lunedì 11 aprile 2011

Nozze Izzo-Papi, già finito il matrimonio tra il mostro del Circeo e la giornalista

Corriere della sera


L'annuncio della sposa: Angelo deve chiarire alla giustizia ciò che ha detto a me e io non voglio essere complice di cose che non condivido



ROMA - Da primavera a primavera. È durato un annetto appena il discusso matrimonio tra Angelo Izzo, «il mostro del Circeo» e la giornalista Donatella Papi. La signora, che subito dopo le nozze, il 10 marzo dello scorso anno, nel carcere di Velletri (Roma), aveva annunciato raggiante di aver finalmente coronato un sogno d'amore lungo decenni e di voler trascorrere accanto al pluriomicida il resto della sua vita, oggi pare aver cambiato idea.




LA FINE DEL MATRIMONIO - Il perché lo ha spiegato lei stessa. «Izzo non è colpevole dei reati che gli sono stati attribuiti, ma di altri fatti gravissimi per la nostra Repubblica. Penso che Angelo debba chiarire alla giustizia quello che ha detto a me, sulla sua posizione. Deve prima chiarire i fatti di Ferrazzano e del Circeo. Se non fa chiarezza su questi fatti come fa a essere collaboratore di giustizia in altri processi? Lui non porta avanti i suoi processi personali, dove potrebbe dimostrare la sua posizione. Credo che Izzo non sia responsabile dei delitti per i quali è stato condannato - ha insistito la Papi - ma io mi fermo qui, perché non mi voglio fare complice di cose che non condivido». Una spiegazione un po' ermetica dove non compare più la parola «amore» con la quale, il giorno delle nozze, Donatella Papi aveva sfidato tutti quelli - prima fra tutti la sorella di Rosaria Lopez, vittima del massacro compiuto a metà degli anni Settanta - a cui pareva assurda la sua scelta. «Sono una sposa serena. Ho sposato l'uomo che amo. È quello che volevamo entrambi. Non abbiamo paura, non abbiamo fatto nulla di male» aveva dichiarato assicurando che l'uomo conosciuto 35 anni prima, era portatore di «un enorme patrimonio spirituale, dotato di un autentico codice sentimentale».

In carcere le nozze di Izzo

LE NOZZE IN ROSA - Per il bramato sì aveva indossato un abito di seta rosa cipria con un soprabito bianco. Alla cerimonia, c'erano solo i due sposi, i 4 testimoni (due amiche carissime della Papi), un pubblico ufficiale dell'Ufficio Stato Civile, il Direttore Generale del Comune di Velletri e il Direttore del Carcere. Ma lo scambio delle fedi, aveva raccontato la sposa ai giornalisti, era stato molto toccante, così come il bacio tradizionale. Una felicità turbata, appena un mese dopo, dalla tragica scomparsa dell'unico figlio 17enne della giornalista, nipote di Amintore Fanfani, morto in un incidente con la sua minicar. Una fatalità dietro la quale la donna aveva visto oscure trame tanto da dichiarare che la morte del ragazzo era stata «un sacrificio per la patria» e da pretendere autopsia e indagini rigorose. Oggi un altro «addio» nella vita di Donatella Papi.

(fonte Ansa).
11 aprile 2011



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Minsk, esplosione in metropolitana Sette vittime. «Forse un attentato»

Corriere della sera

La deflagrazione in una stazione vicino al palazzo del presidente Lukashenko.Una settantina i feriti


È di sette morti e almeno 70 feriti il bilancio, ancora provvisorio, di un'esplosione nella metropolitana di Minsk, la capitale della Bielorussia. Dopo un iniziale silenzio delle autorità, fonti della polizia hanno spiegato di privilegiare la pista terroristica. L'ipotesi di un cedimento strutturale sembra comunque superata dal fatto che lo scoppio è avvenuto nel vagone di coda di un convoglio di passaggio alla fermata Oktiabrskaya.


CROLLA UNA PARTE DI MURO - L'esplosione si è verificata alle 17.55 locali, ora di picco nel traffico della metropolitana di Minsk, mentre i passeggeri stavano scendendo alla fermata Oktyabrskaya. La stazione - poco distante dal palazzo presidenziale di Alexander Lukashenko - è l'unico snodo tra le due linee di un sistema di trasporto veloce utilizzato da due milioni di persone al giorno. A causa della deflagrazione, almeno una parte del soffitto della stazione della metro è crollata.

DECINE DI AMBULANZE - Un testimone oculare ha detto a Reuters di aver visto del fumo uscire dalla stazione della metro e persone portate in superficie in barella. Decine di ambulanze e di servizi di soccorso sono arrivati nel luogo dell'esplosione. Numerosi anche i poliziotti e gli agenti dei servizi segreti presenti sulla scena della tragedia. Aperta nel 1984, la metropolitana della capitale bielorussa attualmente consiste in due linee e 25 stazioni, per un'estensione totale di 30,3 km e circa un milione di passeggeri l'anno.

Redazione online
11 aprile 2011

Polemica negli Usa sull'uso di una sostanza urticante per immobilizzare un roditore nel cortile di una scuola

Corriere della sera


MILANO - Un video caricato su YouTube nel quale si vede un agente di polizia che attacca uno scoiattolino con dello spray al peperoncino ha provocato un'ondata di proteste e forti discussioni nella blogosfera. Il poliziotto difende il suo intervento. Si è messo fra gli alunni di un istituto scolastico e l'animale perchè immaginava che il piccolo roditore avesse la rabbia. Attaccandolo con lo spray urticante avrebbe dunque solo cercato di tutelare i ragazzi dall'animale apparentemente malato.


LE PROTESTE - La curiosa vicenda, alla quale anche i grandi organi d'informazione Usa hanno dato ampio spazio, arriva dal Texas. La clip, che nel frattempo è stata cliccata quasi mezzo milione di volte, è stata ripresa da un cellulare nel cortile della scuola media Kimbrough, a Mesquite, cittadina della contea di Dallas. Il poliziotto sospettava che lo scoiattolo che si aggirava da qualche ora intorno all'edificio fosse stato colpito dalla rabbia. Dopo qualche tentativo di allontanarlo con le buone, è ricorso infine a più drastiche misure: ha preso in mano lo spray urticante in dotazione alle forze dell'ordine e lo ha indirizzato sul roditore. Tra le proteste e lo stupore dei presenti. Che, come si vede nelle immagini, implorano l'agente di fermarsi. Inutilmente.

«HA FATTO BENE» - Un'affiliata della Cbs, rivela che l'animale è stato portato in un centro veterinario dove è stato controllato e infine liberato in natura. A migliaia sono però i commenti al video, perlopiù arrabbiati, e le reazioni esplose attorno a questa vicenda. A lamentarsi anche i genitori dei piccoli. Ciò nonostante, sia la polizia di Kimbrough che qualche utente, difende l'operato dell'ufficiale: «Ha fatto la cosa giusta per proteggere i bambini».
E. B.

11 aprile 2011

Statali, liquidazione meno ricca e prelievo sullo stipendio

Il Messaggero


Niente parità con i privati: resta la trattenuta del 2,5%








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Permesso agli immigrati è prematuro» Maroni: «Che senso ha restare nella Ue?»

Corriere della sera

Sfogo del ministro dell'Interno: «L'Europa ci lascia soli». Dagli altri Paesi no alla linea portata avanti dal governo


MILANO - Niente da fare. La Ue boccia la linea italiana sugli immigrati. È «prematuro» decidere l'attivazione della direttiva 55 del 2001 sulla protezione temporanea per i profughi dai paesi del Nord Africa: la proposta italiana di attivarla per far fronte all'emergenza immigrazione è stata respinta dal Consiglio Ue, come ha confermato la Commissaria per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom. «La maggioranza dei Paesi ritiene che la direttiva può essere utilizzata ma che non siamo ancora al punto di farlo». Condizione necessaria è infatti che ci sia una fortissima pressione di migranti da Paesi in conflitto: «Non ci troviamo ancora in una situazione tale da far scattare il meccanismo - ha ribadito Malmstrom.

LO SFOGO DI MARONI E FRATTINI - Amara la prima reazione del ministro italiano dell'Interno, Roberto Maroni: nell'emergenza immigrazione l'Italia «è stata lasciata sola» dall'Europa e quindi «mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell'Unione europea. «È stato un incontro deludente - ha aggiunto il ministro - e la linea passata è quella che l'Italia deve fare da sola. La riunione - si è conclusa con un documento, sul quale c'è stata la mia astensione, che non prevede alcuna misura concreta. Noi, quando c'è stato bisogno, abbiamo espresso la nostra solidarietà verso la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo. Ma a noi, in questa situazione di grave emergenza, ci è stato detto "cara Italia, sono affari tuoi e devi fare da sola"».

Le critiche, ha precisato Maroni, non sono rivolte tanto alla Commissione Ue, quanto ai governi degli altri Stati membri. Nessun commissario ha infatti eccepito sul rilascio dei permessi da parte dell'Italia. «Ma questa - ha osservato il ministro - è una magra consolazione rispetto alla delusione di aver visto ancora una volta i paesi dell'Unione europea assolutamente indisponibili ad attuare misure concrete di solidarietà. La commissaria Malmstrom, cui va il mio apprezzamento e ringraziamento, è invece molto attiva nei limiti delle possibilità della Commissione». Dure anche le parole del ministro degli Esteri, Franco Frattini: «Volevamo porre all'Europa il tema dell'immigrazione come un tema globale da affrontare insieme. È mancata la politica, l'Ue non è riuscita a parlare con una voce sola. L'Europa resti con il suo egoismo, noi troveremo altre soluzioni».


