sabato 9 aprile 2011

Tiffany, la cavalla morta al Palio Quattro indagati, c'è anche il sindaco

Corriere della sera

Dovranno rispondere a vario titolo di maltrattamento di animali e false dichiarazioni sul percorso di gara


MILANO - La procura della Repubblica di Viterbo ha iscritto quattro persone sul registro degli indagati in relazione alla morte della cavalla Tiffany, avvenuta a Ronciglione a metà marzo, durante le batterie di qualificazione al Palio di Ronciglione. Le ipotesi di reato sono maltrattamento di animali e false dichiarazioni in merito alle planimetrie del percorso della gara.


IL SINDACO TRA GLI INDAGATI - Per il reato di maltrattamento di animali sono indagati il sindaco del paese Massimo Sangiorgi e il presidente della Pro Loco Luciano Camilli; per le false dichiarazioni sul percorso della gara sono invece indagati il tecnico comunale Giuseppe Cruciani e il vicecomandante della polizia municipale Silvio Gianforte. Saranno tutti ascoltati lunedì prossimo dal procurato capo Alberto Pazienti. Sulla morte della cavalla, le scorse settimane, erano state presentati vari esposti dalle associazioni animaliste. Il sottosegretario alla Salute Francesca Martini, inoltre, aveva convocato un tavolo tecnico per far luce sull'accaduto ed aveva accusato il comune di Ronciglione di aver «violato gravemente le norme che regolato lo svolgimento dei palii». Il sindaco Sangiorgi, da parte sua, dopo aver ricordato che le cosiddette «corse a vuoto», gare di cavalli senza fantino, sono una tradizione plurisecolare, ha detto: «Sono tranquillo perché so di aver agito correttamente e nell'interesse della città. Confido che tutto possa essere chiarito in breve tempo e che si trovi una soluzione per non far morire il Palio di Ronciglione».

09 aprile 2011

Dopo 70 anni la «matita volante» è intatta in fondo al mare

Corriere della sera


l bombardiere tedesco fu abbattuto sopra la Manica



MILANO - Nel 1940 un bombardiere tedesco fu abbattuto sopra il canale della Manica. Le immagini radar provano che il «Do-17» è rimasto praticamente intatto sul fondale del mare per oltre settant'anni. «E' una delle più importanti scoperte nel campo del trasporto aereo», spiega il museo britannico della Royal Air Force. Che ora intende recuperare il relitto.


Il «Dornier Do 17»
Il «Dornier Do 17»
NOMIGNOLO - Quella forma sottile della fusoliera gli è valso il soprannome di «fliegender Bleistift» (matita volante). Un nomignolo che sembra innocuo se consideriamo le capacità distruttrici che ha avuto il «Dornier Do 17» sulle popolazioni civili di Paesi quali Polonia, Francia e Inghilterra. Per la Luftwaffe furono prodotti circa 2000 esemplari del monoplano bimotore ad ala media; oggi non è possibile andare a visitarne nemmeno uno, riferisce il tedesco Spiegel Online. Ciò potrebbe presto cambiare: il Do-17 scovato nel canale della Manica pare sia in ottime condizioni.

IN OTTIME CONDIZIONI - Il relitto, che si trova in una zona conosciuta come Goodwin Sands al 
Il relitto in fondo al mare
Il relitto in fondo al mare
largo della costa della contea di Kent, fu scoperto già nel 2008. Solo ora però una spedizione della Port of London Authority (PLA), l'autorità che gestisce e promuove le attività del tratto del fiume che attraversa Londra, ha esplorato il relitto con un sonar high-tech e rilevato che il bombardiere abbattuto più di 70 anni fa è ancora perfettamente conservato. Nella caduta il velivolo avrebbe riportato solo pochi danni al carrello ausiliario. «Il vano bombe è aperto», ha raccontato Martin Garside, portavoce di PLA. Ciò fa suppore che i militari a bordo si siano liberati del carico prima dello schianto. Nell'incidente morirono due membri dell'equipaggio, altri due - tra questi il pilota - sono invece sopravvissuti alla guerra come prigionieri.


Il «Dornier Do 17» in volo nel 1941
Il «Dornier Do 17» in volo nel 1941
IL RECUPERO - ll Royal Air Force Museum, una delle migliori esposizioni sulla storia degli aeromobili e dell'aviazione della Gran Bretagna, ha lanciato in questi giorni una campagna di raccolta fondi per finanziare il recupero del relitto. «Questo aereo è unico ed è collegato ad un periodo importante della storia britannica», ha detto alla Bbc, Ian Thirsk, del museo della Raf. Il Do-17, introdotto dalla Luftwaffe nel 1937, era un modello molto stabile, costruito quasi interamente in alluminio. Utilizzato durante tutta la Seconda Guerra Mondiale, dal 1940 è stato man mano sostituito da esemplari più moderni, come l'«Heinkel He-111» e il «Junkers Ju-88». -



Elmar Burchia
09 aprile 2011




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Siria, ancora proteste e sangue La polizia spara sui civili a Deraa

Corriere della sera

Le forze di sicurezza aprono il fuoco sui partecipanti a un funerale, all'indomani degli scontri con 37 vittime


Ancora proteste e sangue in Siria. La polizia ha aperto uil fuoco sui civili e Deraa, nel sud del Paese, contro i residenti che partecipavano a una nuova manifestazione anti-regime seguita al funerale di alcune delle 37 vittime di venerdì. Lo riferiscono testimoni oculari ai siti di monitoraggio NowSyria e Rassd, che trasmettono anche su Twitter. L'ex governatore siriano di Deraa e il capo della polizia segreta della città meridionale sarebbero ora indagati per quanto avvenuto nella località al confine con la Giordania, dove secondo fonti mediche locali e organizzazioni umanitarie sarebbero morti in tre settimane di violenze oltre 130 civili. L'Unione europea,nel frattempo, ha chiesto al governo siriano di fermare le violenze contro i manifestanti e a dare inizio subito a un processo riformatore. L'appello è stato lanciato da Catherine Ashton, capo della diplomazia di Bruxelles.


LA REPRESSIONE - Fonti mediche hanno riferito che venerdì 37 civili sono stati uccisi, ventisette dei quali solo a Deraa, epicentro della repressione del regime. Secondo l'imam della principale moschea della città, gli uomini armati che hanno ucciso i manifestanti erano membri delle forze di sicurezza. Per disperdere un sit-in di protesta a Latakia, porto a nord-ovest di Damasco, le forze di sicurezza siriane hanno sparato anche questa mattina sui manifestanti. Appello Ue: cessino immediatamente le violenze.

Redazione online
09 aprile 2011

L'Egitto si riaccende, due morti Bus dei soldati in fiamme in piazza Tahrir

Corriere della sera

Scontri tra manifestanti e polizia, gli agenti sparano in aria per disperdere la folla. Accorrono le ambulanze


IL CAIRO - Un autobus per il trasporto di truppe sta bruciando su piazza Tahrir, dopo una notte di battaglia fra manifestanti ed esercito. Ambulanze sono arrivate sulla piazza che è stata completamente sigillata dalle forze armate anche con filo spinato. L'esercito afferma che la situazione è sotto controllo, ma,da fonti ospedaliere, si apprende che vi sono stati due morti e tredici feriti.

FUMO E SPARI - I mezzi in fiamme sono sul lato della piazza vicino al palazzo della Lega araba e stanno provocando una fitta colonna di fumo che sovrasta la piazza. Secondo i manifestanti, inoltre, l'esercito ha cominciato a sparare per disperdere la folla che è rimasta sulla grande piazza simbolo della rivoluzione anti Mubarak anche dopo l'inizio del coprifuoco alle 2 del mattino ora locale, in seguito alla mega manifestazione di venerdì nella quale è stato chiesto un processo rapido all'ex rais e alla sua famiglia.


IL SUMMIT Intanto l'agenzia di stampa egiziana Mena riferisce che il consiglio supremo delle forze armate ha ordinato l'arresto di Ibrahim Kamal, esponente di spicco del Partito nazionale democratico dell'ex rais Hosni Mubarak, con l'accusa di avere incitato gli scontri. Mentre il capo delle forze armate, il maresciallo Hussein Tantawi avrà un incontro «d'urgenza» con il premier ad interim, Essam Sharaf Non si conoscono le motivazioni del vertice, ma è probabile che Sharaf e Tantawi discutano della situazione alla luce delle recrudescenze violente in Piazza Tahri. Intanto, i manifestanti sono tornati nella piazza e lanciano slogan contro Tantawi, di cui chiedono le dimissioni.
Redazione Online

09 aprile 2011

Battaglia a Misurata, Gheddafi in tv La Lega Araba: vertice con Ue e Onu

Corriere della sera

Almeno 8 morti negli scontri. L'emittente di stato libica riprende il Raìs mentre visita una scuola


MILANO - A Tripoli il Raìs è tornato sotto i riflettori della tv di Stato, mentre Misurata, la città in mano agli insorti anti-Gheddafi sempre più bersaglio della controffensiva delle forze lealiste, è stata teatro di una nuova giornata di duri combattimenti. Almeno otto le vittime tra i ribelli. I raid aerei della Nato hanno distrutto 15 blindati del Colonnello vicino Misurata e due a sud di Brega. Le forze alleate hanno anche intercettato un caccia Mig-23 pilotato da un appartenente alla ribellione libica che stava violando, la no fly zone, e lo hanno costretto ad atterrare.

