domenica 10 aprile 2011

Nelle carte Fbi nuova luce sugli Ufo

Corriere della sera


Corpi umanoidi in New Mexico nel 1950 e un avvistamento nello Utah nel 1949



Un presunto avvistamento

MILANO - Chi crede all'esistenza degli Ufo ha ora qualche ragione in più: negli anni Quaranta ci credeva anche l'Fbi, come risulta senza ombra di dubbio dalle carte riservate , in pieno stile X-Files, appena pubblicate sul sito del Bureau, (The Vault). I documenti, scovati dal giornale Salt Lake Tribune ma accessibili a tutti, danno conto di almeno due avvistamenti, uno nello Utah e uno nel New Mexico (il famoso incidente di Rosswell). Cominciamo dal secondo, di cui si parla da tempo ma adesso reso un po' più credibile appunto dai nuovi documenti. Il rapporto dell'Fbi, firmato dall' agente Guy Hottel e datato 22 marzo 1950, cita una fonte dell'aviazione militare americana e afferma che tre dischi volanti, ciascuno del diametro di circa 16 metri e con una parte sopraelevata al centro, sono stati ritrovati in New Mexico. «Ogni disco - si legge ancora nel rapporto - era occupato da tre corpi di forma umanoide alti meno di un metro, vestiti con un tessuto metallico a trama molto fitta. Ogni corpo era avvolto in una specie di bendaggio simile alle tute anti gravità usate dai piloti collaudatori». Il rapporto conclude sostenendo che i dischi potrebbero essere precipitati a causa delle interferenze elettroniche provocate dai radar militari di grande potenza presenti nella zona del ritrovamento»

IL CABLOGRAMMA - Quanto al secondo avvistamento, i documenti sostengono che il 4 aprile del 1949, agenti dell'Fbi nello Utah inviarono un cablogramma con la dicitura «urgente» al mitico direttore del Bureau, J. Edgar Hoover, nel quale si diceva che una guardia armata di un negozio, un poliziotto della cittadina di Logan e un agente della polizia stradale dello Utah avevano avvistato un Ufo che poi era esploso. Con il titolo «Dischi volanti», nel cablogramma si legge che i tre videro «un oggetto di colore argenteo che si stava avvicinando alle montagne del Sardine Canyon» che «è sembrato esplodere in un'eruzione di fuoco. Diversi cittadini di Trenton dissero di aver visto quello che sembrò essere una doppia esplosione aerea seguita da oggetti cadenti». Il cablogramma, insieme ad altri documenti, rivelano che l'Fbi stava cercando di capire se gli Ufo fossero reali.


L'archivio web dell'Fbi
Vai al Blog: Mistero Bufo


Redazione Online
10 aprile 2011



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Immigrati, lettore maltese scrive al Giornale.it: "Avete ragione su Sarkozy, ma qui è pure peggio"

di Redazione


Provocato dal post Le amnesie di Sarkozy (leggi l'articolo), un lettore ci scrive da Malta: "Purtroppo la stampa italiana spara delle grossolane scorrettezze. Questo danneggia sopratutto l'opinione pubblica che si fa una cattiva idea della situazione". E tratteggia le condizioni dell'isola



Nel recente post Le amnesie di Sarkozy (e della stampa francese), Marcello Foa smaschera il comportamento ipocrita dell'Eliseo sull'ondata migratoria dal Nord Africa e le censure della stampa francese che negli ultimi giorni ha ignorato completamente i respingimenti a Ventimiglia (leggi qui). Un lettore di Malta ha scritto al Giornale.it per spiegare che da loro la situazione è anche peggiore.



Condivido l'opinione espressa dal signor Marcello Foa. Ma da maltese con una forte legame di stirpe, storia, cultura ed amore verso l'Italia, vorrei dire che purtroppo la stampa italiana fa lo stesso con i fatti a Malta, o addirittura peggio, spara delle grossolane scorrettezze. Questo danneggia sopratutto l'opinione pubblica italiana che si fa una cattiva idea della situazione. E' un inganno ai danni di quest'ultima che si dovrebbe indignare. Giustissimamente poi, l'opinione pubblica maltese si indigna a maggior ragione, dato che è a conoscenza di ben diversi fatti e sopratutto quei fatti che vengono ignorati o nascosti dalla stampa italiana.
Se la stampa francese non parla della situazione di Ventimiglia la stampa italiana non parla della situazione di Malta, o peggio ancora come detto qui sopra spare delle grossolane scorrettezze. Ad esempio, c'è chi dice che Malta respinge i migranti. Questa è una falsità colossale, del quale l'italiano che legge la stampa non ha assolutamente colpa. Anch'io se fossi in Italia e leggessi ciò che scrive la stampa italiana mi farei quell'idea. In verità Malta non ha respinto un bel niente e ha addirittura appoggiato la politica italiana di respingimento derivante dal trattato italo-libico. Inoltre, Malta stava chiedendo all'Ue di applicare la politica per la spartizioni dei migranti da prima dell'Italia e dopo assieme all'Italia, appoggiando le richieste italiane all'Ue.
Gli italiani giustamente si indignano quando certi buonisti da certe agenzie internazionali buoni a parlare ma fiacchi nel concludere, danno dei "razzisti" e denigrazioni vari agli italiani. Una cosa di per se disdicevole. In verità le stesse agenzie l'avevano già fatto tempo addietro con Malta, quindi non è vero che questi attacchi se li beccano soltanto gli italiani. La verità è che gli italiani sanno solo di questi attacchi. La verità è che la stampa italiana tace sui fatti e sul peso che soffre Malta come la stessa stampa francese fa sui fatti e sui pesi che colpiscono l'Italia.

Quindi un monito va fatto, se la stampa francese è molto selettiva e ciò è un male, la stampa italiana dovrebbe darle l'esempio ma non lo fa. Malta non respinge un bel niente quando il diritto internazionale impone altro. Tra l'altro si fa grande confusione sulle competenze di Malta per quanto riguarda i soccorsi. A norma del diritto internazionale per quanto riguarda la zona SAR di Malta l'obbligo è di coordinare i salvataggi e non necessariamente di effettuarli. Sopratutto, non c'è l'obbligo di accettare i profughi salvati in tale zona. Qui c'è un problema di diritto internazionale che se continua così necessiterà di una causa nelle corti internazionali competenti.
Vorrebbe questo dire che Malta non effetua i salvataggi o respingesse i profughi arrivati nei suoi mari territoriali (cosa ben diversa dalla zona SAR)? Assolutamente no. Di fatti, dal 2002 al 2009 Malta ha accolto circa 12mila profughi, che paragonati al territorio e la popolazione locale sarebbe come se l'Italia avesso sofferto circa 1,8 milioni di profughi nello stesso periodo.

Infatti, nel solo anno 2008 (se non vado errato con l'anno) l'influsso di profughi a Malta era pari al doppio del proprio tasso di natalità. In anni precedenti il livello era pari alla meta di tale tasso. Quindi, che la stampa italiana facci il suo dovere invece di essere un motore propagore per l'idea che a Malta di clandestini non ci sono e che qui a Malta non c'è il problema clandestini che colpisce gravemente l'Italia. L'Italia è mal afflitta e questa lo capiscono i maltesi e il governo maltese che chiedono la solidarietà europea per Malta e l'Italia.
C'è da dire che i profughi che riceve Malta partono dalla Libia e sono diretti in Italia (probabilmente, per poi transitare altrove) e sono molto spesso da ex colonie italiane quali la Somalia, l'Eritrea e così via. Quindi fare il punto sul fatto che i tunisini siano francofoni o da un ex colonia francese, e che vogliono in verità andare in Francia è giustissimo. Lo stesso si potrebbe dire di molti profughi che vengono salvati, accolti e tenuti a Malta dalle autorità maltesi, va cambiata la Francia con l'Italia però. Inoltre molto spesso queste persone vengono salvate dalle poche motovedette a disposizione di Malta e quando il porto più vicino è Malta vengono portate a Malta. Il diritto internazionale distingue l'obbligo del salvataggio da quello dell'accoglienza.
E' il porto più sicuro e vicino a dover accogliere i profughi, non quello dello Stato alla quale appartiene l'imbarcazione o lo stato responsabile per la zona SAR. Di recente purtroppo questo porto era appunto Lampedusa ma le autorità italiane hanno negato l'accesso ad una motovedetta maltese che ha soccorso dei profughi alludendo che Lampedusa era piena e non era sicura. Purtroppo in verità la stampa italiana racconta del trionfo e lo svuotamento di Lampedusa effettuato negli ultimi giorni, quindi le autorità relativa ne hanno sparata una grossa. Berlusconi ci compra pure una villa. In questi giorni è stata l'Italia ha respingere quando non doveva farlo. Inoltre, in verità pochi profughi scendono a Malta di conto proprio. Sono salvati, portati a Malta e poi lasciati qui grazie al regolamento Dublino II dell'incompetente Ue e la simpaticissima commissaria Malmstrom.

Il governo tedesco purtroppo ha ragione su un solo fatto, che la situazione a Malta è ben peggiore dati i fatti e le circostanze. Il commissario Ue Barrot venne l'anno scorso a Malta è descrisse la situazione a Malta come "impossibile" (ovviamente l'Ue non ha ancora fatto un bel niente di concreto). Purtroppo, questo lo stampa italiana non lo dice e spesso si lancia in attacchi bassi che danno un idea scorretta della situazione migranti a Malta. Questo succede sopratutto a danno dell'opinione pubblica italiana, che poi si fa giudizi senza poter ascoltare l'altra parte in modo equo e rispondente ai fatti.