SPAGNA E GERMANIA - «Non possiamo accettare - aveva spiegato il ministro dell'Interno tedesco Hans Peter Friederich nel corso della riunione con i suoi colleghi europei in Lussemburgo - che immigrati economici in gran numero vengano in Europa passando per l'Italia. Constatiamo - ha detto Friedrich - che gli italiani stanno concedendo dei permessi di soggiorno provvisori che "de facto" permettono ai migranti di venire in Europa. I francesi stanno rafforzando i controlli, e l'Austria ci sta riflettendo. Non sarebbe nell'interesse dell'Europa - ha sottolineato il ministro tedesco - essere costretti a introdurre nuovi controlli alle frontiere; speriamo che gli italiani compiano il loro dovere». Per Friederich l'Italia starebbe così infrangendo lo spirito di Schenghen.

«Dobbiamo fare in modo - ha aggiunto - che la situazione migliori nei Paesi di origine (dei migranti, ndr) e che controlli rigorosi da parte di Tunisia e Italia evitino che i migranti vengano in Europa». «La Commissione ha ragione», ha osservato, da parte sua, il ministro dell'Interno spagnolo Rubalcaba. «Non si può attivare la clausola di solidarietà di fronte a questa situazione. I migranti tunisini - ha sottolineato il ministro spagnolo - sono illegali, e bisogna riportarli in Tunisia».

All'obiezione dei cronisti circa la mancanza di volontà di Tunisi di riprenderli, Rubalcaba ha risposto: «Deve accettarli». Lo spagnolo si è detto «favorevole al fatto che l'Europa resti una regione d'asilo, uno spazio in cui quelli che hanno problemi possono venire e trovare la libertà, ma bisogna dire chiaramente che gli immigrati illegali devono tornare a casa loro; quelli arrivati dalla Tunisia - ha insistito il ministro spagnolo - sono per la maggior parte migranti economici e non hanno diritto all'asilo».

MALTA - La proposta dell'Italia e di Malta di attivare la direttiva sulla protezione temporanea dei rifugiati «non è passata» ha spiegato successivamente il ministro degli Interni maltese, Carmelo Mifsud Bonnici. «Ogni Stato membro - ha aggiunto il ministro di Malta - è rimasto sulle sue posizioni», con una larghissima maggioranza contraria all'attivazione delle norme in questione.

Redazione online
11 aprile 2011

La legge è davvero uguale per tutti i cittadini? Sulla parete dell'aula di Silvio non c'è scritto...

di Luca Fazzo


Dietro all’intervento del Cavaliere all’udienza milanese una strategia mediatica ma anche politica e giudiziaria: trasforare i processi a suo carico in un atto d’accusa contro la "persecuzione giudiziaria". E nell'aula non c'è la scritta "La legge è uguale per tutti"



L’aula della Prima corte d’assise di Milano, dove si celebra per ragioni di spazio il processo a Silvio Berlusconi per la faccenda dei «diritti tv», è l’unica - tra le decine di aule del tribunale di Milano - dove non compare la scritta che «la legge è uguale per tutti». Un caso, una curiosità. Ma chissà se per il Cavaliere può essere considerata beneaugurante. Si tratta, d’altronde, della stessa aula dove Berlusconi comparve per l’ultima volta otto anni fa, al processo per la vicenda Sme.
E infatti il presidente del Consiglio stamattina sembra muovervisi con dimestichezza: fin dal momento in cui entra da una porta laterale, compie un meticoloso giro di strette di mano all’affollata platea di avvocati, raddrizza il nodo della cravatta al figlio spilungone dell’avvocato Daria Pesce. E poi punta deciso il recinto dei cronisti. Le telecamere non sono ammesse in aula, ma nell’epoca dei telefonini e dei file Mp4, a raccogliere le esternazioni del capo del governo non sono solo taccuini, ma anche microcamere pronte a riversare su Internet le sue parole. Berlusconi lo sa e si concede a lungo, mentre in camera di consiglio il tribunale aspetta che tutto finisca per potersi presentare anch’esso in aula.
Il Cavaliere accetta le domande, anche quelle - a dire il vero del tutto garbate - dei giornalisti «nemici». Ma a tenere il timone della conferenza stampa è lui. Ed è lui a mettere in chiaro i punti che nei giorni scorsi ha indicato come cruciali: la inconsistenza delle accuse che gli vengono mosse in questo e negli altri processi, e la battaglia «di civiltà» contro uno strumento investigativo, le intercettazioni telefoniche, che Berlusconi considera barbaro e inaffidabile.
«Le voci si possono imitare, e con il computer è possibile fare di tutto». Il riferimento, ovviamente, è al processo per la vicenda Ruby, quello che riprenderà il 31 maggio, e che ha proprio nelle intercettazioni telefoniche il suo punto di forza. «Sta dicendo che le intercettazioni di quell’indagine sono state truccate?», gli chiedono. E Berlusconi: «Niente affatto, sto facendo un ragionamento generale». Però poi va avanti, e c’è un dettaglio che fa capire chiaramente che proprio ad alcune intercettazioni del «Rubygate» si sta riferendo.
Dice stamattina in aula Berlusconi: «Magari uno dice che bisogna ricostruire i fatti, e nei brogliacci invece trascrivono che vuoi costruire i fatti», nel senso di inventarli a tavolino. E c’è, come si vede, una bella differenza. In questo caso, il premier ha in mente un riferimento preciso: è la telefonata tra una delle sue segretarie e Barbara Faggioli, testimone del caso «Rubygate», intercettata dalla polizia e finita il 6 marzo sul «Corriere». «Noi la volevamo convocare perché è veramente indispensabile la sua presenza per cercare di costruire e verbalizzare le normalità delle serate del presidente», si legge nel testo trascritto dalla polizia.

Ma secondo la difesa del premier nel nastro originale si sente chiaramente l’impiegata dire alla Faggioli «ricostruire», e non «costruire». Vedete, intende dire Berlusconi, come si fa in fretta a ribaltare il senso di una frase? L’offensiva del premier contro la «primavera dei processi» ha avuto questa mattina solo il suo capitolo iniziale. Oggi pomeriggio in aula resteranno a battagliare solo i suoi legali, impegnati in un braccio di ferro con la corte e con la Procura che vorrebbero scorciare la lista dei testimoni a difesa. Berlusconi (che già stamattina ha dato a chi gli stava vicino la sensazione di annoiarsi profondamente di fronte alla prolissità del rito) non ci sarà, perché le technicalities le lascia allo staff difensivo. Ma quando ci sarà da affrontare i passaggi cruciali, c’è da scommettere che tornerà a materializzarsi in aula. La strada la sa.




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Insulti alle forze armate», in carcere un blogger egiziano

Corriere della sera


Maikel Nabil Sanad condannato a tre anni di carcere, attivisti in fermento. «Questo è un avvertimento»




Maikel Nabil Sanad
Maikel Nabil Sanad
Gli attivisti egiziani sono in fermento su Twitter per la condanna a tre anni di carcere di Maikel Nabil Sanad, un giovane blogger arrestato lo scorso 28 marzo con l’accusa di aver «diffuso informazioni false» e «insultato le forze armate» attraverso messaggi da lui pubblicati sul suo sito web. Nabil ha scritto che l’esercito sarebbe colpevole di torture inflitte ai prigionieri arrestati durante la rivoluzione egiziana del 25 gennaio (cita articoli pubblicati anche all'estero). Ha affermato che l’esercito «ha adottato una posizione di passiva neutralità ma in realtà ha continuato a sostenere la polizia e i criminali di Mubarak». Ha sostenuto che «finora la rivoluzione ha ottenuto la cacciata del dittatore Mubarak, ma la dittatura è ancora in vigore».

«PERICOLOSO PRECEDENTE» - La sentenza contro il blogger è stata emanata da un tribunale militare egiziano. Le prove contro di lui erano in un CD che conteneva i suoi post e commenti su Facebook pubblicati negli ultimi mesi. Si tratta del primo processo contro un blogger da quando il Consiglio supremo delle Forze Armate è al potere, in seguito alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak lo scorso 11 febbraio. L'organizzazione internazionale per i diritti umani Human Rights Watch aveva chiesto il suo rilascio nei giorni scorsi: «È piuttosto scioccante, nella presunta nuova era di diritti in Egitto, vedere un governo militare perseguire qualcuno in un tribunale militare per aver scritto a proposito dell’esercito», ha detto Sarah Leah Whitson, direttore di Human Rights Watch per il Medio Oriente e il Nord Africa. «Questo processo segna un pericoloso precedente in un momento in cui l’Egitto tenta una transizione che lo allontani dagli abusi dell’era di Mubarak».

«COME AI TEMPI DI MUBARAK» - In Rete, molti blogger affermano che il processo è un avvertimento a tutti da parte dell'esercito: «Il caso di Maikel Nabil è un messaggio chiaro agli attivisti su Internet. Dobbiamo difendere la libertà di espressione», scrive su Twitter Rasha Abdulla. «L'Egitto non sarà mai un posto sicuro per i blogger», afferma Wael Abbas. «Questa sentenza mi ricorda i tempi di Mubarak», commenta Ghaly Shafik. Sotto Mubarak, divenne noto il caso di Kareem Amer, un blogger condannato a quattro anni di carcere nel 2007 per aver insultato il presidente e l’Islam. Anche il sito di blogger Global Voices afferma che «l’esercito in Egitto sta inviando un segnale chiaro: non accettano le critiche. Le accuse contro Nabil potrebbero facilmente essere mosse contro altri cittadini egiziani attivi su Internet e contro gli attivisti egiziani per impedire che discutano le violazioni dei diritti umani commesse dai militari».

