martedì 12 aprile 2011

Privati che finanziano partiti: ecco chi dà i soldi ai politici

Quotidiano.net


Costruttori al Pdl e all'Udc, banchieri e cooperative al Pd. E spuntano anche 47mila euro di finanziamenti alla ministra Mara Carfagna. Ecco le imprese e i cittadini che foraggiano i partiti


tratto da Dagospia.com


Giovanni Innamorati per Ansa


Roma, 12 aprile 2011









Banchieri e cooperative con il Pd, costruttori con il Pdl, compresi alcuni coinvolti nelle recenti inchieste giudiziarie. I finanziamenti di privati ai partiti nel 2010 sono sintetizzabili in questi due aspetti, secondo quanto risulta dalle dichiarazioni congiunte, cioè le comunicazioni ufficiali che devono essere comunicate alla Camera, e che sono in questi giorni disponibili.

Tra i finanziatori del Pdl spicca, con 50.000 euro, la S.a.c di Emiliano Cerasi, indagato a Firenze per corruzione in concorso con Angelo Balducci e Fabio De Santis per l'appalto per la realizzazione del nuovo auditorium di Firenze. In attesa de processo penale il Tar ha defininto 'illegittima' la gara condannando la presidenza del Consiglio a risarcire la ditta concorrente della Sac.

A febbraio Cerasi è finito in una informativa dei Ros, con l'accusa di aver versato denaro alla moglie di Guido Bertolaso per pilotare l'appalto della ricostruzione del teatro Petruzzelli. Altri due finanziamenti di 50.000 euro portano la firma di due società (Milano 90 srl e Progetto 90 srl) che fanno capo a Sergio Scaramellini, l'immobiliarista romano che ha affittato diversi immobili alla Camera dei deputati, oggetto di un dossier dei Radicali presentato lo scorso autunno.

Un contributo di 50.000 euro è giunto dall'Impresa Pizzarotti di Parma, finita in questi giorni nelle pagine di cronache e in un'interrogazione parlamentare del Pd, perché proprietaria del Villaggio di Mineo dove il governo ha deciso di mandare gli immigrati tunisini sbarcati a Lampedusa. La Pizzarrotti è comunque il terzo maggior general contractor in Italia e per esempio partecipa alle gare per la costruzione dell'autostrada costiera in Libia, o della Pedemontana lombarda e fa parte del consorzio che realizzerà la Brebemi.

Altri 75.000 euro sono arrivati dalla Italiana Costruzioni spa, di Claudio Navarra, anch'essa finita sui giornali perché ha realizzato su mandato della Arcus il restauro del Palazzo di Propaganda Fide a Roma, vicenda su cui si è aperta una inchiesta. Ma a parte questo è un grande committente di opere pubbliche come il MaXXI a Roma o la terza corsia sul Gra.

Un assegno da 50.000 euro è stato staccato da Metro C d Roma, il consorzio di costruttori (Astaldi, Vianini Lavori Ansaldo STS, Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi, Consorzio Cooperative Costruzioni) che sta realizzando la terza linea metropolitana della capitale. Il costruttore Pietro Mezzaroma, attraverso la Impreme spa e a Mezzaroma Ingengeria spa, ha elargito 100.000 euro al partito di Berlusconi, che ha beneficiato pure di due finanziamenti di 80.000 euro ciascuno di due immobiliari della Capitale, la Leva srl e la Master Immobiliare, ditta specializzata nei parcheggi sotterranei. Addirittura 200.000 euro, in due tranches, sono stati elargiti dal Consorzio Villa Troili.

Certo va detto che il Pdl ha a sua volta contribuito ai piccoli partiti alleati, a partire dal Circolo della Liberta' di Michela Vittoria Brambilla, che ha ricevuto 59.492,38 euro per pagare i debiti.
Il Pd può annoverare tra i suoi finanziatori due illustri banchieri, e cioè Giuseppe Mussari e Ernesto Rabizzi rispettivamente presidente e vicepresidente di Mps. Il primo e anche presidente dell'Abi. Come ogni anno l'editore bolognese Federico Enriques ha donato 50.000 euro, mentre la Lega delle Cooperative della Lombardia ha staccato due assegni di 75.000 e di 71.000 euro

All'insegna del mattone i 600.000 euro ricevuti dall'Udc di Pier Ferdinando Casini, tutti provenienti dalla famiglia Caltagirone. Quattro assegni da 100.000 euro sono stati staccati rispettivamente da Alessandro, Francesco, Francesco Gaetano e Gaetano Caltagirone, ed altri due di uguale importo sono intestati a due ditte riconducibili alla famiglia, e cioè Porto Torre spa e l'immobiliare WXIII/IE.

Tra i finanziamenti ricevuti non dai partiti ma dal singolo politico spiccano quelli di Mara Carfagna per totali 47.000 euro ricevuti da cinque ditte e un privato. Ben più ricco il contributo ricevuto da Letizia Moratti dal marito Gianmarco: ben 400.000 euro per il suo comitato elettorale. Il suo contendente alla poltrona di sindaco d Milano, Giuliano Pisapia, non solo non ha avuto appoggi finanziari, ma anzi a sua volta ha dato un finanziamento di 66.390 euro a Sinistra democratica di Milano.








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Un «etero» a capo dell'Arcigay di Bari Convive e ha una bimba: è polemica

Corriere del Mezzogiorno


L'elezione di Francesco Brollo suscita i primi malumori. Gli iscritti scandalizzati: «Ma lui non ci rappresenta»



Francesco Brollo
Francesco Brollo

BARI - Francesco Brollo, eterosessuale trentasettenne, è il nuovo presidente di Arcigay Bari. E’ stato eletto, nel corso del terzo congresso per il rinnovo degli organismi, con il sostegno di Enrico Fusco, ex presidente e militante dell’associazione. «La mia prima battaglia? Ottenere di vivere in un mondo in cui non ci si chieda più perché un etero è a capo di Arcigay. Come dice il presidente Napolitano "I diritti delle persone omo e transessuali non riguardano solo loro ma riguardano tutti noi"». Ma la scelta provoca polemiche e divide prima di tutto il mondo gay. «Per quanto sensibile, che ne sa il neopresidente di cosa significa essere chiamati "ricchione di m..."?».

Anche Arcigay è in subbuglio: c’è chi invoca il commissariamento dell’associazione. Brollo non si fa turbare. «Di fronte al cambiamento c’è sempre chi non comprende. Io non mi rivolgo alla comunità omosessuale, io parlo con le persone e vivo in una società. E con le persone spero di contribuire a ottenere che la società riconosca i diritti di tutti». Un eterosessuale alla guida di Arcigay Bari? Perché no, secondo un gruppo, il nocciolo fondativo dell’associazione che si aggrega intorno a Enrico Fusco, in passato a sua volta presidente di Arcigay. Si deve a loro l’elezione di Francesco Brollo, 37enne, etero dichiarato.

Circostanza che scandalizza i gay che non si sentono rappresentati da lui. La sua elezione sarebbe una «provocazione», secondo diverse voci della comunità omosessuale barese, dentro e fuori da Arcigay. L’opposizione interna potrebbe chiedere il commissariamento e per ora punta almeno sul riconteggio dei voti. Brollo non si lascia impressionare. «La mia elezione una provocazione? Io credo che provocazioni siano le facili battute subìte da ragazzi gay. Le aggressioni. O uno Stato che non riconosce pari diritti. Non l’elezione di un etero alla guida di Arcigay».

Brollo, nato a Venezia, si è trasferito a Bari per vivere con la sua compagna barese con la quale ha avuto una bambina. È laureato in regia alla Nuova università di cinema e tv di Roma. Ha vinto un premio per il miglior cortometraggio al quinto Festival del cinema europeo di Lecce. E, mentre lavora alla sceneggiatura del suo primo lungometraggio, Over the rainbow, insegna regia in alcune scuole medie e superiori della provincia di Bari. L’impegno nel sociale, per lui, non è una novità. L’avvicinamento alla comunità omosessuale barese, invece, una cosa accaduta in modo naturale, nei vicoli di Bari Vecchia dove Brollo vive «molto meglio che al Nord». «Io - spiega il presidente di Arcigay Bari - non ho passione per il concetto di "comunità". Che sia quella omosessuale o altro tipo di comunità. Io conosco persone, entro in contatto con persone.