Sarebbe meglio rispondere a certe trovate giornalistiche dicendo che i governi rispettive fanno un fronte comune a livello europeo nel dire che l'Ue deve agire e che questo è un problema europeo, e che ad esempio recentemente gli europarlamentari maltese Simon Busuttil e quello italiano Salvatore Iacolino (entrambi Ppe) hanno chiesto alla Commissione Europea (della graziosa Cecilia Malmstrom) di attivare il meccanismo di solidarietà europeo in casi di alto numero di profughi. Un bel nulla su tutto questo dalla stampa italiana.
La stampa maltese riporta che l'influsso comunque non è grave abbastanza per mettere in moto tale meccanismo. Questa è la risposta della Malmstrom quando le è stato fatto notare che l'influsso nell'ultima settimana a Malta è stato poco meno di mille clandestini. Assumendo una popolazione di circa 400mila persone, questo sarebbe come se l'Italia si facesse carico di 150mila clandestini. Detto ciò, queste persone devono stare su un dato territorio con la popolazione già presente. La densità di popolazione di Malta è la più grande d'Europa ed è circa sei volte maggiore di quella dell'Italia, aggravando il problema. Nonostante questo, la risposta della carissima Malmstrom alla domanda di Malta di attivare il meccanismo di solidarietà europeo è stato che questi dati non sono gravi abbastanza. Purtroppo la stampa italiana sta zitta su questi fatti. Il popolo italiano poi si fa una impressione sbagliatissima. La comunità italiana a Malta conosce la verità, e probabilmente si vergogna di ciò.

Ederico





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Gli sospesero la patente perché è omosessuale Condannati due ministeri

di Clarissa Gigante


A Danilo Giuffrida venne sospesa la patente dopo la visita di leva. Ora la Corte d'appello conferma la sentenza di primo grado: condannati ministeri dei Trasporti e della Difesa



Catania - Una storia che ha del surreale quella di Danilo Giuffrida. Alla visita di leva  scoprirono la sua omosessualità e avvisarono la Motorizzazione che il giovane, allora 18enne, non aveva i "requisiti psicofici richiesti" per poter guidare. Immediata la sospensione della patente in attesa di una revisione dell'idoneità. Giuffrida si rivolse all'avvocato Giuseppe Lipera e inizio una battaglia, non ancora conclusa, che dura ormai da dieci anni.
L'iter giudiziario Il ragazzo, infatti, si rivolse al Tar di Catania e ottenne la sospensione del provvedimento. I giudici ritennero che l'omosessualità "non può considerarsi una malattia psichica" e restituirono l'idoneità di guida. Assieme al ricorso, Giuffrida presentò anche una domanda di risarcimento danni ai ministeri della Difesa e dei Trasporti dalla quale ottenne, in primo grado, il pagamento di 100 mila euro. Oggi la Corte d’appello civile di Catania ha confermato quella sentenza, ma ha ridotto a 20 mila euro il risarcimento. L'avvocato Lipera ha quindi deciso di ricorrere in Cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza di secondo grado, con rinvio a altra Corte d’appello per "omessa motivazione, illogità e erroneità nella quantificazione del danno morale".
Le reazioni Una scelta approvata anche da Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, che commenta : "Fa bene Danilo a ricorrere in Cassazione. In questo paese, dove i diritti civili delle persone omosessuali, ma anche dei migranti, dei disabili, delle donne e di tante altre persone sono giornalmente calpestati sono necessarie sentenze esemplari, che devono essere un monito a difesa delle affermazioni contenute nella Costituzione. Solo in Italia può  accadere, come ha dovuto subire Giuffrida, che si sospenda la patente di guida in quanto gay".

Meno negativo il commento del presidente nazionale di Arcigay, Paolo Patané, che afferma: "Evidentemente ancora una volta dai tribunali arriva un riconoscimento di diritti e tutele rispetto al quale il legislatore è ancora assente. Quando in una democrazia la politica perde di efficienza e i tribunali sono costretti a garantire agli individui quello che la politica non garantisce, siamo di fronte a un problema". Poi aggiunge: "Forse valeva la pena di avere coraggio fino in fondo e confermare anche l’entità del risarcimento, anche perchè si tratta di una vicenda esemplare. Forse, al di là della questione strettamente economica, la natura della vicenda richiederebbe di evidenziare la gravità dell’accaduto con una sanzione alta anche dal punto di vista economico".




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Ucciso a calci e pugni per difendere il figlio Scatta il fermo per quattro romeni

Corriere della sera

La vittima, un 53ennne, pestata a morte dopo aver cercato di aiutare il figlio 20enne che era stato aggredito


MILANO - Ucciso a calci e pugni per difendere il figlio da una aggressione. È morto così Walter Allavena, idraulico 53enne di Ventimiglia. Il delitto è avvenuto nella notte tra sabato e domenica in località Torri, a pochi chilometri da Ventimiglia. Ora è scattato il fermo per quattro romeni, accusati di omicidio preterintenzionale. I fermati sono giovani tra i 19 e 37 anni, tutti residenti nella zona di Ventimiglia. Sarà l'esito dell'autopsia a chiarire le cause del decesso. Secondo una prima sommaria ricostruzione, comunque, Allavena è stato accerchiato da un gruppo di romeni che prima avevano aggredito il figlio ventenne, ed è stato picchiato brutalmente. Gli uomini della squadra mobile e quelli del commissariato di Ventimiglia hanno interrogato un gruppo composto da almeno una decina di persone sospettate di essere gli autori del pestaggio mortale. Per accertare la dinamica di quanto avvenuto sono stati ascoltati cinque italiani, che sarebbero testimoni di quanto avvenuto. In commissariato anche il figlio della vittima: il ragazzo ha un occhio pesto ed è e visibilmente sotto choc.


LA RICOSTRUZIONE - Secondo quanto ricostruito, tutto sarebbe iniziato quando il figlio ventenne della vittima, che si trovava in compagnia di alcuni amici, ha avuto una discussione - sembra a causa di un cane - con alcuni giovani romeni. Tra i ragazzi ci sarebbe stata una piccola rissa, ma poi i due gruppi si sarebbero separati. I romeni tuttavia sarebbero tornati indietro, più numerosi di prima, fino a pochi metri dalla casa di Allavena, dove avrebbero rintracciato il ragazzo picchiandolo. Il padre del giovane sentendo le urla è uscito dall'abitazione ed è intervenuto per sedare il pestaggio. È a quel punto che gli immigrati si sarebbero accaniti contro Walter Allavena. L'autopsia dovrà chiarire se l'uomo è morto per i calci, i pugni e le percosse subite o per aver sbattuto la testa, cadendo a terra.

LE TESTIMONIANZE - Agghiaccianti i racconti dei testimoni. «Sono arrivati in gruppo ieri sera verso le 23,30 mentre eravamo ad una festa di paese. Volevano attaccar briga. Erano ubriachi. Volevano toccare il nostro cane che si è spaventato e per questo uno di noi lo ha preso in braccio. Poi hanno iniziato a picchiarci. Ce l'avevano soprattutto con Claudio, il figlio di Walter» riferisce all'uscita dal commissariato Luigi, uno degli amici di Claudio Allavena, il figlio del 53enne pestato a morte. «Il papà di Claudio è sceso e allora sono andati addosso a lui e lo hanno picchiato», conclude Luigi.

«Ho sentito le urla e mi sono precipitato per vedere cosa fosse successo, ma quando sono arrivato il corpo di mio cognato era già steso a terra» ha raccontato invece un parente della vittima, Sergio Cortese. «Erano ubriachi e non sono del paese. Ho saputo che già la settimana scorsa dei romeni avrebbero avuto dei battibecchi con mio nipote Claudio e Walter stanotte era intervenuto per portarlo via». Tra le altre voci anche quella di Flavio Dario, intervenuto più volte per cercare di sedare la rissa: «Ho visto che picchiavano selvaggiamente Walter con calci e pugni. Non si fermavano. Walter è caduto a terra. Ho chiamato il 118 ed ho cercato di rianimarlo seguendo le loro indicazioni, ma non c'è stato niente da fare».

SGOMENTO A TORRI - Intanto, tra gli abitanti di Torri, un borgo medievale di duecento anime, a pochi chilometri da Ventimiglia, c'è sgomento per quanto accaduto. In molti stamani sono arrivati davanti all'«Osteria del nonno», il locale dove era in corso la festa e fuori dal quale è iniziata l'aggressione che si è conclusa ad un centinaio di metri, sotto l'abitazione degli Allavena.
Redazione online

10 aprile 2011

La destra è al governo, la cultura all’opposizione





Dopo quasi vent’anni al potere, sembra di essere ancora negli anni '70. Non è (solo) colpa della sinistra. L'antifascismo è diventato antiberlusconismo: restano i vecchi tabù


Ci hanno insegnato che il tempo è una freccia, che procede sempre in avanti verso un radioso avvenire. Falso. Il tempo è circolare, torna su se stesso, è l’eterno ritorno del già detto, del già fatto, del sempre uguale, è quel passato che non passa mai.

Stanno ritornando gli anni Settanta per il clima ideologico e politico fazioso e intollerante. È inquietante ma è così. Chi ha vissuto quel periodo ne riconoscerà tutti i sintomi, anni in cui essere «di destra» era una colpa e ti imprimeva addosso uno stigma negativo per cui venivi emarginato, non potevi parlare in pubblico, e se scrivevi su giornali «di destra» eri guardato male. Ma quelli, si dirà, erano gli anni peggiori della cosiddetta contestazione, erano gli «anni di piombo», gli anni del «conflitto a bassa intensità»...

Ora però quel disgraziato e sanguinoso periodo è da quasi quaranta anni alle nostre spalle. È trascorsa ben più di una generazione eppure sembra che si stia replicando nel modo più paradossale. Infatti, è dal 1993 che la Destra politica non è più una anomalia, è da allora che non è più strano vedere sindaci ed assessori e poi ministri e sottosegretari prima del Msi, poi di An. Tutto normale? Affatto! La Sinistra non ha mai accettato il ritorno alla normalità democratica, l’ha sempre mal sopportata, soprattutto da quando il leader del centrodestra è Silvio Berlusconi.

Questo ha fatto sì che col tempo si sia vieppiù incarognita ed oggi l’antiberlusconismo, a braccetto con l’antifascismo, anziché attenuarsi, sia più violento che mai. Ma essere antiberlusconiani vuol dire essere anche ostili a tutto quanto sia - venga dalla Sinistra etichettato - «di destra». Il risultato è un drastico ritorno al passato: non si possono tenere conferenze e presentazioni di libri di autori sgraditi (Marcello Veneziani e Giampaolo Pansa ne sanno qualcosa) o di argomenti tabù (come a Palermo quello dedicato a Casa Pound, nonostante il responsabile culturale di Casa Pound scriva sul Secolo d’Italia, giornale antiberlusconiano).