«VERDETTO EMESSO IN SEGRETO» - L’avvocato di Nabil, Gamal Eid, attivista e capo del Network arabo per le informazioni sui diritti umani, ha detto che «i legali non erano presenti, il verdetto è stato emesso quasi in segreto». È prevista la possibilità di ricorrere in Cassazione. Maikal aveva avuto screzi con l’esercito anche in passato. Nel 2009 aveva fondato un movimento contro la leva obbligatoria. Arrestato nel novembre 2010 per aver chiesto l'esonero dal servizio militare per motivi di coscienza, era stato rilasciato due giorni dopo. Scoppiata la rivolta contro Hosni Mubarak, si era unito ai manifestanti di piazza Tahrir ma senza condividere la decisione di affidare all'esercito la gestione della transizione. Secondo l’agenzia Reuters, gli attivisti dei diritti umani sospettano che centinaia di egiziani siano stati arrestati in vista di essere processati in tribunali militari. L’esercito ha negato di aver commesso abusi contro i manifestanti pro-democrazia.

Viviana Mazza
11 aprile 2011



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L'ex prefetto Ferrigno in manette per molestie: sesso in cambio di favori

di Redazione


Accusato anche di prostituzione minorile. Arrestato l'ex commissario antiusura e prefetto di Napoli. Testimone dei pm nel processo Ruby, avrebbe portato ad Arcore Maria Makdoum


Milano - L’ex prefetto Carlo Ferrigno è stato arrestato su ordine del gip di Milano per millantato credito. Avrebbe ricevuto prestazioni sessuali millantando agevolazioni nella pubblica amministrazione. Ferrigno, che è stato commissario nazionale anti-usura fino al 2006 e prima prefetto di Napoli, è anche indagato per prostituzione minorile, perché avrebbe compiuto atti sessuali con alcune minorenni. 

Il caso Ruby Il nome di Ferrigno era comparso anche negli atti dell’indagine sul caso Ruby, perché erano state intercettate alcune conversazioni tra lui e Maria Makdoum, una delle giovani che avrebbe partecipato ai presunti festini di Arcore e ritenuta una delle testimoni "chiave" dell’accusa. Inoltre, Ferrigno è stato inserito anche nella lista dei testimoni dei pm. 

L'arresto Ferrigno è stato arrestato a Roma con un’ordinanza firmata dal gip di Milano Franco Cantù Rajnoldi, su richiesta del pm Stefano Civardi, titolare di un’inchiesta nata anche a seguito di alcune denunce da parte dell’associazione "Sos Racket e Usura" di Frediano Manzi. L’associazione aveva documentato le testimonianze di alcune persone che avevano raccontato di aver subito proposte sessuali dall’ex prefetto in cambio di favori. Da quanto si è saputo, a Ferrigno vengono contestate ipotesi di reato che vanno dal 2005 a oggi. L’accusa di millantato credito si riferisce alla richiesta di prestazioni sessuali per millantate agevolazioni che l’ex prefetto avrebbe promesso. L’accusa di prostituzione minorile, invece, si riferisce a presunti atti sessuali compiuti con giovani minorenni, in cambio di denaro o altre utilità. 

Le vittime Ferrigno avrebbe avuto rapporti sessuali con due minorenni (una lo è tuttora) in cambio di denaro o altre utilità. Ferrigno è stato posto agli arresti domiciliari, perché ha superato i 70 anni. Nell’ambito dell’indagine, oggi è finito in carcere anche l’imprenditore Massimo Abissino, titolare di un negozio di moda in via Farini a Milano, che avrebbe tra le altre cose favorito la prostituzione delle due minorenni che avrebbero avuto rapporti con Ferrigno. 

Ad Abissino vengono contestati anche fatti di droga. Una delle giovani lavorava proprio nel negozio di Abissino come commessa. In totale, le parti lese, che riguardano condotte sessuali di Ferrigno per i reati di millantato credito e prostituzione minorile, sono quattro: le due minorenni e due donne maggiorenni. In particolare, l’ex prefetto, chiedendo prestazioni sessuali, millantava agevolazioni per le donne come la possibilità in un caso di far entrare una giovane in polizia e, in un altro caso, di risolvere la questione di un permesso di soggiorno per un’altra ragazza. 

Spiando Maria Tra i reati contestati a Ferrigno, finito oggi agli arresti domiciliari per millantato credito, c’è anche l’accesso abusivo a sistema informatico compiuto per "spiare" il traffico telefonico di Maria Makdoum, la giovane danzatrice del ventre che avrebbe preso parte a una festa ad Arcore e ritenuta una delle testimoni chiave dell’accusa nel processo sul caso Ruby. Ferrigno controllava i contatti telefonici della Makdoum, con la quale avrebbe avuto una relazione, anche grazie all’aiuto di altre persone indagate. In particolare, Ferrigno aveva l’accesso ad alcuni account e a delle password per spiare il traffico telefonico della giovane.




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Niente lavoro per i medici fumatori?

Corriere della sera

In alcuni Stati Usa ospedale vietato ai dottori che indulgono alle sigarette. Giusto o sbagliato?



Fa discutere la decisione di alcuni Stati americani di escludere dalle assunzioni in ospedale i medici che fumano (anche solo a casa propria). Se ne discute in una video-intervista con il professor Giuseppe Remuzzi , sostenitore dell'iniziativa, che auspica sia importata anche nel nostro Paese

10 aprile 2011(ultima modifica: 11 aprile 2011)

Russia, sindaco: "Licenza per sparare ai senzatetto". Procura: "Scherza, non è reato"

Quotidiano.net


Si chiude così, come se fosse uno scherzo, il caso di Anatoly Mikhalev, il sindaco di Cita che come rimedio al problema dei mendicanti e dei barboni sulle strade ha auspicato la licenza di uccidere


Mosca, 11 aprile 2011




Ha sostenuto pubblicamente che “serve una licenza per sparare ai senzatetto, è l’unico modo di sbarazzarsene”, ma la procura nelle sue parole non si ravvede “reato di estremismo”.

Si chiude così, ancora prima dell’avvio di un’indagine, il caso di Anatoly Mikhalev, il sindaco di Cita che come rimedio al problema dei mendicanti e dei barboni sulle strade ha invocato la licenza di uccidere.

“Purtroppo non abbiamo questo permesso, tuttavia altri metodi legali per sbarazzarcene non esistono”, ha dichiarato il primo cittadino, anche davanti al parlamento locale.

Come riporta Gazeta.ru., la procura della città siberiana non ha ravveduto “elementi di estremismo” nelle parole di Mikhalev e ha quindi respinto le denunce di alcuni cittadini e del leader del partito Jabloko, Sergey Mitrokhin.

Per scansare ogni dubbio, fanno sapere gli inquirenti regionali, è stata o condotta un’accurata valutazione linguistica con il supporto di esperti ed accademici. Quindi caso chiuso. Da parte sua, il sindaco ha liquidato la questione come “uno scherzo”.





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Cerri, il successo è questione d'orecchio

Corriere della sera

«A una festa Kramer mi disse: hai orecchio. Iniziai così. Ma il successo popolare arrivò con l'uomo in ammollo»


«È bello vedere crescere i ragazzi». La voce di Franco Cerri è la voce gentile di un signore in giacca e cravatta, dal sorriso dolce e dal fisico asciutto. I ragazzi sono quelli della Civica Scuola di Jazz, fondata a Milano da Cerri nel 1987: è un edificio luminoso nei pressi di Porta Romana. In corridoio i ragazzi si muovono rispettosi, si vedono sui loro visi gli sguardi dell'ammirazione. «Cosa farei se non ci fosse la scuola... ». Sulle pareti bianche dell'aula N, che lasciano passare il suono vicino di un sax, c'è un ritaglio di una decina d'anni fa con papà Franco, il chitarrista jazz più famoso d'Italia, e suo figlio Stefano. Stefano suonava ormai il basso elettrico, ma era partito dalla chitarra pop e dalla passione per i Beatles: «È cresciuto pian piano.

Una sera, un amico dell'altro mio figlio, Nicola, mi chiese se conoscevo i brani dei Beatles, Stefano si alzò, tornò con una chitarra e cominciò a suonare e a canticchiare. Io non sapevo che suonasse. Rimasi a bocca aperta: quello era mio figlio!». La conversione di Stefano al jazz fu molto lenta: «A un certo punto Memo Remigi lo ingaggiò per una tournée. Una sera Stefano mi telefona dalla Sicilia e mi dice: "Papà, papà, ho sentito Charlie Parker, avevi ragione!" Da allora siamo stati molto insieme a suonare, suonare con un figlio è una grande emozione...». Stefano è morto a cinquant'anni il 24 novembre 2000, per una malattia fulminante: «Io ho avuto un tumore, poi si ammalò lui. Un giorno mi telefonò e mi disse: "Sai papà, adesso, oltre alla musica, abbiamo un'altra cosa in comune...". "Non scherzare", gli dissi. "Me l'hanno diagnosticato mezz'ora fa", mi rispose».

Eppure oggi, nonostante gli occhi che si inumidiscono, la serenità di Franco Cerri non è un inganno. «Sono credente, con tutto il rispetto, credo che esista..., però non ho nessuna ammirazione per la Chiesa: è fatta di politici, e dei politici mi vergogno. L'idea che ci sia la destra e la sinistra, ma manchi il buon senso mi offende... Sono impiegati dello Stato che dovrebbero fare seriamente il proprio lavoro e che invece sono diventati padroni sulla pelle della gente. Poi ci si meraviglia che i ragazzi non credono più a niente...». Ma non c'è nulla per fortuna che riesca a intaccare il suo buonumore: «Voglio continuare a suonare finché dura, voglio ringiovanire.

