sabato 16 aprile 2011

Il premier: voglio la verità Pm associazione a delinquere?

di Redazione


Dal Palacongressi di Roma, il presidente del Consiglio tuona contro la magistratura "permeata dalle idee della sinistra" e che "cerca di cambiare ciò che gli italiani hanno deciso con il loro voto". "Da 17 anni cercano di farmi fuori, ma io non mollo e resterò qui finché sarà necessario per difendere la libertà degli italiani". Poi attacca la sinistra: "Pur di colpirmi nuoce al Paese". Sul processo Mediaset: "Lunedì mi sono trovato dentro una macchina processuale infinita per un processo risibile che un altro presidente del Consiglio non può mai vedere avverarsi". Il Cav ha poi espresso la necessità di "una commissione d’inchiesta parlamentare per accertare l’esistenza di un’associazione a delinquere a fini eversivi dentro la magistratura"



"Non mollo finché, ci sarò finché sarà necessario". Il presidente del Consiglio, dal palco del Palacongressi alla convention Pdl "Al servizio degli italiani", parla ai suoi sostenitori e affronta temi come la giustizia e il futuro del partito. Per quanto riguarda le riforme il Cav afferma che "cerchiamo il dialogo ma la sinistra ci costringe ad andare da soli, poi, siccome la sinistra normalmente dice che ciò che facciamo è sbagliato, allora siamo costretti a fare da soli, ma non è che ci piaccia". "Una sinistra che pur di colpirmi nuoce al Paese". "Abbiamo a che fare con un'opposizione che è rimasta quella di sempre. Ha sposato l'ideologia più disumana della storia dell'uomo che è il comunismo. I leader dell'opposizione sono gli stessi giovani dell'89 quando cadde il muro di Berlino: non ebbero il coraggio di dire che avevano torto", ha continuato Berlusconi.

Serve riforma della giustizia Poi il Cav è passato a parlare della riforma della giustizia e non ha risparmiato commenti nei confronti della magistratura "permeata dalle idee della sinistra e che vuole sovvertire il voto degli italiani"."In termini crudi questa si chiama eversione", ha detto il premier che poi ha citato Craxi "accusato di tutto e di più, di aver ammassato ricchezze, tutto dimostratosi infondato quando ormai era morto". Un passaggio che ha fatto scattare la standing ovation del pubblico presente. "Serve una commissione d’inchiesta parlamentare per accertare l’esistenza di un’associazione a delinquere a fini eversivi dentro la magistratura. Questa è una patologia della democrazia con cui noi dobbiamo fare i conti, una parte della magistratura ha un ruolo eversivo". "In uno Stato che si definisce democratico i cittadini non possono sentirsi spiati quando alzano il telefono e vedere poi le loro conversazioni sui giornali in modo distorto. È una cosa inaccettabile perché la privacy va sempre tutelata", ha poi aggiunto Berlusconi.

Il processo Mills è eversivo Il Cav ha poi ribadito l'urgenza di una riforma della giustizia, della responsabilità civile dei magistrati e di modificare l'architettura istituzionale, perché il Consiglio dei ministri "non ha poteri". Il Cav è tornato a parlare anche del processo Mills ("E' eversione") difendendo la sua estraneità dai fatti e sostenendo che l’avvocato inglese non sia mai stato corrotto, ma abbia semplicemente tentato di evadere il fisco inglese. Siccome però "è uno sfigato", aggiunge, è stato coinvolto in una storia giudiziaria che lo ha portato alla condanna.

Sul processo Mediaset  "Lunedì mi sono trovato dentro una macchina processuale infinita per un processo risibile che un altro presidente del Consiglio non può mai vedere avverarsi, me ne sono andato che c’era un’atmosfera surreale", ha dichiarato Berlusconi in merito al processo che lo vede coinvolto. Poi il premier, parlando della riforma della giustizia, ha liquidato come critiche "senza senso del ridicolo" le accuse di danneggiare le famiglie delle vittime di tragedie come il terremoto di L’Aquila o il treno di Viareggio, a causa della legge sul processo breve. "Tutti i Paesi distinguono tra incensurati e no, e quindi modulano diversamente la prescrizione", ha spiegato il presidente del Consiglio. Dunque Berlusconi, come aveva fatto in Parlamento il ministro Alfano, ha ricordato che "il processo di Viareggio prevede due reati: il disastro ferroviario si prescrive in 23 anni, cioè fino al 2032. L’omicidio colposo plurimo invece in 34 anni, cioè c’è tempo fino al 2044. Per Cirio e Parmalat, invece, i tempi sono "da 18 anni e qualche mese a 17 anni e qualche mese". Ecco dunque una "legge imposta dall’ Europa che ci ha imposto multe per milioni".

Vinceremo alle amministrative Infine, Berlusconi si è detto convinto di vincere le prossime amministrative e ha invitato ad aprire le porte del Popolo delle libertà a tutti gli italiani. Poi è tornato a parlare anche della situazione della scuola pubblica e ha detto: "La sinistra dice che io ho attaccato la scuola pubblica, non è vero: ho semplicemente detto che, se una famiglia poco abbiente manda il figlio in una scuola pubblica e per sfortuna si trova un’insegnante di sinistra che vuole inculcargli dei valori diversi rispetto a quelli della famiglia, lo Stato attraverso le Regioni deve intervenire e dare a quella famiglia il sostegno adeguato per mandarlo in una scuola privata e cattolica".





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Non era segregata, tornerà a scuola» Si risolve il caso della giovane pakistana

Corriere della sera


Polizia e console pakistano incontrano la famiglia: «La proteggevamo da disonorevoli attenzioni»



MILANO - Si risolve in poche ore il caso della ragazza pakistana di 19 anni che da alcuni giorni era stata obbligata dalla famiglia a non frequentare l'istituto professionale di Brescia dove è iscritta al primo anno. La polizia ha convocato i fratelli e la madre per fare piena luce sulla vicenda e dopo un lungo incontro in questura, a cui ha partecipato anche il console pakistano, la vicenda si è chiusa in modo positivo faccenda si è risolta.

NESSUNA VIOLAZIONE - Da lunedì la 19enne, che ha sempre ottenuto brillanti risultati nello studio, potrà tornare a scuola e non andare in Pakistan per sposare nessuno che non sia di suo gradimento. Il console è riuscito a spiegare ai fratelli che non avrebbero violato nessun principio dell'Islam se avessero accettato di far frequentare le lezioni alla sorella. «La famiglia, che considerava disonorevoli le attenzioni ricevute dalla giovane e riteneva di doverla tutelare, si è molto stupita delle parole del console ma allo stesso tempo si è sentita rasserenata - spiega il dirigente della squadra mobile di Brescia - e alla fine ha accettato. Anche perché il console è considerato la maggiore autorità tra la comunità pakistana. Così sono stati riconsegnati alla ragazza i suoi diritti fondamentale e potrà muoversi liberamente. La questione si è rivolta nel migliore dei modi e al momento non ravvisiamo alcuna violazione del diritto penale quindi non abbiamo dovuto denunciare nessuno, e questo ha contribuito a creare un clima favorevole».

Redazione Online
16 aprile 2011



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Testimone di Geova rifiuta trasfusione e muore. La figlia si era rivolta al tribunale

Corriere della sera


La 68enne aveva gravi problemi gastrointestinali, ma non si possono imporre cure a chi è capace di intendere



MILANO - Ha rifiutato, in nome delle sue convinzioni religiose, una trasfusione di sangue che forse avrebbe potuto salvarle la vita. La figlia ha invocato persino l'intervento della magistratura, per «obbligare» la madre a lasciarsi curare, ma la sua istanza è stata respinta per un vizio di forma. E così Annunziata Iannicelli, 68 anni, ligure, appartenente ai Testimoni di Geova, è morta dopo quasi due mesi di sofferenze all'ospedale Saint Charles di Bordighera.

IL RICOVERO - Annunziata Iannicelli era stata ricoverata il 24 febbraio scorso a Bordighera per gravi problemi gastrointestinali. Dimessa, dopo qualche giorno era stata nuovamente ricoverata per il peggiorare delle sue condizioni. A quel punto i medici le hanno proposto una trasfusione di sangue e la donna, sempre cosciente e presente a se stessa, ha detto di no. La figlia, Maria Tronti, ha deciso allora di rivolgersi alla magistratura, anche per legge nessuno può imporre una cura se il paziente è in grado di intendere e di volere. L'istanza è stata respinta per un vizio di forma della domanda con cui la donna chiedeva di ai giudici di far intervenire i sanitari dell'ospedale.

IL PRECETTO - I Testimoni di Geova vietano le trasfusioni di sangue rifacendosi a un passo del libro biblico del Levitico, e sostengono che accettare di proposito una trasfusione di sangue, anche per salvarsi la vita, costituisce una grave violazione dottrinale. Alcune Asl si sono adeguate introducendo la possibilità di scelta di trattamenti alternativi alla trasfusione di sangue da donatore, come il recupero intraoperatorio e l'emodiluizione. «Ognuno può credere in quello che vuole, ma in questo caso c'è di mezzo una vita, quella di mia madre», era stato il disperato appello della figlia. Ma non è servito a nulla.