E non si possono tenere nemmeno concerti. È accaduto negli ultimi tempi almeno due volte, in quel di Sassuolo e di Milano, alla Compagnia dell’Anello, la storica formazione musicale di Mario Bortoluzzi che si è vista annullare la sede di due manifestazioni all’ultimo istante per la pressione che politici e giornalisti locali hanno fatto su chi aveva loro concesso i locali. Con l’accusa di essere un gruppo «nazista»! E non l’ha difeso nessuno, o quasi: certo nessuno si è indignato sulla «grande stampa» per un episodio così grave. E accade a chi scrive su giornali di destra di subire trattamenti preferenziali da parte di politici e magistrati (ne sanno qualcosa il Giornale e Libero) rispetto a identiche situazioni in cui cadono le testate di sinistra.

E capita (si vedano testimonianze sul Foglio) che chi comincia a scrivere sulle sue pagine provochi imbarazzo ad amici e conoscenti. Siamo tutti (è successo anche a me) considerati «lacchè di Berlusconi»!

Questa situazione nasce da una serie di concause: oltre quelle già dette ci sono anche gli effetti collaterali del neo-antifascismo finesco, cioè codificato dal presidente della Camera e seguito dai politici del Fli e dal suo quotidiano, che si presentano come una Destra Nuova mentre invece non sono altro che una Sinistra Vecchia con la bava alla bocca nei confronti di chi è rimasto veramente di destra. Insomma, è stato creato un nuovo «arco costituzionale» di cui Fli fa parte e chi non sta col Fli ne è escluso. E così, mancando una sponda politica che li difenda in qualche modo, ecco che giornalisti, scrittori, musicisti che non hanno accettato il verbo del nuovo messia di Montecarlo sono più facilmente attaccabili e discriminabili (ma non per questo cambiano idea).

Certo, c’è anche quel senso inaccettabile di superiorità antropologica, quel «complesso dei migliori» così efficacemente, ma inutilmente, denunciato da Luca Ricolfi nell’ormai lontano 2005, che porta la Sinistra ad un vero e proprio razzismo culturale. Ma, e lo si deve dire assai chiaramente, c’è anche l’incancellabile colpa di un centrodestra che dal 1994, pur messo in guardia, non ha fatto nulla per creare un retroterra culturale alle proprie vittorie politiche, da un lato non occupandosi affatto di cultura (Forza Italia) e dall’altro cadendo succube della «sindrome di Stoccolma» culturale (Msi/An) una volta giunto al potere nazionale e locale, come ho scritto a suo tempo su queste pagine e come ha di recente benissimo evidenziato il professor Roberto Chiarini.

Che la libertà di pensiero e di parola sia conculcata in questo disgraziato Belpaese lo possono urlare sfacciatamente personaggi come Santoro, Grillo, Saviano, Fazio, Travaglio, Dandini, Lerner, Spinelli, Di Pietro e tutto l’Idv, Eco e compagnia brutta, ma non so con quale faccia tosta o peggio, visto che possono dire e fare impunemente tutto ciò che vogliono spalleggiati dalla «grande stampa» e con la manleva dei magistrati. E lo possono anche molto, molto sopra le righe senza problemi. Aleggia invece una censura palese e occulta, una discriminazione morale e quasi personale per chi parla, scrive, canta avendo idee di destra.

Tutto ciò avviene a quasi vent’anni, dalla discesa in campo del Cavaliere che «sdoganò» la Destra partitica. C’è evidentemente qualcosa che non funziona e il Centrodestra politico dovrebbe fare l’esame di coscienza ed un mea culpa se la situazione, nel 2011, è ancora questa. Anzi, è peggiorata.



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Mubarak: «Via per interessi del Paese» e poi viene convocato dal procuratore

Corriere della sera

L'ex rais parla per la prima volta dall'11 febbraio. Dovrà poi testimoniare sulle accuse di corruzione


MILANO - «Ho lasciato il mio incarico di presidente facendo prevalere l'interesse della patria e del popolo». Lo ha detto l'ex rais Hosni Mubarak, in un messaggio audio alla catena satellitare Al Arabiya. Con cui ha rotto il silenzio che durava dall'11 febbraio, il giorno della sua destituzione.«Ho servito la patria con onestà, e non posso rimanere in silenzio davanti alla campagna di diffamazione contro la reputazione mia e della mia famiglia». Mubarak ha nettamente smentito di avere conti bancari fuori dall'Egitto.


CONVOCATO L'ex presidente e i suoi due figli sono stati poi convocati dal procuratore generale egiziano nell'ambito dell'inchiesta sulle violenze contro i manifestanti durante la rivolta che lo ha costretto alle dimissioni. Mubarak è inoltre accusato di corruzione. Il procuratore ha però dichiarato, riferisce l'agenzia Mena che le affermazioni di Mubarak di sabato non influiranno sulle misure già adottate nei suoi confronti.(ANSA


MANIFESTANTI AL CAIRO
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Intanto un migliaio di manifestanti, alcuni ancora addormentati sotto le piccole tende improvvisate nell'aiuola centrale, sono ancora a piazza Tahrir, dopo i violenti scontri con le forze dell'ordine nella notte tra venerdì e sabato. La grande piazza rimane bloccata da filo spinato e improvvisate barricate, mentre curiosi ancora si affollano attorno ai resti inceneriti dell'autobus e del camion che sono stati dati alle fiamme sabato all'alba. Il primo ministro Essam Sharaf si è riunito domenica mattina col comitato per la sicurezza, insieme ai ministri dell'Interno e della Giustizia, per discutere delle violenze sulla piazza che hanno provocato la morte di un manifestante, secondo fonti ufficiali.

( Fonte: ANSA).
10 aprile 2011

Ecco come la cedolare secca fa risparmiare




I proprietari di casa potranno scegliere di svincolare la tassazione dai propri redditi e pagare un’aliquota fissa, quasi sempre più conveniente. E gli inquilini avranno la certezza di non vedersi aumentare il canone d’affitto. 

 

Ci sono due sole aliquote in base al tipo di contratto



Se ne parlava da anni e ora finalmente è arrivata la tassazione «secca» o, per capirci meglio, fissa e certa, sulle rendite da immobili in locazione. In sostanza dovrebbe essere una buona notizia per tutti. I proprietari di casa potranno scegliere di svincolare la tassazione dai propri redditi e pagare un’aliquota fissa, e spesso e volentieri più bassa di quella collegata al reddito, sul canone degli affitti che incassano ogni anno. I conduttori degli appartamenti, ovvero chi vive in casa in affitto, avranno da parte loro la certezza di non vederselo aumentare nel corso del contratto: neanche l’adeguamento all’indice Istat sarà infatti concesso ai proprietari che decideranno per il nuovo tipo di imposta.

Ma c’è di più, innanzitutto la semplificazione normativa e burocratica che deriva dal pagare una tassa unica certa e predeterminata non in base ai guadagni di chi affitta ma in base al valore dell’immobile. La registrazione del contratto assorbe poi ben 5 tasse diverse, dall’imposta di bollo e di registro alle addizionali Irpef sul reddito. Inoltre il mercato immobiliare dovrebbe ripartire con guadagni più certi e meno legati alle vicissitudini del soggetto che affitta. Anche perché il provvedimento si applica solo alle persone fisiche, quindi non alle imprese, e vale solo per le abitazioni, per questo motivo influisce positivamente sulla valorizzazione degli immobili abitativi.

Con la nuova cedolare secca che tassa al 21% il canone nel caso di contratti liberi e al 19% nel caso di contratti concordati, si attende il ritorno sul mercato di molti immobili «sfitti» finora per ragioni di opportunità, e di molti proprietari che avevano abbandonato il business delle locazioni proprio a causa dell’incertezza e dell’eccessiva onerosità della tassazione. Ora c’è tutto l’interesse a valorizzare e ristrutturare gli immobili e intrattenere rapporti fiduciari con gli affittuari che da parte loro difficilmente si sentiranno dire «Il contratto ce lo scriviamo tra di noi». La nuova rivoluzione immobiliare che è un primo effetto dei provvedimenti legislativi sul federalismo è ufficialmente partita giovedì 7 aprile, ma per la registrazione dei nuovi contratti c'è tempo fino al 6 giugno.

L’altra grande semplificazione sta proprio nelle modalità della registrazione, tutto si farà on line, almeno nei casi più semplici e standardizzati, tramite un software di ultima generazione chiamato SIRIA, disponibile sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate. Il software è già operativo all’indirizzo www.agenziaentrate.gov.it e sul web girano già molte simulazioni che aiutano commercialisti e proprietari a prendere mano con la tecnologia, seppur semplice, del software. Questo vale per i contratti da registrare. Mentre per quelli già in corso alla data del 7 aprile che vorranno aderire in corso d’esecuzione alla nuova normativa, basterà indicare l’opzione nella prossima dichiarazione dei redditi in scadenza a giugno.

Va ricordato che l'opzione per accedere alla cedolare fissa è facoltativa e assolutamente volontaria. Una volta effettuata l'opzione per il nuovo tipo di imposta, la tassazione si applicherà per tutta la durata del contratto e non va più confermata. C’è sempre e comunque anche in corso di esecuzione la possibilità di fare marcia indietro, qualora ci si renda conto di una maggiore convenienza della vecchia Irpef. La decisione infatti si può revocare entro il termine del versamento annuale della vecchia imposta, ovvero 30 giorni dalla data di stipula. Attenzione però, per chi decide di passare alla nuova normativa sono categoricamente esclusi i rimborsi per eventuali versamenti o acconti già versati in ossequio al vecchio regime. Anche per la cedolare secca, come per l’Irpef è ammesso il pagamento rateale degli acconti che non possono essere inferiori all’85% del dovuto.






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Scalfari fa lo snob contro l’immunità parlamentare che lo salvò dalle manette





Il fondatore di Repubblica firmò con Lino Jannuzzi una inchiesta sul "piano Solo". Il generale Giovanni de Lorenzo querelò e i due furono condannati a 15 e 14 mesi di carcere: Scalfari diventò deputato, Jannuzzi senatore...