Ho voglia di ridere, sento in me il ragazzo, e le gambe, la testa, le mani funzionano ancora. Il giorno in cui non mi ricorderò più un percorso armonico, attaccherò al chiodo la mia ragazza preferita». Che è la chitarra. Ride. Mercoledì il Teatro Strehler dedicherà una serata al suo mondo. Davanti a un bloc notes pieno di aneddoti, storie, ritratti, atmosfere, un buon giornalista deve saper scegliere, ma stavolta è davvero difficile. Milano anni 30: «Papà aveva perso la mano sinistra, tre dita della destra e un occhio nel '17, durante un'esercitazione militare. Mamma era un'operaia, una bella ragazza. Le chiedevano: "Uhé, bionda, com'è che sei andata a prenderti quello lì?". Lei rispondeva: "Ma è così gentile". In effetti non li ho mai sentiti litigare, i miei».


Fu papà Mario a regalargli la prima chitarra, acquistata per 78 lire. Era il settembre 1943. In realtà, Franco lavorava da tempo. A 14 anni era già muratore: «Mi dicevano: "Uhei, pinèla, porta qui la molta", ma ero magro e fragile, e ci cadevo sopra. E poi pativo il freddo. Avevo sentito dire che offrivano lavoro alla Montecatini. Un giorno mi chiedono di fare l'ascensorista per la presidenza. Nel mio piccolo, avevo il senso dell'educazione, e per non voltar le spalle al presidente schiacciando il bottone, ho passato giorni ad allenarmi.

Il primo giorno, arriva Donegani, gli dico: "Buongiorno presidente", e cerco il bottone senza girarmi, ma non lo trovo... Mi guardò, capì, si mise a ridere e arrossendo fui costretto a girarmi. Io sono cresciuto così, nella timidezza, nell'insicurezza, nella paura di tutto. Ma oggi di educazione ne vedo poca in giro». Grazie alla benevolenza di un ufficiale, il giovane Cerri viene arruolato in Marina, ma è solo uno spettatore della guerra. Ricorda la sua città in macerie: «Già suonicchiavo per una radio tedesca, la notte tornavo tardi a casa e dalla paura certe volte mi veniva l'itterizia».

Il dopoguerra «è stato un bel momento di poesia». Cerri è un autodidatta della chitarra, trova un aiuto nell'amico del cuore Giampiero Boneschi, già pianista e futuro compositore e direttore d'orchestra: «Non conoscevo le note e odiavo con tutte le mie forze l'idea del solfeggio. Quando mettevo insieme tre o quattro note, telefonavo a Giampiero per sapere cos'erano. Mi diceva: è un re minore, e io gli rispondevo: e che cosa vuol dire?». Il miracolo avviene in una festa da ballo, dopo la liberazione: «Nei cortili la gente riprendeva a ballare per festeggiare.

Un giorno, mi trovavo con un gruppo di amici a Porta Genova, sotto una casa di ringhiera, dove si ballava e si giocava alle bocce. Suonavamo brani di moda, tipo "Solo me ne vo' per la città". A un certo punto arriva Gorni Kramer, con la sua fisarmonica: "Chi di voi conosce brani americani?", chiede con la sua erre moscia. Si avvicina a me: "Tu cosa sai?". "Pochino" rispondo. "Dai, vieni qui", prende una sedia, si siede accanto a me e comincio a suonare con lui. Da svenimento! Dopo una mezz'ora mi dà una pacca sulla spalla: "Bravo, ragazzo, tu hai la paletta"». Hai orecchio. Tornato a casa, di notte, il ragazzo sveglia i suoi: «Papà, mamma, ho suonato con Kramer!».

«Sì, sì, va' a letto che è tardi», gli risponde suo padre. «Mia madre sognava che diventassi fattorino di fiducia». Il secondo incontro con Kramer è un nuovo colpo di fortuna, passano 24 ore e Cerri si trova a suonare nell'orchestra del suo idolo: «Ho sempre pensato che nella vita devi essere al posto giusto nel momento giusto, e io ho avuto questa fortuna». Una fortuna anche aver incontrato, in quegli anni, il Quartetto Cetra e Natalino Otto. Un sogno: «La musica classica interpreta, il jazz inventa, dà la "ghega" in altro modo».

Di lì a poco, nel '49, un altro incontro insperato. Ti piacerebbe suonare con Django Reinhardt?, gli chiede un impresario. Django era il chitarrista belga che aveva suonato con Duke Ellington. Anche lui un mito. «Suonava in maniera divina, anche se gli mancavano il mignolo e l'anulare della sinistra, per un incidente che aveva avuto da giovane. Lo accompagnavo con la bava alla bocca, senza aver fatto nessuna prova. Una cosa pazzesca, c'era con noi anche il grande violinista Stéphane Grappelli: un contratto di due mesi al Club Astoria, ma dopo 15 giorni ci mandarono via, perché i clienti non capivano: saranno anche bravi, dicevano, ma non sono le cose che piacciono a noi...».

E poi Chet Baker, tromba cool, una vita perduta nella droga. Cerri ricorda una serata in cui l'orchestra gli diceva «Soffia, Chet, soffia», ma Baker restava in piedi, barcollante, la testa china, senza reagire: «Fu arrestato alla Bussola, alla fine di una serata. Dalla prigione mi telefonò un giorno per dirmi: "Sarebbe bello suonare ancora insieme". Suonammo ancora al Santa Tecla. Una volta gli domandai come aveva fatto a cadere nella droga. Mi raccontò che aveva suonato con Charlie Parker: "Lui per me era Dio, e se Dio si droga, il minimo è che lo faccia anch'io"».

Dal '54, la Rai diventa casa sua. Recita e balla con Renato Rascel. Scrive per il Quartetto Cetra. Suona con Carosone, Arigliano, Peter Van Wood, Mina («aveva la paletta anche lei ed era una gran bella donna»). Continua a suonare con i big del jazz internazionale: Billie Holiday, Gerry Mulligan, Dizzy Gillespie, Lee Konitz. Ma il successo popolare, quello che fa girare lo sguardo al grande pubblico quando lo si vede circolare in autobus, non arriva con il trionfo americano alla Philharmonic Hall di New York, con le incisioni, le composizioni, i concerti. Il successo popolare arriva con «l'uomo in ammollo», il famoso spot pubblicitario del Bio Presto, durato dal '68 per oltre un decennio: «Non mi sono arricchito. Con quel che guadagnavo pagavo l'affitto e le scarpe nuove per i ragazzi. In compenso, in metrò dovevo salire con la mano sulla faccia per nascondermi, mi seccava che mi indicassero, ridendo... A quei tempi spendevo un sacco di soldi in taxi».

Paolo Di Stefano

11 aprile 2011

I rifiuti speciali verso Cina: dovevano servire per produrre giocattoli

Corriere del Mezzogiorno

Operazione con i funzionari dell’ufficio Dogane al porto di Napoli. All'interno scarti delle lavorazione plastiche


NAPOLI – Cinque container contenenti rifiuti speciali pronti per essere imbarcati alla volta della Cina sono stati scoperti dagli agenti della Guardia di Finanza in collaborazione con i funzionari dell’ufficio Dogane al porto di Napoli. All’interno dei container c’erano scarti derivanti dalla lavorazione di materiale plastico, che anziché essere destinati ad attività di recupero così come dichiarato nella documentazione che accompagnava il carico, erano diretti ad una società esercente un’attività legata alla realizzazione di giocattoli, casalinghi per la casa e articoli elettronici.

Gli scarti, soprattutto materiali plastici derivanti da elettrodomestici o da immondizia domestica, erano diretti allo scalo di Qingdao, meglio conosciuta in Occidente come Tsingtao, città sub-provinciale nell'est della provincia di Shandong, sede di un importante porto, base navale e centro industriale. Difficile, però, riuscire a capire se i rifiuti sarebbero rimasti lì oppure trasportati e trasferiti in altre città della Cina. È, comunque, certo che gli scarti sarebbero finiti nuovamente nel ciclo produttivo.


«Non è la prima volta che operiamo sequestri di questo tipo - ha spiegato il capitano della Guardia di Finanza di Napoli, Alessio Iannone - è difficile, però, riuscire a capire la loro destinazione finale perché, non essendo Paese comunitario, è complesso estendere la nostra giurisdizione. Certamente i rifiuti che, nel corso del tempo, abbiamo rinvenuto nel porto partenopeo vengono reimpiegati e trasformati in altro che poi, a sua volta, viene rimesso sul mercato o sotto forma di giocattoli, o di articoli elettronici oppure in fibre sintetiche per abiti e maglieria. I rifiuti illeciti rinvenuti a Napoli provengono essenzialmente dal Napoletano e dal Basso Lazio e sono destinati principalmente in Cina e nel Sud est asiatico, soprattutto Malesia e Vietnam».

Iannone ha spiegato che non solo la plastica (che viene fusa e riciclata, ndr) viene reimpiegata, ma anche il materiale ferroso utilizzato nuovamente nelle fonderie e la gomma, trasformata poi in altra gomma oppure bruciata negli inceneritori per produrre energia. « È un mercato molto florido - ha aggiunto il colonnello Pietro Venutolo - perché, nonostante il prezzo di ogni singolo quintale di rifiuti non sia molto alto, queste aziende si arricchiscono sulle grosse quantità e sul fatto che, violando le normative vigenti in materia, evitano di pagare tasse specifiche violando, di fatto, le regole della concorrenza. Nel caso del sequestro specifico dei cinque container, il carico era privo di autorizzazioni e la merce destinata a impianti inesistenti o non impiegati per il trattamento dei rifiuti».

Il titolare della ditta esportatrice, operante nell’hinterland napoletano, è stato denunciato a piede libero mentre i rifiuti, per un totale di 86.070 chilogrammi, sono stati sequestrati.