Redazione online
16 aprile 2011



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Sul francobollo la Statua della Libertà sbagliata

La Stampa





Clamoroso errore delle Poste americane: un francobollo dedicato alla Statua della Libertà di New York raffigura invece una copia della statua esposta da alcuni anni in un casinò di Las Vegas.

L’idea iniziale era quella di rendere omaggio alla celebre immagine della statua eretta 125 anni fa nella parte bassa di New York. Dopo avere studiato numerose immagini della Statua della Libertà era stata scelta una fotografia che mostrava un primo piano del volto austero e della testa coronata della celebre lady di New York. Ma un collezionista di francobolli dall’occhio attento ha notato alcune differenze tra le due immagini: la statua mostrata sul francobollo ha i capelli leggermente diversi rispetto all’ originale e anche le sguardo appare molto più penetrante.

Il collezionista si era messo subito in contatto con la "Linn’s Stamp News", la pubblicazione considerata la "Bibbia" degli appassionati di francobolli. Le poste americano hanno riconosciuto l’errore. Ma cercando di fare buon viso a cattivo gioco hanno fatto sapere di non avere alcuna intenzione di cambiare l’immagine sul francobollo né tantomeno di ritirarlo. Questo dovrebbe impedire che il francobollo sbagliato assuma un valore particolare per i collezionisti, anche a causa dell’enorme numero di esemplari in circolazione.

«Il design del francobollo ci piace molto e avremmo scelto questa immagine in ogni caso», ha affermato Roy Betts, portavoce delle Poste statunitensi. Il portavoce ha comunque aggiunto che le poste Usa sono spiacenti per l’errore commesso e che «stanno riesaminando le loro procedure per evitare che una situazione del genere possa ripetersi». L’emissione del francobollo era statua accompagnata con la diffusione di materiale informativo sulla storia della Statua della Libertà, senza mai fare menzione di Las Vegas.




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«Abbiamo ucciso noi Arrigoni» Confessano i due rapitori salafiti

Corriere della sera

La salma non passerà da Israele. Ban Ki-Moon: «Un crimine atroce»


MILANO - Hanno confessato due dei militanti salafiti arrestati venerdì dalla polizia di Hamas nella Striscia di Gaza nel quadro delle indagini sul rapimento e l'uccisione del volontario italiano Vittorio Arrigoni. Lo riferiscono all'Ansa fonti investigative locali, precisando che uno dei due è ritenuto il killer di Arrigoni, mentre l'altro ha ammesso di avere svolto un ruolo di fiancheggiatore nella logistica del sequestro. Fonti di uno dei gruppi ultraintegralisti salafiti della Striscia di Gaza hanno ammesso sabato, parlando con l'Ansa, la responsabilità di una loro cellula «fuori controllo» nel rapimento e nella feroce uccisione dell'attivista italiano. «A uccidere Vittorio - ha aggiunto - è stato un gruppo di estremisti isolati».

LA SALMA - La salma dell'attivista italiano potrebbe essere trasferita in Egitto domenica (ma non prima), tramite il valico di Rafah, per poi proseguire verso l'Italia. Lo si è appreso da fonti palestinesi informate a Gaza City. Secondo queste fonti, un legale italiano è partito per il Cairo per conto della famiglia di Arrigoni, per occuparsi proprio del trasferimento della salma dall'Egitto e delle procedure necessarie. La famiglia, come ha confermato la madre dell'ucciso, vorrebbe evitare il passaggio del feretro attraverso Israele, per rispetto alla memoria dello scomparso e alla sua battaglia contro le politiche israeliane nei territori palestinesi. Battaglia che in alcuni casi costò a Vittorio Arrigoni provvedimenti di fermo da parte delle autorità israeliane e brevi periodi di detenzione. Il riconoscimento del corpo di Arrigoni è stato effettuato dai suoi compagni presso l'ospedale di Shifa che hanno riferito come l'uomo «perdeva sangue da dietro la testa» e «sui polsi recava i segni delle manette». Vittorio Arrigoni doveva rientrare in Italia per partecipare agli appuntamenti in memoria di Peppino Impastato.


I TRIBUTI - Intanto la società civile palestinese lo commemora, interrogandosi sugli assassini e le loro motivazioni. Hamas, senza indugi, punta il dito contro Israele. Mentre in Italia cresce lo sdegno per la «barbarie terroristica». L'uccisione a Gaza di Vittorio Arrigoni - attivista dell'International solidarity movement (Ism) - da parte di un presunto gruppo salafita ha scosso la popolazione palestinese, che ha commemorato il volontario italiano. «La società civile palestinese è indignata, ha organizzato diverse manifestazioni per dimostrarlo. E questa è la ragione che ci spinge a restare» ha dichiarato Silvia Todeschini, attivista, come Arrigoni, dell'Ism.

NOSTRO MARTIRE - E se per Samir Al Qariouty, commentatore per Bbc e Al Jazeera chi ha ucciso Arrigoni voleva colpire la causa palestinese, Hamas è stata ancora più diretta, accusando esplicitamente Israele. L'organizzazione, che governa la striscia di Gaza e a cui i sequestratori di Arrigoni avevano chiesto la liberazione di loro uomini detenuti dalla polizia palestinese, ha puntato il dito esplicitamente contro lo Stato ebraico. Il premier di Hamas Ismail Hanyeh ha telefonato alla famiglia di Vittorio Arrigoni, e ha promesso che «sarà fatta giustizia»: «Non ci sono parole per esprimere la condanna di un crimine così efferato, che non rappresenta il popolo palestinese. Abbiamo fatto tutto il possibile per cercare di ritrovarlo prima di quel drammatico epilogo. Vittorio è un nostro martire».

AL QAEDA - Ma secondo il sito israeliano Debka, vicino all'intelligence di Gerusalemme, Arrigoni sarebbe stato ucciso dalla principale organizzazione di al Qaeda presente nella Striscia di Gaza, Al-Tahwir al-Jihad, perché sospettato di essere una spia, anche se il movimento smentisce ogni suo coinvolgimento. Intanto, sul piano delle indagini, due uomini, presunti membri del gruppo di sequestratori che ha rapito e ucciso Arrigoni, sono stati già arrestati dalle forze di sicurezza di Hamas nella Striscia di Gaza, e si sta «ricercando un terzo uomo». Il corpo senza vita del cooperante italiano è stato ritrovato all'interno dell'abitazione di uno degli estremisti. Secondo le prime ricostruzioni, il 36enne italiano sarebbe stato strangolato dai suoi sequestratori.

BAN KI-MOON - L'uccisione di Vittorio Arrigoni è un «crimine atroce» i cui «responsabili devono essere portati al più presto davanti alla giustizia» afferma il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, in una dichiarazione diffusa dal suo portavoce. «Questo crimine - ha ricordato Ban - è stato commesso nei confronti di una persona che è vissuta e ha lavorato tra la gente a Gaza».

NAPOLITANO - In Italia, intanto, cresce lo sdegno per l'omicidio. In un messaggio inviato alla madre di Arrigoni, Egidia Beretta, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso «sgomento» e «repulsione» per la «barbarie terroristica». «La comunità internazionale tutta - ha sottolineato il capo dello Stato - è chiamata a rifiutare ogni forma di violenza e a ricercare con rinnovata determinazione una soluzione negoziale al conflitto che insanguina la regione». A quello del presidente si sono aggiunti innumerevoli messaggi di cordoglio del mondo politico e della società civile italiana, scesa in piazza nel pomeriggio di venerdì a Roma, Milano e Torino.

Redazione online
16 aprile 2011

La Consulta avverte: «La maggioranza non può fare quello che vuole»

Il Messaggero


De Siervo: la Carta si può cambiare, ma non farla a pezzi
Ruby, spunta nuova “salva-premier”. L'Idv attacca: indecente








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Ikea e lo spot dei picciotti ambientalisti

Corriere del Mezzogiorno


Bufera sui social network: «Offeso il Sud». L'azienda: «Tutto in buona fede, ma ci scusiamo coi meridionali»


Lo spot Ikea The Very Good Fellas, ideato dall'agenzia 1861united guidata da Pino Rozzi e Roberto Battaglia, è in onda sia in tv che sul web dallo scorso 3 aprile. Ideato dai direttori creativi Francesco Poletti e Serena di Bruno, il video promozionale tenta di lanciare una nuova linea di cucine preoccupandosi anche di strizzare l'occhio al rispetto per l'ambiente. Il messaggio del promo è semplice: le immagini partono con una bella villa sullo sfondo e con due uomini che per aspetto, accento ed atteggiamenti ricordano le classiche figure macchiettistiche dei mafiosi. Uno di questi, parlando in dialetto napoletano, chiede aiuto a quello che sembrerebbe il tipico picciotto siciliano per spostare un grosso sacco dell'immondizia dal contenuto sospetto. La seconda parte del video mostra altri apparenti mafiosi che si aggirano indaffarati attorno ad un tavolo dove un uomo (vestito in stile "Il Padrino") sembra privo di sensi. Al termine dello spot, si intuisce però che tutti i "bravi ragazzi" stanno solo compiendo buone azioni nei confronti dell’ambiente; preparando insieme un pranzo tra amici. Lo slogan finale recita difatti: «Comportarsi bene in una cucina Ikea è più naturale».