IL LEADER LIBICO IN TV - Gheddafi è riapparso, come si diceva, in tv: la televisione di Stato ha infatti mandato in onda alcune riprese in cui si vedeva il leader libico entrare in una scuola elementare di Tripoli. Circondato dalle guardie del corpo, addosso il tradizionale mantello marrone, gli occhiali da sole sul volto, il Raìs si è mescolato agli alunni, che nel frattempo scandivano in coro slogan anti-occidentali. Secondo l'emittente, la visita all'istituto è avvenuta in mattinata. L'ultimo messaggio conosciuto del Colonnello risaliva a tre giorni fa, quando scrisse al presidente americano Barack Obama per chiedergli di fermare la «crociata colonialistica» della Nato contro la Libia. La sua precedente apparizione in tv era invece stata il 4 aprile, vicino alla propria residenza-bunker, mentre era intento a salutare una folla di sostenitori.


VERTICE - La Lega Araba intanto prova a rilanciare l'iniziativa diplomatica organizzando il 14 aprile a Il Cairo una conferenza internazionale sulla Libia alla quale prenderanno parte il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon, il capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton e il presidente della commissione dell'Unione Africana, Jean Ping. Ne dà notizia un comunicato dell'organismo panarabo. La conferenza, ha spiegato il segretario generale aggiunto della Lega Araba, Ahmed Ben Helli, è stata convocata su iniziativa dell'Onu, per esaminare la situazione in Libia e per «rafforzare il coordinamento tra la Lega Araba, l'Onu, l'Unione Africana e l'organizzazione della Conferenza islamica».

Redazione Online
09 aprile 2011

Possibile fermo per l'omicidio a Prati un uomo condotto in questura

Corriere della sera

Verso una svolta nelle indagini sull'uccisione di un imprenditore, freddato con un colpo al volto a Roma, davanti alla folla presso il Teatro delle Vittorie


ROMA - Un uomo è stato portato in questura a Roma in relazione al drammatico omicidio di venerdì sera, quando un imprenditore di 45 anni è stato freddato a colpi di pistola davanti al Teatro delle Vittorie, nel quartiere Prati. La polizia potrebbe procedere nelle prossime ore al fermo della persona - sembra un cliente della vittima, che potrebbe aver cercato vendetta per un affare finito male -, sospettata di essere coinvolta nell'omicidio. Negli uffici della Squadra mobile sono state interrogate diverse persone collegate alle attività dell'imprenditore assassinato.

DAVANTI AL RISTORANTE - L'omicidio è stato eseguito in via Col di Lana, nel cuore di Prati, venerdì all'ora di cena. I clienti di un ristorante vicino erano seduti ai tavolini all'aperto quando, a pochi metri da loro, sono stati esplosi alcuni colpi di pistola. Un uomo giaceva riverso sull'asflato. In pochi minuti, i medici di un'ambulanza già si affannavano attorno alla vittima della sparatoria. Roberto Ceccarelli, con precedenti di polizia per reati finanziari, riciclaggio, ricettazione e truffa è morto poco dopo per un colpo di pistola calibro 22.


PROIETTILE AL VOLTO - Uno o due proiettili lo avrebbero raggiunto alla schiena, mentre un altro lo avrebbe ferito al volto di striscio: per questo l'uomo era una maschera di sangue. L'imprenditore romano proprio venerdì aveva litigato con alcune persone. Ed è sugli ultimi contatti di Ceccarelli - già implicato in alcune inchieste su truffa e riciclaggio compresa quella di Lady Asl sulla sanità laziale - che gli uomini della squadra mobile hanno indagato. Senza tralasciare la pista del riciclaggio di denaro sporco visto che la vittima aveva contatti anche con la criminalità organizzata.

CLAN CATANESE - Secondo l'Associazione Coordinamento Antimafia Anzio Nettuno, Ceccarelli sarebbe stato indagato nell'indagine Capricorn Connection che nel 2004 colpì il clan catanese dei Tomasello, attivo tra Roma ed Anzio. L'imprenditore sarebbe stato ucciso in un vero e proprio agguato ma gli investigatori lo considerano un omicidio d'impulso: il killer ha atteso l'uomo, che ha un ufficio lì vicino, e Ceccarelli accorgendosi del pericolo avrebbe tentato di sfuggire correndo. Il killer lo avrebbe raggiunto e freddato con due colpi alla schiena a distanza ravvicinata.

TESTIMONI AL BUIO - L'imprenditore, secondo alcune testimonianze, era stato avvicinato di fronte al teatro. Pare si trovasse vicino all'auto che in quel momento aveva i fari spenti. La strada era deserta, quasi al buio. A illuminarla solo le luci esterne di un hotel pieno di turisti, del ristorante e quelle attenuate dei lampioni. Colpito a morte, Ceccarelli ha perso la sua borsa piena di documenti, dove sembra ci fosse anche un assegno da 100 mila euro, e si è trascinato barcollando per una decina di metri. Poi è stramazzato al suolo.

VITTIMA DI TRUFFA - Secondo indiscrezioni, l'uomo di cui si attende il fermo sarebbe un romano già vittima di truffa. Le indagini sull'omicidio della Direzione distrettuale di Roma, coordinata dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, punta dunque sull'ipotesi di un delitto per vendetta. Ceccarelli potrebbe essere stato coinvolto in un affare forse finito male.

Redazione online
09 aprile 2011

Tappate la bocca al Duce: il mandato delle spie inglesi






Un nuovo saggio dello storico francese Pierre Milza rilancia i sospetti sui "killer" dell'intelligence britannica



 
Nel 1995 la pubblicazione del saggio-intervista di Renzo De Felice intitolato Rosso e Nero riaprì improvvisamente, con grande clamore, un giallo storico che non era mai stato risolto: l’uccisione di Benito Mussolini e di Claretta Petacci il 28 aprile 1945. Nel corso del cinquantennio seguito a quei tragici avvenimenti, le versioni e le illazioni sui mandanti, sugli esecutori e sulle modalità stesse della “esecuzione” del Duce e della sua amante erano state molte, spesso discordanti e poco convincenti.

La versione ufficiale, diffusa già all’indomani dei fatti, era quella che indicava nel «colonnello Valerio», nome di battaglia di Walter Audisio, l’uomo che aveva materialmente “giustiziato” Mussolini. Peraltro, soltanto nel 1947, in un’intervista rilasciata al giornalista Vitantonio Napolitano, Audisio aveva dichiarato ufficialmente di essere il «colonnello Valerio» e, quindi, l’uomo che, a raffiche di mitra, aveva fatto «giustizia per tutti». In seguito l’autoaccusa di Audisio venne messa in discussione a causa di contraddizioni e incongruenze rilevate in diversi resoconti fatti dallo stesso Audisio in occasioni diverse, e si cominciò a pensare che quella versione, ufficializzata dal Partito comunista, dovesse servire di copertura. Si parlò di altri possibili esecutori materiali, a cominciare da Luigi Longo e da Aldo Lampredi, nome di battaglia «Guido». Emersero anche altre ipotesi, come quella di una “doppia fucilazione”.

De Felice, in verità, non affrontava dettagliatamente la questione, in quel suo libro-intervista, ma faceva una allusione precisa al fatto che l’uccisione di Mussolini non sarebbe stata soltanto una questione italiana decisa dai capi della Resistenza, cioè dal Cln, ma il risultato di una azione clandestina più complessa studiata, pianificata e portata avanti dai servizi segreti inglesi in collaborazione con esponenti della Resistenza locale. Anzi, disse di più. Parlò di uno scontro tra inglesi e americani. Sostenne che «gli americani volevano Mussolini vivo» perché «progettavano di portare anche il Duce alla sbarra, senza preoccuparsi di cosa avrebbe potuto dire», mentre «gli inglesi, che formalmente perseguivano gli stessi scopi degli americani, Mussolini a Norimberga non ce lo volevano proprio». E precisò che «fu molto facile per gli inglesi evitare che gli americani mettessero le mani sul Duce» perché «fecero tutto i partigiani».

L’affermazione era clamorosa e fece scalpore. Tuttavia, Renzo De Felice, morto improvvisamente, non poté portare a compimento la biografia mussoliniana e a scrivere, così, l’ultima pagina della vita del Duce. Il mistero rimase un mistero e il giallo rimase un giallo irrisolto. Adesso, a distanza di tanti anni, uno storico francese, Pierre Milza, in un volume dal titolo Gli ultimi giorni di Mussolini, in uscita il 21 aprile per i tipi di Longanesi, riprende la questione. Milza è uno specialista di storia italiana, autore di una biografia di Mussolini, che si muove lungo la linea interpretativa del grande lavoro biografico di De Felice col quale aveva intrattenuto un ventennale rapporto di amicizia. In questa biografia, egli aveva osservato che sarebbe stato opportuno lasciare a coloro che «fanno commercio degli enigmi della storia» la verifica dell’ipotesi della «pista inglese».

Il gusto della ricerca, però, e alcune pubblicazioni uscite nel frattempo hanno spinto Milza a riprendere il tema e, pur non producendo una documentazione inedita, a individuare e sistematizzare tutti gli aspetti oscuri che circondano la fine del Duce, i cosiddetti «misteri di Dongo», e a presentarli in un racconto appassionante. L’arresto di Mussolini, gli intrighi che ruotano attorno alla sorte da riservare al Duce, la “missione” del “colonnello Valerio”, il ruolo di Luigi Longo, la tesi della “doppia fucilazione”, l’ipotesi delle torture e della violenza inflitta a Claretta, le tracce del cosiddetto “tesoro di Dongo” sono tutti temi di un racconto che si sviluppa in una trama affascinante.