Francesco Parrella
11 aprile 2011

Aids: anche i gay potranno donare il sangue, dopo 10 anni senza sesso

Corriere della sera

Per gli esperti è la soglia limite che assicura che non siano portatori di virus Hiv


MILANO - Astinenza sessuale decennale per gli omosessuali inglesi che intendono donare il sangue. Dopo anni di polemiche e di dibattiti il governo britannico ha deciso di modificare l'attuale norma che proibisce a tutti i gay e a tutte le lesbiche di donare il sangue. Nelle prossime settimane il ministro della Salute Anne Milton assieme a Lynne Featherstone, responsabile del dicastero delle Pari opportunità, presenterà un progetto di legge che modificherà parzialmente il divieto. Finalmente anche gli omosessuali potranno donare il sangue, ma solo quelli che da dieci anni non hanno rapporti sessuali.

SOGLIA LIMITE - In Inghilterra ci sono circa 86.500 cittadini con il virus Hiv e un quarto di questi non sa nemmeno di essere infetto. Secondo le stime della Terrence Higgings Trust, un'associazione che lotta contro l'Aids, il 42% delle persone che nel 2009 ha contratto il virus è omosessuale. Con la nuova norma i gay che hanno una vita sessuale attiva continueranno a non poter donare il sangue. Secondo gli esperti la soglia limite di 10 anni assicura che gli omosessuali che si presentano nelle strutture mediche non sono portatori di virus HIV e non hanno contratto malattie veneree. Il governo ha deciso di modificare la vecchia legge perché quest'ultima è considerata discriminatoria e contrasta la norma sull'eguaglianza dei cittadini. Tuttavia il SaBTO, comitato consultivo britannico sulla sicurezza del sangue, dei tessuti e degli organi, ha bocciato la proposta di fissare a cinque anni la soglia di astinenza sessuale per i donatori omosessuali: un limite simile - ha sentenziato il comitato - avrebbe aumentato del 5% la possibilità di contrarre l'HIV attraverso una trasfusione di sangue.

POLEMICHE - Gli attivisti gay hanno accolto con favore la nuova norma, anche se speravano in una legge più radicale. Secondo i portavoce dei movimenti omosessuali britannici si poteva fare molto di più poiché in Inghilterra vi sono molte coppie omosessuali monogame che fanno sesso sicuro e che conoscono i pericoli della malattie veneree. Dall'altra parte invece gli avversari della proposta affermano che già oggi circa il 7% degli omosessuali attivi sessualmente si reca nelle strutture ospedaliere per donare il sangue mentendo sul proprio orientamento sessuale e aggirando la legge. La nuova norma - concludono gli oppositori - non farà altro che accrescere questo trend. Per adesso il governo sembra voler tirare dritto e conferma che questa è la proposta più giusta che potesse essere ideata: «Il divieto totale è ingiusto e discriminatorio - ha commentato una fonte molto vicina al governo - ma noi abbiamo il dovere di proteggere la salute dei cittadini. La soglia limite di 10 anni è sicuramente necessaria».


Francesco Tortora
11 aprile 2011

L'ufficiale delle SS che fece arrestare Anna Frank lavorò come 007 per la Germania Ovest

Quotidiano.net


Karl Josef Silberbauer era uno degli agenti della Gestapo che nel 1944 riuscirono a catturare Anna Frank e la sua famiglia ad Amsterdam dopo aver ricevuto una soffiata. Nel dopoguerra operò per i servizi segreti della Germania federale


Berlino, 11 aprile 2011



Il giornale tedesco Focus rivela oggi che l’ufficiale delle SS, che scovò e fece arrestare Anna Frank, ha lavorato nel dopoguerra per i servizi segreti della Germania federale. Il settimanale cita le ricerche condotte dal giornalista Peter-Ferdinand Koch negli archivi nazisti e della Cia, e che saranno il contenuto del libro “Enttarnt” (“Smascherato”).

Karl Josef Silberbauer era uno degli agenti della Gestapo che nel 1944 riuscirono a catturare Anna Frank e la sua famiglia ad Amsterdam dopo aver ricevuto una soffiata. La ragazza ebrea, 15 anni, morì di tifo l’anno successivo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Il suo diario, scritto nel periodo in cui si nascondeva, è diventato uno dei libri più famosi sulla persecuzione degli ebrei nella Germania nazista.

Una volta finita la guerra, l’ufficiale SS che collaborò alla sua cattura cominciò a lavorare per i servizi della Germania federale (Bundesnachrichtendienst, BND) come informatore e reclutatore. Nel suo libro, il giornalista Koch sostiene che furono circa 200 gli agenti dell’apparato di sicurezza del Reich di Hadolf Hitler che decisero, in tempi diversi, di collaborare con il BND. Silberbauer morì nel 1972, a 61 anni.






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A Parigi la polizia ha fermato 59 donne con il velo

Corriere della sera

Partecipavano a una manifestazione davanti alla cattedrale di Nôtre Dame contro la nuova legge


PARIGI - A Parigi la polizia ha fermato 59 donne velate che partecipavano a una manifestazione davanti alla cattedrale di Nôtre Dame contro il divieto di indossare il velo islamico nei luoghi pubblici, entrato in vigore da poche ore. I fermi sono stati in tutto 59, tra i quali 19 donne con il velo, e sono scattati dopo che la polizia aveva tentato di interrompere la manifestazione, che non era autorizzata.

LEGGE VOLUTA DA SARKOZY - In Francia è il primo giorno che è in vigore la legge, fortemente voluta dal presidente Nicolas Sarkozy e approvata nell'ottobre scorso praticamente senza opposizione parlamentare, ma dopo un dibattito molto acceso sulla stampa e nell'opinione pubblica. La normativa fissava un periodo di sei mesi prima dell'inizio dell'applicazione delle sanzioni. La Francia, il Paese con la comunità musulmana più popolosa d'Europa, è stata la prima nazione europea a vietare il burqa e il niqab. La legge entra in vigore in un momento molto delicato, in cui il presidente Nicolas Sarkozy è accusato di utilizzare l'Islam per riconquistare i voti della destra estrema. Secondo le stime ufficiali, sono circa 2.000 le donne che in Francia indossano il velo islamico, su una popolazione musulmana totale stimata tra i 4 e i 6 milioni.


LE DISPOSIZIONI - Il provvedimento prevede multe fino a un massimo di 150 euro per le recalcitranti, che può accompagnarsi all'obbligo di un corso di cittadinanza francese. Ma le multe possono divenire estremamente salate per gli uomini che impongano il velo a una donna: fino a 30.000 euro, che raddoppiano a 60.000 euro con due anni di carcere se la donna è minorenne. La legge non colpisce solo il velo islamico, ma proibisce nei luoghi pubblici (strade, piazze, parchi, strade o esercizi commerciali) di celare il volto con maschere, veli, passamontagna o caschi integrali. Ma nella circolare diramata il 3 marzo a ministri e prefetti, il premier, Francois Fillon, insisteva che lo spirito della legge deve «riaffermare in modo solenne i valori della Repubblica e del vivere insieme».

11 aprile 2011

Governo, no grazie: se ne può fare a meno

di Carlo Lottieri


Il Belgio non ha un vero esecutivo da oltre 300 giorni ma non sembra risentirne troppo. Ministri e sottosegretari sono inutili? C’è chi lo pensa. Da liberali e libertari ai federalisti: privatizzare per togliere il potere agli apparati. Ciò che oggi è ritenuto appannaggio della politica in passato spettava alla società



Lo scorso 28 marzo ha superato il record dell’Iraq, rimasto senza governo per 289 giorni, e ora ha superato di slancio anche la soglia dei 300 giorni: così, se nei prossimi due mesi non succede nulla, a Bruxelles si dovrà prendere atto che un Paese può vivere per un anno intero senza presidente del Consiglio, senza un ministro delle Pari opportunità, senza una frotta di sottosegretari all’economia, e via dicendo. Certo è curiosa la vicenda di questo Belgio che non solo è privo di un esecutivo, ma che per giunta negli ultimi mesi - grazie anche ai buoni risultati dell’economia tedesca, con cui i belgi hanno rapporti assai stretti - sta crescendo. Merito del governo ad interim o dell’assenza di un vero governo?

La domanda può apparire strana, ma in realtà esiste una vasta letteratura (tra economia e scienza politica, tra diritto e filosofia) schierata a difesa non soltanto della riduzione del peso dello Stato, ma addirittura della sua liquidazione. In fondo, fu addirittura un presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, ad affermare che il miglior governo è quello che governa meno: e da quell’assunto Henry David Thoreau trasse la conseguenza, ne La disobbedienza civile (1849), che il migliore in assoluto è proprio quello che non governa affatto.
La mappa dell’antistatalismo, e quindi di quanti sono persuasi che il Belgio farebbe bene a trovare una nuova destinazione ai Palazzi del potere, è troppo ampia per essere tracciata in un articolo. Qui si possono solo ricordare gli orientamenti principali, ricordando come tra i liberali sia comune la convinzione che ciò che fa lo Stato potrebbero farlo assai meglio i privati. Questa è la posizione di quanti vorrebbero scuole libere invece che istituti di Stato, ospedali Spa invece che Asl, uffici postali in concorrenza invece che strutture ministeriali. Ma tra i liberali vi sono pure quanti, come David Friedman (figlio di Milton e autore de L’ingranaggio della libertà, del 1973) o Anthony de Jasay (Against Politics, del 1997), non vedono ragioni di distinguere le attività propriamente di mercato da quelle che vengono comunemente considerate di stretta competenza dello Stato.

Esiste insomma la possibilità di avere a prezzo inferiore e a una qualità migliore ognuno dei servizi che oggi il monopolio statale gestisce in esclusiva. L’economista americano Bruce L. Benson, ad esempio, ha scritto saggi importanti sul diritto (The Enterprise of Law, del 1990) e sulla protezione (To Serve and Protect, del 1998) quali servizi di mercato, che nelle nostre società sono spesso scadenti proprio perché sono stati sottratti alle logiche competitive.