LE REAZIONI SU FACEBOOK E YOUTUBE - La pubblicità ha scatenato dopo poche ore dalla diffusione sul web un vespaio di polemiche e di proteste da parte di numerosi cittadini meridionali dichiaratisi profondamente offesi dagli stereotipi utilizzati nel messaggio veicolato dalla nota azienda svedese: «Ah perché poi Napoli è solo questa? - si interroga indignata una delle iscritte alla pagina ufficiale di Ikea Italia - Ah no, giusto, bisogna far vedere al mondo solo la faccia sporca (che tra l'altro è stata sporcata da altre persone e non dai diretti interessati)... Già non compravo da ikea, pensa ora... Questo spot è una vergogna!!!» «Il Sud (Campania e Sicilia) sa comportarsi meglio di coloro che hanno progettato questo spot e ancora meglio di coloro che "adorano" questi sporchi luoghi comuni». Dello stesso avviso anche Angelo Forgione del movimento "Vanto":«Spot vergognoso pieno zeppo di luoghi comuni contro i meridionali. Anche io non compro più Ikea». Tra blog, social network e You Tube, si sono registrate anche reazioni positive («Ma cosa ha di offensivo questo video? Cosa vi turba e vi indigna? A sto punto censuriamo anche "Il Padrino" o serie televisive come "I soprano"» scrive comunicattivo86 ) ma, nella maggior parte dei casi, i commenti sono stati mediamente poco generosi. Inoltre, sotto il riquadro video, la spia rossa «non mi piace» prevale di gran lunga sul «mi piace».

LA RISPOSTA DEL MANAGER IKEA ITALIA - A dare l'ok per la diffusione dello spot The Very Good Fellas è stato il Marketing Manager Ikea Italia Retail srl Fabrizio Concas: «Prima di tutto devo constatare che, al contrario di ciò che comunemente si dice, la pubblicità è molto seguita - precisa Concas -. In secondo luogo ci tengo molto a sottolineare che abbiamo scelto un taglio simile in totale buona fede e che, naturalmente, non credevamo che il messaggio dello spot avrebbe potuto in qualche modo offendere i meridionali o essere frainteso in questo modo». «Evidentemente - continua il manager - ci sono persone che cavalcano alcuni sentimenti di divisione e che utilizzano la strumentalizzazione ogni volta che possono. Ero convinto che oggi si fosse superato il tema di contrasto tra Nord e Sud del paese ma, dopo le reazioni che ho registrato, devo dire che forse mi sbagliavo. In ogni caso - conclude Concas - ci teniamo a scusarci con tutti i meridionali che si sono sentiti offesi dalla nostra pubblicità». Pubblicità che, in ogni caso, ha ottenuto lo scopo di far parlare moltissimo sia dell'azienda che del nuovo prodotto lanciato sul mercato.


Germano Milite
16 aprile 2011


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Caso Del Turco, la "svista" imbarazza la procura

di Gian Marco Chiocci



Sanitopoli abruzzese: nonostante le prove indagini bloccate sulla fuga di notizie prima degli arresti eccellenti. Cazzola (Pdl): "Le intercettazioni portano a Confindustria, dove opera il compagno della Gip"



nostro inviato a Pescara

Nell’inchiesta sulla Sanitopoli abruzzese che ha smantellato l’amministrazione regionale portando in carcere il governatore Ottaviano Del Turco e parte della sua giunta, le anomalie (e le sviste) si sprecano. E non solo perché si è arrivati al rinvio a giudizio senza aver trovato una sola prova della presunta corruzione da parte del re delle cliniche private Vincenzo Angelini (le cui parole sono state prese per oro colato da quella procura di Pescara che ha però «trascurato» la sua bancarotta da 200 milioni di euro scoperta invece dalla procura di Chieti). Bensì perché su tanti punti del procedimento, l’ufficio del procuratore capo Nicola Trifuoggi si è mostrato o troppo affrettato nelle conclusioni o un tantino distratto da quel che di grave le perizie contabili, i rapporti dei carabinieri del Nas, le informative della Gdf e della Banca d’Italia andavano evidenziando proprio sul «pentito» Angelini. E così, incuriositi da un’interrogazione parlamentare presentata dal deputato Pdl Giuliano Cazzola, siamo andati a cercare i riscontri a un’altra «svista» sul Gip che ha recepito in toto la richiesta d’arresto della procura.

La storia si ricollega a una clamorosa fuga di notizie sull’imminente retata del 14 luglio 2008, emersa con la trascrizione di alcune telefonate intercettate. Il medico Giovanna Calignano, recentemente scomparsa, parlando con l’amico Angelo Bucciarelli, il 9 luglio si lascia sfuggire che «in settimana ci saranno brutte novità (...). Hanno chiuso tutto ormai, ha cantato, tranquillo». Chi ha «chiuso» e chi ha «cantato» non si capisce. Commenta la Guardia di finanza: «Giovanna dice di avere una fonte sicura e che sarebbe successo (ricezione della confidenza) lunedì/martedì». L’imbeccata si rivela esatta poiché il blitz scatta effettivamente il lunedì successivo.

Il sabato che precede la retata, la Calignano si confida con certo Pietro Iacobitti: «Sono in possesso di notizie su qualcosa di imminente che riguarda la Regione, la sanità...». La mattina degli arresti, alle ore 9.07, confessa a Stefano: «La notizia era sicura, è stato quello... il canarino... che ha cantato». Tempo mezzora e la dottoressa si confronta con un certo Ettore, in quel momento sconosciuto alla Gdf, informandolo che «è successo tutto quello che lui aveva previsto». Ettore è di poche parole: «Te l’avevo detto che era nell’aria». Sei ore più tardi conversando con l’ex finiano Giampiero Catone, sempre la Calignano si lascia sfuggire un dettaglio fondamentale per stanare la talpa istituzionale: «L’avevo saputo perché l’avevano detto a Confindustria, capito? Una settimana fa».

Il legame fra il misterioso Ettore e Confindustria emerge, nel frattempo, dall’esame dei tabulati telefonici «laddove l’utenza risulta intestata all’Associazione degli industriali della provincia di Chieti, via Laghetto Teatro Vecchio 4». Il misterioso Ettore è presto identificato: «Trattasi dell’avvocato Ettore Maria Del Grosso» dirigente «della Confindustria di Chieti». Se Del Grosso sarebbe l’autore della soffiata alla Calignano, chi avrebbe soffiato la notizia a Del Grosso? Non lo sapremo mai perché gli accertamenti non camminano spediti di pari passo all’ulteriore indizio cristallizzato nella telefonata del 28 luglio, ore 19.38, fra la Calignano e il figlio.

«Giovanna - sottolinea annota la Gdf - racconta di aver incontrato la persona (ore 16, avvocato Remo Di Martino) con la quale aveva un appuntamento e questi le ha chiesto quali siano le sue intenzioni. Giovanna spiega che lui (avvocato) è andato a parlare (in procura) e gli hanno riferito che non hanno bisogno di lei e che lei non c’entra. Alla richiesta dell’avvocato se volesse comunque andarci a parlare, lei ha risposto con convinzione che quella era la sua intenzione. L’avvocato, quindi, le avrebbe detto che sarebbe stato il caso di decidere cosa voler dichiarare. La donna allora gli ha detto: “Che devo dire? La verità devo dire. Chi me l'ha detto, me lo ha detto Ettore Del Grosso di Confindustria, punto, in una cena rotariana”....».

Con la donna disposta a vuotare il sacco, con le intercettazioni che portano al dirigente di Confindustria, la procura cosa fa? Rassicura l’avvocato della Calignano che nessuno vuole ascoltarla nonostante, al capo d’imputazione numero 57, la Calignano risulta sotto inchiesta «per rivelazione di segreto d’ufficio» perché «agendo in preventivo accordo con un pubblico ufficiale non potuto identificare, rivelavano notizie coperte da segreto» sull’inchiesta Sanitopoli. Nonostante ciò né lei né Del Grosso sono stati mai interrogati. Quest’ultimo lo conferma al Giornale: «È la prima volta che sento questa storia, nessuno in procura mi ha mai chiamato. Quanto alle telefonate con Giovanna, scherzavamo, scommettevamo su chi sarebbe finito per primo in galera. Se ne parlava in giro».