Non entro ed esco da comunità. Con tutte le persone mi sento in una società. Che stenta a riconoscere dei diritti. Per questi diritti voglio battermi». Brollo, insomma, non fa sforzi per attirarsi le simpatie di quegli omosessuali che, invece, sembrano fidarsi poco o niente del nuovo corso. «Sono certa che Brollo avrà tutta la sensibilità che anch’io mostro dinanzi alle ingiustizie della vita - dice per esempio Viviana Loprieno, tra le fondatrici di un’altra associazione, Between - ma il neopresidente saprà cosa significa essere chiamati "ricchioni di m..."? Certe cose se non le vivi sulla pelle...». Brollo replica annunciando che si batterà prima di tutto proprio contro questa mentalità, quella di chi lo sente altro, diverso.

«Il primo risultato che vorrei centrare? Vorrei che a nessuno venisse più in mente di chiedersi perché il capo di Arcigay è etero - replica Brollo -. Questo è il mio primo obiettivo da presidente dell’associazione. E’ evidente che c’è stata una parte dei soci che voleva questo cambiamento, questo percorso. E’ evidente anche che non tutti comprendono il cambiamento. Sono pronto al confronto». Brollo è stato eletto nel terzo congresso del comitato provinciale dell’associazione. «Sono qui - ha dichiarato durante l’atto di investitura - per affermare che Arcigay Bari esce dal confine che segna le differenze tra persone. E’ possibile stare insieme, anche senza chiedersi il perché». Quindi il richiamo a un’autorevole dichiarazione, quasi a rafforzare la sua posizione. «Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha affermato: "I diritti delle persone omo e transessuali non riguardano solo loro ma riguardano tutti noi". Sarà questa la linea del mio mandato, affinché il legislatore attui il principio di uguaglianza e cessino le discriminazioni per l’orientamento sessuale, il genere o il colore della pelle».

Adriana Logroscino
12 aprile 2011




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Auto in quarta fila blocca il tram: protesta quando deve spostarsi

Il Mattino


Napoli, piazza principe Umberto, un automobilista parcheggia in quarta fila, bloccando tram e traffico, e all'invito del conducente del tram a spostarsi, lui protesta! Succede solo a Napoli.





Martedì 12 Aprile 2011 - 13:35    Ultimo aggiornamento: 15:04



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Inchieste Bari, arrestata presunta talpa verbali Tarantini su escort e Berlusconi

Giordano: "Ecco nomi e cognomi delle sanguisughe d'Italia: si parte dai 31 mila euro al mese del pensionato Amato"

Quotidiano.net


Ad appena una settimana dall'uscita, il suo libro sulle pensioni d'oro della nostra classe dirigente è già alla quarta edizione. "Scrivo per indignare, non possiamo restare indifferenti"


Bologna, 12 aprile 2011




Qualche giorno prima dell'uscita, quotidiano.net aveva riproposto in anteprima un articolo con alcuni brani del libro di Mario Giordano 'Sanguisughe, le pensioni d'oro che ci prosciugano le tasche'. Era stato un successone: 7mila 'mi piace' su facebook e più di 300 commenti dei navigatori. Uscito il 5 aprile, in una settimana è già alla quarta edizione.

"L'idea è stata dell'editor, ma mi sono appassionato subito all'argomento" - dice Giordano a quotidiano.net - Questo è il mio nono libro, ma mai avevo trattato un tema così impressionante. Per anni alla gente comune hanno chiesto sacrifici, ma poi si sono fatti le loro leggi e leggine e i loro cavilli per vivere immersi nei privilegi".

Il direttore di newsmediaset, 44 anni, già al vertice del 'Il Giornale' e attuale collaboratore dello stesso quotidiano, si riferisce alle 495mila persone che vivono di privilegi: c'è il parlamentare che va in pensione dopo un giorno di lavoro, c'è la pensione sociale ai mafiosi a cui sono stati confiscati i beni, c'è la moglie di Bossi che è a casa da quando aveva 39 anni, c'è Giuliano Amato che prende un vitalizio di 31.000 euro lordi al mese. E ce ne sono tantissimi altri.

"C'è anche chi alla fine del mese arriva a percepire una pensione di 0,78 centesimi di euro" - continua Giordano - Non possiamo far finta di niente. Il mio libro nasce con la speranza che qualcosa possa cambiare. Penso che chiunque lo legga non possa non restare indignato, e per me indignarsi è sempre positivo. Poi ci sono due strade: o ci metti la faccia e ti impegni quotidianamente per cambiare le cose, o pensi che non ci puoi fare niente. Io ci metto la faccia".

"Ho concepito 'Sanguisughe' - conclude - come qualcosa che continuasse a vivere in rete: grazie al tam-tam di internet, ai blog e al passaparola, le informazioni si diffondono a macchia d'olio".

E l'ira dei cittadini smuove le montagne: ce ne eravamo accorti già ai tempi della 'rivoluzione verde' in Iran e nello scorso febbraio durante le proteste di Piazza Tahrir in Egitto.

E noi italiani riusciremo a cambiare le cose?


di Davide Denina






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Microspia nell'ufficio della Polverini «Temuti per nostra azione riformatrice»

Corriere della sera


ROMA - Microspie e telecamere nascoste negli uffici della Regione Lazio in viale Cristoforo Colombo. Strumenti da intercettazione anche nello studio personale della governatrice Renata Polverini. Sono stati scoperti nel corso di una bonifica nel complesso in via Rosa Raimondi Garibaldi da personale specializzato, e adesso la procura indaga per risalire a chi possa aver collocato le apparecchiature.


«SPIATI DA CHI CONTRARIO A NOSTRA AZIONE RIFORMATRICE» - «Non so chi possa avere interesse a spiarmi: se la malavita, i servizi deviati o aziende, che direttamente o indirettamente, stiamo penalizzando con la nostra azione riformatrice». Lo ha detto il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, nel corso di una conferenza stampa convocata lunedì pomeriggio nel suo ufficio. «Mi crea amarezza questa situazione - prosegue la governatrice - perche’ in questo Paese chi si pone con capacita’ in un’azione di governo volta al cambiamento viene sempre preso».

«CONOSCEVANO DECRETI SANITA' FIRMATI A NOTTE FONDA» - La presidente del Lazio ha spiegato: «Da quando ci siamo insediati abbiamo avuto da subito l'idea che qualcuno potesse avere la possibilità di informarsi su ciò che stavamo facendo, in particolare sui decreti della sanità». In particolare, ha aggiunto, «per quanto riguarda i decreti che emettevo come commissario alla sanità del Lazio e che firmavo anche a notte fonda, mi rendevo conto che la mattina dopo erano già alla conoscenza di altri». Polverini ha specificato che in alcuni casi essi venivano pubblicati sui giornali, «per cui pensavo che ci fosse qualcuno che li passava», ma in altri casi essi erano nella conoscenza di terzi «anche quando non apparivano sui giornali».


COPERTURA TOTALE - Negli uffici della Regione sono stati trovati anche dispositivi video ed elettronici che avrebbero consentito di ottenere una copertura quasi totale di ciò che avviene nella Regione. Per quali scopi? Chi ha ordinato di montarli e chi ha eseguito materialmente l’operazione? Domande alle quali gli inquirenti stanno cercando di dare una risposta. Intanto microfoni e obiettivi sono stati rimossi e sequestrati. In tutto finora sono state ritrovate tre microspie e una videocamera, nella giornata di ieri. La governatrice nella sua stanza ha mostrato ai cronisti il materiale ritrovato: oltre alla microspia ancora installata nella presa di corrente nel suo ufficio, in una scatola di cartone è stata mostrata anche una telecamerina nera, grande quanto un pacchetto di cerini, e un'antenna. «Dopo il mio insediamento non ho effettuato bonifiche degli ambienti», ha detto Polverini. «Una prassi? Non credo sia una prassi nei Paesi normali».

IL FURTO IN CASA - Per la presidente Polverini si tratta di un altro episodio misterioso dopo il tentato furto e il furto scoperti nelle sue abitazioni fra San Saba e Ostiense alla fine di febbraio e nei primi giorni di marzo. Proprio in seguito a questi avvenimenti il Questore Francesco Tagliente ha disposto la vigilanza continua delle pattuglie sotto ai palazzi. Una microspia sarebbe stata trovata negli uffici della Regione Lazio della governatrice Renata Polverini. Sull'episodio indaga la Procura di Roma. «Ho proceduto a bonificare le mie stanze, - ha continuato la Polverini - anche dopo i due tentativi di accesso a casa mia, che oggi devo dire risultano "apparentemente falliti"».