Queste considerazioni, prettamente economiche, non sono però le sole. Vi è infatti un altro gruppo di studiosi che a questi argomenti ne accosta altri: insistendo su questi questioni di natura morale. Gli esponenti della scuola inaugurata da Murray N. Rothbard (L’etica della libertà, del 1982) ritengono molto semplicemente che una società senza Stato, e quindi senza monopolio della violenza legale, sia da preferirsi poiché le nostre istituzioni sono per loro essenza illegittime.

Qui il punto cruciale è il ricorso alla coercizione nei riguardi di innocenti; e cioè il fatto che lo Stato è un apparato sotto il controllo di un piccolo gruppo di persone che impone la propria volontà a chiunque. Lo Stato non è infatti un’azienda che offre servizi che si possano accettare oppure no: l’agire del potere pubblico ricorda infatti don Vito Corleone - protagonista del film Il Padrino di Francis Ford Coppola - e le sue proposte che non si possono rifiutare.
E se la letteratura sulla società senza Stato rischia spesso di sconfinare in discussioni astratte, è anche vero che quelle categorie teoriche hanno avuto il merito di aiutare taluni storici a rileggere con occhi nuovi il passato, scoprendo come nei secoli scorsi molti settori oggi monopolizzati dal ceto politico - dalla produzione di moneta alla protezione, dai tribunali alla previdenza - vedevano un'ampia competizione di soggetti in competizione.
Non mancano nemmeno autori che, a dispetto delle apparenze, avanzano ipotesi che sembrano spingere verso l’esautoramento dello Stato stesso. Basti pensare allo svizzero Bruno S. Frey, un economista liberale lontano da ogni estremismo che però ha proposto (The New Democratic Federalism for Europe, del 1999) di attribuire a ogni comune la facoltà di secedere anche parzialmente dalla regione in cui si trova: smettendo di contribuire al finanziamento di un settore e di ricevere quel servizio. A un piccolo centro del parmense non piace la sanità emiliana?
Gli si lasci scegliere di non destinare più quei soldi a Bologna e mandarli al Pirellone, in cambio dei servizi sanitari lombardi. E se un domani un’agenzia privata offrirà servizi migliori di quelli lombardi e a prezzi competitivi, quel comune potrà cambiare di nuovo. Qui non si teorizza alcuna anarchia di mercato e non si dichiara certo di voler abolire lo Stato. Neppure si insiste sul carattere violento di un Potere che entra in casa nostra anche quando non è invitato. Ma l’esito di questo modo di ragionare è un federalismo estremo comunque destinato a produrre una progressiva espansione del mercato: un universo in cui la libertà prevale sulle logiche statali e in cui un Belgio senza governo non appare quale un incubo, ma semmai un buon auspicio.




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Propaganda senza limiti: e Il Fatto dà lezioni anche nelle scuole...

di Francesco Maria Del Vigo


L'ultima iniziativa del quotidiano di Padellaro: mandare Travaglio e Gomez nelle scuole per parlare con gli studenti. I temi? Da Emergency alla trattativa Stato-mafia. Ma si sa già dove andranno a parare...



Un incubo. Provate a immaginare: tornate a scuola, la mattina arrivate in classe, spalancate la porta e davanti a voi seduto in cattedra c'è Marco Travaglio. L'indice scorre già sul registro per trovare lo studente che verrà interrogato sull'opera omnia delle procure contro Berlusconi.Un incubo? Siamo proprio sicuri? Non è detto. L'ultima iniziativa della banda del Fatto quotidiano è inquietante: “Perché non portiamo “i fatti” nelle scuole? Dopo un lungo periodo di organizzazione, l’idea di diffondere notizie e documentari negli istituti d’Italia è finalmente realtà”. Facciamola breve: Travaglio, Padellaro, Gomez e Telese vogliono infilarsi nella scuola pubblica per diffondere le loro idee. Su invito degli istituti, ovviamente.

Ma non dubitiamo che molti docenti prendano la palla al balzo per trasformare l'aula scolastica in un tribunale pronto a condannare la maggioranza. Tutto questo nella scuola pubblica, quella per studenti di destra, di sinistra e anche totalmente disinteressati alla politica. Ma la scuola pubblica, quella che dovrebbe essere di tutti gli studenti (berlusconiani, antiberlusconiani o disinteressati) può permettersi un’incursione di questo tipo?
Il progetto parte con un documentario su Emergency per poi passare a temi d'attualità: Libia e immigrazione. E poi un piatto forte del repertorio travagliesco: le trattative Stato-mafia, basta aver letto qualche riga degli editoriali del quotidiano di Padellaro per capire dove vogliono andare a parare. “Il Fatto Quotidiano è un giornale che non è legato ad alcun partito politico e non prende finanziamenti pubblici proprio per essere libero di informare e non avere alcun vincolo.

La nostra non è un’iniziativa politica anche perché, come ha scritto il direttore nell’editoriale del primo numero del giornale, la nostra linea politica è la Costituzione, e il nostro unico obiettivo è quello di raccontare i fatti. Adesso il Fatto Quotidiano vuole portarli anche nelle scuole, con i propri documentari e filmati, per informare i giovani, per aiutarli a pensare e costruire un futuro migliore, grazie alle loro menti ancora libere da pregiudizi in un momento in cui la scuola è piegata dai tagli e dalla crisi”.

Tutto dietro la foglia di fico della Costituzione: noi difendiamo la Carta e quindi possiamo anche sostituirci agli insegnanti e sciacquare le fresche coscienze dalla corruzione i costumi. Ma il Fatto è un quotidiano schierato ferocemente contro il Cavaliere, un foglio che fa politica tutti i giorni e attacca, con colpi sotto la cintura, tutto ciò che è in odore di berlusconismo. Niente a che vedere con la Costituzione e niente a che vedere con l’imparzialità che dovrebbe avere chi sale in cattedra.

 Alla fine è tutta pubblicità: se lo studente non va in edicola a comprare il Fatto, il Fatto va direttamente a scuola per indottrinare lo studente. Il primo incontro c'è già stato, al Liceo Virgilio di Roma, e Padellaro e Telese si sono detti stupiti di non aver trovato solo teenager inebetiti dai reality show. E poi cosa succederà? Temi sul tirannicidio e genuflessioni in direzione della procura di Milano? Gli assenti verranno interrogati in contumacia e chi bigia sarà blindato a San Vittore? Il gioco può continuare all'infinito: compiti in classe sorvegliati dai finanzieri, debiti formativi convertiti in debiti economici e agli studenti morosi pignorate le merendine. Il nostro è solo uno scherzo, ma il loro no. Ed è proprio questo il problema...




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Il paladino delle toghe che non si fidava della loro obiettività

di Felice Manti


Due carriere per pm e giudici, due Csm o, molto più prosaicamente, due forni? Michele Giuseppe Vietti cambia idea sulla riforma della giustizia in base al ruolo che ricopre. Adesso che è tornato dopo dieci anni a Palazzo de’ Marescialli, non più consigliere laico in quota Forza Italia-Udc come 15 anni fa ma vicepresidente dell’organo di autogoverno della magistratura, tanto per chiarire il suo ruolo di garanzia, ha tuonato: «Sono assolutamente contrario alla prospettiva di separare le carriere di Pm e giudici e di creare due Csm distinti».

Eppure da sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Berlusconi, come riporta un’agenzia Ansa del 25 ottobre 2001, Vietti era di tutt’altro avviso: «La terzietà del giudice non è garantita quando è possibile per un pm passare da una parte all’altra del banco e diventare giudicante laddove è stato inquirente». L’accorata presa di posizione non era ovviamente una difesa del «suo» premier di allora, ma di «quell’articolo 111 della Costituzione che impone la terzietà del giudice». E a chi chiedeva al sottosegretario Vietti di scegliere tra la separazione dei «ruoli» di pm e giudice o delle rispettive «funzioni» il centrista rispondeva democristianamente: «Non mi impiccherei sulle formule».

Con l’Anm, che da sempre associa la spaccatura tra le carriere alla fine della loro indipendenza, oggi Vietti concorda su tutto. Ma solo 8 anni fa, sempre da sottosegretario, lamentava che certe proteste dei magistrati in difesa della loro indipendenza fossero addirittura esagerate: «Considero inopportuno che si protesti disertando l’inaugurazione dell’anno giudiziario - diceva il 14 gennaio del 2003 - chi collega automaticamente il concetto di separazione delle carriere con l’attentato all’autonomia e all’indipendenza della magistratura è in malafede». Complice il lento scollamento tra Udc e Berlusconi, Michele Giuseppe Vietti si è via via ammorbidito.

Nel 2004 disse al Corriere della Sera di essere «pregiudizialmente contrario» alla separazione delle carriere ma di essere pronto a ragionare su «una legge costituzionale per il doppio Csm», un suo vecchio pallino. Nel 2008 Vietti dice ancora «no» alla separazione delle carriere per poi, 12 mesi dopo, dichiarare al Messaggero la sua idea: un Csm «orfano» della sezione disciplinare dei magistrati in favore di «un’alta Corte esterna formato da autorevoli componenti designati equamente da magistrati, Parlamento e Quirinale». Ma guai a parlare di carriere separate «per non creare nei pm - è il 26 novembre scorso - un corpo separato ed autoreferenziale». In fondo, come dice Vietti, perché impiccarsi alle formule? O peggio ancora, ai forni?


felice.manti@ilgiornale.it



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La banda del buco fa bottino di penne

Corriere del Mezzogiorno


Stilografiche e a sfera, ma di prestigiose marche sottratte da un negozio al Rettifilo. Refurtiva per 20 mila euro




NAPOLI - Penne, stilografiche e «a sfera», di marche prestigiose, per un valore dichiarato di circa 20mila euro, sono state rubate stanotte in un negozio del corso Umberto a Napoli. I ladri sono penetrati nella «Casa della Penna», dal sottosuolo, dopo avere praticato un foro nel pavimento. Una volta nell’esercizio commerciale hanno fatto razzia dei pezzi di maggior valore e poi sono scappati.