A questo punto è utile riprendere l’interrogazione di Cazzola perché nel chiedere al ministro della Giustizia di appurare se corrisponda al vero che tra le oltre 400 telefonate che la procura chiese di trascrivere manchino proprio quelle fra Del Grosso e la Calignano, chiede anche di sapere se corrisponda al vero che il Gip che ha autorizzato le intercettazioni e disposto gli arresti «sia compagna di vita» del direttore di Confindustria di Chieti, Fabrizio Citriniti. Di cui il suddetto Ettore Del Grosso, «fonte» della Calignano, «è stretto



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Fini la fa franca anche da sub: resta impunita la sua immersione illegale

di Redazione


Il presidente della Camera Gianfranco Fini, appassionato subacqueo, nell’agosto di tre anni fa, scortato dai pompieri, si immerse con la compagna Elisabetta Tulliani nelle acque della riserva marina di Giannutri (Grosseto), dove è totalmente vietata qualsiasi attività sportiva. Ma il tribunale ha archiviato. Protesta il Codacons


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Per raccontare l’ennesima disavventura giudiziaria a lieto fine del presidente della Camera, prendiamo in prestito le parole di Carlo Rienzi, generalissimo del Codacons. Che nel rendere noto il dispositivo di archiviazione del tribunale di Grosseto sui presunti reati commessi dai compartecipi all’immersione di Gianfranco Fini e della sua compagna Elisabetta nelle acque off-limits della riserva marina di Giannutri, con sarcasmo fa presente che la decisione del giudice Valeria Montesarchio d’ora in poi «autorizzerà» qualsiasi altro sub della domenica a immergersi nei fondali inaccessibili dell’isola toscana, previa «raccomandazione» telefonica alle cosiddette autorità. Insomma, se si comporterà come s’è comportato il subacqueo di Montecitorio il 26 agosto 2008, mandando avanti il suo caposcorta, rischierà punto. Giurisprudenza diving.
«Grazie a questa decisione - attacca Rienzi - chiunque voglia farsi un bagno nella acque protette di Giannutri potrà farlo senza correre il rischio di violare le norme a tutela dell’ambiente purché, però, dimostri di aver fatto un paio di telefonate alla Capitaneria di porto o ad altro ente locale». Per capire come si è arrivati all’assoluzione di tutti gli imputati (Fini non è stati mai nemmeno indagato) occorre rituffarsi nel passato, fino a quel giorno dell’agosto di tre anni fa quando il futuro leader del Fli e la signora Tulliani, con tanto di muta, pinne e bombole, accompagnati sul posto da una pilotina dei vigili del fuoco, vennero immortalati dai fotografi dell’associazione ambientalista Legambiente mentre, per diletto, impunemente, violavano i divieti previsti nell’area protetta «1» (pesca, navigazione, ancoraggio, sosta e immersione) fermandosi all’altezza della costa dei «Grottoni».
Il Codacons inviò subito un esposto in procura. Le foto dell’onorevole sommozzatore erano nitide, la location proibita pure, le immagini non ammettevano dubbi. Così le indagini accertarono come effettivamente «una imbarcazione dei vigili del fuoco era entrata nella zona parco 1, località Grottoni, pur non avendo ottenuto i preventivi nulla osta dell’Ente Parco». Dopodiché i «successivi accertamenti identificavano i pubblici ufficiali che partecipavano all’escursione, ritenuti possibili responsabili del reato». Sott’inchiesta finirono il capo scorta di Fini, i pompieri che lo scortarono a Giannutri, il responsabile della Capitaneria che ricevette le telefonate dal braccio destro del presidente della Camera. Solo che ognuno, discolpandosi, offriva una versione dei fatti differente. E così, anziché affidare al dibattimento l’accertamento della verità, il pm ha optato per una richiesta di archiviazione basata sull’impossibilità di accertare le responsabilità dello sconfinamento in acque protette.
E il gip di Grosseto, Montesarchio, ha accolto quella richiesta con un’ordinanza di archiviazione che ha mandato il Codacons su tutte le furie. La violazione, e non poteva essere altrimenti, è accertata anche secondo il giudice. Che scrive però come non sia «possibile individuare con certezza il soggetto a cui attribuire la penale responsabilità per il fatto contestato».
I tre pompieri della squadra sommozzatori, infatti, per il gip hanno «credibilmente» agito «nell’adempimento di un obbligo di servizio, e quindi nell’adempimento di un dovere, prestando l’assistenza a loro richiesta». Il caposcorta del presidente della Camera, Fabrizio Simi, sempre secondo il gip vede «parzialmente riscontrata» la versione data a verbale, di non aver «consapevolezza e volontà di violare le disposizioni normative vigenti a tutela dell’ambiente nell’area interessata». Questo, tra l’altro, perché è riscontrato che abbia chiamato due volte il comandante della capitaneria di Porto. Simi sostiene di averlo fatto per essere autorizzato. Il comandante nega assolutamente il contenuto delle conversazioni, ma conferma le chiamate, e tanto basta. D’altra parte, anche il numero uno della Capitaneria, Maurizio Tattoli, indagato a sua volta, va archiviato, secondo il gip, semplicemente perché non aveva alcun «potere autorizzatorio».
Un balletto di versioni e racconti che manda tutto in archivio. E a parte la discutibile figura, a Fini e alla Tulliani è andata pure meglio: pagando a ottobre 2008 412 euro di multa, hanno chiuso la questione. Prezzo non troppo proibitivo, per l’immersione proibita.




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I maestri dell'odio incolpano l'Italia

di Fiamma Nirenstein


La Ong cui apparteneva la vittima ha sempre sostenuto gli islamisti. E ora che gli si sono rivoltati contro, se la prende col governo italiano e con Israele. Una pericolosa equazione ideologica



Ci sono tre o quattro cose chiare e tuttavia difficili da digerire nell' orribile omicidio di Vittorio Arri­goni. La prima naturalmente è la crudeltà della pubblica esecu­zione di un giovane uomo che aveva famiglia e amici. E ciò è chiaro. Ma non lo è la patente re­al­tà che gli assassini siano jihadi­sti islamici di Gaza. Avrebbero potuto essere afghani, o irache­ni. Nel 2002 Daniel Pearl fu ucci­so a Karachi con metodi analo­ghi perché era ebreo, 2004 l'americano Nick Berg in Irak fu decapitato in video per, dissero gli jihadisti, «dare un chiaro messaggio all'Occidente »; Fabrizio Quattrocchi perché «nemico di Dio, nemico di Allah» e Arrigoni, come dicono i suoi carnefici nel video con la scritta che scorre,perché«diffondeva a Gaza il malcostume occidentale» e «l'Italia combatte i Paesi musulmani».

Si ripete molto che Hamas, di cui Arrigoni era amico, ha condannato il delitto. Ma in realtà non importa se gli assassini sono iscritti a Hamas oppure no. Lo sono stati, lo saranno, lo sono... Anche Al Qaida, che a Gaza c'è, è meglio o peggio accolta a seconda dei momenti. Ma Hamas è sempre padrona di Gaza. Suo è il rapimento di Shalit, sua la distruzione armata del campo di ricreazione dell'Onu per bambini non confacente ai dettami islamici, suo l'arresto di 150 donne con l'accusa di stregoneria e l'assassinio di alcune, sua l'acquisizione nella legge della pena di morte, la fustigazione, il taglio della mano, la crocifissione. Sua l'uccisione del libraio Rami Khader Ayyad, cristiano di 32 anni che vendeva Bibbie.

Magari non sono tutti iscritti a Hamas quelli che compiono queste operazioni, o quelli che manda a sparare i missili Kassam contro Israele, mentre a volte li trattiene. E a volte reprime i giovani salafiti come ha fatto nei giorni scorsi in piazza. Hamas è un movimento, un partito, uno Stato integralista, nel suo statuto stabilisce che vuole la distruzione dello Stato ebraico, lo sterminio degli ebrei e la sottomissione di tutto il mondo al califfato islamico. Le frange salafite e quelle più legate alla Fratellanza musulmana in Egitto, di maggiore o minore influenza iraniana o qaidista residenti nella Striscia, si associano e si dissociano. Il fattoche Hamas adesso li disconosca non ha nessunissima importanza. Per capire la morte del giovane italiano è invece importanteafferrare che essa è stata innescata dallo spurio mescolamento dei suoi ideali umanitari con la causa di Gaza integralista, dalla sua vita mescolata a quella dei suoi potenziali nemici nell'illusione di accattivarseli.

Non c'è simpatia stabile da parte di un integralista. Solo la sua idea di Dio conta. La Gaza di Hamas, dove Arrigoni viene ucciso, per come la conosciamo è sempre terra incognita. Arrigoni amava i palestinesi, ma restava un estraneo. Per quanto uno possa combattere per uno Stato palestinese è poi difficile vivere con chi spara missili sui civili, indossa cinture di tritolo, distribuisce caramelle quando viene uccisa a Itamar una famiglia israeliana di cui fanno parte un bambino di tre mesi, uno di quattro anni, uno di nove. È un punto teorico molto importante: quando vai a Gaza, come in Afghanistan, devi sapere bene che la nostra concezione della vita, con tutti i suoi difetti e le sue falle, è tuttavia così carica di valore in sé che ci è difficile accedere l'idea che un terrorista suicida, o la madre di terrorista suicida, o un gruppo di amici che magari vedi tutti i giorni, possano attribuirle valore a seconda di una scala che vige solo secondo la sharia e l'interpretazione del potere vigente.

