, anche se il fatturato è quel che è: una cinquantina di pesos cubani al giorno, meno di due euro. Ma come direbbe la famosa pubblicità, lavorare in proprio non ha prezzo, ci assicurano barbieri, calzolai, orefici, manicure, idraulici e venditori di cd. E soprattutto è necessario, davanti ai simbolici stipendi dell'egualitarismo.

Anche l'ambulante con gli aghi fa parte della nuova Cuba, sorta da quando cioè il regime ha liberalizzato mestieri e professioni (una lista di 178 piccole attività), per alleggerire il monopolio dello Stato e diminuire i posti di lavoro garantiti ma inutili. Mossa decisa da Raúl Castro in preparazione del congresso del Partito comunista che si è aperto ieri all'Avana. È appena la sesta assise dalla Revolución ad oggi, ed è stata rinviata più volte. Riformare Cuba senza far saltare tutto, lo sanno loro per primi, non è facile: per questo l'ultimo Congresso risale al 1997, quattordici anni di tentennamenti e dietrofront.

«O cambiamo o finiamo dritti al fallimento», ha ammesso Raúl qualche mese fa. Ieri lo ha ribadito: a Cuba lo Stato deve diventare più leggero e il sistema deve uscire dall'inerzia, proseguendo con le riforme e diminuendo la burocrazia. Due le novità che verranno approvate dal Congresso. Basta con il potere a vita, gli incarichi di Stato e di governo dureranno al massimo dieci anni, due mandati da cinque. Presto verrà eliminata la distribuzione di alimenti a prezzo irrisorio, la libreta di razionamento in vigore da mezzo secolo. Iniezioni di mercato, ma con calma, avverte Raúl. Nulla invece su aperture politiche o pluralismo.


Nel frattempo il volto dell'isola sta cambiando. L'Avana, per esempio, pullula di ambulanti, banchetti artigianali e piccoli bar. Per verificare che non sia solo una corsa a intercettare la valuta pregiata dei turisti ci siamo spostati a Mantilla, un quartiere della periferia della capitale. Il fenomeno è capillare, fin troppo: sono decine gli orologiai e gli orafi lungo poche centinaia di metri, e viene da chiedersi se ci sia lavoro per tutti. Sono mestieri a investimento di capitale prossimo allo zero, bastano pinze, giraviti di precisione e poco d'altro.

In buona parte si tratta di persone che lo facevano già da prima, in maniera informale. La straordinaria capacità dei cubani di riciclare e riparare l'impossibile, dalle auto Buick degli anni '50 ai ventilatori sovietici, si ritrova nell'offerta di viti, rondelle, dadi e chiodi, presente ad ogni angolo di strada. Insieme a improbabili pezzi di ricambio di oggetti che in altro luogo sarebbero finiti nella pattumiera da anni. Qui no, semplicemente perché sono insostituibili.

Davanti alla collezione di dischi da motosega di Juan Ramirez, in affari da appena un mese, si discute di tasse e regolamenti. «Se vale la pena ancora non lo so. Pago un fisso di 240 pesos al mese più il 30 per cento su quello vendo. Come fanno a sapere quanto vendo? Boh, si fidano». «Dopo mezzo secolo a Cuba si è persa la cultura delle tasse, è normale. Quasi tutti non sanno cosa siano», ci spiega l'elegante signora Elidia Herrera, 68 anni, professoressa di italiano a Mantilla.

Professore di lingue, altra attività a investimento zero. Ma per aprire una cafeteria, un piccolo ristorante, un negozio di vestiti, da dove vengono i capitali in un Paese dove ufficialmente tutti guadagnano appena una ventina di euro al mese? «In realtà molti hanno denaro nascosto, ottenuto più o meno legalmente - spiegano in un mercatino di cuentapropistas (lavoratori per conto proprio), lungo la avenida 10 de octubre -. E poi c'è il lavaggio di denaro a Miami. Si fanno arrivare i propri risparmi ai parenti negli Stati Uniti, che li rimandano qui con tutte le carte in regola».

Sublime, e tutta cubana, è anche la contraddizione che riguarda un'altra attività in proprio ora lecita, quella di «comprador e vendedor de discos», cioè di musica e video. L'offerta di molti banchetti farebbe invidia a Blockbuster, ma è tutto piratato. Cioè lo Stato ha legalizzato la vendita di materiale illegale. Niente di strano a Cuba, dove anche la tv manda in onda i cartoni animati che prende dai satelliti americani. Dal Congresso ora in molti si aspettano una parola in più sulle case, la possibilità di vendere e compare immobili, senza passare dalla finzione della permuta con mazzetta che regola da anni il mercato. Aver atteso 14 anni solo per questo suscita un notevole livello di ironia tra la gente, ma questa è Cuba: anche soltanto evitare una marcia indietro, qui è considerato un passo avanti.