«MOLTI VOLTI SCONOSCIUTI IN REGIONE» - Polverini ha poi raccontato di aver «visto persone, sempre con volti nuovi, che si aggiravano nell’edificio, anche a mensa» Perciò, sono partiti dei controlli: «In febbraio abbiamo avviato un’iniziativa - ha aggiunto - perché abbiamo visto che c’erano tantissime persone con badge, abbiamo trovato ben 600 badge anonimi non riconducibili a nessuno». Poi ha aggiunto: «Abbiamo fatto anche una verifica sugli accessi alla rete internet, perché noi siamo una pubblica amministrazione ed i nostri atti vanno in rete. Abbiamo trovato 1.200 password di accesso in più - conclude - io non sono un’esperta, ma ci siamo resi conto che l’accesso alla rete interna era molto rallentato».

ZINGARETTI SOLIDALE - Il ritrovamento di una microspia nell'ufficio di Renata Polverini «è grave ed inquietante, anche perché si aggiunge ad altri episodi dello stesso tenore che l'hanno vista vittima negli ultimi mesi», dichiara in una nota il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. «Voglio esprimere la mia vicinanza alla presidente della Regione Lazio e rivolgere un appello alle istituzioni competenti affinché venga fatta al più presto piena luce sull'intera vicenda», conclude.

Redazione online
11 aprile 2011

Il presidente che "ruba" la penna

Corriere della sera

Il ceco Klaus pizzicato dal web mentre si mette in tasca la stilografica del cerimoniale. Lui: «Era un regalo»


MILANO - Alle telecamere (e a Internet) non sfugge nulla: un video del presidente della Repubblica ceca, Václav Klaus, sta scalando in queste ore le classifiche del web. Siamo in Cile. Klaus si trova in visita di stato nel Paese sudamericano e sta tenendo una conferenza stampa assieme al suo omologo, Sebastián Piñera. Forse annoiato, forse incuriosito da quell'oggetto Václav Klaus viene ripreso mentre "sgraffigna" una penna del cerimoniale. Solo apparentemente senza dare nell'occhio se la mette in tasca. Tant'è che l'imbarazzante situazione è finita nei tg cileni e cechi. Il «presidente-ladro» però si difende: «Era comunque un regalo».


«OPERAZIONE PENNA» - Mentre il capo di stato cileno rivolge il discorso di benvenuto alla delegazione presidenziale ceca, Klaus seduto al suo fianco, osserva con ammirazione la stilografica del protocollo. Apre la custodia, estrae la penna e poi, con molta disinvoltura, Klaus la fa sparire sotto al tavolo, passa la biro «oggetto del desidero» dalla mano destra a quella sinistra e infine se la mette in tasca. Per nulla a disagio si abbottona ancora velocemente la giacca e richiude l'astuccio ormai vuoto. Visibilmente soddisfatto dell'operazione portata a termine con successo.

STAR DI YOUTUBE - La stilografica con lo stemma presidenziale del Cile era stata utilizzata pochi istanti prima per firmare un accordo commerciale e turistico tra i due Paesi. «La penna era comunque un regalo», ha spiegato martedì il portavoce del presidente, Radim Ochvat, al giornale ceco Dnes. E sottolinea: «È un peccato che la televisione ceca non abbia seguito con tale diligenza anche il resto del viaggio di nove giorni del presidente in America Latina». Ciò nonostante, il video del «colpo da maestro» è diventato oggetto di discussione nei due Paesi. Su YouTube il filmato è stato cliccato finora oltre mezzo milione di volte. Malgrado ciò, il titolo dato al contributo televisivo sulla tv pubblica ceca «ct24» è piuttosto sobrio: «Klaus e la biro cilena: 1-0».

Elmar Burchia
12 aprile 2011

Laser ad alta energia incendia e fa esplodere gommone

Corriere della sera


MILANO - In mezzo al mare agitato, con forti raffiche di vento, le forze armate statunitensi hanno testato un «High Energy Laser». Con grande successo, come dimostra un video pubblicato su YouTube. Montato su una nave da guerra americana il futuristico laser ad alta energia è stato usato per la prima volta in mare aperto per mettere fuori uso un piccolo gommone-bersaglio. Neutralizzato da quasi due chilometri di distanza. Per i ricercatori militari si tratta di «un ottimo deterrente da utilizzare in battaglia accanto alle armi tradizionali».

BATTAGLIA NAVALE - A bordo della nave militare da ricerca, la statunitense Uss Paul Foster, è stata recentemente sperimentata l'avveniristica arma laser chiamata Maritime Laser Demonstrator (Mld). In mezzo al Pacifico, vicino all'isola di San Nicolas (al largo della costa della California), il «distruttore» ha sparato un fascio di 15 kilowatt di potenza su un gommone con un motore da 200 cavalli. L'arma laser, montata sul ponte di coperta, ha incendiato il bersaglio a circa un miglio nautico di distanza (1,8 chilometri) nel giro di appena qualche secondo. Nel video, relativamente poco spettacolare, si vede il laser colpire la piccola imbarcazione e provocare la combustione di uno dei motori e del sistema di accensione.


LA PRIMA VOLTA IN MARE - Ciò nonostante, l'Office of Naval Research (ONR), l'Ufficio statunitense che offre diversi programmi di finanziamento per ricerche nel campo delle discipline scientifiche e ingegneristiche, si dice pienamente soddisfatto dell'esperimento. Il mare agitato, le onde alte quasi due metri e l'aria salata (tutti fattori che possono limitare la potenza dell'impulso laser) non avrebbero infatti ostacolato l'operazione. Quest'ultimo test militare-scientifico ha dimostrato insomma che è possibile attaccare e distruggere bersagli in movimento anche in mare. I militari lo hanno definito un «importante passo avanti nell'ambito dello sviluppo di deterrenti da utilizzare in battaglia accanto alle armi tradizionali». Spiega Peter Morrison, del programma Mld: «E' la prima volta che una tecnologia di questo tipo, e con questi livelli di potenza, viene installata su una nave della marina e usata per abbattere un bersaglio in un ambiente marittimo».

LASER ANTI MISSILE - La nuova tecnologia potrebbe rivelarsi molto utile di fronte a bersagli come le imbarcazioni dei pirati o di fronte ad attacchi terroristici. L'obiettivo per il futuro è però quello di installare armi laser sulle navi della marina statunitense che siano in grado di fermare anche missili in arrivo. Per una simile operazione sarebbero tuttavia necessari laser con una potenza quasi dieci volte maggiore: circa di 100 kilowatt. Il Maritime Laser Demonstrator è stato sviluppato dalla società americana che opera in ambito militare, la Northrop Grumman, assieme all'Office of Naval Research della US Navy. E' costato 98 milioni di dollari e tre anni di lavoro.

Elmar Burchia
12 aprile 2011

Quattro anni, nove mesi e una vita

La Stampa


YOANI SANCHEZ


Proprio quando avevi dimenticato come si insegna a camminare a un neonato, ti sei messa a produrre un blog. Un sito web che doveva imparare ad articolare le prime parole, un blog da mettere in guardia sui pericoli e a cui mostrare un mondo che neanche tu comprendevi bene. Pensavi che non avresti più avuto un altro figlio, per la penuria abitativa, per la mancanza di cibo e per la protesta civile - e silenziosa - del tuo utero vuoto, ma hai dovuto metterti a giocare con l’alchimia dei kilobytes. Il parto è stato doloroso e travagliato: non è durato alcune ore ma quattro anni.

La nascita ha prodotto un’emorragia inarrestabile che si porta via il tuo tempo e la tua energia; contemporaneamente sono comparsi presunti medici a chiedere: “perché ti sei cacciata in questo guaio?”. Dopo una gravidanza a rischio, la creatura è nata grazie al taglio cesareo e ti hanno cucito alcuni dolorosi punti chirurgici intorno alla tua vita. Puoi ancora metterti in bikini, ma in compenso non ti lasciano entrare nei cinema e non puoi partecipare a nessuna conferenza. Non ti fanno viaggiare fuori dal tuo paese e non puoi uscire neppure dalla città senza la costante persecuzione di certe ombre che sono presenti anche con l’illuminazione.

Sei la madre di un’entità peculiare e innovativa, in una società dove la diversità non è ben vista. Cerchi di spiegare a familiari e amici che saresti esplosa se non avessi tirato fuori da te stessa questo essere autonomo che oggi è il tuo spazio virtuale. Malgrado ciò, molti non vogliono crederti. Attribuire al tuo utero la reale paternità di questo frutto sarebbe come confessare che loro stessi hanno abortito migliaia di volte per il timore di essere citati pubblicamente. Adesso devi solo proteggere il neonato, vederlo crescere e abituarti al suo volto solcato da sorrisi e cicatrici, ascoltare il tuo istinto e capire che questo è il pargolo che hai dato alla luce, quello che avresti sempre voluto avere.