Una volta scalfiva. Adesso scalfareggia. Eugenio Scalfari si cala nel pozzo del tempo e porta a galla un suo articolo del lontano 1976. Un pezzo che, va da sé, è adeguato alla nostra epoca. Anzi, la fotografa perfettamente, come il guru della sinistra chic ci spiega sull’ultimo numero del Vetro soffiato, la rubrica che tiene sull’Espresso. «Ho sotto gli occhi l’elenco dei membri della commissione parlamentare inquirente - scriveva accigliato il 25 gennaio 1976 sul neonato quotidiano la Repubblica - queste venti persone sono secondo me, dal punto di vista della moralità pubblica, fra coloro che si sono macchiate del più grave dei reati e cioè di spegnere nei cittadini di questo Paese ogni fiducia e ogni speranza nell’istituto parlamentare».
Il motivo? Facile a intuirsi. «Questi deputati e questi senatori stanno facendo da anni mercato del potere a essi affidato e lo stanno facendo senza nemmeno il pudore di nascondere le loro intenzioni. Hanno fatto di tutto; hanno tolto dalle mani dei magistrati processi sui quali non avrebbero avuto, in base alla legge, alcuna competenza... hanno avocato tutto e hanno insabbiato tutto»
Quella giunta, spiegava il giornalista filosofo, toglieva la speranza ai cittadini. Dimenticava però di soffermarsi sulla propria biografia, lo scrittore punto di riferimento per almeno due generazioni di progressisti: quel parlamento, così tollerante, anzi così scandalosamente tollerante con i propri membri, lo accolse a braccia aperte per permettergli di schivare il carcere.
È una storia nota e la sua origine è anche nobile: Scalfari firmò con Lino Jannuzzi una memorabile inchiesta su un tentativo di colpo di Stato chiamato «piano Solo». Il generale Giovanni de Lorenzo querelò la coppia e i due furono condannati rispettivamente a 15 e 14 mesi di carcere. Invano il pm Vittorio Occorsio, che era riuscito a leggere gli incartamenti prima che il governo ponesse il segreto di Stato, aveva chiesto la loro assoluzione. Scalfari e Jannuzzi si ritrovarono con un piede in cella. Che fare? La soluzione la trovò il Psi che li candidò e li ricoprì con un’armatura impenetrabile: l’immunità parlamentare. Scalfari diventò deputato, Jannuzzi senatore. Insomma, la giunta che diceva sempre di no alla magistratura ridiede la speranza al giornalista in odore di manette.
È sempre stato così: la corporazione dei parlamentari difende i suoi, innocenti o colpevoli che siano. Scalfari rimase a Montecitorio quattro anni. Una legislatura abbastanza incolore, grigia, riempita da un paio di episodi. Nel ’69 un vigile provò a fargli una multa alla Stazione Centrale di Milano e lui gli avrebbe risposto così: «Lei non sa chi sono io». Appunto, un abitante del Palazzo, protetto da un recinto invalicabile. Poi quando gli extraparlamentari assaltarono il Corriere della Sera lui si complimentò con loro: «Questi giovani ci insegnano qualcosa, l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate a nascondere le informazioni». Lui, intanto, preparava la sua.
Dopo essersi citato in lungo e in largo e dopo aver perso la speranza nel lontano ’76, Scalfari tira dritto e la riperde oggi dopo aver visto che «la giunta ha sollevato il conflitto di attribuzione per bloccare il processo Ruby e trasferirlo al Tribunale dei ministri». Trentacinque anni di storia per arrivare al solito, impunito di Arcore. E dimenticarsi di quando fu lui, Eugenio Scalfari, a nascondersi dietro lo scudo dell’immunità.


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Gli argentini commemorano la guerra (persa) delle Falkland

La Stampa


TRADUZIONE DI MANOLA D'ALESSANDRO


Anche quest'anno, il 2 aprile è stato commemorato pubblicamente lo sbarco delle truppe argentine sulle isole Falkland, che 29 anni fa segnò l'inizio della guerra con la Gran Bretagna, poi protattasi per 74 giorni e conclusasi con la vittoria britannica, che ne conserva la sovranità fin dal 1833 pur se il Paese sudamericano le considera tuttora parte integrante del proprio territorio nazionale (come Isole Malvine).

La cerimonia si è svolta nella città di Rio Gallegos, e parte del discorso della Presidente Cristina Fernandez viene riportato dal blog La verdadera intención:
Siempre, las Malvinas son argentinas y no cejaremos en nuestro reclamo y convocar a todos los argentinos a la buena memoria, a la memoria de los que dieron sus vidas, a la memoria de los que luego no pudieron superar los traumas de la posguerra y perdieron también la vida. Esta vez, tal vez, de manera más terrible y más trágica: de mano propia, no de manos del enemigo en combate.

Le isole Falkland appartengono da sempre all'Argentina e non smetteremo mai di rivendicarle e non smetteremo mai di rivendicarle e di fare appello a tutti gli argentini affinché ne conservino memoria, memoria di tutti coloro che hanno dato la vita, memoria di chi non riuscendo a superare il trauma del dopoguerra ha comunque perso la vita. E stavolta in modo perfino ancor più terribile, per mano propria e non per mano del nemico in combattimento.
Le Falkland sono dell'Argentina
Dopo 29 anni, le ferite sono ancora aperte, soprattutto per i soldati sopravvissuti e per le famiglie dei caduti, ai quali è stato reso omaggio in questi giorni. Carlos commenta così sul blog Mirada Mágica:
No basta con poner un día de feriado nacional y festejarlo, llenarse la boca en discursos alusivos y todas esas tonterías inútiles que no sirven más que para figurar.
Lo que estos veteranos de guerra necesitan son respuestas tangibles a sus problemas y necesidades. Aunque cueste creerlo esos mismos que arriesgaron sus vidas en una lucha inútil y desigual no paran de mendigar una respuesta a sus justos reclamos y derechos.

Non basta proclamare un giorno di festa e celebrarlo con qualche discorso inutile e azioni senza senso, utili solo a mettersi in mostra. Ciò di cui hanno bisogno i reduci di guerra sono risposte tangibili ai problemi e alle necessità che li affliggono. Può essere difficile ammetterlo, ma le stesse persone che hanno rischiato la vita in una guerra inutile e iniqua, non cessano di supplicare affinché si presti ascolto alla rivendicazione dei loro diritti.

Sul blog Arte y Brujeria, Laura analizza gli aspetti politici ed economici del conflitto, dopo un accenno alla storia delle isole Falkland:
¿Por qué reclamar en aquél momento soberanía sobre unas islas que pertenecieron a nuestro territorio por 13 años solamente? Porque el modelo neoliberal implementado desde el golpe de Estado de 1976 (modelo que continuó hasta el 2001) había desgastado económica y políticamente al gobierno de la junta. Fue un “manotazo de ahogado” para salvarse y continuar en la presidencia.

Perchè ora dovremmo reclamare sovranità su delle isole che sono state parte del nostro territorio solo per 13 anni? Perchè il modello neoliberale, implementato a partire dal colpo di Stato nel 1976 e rimasto attivo fino al 2001, aveva economicamente e politicamente minato il governo della Giunta. E' stato un "ultimo tentativo" per salvarsi e continuare la presidenza.
Anche Gianna ricorda anche gli errori della guerra e gli eroi argentini:
La Guerra de Malvinas es una historia plagada de desventuras personales, errores políticos, ignorancia diplomática e improvisación militar. Sin embargo, la sumatoria de errores y horrores no logran empañar la entrega, abnegación y valor de quienes entregaron con sacrificio sus vidas defendiendo la soberanía territorial argentina. Un reconocimiento al honor, que perdura por sobre las circunstancias y la temporalidad del hecho histórico.

La guerra delle Falkland è un evento caratterizzato da sfortune personali, errori politici, ignoranza diplomatica e improvvisazione militare. Tuttavia, questa serie di sbagli e orrori non offuscheranno mai la liberazione, l'altruismo e il merito di coloro che hanno sacrificato la vita in difesa della sovranità territoriale argentina. Un riconoscimento all'onore che resiste a tutte le circostanze e a qualsiasi temporalità di questo evento storico.
Isole Falkland

La riconquista o meno delle Malvine rimane tema assai vivo nel cuore degli argentini. Non a caso un apposito gruppo Facebook ne richiede la proprietà (“England, give the Falklands back. They're Argentina's”, dove però Mariano Sosa commenta ironicamente:
no sean ilusos! se piensan q nos van a devolver las malvinas por un grupo q se hace en el face.. no sean ilusos, por favor..

Non siate ingenui! Credete davvero che ci restituiranno le Falkland grazie a un gruppo su Facebook? Non siate ingenui per favore..


Post originale: Argentina: A 29 años, argentinos recuerdan héroes de guerra en Islas Malvinas, di Laura Schneider. Ripreso da Global Voices Online: community che aggrega, organizza e amplifica la conversazione globale online – gettando luce su luoghi e persone spesso ignorati dagli altri media.




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Sanità, ora Vendola presenta il conto ai cittadini





La "rivoluzione" non c'è stata e i cambiamenti promessi non si vedono, mentre Nichi aumenta l'Irpef per risanare i bilanci. Neanche Terlizzi, città natale del governatore, scampa al dissesto: sono già stati chiusi molti reparti dell'ospedale


Bari - Una voragine complessiva da 412 milioni di euro: 326 erano già messi in preventivo, ma gli altri 86 sono un buco che nessuno è riuscito ancora a tappare. E così, mentre i conti della sanità crollano in picchiata e scivolano verso il profondo rosso, le tasse sono dunque inevitabilmente destinate a decollare. In effetti così ha ormai deciso la Regione Puglia guidata dal governatore di Sinistra, ecologia e libertà Nichi Vendola, proprio lui che aveva fatto della sanità il fiore all’occhiello della sua campagna elettorale del 2002, una rincorsa condita dai proclami che lo catapultò sulla poltrona di governatore. Ma adesso il tempo degli slogan è finito ed è ora di far quadrare i conti. Che non promettono nulla di buono.