Rocco Cotroneo
17 aprile 2011

Brescia, la vera storia della bella Jamila promessa in sposa per un mutuo

Corriere della sera


I fratelli speravano di ricavare soldi. Lieto fine: «Sceglierò io il marito, ora sono serena»



BRESCIA - Finalmente, ieri, era serena. «Voglio vivere qui. Ora so che nessuno mi può costringere a tornare in Pakistan, so che posso continuare a studiare per prendere il diploma e trovare un lavoro, so che posso realizzare il mio sogno: avere una famiglia, un giorno, con l'uomo che sceglierò». Diceva questo, seduta sul divano rosso del soggiorno con il suo hijab colorato in testa, mentre parlava al telefono con le persone che l'hanno aiutata a ritrovare il diritto più importante conquistato in Italia: vivere la sua vita.

Jamila è una bella ragazza di 19 anni, alta un metro e ottanta, molto educata e timida. Abbassa gli occhi quando incrocia uno sguardo, rispetta sempre quello che chiedono di fare sua madre o i fratelli, tre in tutto, due più grandi e uno più piccolo di lei. Ha detto sì anche quando le hanno proibito di continuare ad andare a scuola, una settimana fa. Nessuna minaccia, solo una nuova regola da seguire: non ti è permesso uscire di casa da sola. Jamila ha ubbidito, come sempre. Ma questa volta il sacrificio era grosso. A lei la scuola piace, si è impegnata a superare il deficit della lingua, per lei che è arrivata a Brescia 13 anni fa. I primi due anni li aveva persi, ma adesso aveva preso il ritmo giusto. Lo scrive il suo prof Fabio M. nella lettera pubblicata l'altro ieri dal quotidiano locale BresciaOggi. «Ha saputo da sola risollevare le proprie sorti, arrivando ad avere un pagellino infraquadrimestrale immacolato, corredato da una condotta irreprensibile». Jamila, però - prosegue l'insegnante - ha un difetto: «E' bellissima, di una bellezza magnetica, arcana». Ed è questo che ha spinto i fratelli a tenere la ragazza in casa. Con l'idea di riportarla in Pakistan per darla in moglie a uno dei cugini. Il docente in un passaggio ricorda con rammarico una delle ultime chiacchierate fatte con la studentessa, quando lei si era confidata: «E' limitante, triste, brutto essere una ragazza pachistana della mia età, dover vivere per l'onore della propria famiglia e non per sé. Non avere la benché minima libertà di andare, di dire, di fare».

La lettera crea subito allarme. E' ancora vivo il ricordo di Hina Saleem, uccisa proprio qui nel Bresciano ad appena vent'anni, nel 2006, perché si era troppo «occidentalizzata». Così la squadra mobile guidata da Riccardo Tumminia si precipita nell'appartamento, preparandosi a trovare una giovane segregata. In realtà la porta è aperta, basta abbassare la maniglia. La casa è modesta e dignitosa, molto pulita. Jamila è con sua madre. Dice la verità: «Non posso uscire da sola, non posso più andare a scuola». I poliziotti invitano le due donne a seguirli in questura e lì cominciano a chiarirsi i contorni di questa storia che, più di tutto, sa di arretratezza culturale, isolamento sociale e miseria.

«Il padre di Jamila è morto due anni fa per un infarto mentre lavorava in fonderia», spiega Silvia Spera, che nella segreteria Cgil a Brescia si occupa della mediazione con la comunità di 28 mila pachistani. «Non era iscritto al sindacato e la sua assicurazione contro gli infortuni era scaduta: insomma la famiglia non ha potuto avere alcun risarcimento. La moglie e i figli, allora, si sono rivolti a un legale, che ha suggerito loro di non pagare più la rata del mutuo sulla casa fino alla conclusione della causa. Con quindici mesi arretrati, la banca stava minacciando di riprendersi l'appartamento. In questo contesto è maturata l'idea sconsiderata di tornare in Pakistan e combinare il matrimonio dell'unica figlia femmina con un familiare benestante, in modo da risolvere i problemi economici». Con la sindacalista, venerdì sera in Questura, c'era il console Syed Muhammad Farooq, chiamato per far capire ai fratelli di Jamila che da nessuna parte sul Corano c'è scritto che una ragazza non può uscire da sola, non può andare a scuola, non può scegliere di amare chi vuole.

«Un altro elemento di questa storia è la grande gelosia dei ragazzi verso la sorella, frutto di un retaggio culturale antico. Si sono giustificati così: non volevano che lei diventasse oggetto delle attenzioni di altri uomini, probabilmente nell'eventualità che si innamorasse di qualcuno e che andasse a monte la possibilità di un matrimonio combinato con il cugino», aggiunge il dirigente della polizia Riccardo Tumminia.

I familiari sono stati redarguiti a dovere: il loro comportamento era appena al di qua del confine che segna il limite con i reati di sequestro di persona, minacce e violenza. Si sono impegnati tutti e domani Jamila tornerà a scuola. Il console, scherzando, le ha garantito che se qualcuno vorrà farla rientrare in Pakistan contro la sua volontà lui metterà il suo nome su una lista nera e nessuno la farà mai passare alla frontiera. La Cgil prenderà in mano la questione del risarcimento per la morte del papà della ragazza. E i fratelli, con qualche difficoltà, dovranno adattarsi all'idea che Jamila ora balla da sola. Un diritto guadagnato sul campo, con la sua rivolta gentile.

Elvira Serra
(Ha collaborato Giuseppe Spatola)
17 aprile 2011




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