Un giorno lo vedi uscire per affrontare il mondo e ti senti angosciata perché non sai se riuscirà a sopravvivere al cinismo esterno, all’insulto e alle beffe. Tuttavia non lo vedi rientrare a casa afflitto, ma in compagnia di altri suoi simili, di decine di blog stigmatizzati e demonizzati
(http://vocescubanas.com/), protetti da chi - come te - non è riuscito a smettere di darsi da fare. E così adesso il figlio - blog taglia la sua torta di compleanno e ti fa l’occhiolino: gli hai donato il respiro, l’hai fatto volare nel ciberspazio e battere le ali su Internet. Ma anche se l’hai messo al mondo non puoi controllare la sua vita. Adesso appartiene alla blogosfera alternativa cubana e non deve portare sulle sue spalle quelle dolorose contrazioni che hai provato il 9 aprile del 2007.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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La pipì di Gagarin che cambiò la storia

Il Messaggero


di Marco Giovannelli


ROMA - A Baikonur il tempo si è fermato. C’è la baracca in legno dove dormiva Yuri Gagarin prima della partenza per il primo volo nello spazio. C’è l’alloggio di Serghiei Korolev, padre dell’astronautica sovietica, e un cartello che indica accanto al letto del generale il vecchio telefono in bachelite con il quale parlava con il giovane Gagarin per dare ordini e ricevere informazioni.


Ad ogni lancio nello spazio, questa strana cittadella si anima. Arrivano i tecnici e qualche volta anche i giornalisti, arrivano soprattutto gli inservienti di una foresteria che viene aperta solo per l’occasione. Tutti arrivano su vecchi Tupolev che mettono paura nell'aeroporto a una trentina di chilometri dalla base spaziale. E mentre i camerieri vengono prelevati in fretta e furia per aprire la foresteria, gli altri restano nello scalo incolonnati in interminabili e inutili file perché nella steppa kazaka sarebbe impossibile per chiunque sopravvivere.

Per raggiungere il cosmodromo bisogna passare attraverso la città che sembra abitata da fantasmi. Strade quasi deserte, ai bordi delle quali corrono decine di tubi per il riscaldamento “centralizzato” dell’intera città, molti palazzi sono disabitati perché ormai di tecnici spaziali ne servono pochi, pochissime insegne di negozi, tanti parchi giochi con decine di altalene e scivoli ma di bambini non se ne vedono. Nella piazze più grandi ci sono però i “monumeti” di Baikonur: pezzi di razzi vettori, il cimitero delle vittime dei lanci o di disastri, aerei più o meno moderni.

Nella cittadella degli ospiti, lontana una ventina di chilometri da Baikonur sembra di vivere in una nuvola di polvere. Anche il piccolo museo dove ci sono reperti che farebbero luccicare gli occhi a chiunque, sembra tutto abbandonato. Diverso è l’ambiente dove vengono assemblati i pezzi dalla Soyuz. Qui c’è ovunque tecnologia esasperata, qui si costruiscono i razzi vettori che volano verso le stelle.

«Partiamo».
Solo queste parole, poi Yuri Alekseevic Gagarin partì sul razzo Vostok che lo porta in orbita il 12 aprile 1961, alle 9,07 del mattino, ora di Mosca. Il viaggio, 50 anni fa, dell’allora maggiore Gagarin durò poco meno di due ore ma quella missione cambiò il corso della storia.

Dopo il lancio, passarono lunghi minuti di silenzio, interminabili. Poi dallo spazio arrivò la sua voce: «Vedo la Terra, è azzurra». Nessuno ha più dimenticato queste parole. Alle 10,09 il cosmonauta dell’allora Unione Sovietica informò che stava rientrando a Terra e alle 10,49 Gagarin si lanciò fuori dalla navicella atterrando, appesa a un paracadute, alle 10,57, in un campo vicino alla città di Takhtarova.

Durante il volo Gagarin riuscì a compiere un’intera orbita ellittica attorno alla Terra, raggiungendo un’altitudine massima di 302 chilometri e una minima di 175, viaggiando a una velocità di 27.400 chilometri all’ora.

Gagarin scelto per la sua statura. Il maggiore Gagarin era uno dei venti candidati alla missione. Nato il 9 marzo del 1934 a Klushino, a 160 chilometri da Mosca, figlio di Alexej Ivanovich, un modesto falegname e di Anna Timofeyevna, domestica, accanita lettrice di libri. Il 25 gennaio del 1961, il pilota dell’aeronautica sovietica venne avvertito che aveva superato la selezione e rientrava nei sei che avrebbero potuto volare nello spazio. Gagarin venne scelto perché la sua statura era compatibile alla navicella e venne preferito all’altro pilota Leonov (che nel 1965 diventerà però il primo uomo ad effettuare una passeggiata nello spazio).

La mattina del 12 aprile 1961 Gagarin e le sue riserve,
Titov e Nelyubov, cominciarono l’avventura verso lo spazio. e in quei momenti si racconta di una stranezza che però è entrata nella storia di tutti coloro che sono lanciati da Baikonur. Nonostante la tuta di volo, pesante e ingombrante, Gagarin che viaggiava su un autobus insieme agli altri compagni di volo (cosmonauti se russi o astronauti se occidentali), aveva bisogno di fare pipì e in gran segreto l’autista si fermò per il bisogno. Da quel giorno, ogni missione spaziale segue lo stesso riti. Durante la vestizione si compiono sempre gli stessi movimenti. Prima di salire sull’autobus un’orchestrina intona la stessa musica e durante il trasferimento il mezzo si ferma per far fare la pipì ai cosmonauti. La missione finì con una partita a biliardo con German Stepanovic Titov, il secondo uomo a volare nel cielo.

Gagarin divenne un eroe. Presentò all’Accademia Zukovskij una tesi con la quale descrive oltre vent’anni prima la possibilità di costruire uno Shuttle. Gagarin doveva tornare nello spazio con il secondo volo della Sojuz ma prima di avventurarsi indicò agli ingegneri oltre duecento errori di fabbricazione della navicella che partì lo stesso. Ai comandi c’era però Koromarov che non tornò più. Gagarin era ormai inaffidabile e pericoloso per il regime. Nel marzo del 1968 morì pilotando un Mig 15.



Martedì 12 Aprile 2011 - 14:09




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Gli indiani d'Amererica sono scesi sul piede di guerra per «l'oro blu»

Corriere della sera


Nell'Oklahoma i Choctaw e i Chiakasaw lottano per il Lago Sardis. Mentre comuni del Missouri sono contro l’assegnazione delle acque del Colorado ai Navajos





WASHINGTON – Nell’età dell’effetto serra i pellerossa americani hanno scoperto di possedere un nuovo tesoro, anzi il tesoro del futuro: l’acqua dei fiumi e dei laghi delle loro riserve, un bene preziosissimo. Ma come accadde nell’Ottocento alle loro terre, i bianchi – questa volta delle metropoli, non i coloni e le giubbe blu – tentano d’impossessarsene. Dopo più di un secolo è un’altra guerra tra il potere bianco e le oltre 500 nazioni indiane riconosciute legalmente in America, per fortuna mediata dal Ministero degli interni o combattuta nelle aule dei tribunali. Da cui però i pellerossa, attualmente vincenti, rischiano alla fine di uscire sconfitti.

RISERVE - Un caso esemplare è quello delle tribù Choctaw e Chiakasaw della regione di Tuskahoma nell’Oklahoma, lo stato che a cavallo del 1900 fu un paradiso del petrolio. Le due tribù, che vi furono trasportate 175 anni dalle giubbe blu, di fatto in esilio, rivendicano la proprietà del grande Lago Sardis, famoso per la pesca. Ma tre città, Oklahoma city, la capitale dello stato, Edmond, e la lontana Fort Worth nel Texas chiedono di usarne l’acqua. Il comune di Edmond, in particolare, ha già deciso di emettere obbligazioni di cento milioni di dollari complessivi per costruire un acquedotto dal lago Sardis alla città. Le tre città obbiettano che le due tribù non risiedono in una riserva perché nel 1900 il territorio fu diviso in tanti piccoli appezzamenti per le loro famiglie, e quindi non hanno il monopolio del lago. Gregory Pile, il capo della tribù Choctaw, ribatte che non fa alcuna differenza, che una sentenza della Corte suprema americana del 1903 sancisce l’uso esclusivo delle loro acque da parte degli indiani. Aggiunge che da quando un fiume del posto, il Jarford, fu bloccato da una diga, il lago è essenziale al sostentamento delle due tribù.