Puoi morire perché sei ebreo, perché sei italiano, o cristiano, perché sei un apostata, o un corrotto occidentale... la fantasia estremista, non ci si può illudere, elide amici e sodali. Per quanto uno si sia speso contro«il potere sionista» e abbia usato per gli ebrei l'appellativo «ratti»(purtroppo Arrigoni l'ha fatto, e questo tuttavia non può cambiare la pietas per lui e la sua famiglia), niente vale se sgarri rispetto a una norma non tua, che resterà indistinta fino alla lama del coltello.

L'islamismo politico può ammiccare, ma poi uccide, anche se nessuno di noi, gente della cultura ebraico-cristiana, lo può, oggi, capire. E dunque, è intellettualmente triste e anche pericoloso che una manifestazione davanti al Parlamento incolpi Israele e l'Italia della morte di Arrigoni; o che l'Ism, Ong filopalestinese cui Arrigoni apparteneva, dia «responsabilità morali allo Stato d'Israele». Queste reazioni sembrano uscire da uno shock di perdita o da un cieco odio ideologico.

Ma più ancora colpisce, con tutto il sincero rispetto per la figura del presidente della Repubblica, che nel suo giusto comunicato di cordoglio Giorgio Napolitano, invece di biasimare l'integralismo islamico, chieda la «ricerca di una soluzione negoziale al conflitto che insanguina la regione». Con la stessa coerenza, avrebbe potuto invocare qualsiasi altra buona causa: la lotta alla fame nel mondo o alla prostituzione infantile. Invece ecco che si richiama Israele a qualche misteriosa responsabilità. Ma la colpa è dell'integralismo islamico, che c'entra tirarci dentro il dolente testimone e vittima di questo grande problema comune?



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L’ira dei poliziotti contro i pm: quanti svarioni sui mafiosi

di Stefano Zurlo


Un errore di notifica. La Procura che sbaglia al momento di chiudere l’indagine. La corsa contro il tempo per non far scarcerare 12 elementi di spicco del clan Parisi. Succede a Bari dove la giustizia rimedia in extremis allo sbaglio e gli agenti di polizia fanno trapelare sulla rete la loro indignazione per l’incidente, l’ennesimo, sfiorato. «Se io faccio scadere i termini di consegna di atti che necessitano di convalida - scrive un poliziotto - anche se ho la scrivania piena di fascicoli, alla procura mi fanno un c...o come una scimmia. Ad uno, ad una di loro lo/la giustificano». È evidente che l’investigatore ce l’ha con i magistrati che se la cavano sempre. Una soluzione, una via d’uscita, un «salvacondotto» alla fine salva il magistrato superficiale, il magistrato distratto, il magistrato che ha combinato un disastro e magari ha sbagliato le procedure o ha fatto dormire per mesi un fascicolo delicatissimo.

Gli agenti che sbagliano pagano, le toghe, invece, no. Basta leggere le sentenze della Sezione disciplinare del Csm per trovare assoluzioni sconcertanti, quasi surreali, o pene leggerissime a fronte di comportamenti che altre categorie professionali giudicherebbero, probabilmente, con la massima durezza. Ma gli agenti, che vivono sul campo e rischiano quotidianamente la vita contro la criminalità, non hanno bisogno delle statistiche per sapere che quel che a loro non viene perdonato viene invece tollerato se l’errore è firmato da una toga. «Come ha detto qualcuno su queste pagine, - è lo sfogo di un altro ispettore - tu sei solo uno sbirro. Io aggiungo che loro sono il Potere che, come tale, si autotutela».

Càpita, purtroppo, ai quattro angoli del Paese, è successo più di una volta anche in Puglia, terra in cui la criminalità organizzata fa paura, terra della Sacra Corona Unita e di tante altre mafie. Questa volta l’allarme viene lanciato in tempo. Nel corso dell’udienza preliminare contro dodici affiliati al clan Parisi gli avvocati fanno notare che le notifiche non sono state compiute a regola d’arte. Il gip è costretto a bloccare l’udienza preliminare e a restituire le carte al pm che deve riformulare l’avviso di chiusura delle indagini. Un intoppo tecnico. O, se si preferisce, una negligenza che rischia di ridare la libertà a persone accusate di reati gravissimi: l’usura, l’estorsione, il riciclaggio, l’associazione per delinquere. Che fare?

Questa volta il pm si precipita a riscrivere le pagine «sbagliate» e trova la soluzione per accelerare i tempi e fermare il conto alla rovescia. Con una mossa ardita chiede il rito immediato e dunque il salto dell’udienza preliminare. A razzo il Gip dà l’ok e fissa l’inizio del dibattimento. Il pericolo è scongiurato, la miccia è disinnescata, i detenuti restano in carcere.
È andata bene, ma non sempre è così. Due anni fa, il 16 aprile 2009, ventuno boss e picciotti pugliesi del clan Strisciuglio furono scarcerati per l’esasperante lentezza con cui il giudice aveva scritto le motivazioni della sentenza di condanna che li riguardava. I termini di custodia cautelare erano scaduti e in ventuno lasciarono le celle. Uno scandalo, accompagnato da polemiche furibonde.
Oggi va meglio, ma la frustrazione e qualche volta la rabbia degli agenti è la stessa.

«Noi - racconta con orgoglio un’altra divisa - raramente i termini per un arresto li facciamo scadere, a costo di lavorare 23 ore e 59 minuti senza mangiare e dormire. Perciò siamo diversi dagli altri». Gli altri, quelli che i termini li fanno scadere, sono i magistrati. Una piccola minoranza, ci mancherebbe, ma rovinosa per le istituzioni. E quel che è peggio, spesso – di più in passato in verità – i riflessi corporativi hanno la meglio e una mano lava l’altra. «È vero siamo diversi - replica al collega un altro poliziotto scosso dai fatti di Bari - quello che veramente non capisco è perché siamo scivolati così in basso». E non si capisce se sia una constatazione rassegnata o una domanda gonfia d’ira. «Siamo capaci di affrontare qualsiasi camorrista pronto ad uccidere. Poi però chiniamo il capo (purtroppo e consapevolmente) al funzionarietto di turno e all’onnipotente magistrato. Guarda caso entrambi sono stati creati per vanificare il tuo operato».

Eccolo il nemico da battere. Il magistrato onnipotente, che fa e disfa, accostato al funzionario perfido o ottuso, non importa... Tutti e due creano solo intralci a chi combatte in prima linea contro le bande criminali. Ma alla fine il magistrato una giustificazione la trova sempre.



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Gli effetti della direttiva-beffa

di Redazione


Milano - Sono giorni di superlavoro all’ufficio immigrazione di Milano. Gli uomini in prima linea, i poliziotti della questura che si occupano degli stranieri - personale ridotto all’osso alle prese con almeno 700 pratiche al giorno - sapevano che a tentare di ottenere il permesso di soggiorno temporaneo sarebbero stati molti più tunisini di quelli che ne avevano realmente diritto. Ed è facile rendersi conto che, in questo clima, la circolare del procuratore capo di Milano non fa che complicare una situazione già ostica.

Ahmed Yassine V., 25 anni, ha tentato la sorte. Regolarmente fotosegnalato a Lampedusa, il 29 marzo scorso è stato arrestato per furto in provincia di Ancona ed è stato espulso con un ordine del questore a lasciare il territorio italiano. Per legge l’arresto è obbligatorio per i clandestini che violano l’ordine entro 5 giorni dalla notifica. Giunto a Milano mercoledì Ahmed si è rivolto all’ufficio immigrazione per chiedere il permesso di soggiorno temporaneo e, dopo i controlli, la polizia ha scoperto che il nordafricano era fuorilegge. A quel punto è stato indagato in stato di libertà e gli è stato dato un nuovo ordine di espulsione («che puntualmente disattenderà» sostengono in questura) previo trattenimento di qualche giorno per il disbrigo delle pratiche al Cie di via Corelli.

Taoufik H., 29 anni, arrivato in Italia a febbraio, aveva invece un ordine di espulsione firmato dal questore di Padova. Clandestino recidivo, con precedenti per spaccio di stupefacenti, il tunisino si è presentato in questura a Milano giovedì. Anche lui voleva il permesso di soggiorno valido 180 giorni su tutto il territorio dell’Unione europea, ma vista la sua situazione - emersa dalla comparazione delle impronte - non solo non ne aveva diritto, ma per legge andava arrestato. Invece, sempre a causa della circolare in questione, ieri è stato indagato a piede libero.