L’assessore al Bilancio, Michele Pelillo, preso atto della situazione, non ha potuto fare a meno di ammettere che sarà impossibile non fare ricorso alla leva della pressione fiscale. Vale a dire: le tasse con riferimento al 2011 aumenteranno. L’esponente della giunta lo ha detto qualche giorno fa, a margine di un consiglio regionale delicato riguardante proprio la legge che sancisce la chiusura e riconversione di diciotto ospedali, tenendo a precisare però che il deficit è inferiore alle previsioni e comunque non tocca la fatidica soglia del 5 per cento, il limite massimo oltre il quale scatta il commissariamento. Che in effetti non c’è stato, perché da Roma è arrivato il semaforo verde al piano di rientro sanitario.

E così, tra i ranghi della squadra vendoliana c’è chi tenta di strappare un pizzico di ottimismo. Come dire: le cose potevano andare peggio. Una magra consolazione, visto che i pugliesi saranno costretti a mettere mano al portafogli. Il provvedimento è atteso per giugno, quando sarà varata la legge di riconversione del bilancio. L’Irpef dovrebbe aumentare dello 0,50 per cento. Un ritocco a pioggia, che graverà su tutte le fasce di reddito. È questa la decisione presa per tentare di rimettersi in carreggiata e tappare le falle del sistema sanitario pugliese.

Nei giorni scorsi le Asl hanno snocciolato i numeri fornendo un quadro preciso quanto impietoso: il disavanzo è di 326 milioni di euro, cifra che risulta comunque coperta; ballano invece altri 86 milioni. Dalla Regione si difendono e fanno sapere che tutto dipende da una stima sbagliata del gettito Irap da parte del governo e comunque tirano un sospiro di sollievo per il mancato commissariamento. Ma come se non bastasse, sulla giunta piove anche la bacchettata della Corte dei Conti. La sezione regionale di controllo dei giudici contabili, con riferimento al bilancio consuntivo del 2009, scrive infatti che «emergono profili di violazione di norme imperative». Il motivo: pur non avendo osservato il patto di stabilità, la giunta ha speso un fiume di denaro in collaborazioni e consulenze. In tutto altri due milioni di euro.

Il tasto dolente rimane comunque quello della sanità, antico cavallo di battaglia di Vendola che non risparmiò pesanti critiche quando in Puglia era governatore l’attuale ministro degli Affari regionali del Pdl Raffaele Fitto. Il quale il 19 agosto del 2002 pensò bene di presentarsi a Terlizzi, città natale del leader di Sel, per illustrare il piano di riordino ospedaliero. Non lo avesse mai fatto: fu accolto da slogan scanditi da altoparlanti, lancio di uova e improperi vari. Al punto che, dopo aver cercato inutilmente di affrontare la muraglia umana che inveiva contro di lui per spiegare il suo progetto, fu costretto a fare retromarcia e tornarsene indietro, mentre i carabinieri tentavano di riportare la calma; due militari rimasero feriti.

Fatto sta che ora all’ospedale Sarcone di Terlizzi, considerato il simbolo dell’autoproclamata «rivoluzione gentile» targata Vendola, molti reparti sono rimasti chiusi, nonostante le promesse. E la sanità pugliese è stata progressivamente piegata da debiti e scandali. L’ultimo è proprio di due giorni fa: è stato arrestato un autista della Asl di Lecce perché rubava la benzina dell’auto di servizio per fare il pieno alla sua fiammante Porsche Carrera.



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La doppia vita di Scalfaro Mai in aula, solo in piazza

Il Tempo


L'ex presidente ha zero presenze a Palazzo Madama. Però partecipa e manda messaggi ai comizi del centrosinistra.


Il 12 febbraio del 2009 Oscar Luigi Scalfaro, presidente emerito della Repubblica e senatore a vita, era in piazza Santi Apostoli a Roma a fianco del Pd in difesa della Costituzione. E contro Berlusconi. Il 13 marzo dell'anno successivo mandò invece un messaggio alla manifestazione del centrosinistra ancora a Roma ma in piazza santi Apostoli. Sempre contro Berlusconi. L'11 marzo di quest'anno era invece alla trasmissione Agorà su Raitre ad attaccare Berlusconi sulla politica delle riforme. E ieri ha inviato un messaggio ai giovani che hanno sfilato in varie città italiane per chiedere lavoro contro il precariato.

Insomma Oscar Luigi Scalfaro, nonostante i suoi quasi 93 anni – li compirà il 9 settembre – è ancora molto attivo in politica. Soprattutto contro il governo. Eppure tutta questa vitalità non si traduce in una altrettanto indefessa presenza sui banchi di palazzo Madama. Perché in aula l'ex presidente della Repubblica ha collezionato ben zero presenze in due anni e mezzo di legislatura, come risulta dal sito del Senato. Le presenze (107) che vengono segnate nella sua casella sono quelle in cui Scalfaro era in missione o in congedo.

Cioè quelle in cui si è preoccupato di risultare assente giustificato. Un senatore dalla doppia vita, molto attento a «spendersi» per il centrosinistra ma scarsamente interessato ai suoi impegni istituzionali. Specialmente ora che il governo non ha più bisogno dei voti dei senatori a vita a palazzo Madama come invece accadeva con Prodi. Allora erano quasi sempre presenti, tutti schierati, per sostenere un esecutivo che traballava pericolosamente.

Perfino Rita Levi Montalcini, ormai centenaria, era costretta a sobbarcarsi faticosi spostamenti in aula. E aveva addirittura chiesto all'ufficio di presidenza di avere un bagno a disposizione al piano terra visto l'obbligo di restare ore e ore in aula. Oggi i senatori a vita a palazzo Madama appaiono pochissimo. Carlo Azeglio Ciampi non si è mai visto, così come l'imprenditore Sergio Pininfarina e la stessa Montalcini.

Più assidui, invece, Emilio Colombo e Giulio Andreotti. Nonostante entrambi non abbiano ormai una salute di ferro. Il primo ha collezionato 332 presenze, il secondo qualcuna in meno, fermandosi a quota 302. Nessuno di loro però continua a fare attività politica come Luigi Scalfaro. Che per non sedersi neppure una volta a palazzo Madama ha comunque uno stipendio di oltre quindicimila euro. Al quale se ne aggiunge un altro di circa cinquemila euro per il suo passato di magistrato.



Paolo Zappitelli
10/04/2011




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Yuri Gagarin, cinquant'anni fa il primo uomo tra le stelle

Quotidiano.net


L'impresa dell'astronauta russo, che all'epoca aveva 27 anni, è ancora fonte d'ispirazione per le nuove generazioni di cosmonauti. E oggi le tecnologie rendono possibili nuove missioni anche su Marte


Bologna, 9 aprile 2011







Il 12 aprile di cinquant'anni fa, il russo Yuri Gagarin, 27 anni, fu il primo uomo ad andare nello spazio. Suo padre era un falegname e sua madre una contadina. Quando lo selezionarono tra i venti migliori astronauti dell'Unione Sovietica, di sicuro era il migliore.

"Vedo la Terra circondata da foschia. Mi sento bene. Com'è bello", erano state le sue prime parole dallo spazio.

'Adesso sulla Luna', 'Avanti verso i pianeti', c’era scritto sui cartelli che, qualche giorno più tardi a Mosca, lo accoglievano come un eroe.

Il suo messaggio vige ancora oggi: nonostante sia passato mezzo secolo, nei giovani è più che mai vivo il valore dell’impresa che per la prima volta ha portato l'uomo tra le stelle. E' così, per esempio, per i due nuovi astronauti italiani dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa): Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti, 35 anni, entrambi dell’Aeronautica Militare Italiana.

"Pochi giorni fa, con alcuni colleghi cosmonauti, presenziavo a una cerimonia che commemorava l’anniversario della morte di Gagarin, nel freddo boschetto in cui perse la vita durante un incidente - racconta Parmitano - e a regalarmi l'emozione più forte sono stati alcuni adolescenti che, un garofano rosso in mano, hanno dedicato pensieri e versi all’eroe scomparso". La sua è un' "eredità fatta di valori universali (coraggio, dedizione, amor patrio) che ancora oggi riescono a dare ispirazione e a far sognare".

Sulla stessa linea anche Samantha Cristoforetti: "da quando mi sono addestrata alla Città delle Stelle, mi sembra quasi di conoscerlo di persona: Gagarin vive nei rituali, è onnipresente nell’iconografia dello spazio, ti sorride dai quadri alle pareti, dalle statue, dai monumenti".

Quello di Yuri Gagarin fu un volo pionieristico, reso possibile da una tecnologia appena agli inizi, ma capace di aprire uno scenario che oggi promette di portare l’uomo al di là dell’orbita bassa terrestre, verso future missioni su Luna e Marte: per il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Enrico Saggese, l’avventura dello spazio si sta preparando a un nuovo salto.

"Dare uno sguardo al passato è sempre importante per comprendere che cosa è stato fatto e per progettare il futuro", ha detto Saggese, che il 12 aprile andrà a Mosca rappresenterà l'Italia durante la cerimonia di presentazione.

"Il volo di Gagarin è stato un evento epocale, avvenuto ad appena 4 anni dal lancio del primo satellite artificiale" ed "è importante che il rapporto fra l’uomo e lo spazio sia stato avventuroso fin dall’inizio", ha aggiunto pensando al momento in cui il modulo di servizio della navetta di Gagarin non si staccò dalla capsula di atterraggio.

Oggi le tecnologie che portano l’uomo tra le stelle sono molto diverse: "abbiamo realizzato la Stazione Spaziale Internazionale e abbiamo concordato di tenerla in orbita fino al 2020", ha osservato.

In questa avventura l’Italia ha un ruolo di primo piano: "ha costruito la metà dei moduli abitabili e contribuisce con 330 milioni per mantenere attiva la Stazione Spaziale per i prossimi dieci anni. E' chiaro però che lo spazio è un'avventura costosa e rischiosa che richiede la cooperazione mondiale''.




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Io, malmenato dai trafficanti sulla spiaggia di Zarzis

Corriere della sera


Tensioni nella base di partenza dei disperati: minacciati i giornalisti del «Corriere» e del «Tg1»



ZARZIS (Tunisia) - Il telefono, il maledetto telefono. Anzi no, vogliono le foto, le stramaledette foto. Ma quanti sono? Il primo affianca la nostra auto con uno «scooterone». Ha un bel cappellino azzurro, ma non una bella faccia e quando ci taglia la strada vedo che Mouldi, la fraterna guida tunisina che mi accompagna dal 12 febbraio, smette di ridere. No, allora c'è proprio qualcosa che non va.