11 aprile 2011




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L'Occidente deve prepararsi alla prima cyberguerra"

La Stampa


Generale Usa: potrà essere tra un anno, il nostro punto debole è la rete elettrica
INVIATO A WASHINGTON

Fra i prossimi 12 e 36 mesi il Pentagono si aspetta un massiccio attacco informatico contro una nazione sovrana: a rivelarlo è il generale Keith Alexander, direttore della «National Security Agency» nonché a capo del «Cyber Command» delle forze armate americane, creato su ordine del presidente Barack Obama per proteggere l’America dal pericolo degli hacker.

Atteggiamento spigliato, minuzioso nelle spiegazioni di informatica e attento a ribadire sempre la subalternità alle leggi del Congresso, Alexander parla nella cornice della sessione sulla sicurezza cybernetica dei lavori della Commissione trilaterale, che riunisce esponenti politici ed economici di Stati Uniti, Europa e Asia. «Internet garantisce alle nostre società opportunità straordinarie di crescita e sviluppo, ma le espone anche a rischi molto seri», esordisce il generale al comando di alcune delle unità più segrete dell’apparato militare. E per dimostrare quanto afferma ricostruisce quanto avvenuto in una recente riunione in ambito Nato: «Ci siamo trovati a discutere l’ipotesi di ricorrere all’articolo 5 della Carta atlantica sull’autodifesa collettiva in caso di attacco cybernetico e c’era chi sollevava dubbi in merito. Ma quando è stato fatto lo scenario di un totale black-out elettrico e finanziario della durata di 60 giorni in un singolo Paese, tutte le obiezioni sono cadute».

Se l’ultimo summit della Nato, tenutosi a Lisbona, ha inserito nel concetto strategico la difesa cybernetica, è «perché subire attacchi massicci è diventata una possibilità reale», sottolinea Alexander, spingendosi fino a prevedere che «potrebbe avvenire in un periodo compreso fra i prossimi 12 e 36 mesi». Da qui l’interrogativo su quali settori della vita civile siano più vulnerabili, e la risposta è puntuale: «C’è una scala di vulnerabilità, il settore più protetto è quello delle Borse finanziarie, mentre ad essere più esposta è la rete elettrica», per il semplice fatto che, in America come in Europa o in Giappone, è stata creata senza avere all’origine sistemi di protezione da questo tipo di attacchi.

A concordare sui «pericoli per la rete elettrica» sono l’ammiraglio Dennis Blair, che è stato direttore nazionale dell’intelligence nei primi due anni dell’amministrazione Obama, e David DeWalt, ceo di McAfee, ovvero l’azienda informatica di Santa Clara, in California, roccaforte della produzione di antivirus. «Per avere un’idea delle minacce con cui ci troviamo a combattere - spiega DeWalt - bisogna guardare ai numeri, ogni anno vengono creati 48 milioni di infezioni informatiche, ad un ritmo di circa 55 mila al giorno, e ogni mese vengono messi online 2 milioni di siti per diffondere tali infezioni».

Ciò significa «avere a che fare con attacchi continui e sempre differenti», con in aggiunta una complicazione che DeWalt e Alexander indicano all’unisono: l’assenza di coordinamento normativo fra Stati, organizzazioni internazionali e singole aziende consente agli hacker di trovare spazi sul web per creare siti, sviluppare virus e lanciare cyberattacchi. Né il generale né il ceo fanno i nomi degli Stati più sospettati di originare cyberaggressioni, ma i sospetti si indirizzano in primo luogo verso Cina e Russia. In attesa che «le politica e le istituzioni facciano le loro parte», come Alexander auspica, la migliore difesa resta quella dei singoli, perché il 65 per cento delle vittime dei virus sono computer non protetti da firewall o dove i firewall non sono stati aggiornati.




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L’Islanda, ecco la nazione che imita Madoff Non paga i debiti e il popolo vota sì alla truffa

di Domenico Ferrara


Inglesi e olandesi hanno depositato 4 miliardi di euro in alcune banche poi fallite. Ma un referendum ha deciso: nessun rimborso. Il Paese in cui fino a qualche anno fa si viveva meglio si gioca gran parte della sua credibilità, sia con i suoi connazionali, sia all'estero



In Islanda c’è una guerra fredda a tre che rischia di far sciogliere la «Repubblica dei ghiacci». E farla diventare un paese Madoff. In quella che un tempo era un’isola paradisiaca è sceso l’inferno. Il miracolo nordico è svanito da tempo: se l’è portato via la crisi finanziaria globale e delle banche. E ora è proprio il crac di una banca privata a rappresentare la punta dell’iceberg. Solo quattro anni fa, l’Islanda era il paese in cui si viveva meglio al mondo, considerando longevità, competitività globale, ma soprattutto reddito pro capite e indice di affidabilità. Adesso è su quest’ultimo punto che il Paese si gioca gran parte della sua credibilità, sia con i suoi connazionali sia all’estero. 

I risultati del referendum di ieri mettono in luce una cosa: gli islandesi non hanno intenzione di pagare di tasca propria gli errori delle elités bancarie. Quasi il 60 per cento ha infatti votato contro l’accordo sul rimborso di 3,9 miliardi di euro richiesti da Gran Bretagna e Olanda dopo il fallimento nel 2008 della Icesave, una filiale della Landsbanki, seconda banca del Paese. Una banca on line che, ai tempi in cui l’Islanda era ancora un paese ricco e attrattivo, contava circa 350mila correntisti britannici e olandesi e depositi per un totale di 5 miliardi di dollari. 

Complice soprattutto il fatto che venivano garantiti alti interessi e ritorni molto appettibili. Una storia simile alla truffa dell'americano Bernard Madoff. Comunque sia, il denaro che arrivava in Islanda ha contribuito ad alimentare la ricchezza economica del paese e dei suoi abitanti. Peccato che poi la crisi dei mutui abbia fatto crollare ogni tipo di stabilità, la banca è fallita e molti correntisti hanno perso i loro risparmi. E così, le autorità britanniche e olandesi hanno preso in prestito denaro per compensare i loro cittadini, salvo poi chiedere il rimborso all'Islanda. 

Ed è qui che è iniziato il braccio di ferro.
Perché l’Islanda non ha ottemperato alla richiesta e in risposta a ciò Regno Unito e Olanda hanno minacciato di bloccare l'entrata di Reykjavik nell'Ue e l’agenzia di rating Fitch ha retrocesso il Paese nella classifica dell’affidabilità. Nonostante ciò ha prevalso la linea del presidente dell’Islanda, Olafur Ragnar Grimsson, di ricorrere al referendum per soddisfare una petizione di 42 mila elettori. Il risultato del primo referendum del marzo del 2010 - che prevedeva un pagamento di un debito fissato a 5,3 miliardi di dollari – aveva sancito una vittoria schiacciante del no con il 93%. 

E il risultato del referendum di ieri ha ribadito il no, nonostante il Parlamento abbia approvato l’accordo con netta maggioranza e siano state un po’ limate le condizioni. Condizioni che prevedono un costo per il Paese pari a poco meno di 444 milioni di dollari e un piano di rimborsi che partirebbe nel 2016 e terminerebbe entro il 2046. Tutto ciò non ha convinto gli islandesi, contrari all’idea di dover pagare per errori commessi da altri e di dover indebitare le generazioni future. Ma forse anche irriconoscenti nei confronti di quel benessere passato dovuto agli investimenti stranieri e di cui hanno beneficiato. 

Intanto, secondo il ministro delle Finanze, Steingrimur Sigfusson, «le riserve sono più che sufficienti a coprire tutti i pagamenti nei prossimi anni». Meno tranquille Olanda e Gran Bretagna. «Non è bene nè per l’Islanda, nè per l’Olanda - commenta il ministero delle Finanze olandese - non è più tempo di negoziazioni. La questione ora è nelle mani della giustizia». «Abbiamo provato a ottenere una soluzione negoziata con l’Islanda ma l’accordo è stato respinto» si è detto deluso anche il numero due del Tesoro britannico Danny Alexander. Ora la partita si giocherà sul piano giudiziario, ma lo spettro di Madoff aleggia sulla «Repubblica dei ghiacci».





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Questa Europa è senza futuro

Il Tempo


A fine decennio ci saranno 65 milioni di europei e 300 di musulmani. Siamo al primo atto di una tragedia che durerà anni.


Il momento suggerisce alcune riflessioni importanti relative all’Europa, alla Ue e all’Occidente tutto. Comincerei con le tendenze demografiche che riguardano soprattutto noi italiani, ma anche il Vecchio Continente. I demografi definiscono moribondo un Paese che ha un tasso di fertilità pari a 1,5 o inferiore (il tasso di fertilità è il numero di nati vivi per ogni mille donne in età fertile). Secondo questo criterio i paesi moribondi in Europa sono trenta; in una graduatoria di 226 paesi l’Italia si colloca al 212° posto. Non siamo soltanto il paese dell'Occidente con il più preoccupante tasso di fertilità, siamo anche il più vecchio, almeno secondo quanto documentato dai dati della conferenza promossa dall'Onu a Madrid sull'invecchiamento: un italiano su quattro è ultrasessantenne.