Decreto di espulsione e ordine del questore a lasciare il territorio gravavano anche su Chokri A., tunisino 33enne con precedenti per ricettazione. Anche lui ha provato a rientrare in Italia. C’è riuscito da Lampedusa il 3 marzo e, ora, desiderava anche ottenere il vessillo della legalità con il permesso temporaneo. In questura a Milano l’hanno smascherato subito. Ma non l’hanno potuto arrestare. Gli hanno dato un altro ordine di espulsione e l’hanno lasciato andare.

Più fortunata Sondes E. M., una ragazza 21enne arrivata a Lampedusa a metà marzo. Anche lei è stata sorpresa mentre rubava in un’abitazione qualche giorno dopo a Caserta. E lì, durante l’arresto, la polizia ha scoperto che la ragazza non solo aveva violato la legge, ma che aveva un ordine d’espulsione dall’Italia che risale al 2008 e si serviva di diversi alias. Giunta in questura a Milano per ottenere il permesso temporaneo, la sua pratica è stata analizzata mercoledì pomeriggio. L’hanno denunciata quindi a piede libero con una nuova espulsione e poi, prima di rilasciarla, l’hanno portata al centro di via Corelli per le pratiche. Ma quel giorno non c’era posto nel settore delle donne. E Sondes è tornata subito libera.



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I palestinesi commemorano Arrigoni «La salma non passi da Israele»

Corriere della sera


Hamas accusa lo Stato israeliano. Ban Ki-Moon: «Un crimine atroce»



MILANO - La società civile palestinese lo commemora, interrogandosi sugli assassini e le loro motivazioni. Hamas, senza indugi, punta il dito contro Israele. Mentre in Italia cresce lo sdegno per la «barbarie terroristica». L'uccisione a Gaza di Vittorio Arrigoni - attivista dell'International solidarity movement (Ism) - da parte di un presunto gruppo salafita ha scosso la popolazione palestinese, che ha commemorato il volontario italiano. «La società civile palestinese è indignata, ha organizzato diverse manifestazioni per dimostrarlo. E questa è la ragione che ci spinge a restare» ha dichiarato Silvia Todeschini, attivista, come Arrigoni, dell'Ism. «A uccidere Vittorio - ha aggiunto - è stato un gruppo di estremisti isolati». E se per Samir Al Qariouty, commentatore per Bbc e Al Jazeera chi ha ucciso Arrigoni voleva colpire la causa palestinese, perché «è stato scelto un simbolo di grande umanità e solidarietà, eliminarlo rispondeva a parecchie esigenze dei nemici di una futura Palestina». Hamas è stata ancora più diretta, accusando esplicitamente Israele.

L'organizzazione, che governa la striscia di Gaza e a cui i sequestratori di Arrigoni avevano chiesto la liberazione di loro uomini detenuti dalla polizia palestinese, ha puntato il dito esplicitamente contro lo Stato ebraico: «Abbiamo studiato la situazione e abbiamo capito che solo Israele poteva avere un vantaggio da un crimine di questo genere» ha detto Ahmad Yousef, consigliere politico del premier palestinese Ismail Haniyeh, al telefono con RaiNews24 da Gaza, sottolineando che in questo modo Israele «punisce le persone che mostrano solidarietà verso il popolo palestinese e che stanno cercando di interrompere l'assedio a Gaza». Il premier di Hamas Ismail Hanyeh ha telefonato alla famiglia di Vittorio Arrigoni, e ha promesso che «sarà fatta giustizia»: «Non ci sono parole per esprimere la condanna di un crimine così efferato, che non rappresenta il popolo palestinese. Abbiamo fatto tutto il possibile per cercare di ritrovarlo prima di quel drammatico epilogo. Vittorio è un nostro martire».


Il blog di Vittorio Arrigoni

Arrigoni, le veglie e il ricordo nel mondo

AL QAEDA - Ma secondo il sito israeliano Debka, vicino all'intelligence di Gerusalemme, Arrigoni sarebbe stato ucciso dalla principale organizzazione di al Qaeda presente nella Striscia di Gaza, Al-Tahwir al-Jihad, perché sospettato di essere una spia, anche se il movimento smentisce ogni suo coinvolgimento. Intanto, sul piano delle indagini, due uomini, presunti membri del gruppo di sequestratori che ha rapito e ucciso Arrigoni, sono stati già arrestati dalle forze di sicurezza di Hamas nella Striscia di Gaza, e si sta «ricercando un terzo uomo». Il corpo senza vita del cooperante italiano è stato ritrovato all'interno dell'abitazione di uno degli estremisti. Secondo le prime ricostruzioni, il 36enne italiano sarebbe stato strangolato dai suoi sequestratori.

LA SALMA - Il riconoscimento del corpo di Arrigoni è stato effettuato dai suoi compagni presso l'ospedale di Shifa che hanno riferito come l'uomo «perdeva sangue da dietro la testa» e «sui polsi recava i segni delle manette». Vittorio Arrigoni doveva rientrare in Italia per partecipare agli appuntamenti in memoria di Peppino Impastato. Per il trasferimento della salma occorrerà invece attendere domenica con ogni probabilità, quando cioè verrà riaperto il valico di Erez. Dai familiari e amici di Vittorio trapela una sola volontà: vorremmo che lasciasse Gaza dal valico di Rafah e che passasse dall'Egitto. Non da Israele, per intenderci. Il ritorno della salma in Italia avverrà probabilmente lunedì.

BAN KI-MOON - L'uccisione di Vittorio Arrigoni è un «crimine atroce» i cui «responsabili devono essere portati al più presto davanti alla giustizia» afferma il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, in una dichiarazione diffusa dal suo portavoce. «Questo crimine - ha ricordato Ban - è stato commesso nei confronti di una persona che è vissuta e ha lavorato tra la gente a Gaza».

NAPOLITANO - In Italia, intanto, cresce lo sdegno per l'omicidio. In un messaggio inviato alla madre di Arrigoni, Egidia Beretta, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso «sgomento» e «repulsione» per la «barbarie terroristica». «La comunità internazionale tutta - ha sottolineato il capo dello Stato - è chiamata a rifiutare ogni forma di violenza e a ricercare con rinnovata determinazione una soluzione negoziale al conflitto che insanguina la regione». A quello del presidente si sono aggiunti innumerevoli messaggi di cordoglio del mondo politico e della società civile italiana, scesa in piazza nel pomeriggio di venerdì a Roma, Milano e Torino.


Redazione online
16 aprile 2011



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Giorno a dir messa, notte nei club gay: la doppia vita dei preti in Vaticano

Libero







In un locale del Testaccio c’è un party privato interamente maschile. Sul palco, due cubisti. In jeans tagliati cortissimi, formato perizoma, con le cerniere aperte. Ballano. Poi trascinano sotto i riflettori uno del pubblico. Dirty dancing a tre in variante omo, con lui che fa la parte dell’hot dog. Tutto normale?
Beh, insomma. Lui, un francese, ha appena celebrato la messa del mattino presto nella basilica di San Pietro e per un anno ha cantato per Benedetto XVI. Ed è lì con vari colleghi, nascosti negli angoli bui a darsi da fare, un italiano, un tedesco, un brasiliano...

Sembra una barzelletta sconcia. Invece è routine. Come scopre presto, infiltrandosi nel mondo delle chat per omosessuali, delle saune piene di dark room, del Gay Village e delle basiliche dove ogni tanto i marchettari «passano a fare il bancomat», il giornalista di Panorama Carmelo Abbate. Che confeziona subito, nel luglio 2010, un’esplosiva inchiesta su “Le notti brave dei preti gay” da undercover reporter, tra incontri sadomaso, blasfeme messe con tanto di comunione post coitum, fellationes in sacrestia e usi impropri del calice, che fa il giro dei media di tutto il pianeta, costringendo il vicario del papa a diffondere una nota ufficiale in cui si ammette l’esistenza di comportamenti indegni. E che adesso la amplia ad altre città italiane e ad altri Paesi, alle suore lesbiche e alle doppie vite a sfondo eterosessuale, ma non ai casi di pedofilia su cui ormai la bibliografia è in drammatica crescita, nel libro Sex and the Vatican (Piemme, pp. 420, euro 18,50) in uscita il 19 aprile (il 21 anche in Francia per i tipi di Michel Lafon).

Il quadro che ne esce è sconcertante, le cifre sconfortanti. Secondo lo psichiatra Richard Sipe, ex benedettino, «se dovessimo eliminare tutti quei preti che hanno tendenze omosessuali, il numero sarebbe così alto che risulterebbe una bomba atomica». Negli Usa il 48% dei preti sarebbe gay; in Austria il 22% avrebbe relazioni con donne; il 41% di preti brasiliani ha ammesso di aver avuto rapporti sessuali; The Guardian ha parlato di mille casi di figli di preti cattolici; in Spagna il 20% del corpo sacerdotale sarebbe costituito da preti sposati; in Italia un sondaggio di Gay.it dice che il 37% degli intervistati ha avuto un approccio sessuale con uomini di Chiesa. Ma dinanzi a tutto questo il Vaticano, finché non scoppia lo scandalo, chiude entrambi gli occhi, preferisce non vedere e non agire, se non con un inutile trasferimento: la reputazione prima di tutto, a costo di pagare profumatamente il silenzio.