Il punto centrale dell’analisi di Milza ruota però attorno alla “pista inglese” o, più esattamente, alla piccola guerra dei servizi segreti. Egli sostiene che, pur senza farne il nome, le allusioni di De Felice facevano riferimento alle rivelazioni, emerse un anno prima della pubblicazione di Rosso e Nero, di un ex partigiano, Bruno Lonati. Questi raccontò di aver fatto parte, insieme a un agente dell’Intelligence britannica con il nome di copertura di capitano John, di un commando incaricato di uccidere Mussolini e la Petacci e raccontò in dettaglio l’operazione. Lo storico francese, pur facendo appello alla prudenza, mostra, anche contro le liquidatorie affermazioni in contrario di alcuni storici inglesi, di ritenere che questa ipotesi non sia del tutto inverosimile e che, anzi, presenti elementi di sincerità. Il rammarico di Milza è che De Felice non abbia potuto concludere la sua ricerca. Ed è un giusto rammarico. Ma è anche vero che i materiali preparatori raccolti da De Felice per il suo libro qualche cosa, letti in controluce, raccontano...



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Madoff:« Io colpevole, ma il sistema punisce solo le piccole infrazioni»

Corriere della sera


Il finanziere rilascia la sua prima intervista dal carcere al Financial Times:« Sono partito da niente»



Bernard Madoff
Bernard Madoff
MILANO - «Mi prendo tutta la responsabilità, ero pienamente consapevole di quello che facevo». È l'ammissione con cui si apre il colloquio avuto dal finanziere Bernard Madoff con due inviati del Financial Times nella sua prima intervista dal carcere, dove è rinchiuso dopo l'arresto, nel marzo 2009, per una maxi-frode da 65 miliardi di dollari per cui è stato condannato a 150 anni di carcere.

UMILI ORIGINI- Madoff ricorda le sue umili origini («Ho cominciato con un capitale di 500 dollari») e l'opposizione dei grandi nomi della finanza tradizionale, ostile alle sue innovazioni, come l'uso dei computer negli anni Settanta («Hanno persino convocato audizioni in Congresso contro di me»). Il primo stop nel 1987, «quando il mercato crollò e la gente finì nel panico più totale: i guadagni a lungo termine cominciarono a svanire» ma, spiega Madoff, i clienti si rifiutarono di accettarlo «erano avidi». In seguito il finanziere creò una scatola nera, ovvero un sistema di investimento basato su scelte dettate da algoritmi elaborati dai computer. Un sistema che, però, ammette, «aveva bisogno di un mercato volatile, con grandi volumi e lo slancio giusto». Tutti elementi che vennero presto a mancare, spingendolo al cosiddetto ««schema Ponzi», grazie al quale il denaro dei nuovi depositi dei clienti veniva utilizzato per pagare interessi abnormi su quelli vecchi, alimentando il flusso di capitale in entrata.

UN MILIARDO DI DOLLARI «Presi un miliardo di dollari, convinto che quando il mercato si fosse ripreso sarei stato capace di nascondere le cose», ricorda, «ma dal 1992 in poi le cose andarono sempre peggio». E oggi - ammette - continuo a chiedermi: perchè non ho restituito i soldi ai clienti dicendo loro "non ce l'ho fatta"?». Madoff ricorda anche come «dopo aver passato tutta la carriera fuori dal giro, improvvisamente hai i presidenti di tutte le grandi banche che ti bussano alla porta e chiedi se puoi fare qualcosa per loro«. Certo, spiega al giornale britannico, «dall'inizio degli anni Novanta non c'erano più scambi, era solo carta: ma sembrava reale». Madoff rivela anche come non tutti abbiano creduto ai suoi profitti miracolosi, il 10 per cento fisso, («gli svizzeri erano i più sospettosi di tutti») mentre la Sec lo contattò per capire se stesse ricorrendo all'insider trading. «Ma cominciai a ridere dentro di me - ricorda - non potevo farlo visto che non stavo facendo nessuna transazione». E dopo poco le accuse caddero perchè, spiega il finanziere, «avevo la reputazione di avere il tocco magico, ero credibile, nessuno poteva pensare che io facessi una cosa del genere».

SOLO LE PICCOLE INFRAZIONI Nell'intervista Madoff evidenzia un sistema in cui, nel suo racconto, le autorità che regolano la Borsa «passano troppo tempo a inseguire piccole infrazioni e nessuno a seguire le grandi aziende e le banche di investimento». Il curatore fallimentare, d'altronde, ha puntato il dito contro il fatto che grandi banche come JPMorgan e Hsbc abbiano ignorato i chiari segnali di allarme sulla reale situazione di Madoff.

IL FIGLIO SUICIDA Oggi, spiega Madoff, passa il suo tempo frequentando uno psicologo, leggendo romanzi d'amore di Danielle Steel e cercando di restare in contatto con la sua famiglia. Ma non è facile, il figlio maggiore Mark si è suicidato nel dicembre scorso due anni dopo la scoperta della frode, mentre il più giovane Andrew ha rotto ogni rapporto con il padre. Quanto alla moglie Ruth «è seguita dai giornalisti anche se va al supermercato», ma anche dagli investigatori che cercano di rintracciare i miliardi di dollari che mancano all'appello. Ma la storia di Madoff come finanziere - nella sua ricostruzione - ha una conclusione a sorpresa: dei 20 miliardi di fondi ricevuti da investire, «ne sono stati già recuperati 10 e altri 20 saranno recuperati facilmente: ma si potrebbe arrivare a 50 miliardi, il che farebbe di me il manager di maggior successo della storia». Un lieto fine che però, per le migliaia di persone truffate e che non hanno ancora riavuto indietro un solo dollaro, difficilmente ci sarà.


(Fonte: AdnKronos)


09 aprile 2011



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Shopping e palestra, non al lavoro Nei guai 33 fannulloni

Corriere della sera


Sono dipendenti di un sottufficio ministeriale



Il ministro Brunetta

Il ministro Brunetta


C’era chi usciva a fare la spesa, chi andava a fare acquisti e chi, al colmo, andava serenamente in palestra. Il tutto in orario d’ufficio. È successo fino alla fine del 2009 al Dipartimento comunicazioni ispettorato territoriale dell’Emilia-Romagna, un sottufficio del ministero dello Sviluppo economico in via Nazario Sauro a Bologna. Trentatrè dipendenti, su un totale di una quarantina scarsa di impiegati, nei giorni scorsi hanno ricevuto un avviso di fine indagine (che solitamente prelude ad una richiesta di rinvio a giudizio) per truffa aggravata ai danni dello Stato. Sono accusati di essersi assentati in modo ingiustificato dal lavoro, senza autorizzazioni, e in certi casi di essersi messi d’accordo tra loro per timbrarsi i cartellini a vicenda. Poi via, uscivano tranquillamente dall’ufficio e andavano ad occuparsi di faccende personali. Per una mezz’oretta in alcuni casi, ma in altri anche per quattro o cinque ore. Le accuse nei loro confronti sono state documentate dalla Guardia di finanza, che aveva piazzato una telecamera proprio sopra il portone del palazzo. L’indagine delle Fiamme gialle, coordinata dal pm Antonella Scandellari, ha preso il via nel maggio 2009 sulla base di un esposto presentato da un dipendente dello stesso ufficio. Uno dei pochi diligenti, hanno dimostrato le successive indagini. L’uomo, stanco di assistere a situazioni imbarazzanti e ai comportamenti sfacciati e spudorati di alcuni suoi colleghi, ha presentato una denuncia querela. Il dipendente ha puntato il dito su sette persone (tra cui anche un responsabile di un ufficio), che ne combinavano di tutti i colori. L’indagine, che si è inizialmente concentrata su questi sette, in un secondo momento si è estesa a tutti i dipendenti e ha portato a scoprire che le irregolarità riguardavano molte più persone.

Il «nucleo duro» (i fannulloni della peggior specie) è rimasto comunque circoscritto ai primi indagati: le condotte più gravi, facendo un bilancio alla fine delle indagini, riguardano infatti sei persone. Sulla settima persona, che era stata denunciata dal dipendente indignato, non sono emerse irregolarità e quindi non ha ricevuto l’avviso indagine (la sua posizione, probabilmente, sarà successivamente stralciata). Il ministero dello Sviluppo economico è stato avvertito della situazione nei giorni scorsi, contemporaneamente all’invio dell’avviso di fine indagine. Ma la quarantina di dipendenti fannulloni, in realtà, ha cominciato a rigare dritto molto tempo fa. Non appena i sette indagati iniziali hanno ricevuto l’avviso di proroga delle indagini nel loro confronti (verso la fine del 2009), hanno cambiato radicalmente abitudini: loro e tutti i colleghi dell’ufficio (evidentemente la voce si è sparsa in fretta) sono diventati improvvisamente super puntuali e molto rigorosi. Infatti le contestazioni dell’accusa si fermano alla fine del 2009. Le Fiamme gialle (ha svolto le indagini il Nucleo di Polizia tributaria) hanno in mano 40 giorni di filmati. I 33 indagati rispondono tutti di truffa aggravata ai danni dello Stato. Ma le accuse nei loro confronti variano da caso a caso, alcune sono più gravi, altre molto meno. Vincono la palma dei ’peggiorì i sei finiti sotto inchiesta fin dal principio: a volte arrivavano al lavoro, rimanevano un paio d’ore e poi se ne andavano senza fare più ritorno in ufficio. Qualcuno timbrava il cartellino al posto loro. A volte è capitato che un dipendente si sia assentato per 4-5 ore in una stessa giornata, ovvero quasi l’intero orario lavorativo, che è quello statale classico. La più clamorosa, però, è la donna che andava in palestra.