Sono da poco passate le tre del pomeriggio di sabato 9 aprile, festa dei «martiri tunisini», caduti nella prima rivolta contro la Francia (1938). A Zarzis ci sono trenta gradi: sulle spiagge passeggiano pochi turisti. A un certo punto accade una cosa mai vista nell'ultimo mese e mezzo: due jeep della Guardia nazionale si inoltrano nei sentieri sterrati lungo la costa. Fa caldo, ma non è un miraggio. Dove vanno? Proviamo a ragionare. La giornata è cominciata presto. Alle 6 dal porto dei pescatori ha preso il largo una barca con 280 clandestini e, ancora una volta, non si è vista una divisa che fosse una a contrastarli. E allora questi della jeep che cosa stanno cercando adesso? Un paio di telefonate e siamo in macchina, una Renault Symbol grigia presa a noleggio. A Zarzis ce l'hanno solo i trafficanti e i giornalisti (per il momento le due categorie sono ancora abbastanza distinguibili).

In una strada sabbiosa ci sta aspettando un amico pescatore, fidato e sperimentato: Mouldi lo conosce da una vita. Ci sentiamo tutti tranquilli e in piena sicurezza. È vero, nei giorni scorsi, l'aria si è fatta pesante per i giornalisti. In mattinata veniamo a sapere che gli inviati del Tg1, Marilù Lucrezio e l'operatore Stefano Belardini, erano stati ancora una volta minacciati, mentre tornavano instancabili sulla battigia a riprendere «scene di ordinario traffico di esseri umani nella Tunisia meridionale». E la sera prima Chiara Giannini, un'intraprendente collega che lavora per il quotidiano Libero ci aveva fatti preoccupare raccontandoci di un incontro pericoloso con due loschi figuri che volevano soldi in cambio delle foto scattate dal suo gruppo.

E adesso tocca a noi. Quelli che ci hanno bloccato sono trafficanti, poco importa se scafisti, intermediari o semplici galoppini del «servizio sicurezza». Conta che sono i padroni assoluti della spiaggia, che sono sempre più nervosi, forse perché i «clienti» cominciano a scarseggiare, forse perché hanno sentito dire che l'Italia rispedirà indietro gli immigrati. Vanno per le spicce. Vogliono il telefonino, vogliono vedere se ho scattato delle foto. Ho appena il tempo di allargare lo sguardo: alle nostre spalle c'è una fila di ville e rustici palesemente abbandonati. Sono le case-rifugio degli immigrati clandestini? Forse i militari sono venuti a controllarle: già ma dove sono finiti i fuoristrada che avevamo incrociato due minuti fa? Spariti.

Uno spintone mi richiama alla realtà. «Il telefono, ti ho visto, hai fatto le foto, dammelo, fammi vedere», è un francese smozzicato che mi investe insieme alla saliva di una piccola folla rabbiosa. Arrivano a grappoli, ma il telefonino non lo mollo. Forse sbaglio, ma penso che lo farebbero a pezzi e poi farebbero qualcosa del genere anche a noi. Dobbiamo, invece, dimostrare che siamo «innocenti», che non abbiamo fatto alcuna foto (cosa vera per altro per un elementare principio di cautela). Parlo, cerco di prendere tempo. Ma mi vedo davanti una testona rasata piantata sopra un bisonte che viene verso di me muovendosi come un boxeur, saltella da un piede all'altro e accompagna bene con le spalle. Guarda che situazione, ci mancava solo questo che crede di essere Joe Frazer.

Per fortuna (è una legge della natura), anche il branco più ottuso è guidato da un cane pastore. Il nostro indossa un maglione bianco e ha l'espressione civile del 99,99% dei tunisini che abbiamo conosciuto e apprezzato nelle ultime settimane. Il bisonte, intanto, con una mossa a sorpresa si attacca ai miei pantaloni di cotone e li strappa fino all'altezza del ginocchio. Gioco la mia carta, mi rivolgo al giovane in maglione bianco e propongo: «Andiamo solo io e te là in fondo e ti faccio vedere che non ho fatto foto». È andata. Cinque minuti dopo siamo in macchina. Solo ora mi accorgo che Mouldi ha preso una manata in faccia e si tiene la guancia. Ma, svoltato l'angolo piano, piano riprende a sorridere. Meno male, va.


Giuseppe Sarcina
10 aprile 2011



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Braccio di ferro Italia-Usa per il bambino conteso

La Stampa

Maurizio Molinari



Il padre americano: la madre l'ha portato via nel 2007 e il tutore non decide


Il braccio di ferro sulla custodia di un bambino di 9 anni aumenta il contenzioso giuridico fra Italia e Stati Uniti già segnato dalle tensioni sul processo di Amanda Knox a Perugia e dalla sentenza milanese contro gli agenti Cia per il rapimento dell’imam Abu Omar.

Il bambino in questione si chiama Liam Gabriele, è nato in Italia, ha la doppia cittadinanza e nel marzo 2007 la madre Manuela Antonelli lo portò da New York a Roma senza l’autorizzazione del padre Michael McCarty innescando così una battaglia legale che si sarebbe dovuta concludere a marzo quando il tutore legale Marco Grazioli, nominato dal Tribunale dei Minori di Roma, avrebbe dovuto esprimersi sulla custodia. Poiché la patria potestà della madre è stata sospesa e il bambino vive con lo zio materno, il padre era convinto che Grazioli gli avrebbe assegnato la custodia legale, accogliendo la richiesta di farla iniziare in giugno dopo la fine dell’anno scolastico corrente.

«Ma il tutore ha fatto passare la prevista scadenza di marzo senza esprimere un’opinione e di conseguenza il giudice del Tribunale dei Minori ancora non ha deciso» spiega Michael McCarty, che vive a New York dove fa il fotografo, confessando di trovarsi di fronte «ad un intrigo di tipo kafkiano perché chi deve decidere non lo fa mentre tutti gli altri aspettano che sia lui a parlare». E aggiunge: «Negli Stati Uniti una situazione del genere sarebbe impensabile, quando ci sono delle scadenze fissate nell’ambito di un procedimento queste vengono rispettate».

È tale riferimento alle «consuetudini differenti» dei due ordinamenti che richiama le polemiche su Amanda Knox. Al Dipartimento di Stato il dossier su Liam è di competenza di Susan Jacobs, consigliere di Hillary Clinton per i Diritti del Bambino, secondo la quale è arrivato il momento che le competenti autorità italiane assegnino il figlio al padre newyorkese visto che la madre è soggetta a provvedimenti restrittivi: «Speriamo che i tribunali italiani decidano in fretta sulla custodia e siamo ottimisti sul fatto che Liam tornerà con il padre» afferma a «La Stampa».

Se la pressione di Washington è in aumento lo si deve al fatto che lo scorso autunno Michael McCarty - durante uno dei suoi 25 soggiorni romani dell’ultimo anno - ha incontrato Marco Grazioli il quale gli ha espresso la personale convinzione che «la soluzione migliore per Liam Gabriele sarebbe vivere a New York con il padre» in ragione anche degli impegni presi da quest’ultimo sulla possibilità di continuare a fargli vedere la madre.

«Ma se in autunno il tutore mi disse queste cose quando poi in marzo c’era la scadenza entro cui esprimersi lui ha taciuto» afferma McCarty, secondo il quale dietro le esitazioni di Grazioli vi sarebbero due motivi. Primo: il timore che Liam avrebbe rivelato a un terapista non poter più vedere la madre. Secondo: la preoccupazione di Grazioli per le ripercussioni negative sui media italiani di una decisione a favore del padre. «Ma io ho assicurato che Liam potrà vedere la madre e dunque se Grazioli non decide perché teme di essere criticato dai media italiani siamo su un terreno estraneo a quello della legge» osserva McCarty. Da qui il rischio che il caso attraversi una «fase di impasse nella quale nessuno decide niente aspettando che qualcun altro faccia qualcosa» mettendo il padre nella condizione di dover continuamente volare a Roma per vedere Liam.

Ad aumentare le tensioni vi sono i contorni di una vicenda che ha visto la Antonelli accusare l’ex marito di violenza sul bambino: un’imputazione dalla quale McCarty è stato assolto tanto in Italia che negli Stati Uniti. Ora invece è la Antonelli ad essere al centro di un processo per sottrazione di minore, dopo essere stata fermata dalle forze dell’ordine italiane in base ad una richiesta di estrazione giunta dagli Stati Uniti per il sequestro del bambino risalente al 2007.





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La piccola tribù contro il gigante che minaccia la montagna sacra

Corriere della sera

Le ruspe del colosso minerario Vedanta in azione nello Stato indiano di Orissa


ETTORE MO


LANJIGARH (Orissa) - Ancora una volta il gracile Davide sembra aver inferto un duro colpo al gigante Golia. Questa è la conclusione che si può trarre da una versione odierna dell'intramontabile vicenda biblica: quella di un impari conflitto, in corso da anni, fra la piccola tribù dei Dongria Kondh e la gigantesca società mineraria Vedanta, che sta aprendo voragini nella «montagna sacra» per estrarvi tonnellate di bauxite. Lo scenario è quello spettacolare della catena di Niyamgiri, colline, foreste e fiumi, nella regione di Orissa, affacciata sul golfo del Bengala.

È un sabato mattina quando, insieme a un gruppo di Dongria, raggiungiamo la modesta cima del monte (neanche mille metri), dove la tribù sta celebrando il suo festival. Attorno a un improvvisato altarino sopra il quale sventolano bandiere rosse con la falce e il martello (non sembra esserci conflitto, in India, fra religione e fede politica), cinque donne si esibiscono in una danza sofferta che ha significati sociali più che mistici e che sarebbe sfociata in un rito cruento: due ignare caprette immobilizzate, legate e decapitate con un'accetta; stessa sorte per due galletti. Quale lo scopo del sacrificio? Placare gli spiriti della montagna, offesi e indignati per le ferite e gli squarci aperti dai minatori nel suo costato. Non è poca la sorpresa, per non dire il disgusto, quando, il giorno successivo, arrivano in tavola vassoi colmi di riso su cui era stato spruzzato, come condimento, il sangue degli animali immolati.