Come se non bastasse, siamo anche uno dei Paesi che meno utilizza i suoi ultrasessantenni: solo il 14% è nella forza lavoro, contro il 23% degli Usa e il 45% del Giappone. Alla fine di questo decennio ci sarà, nel mondo, un miliardo di maschi di età compresa fra i 15 e i 29 anni; 65 milioni saranno europei, 300 musulmani. In passato uno squilibrio demografico di queste proporzioni si sarebbe tradotto nella conquista dell'Europa. Molti di quei 300 milioni di musulmani in età di combattimento, disoccupati e in miseria, nonché spesso ispirati da propaganda islamistica, vivono lungo la sponda sud del Mediterraneo e sarebbero diventati volontari di una guerra di conquista della ricca Europa.

Oggi le tecnologie militari rendono quell'evento improbabile: per quanto male armata e disorganizzata, la vecchia Europa è in grado di impedire una sua conquista. Prima di tirare un respiro di sollievo, tuttavia, cerchiamo di immaginare quale altro sfogo possa avere quello squilibrio demografico. Non sono necessari grandi sforzi per rendersi conto che le due conseguenze più probabili sono il terrorismo (fratello minore della conquista) e una riedizione su larga scala dell'afflusso di disperati che cercano di trasferirsi in Europa. Quanto sta accadendo in questi giorni, in altri termini, non è un episodio eccezionale, destinato prima o poi a esaurirsi, è il primo atto di una tragedia destinata a durare ancora per molti anni.

In presenza di questo scenario epocale come reagisce l'Unione europea? Non credo di dire nulla di originale sostenendo che quanto emerge assordante dal comportamento dell'Unione è la sua inesistenza. I singoli Paesi europei si comportano come se non fossero legati da vincoli e da trattati che hanno ormai oltre mezzo secolo di storia. Dire che gli sbarchi a Lampedusa di tunisini siano un problema italiano e fare la faccia feroce per erodere consensi al partito di Le Pen, come sta facendo Sarkozy, è grottesco. I tunisini sono francofoni per le ragioni storiche che sappiamo; Lampedusa è Italia e, in quanto tale, Unione europea, come la Francia.

Sono, se non altro per motivi di orgoglio filiale, convinto della necessità dell'unione dell'Europa, ma se guardo al comportamento dell'Unione e dei suoi membri le mie convinzioni vacillano. L'obiettivo della pace in Europa è stato raggiunto e non si tratta di cosa secondaria, sul versante dell'Europa economica molto è stato fatto, non sempre nel verso giusto, ma moltissimo resta ancora da fare. Quando un paese membro dell'Unione si oppone all'afflusso di capitale proveniente da altro stato membro non commette solo uno strafalcione economico – l'afflusso di capitale arricchisce il paese destinatario – ma dimostra anche totale mancanza di spirito europeo.

E questo vale non solo per l'opposizione all'ingresso d'investitori francesi in Parmalat, vale anche per le assurde misure di sciovinismo economico care ai nostri fratelli d'oltralpe. L'unione monetaria, realizzata secondo modalità che non mi sono stancato di criticare, sta sistematicamente rinunziando alle ragioni della sua creazione. Luigi Einaudi sintetizzava così la ragione per cui credeva alla desiderabilità di una moneta europea: «Il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali. Questo sarebbe piccolo in confronto a un altro di gran lunga superiore, che è l'abolizione della sovranità monetaria dei singoli Stati in materia monetaria.

Chi ricorda il malo uso che molti Stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può aver dubbio rispetto all'urgenza di togliere ad essi siffatto diritto, Esso si è ridotto, in sostanza, al diritto di falsificare la moneta, cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte. Se la federazione europea riuscirà a togliere ai singoli Stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche facendo gemere il torchio dei biglietti e li costringerà a provvedere unicamente con le imposte o con i prestiti volontari, avrà per ciò solo compiuto opera grande». Con gli interventi «di salvataggio» a favore della Grecia, dell'Irlanda e del Portogallo, e col fondo salva-stati, l'Unione europea sta facendo «gemere il torchio dei biglietti» europei per finanziare gli eccessi degli Stati membri.

Lungi dall'impedire, come espressamente previsto dai Trattati, la «monetizzazione del debito» (il finanziamento del deficit con la creazione di moneta), lo ha istituzionalizzato. Un'Unione che non ha una politica estera e di difesa, che non riesce a percepire la gravità dei problemi che riguardano tutti i suoi membri, che manca di solidarietà e di coesione di fronte a comuni difficoltà, non può sperare di durare a lungo, Sarebbe bene che tutti coloro che credono all'Europa unita lo tenessero presente. Benedetto XV sosteneva che la prova dell'origine divina della Chiesa è offerta dal fatto che il clero non sia riuscito a distruggerla. Alla Chiesa è stata promessa l'immortalità, lo stesso non vale per l'Europa.


Antonio Martino
11/04/2011




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Quanto ci costa la Rai anti Cav? 35 milioni di euro all'anno

di Paolo Bracalini


Il Fatto sostiene che Minzolini, Ferrara e Sgarbi graveranno sul servizio pubblico per 25 milioni. Ma in un triennio. Eppure per gli ultra-schierati Santoro, Fazio e Dandini si spende molto di più: 10 milioni solo per Che tempo che fa



Roma - Se la Rai spende 25 milioni in un triennio, come urla il Fatto, per pagare Minzolini, Sgarbi e Ferrara, ne spende almeno 35 per gli anti-Cav del servizio pubblico, ma in un anno solo. Le cifre sono riservate e contengono qualche sorpresa, come la «clausola paracadute» fatta inserire da Giovanni Floris come collaboratore esterno (compenso: 550mila euro annui, cioè come Minzolini, che però dirige un Tg) della Rai per il suo Ballarò. Se per qualche motivo l’azienda dovesse chiudere il programma (ipotesi piuttosto remota in realtà), per contratto Floris dovrà essere ri-assunto dalla Rai come caporedattore. Un paracadute invidiabile. Ma veniamo ai costi, «sopra e sotto la linea» come si dice in gergo, cioè complessivi, tra compensi e produzione. Il talk show di Raitre costa a Viale Mazzini, per un anno televisivo, 4.100.000 euro, poco meno di 100mila euro a puntata. Ma non è certamente il programma più costoso tra quelli sgraditi al centrodestra.

In cima, molte spanne davanti agli altri, c’è Fabio Fazio, l’affabulatore dal cuore tenero di Che tempo che fa. Il programma (65 puntate nell’ultimo anno) costa un bel po’, 10,4 milioni di euro, di cui 2 servono per il compenso di Fazio. Siamo sulle 160mila euro a puntata per il programma confezionato dalla berlusconiana Endemol, eppure sgradito ai berlusconiani. Nello stesso bouquet va aggiunto lo speciale Vieni via con me, grande successo di ascolto per altri 2,8 milioni di euro, tra produzione, Fazio e Saviano. Il contratto di Fazio è in scadenza e non è detto sia rinnovato dalla Rai di Mauro Masi, impegnato in una ridefinizione generale dei palinsesti (con nuovi equilibri tra informazione e spettacolo tra le tre reti). L’agente di Fazio, il potente Beppe Caschetto, nel frattempo è in contatto con La7, anche se Endemol è scettica sul passaggio dalla terza alla settima rete.

Se Che tempo che fa costa ma fa felice la Sipra, concessionaria della pubblicità Rai, la stessa cosa non si può dire di Parla con me, di Serena Dandini, altro contratto (ma con la Fandango, produttrice del talk) in scadenza e parecchio in bilico. Le cifre che trapelano da Viale Mazzini: si parla di 115 puntate all’anno, costo unitario 67mila euro, totale 7,8 milioni. La conduttrice ha un ottimo compenso, circa 700mila euro, un ottimo rapporto con il direttore di RaiTre Ruffini (la Dandini è una pura espressione della Rai veltroniana), ma meno con la direzione generale. Buone performance fa un altro programma detestato dal centrodestra, Annozero di Santoro, impossibile da eliminare dal palinsesto perché così ha ordinato il Tribunale del lavoro (ma si attende l’esito del ricorso in Cassazione).

Di Annozero si producono 33 puntate in un anno televisivo, e ognuna costa circa 210mila euro. Dentro c’è il compenso di 700mila euro di Santoro, per un totale di 7 milioni di euro annuali. Lo share va bene e spesso benissimo, ma non è un mistero che i vertici Rai rinuncerebbero volentieri alle percentuali di Santoro per avere un talk più equilibrato il giovedì su RaiDue. In difficoltà sul rinnovo è invece Milena Gabanelli, autrice e conduttrice di Report, premiato programma di inchieste che però, per Viale Mazzini, comporta una voce di bilancio a parte, quella delle querele (ma anche Santoro non scherza, per un Annozero la Fiat ha chiesto un risarcimento danni da brivido: 20 milioni di euro). E non è l’unica richiesta di danni causata dalle (belle) inchieste della Gabanelli.

Invece di per sé Report è piuttosto economico. Venti puntate all’anno costano 2.200.000 euro, con un misero compenso (paragonato alle medie degli altri) di 150mila euro per la Gabanelli. Non costa moltissimo nemmeno In mezz’ora di Lucia Annunziata (un format però molto semplice), a cui vanno circa 8mila euro lordi ogni 30 minuti domenicali. È stata lei a raccontare che «In Mezz’ora costa, in tutto, 26mila euro lordi a puntata». Per circa 30 puntate all’anno fanno 780mila euro totali. Quanto ai programmi «berluscones», va detto che di Radio Londra i vertici Rai sono piuttosto soddisfatti. Era previsto un 20% di share, mentre Ferrara viaggia sul 18%, poco meno. E con «solo» 32mila euro a puntata (costi pieni, dalle telecamere al conduttore) la Rai chiude un programma di prime time. «Un affare» dice un top manager Rai.




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