COLORADO - Il Ministero degli interni sta mediando, ma sinora senza molto successo. Secondo Daniel McCool, un giurista dell’Utah, un altro stato dove sono in corso dispute del genere, più la terra su surriscalderà e meno i tribunali daranno ragione ai pellerossa. Sino ad ora, ha spiegato McCool, l’America ha riconosciuto a 36 tribù il controllo delle acque delle loro riserve, e sta promuovendo un compromesso tra 18 altre tribù e numerose città. «Ma questa tendenza si invertirà», ha ammonito «se si rischierà la siccità nelle metropoli come è già successo a Los Angeles». McCool ha citato il ricorso di due comuni, Bloomfield e Aztec, contro l’assegnazione di parte delle acque del fiume Colorado alla grande nazione dei Navajos.

MINIERA - L’esito del braccio di ferro dell’Oklahoma influirà sugli altri in atto nell’Utah appunto, nel Nuovo Messico, nel Nevada, in California e in altri stati del sud ovest americano, resi famosi in tutto il mondo dai film western del regista John Ford con l’attore John Wayne. Per le riserve pellerossa dove oggi è particolarmente abbondante, l’acqua potrebbe diventare una miniera d’oro, come lo è per qualcuna il petrolio e per qualcun'altra il gioco d’azzardo nei loro casinò. Ma per le riserve dove l’acqua è appena sufficiente, doverla condividere con una città che ne ha urgente bisogno sarebbe un dramma.



Ennio Caretto
12 aprile 2011



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Sesso con minori, arrestato Ferrigno Video incastrerebbe l'ex prefetto

Il Mattino


ROMA - Una sua conversazione telefonica compare negli atti del caso Ruby. Al cellulare è l’ex prefetto di Napoli ed ex Commissario antiusura Carlo Ferrigno, arrestato ieri. Parlava con Maria Makdoum sua ex fidanzata, danzatrice del ventre e testimone chiave del processo al premier. Ma le manette sono scattate per un’altra inchiesta. L’accusa è di millantato credito: avrebbe ricevuto prestazioni sessuali, anche con minori, millantando agevolazioni nella pubblica amministrazione, ossia l'erogazione dei fondi alle vittime degli strozzini.

La vicenda è stata raccontata all'associazione Sos racket e usura da una delle presunte vittime dell'ex Commissario. Ai microfoni dell'associazione la donna racconta l'episodio che l'avrebbe vista protagonista.




Martedì 12 Aprile 2011 - 12:52    Ultimo aggiornamento: 13:01

Anche Facebook si piega alle censure di Pechino e crea un social network solo per gli utenti cinesi

di Orlando Sacchelli


Mark Zuckerberg si è messo d'accordo con il gigante dei motori di ricerca cinese Baidu per lanciare un nuovo sito di social network in Cina. Ma non sarà collegato alla rete mondiale di Facebook. Un mercato di 450 milioni di utenti che fa gola a tutti



Nessuno si scandalizzi: fare affari con la Cina piace a tutti. Nonostante i diritti umani e le libertà negate dal regime, i campi di lavoro forzati (Laogai) e la censura pressoché costante a Pechino e dintorni. Tutti si affrettano a condannare (a parole) certi comportamenti del governo cinese. Poi però si fa finta di niente e si firmano i contratti. L'ultimo grande affare lo ha siglato (anche se non c'è ancora la conferma ufficiale) Facebook: il re mondiale dei social network si è messo d'accordo con il gigante dei motori di ricerca cinese Baidu.

L'obiettivo: lanciare un nuovo sito di social network in Cina. L'annuncio l'ha dato lunedì il portale web Sohu.com, che si è affrettato a precisare che il nuovo sito non sarà collegato alla rete mondiale di Facebook, attualmente inaccessibile in Cina. Non sia mai che un po' di libertà, sulla rete, possa scalfire la muraglia cinese... Va bene offrire un social network ai cinesi (che sono tanti)... l'importante è evitare pericolose commistioni coi sobillatori. E chi sono i sobillatori? Tutto il resto del mondo, ovviamente.

L'accordo Facebook-Baidu L'accordo segue una serie di incontri tra il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg e il ceo di Baidu, Robin Li, a ennesima del forte interesse del colosso americano per la Cina. Il portavoce di Baidu non ha voluto commentare la notizia. Poco dopo, Sohu.com ha addirittura ritirato le informazioni dal proprio sito. Facebook ha annunciato in febbraio di avere aperto un ufficio a Hong Kong, il suo terzo ufficio in Asia, mentre Zuckerberg ha visitato la Cina nel mese di dicembre, stimolando le ipotesi che Pechino accoglierebbe volentieri la società californiana. Durante la sua visita in Cina, Zuckerberg si è incontrato con Charles Chao, ceo del portale Sina.com, mostrando il suo interesse per il più grande mercato del mondo sulla carta e dalle prospettive estremamente lucrative.
Un mercato di 450 milioni di utenti E' un mercato enorme quello della Cina: 450 milioni di utenti internet, un dato in costante aumento. Com'è noto il governo di Pechino ha creato un accurato sistema di censura dei siti web, riuscendo a bloccare, filtrare o addirittura cancellare i dati ritenuti sensibili. Questo sistema evita alla maggior parte dei cinesi l’accesso alla rete mondiale di Facebook. Secondo le informazioni pubblicate da Sohu.com la data per il lancio del nuovo sito cinese di social networking non è stata ancora fissata. Ma bisogna fare in fretta, gli affari sono affari e la torta da dividere è troppo grossa (e ghiotta). E la libertà di espressione - e di scambio di idee e comunicazioni - che dovrebbe essere l'anima di internet, oltre che di Facebook? Quella può aspettare... 
La ribellione di Google Un anno fa scoppiò una lite furiosa tra il colosso dei motori di ricerca e Pechino. Dopo quattro anni di pacifica convivenza Google disse ufficialmente "no" alle censure imposte dal governo. Cos'era successo? Spariti articoli e foto su piazza Tienanmen e Tibet, solo per fare un esempio. Via tutte le informazioni e i commenti sui diritti umani. Ma non era stato un rimorso di coscienza a scatenare la rabbiosa reazione di Google. A far imbufalire Mountain View erano state alcune intrusioni negli account postali di Gmail di alcuni dissidenti. Come andò a finire? Google rimase in Cina... e Pechino ha continuato a censurare come al solito. Risale a un mese fa l'ultima protesta di Google per un nuovo blocco di Gmail in Cina. Milioni di utenti sono stati colpiti, con il sito molto rallentato e in alcuni casi reso irraggiungibile. Anche stavolta gli hacker (prezzolati dal regime?) hanno agito con efficacia...





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Egoista e insensibile: uscire da questa Europa non è una bestemmia

di Giancarlo Loquenzi

L'appartenenza all'Unione si basa sull'idea di necessità reciproca, ma non può essere un alibi per far vincere gli interessi dei più forti



È davvero strano come un’idea che si è rivela­ta per molti versi un fallimento o quantome­n­o un vasto insuccesso sia protetta da radica­to tabù che rende difficile se non impossibi­le sottoporla a un serio vaglio critico. Parlia­mo ovviamente dell'idea di Europa e della sua ver­sione politica, la Ue, e di quella economica, l'euro.
 
In parte questo tabù è do­vuto al fatto che la sinistra italiana, dopo il tramonto delle ideologie, ne ha fat­to una sorta di fede sostitu­tiva: morta la lotta di clas­se si è aggrappata ai tratta­ti di Maastricht. Assieme a questo decisivo contraf­forte ideologico, l'Europa ha piantato radici nell'idea che l'Italia aveva bisogno di un vincolo esterno per non anda­re a rotoli: era la tesi di Guido Carli, convinto che senza una sferza europea adulta e autorevole il nostro Pa­ese sarebbe rimasto una specie di ragazzino scavezzacollo e combina guai.
Si tratta di attitudini di pensie­ro dure a morire che hanno sa­cr­alizzato la nostra appartenen­za all'Europa in modo anche più forte di un vincolo costitu­zionale. Così se l'europeismo è un dogma, chiunque lo metta in discussione è un eretico, de­gno di scomunica dal consesso civile. È un effetto che si vede be­ne nelle reazioni alle parole di Berlusconi a Lampedusa, peral­tro quasi lapalissiane: «O l'Euro­pa è una cosa vera e concreta o meglio dividersi».
Il presidente del Consiglio è stato trattato come un folle dal­la «grande» stampa e quella sua frase presa a controprova della sua scarsa lucidità. Al contrario Berlusconi ha detto una cosa molto semplice: se l'Europa è solo un guscio vuoto rischia di diventare un alibi all'ombra del quale Paesi più forti fanno pre­valere i loro interessi a detri­mento di quelli deboli. Ma inve­ce­di farlo in uno scontro in cam­po aperto, con la possibilità per tutti di scegliersi il terreno più fa­vorevole e le alleanze globali più utili, si è costretti a dar batta­glia nel sottobosco politico- lob­bistico di Bruxelles e dintorni.