Tra parroci con una passione per gli extracomunitari, risse per i favori di una neovedova, molestie telefoniche a bambine e squallidi ricatti, missionari in Africa che abusano delle suore e poi le fanno abortire, fa quasi tenerezza don Contraddizione (così, dato il contesto ingenerosamente, lo chiama Abbate), che, all’insegna del si non caste, tamen caute,  rimorchia in discoteca e ha una decina di rapporti occasionali all’anno, talvolta con prostitute.

Non mancano poi scene boccaccesche. Basti citare i poliziotti che scoprono in un’auto ferma sull’autostrada Napoli-Caserta una coppia che fa sesso anale. Solo che lui è un sacerdote, lei una parrocchiana che deve sposarsi dopo pochi giorni e arrivare vergine al matrimonio e l’auto è intestata al futuro marito... O quella che vede scoperti nel 2003, a causa di una rapina subita, padre Dominique Wamugunda e Martha Karua, ex ministro della Giustizia del Kenya e candidata alle presidenziali...

Finché il cattolico Abbate resta cronista, il suo lavoro è impeccabile. Epperò, quando cerca di interpretare i fatti che racconta, trasformandosi (nonostante le dichiarazioni di umiltà) in storico e in teologo o addirittura stendendo il povero Sant’Agostino sul lettino dello psicoterapeuta; quando fa assumere alle sue pagine l’aspetto di uno spot per l’eliminazione del celibato, legge umana e non divina, dando la parola ai progressisti (il suo nume tutelare è Hans Küng) e agli esponenti della Teologia Pluralista della Liberazione; quando ventila l’ipotesi che la confessione sia nata «come forma di controllo sulle coscienze da parte delle autorità religiose»; quando sembra applaudire alla nascita della Iglesia Cristiana Esenia che accoglie sacerdoti gay, suore lesbiche e religiosi sposati; allora stona.

Soprattutto, dà fastidio, almeno a chi scrive (non credente, ma forse troppo tradizionalista), l’equivalenza di fondo che Abbate pare instaurare tra le varie “deviazioni”, tra chi si innamora di una donna e magari ci fa figli e chi si dedica a festini gay ogni sera, tra una “sana” storia alla “Uccelli di rovo” e il parrocco che spesso e volentieri entra ubriaco e drogato nella stanza delle suore, si spoglia, si masturba e le costringe a rapporti completi, tra la suora che distribuisce preservativi nel Terzo Mondo e il cappellano collezionista di cd porno gay, abituato ad andare nei motel con i gigolò e a divertirsi con classico cetriolo, mazza da baseball e palo dell’ombrellone. Non è giusto mettere tutti quanti in un unico calderone, magari in nome di quel politicamente corretto che spinge l’autore a dichiararli vittime del Vaticano cattivo.


di Miska Ruggeri

16/04/2011





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Condannato l'ex generale croato Proteste a Zagabria: "E' un eroe"

Il Record Store Day celebra il vinile

Vigile urbano multa mamma in bici col cellulare: 152 euro

Il Messaggero


La donna era col figlio, ed è pronta a rivolgersi al giudice di pace: «Avevo fatto solo poche pedalate per spostarmi»








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Pechino mette al bando le pubblicità "edoniste"

2011, è fuga dalla Rai: ora gli abbonati scappano



Balletto di cifre contrastanti fra l’Erario, che denuncia un clamoroso calo di introiti derivati dal canone, e la tv di Stato, che smentisce. Ma una cosa è certa: la Corte dei conti aveva già lanciato un forte allarme per il bilancio 



 
Stavolta a ballare sono le cifre. Nervose, irrequiete, sgambettanti. Si esibiscono in un ballo vivace, acrobatico, magari un rock’n’roll. Troppe acrobazie, però, troppi salti, possono far perdere l’intesa tra i partner e una piroetta rischia di tramutarsi in un clamoroso scivolone. Con il pubblico che fa oooooo, di meraviglia. Ministero dell’Economia e Tv di Stato dovrebbero filare d’amore e d’accordo. E ballare anche loro sotto le stelle (con la benedizione di Ballandi). Invece no. Litigano sui conti, baruffano sul bilancio, berciano sul deficit. La cifra diffusa ieri dal Bollettino del Dipartimento delle Finanze del ministero non combacia per niente con il numero dato dalla Rai radiotelevisione italiana. Anzi, vanno ognuno per conto proprio.

Per l’Erario, mica l’ultimo arrivato, nei primi due mesi del 2011 l’introito da canone di abbonamento (938 milioni di euro) ha registrato una flessione del 37,5 per cento, pari a 562 milioni in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Se questi dati fossero confermati, equivarrebbero a una vera fuga di telespettatori. O almeno a un’evasione fiscale di massa degli abbonati. A sentire la Rai, però, i dati riportati dal Bollettino del Dipartimento delle Finanze sono «completamente errati».

Perché invece, dicono da Viale Mazzini, in gennaio e febbraio le entrate da canone hanno avuto «un incremento di oltre 15 milioni rispetto» al 2010. Sommando, tra il meno 562 e il più 15, ballano 577 milioni. Una forbice bella divaricata. Che Mauro Masi tenta di richiudere con un’ardita opera di conciliazione degli opposti. «Nessun contrasto tra i dati Rai e quelli provenienti da altre fonti istituzionali inerenti alla raccolta del canone del primo bimestre 2011», asserisce il direttore generale. Spiegando che «le apparenti diversità promanano esclusivamente da banali problematiche di natura contabile», peraltro definite nell’ambito «della tradizionale e massima collaborazione» tra il ministero e la Rai.

Sarà. Tuttavia, Masi nei panni di una Milly Carlucci prodiga di mediazioni per ricomporre la danza risulta poco credibile. Anche perché la sua poltrona è stata la prima a mettersi a ballare. Anzi, a scricchiolare. Al punto che c’è chi sospetta che il balletto delle cifre, il conto economico deficitario, la qualità dei programmi in netto calo, il farraginosissimo passaggio al digitale terrestre, insomma c’è chi sostiene che tutta la baracca si sia messa a scricchiolare da quando lui, Masi, ha inaugurato la politica del rinvio e dell’indecisionismo programmatico. Chi invece è decisa a dar battaglia su tutta la faccenda è l’opposizione. Ma i tasti su cui batte sono sempre i soliti. Deviando le responsabilità sul governo, il Pd chiede, per bocca di Vincenzo Vita, che il ministro delle Telecomunicazioni Romani vada in Parlamento a spiegare «i numeri ballerini». Mentre, con scarsa fantasia, l’Usigrai minaccia lo sciopero.

In attesa di chiarimenti, tra tanta incertezza sui conti, almeno un dato è sicuro: mentre le cifre ballano (male), gli abbonati scappano. Perché, già l’altro giorno, esaminando un periodo di tempo diverso e antecedente rispetto a quello analizzato dal ministero dell’Economia, anche la Corte dei Conti aveva lanciato l’allarme sul bilancio di Mamma Rai. Nel 2009 lo sprofondo rosso in Viale Mazzini è stato di 80 milioni di euro. Un buco dovuto principalmente all’evasione proprio del canone, stimata a fine anno intorno al 26,5 per cento, con un mancato introito per l’azienda di oltre 500 milioni di euro (cifra poco distante da quella di cui parla per l’anno in corso,

il ministero dell’Economia). Secondo i magistrati contabili c’è il rischio che «il persistente sbilancio negativo tra ricavi e costi» assuma «carattere strutturale e dimensioni preoccupanti». Ecco perché si auspica un «inderogabile» taglio dei costi e una razionalizzazione delle strutture. Altrimenti...
Altrimenti, mentre numeri e cifre continuano a ballare sulle note di un’orchestrina d’antan, il Titanic rischia di andare a sbattere contro l’iceberg. No, non sarebbe un bello spettacolo. Ma magari qualcuno potrebbe farne un varietà per il sabato sera.



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Quel pacifista ultrà che odiava Israele

di Fausto Biloslavo


Pipa stile comandante Marcos, berretto alla Lenin con l’inseparabile spilletta della bandiera palestinese, incurante di sfidare gli israeliani come scudo umano di pescatori e contadini nella striscia di Gaza, Vittorio Arrigoni, era un ultrà pacifista. Adesso che è stato ucciso, dai tagliagole dell’Islam duro e puro, lo dipingono come un piccolo eroe dell’informazione o un illuminato cooperante senza paura. Davanti alla sua tragica morte è doveroso abbassare il capo, ma Arrigoni non era il San Francesco di Gaza. Piuttosto un idealista estremo, filo palestinese con i paraocchi, anti israeliano all’eccesso e un po’ anarchico, a tal punto che gli hanno affibbiato «utopia» come soprannome.