Questa dipendente, assistente amministrativa, si allontanava costantemente dall’ufficio per andare in una vicina palestra, poi tornava come niente fosse. E aveva anche il coraggio di chiedere all’ufficio i buoni pasto. Il «costume» di accordarsi per la timbratura dei cartellini riguarda in particolare i sei indagati che sono più inguaiati. Agli altri 27 sono contestate assenze ingiustificate dal lavoro: c’era chi usciva per fare una commissione, chi per fare la spesa (è stato immortalato mentre rientrava in ufficio carico di sportine) e chi faceva acquisti (e anche qui le borse lo provano). Arrivavano, timbravano il cartellino e poi dopo poco (dieci minuti, a volte mezz’ora) uscivano per fare altro. Le situazioni meno gravi riguardano dipendenti che arrivavano in ritardo o uscivano in anticipo. Tra i 33 indagati ci sono impiegati di vario livello. Tra loro ci sono anche persone con l’incarico da responsabile (uno è appunto tra quelli più ’inguaiatì). L’accusa, per tutti, è truffa aggravata ai danni dello Stato, per averla commessa in violazione dei propri doveri di impiegati pubblici. L’avviso di fine indagine parla di «allontanamenti clandestini dal luogo di lavoro in assenza di autorizzazioni o giustificazioni». Si parla di «artifici e raggiri», con cui i dipendenti fannulloni hanno fatto credere alla Pubblica amministrazione di essere stati ininterrottamente in ufficio, e gli viene contestato anche l’ingiusto profitto, ovvero la retribuzione che gli è stata versata anche per le ore che in realtà non hanno mai fatto.


09 aprile 2011





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Munnezza day», protesta in piazza contro l'ennesima emergenza

Corriere del Mezzogiorno

In piazza Dante si sono dati appuntamento cittadini e comitati: «Negli ultimi quattro mesi non si è fatto nulla»


NAPOLI – Un altro anno di emergenza rifiuti e i cittadini di Napoli e della provincia di nuovo in piazza per chiedere a Regione, Comune e Provincia un piano alternativo e credibile per uscire dalla crisi che attanaglia il territorio da 17 anni. Sabato mattina in piazza Dante, cuore della città di Napoli, cittadini e comitati si sono dati appuntamento per un altro «Monnezza Day», per ribadire il «no al fallimentare piano rifiuti che punta su inceneritori e discariche», e «sì» alla raccolta differenziata porta a porta a Napoli e in tutta la regione, agli incentivi economici per un buono smaltimento dei rifiuti, un impianto di compostaggio per l’umido o dei centri di “trattamento meccanico manuale” per l’indifferenziato secco. Proteste quindi ma anche proposte. Le associazioni ambientaliste ribadiscono «che dal 18 dicembre (data in cui ci fu un’altra manifestazione simile, ndr), sono passati quattro mesi in cui non si è risolto nulla». Un presidio della manifestazione anche in piazza dei Martiri, il salotto di Napoli, per coinvolgere imprenditori e commercianti.


«Munnezza day», la protesta arriva in piazza

A coordinare l’ iniziativa che si è concluso sotto la sede della Provincia di Napoli, il «Progetto cittadini campani», che mette insieme diversi movimenti: da Terzigno a Chiaiano (due delle discariche più esposte in questi mesi) , dalle Mamme Vulcaniche ai Comitati del Nolano e dell’area flegrea. «Siamo in tanti e di territori diversi, ma abbiamo tutti un obiettivo comune — dice Roberto Caso, uno degli organizzatori —. Vogliamo – aggiunge - una differenziata porta a porta spinta. E chiediamo che si inizi subito con la raccolta differenziata dell’ organico. Un passo alla volta, ma con passi concreti».

Intanto, sul fronte della raccolta, le tonnellate di rifiuti che giacciono ancora a terra nel capoluogo campano da 1900 sono scese a poco più di 1500, ma è in provincia di Napoli che la situazione è più preoccupante visto anche l’innalzamento delle temperature, dove si calcolano oltre 3000 tonnellate ancora da raccogliere. Una situazione che rischia di «avvitarsi» dopo il rimpallo di responsabilità tra le diverse istituzioni e l'annunci, da parte del governatore Caldoro, che occorreranno tre anni permettere fine all'emergenza. Nonostante la gravità c'è chi, come il cantante Peppino di Capri, che dalle pagine del «Corriere del Mezzogiorno» lancia un appello a fare la differenziata. «Sono pronto a fare qualcosa e a metterci anche la mia faccia. Non è più possibile vergognarsi di questa emergenza ricorrente».

Francesco Parrella
09 aprile 2011

Divieto di ricostituzione del fascismo? Ma se c'è chi ha già rifondato il partito...



Giorni fa sono esplose le polemiche sulla proposta, presentata in parlamento, volta ad abrogare il divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma un 34enne di Isernia qualche anno fa ha ricostituito il Partito fascista repubblicano. E un tribunale gli ha dato ragione



 
Negli ultimi giorni si è scatenato un putiferio a seguito della proposta di abrogazione del divieto di ricostituzione del Partito fascista, formulata da alcuni parlamentari del Pdl e uno del Fli (che poi ha fatto marcia indietro). Ne è nato un polverone mediatico senza precedenti, a conferma che il tema “fascismo” continua a scaldare gli animi e dividere la politica. Ma c’è una persona, in Italia, che il partito fascista l’ha ricostituito davvero. È Alberto Castagna, 34 anni, di Isernia: il suo primato consiste nell’aver rifondato il partito fascista senza violare la legge. Ma com’è possibile, se esiste il divieto contenuto nella XII disposizione transitoria e finale della Costituzione?

Il Partito fascista repubblicano Castagna fonda il Partito fascista repubblicano nel 2007: il nome è lo stesso di quello fondato da Mussolini il 14 novembre 1943, nella Repubblica sociale italiana, con segretario Alessandro Pavolini. Lo registra all’Agenzia delle Entrate e, di fatto, ne è il segretario. Crea un sito internet e inizia a fare proselitismo, incassando le quote d’iscrizione che gli arrivano da tutta Italia, specie dal Nord. Dopo pochi mesi, e alcune decine di iscritti, si deve fermare. Nel 2008 per lui arriva una denuncia e addirittura un’interrogazione al parlamento europeo. L’accusa è quella di aver violato la Legge Scelba del 20 giugno 1952, n. 645 (commette reato chiunque “fa propaganda per la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità” di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque “pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. Dopo pochi mesi il pm Mattei, di Isernia, chiede l’archiviazione del caso (accolta dal gip Scarlatelli), riconoscendo che il partito non perseguiva finalità antidemocratiche né intendeva rifarsi alla dittatura. Un buco nell’acqua per chi lo accusava, un bel “successo” per Castagna.

L'esaltazione del fascismo Nonostante la vittoria in tribunale il fondatore del Partito fascista repubblicano decide di “congelare” il progetto politico, in attesa di tempi migliori. Nel frattempo scrive un libro - che ora sta cercando di pubblicare - che ricostruisce le tappe della vicenda giudiziaria e si sofferma, con dovizia di particolari, sul fascismo. Inutile dire che il movimento di Mussolini è, per Castagna, quanto di meglio sia mai stato fatto in Italia da diversi secoli a questa parte. Definire l’autore un revisionista è dire poco. Scorrendo le pagine del suo manoscritto emerge una vera e propria esaltazione, per certi versi acritica, del Ventennio. E’ difficile farsi dire un aspetto negativo delle camicie nere… solo insistendo Castagna si lascia andare, puntando il dito contro l’alleanza con la Germania. Ma, tiene precisare subito dopo, quasi temendo un’accusa di lesa maestà, che Mussolini fu costretto a farla. Come dicevamo è solo sul “positivo” che si concentra il libro di Castagna: lo stato sociale, le infrastrutture, la tecnologia. “Tutti aspetti nascosti dalla storiografia ufficiale”. Le cose non stanno esattamente così, basta leggere uno dei tanti libri scritti da Renzo De Felice.

La militanza in Azione Giovani Iscrittosi ad Azione Giovani (il movimento giovanile di Alleanza Nazionale) nel 1998, Castagna si diploma in ragioneria e poi si iscrive a Scienze politiche. Non porta a termine gli studi universitari, ma continua a fare politica, candidandosi alle amministrative con il movimento Fascismo e libertà, da cui esce nel 2006. Poi decide il grande “salto”: rifondare il partito fascista, quello nato dopo la caduta del regime, il 25 luglio del 1943, e la liberazione di Mussolini ad opera dei tedeschi. Quel fascismo che, per certi versi, si richiama alle origini.

La politica e il lavoro Non ha ancora deciso, Castagna, se ributtarsi in politica a capo fitto oppure lasciar perdere. In questa fase della sua vita più che altro gli interessa portare avanti quella che ritiene una “battaglia di verità”. E per farlo sta mettendocela tutta per far pubblicare il suo libro. Single, famiglia che vota per il centrodestra - padre, madre e una sorella di quattro anni più piccola - (“ma non professano le mie idee”, tiene a precisare), Castagna collabora come ausiliario per la Polizia provinciale di Isernia. Su Facebook si mostra in camicia nera, con lo sguardo da duro. Poi, ogni tanto, pubblica delle frasi a effetto. Ovviamente il tema fisso è sempre lo stesso: il fascismo. O, in alternativa, l’anticomunismo. Unica eccezione: il tifo per il Napoli.