Ieri si è sfogato anche il mini­stro Maroni dopo l'ennesimo «no»della Commissione ai per­m­essi temporanei per gli immi­grati tunisini: «Mi pare che se l'Europa è questa, francamente meglio soli che male accompa­gnati ». Ma l'Europa è questa. Lo si è visto con la crisi dei debiti sovra­ni e della zona euro prima e nell' emergenza immigrazione dal Nord Africa poi: l'Europa non esiste se non nella gestione bu­rocratica di se stessa, ma nelle evenienze drammatiche e im­previste la soluzione «euro­pea » finisce col coincidere con l'interesse dei più forti. Così l'Europa ha fatto pagare ai con­tribuenti europei il debito gre­co per proteggere le banche te­desche invase di titoli tossici del governo ateniese e ora aiuta la Francia a chiudere le sue fron­tiere contro l'invasione tunisi­na.
Che non esista un politica eu­ropea è arrivato ad ammetterlo persino Romano Prodi, che per anni ne è stato una vestale: «È incredibile- l'ex presidente del­la Ue - vedere come l'Unione Europea sia del tutto imprepa­rata a favorire il cammino verso la democratizzazione (dei Pae­si arabi ndr ). Ci riempiamo la bocca di parole come libertà, di­ritti, democrazia e non abbia­mo nessuna politica pronta... È triste doversi accorgere che la politica estera europea non esi­ste ».
Quanto al famoso «vincolo esterno» ne ha fatto giustizia un economista come Paolo Savo­na: «L'Italia ha accettato il vin­colo europeo nella promessa di un futuro migliore che non si è realizzato; anzi stringe la corda attorno al collo che si è volonta­riamente posta. Se l'Italia deci­de­sse di uscire dall'euro essa at­traverserebbe certamente una grave crisi di adattamento, con danni immediati ma effetti salu­­tari, quelli che ci sono finora mancati: sostituirebbe infatti il poco dignitoso vincolo esterno con una diretta responsabilità di governo dei gruppi dirigenti. Si aprirebbe così la possibilità di sostituire a un sicuro declino un futuro migliore».
Anche la stampa europea, quella stessa che viene chiama­ta in causa ogni giorno a ripro­va del discredito del governo Berlusconi si è accorta che qual­co­sa non funziona più come do­vrebbe. «Incapaci di mettere a punto regole comuni per l'asilo ostili ad ogni condivisione del fardello, rifiutando di pensare che la pressione dei clandestini si esercita molto più su alcuni che non su altri, i 27 offrono la desolante immagine di un pote­re senza linea direttrice e senza risposta di fronte alle sfide di do­mani », ha scritto Le Monde del 9 aprile. Mentre El Pais ha sen­tenziato: «L'Italia si è sentita - e a ragione - abbandonata dall' Europa».
Berlusconi e Maroni hanno solo colmato un vuoto e detto chiaramente che anche con l'Italia non si scherza.



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Mississippi Burning Caccia al killer del '64

La Stampa

Maurizio Molinari


Con le nuove tecnologie l'Fbi vuole scoprire chi uccise per razzismo Louis Allen

A 47 anni dall’assassinio di Louis Allen gli agenti dell’Fbi sentono di essere a un passo dall’identificazione del killer, ma l’omertà che regna a Liberty, piccolo centro del Mississippi, riesce ancora a ostacolare la giustizia. L’omicidio di Allen nel gennaio del 1964 segnò la stagione delle battaglie per i diritti civili e l’Fbi dal 2006 lo ha incluso nei 108 «cold cases» (casi freddi, cioè irrisolti) che ha deciso di riaprire al fine di ricorrere ai ritrovati della scienza - dall’esame del Dna all’alta tecnologia - per arrivare ai nomi dei responsabili dei crimini commessi per difendere la segregazione dei neri.

Allen era un veterano dell’Us Army, aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale e, una volta finita, aveva scelto di tornare a Liberty, nel profondo Sud degli Stati Uniti, sfidando a testa alta le discriminazioni contro gli afroamericani. Nel piccolo centro i bianchi abitavano in case di legno, mentre i neri erano ancora confinati in quartieri di baracche. Lui si distingueva per essere proprietario della terra dove viveva con la sua famiglia, per avere una piccola azienda di legname e per portare sempre in testa un cappello che attestava orgoglio, autostima e nessun complesso di inferiorità verso i bianchi.

Era un atteggiamento che ai seguaci del Ku Klux Klan dava fastidio: lo consideravano un sobillatore. Il cortocircuito avvenne il 25 settembre del 1961 quando Allen, passando accanto a un vecchio deposito di cotone, vide un influente politico locale di nome E. H. Hurst uccidere a sangue freddo l’afroamericano Herbert Lee. Racontò a famigliari e amici quanto aveva visto, ma poi subì le pressioni di chi gli intimava di mentire, e solo quando a Liberty arrivò l’attivista dei diritti civili Julian Bond - impegnato a registrare i neri nelle liste elettorali - raccontò quanto era davvero avvenuto.

Sapeva di rischiare la vita per aver sfidato il Ku Klux Klan cittadino così, dopo aver firmato la deposizione contro Hurst alla Commissione federale sui diritti civili, chiese all’Fbi di essere messo sotto protezione. Ma i federali girarono la richiesta per competenza alle «forze dell’ordine di Liberty» nonostante il vicesceriffo della contea di Amite, Daniel Jones, fosse sospettato di volerlo assassinare. Nel dossier dell’Fbi su Louis Allen c’era un rapporto che metteva in guardia dalle minacce che Jones avrebbe potuto portargli, ma fu ignorato al punto che proprio a Jones venne consegnata la richiesta di proteggere lo scomodo testimone.

Il risultato fu l’arresto di Allen davanti a casa sua: l’uomo fu malmenato sotto gli occhi del figlio, il 17enne Hank, al quale invano continuava a chiedere di rimettergli il cappello in testa. Più glielo chiedeva, più gli uomini dello sceriffo lo bastonavano.

Dopo qualche settimana Allen venne rilasciato, ma era diventato una sorta di appestato: nessuno gli rivolgeva la parola, non trovava un benzinaio che gli vendesse il carburante, i clienti erano spariti. Alla fine non gli restò che rinchiudersi in casa. Fu questa atmosfera di assedio che lo spinse a decidere di lasciare Liberty, per ricominciare altrove una nuova vita con la famiglia, ma mentre stava aprendo il cancello per far uscire l’auto venne ucciso da ignoti. Il giorno dopo Daniel Jones si presentò dalla vedova e senza troppi preamboli le disse: «Se suo marito avesse tenuto la bocca chiusa sarebbe ancora vivo».

L’inchiesta che seguì finì nel nulla e l’assassinio di Allen fu del tutto dimenticato fino a quando, nel 1994, lo storico Plater Robinson della Tulane University scelse di occuparsene ,arrivando alla conclusione che «Daniel Jones e un nero lo avevano ucciso».

Anni più tardi altri testimoni hanno fatto il nome di Jones, figlio di uno dei fondatori del Ku Klux Klan locale, e ora gli agenti dell’Fbi stanno tentando di rimettere assieme tutti i tasselli del mosaico per riuscire a incriminare formalmente l’ex vicesceriffo, che vive ancora a Liberty. Ma l’ostacolo con cui Cynthia Deitle, che per 15 anni ha guidato la divisione Diritti civili dell’Fbi, continua a scontrarsi è la stessa omertà di 47 anni fa, che spinge i testimoni di allora a celarsi dietro un muro di «non ricordo». Nel tentativo di perforarlo il programma «60 Minutes» della Cbs è andato a bussare alla porta di Jones. Lui ha aperto e, con modi garbati, ha parlato a viso aperto davanti alle telecamere ostentando sicurezza: «Io con questa storia di Allen non c’entro nulla. Se proprio volete, potete sottopormi all’esame della macchina della verità».