Gradite? È il formale invito all'assaggio.
No, grazie. È la risposta. Facezie a parte, Golia fatica a difendersi dagli attacchi di Davide, determinato a far prevalere i suoi diritti: «Il nostro principale obbiettivo - interviene il suo attuale portavoce, Frafulla Samantare, capo del Movimento per l'Alleanza nazionale del popolo, 60 anni - è proteggere le risorse naturali e coinvolgere l'intera comunità in questa battaglia. Nelle nostre foreste crescono piante speciali che veneriamo dalla notte dei tempi. Lo sviluppo industriale ha un potere dissacrante sull'ambiente ed è una minaccia per le nostre tradizioni e il nostro modo di vivere.

Sei tonnellate di bauxite producono una tonnellata di alluminio e i veleni scaturiti da questo processo di trasformazione contamineranno per sempre la terra e l'acqua con effetti devastanti sul clima e sull'ecosistema». Il conflitto tra la grande industria mineraria britannica (una delle 100 quotate allo Stock Exchange di Londra) e la piccola tribù dei Dongria (all'incirca 8 mila uomini) ebbe inizio nell'agosto 2008 quando la Corte suprema dell'India diede il via libera agli scavi nella montagna ritenuta dagli Adivasi, i popoli indigeni, una delle più sacre dell'universo.

L'estate scorsa il governo di Nuova Delhi aveva chiesto alla Vedanta di sospendere i lavori nella miniera e di bloccare al tempo stesso l'espansione della raffineria di alluminio che, sorta ai piedi delle colline, s'era allargata superando di almeno 6 volte le proporzioni del progetto originale. Ma neanche l'ultima richiesta, avanzata in febbraio dalla tribù coi toni imperativi di un ultimatum, è riuscita a fermare ruspe e picconi.

Era difficile, se non impossibile in quei momenti, sbarrare il passo a un colosso industriale come la Vedanta, che aveva in cassa 8 miliardi di dollari, e al suo padrone e fondatore, il tycoon indiano Anil Agarwal, che si era assicurato senza difficoltà il consenso delle autorità locali. Ma i Dongria avevano l'appoggio dei governi di Londra e di Oslo che, insieme alla Chiesa d'Inghilterra, decisero di ritirare tutte le quote investite nell'azienda, a cominciare dalla Norvegia, che già nel 2007 rientrò in possesso del suo pacchetto azionario - 13 miliardi di dollari - lasciando la società mineraria in braghe di tela.

Un colpo di maglio sulla Vedanta era stato assestato anche da Amnesty International, che l'accusava di aver inquinato le falde acquifere e di aver tolto a un centinaio di famiglie «quel poco che avevano», un pezzo di terra da coltivare e su cui vivere, riducendo dei contadini alla condizione di mendicanti. La loro vicenda avrebbe presto varcato i confini dell'Orissa e, grazie all'intervento dell'organizzazione umanitaria Survival International, illustrata nel film «Miniera. Storia di una montagna sacra», con la voce di Claudio Santamaria come narratore.

Celebrità internazionali come Bianca Jagger e Joanna Lumley vennero subito incluse nel neonato Club degli Amici dei Dongria. La tensione fra l'industria e la tribù si è un po' allentata col tempo ma non è mai del tutto scomparsa. Lo ha confermato un episodio capitato durante le nostre faticose scarpinate sulle falde del Niyamgiri: nottetempo, un gruppetto di sostenitori di Vedanta era salito in cima al monte e aveva sfasciato l'altarino delle bandiere rosse. Un insulto mortale per i Dongria, una profanazione. O, peggio ancora, una dichiarazione di guerra.

Per Stephen Corry, direttore generale di Survival International, «la Vedanta sta saccheggiando la montagna per il proprio personale tornaconto e non gliene importa proprio nulla dei Dongria che dalla miniera non trarranno comunque alcun beneficio e riceveranno soltanto distruzione e miseria». Un grande stagno di fango rosso (the Red Mud Pond) è la spia del livello d'inquinamento della zona attorno alla miniera di Lanjigarh. Una palude gonfia di sostanze tossiche, alimentata dai detriti e dalle scorie che le fabbriche intorno travasano nell'acqua a getto continuo: una fogna dove, dice il nostro accompagnatore turandosi le narici, «neanche un coccodrillo riuscirebbe a sopravvivere».

L'Orissa è una regione dove usanze e tradizioni vengono rispettate anche se da qualche tempo è in corso un tentativo per rimuovere un anacronistico sistema feudale, chiamato «Bartan System», secondo cui chi appartiene ad una casta superiore può costringere una persona di casta inferiore a diventare suo domestico per tutta la vita per il miserabile compenso di 15 chili di riso l'anno. Per chi si oppone al «Bartan System», il rischio è grosso. Un uomo di 50 anni, certo Aparti Barik, che si è rifiutato di fare il domestico a vita per un capoccia locale, è stato praticamente condannato agli arresti domiciliari. Punizione ancora più severa per Babula Barik, dichiarato persona non grata e quindi «esiliato» per aver respinto la richiesta di lavare i piedi agli ospiti durante una festa di nozze nella casa di una persona di casta superiore.

E per gli irriducibili, ammonisce perentorio il professor Baghambar Pattanaik, sono previsti i lavori forzati. Visitando i pochi villaggi lunga la «frontiera» (il muro di cinta della Vedanta), hai l'impressione di trovarti in una «riserva» dove non c'è lo sceriffo ma la gente si comporta come se fosse controllata da un'autorità invisibile. Bengopali è un paesino di 300 abitanti ma è come disabitato, deserte le strade e i cortili. Apprendo che il 18% degli abitanti è morto di tubercolosi e di aids. Strage anche tra gli animali.

Il più anziano, Kuli Maché, 90 anni, ha trascorso la maggior parte del suo tempo tra ospedali, funerali, epidemie e roghi. Qui chi si ammala paga di tasca propria, cure e medicine. Attualmente, la popolazione di Bengopali è un esercito di disoccupati e nullatenenti. Kuli è rassegnato, ha già messo da parte i soldi per il funerale ma nel momento del congedo non trova parole buone per la grande società mineraria: «La Vedanta - lamenta - è proprietaria di tutti i terreni qui intorno, che ha comprato per quattro soldi. Ma nella sua raffineria non c'è posto per la gente del luogo.

Operai e manovalanza vengono da fuori, quei poveracci del Bangladesh che si contentano di salari da fame». Nel villaggio di Chatrapur, poche case quasi incollate alla massiccia struttura dell'azienda, basta accennare al problema dell'inquinamento che la gente s'irrigidisce. «Mio papà - dice un ragazzo - è morto nel 2009, a 45 anni, per un'infezione polmonare». «Dì pure - aggiunge un altro adolescente - che è morto, come molti altri, a causa dell'acqua putrida dei nostri stagni».

La signora Kanda Hahijan racconta la sua grama esistenza: «Mio marito è morto per una malattia contratta nella fabbrica di alluminio, dove ha lavorato per tutta la vita. Sono andata dai suoi padroni per chiedere che mi aiutassero in qualche modo. Niente da fare. Sono andata pure dalle autorità, dalla polizia, tutto inutile. Pazienza. Non sto bene, tra poco me ne andrò anch'io...». Difficile crederle quando dichiara di avere solo quarant'anni. I disagi, la miseria, il dolore le hanno scavato sulla fronte e sul volto una tale ragnatela di rughe che le spengono sulle labbra ogni tentativo di sorriso.

Ettore Mo
10 aprile 2011

Il diario di Paolo Guzzanti La storia dei Responsabili




Alcuni (Mieli) ci dipingono come mercenari a tassametro pronti a incassare poltrone. Ma si sbagliano La realtà? Un gruppo di deputati ha deciso di sostenere il premier perché il governo non ha alternative 


Devo dire che quando ho sen­tito nell’ultima puntata di Ballarò Paolo Mieli, mio vec­chio amico e direttore, dire che tutti i deputati Responsa­bili sono prontamente passa­ti all’incasso chiedendo po­sti di governo e che quest’as­salto alla diligenza avrebbe prima o poi causato una rivol­ta fra i fedelissimi del Pdl, mi sono sentito non tanto offe­so, quanto soffocato.
Noi cosiddetti «responsabili» veniamo da storie diverse, abbiamo idee e posizioni diverse ma ci ritroviamo su almeno un minimo comune denominatore: la convinzione che non esistano oggi in questo-Paese alternative di governo all’attuale legittimo governo votato dalla maggioranza degli italiani nel 2008 e che nell’assenza di leader alternativi, maggioranze politiche al-ternative, progetti comuni e condivisi alternativi, sarebbe un enorme e ingiustificato danno provocare elezioni anticipate da cui potrebbe uscire soltanto un Parlamento ancor più radicalizzato e incapace di offrire il servizio di governo cui i cittadini hanno diritto.
Questa almeno è la mia posizione. Che però vedo condivisa da tantissimi deputati «responsabili». Il minimo denominatore comune non significa però che non sia possibile costruire qualcosa di più e propriamente politico in questo gruppo che non è e non deve essere una ruota di scorta del Popolo della libertà, ma semmai una risorsa in più, un laboratorio politico, una fonte di progetti di riforma e quando è necessario - e Dio sa quanto è e sarebbe spesso necessario - una fonte onesta e trasparente di critica. Non siamo mercenari, non siamo ruote di scorta.
Tanto per esser chiari e riferendomi soltanto a me stesso, io non modifico una sola delle mie opinioni critiche nei confronti di alcuni atteggiamenti del presidente del Consiglio sia per quanto riguarda lo stile di vita privato che diventa pubblico quando coinvolge - magari per legittima ipocrisia di Stato, come sostiene Luttwak - i valori che si suppongono condivisi dai cittadini della nazione che si rappresenta, o per l’insufficienza di risposta politica di fronte alle rivoluzioni del mondo arabo e più ancora per la vicenda libica su cui ho presentato da tempo una durissima interrogazione al governo che non ha avuto risposta.
E anzi oggi penso che Sarkozy, attaccando i carri armati di Gheddafi che stavano per prendere Bengasi e procedere al genocidio degli insorti, abbia fatto semplicemente ciò che noi italiani avremmo dovuto fare un minuto prima di lui dal momento che la Libia costituisce un’area di nostra responsabilità, come la Tunisia lo è per la Francia e il Marocco per la Spagna, e penso che non avremmo dovuto consentire alla Francia di sostituirsi all’Italia traendone poi tutti i vantaggi di immagine e petroliferi.
Né mi convince l’europeismo a fasi di alternato isterismo; e meno ancora l’ideologia della Nato come «ente morale » che poi per disattenzione fa strage di civili e si rifiuta di scusarsi sostenendo che i libici visti dall’alto sembrano tutti uguali e va a sapere chi sta con Gheddafi e chi è contro. Ridicolo. Non mi piace la latente furia antifrancese, come non mi piace l’inconfessato ma diffuso antiamericanismo che cresce in misura proporzionale al frequente appiattimento filo-russo il quale pone a me e a molti altri problemi etici ben più vasti dello scandalo Ruby sul quale peraltro ho scritto pagine di fuoco e a causa del quale ho applaudito e applaudo la manifestazione delle donne contro la mercificazione del loro corpo e della loro dignità. So che molti lettori non condivideranno, ma pazienza: è quel che io penso.
Per quanto riguarda la riforma della giustizia, essendo stato io stesso una vittima politica di alcuni magistrati che agiscono ideologicamente in barba a ogni garanzia di indipendenza, affidabilità e terzietà (la giunta delle autorizzazioni del Senato dovette ascoltare le intercettazioni in cui io, senatore della Repubblica, parlavo con i miei bambini), condividevo totalmente ieri e ancor più condivido oggi i principi della riforma. Politicamente non mi spaventa affatto l’ipotesi che una riforma radicale della giustizia in senso liberale nasca anche dalle vicende personali del presidente del Consiglio.