Fini, la patria e le "proposte leghiste" Ci tiene a ribadire un concetto: il fascismo non è di destra, o estrema destra, ma nasce come “terza via”. E, consapevole di strizzare l’occhio a una grossa fetta dell’elettorato di centrodestra italiano, si diverte a tirare cannonate su Fini: “Con molta confusione da delfino di Almirante è passato ad avere come modello la destra liberale europea, che vorrebbe rappresentare”. Come molti ex di An (vedi Storace) non ha mandato giù la svolta di Fini del 2003, quando l’attuale presidente della Camera a Gerusalemme, mentre visitava il museo dell'Olocausto, pronunciò frasi come queste: “Il fascismo fa parte del male assoluto” e “Le leggi razziali furono un'infamia” e, ancora: “Salò fu una pagina vergognosa”. Eppure la storia, così come la politica, va avanti. Da buon fascista Castagna non apprezza la Lega e, ci tiene a ricordare, “la patria è la prima cosa di tutte”. Riconosce però che Maroni sta lavorando bene. E da tempo per aumentare la sicurezza dei cittadini propone di istituire la Guardia nazionale su base volontaria. La stessa proposta l’hanno fatta alcuni deputati del Carroccio pochi giorni fa…




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Casa e vacanze a spese dello Stato

Il Tempo


Scoperto dalla Finanza. Sfruttando il doppio nome un terremotato aquilano ha incassato due volte. L'uomo, nato fuori dall'abruzzo ha 51 anni e risiede fuori dal capoluogo.


finanza I militari delle Fiamme Gialle, coordinati dal capitano Alessandro Mezzacappa, hanno scoperto che D.G.G.G. di 51 anni, aquilano,ha vissuto d'estate in albergo al mare, ad Alba Adriatica, quindi in un hotel della provincia di Rieti, a godersi l'aria di montagna. Negli ultimi tempi era rientrato all'Aquila. Sempre in albergo, stanza singola e pensione completa. Tutto a spese dello stato. Un atto dovuto, a lui come a tante altre persone che nella sciagura del terremoto hanno perso anche la casa.

Ma l'individuo scoperto dai militari delle Fiamme Gialle in seguito a controlli incrociati, oltre ad ottenere un posto in albergo, utilizzando una parte del suo nome ha presentato alla Struttura di gestione dell'emergenza anche la richiesta del Cas, il contributo di autonoma sistemazione. Altri soldi, che in teoria sarebbero dovuti servire al pagamento di un alloggio in affitto, ma che, vista la residenza in albergo, sono stati spesi in altro modo. Uno stratagemma proprio in virtù del suo doppio nome, che gli ha garantito, per 19 mesi, doppi benefici. Nello specifico il D.G. con un solo nome, ha usufruito del contributo di autonoma sistemazione per 19 mesi, mentre, utilizzando il doppio nome si è fatto ospitare in diverse strutture alberghiere.

I primi sospetti sull'irregolarità di quanto dichiarato nelle domande inoltrate alla Protezione Civile, sono sorti dopo alcuni controlli. Incrociando i due nominativi con le domande inoltrate, quella per il Cas e quella per l'ospitalità alberghiera, risultava che i dati anagrafici delle due persone, corrispondevano alla perfezione. Quando sono state chieste spiegazioni all'uomo, dai responsabili del servizio, rispondeva senza scomporsi di essere, una volta D. G. ed un'altra D.G.G.G. Il denunciato poi, in più di un'occasione invitato a presentare copia del documento di riconoscimento, esibiva una fotocopia con la quale non era possibile il suo riconoscimento fotografico.

Il giochetto alla fine è stato scoperto. L'ammontare complessivo degli oneri a carico del dipartimento di protezione civile Regione Abruzzo, per la sola ospitalità gratuita presso gli alberghi, ammonta a più di 35mila euro. Altri settemila euro sono stati dati per l'autonoma sistemazione. Ora la parola passa alla magistratura ed alla struttura gestione per l'emergenza che procederà al recupero di quanto indebitamente percepito. Controlli incrociati della Guardia di Finanza tesi a evitare imbrogli e truffe nel rilascio dei contributi per un alloggio, degli incentivi per i traslochi, per le imprese al fine di incentivare la ripresa economica. Già un centinaio i truffatori scoperti. Gente che fa il male dell'Aquila e genera le polemiche nel resto del Paese.


Fabio Capolla

09/04/2011





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Il divanista

Il Tempo


Il divanista è quella particolare razza di deputato convinto che il Transatlantico sia davvero un natante e che è giusto e doveroso accomodarsi sul suo "ponte lido" a prender politicamente la tintarella.


Il Transatlantico, il grande salone dove s'incontrano fuori dall'Aula deputati e giornalisti Postideologicamente parlando, il Parlamento è un po' come il corpo umano nella favola di Menenio Agrippa, un po' piazza d'armi e un po' mercato comunale. E quindi, al di là delle distinzioni formali di gruppi e commissioni, maggioranze e minoranze, ogni parlamentare ha la sua funzione che ne designa una particolare qualità di antropologia politica. C'è il divanista, ad esempio.

 Il divanista è quella particolare razza di deputato convinto che il Transatlantico sia davvero un natante e che è giusto e doveroso accomodarsi sul suo «ponte lido» a prender politicamente la tintarella. Il medesimo divanista è sempre convinto che la Navicella sia il tender con cui approcciare un bastimento carico di privilegi, grandi e piccoli, e doni sontuosi. Il senatore divanista è quello che si chiede come mai anche il Senato non abbia il suo Transatlantico, e dunque se ne frega e prende la tintarella pure lui. Il divanista, insomma, tra i marmi di contorno e la pelle morbida color gambero arrostito su cui si posa il suo lato b, se fosse un allenatore, sarebbe seguace della teoria dell'attendismo: mi metto in difesa e aspetto che siano gli altri a fare le mosse per poi colpirli in contropiede. Sta fermo e non si muove, perché l'agrippiano corpo parlamentare, se qualcosa non funziona, avrà certamente bisogno anche del suo aiuto. La sua panchina, ovviamente, è uno dei divanetti su cui si fanno e disfano leggi e alleanze e dove anche s'accomodano anche i giornalisti per disporre di una fonte molto ben disposta a discorrere e disegnare tele e immaginare scenari, perché di questi tempi il Parlamento s'attiva solo per qualche infiammata seduta e per il resto lascia molto, molto tempo libero per la chiacchiera.

Senza divanisti, gli specialisti di gossip politico farebbero una fatica bestiale a riempire di aneddoti i loro pezzi, ma la crescente moltiplicazione di giornalisti retroscenisti indica che ultimamente il materiale non scarseggia, anzi aumenta che è una bellezza. La panchina, pardon: il divanetto, nel caso del divanista tende a essere sempre la stesso, così che il giornalista sa dove andare e gli altri parlamentari pure, perché di questi tempi, nel vorticoso giro di divise e casacche che scilipuossiamo immaginare, si corre pure il rischio di imbastire un ragionamento con uno che credi sia nell'opposizione – o nella maggioranza, dipende – e alla fine quello lì, sempre stravaccato sul divanetto, assume un'aria serissima e ti comunica che ha deciso di dare una sterzata al suo futuro decisa, improvvisa, ruvida, pure coreografica, ma sempre «seguendo la mia coscienza»: il divanetto non si cambia, il partito forse sì. Nei momenti di confusione e di gazzarra, dunque, il divanista è una certezza, sempre lì sta, pronto a pronunciare il suo «accomodati pure» al collega che lo avvicina per offrirgli non un altro divano ma una poltrona di sottogoverno, o al camerlengo dell'opposizione che gli propone la seduta in altri termini, quasi kennediani: piuttosto che una poltrona in similpelle oggi, meglio una poltrona Frau domani, se facciamo il governissimo.

E lui, che intanto non schioda dal divano, non si scompone e dice: «Ripassa, ti farò sapere», perfettamente consapevole che nelle fasi di baraonda e di contabilità nevrotica dei numeri degli schieramenti la sua utilità marginale, l'utilità marginale del divanista altrimenti destinato a ritornare un peone da seconda classe, è diventata altissima. In termini cinematografici, il divanista è una comparsa a cui viene proposta la parte in commedia del protagonista, spesso per caso o perché giorno dopo giorno, passando in Transatlantico, è diventato una figura familiare e allora sì, se c'è uno strapuntino da distribuire se lo prenda lui, se lo prenda. Per questo il divanista non fa mai gruppo, ma solo gruppetto. Il divanista è un riservista dell'ambizione. Coltiva la fondata opinione che non serve sgomitare troppo per far carriera politica, in special modo nelle fasi di maretta e sobbollimento. Quando il corpo parlamentare scoppia come una pentola a pressione lui è la valvolina che lo fa sfiatare.

Con l'educazione dell'apparecchiatore di conversazioni da divani, e piccoli talk show densi di suggerimenti pratici, ben profumato e ben pettinato e con cravatta discreta, ottiene molto di più del parlamentare bersagliere e barricadiero: questo parte lancia in resta e va alla carica, rumoreggia in Aula e battibecca sui giornali, quello adotta politicamente l'eterna posizione del ma anche no. Si può fare, ma anche no. Si può cambiare, ma anche no. Si può accettare, ma anche no. Si può appoggiare, ma anche no. Felpatamente. Senza mai assumere posizioni perentorie e definitive, si brucerebbero ponti magari utili in futuro, assicurazioni sulla vita e sul divano a cui ormai, che sia la quinta o la prima legislatura, il divanista non sa più rinunciare. Attende. Scruta. Esamina. Centellina al cronista piccole intuizioni che saranno tesoro di future carinerie. In attesa del ministro che passa e gli chiede: «Scusa, ma tu, con chi stai?»