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La multa autovelox è annullabile se l'agente non è presente

La Stampa


È annullabile la multa per eccesso di velocità se, presso l'autovelox gestito e installato da un'azienda privata, non c'è il vigile. Lo ha stabilito la Cassazione.

Il caso
 
Un piccolo comune aveva multato un'automobilista per eccesso di velocità con un autovelox installato e gestito da una ditta privata. La signora aveva impugnato il verbale contestando la taratura degli apparecchi e il fatto che l`infrazione fosse stata accertata senza la presenza degli agenti. Il comune aveva affidato gli strumenti autovelox ad una ditta specializzata e la sola supervisione (generica) della polizia municipale. Il ruolo dei vigili non può limitarsi alla presenza sul posto. La Cassazione ha confermato la sentenza del Tribunale che aveva annullato il verbale, dal quale: "non emerge adeguatamente che il rilevamento, cioè l'elaborazione della rilevazione, avveniva ad opera di un agente preposto al servizio di polizia stradale, unico abilitato ad attribuire fede privilegiata all'accertamento".




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La mega truffa ai vip "Fammi riavere i soldi o parlo coi pm del Pd"

di Gian Marco Chiocci



Dai verbali d’interrogatorio del "Madoff dei Parioli" emerge che i raggirati non erano tutti uguali. L’ex portavoce di Franceschini poteva fare pressioni



di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica


Roma
Clienti da «tosare» e clienti - ça va sans dire, privilegiati - da rimborsare? Forse no. Ma clienti «normali» rassegnati, e clienti eccellenti, pronti a far pressioni e a paventare ritorsioni per riavere i soldi, sì. Tra questi anche l’ex portavoce di Dario Franceschini Pier Domenico Martino, parlamentare Pd. A fare come primo esempio quel nome, raccontando a gip e pm la sua verità sull’allegra gestione dei «risparmi-vip», è stato Gianfranco Lande, il Madoff dei Parioli, l’uomo che avrebbe truffato un migliaio di clienti eccellenti, soprattutto nella Roma-bene. Nel suo primo interrogatorio, il 26 marzo scorso, Lande si difende e ricostruisce la storia del «sistema» di società Eim, che muovevano i soldi per politici, calciatori, imprenditori e volti noti di cinema e tv.
Spiega che tra 2008 e 2009, prima per la crisi poi per lo scudo fiscale, il giocattolo si era rotto sull’onda delle «richieste di rientro» dei capitali. E giura di essersi messo in moto per provare a salvare il salvabile, cercando di traghettare i clienti nell’altra società, la Egp («intermediario abilitato» anche per attivare gli scudi fiscali), che avrebbe dovuto «dare più chiarezza ai clienti», fino a quel momento gestiti da una struttura «estremamente informale». Ma quando i magistrati capitolini gli contestano l’esistenza di due tipologie di clienti, (quelli che «sarebbero stati rimborsati, e quelli tosati», sintetizza il gip), Lande quasi si indigna. «Diciamo che intanto non c’era l’intenzione di privilegiare dei clienti e di tosarne altri», spiega, sostenendo di aver solo tentato di mettere «una pezza a un pasticcio».
Poi però riconosce che non tutti i clienti erano uguali: «Io ho avuto delle pressioni fortissime di tutti i tipi». Il pm spara: «Da chi?». Lande non si tira indietro. «Da una pluralità di soggetti, dalla semplice lamentela alla articolata descrizione di quelli che sarebbero stati i passi legali, mediatici o altro che avrebbero intrapreso nel caso non ci fosse stata soddisfazione pronta». L’elenco di chi batteva cassa annunciando contromisure «è sterminato», sospira Lande, che poi comincia: «Se vuole possiamo dire... l’onorevole Pier Domenico Martino, il quale mi ha detto “ma insomma, io nel caso non ci sia una soluzione felice della mia vicenda... - nonostante avesse già effettuato dei prelievi, e da quello che ricordo anche consistenti, nel corso del tempo - nei gruppi parlamentari ci sono molti ex magistrati, sicuramente dovranno costruire una formulazione di esposto-denuncia”».
Che Martino fosse tra i clienti di Lande era già noto, non così le «pressioni» che, stando al verbale del broker, il parlamentare del Pd avrebbe fatto. Martino, che non ha mai presentato denuncia per la presunta truffa, si era avvalso dello scudo fiscale. Quello che pure, pubblicamente, aveva osteggiato per assecondare la posizione del suo partito. Nessun tentativo di costrizione al rimborso viene messa a verbale per quanto riguarda un altro parlamentare del Pd finito nell’elenco del Madoff de noantri, Francesco Saverio Garofani. Ma di curioso c’è che per Lande quel cognome è una «famiglia sterminata», un «clan» di clienti storici:

«Io parlavo prima di... forse era Lorenzo Garofani, che è stato forse il primo cliente. In questo momento, appartenenti al clan Garofani credo che ci siano 20-25 persone, perché sono i figli che hanno in parte investito per conto loro, in parte legati alla posizione del padre, le mogli, i colleghi d’ufficio...». Finora vip e meno vip sono solo le vittime di un maxiraggiro. Diverso il discorso per i conti «cifrati». Lande ne parla nel secondo interrogatorio, il 6 aprile scorso, spiegando che preparando l’elenco dei clienti che hanno usufruito dello scudo, ha notato «una dozzina di soggetti che, in quanto codificati, stavo cercando di identificare». Nascosti, ovviamente, per motivi fiscali. E per dare un nome al gruppetto, ora, sono al lavoro anche le Fiamme gialle.





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Repubblica, ultima bufala Spunta l’eroe antiatomico Ma invece era un sindaco

di Paolo Bracalini

Il quotidiano dà voce a un operaio di Fukushima: "Riflettere sul nucleare". Ma un giornale Usa: quell’uomo in realtà fa il sindaco



Roma

Troppo commuovente, una storia perfetta per un film, l’operaio che si immola e si getta in mezzo alle radiazioni per salvare gli altri. E che poi, ormai fosforescente, ci ammolla pure la predica sui rischi del nucleare (un chiodo fisso per la Repubblica di Sorgenia spa, energie rinnovabili). Tanto struggente, l’eroismo di mister Futoshi Toba, da sembrare una bufala. Anzi, da essere proprio una bufala atomica. Dopo i sospetti sollevati da molti blogger italiani, il fake (falso) di Repubblica ha attraversato l’oceano ed è finito su The Atlantic, storico magazine fondato a Boston nel 1857. Si cita un pezzo di Repubblica del 19 marzo, corrispondenza dal Giappone, con dieci storie toccanti di eroismo, tra cui - la più emozionante - quella del signor Toba, presentato come un «operaio di 59 anni», «perseguitato da una violenta bronchite cronica», «senza figli» ma con tanto coraggio da sacrificarsi per cercare di fermare le fughe radioattive dentro la centrale di Fukushima.
«Hanno chiesto chi conoscesse il reattore 4 e vedendo i ragazzi che avevo vicino, ho risposto che io sapevo tutto. Ho capito che il mio destino era compiuto e che dopo anni vani avevo l’occasione di dare un senso alla mia vita», ha raccontato Toba a Repubblica. Poi, come spiega il sito Linkiesta, la storia è stata ripresa da Massimo Gramellini a Che tempo che fa. Non solo, qualcuno ha aperto anche un blog, futoshitoba.blogspot.com, presto rimosso. Forse perché nel frattempo era emersa una serie di stranezze in quel pezzo, soprattutto sul conto di questo mister Toba, che finiva la sua testimonianza con una frase da disaster movie: «Prego il mio Paese di riflettere se questa (il nucleare) è la strada giusta per assicurarci un futuro».
Ecco, sarebbe stato bellissimo e commovente, se fosse stato vero. Peccato che invece, come scrive The Atlantic, «probabilmente nessuno di voi (lettori americani, ndr) ne avrà sentito mai parlare». Il motivo è che «bastano pochi secondi su un motore di ricerca per vedere che di questa storia si è parlato solo in Italia. E che invece la stampa internazionale, tutta quanta, dice che Futoshi Toba è il sindaco di Rikuzentakata, una cittadina colpita dallo tsunami». Non un operaio, non un 59enne senza figli e con bronchite, niente di quel che Repubblica ha raccontato. Dunque, una bufala. Ma perché, si chiede il magazine Usa, che cita un altro caso di bufala all’italiana, le finte interviste a Philip Roth, John Grisham, Gunter Grass e altri fatte (meglio, inventate) dal freelance Tommaso Debenedetti. «Perché a tutti piacciono gli eroi, e gli eroi devono avere un nome», anche a costo di inventarli, scrive The Atlantic nell’articolo significativamente titolato «The Italian Press's Tradition of Fake Interviews».
Non è la sola incongruenza che si è letta su Repubblica a proposito dello tsunami giapponese. Due esperti di Giappone, Marco Del Bene (Università La Sapienza) e Yukari Saito (Università di Pisa), hanno lamentato sui blog lo «sciacallaggio giornalistico oltre a ogni limite di tolleranza» del quotidiano di Ezio Mauro, che avrebbe esasperato i toni da apocalisse atomica seminando «imprecisioni» e dati falsi (chi vuole approfondire vada su freddynietzsche.com). Lo «sciacallaggio» giornalistico ha convinto i promotori di JPQuakebook, un libro che raccoglie tramite web le storie delle vittime (per donare i ricavi alle famiglie) a creare un «Muro della vergogna giornalistica» (Journalist Wall of Shame). Dove, guarda un po’, Repubblica gode di moltissime citazioni. Pezzi dove si «spaccia l’allarmismo» (fear monger), un articolo («Tokio capitale in agonia», del 20 marzo) che è «dall’inizio alla fine un pezzo di fiction apocalittica», dove si riporta la «rabbia contro il governo» ricavata, però, solo dalla testimonianza di una singola persona, mentre altre “informazioni” non indicano la fonte o la attribuiscono in modo vago». Insomma, bufale. E molto radioattive.