E ho sempre ritenuto e ancor più oggi ritengo che una parte significativa della sinistra italiana sia moralmente complice nel crimine di insurrezione eversiva contro le istituzioni repubblicane e il Parlamento promovendo, accompagnando e facendo squadra con movimenti che fanno dell’aggressione contro il Parlamento la loro ragion d’essere. Fosse per me, lo scrissi anni fa e lo ripeto oggi, i tumulti antiparlamentari dovrebbero essere sedati dalla carica di squadroni di carabinieri a cavallo.
Tutto ciò detto, la questione dell’identità dei «responsabili » resta aperta e le sarcastiche parole di Mieli hanno aggiunto opportuno sale sulle ferite perché quel che vedo oggi in quest’area non mi piace e, quel che più conta, non piace nemmeno a molti miei colleghi della Camera. Cominciamo dall’onorevole Scilipoti il cui attivismo sazia e satolla ogni giorno la crisi di astinenza dei media antiberlusconiani. Non intendo criticarlo. Intendo porre un problema politico: io non voglio essere coinvolto dalle sue iniziative spericolate e rusticane fra cui l’acquisizione di un programma fascista con il copia- e-incolla. Fatti suoi. Ma non devono diventare fatti miei. D’altra parte, come mi ha fatto osservare mio figlio: «Hai voluto la bicicletta? E adesso pedala». E infatti pedalo volentieri anche perché la salita, per così dire, è il mio mestiere.
Ma pedalare in quale direzione? Ho ascoltato il discorso che Berlusconi ha fatto ieri davanti all’assemblea dei cofondatori del Pdl in cui ha riletto il programma originario della sua «discesa in campo»: un programma ideologico, quindi necessariamente generico, ma schiettamente liberale. Quel liberalismo che allora entusiasmò tanti fra cui chi scrive. È stato attuato, almeno in parte, quel che fu allora promesso? A me sembra assolutamente di no e che ci sia di che essere profondamente frustrati: ecco dunque servito un fattore di identità radicale che dovrebbe accomunare i responsabili quale che ne sia la loro origine: la radice liberale cui Berlusconi fece e fa appello, ma che per motivi diversi non ha mai fiorito in questo Paese.
Penso dunque che il gruppo parlamentare cui per ora ho dato la mia adesione debba acquistare anche una forte fisionomia ideologica liberale proprio nel senso dell’originale manifesto della «discesa in campo» e che a quella fisionomia debba attenersi, e con quella tormentare quando è necessario (cioè spesso) la maggioranza canonica di governo. E penso anche che nessuno di questo gruppo dei «responsabili» debba mai e in alcun modo chiedere o pretendere posti di governo e sottogoverno.
Credo che non si debba in alcun modo fornire carbone alla fornace dei derisori i quali hanno facile gioco, grazie al masochismo irresponsabile diffuso, a descrivere questo gruppo parlamentare come un’accozzaglia di mercenari a tassametro che fa pagare pedaggio al governo in cambio dei suoi voti.

Questa storia deve finire. Come? Occorre un colpo di reni, occorre un’assemblea,occorre una discussione aperta e libera (ho sempre criticato aspramente il tenore nordcoreano dei congressiberlusconiani tutti all’insegna della divinazione monarchica) con molti taglienti contraddittori: occorre la definizione di una linea politica liberale e occorre che questo lavoro, nell’anno e mezzo circa che ci separa di fatto dalle elezioni generali, diventi presenza parlamentare, proposte di legge, critiche serrate, partecipazione attiva, nel sacrale rispetto delle feconde differenze di tutti, delle molteplici e rispettabili origini di ciascuno, ma sempre in nome di un denominatore comune della difesa radicale della libertà.
Se questo accadesse, se come spero accadrà, allora una nuova finestra si spalancherebbe sulla palude stagnante della politica tumefatta dall’eterna e deprimente guerra civile fra fondamentalisti. Siamo «responsabili»? Ebbene: prendiamoci allora la responsabilità di promuovere una seria novità. Ci hanno coperto di letame, e questo fa parte del gioco, e possiamo dimostrare che dal letame del linciaggio continuo può nascere uno di quegli attesi fiori democratici di cui la nostra democrazia malata ha bisogno.




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I dati gonfiati sulle foreste sparite Attacco verde ai super consulenti

Corriere della sera


Greenpeace contro McKinsey: previsioni sbagliate per speculare sugli aiuti Le percentuali


DAL NOSTRO CORRISPONDENTE




PARIGI - Una società di consulenza che incoraggia ad abbattere le foreste, e allo stesso tempo fa intascare gli aiuti contro la deforestazione, non può che essere molto amata dai governi. E infatti la McKinsey ha prodotto dal 2007 gli studi diventati di riferimento nella complicata materia della riduzione del riscaldamento globale. Congo, Guyana o Indonesia aspirano a una fetta dei 4,6 miliardi di dollari previsti dall'accordo internazionale di Cancun (2010) per salvare le foreste pluviali? Compilano dossier ispirati ai dati McKinsey, marchio passe-partout nel mondo degli affari e della governance mondiale, e sono quasi certi di ottenere gli aiuti desiderati.

Solo che, secondo il rapporto «Bad Influence» di Greenpeace, le carte distribuite da McKinsey sono truccate, non hanno alcun valore scientifico. Risponderebbero, in realtà, all'esigenza di alcuni Stati di continuare lo sfruttamento economico del polmone verde del Pianeta, venendo pure pagati per farlo. La McKinsey, conosciuta anche come The Firm, fondata nel 1926 a Chicago dal professore universitario James O. McKinsey, è la più influente società di consulenza del mondo, con circa 16 mila dipendenti e una rete di «ex» impiantata ai più alti livelli della politica e dell'economia mondiale.

Un bersaglio perfetto per Greenpeace, tradizionalmente poco tenera con i grandi nomi del capitalismo globalizzato. Fondata nel 1970 dai tre pionieri Jim Bohlen, Paul Cote e Irving Stowe che protestavano contro un secondo esperimento nucleare alle Isole Aleutine in Alaska, oggi Greenpeace è la più grande associazione ambientalista con uffici in oltre 40 Paesi e 2,8 milioni di donatori in tutto il mondo: nel rapporto «Bad Influence» appena pubblicato, l'organizzazione della pace verde si lancia contro l'«influenza nefasta» di McKinsey nella lotta alla deforestazione, citando alcuni casi significativi.

Nella Repubblica democratica del Congo, McKinsey consiglia al governo di Kinshasa di chiedere risarcimenti perché l'industria del legname raddoppierà l'abbattimento degli alberi entro il 2030. Un sforzo da premiare, secondo la società di consulenza, altrimenti le piante tagliate potrebbero triplicare. In Guyana, in base ai dati di McKinsey, il tasso di deforestazione è del 4,3% all'anno; per evitare la totale sparizione della foresta pluviale entro il 2035, Paesi donatori come Norvegia o Gran Bretagna dovranno versare oltre 400 milioni di euro all'anno alla piccola repubblica sudamericana.

Secondo Greenpeace, invece, il tasso di deforestazione attuale è molto più basso, attorno allo 0,1%: questo permetterà agli industriali del legno di aumentare gli abbattimenti, ed essere comunque risarciti. In Indonesia, per ridurre i danni alla foresta pluviale, gli studi di McKinsey consigliano di arrestare la coltivazione della terra ad opera dei piccoli agricoltori, incoraggiando invece l'allargamento delle piantagioni di alberi destinati però a essere abbattuti. In questo modo, secondo McKinsey, si ottiene la stessa riduzione di biossido di carbonio, a costi 30 volte inferiori. A guadagnarci sono il governo e ancora una volta l'industria del legname, non certo i contadini indonesiani e neanche gli oranghi del Borneo, in via di estinzione.

McKinsey ribatte alle accuse: «Siamo in totale disaccordo con i risultati del rapporto di Greenpeace e ribadiamo la validità del nostro lavoro e approccio - ha dichiarato la società in una nota -. Assistendo i clienti del settore pubblico, suggeriamo misure che possono essere usate in un complesso dibattito nazionale sulle strategie per una crescita economica equa e a bassa produzione di carbonio». Una volta fugati i dubbi sull'esistenza stessa del riscaldamento globale, ecco l'incertezza sui dati usati per combatterlo o fingere di farlo. Greenpeace chiede a McKinsey di rivelare le fonti dei suoi studi. McKinsey risponde che non può farlo: comprometterebbe il «rapporto di riservatezza» con i clienti.


Stefano Montefiori
10 aprile 2011



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