Angelo Mellone

09/04/2011





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Patrick, il «cane miracolato» che commuove l'America

Corriere della sera


Messo in un sacchetto della spazzatura e gettato giù per lo scarico dei rifiuti di un condominio. Ora sta bene





MILANO - Prima ha commosso il New Jersey, poi l'America, ora sta commuovendo il mondo intero: è la storia di Patrick, il pitbull di un anno, ennesima vittima dei terribili abusi umani. Messo in un sacchetto della spazzatura e gettato giù per un canale di scarico dei rifiuti di un condominio di Newark, è stato notato solo per caso e salvato infine da morte certa. La vicenda triste e malinconica dell'animale ha provocato una vera ondata di donazioni. Da ogni parte d'America.

ECO - Quando un mese fa il pitbull è stato trovato in fondo ad uno scivolo per la spazzatura di fronte ad un condominio nel New Jersey è stato immediatamente portato nel centro veterinario più vicino. Era affamato, malutrito e disidratato. Pieno di lividi dappertutto. Stava rannicchiato a palla, incapace di camminare o stare in piedi. Pesava appena 9 chili, ovvero circa 13 in meno rispetto alla media. I veterinari, visto lo stato precario in cui versava, dubitavano potesse sopravvivere più di qualche ora. Tuttavia, il cucciolo ha lottato contro la morte e si è ripreso.

 «E' un combattente incredibile», ha raccontato Thomas Scavelli, manager del Garden State Veterinary Specialists, il centro veterinario a Tinton Falls, dove il cane viene tuttora curato. «Ci sono pochissimi animali che sarebbero sopravvissuti ad una prova durissima come la sua», ha aggiunto il veterinario. Il pitbull, ribattezzato Patrick per la pelliccia rossastra e perché trovato il giorno prima della festa di San Patrizio, ha già 90 mila fan sulla pagina di Facebook. In Rete è noto come il «cane miracolato» del New Jersey. Ha ricevuto centinaia di email, regali e lettere da ogni parte del mondo. Inoltre, racconta l'Associated Press, sono piovute migliaia di donazioni e proposte di adozioni.

LA STORIA - La breve esistenza del cucciolo sembrava dovesse finire il 16 marzo scorso. Un custode di un condominio di Newark stava infatti rimuovendo la spazzatura, buttandola nel camion trita rifiuti, quando in uno dei sacchetti ha notato qualcosa che si muoveva. Una volta aperto, la drammatica scoperta: un cane in fin di vita. Patrick è stato subito trasferito in un pronto soccorso per animali dove è stato sottoposto a trasfusione di sangue e altri trattamenti d'urgenza.

I veterinari hanno notato malnutrizione cronica: «Non sarebbe mai stato nutrito adeguatamente fin dalla nascita», hanno spiegato. La sua condizione è andata però migliorando nel giro di ventiquattro ore. Ora sta bene. Kisha Curtis, 27 anni, la donna, identificata come la padrona del cane è stata nel frattempo denunciata alla polizia, accusata di maltrattamento e torture agli animali. Ha ammesso in un primo momento di aver denutrito il cane, ritrattando però tutto davanti al giudice. Nega anche gli abusi e di aver gettato l'animale giù per lo scivolo della spazzatura dal 19esimo piano. Se ritenuta colpevole rischia fino a 18 mesi di carcere, una multa di 10.000 dollari e lavori socialmente utili, riferisce lo Star-Ledger.

GENEROSITA' - La storia di Patrick, rilanciata da diversi organi d'informazione negli Usa, ha avuto una grande eco anche al di là dell'Oceano. Amanti degli animali da tutta l'America hanno fatto donazioni online per sostenere le sue cure. Vista l'immensa e inaspettata generosità la Garden State Veterinary ha nel frattempo voluto interrompere la possibilità di fare donazioni, spiegando tuttavia che chiunque volesse continuare a donare soldi può farlo a nome di Partrick, però indirizzarli alla locale associazione che cura gli animali. Tanto clamore ha spinto anche il primo cittadino di Newark, Cory Booker, ad annunciare la prossima costruzione di un nuovo canile in città. Si chiamerà «Patrick's Place».



Elmar Burchia
09 aprile 2011



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La vittoria di Linux. Dopo 20 anni

Corriere della sera

Scritto da: Federico Cella alle 07:00 del 09/04/2011


Ci sono voluti vent’anni esatti, ma alla fine Linux ha vinto. Una vittoria figlia della pazienza, possibile solo se sei «no profit», dei piccoli e piccolissimi passi del «pinguino» sull’acerrimo rivale: Windows. Che poi si tratti di una vera vittoria, è tutto da dimostrare. Lo è senz’altro nelle parole del direttore della Linux Foundation, Jim Zemlin, intervistato proprio in occasione del ventennale dalla creazione del primo codice del sistema operativo open source: era il 1991 quando il finlandese Linus Torvalds diede l’annuncio in un newsgroup con il saluto divenuto mito: «Hello everybody out there». Zemlin non usa frasi di circostanza: «Al momento attuale non ci interessa più di tanto confrontarci con Microsoft. Erano i nostri grandi rivali, ora prendersela con loro sarebbe come prendere a calci un cucciolo di cane».


La frase è eccessiva, figlia forse proprio di una lunga attesa, e sarebbe interessante a livello umano poter assistere alla reazione del focoso Steve Ballmer, attuale Ceo della multinazionale di Redmond, dopo averla letta. Ma nelle parole di Zemlin c’è più realtà di quanto non appaia in un primo momento, dato che si riferisce all’azienda che produce il sistema operativo che fa girare oltre il 90% dei computer desktop. Il «pinguino» (nel disegno) è però arrivato in realtà ovunque. In settori dove Windows invece latita. Troviamo Linux sulla maggior parte dei server aziendali e nei cosiddetti supercomputer: 9 «cervelloni» su 10 dei top 500 ha il marchio del «pinguino». Che ora marcia anche nell’elettronica di consumo: dalle smart tv alle videocamere di Sony, sul Kindle, sui cellulari e i tablet con Android. Rimane solo il nodo del fallimento sui desktop. Ma come ricorda il direttore della Fondazione, è una fetta di mercato che sta diventando sempre meno importante.

Il Duce datelo a noi": così gli Stati Uniti provarono a evitare l'esecuzione di Mussolini

Corriere della sera


Di Francesco Perfetti





Un aereo era già pronto ad accogliere il capo del fascismo. Che poi sarebbe andato a processo. Ecco le testimonianze inedite. Ecco le testimonianze inedite sui contrasti tra alleati "falchi" e "colombe"


Renzo De Felice morì prima di poter stendere l’ultimo volume della sua biografia di Mussolini, che avrebbe affrontato il tema della morte del Duce e di Claretta Petacci. Tuttavia aveva raccolto molto materiale in archivi pubblici e provati, italiani e stranieri, e si era fatto rilasciare dichiarazioni scritte da persone implicate nei fatti.

Era andato sempre più convincendosi che le «ultime ore» di Mussolini fossero l’esito di uno scontro fra i servizi segreti alleati in collaborazione con alcuni segmenti della Resistenza. Nel libro intervista Rosso e Nero, egli aveva accennato proprio a questa pista e anzi aveva detto che era stato «un agente dei servizi segreti inglesi, italiano di origine» a esortare i partigiani «a fare presto, a chiudere in fretta la partita Mussolini».
La persona in questione era Massimo Salvadori-Paleotti, meglio noto come Max Salvadori. Antifascista di formazione liberale, aveva aderito a Giustizia e Libertà, era stato inviato al confino e, riuscito a espatriare, si era dedicato all’insegnamento universitario. Durante la guerra aveva trascorso molto tempo in Europa e, come tenente colonnello dell’esercito britannico, si era trovato a Milano alcuni mesi prima della Liberazione, dal 4 febbraio ’45, come ufficiale di collegamento fra il Comando Alleato in Italia e il Clnai.
De Felice gli chiese una testimonianza e Salvadori redasse una memoria sulla fine di Mussolini, poi pubblicata in Nuova Storia Contemporanea, nella quale non ammise di aver dato il «via libera» ai partigiani, tuttavia alcune considerazioni sulle competenze del Clnai e dell’Amg sulla sorte di Mussolini potevano esser lette come conferme della tesi dello storico perché lasciavano intendere, fra le righe, la necessità di operare in fretta.

Scriveva, infatti, Salvadori: «per il Comando Alleato, il Clnai era il delegato del governo italiano in territorio occupato dal nemico e come tale se Mussolini si trovava in carcere al momento in cui entrava in funzione l’Amg, la giurisdizione del Clnai veniva a cessare e subentrava quella dell’Amg. La situazione dei giorni che precedettero l’arrivo delle truppe Alleate degli ufficiali dell’Amg corrispondeva ad una situazione di stato d’assedio quando il governo viene investito di poteri straordinari. La fucilazione di Mussolini e di altri gerarchi rientrava nel quadro di quella situazione».

Di una «gara di velocità» tra Intelligence Service inglese e Oss americano per la cattura di Mussolini e per far prevalere la scelta della eliminazione immediata del possibile «scomodo testimone» oppure quella del deferimento di Mussolini a un Tribunale internazionale, De Felice trovò altre conferme, sia pure sempre indiziarie. Una testimonianza, ancora inedita, dell’ex ministro della Giustizia della Rsi, Piero Pisenti, è particolarmente significativa. Non fa distinzione tra inglesi e americani, ma dà per scontato l’interesse degli americani a «salvare» Mussolini.