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Medici contro giudici: spietati a senso unico

di Francesca Angeli



Le toghe rifiutano per sé la responsabilità civile, ma sono inflessibili con le altre professioni. Il duello dopo una sentenza della Cassazione proprio sulla responsabilità professionale dei camici bianchi



Roma - Chirurghi contro giudici. I magistrati alzano le barricate sulla questione della responsabilità civile per la propria categoria, dicono i camici bianchi, ma poi mettono sotto accusa quella dei medici senza tenere conto della specificità di questa professione. I chirurghi scendono in guerra e minacciano lo sciopero dopo la sentenza della Cassazione che ha condannato per omicidio colposo tre operatori dell’ospedale San Giovanni di Roma. Il team aveva operato una malata terminale deceduta poi in seguito all’intervento stesso. Intervento espressamente richiesto dalla paziente.
Per Pietro Forestieri, presidente del Collegio Italiano dei chirurghi (Cic), si tratta di una «sentenza schizofrenica che ribalta di fatto il valore del consenso informato». Ai giudici, per i quali in questo caso sono stati violati i principi del codice deontologico che vieta qualsiasi forma di accanimento terapeutico, Forestieri fa notare che si è «ancora fermi al Codice Rocco del ’30 e non si è mai proceduto ad una definizione dell’atto medico, evidenziandone la specificità».

Forestieri sottolinea come ci sia stata «una giusta insurrezione contro la colpevolezza del giudice, riconoscendone la delicatezza del ruolo e la necessità della serenità di giudizio» osservando che per la categoria dei magistrati «si è ben notato il pericolo di una giustizia difensiva».
Peccato però che non ci sia stata la stessa attenzione per i medici. «Molti giudici hanno trovato spazio nei media per spiegare la bontà delle loro tesi - osserva Forestieri - cosa che a noi chirurghi è sempre stata pervicacemente negata».
E Forestieri illustra la differenza di trattamento. «I rappresentanti dei magistrati sono stati ricevuti dal presidente della Repubblica invece i chirurghi non hanno mai avuto la possibilità di una interlocuzione ufficiale con le istituzioni - denuncia il medico - rivendichiamo di svolgere una professione che riveste un’importanza pari a quella dei giudici e ci aspetteremmo un’eguale considerazione da parte delle istituzioni dei media e dei cittadini».
Anche Rodolfo Vincenti, presidente dei Chirurghi ospedalieri, Acoi, critica la sentenza e osserva che nella sua esperienza molti dei suoi pazienti sono ancora vivi anche perché non si è astenuto «dal tentare l’impossibile».





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La Casta che non muore mai Salute deputati costa 10 milioni

di Gian Maria De Francesco


Dall'omeopatia ai trattamenti termali ecco i rimborsi erogati dal Fondo di solidarietà della Camera per l'assistenza sanitaria dei deputati: oltre dieci milioni di euro all'anno. Sette milioni finiscono nelle tasche degli "ex" che continuano a ricevere gli stessi vantaggi. Oltre ai politici benefici anche per i familiari, inclusi i conviventi



Auto blu, telefonino e pc di serie, ottimi pasti a prez­zi «popolari». Poteva mancare l’assistenza sanitaria integrati­va nel novero dei benefit dei deputati? No, di certo!

E quanto costino i rimborsi erogati dal Fondo di solidarie­tà della Camera lo hanno rive­lato i radicali con la loro cam­pagna Parlamento­Wikileaks , che svela su Internet i segreti di Montecitorio e dintorni. Eb­bene, nel 2010 la «cassa mu­tua privata » degli onorevoli ha rimborsato spese per 10,1 mi­lioni di euro. Un dato in legge­ro calo sia rispetto agli oltre 11 milioni del 2009 che ai circa 12 del 2008. Gli iscritti sono 5.574 poiché il regolamento del Fon­do consente l’iscrizione non solo agli onorevoli e ai familia­ri (inclusi i conviventi more uxorio , modifica introdotta dalla presidenza del cattolico Casini), ma anche agli ex parla­mentari, ai familiari, ai benefi­ciari di­quota del vitalizio non­ché a giudici e presidenti eme­riti della Consulta.
Le maggiori voci di spesa so­no rappresentate da ricoveri e interventi (3,17 milioni, 31,3% del totale) e odontoiatria (3,09 milioni, 30,5%), mentre un al­tro 10% circa è rappresentato dai 973mila euro di rimborsi per fisioterapia. Oltre 745mila euro se ne vanno tra analisi e accertamenti, mentre grazie ai 3.636 euro dell’omeopatia il totale delle visite mediche su­pera i 700mila euro. Da segna­l­are che 153.189 euro sono de­dicati al rimborso del ticket, ossia deputati, ex deputati e fa­miliari si rivolgono al Servizio sanitario nazionale pagano e successivamente chiedono il rimborso della spesa alla Ca­mera.
E pensare che, come ri­velò un servizio delle Iene qual­che anno fa, basta solo dire di essere un parlamentare e nei malandati ospedali pubblici italiani si srotolano i tappeti rossi... Ben 7,3 milioni di euro degli oltre 10 di rimborsi vanno agli ex deputati. Si spiegano anche così alcune voci di spesa come occhiali (488mila euro), prote­si ortopediche (37.412 euro), protesi acustiche (186.400), sclerosanti (28mila euro) e as­sistenza infermieristica (7.653 euro). Di non trascura­bile entità anche le voci «cure termali» (200mila euro) e «psi­coterapia » (257mila euro) che cura l’anima e anche la depres­sione da trombatura. Tutto tra­sparente, quindi, grazie ai ra­dicali che tuttavia si lamenta­no per non aver avuto accesso ai dati sui rimborsi per shiatsu­terapia e balneoterapia.
Per non cadere in facili qua­lunquismi è opportuno ricor­dare che sia i deputati che gli «ex» pagano l’assistenza inte­grativa versando un contribu­to mensile scalato dallo «sti­pendio ». Per gli onorevoli si tratta di 526,66 euro (il 4,5% dell’indennità).Il Fondo si reg­ge sui contributi (11,3 milioni nel 2009) e sugli interessi deri­vanti dagli investimenti della liquidità, distribuita in 140 mi­lioni di pronti contro termine presso Dexia, in una gestione patrimoniale da 28 milioni presso Mps e in un portafoglio di titoli di Stato italiani da 180 suggerito gratuitamente da Bankitalia.
Assodato che una copertura assicurativa sarebbe molto più costosa, restano due que­stioni sul tavolo. La prima è re­lativa alla sanità pubblica: se i deputati si organizzano una «mutua», è probabile che si fi­dino più del privato, ma in con­creto fanno poco per estende­re a tutti i cittadini lo stesso gra­do di libertà. La seconda è più prosaica: se possono «permet­tersi » anche l’assistenza inte­grativa, non saranno pagati un po’ troppo?




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Il Mattino






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