L’ho incontrato nel 2009, con le macerie ancora fumanti dell’offensiva «Piombo fuso» contro la striscia di Gaza. Stava in piedi, con l’inseparabile pipa, in mezzo a un campo a 800 metri dalle postazioni israeliane, nella zona off limits. Faceva da scudo umano ai contadini palestinesi e da un momento all’altro mi aspettavo che gli sparassero. Sulle nefandezze di Hamas sorvolava e vedeva solo il «massacro e l’occupazione colonialista israeliana».

Durante i bombardamenti su Gaza ha raccontato in diretta la ferocia della guerra. Più che un giornalista indipendente, un minimo obiettivo, era una fonte preziosa, ma terribilmente di parte.
A Gaza, dove viveva, non faceva il cooperante all’Alberto Cairo, soprannominato l’angelo della Croce rossa internazionale a Kabul. Aiutava, sì, ma alla sua maniera, con uno slancio militante a favore della causa palestinese, che lo ha fatto diventare scudo umano per vocazione e utopista per scelta. I suoi miti erano Nelson Mandela, Ghandi, Martin Luter King, ma su Facebook scriveva cose terribili e astiosamente anti israeliane. Arrigoni è riuscito a prendersela anche con lo scrittore non certo reazionario, Roberto Saviano, che ha osato alzare il ditino a favore della democrazia di Tel Aviv.
 
Trentasei anni, lombardo, mi spiegava che seguiva le orme «dei nonni partigiani, che sapevano cose fosse l’occupazione nazi fascista» paragonandola a quella della Palestina. Durante la guerra un sito sionista ha incitato l’aviazione israeliana a farlo fuori. Una volta è stato pure arrestato. Ieri c’è chi lo ha salutato con un folle e macabro «arrivederci» sostenendo che ha raccolto «la gratitudine araba».

Da 12 anni Arrigoni girava a sprazzi il mondo come «attivista non violento». Se fosse rimasto a fare l’autista magazziniere dalle parti di Lecco non avrebbe scritto un libro sui massacri, veri e presunti, di Gaza tradotto in quattro lingue. Nella striscia era arrivato nel 2008 con la prima avanguardia della famosa e criticata Freedom flottiglia.

Arrigoni aderiva al Movimento di Solidarietà Internazionale, ong estrema votata alla causa palestinese. Come Giuliana Sgrena e le due Simone in Irak si sentiva probabilmente fra amici a Gaza, che mai li avrebbero torto un capello. Solo ultimamente aveva cominciato a seguire da vicino i blogger anti Hamas, che sognavano un cambiamento nella striscia come in Tunisia ed Egitto. I fondamentalisti non ci hanno pensato troppo a sbatterli in galera.

Antimilitarista convinto Arrigoni probabilmente si rivolta nella tomba davanti alla dichiarazione del capo di stato maggiore dell’Esercito sulla sua morte. Secondo il generale Giuseppe Valotto l’ultrà pacifista era animato «in fondo dagli stessi valori e principi dei nostri soldati e dallo stesso scopo: quello di servire la collettività, sia essa nazionale sia, nel caso specifico, la collettività palestinese». Siamo sicuri che la pensino proprio così i soldati in trincea in Afghanistan stufi marci delle accuse dei pacifisti o delle scritte ignobili come «10, 100, 1000 Nassiryah»?
Al di là delle sue idee giuste o sbagliate, Arrigoni ha fatto una terribile fine pure a causa del passaporto che aveva in tasca. Per questo motivo è giusto ricordarlo come un italiano vittima del terrorismo, con la sua frase simbolo: «Restiamo umani, Vik da Gaza City».

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La procura boicotta la legge Non applica quella sui clandestini




I magistrati si sostituiscono al Parlamento e cancellano di fatto la norma che dispone l’arresto per gli stranieri espulsi. Bruti Liberati ai pm di Milano: "Valgono le indicazioni Ue, non le regole italiane". Stessa linea a Roma, Firenze e Lecce





  Luca Fazzo - Paola Fucilieri

Milano - È una legge della Repubbli­ca Italiana, approvata nel 2002 dal Parlamento, pubblicata sulla Gaz­zetta Ufficiale e mai abrogata. Ma per quattro procuratori della Re­pubblica la legge che prevede il car­cere per gli immigrati clandestini non esiste più. I quattro procuratori hanno ordinato- o vivamente «sug­gerito » - ai loro sostituti di conside­rare estinta la norma. E i sostituti si sono immediatamente adeguati. A Milano, Firenze, Roma e Lecce, nes­suno straniero viene più arrestato, come pure prevederebbe la legge, per violazione dell’obbligo di lascia­re il Paese. È un caso- più unico che raro - in cui una decisione parla­mentare viene rimossa dall’ordina­mento senza bisogno di passare per ricorsi alla Corte Costituzionale né referendum.
Le ragioni di questa scelta sono dettagliatamente spiegate (anche se in termini a volte impervi per un profano) nella circolare che uno dei quattro procuratori, il milanese Edmondo Bruti Liberati, ha inviato a tutti i pm del suo ufficio. Nella cir­colare, che il Giornale ha potuto leg­gere, Bruti sostiene che la legge è superata e spedita in sof­fitta dalla direttiva europea del 2008, un documento ap­provato dal Parlamen­to e dal Consiglio del­l’Unione Europea che richiama i paesi membri a prassi rispettose dei di­ri­tti umani degli immigra­ti extracomunitari. La diret­tiva europea non è mai stata tradotta in una legge italiana, ed era stata finora considerata alla stregua di un suggerimen­to, nobile quanto si vuole, ma pur sempre un suggerimento. Tant’è vero che ognuno dei 27 paesi membri dell’Unione con­­tinua a legiferare, in tema di im­migrazione, come meglio gli ag­grada. Ma in Italia - o almeno a Milano, Firenze, Roma e Lecce - le cose stanno diversamente.
La maggior parte dei giudici italia­ni, a dire il vero, hanno sempre con­siderato l’inasprimento delle nor­me sull’immigrazione - introdotto nel 2002 con il cosiddetto «pacchet­to sicurezza», modificando la vec­chia legge Bossi-Fini - una legge in­giusta, e hanno sempre cercato i modi più efficienti per non applicar­la. Il cuore della legge, cioè i commi 5ter e 5quater dell’articolo 14, pre­vedono il carcere da uno a cinque anni per lo straniero che non rispet­ta l’ordine di espulsione. Per neutra­lizzare questa norma molti tribuna­li hanno, per esempio, ipotizzato che se lo straniero sostiene di non essere potuto tornare in patria per­ché privo di mezzi non può essere punito. Ma si trattava di escamota­ge giuridici, che non toglievano alle forze di polizia la possibilità di arre­stare i clandestini recidivi. Invece la circolare di Bruti Libera­ti fa piazza pulita dei due commi contestati: «La sopravvenienza del­la direttiva sembra doversi sostan­zialmente ricondurre alla categoria della abolitio criminis», scrive il pro­curatore. «Sembra doversi ritenere che le previsioni chiare e precise della direttiva abbiano, secondo le direttive della corte di giustizia del­l’Unione Europea, “ efficacia diretta verticale” e se ne imponga dunque immediata e diretta applicazione, anche in assenza di norme di ade­guamento del diritto interno».
Ed ecco l’indicazione di Bruti a tutti i pm: se la polizia insiste ad arre­stare chi viola la legge, voi scarcera­teli subito: «Nel caso di arresto ese­guito per il reato di cui all’articolo 14, comma 5ter e 5qua­­ter, dovendo­si ormai qualificare lo stesso come eseguito al di fuori dei casi previsti dalla legge, si ritiene che debba esse­re disposta l’immediata liberazio­ne dell’arrestato». È una frase im­portante, perché dice in sostanza che l’arresto dei clandestini è un ar­resto illegale. E infatti il questore di Milano, Alessandro Marangoni, per evitare guai alle sue Volanti, ha diramato un ordine di servizio: ba­sta arresti. In tempi di rapporti tesi tra politi­ca e magistratura, la decisione di Bruti Liberati rischia di aprire nuo­ve polemiche: anche perché un al­tro procuratore, il torinese Marcel­lo Maddalena (non certo sospetta­bile di sudditanza verso il potere po­litico) ha preso una posizione dia­metralmente opposta.
Possiamo pensare quel che vogliamo del «pac­chetto sicurezza», sostiene in so­stanza Maddalena, ma fino a quan­do sarà in vigore il nostro dovere di magistrati è di applicarlo, e non ba­st­a certo una direttiva Ue a farlo de­cadere. Con il paradossale risultato che se uno straniero espulso dal­l’Italia viene sorpreso a gironzolare per Torino lo arrestano e lo proces­sano, e se invece lo fermano a Mila­no non gli fanno niente.




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