Scrive Pisenti: «Di fronte a coloro che affermano come cosa indubbia una sua fine tragica se fosse caduto in mano agli anglo-americani, oppongo una mia intima contraria convinzione». E aggiunge: «È oramai accertato che ufficiali americani affannosamente tentarono di raggiungere \ nell’ultima fase della sua vicenda, non certo per giustiziarlo, ma anzi per sottrarlo a quella che fu detta la missione Valerio».
Un’altra testimonianza, pur essa inedita, sulla morte di Mussolini, De Felice la ottenne dall’industriale e uomo politico Fermo Solari, che aveva preso il posto di Ferruccio Parri come vicecomandante generale del Corpo Volontari della Libertà ed era stato tra i fondatori del Partito d’Azione. In una lunga e articolata lettera allo storico, Solari scrisse: «il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia aveva dato disposizione che i gerarchi fascisti dovessero essere giustiziati dopo semplice accertamento della loro identità fisica, e tale fatto non è mai stato smentito nemmeno dai rappresentanti delle forze politiche conservatrici, e quindi avverse a soluzioni sbrigative e quasi di carattere rivoluzionario.

Le suddette disposizioni dovevano valere in particolare per Mussolini - dopo che egli aveva respinta la resa senza condizioni fattagli all’Arcivescovado di Milano il 25.4.1945 - tanto più che vi era il timore che se fosse finito nelle mani degli Alleati, egli potesse essere salvato dall’esecuzione capitale, con comprensibili gravi conseguenze per l’Italia democratica. Al Comando Generale del Cvl la notizia della cattura di Mussolini da parte di una brigata garibaldina e con l’intervento anche di una brigata della Guardia di Finanza, è pervenuta la sera del 27 aprile, ma l’informazione era ancora molto sommaria, e tuttavia fin da quel momento sono state prese iniziative per dare esecuzione alle decisioni del Clnai».
Lo storico inglese Richard Collier aveva rivelato che gli americani, subito dopo aver appreso la notizia della cattura di Mussolini, avevano trasmesso, prima al segretario del comando generale partigiano, Alberto Cosattini, e poi a Fermo Solari, un messaggio che preannunciava l’arrivo di un aereo a Bresso per prendere in consegna il Duce. Solari osserva: «Cosattini da me interpellato, ed io stesso, abbiamo memoria della richiesta del comando americano, però né lui né io siamo in grado di confermare che il messaggio sia passato per le nostre mani, anche se non possiamo escluderlo. D’altronde negli ambienti del Comando nessuno ha manifestato in quei giorni l’avviso che si potesse aderire ad una richiesta del genere».
In Rosso e Nero De Felice accennò anche a un rapporto segreto dell’Oss sulla morte di Mussolini, da lui visto e postillato. Il documento fu redatto dal colonnello Lada Mocarski, agente dell’Oss in Italia, Medio Oriente e Francia, il quale si trovava in Svizzera. È una inchiesta dettagliata, con interviste a testimoni e protagonisti, dalla quale emerge che il «colonnello Valerio», alias Walter Audisio, non aveva l’ordine di procedere all’esecuzione, ma che tale ordine gli fu in seguito impartito telefonicamente da Milano.

Le congetture di Mocarski confermano peraltro la frattura esistente fra chi voleva che il Duce venisse consegnato e chi ne pretendeva l’esecuzione. L’ipotesi di De Felice sull’esistenza di una «pista inglese» nonché di una «guerra» fra i servizi segreti alleati non era campata in aria, ma si fondava su tanti, e non trascurabili, indizi.




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Cresce la montagna di pc, tv e frigoriferi abbandonati

Corriere della sera

Una legge impone ai rivenditori il ritiro gratuito degli elettrodomestici in cambio dei nuovi, ma pochi lo sanno


In Italia c’è un fiume in piena di vecchi elettrodomestici, in particolare televisioni, che non si sa dove e come vada a finire. Molto male, secondo i risultati di un’inchiesta di Greenpeace: si perdono tonnellate di acciaio, ferro, rame, alluminio e plastiche che potrebbero essere recuperate. Contemporaneamente finiscono dove non dovrebbero sostanze pericolose come clorofluorocarburi, idroclorofluorocarburi, piombo, cadmio, mercurio, cromo esavalente, ftalati, policloro bifenili, pvc, berillio, diossine e furani e fosforo. Una bomba di veleni che buttiamo fuori di casa e, sotto altre forme, poi ci rientra. Complessivamente, a livello nazionale, vengono raccolte circa 157mila tonnellate di Raee (apparecchiature elettriche ed elettroniche) ogni anno. Questo dato si riferisce ai prodotti correttamente smaltiti. Degli altri non ci sono cifre precise, ma secondo una ricerca dell' Ipsos i Raee «mal gestiti rappresentano il 55% del totale». Per quanto riguarda le apparecchiature informatiche ed elettroniche l’86% non viene ritirato dai negozianti: il 67% rimane inutilizzato mentre il 9% è trattato scorrettamente. Secondo una stima elaborata da Greenpeace i dati sono ancor più drammatici: i Raee smaltiti correttamente rappresentano sono meno di un quarto del totale. Gli altri, appunto, si perdono nel nulla, o meglio nell'ambiente.

Nell’ultimo anno il 70% degli italiani è passato al digitale terrestre, migrazione che ha comportato l’acquisto di quasi sei milioni di nuovi apparecchi e l’abbandono di altrettanti modelli, quasi tutti a tubo catodico. Sono due le soluzioni per liberarsi correttamente dei vecchi elettrodomestici e non alimentare quel fiume di spreco e inquinamento che in Italia continua invece a scorrere. Ma entrambe queste strade sono in salita, molti non arrivano in cima e così pc, tv, frigoriferi e lavatrici, rotolano a valle in ordine sparso.


RITIRO GRATUITO - Prima possibilità: acquistare un nuovo elettrodomestico e far ritirare gratuitamente il vecchio dal rivenditore. Questa soluzione dovrebbe essere semplice: è tutto previsto da una legge, nota come decreto “uno contro uno”, entrata in vigore lo scorso 18 giugno ma ancora poco nota. L’obbligo gratuito del ritiro a domicilio del vecchio elettrodomestico è espresso senza possibilità di dubbi: è una bella idea, ma nella metà dei casi rimane sulla carta. Greenpeace ha visitato 107 negozi di rivenditori elettronici, in 31 città italiane, appartenenti alle cinque catene di distribuzione che detengono il 70% della quota di mercato. Tra questi il 12% non effettua per niente questo servizio, il 25% aumenta il costo di consegna con l’equivalente che costava prima il ritiro, il 14% lo effettua solo se il cliente porta in negozio il vecchio prodotto.

CONSEGNA INDIVIDUALE - Seconda possibilità, per chi non acquista un nuovo prodotto e vuole comunque liberarsi di quello vecchio: deve portare direttamente il proprio elettrodomestico in un Cdr, centro di raccolta comunale o gestito in licenza da privati che, in aree attrezzare specificatamente, raccolgono i rifiuti per tipologie omogenee, in modo da consentire il recupero o il corretto smaltimento. Ma anche questa strada risulta altrettanto impervia: il 40% dei Cdr monitorati in otto regioni italiane “non rispetta per nulla i requisiti di legge” mentre un altro 40% non “è completamente conforme alla normativa”, come è scritto nel dossier di Greenpeace.

LA COMMISSIONE EUROPEA - I risultati di quest’inchiesta sono finiti sotto gli occhi della Commissione europea, contenuti in un’interrogazione presentata dall’eurodeputata Sonia Alfano. La risposta non si è fatta attendere. Il Commissario per l’Ambiente Janez Potocnick ha detto che: «la Commissione ha chiesto alle autorità italiane competenti di fornire informazioni in merito».


I RIVENDITORI - Intanto parla l’associazione dei rivenditori degli elettrodomestici. Il presidente Davide Rossi, riconosce che in questi primi mesi di applicazione del decreto “uno contro uno”, ci sono state indampienze nel servizio di ritiro. «Ai nostri associati abbiamo dato indicazioni chiare. Dal 22 marzo abbiamo anche distribuito un video che spiega agli utenti i loro diritti e come deve funzionare il servizio». Dopo aver riconosciuto questi limiti però Rossi sottolinea che fino ad ora lo svolgimento di questo servizio è costato ai suoi associati quasi 20 milioni di euro «spesi per la carenza o l’inefficienza dei Centri di raccolta. Per dirlo in modo chiaro il decreto scarica su di noi, senza darci un euro di finanziamento, un servizio di smaltimento che va ben oltre le nostre possibilità. Mi spiego: se ci fossero piazzole Cdr relativamente vicine e con orari adatti, questo servizio avrebbe un costo ragionevole che saremo anche in grado di sostenere. Ma visto che molto spesso si devono fare decine di km per raggiungere questi centri, a volte anche al di fuori dal comune di riferimento, diventa un’attività per noi proibitiva. Questo limite è stato riconosciuto anche dalla Commissione Ambiente della Camera, ma l’orientamento del Governo per ora non è cambiato».

Stefano Rodi
01 aprile 2011(ultima modifica: 09 aprile 2011)

Quando persino Bob Dylan perde voce e faccia di fronte ai regimi comunisti di Cina e Vietnam



Il simbolo della canzone di protesta fa approvare la scaletta della censura cinese e vietnamita: via tutti i brani politici. E nessun accenno ai dissidenti. Cancellate "Blowin' in the wind" e persino la spirituale "Knockin' on heven's door". Delusi i fan: non si può fare uno show a Pechino come se niente fosse



 
In fondo prima o poi doveva succedere: fare i conti con se stesso, con le proprie canzoni e con ciò che si rappresenta è uno scotto spesso penoso che tocca a tante rockstar, specialmente se hanno settant’anni e sono ancora in giro pagati e riveriti. «E un uomo quante volte può voltarsi e far finta di non aver visto?». In questi giorni Bob Dylan è a spasso, dietro, ca va sans dire, un congruo cachet, sui palchi di paesi tuttora più o meno apertamente comunisti e comunque molto lesivi di qualsiasi diritto civile. Ma se ne sta zitto. Fa il suo show come se fosse in un qualsiasi palazzetto dello sport e via. Zitto. Neanche una parola, una lievissima critica, un’allusione, un sottinteso. Canta, suona e poi va a cena neanche fosse Elton John o i Cugini di Campagna, con tutto il rispetto. Ennò: Bob Dylan è Bob Dylan, tre generazioni di manifestanti sono scesi in piazza, hanno scritto, protestato, urlato spesso con fini utopici o addirittura illeciti e talvolta in modo onorevole, utilizzando le sue parole come slogan.

Non può tacere, che figura ci fa? Pessima. E difatti persino il Times inglese, non certo un foglio reazionario, si è chiesto: ma come, lunedì i cinesi hanno arrestato con accuse farlocche l’ennesimo artista dissidente, il barbuto Ai Weiwei, e mercoledì mister Bob Dylan fa il suo concertino senza spiccicare una parola? Muto come un pesce, forse persino la disprezzata Britney Spears, per dire, avrebbe trovato il modo di non farci una figuraccia, tanto più che in Cina c’è materiale a bizzeffe, mica bisogna sforzarsi tanto per trovare una violazione qualsiasi. «E un uomo quante volte può voltarsi e far finta di non avere visto?» è uno dei versi centrali di Blowin in the wind, scritta nel 1962 e pubblicata poi nell’album The Freewheelin' Bob Dylan, uno dei manifesti della cosiddetta controcultura, inneggiata spesso da chi aveva semplicemente paura della cultura, che trasformò Bob Dylan, allora nella prima fase della propria carriera, in un’icona della contestazione, viva anzi vivissima ancora oggi nonostante lui in quasi mezzo secolo sia stato tutto e il contrario di tutto, da ateo a «born again christian» ossia di nuovo devoto, da acustico a elettrico, da folk a rock e poi a folk, da ferreo difensore di diritti civili (a caso, Pat Garrett & Billy the Kid oppure Hurricane) fino a fornitore di canzoni per lo spot di un lussuoso Suv della Cadillac.

Bob Dylan compirà settant’anni il 24 maggio. Per festeggiarli, ha iniziato un tour che, nel suo giro senza fine che appunto si chiama Neverending Tour, è inedito: per la prima volta la Cina e poi il Far East asiatico. L’altro giorno era a Pechino, venerdì a Shangai, domani sarà in quella Saigon che i comunisti nel 1976, quando gli americani avevano lasciato il Vietnam e lui a casa collaborava con Allen Ginsberg, avevano ribattezzato Ho Chi Minh City in onore del padre dei sanguinari socialisti vietnamiti. Quasi nessuno del pubblico cinese ha riconosciuto Bob Dylan (peraltro la platea era imbottita di osservatori governativi come nella fu Ddr), tanto la sua voce nel tempo si è rattrappita e le canzoni sono state drammaticamente stravolte. E quasi nessuno dei vietnamiti lo riconoscerà a Saigon se non altro perché il biglietto costa dai 43 ai 125 dollari in un Paese dove uno stipendio di 100 dollari se lo sognano quasi tutti.

Lo vedranno quindi, speriamo riconoscendolo, più che altro gli occidentali trapiantati a Saigon come l’insegnante italiana Sara Tirone che non vede l’ora perché «finalmente corono il mio sogno di vederlo dal vivo». Purtroppo però non potrà ascoltare due delle colonne sulle quali è stata costruita la dylaneide, le canzoni simbolo, la benzina della controcultura. Blowin in the wind, appunto. E pure The times they are a-changin. Perché? Perché al regime cinese e a quello vietnamita, figli o figliocci di quegli stessi regimi che la controcultura allora esaltava, non vanno bene. Non si sa mai, capisci a me: e se qualcuno si accorgesse davvero che «un uomo quante volte può voltarsi e far finta di non aver visto?». Un po’ come se, sempre con rispetto parlando, Elton John non cantasse Candle in the wind o Crocodile rock oppure i Cugini di Campagna la loro Anima mia.

Naturalmente lui tace e acconsente. Salirà sul palco anche a Saigon, canterà le sue canzoni ormai irriconoscibili e poi tanti saluti a tutti voi poveracci. D’accordo, Bob Dylan oggi ha settant’anni quasi suonati, è solo un musicista disincantato e non è stato solo «protesta», o lo è stato magari suo malgrado. Ma se oggi è «His Bobness», sua maestà Bob Dylan, lo deve soprattutto a quella primitiva fase della sua carriera, intrisa di elogi purchessia, alla quale deve comunque rispetto. E vederlo adesso che è uno di quelli che Arbasino chiama «venerati maestri» così zittito in cambio di cachet come fosse un teen idol usa e getta forse a lui non importa neppure. Ma a chi ci ha creduto, fa male. Tanto. E agli altri fa sorridere. Tanto. O forse di più.




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Truffa dei Parioli: «Così per 200 euro ho fermato quel broker»

Di Capri: per la vergogna dei rifiuti, al Nord mi trattano come italiano di serie B

Corriere del Mezzogiorno


«Quando fu introdotta la raccolta differenziata, tutti noi in famiglia la prendemmo come una missione. Poi abbiamo visto l'immondizia finire in un unico camion»

Peppino di Capri

Peppino di Capri


NAPOLI — «Quando vedo la città sommersa dai rifiuti, non posso non pensare a quella strofa di Pino Daniele che dice ‘‘ Napule è ’ na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta ’ a ciorta’’. Non so se la sua fosse una lungimirante previsione o una condanna anticipata all’ineluttabilità di questo poco invidiabile destino». Peppino di Capri, come ogni napoletano che ha scelto di restare a Napoli nonostante tutto, vive quotidianamente i problemi incancreniti di uno smaltimento dei rifiuti che alle falde del Vesuvio sembra non conoscere soluzione. «E dire — spiega seduto al bar sotto casa, in via Caracciolo —, che quando fu introdotta la raccolta differenziata, tutti noi in famiglia la prendemmo come una missione, al punto di trattare con durezza ogni ‘‘ disobbediente’’. Ebbene, una sera mio figlio vide dalla finestra che quel nostro paziente e a volte faticoso lavoro veniva vanificato da un netturbino un po’ troppo spicciativo, che rovesciava tutte le diverse campane nel contenitore di un solo camion» .


Veniva voglia di mandare tutto all’aria?
«Per niente, abbiamo insistito. E come noi lo fanno tanti altri cittadini virtuosi. Ma sempre più, mi chiedo, se serva davvero a qualcosa» .

Questo infamante primato quanto la ferisce?
«Pur non avendo colpe specifiche, provo un profondo senso di vergogna quando mi allontano da Napoli. Soprattutto al Nord dove simulando comprensione mi chiedono: ‘‘ Ma laggiù che sta succedendo? Ce la farete a uscirne fuori?’’, trattandomi come un menomato, un italiano di serie B da commiserare. Ma io non ci sto. Quale laggiù... Dio a noi ha regalato un paradiso, che però stiamo facendo di tutto per trasformare in inferno. Un luogo che dovrebbe essere sommerso dai turisti e non dai sacchetti» .

Questa terribile fama di città più sporca d’Italia ha condizionato il suo lavoro?
«No, se ci riferiamo al singolo caso, ma certo ha contribuito a rendere meno popolare il nostro dialetto e le nostre canzoni, che restano immuni solo se classiche, precedenti agli anni 30 tanto per intenderci, ma che invece fanno molta più fatica se composte oggi» .

Ha mai provato a darsi una spiegazione per tutto ciò?
«Da decenni il problema si riaffaccia ciclicamente e credo che le responsabilità maggiori vadano divise equamente tra le varie istituzioni locali, incapaci di darsi soluzioni definitive e tempi certi. Ma lasciatemi dire una cosa: quando ci fu il famoso G7, Napoli era un gioiello, pulitissima, con la segnaletica rifatta a nuovo, i semafori funzionanti, l’asfalto rifatto e così via. Insomma una vera città europea, una cosa possibile quindi, ma perché solo per una settimana?» .

Ancora una volta quindi una responsabilità politica?
«Sì, ma la gente ci mette anche del suo. Per esempio non riducendo a dovere le dimensioni dei propri rifiuti, a partire dalle bottiglie di plastica. Mi hanno detto che in America esistono dei compattatori casalinghi, grazie ai quali si rimpicciolisce di un quarto il volume della propria spazzatura. Perché non li introduciamo anche a Napoli? Quando sono stato a Washington la cosa che più mi ha colpito è stata l’assenza a terra perfino di un pezzettino di carta stagnola. Eppure, lì sono esseri umani come noi e non extraterrestri» .

Roba insomma da desiderare l’espatrio a vita...
«Non sapete quante volte ce lo siamo detti, poi mi affaccio dal terrazzo di casa e guardo il mare, la mia Capri, il Vesuvio, Sorrento e così via, e mi dico: ‘‘ ma addò vaco’’. Senza questo contesto non saprei vivere e non saprei comporre. Eppure non deve diventare un alibi, tanto che vorrei anche spendermi per la causa comune, fare degli spot in tutte le tv regionali, pubbliche e private, a patto che i progetti siano seri e credibili. Ma in giro, purtroppo, faccio fatica a vederne» .


Stefano de Stefano
09 aprile 2011




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