venerdì 8 aprile 2011

Signore, fai venire l'ictus a Berlusconi". Parola di Don Giorgio, prete anti-Chiesa.

Libero





Exit è un programma de La7, con una conduttrice che strilla più di Gad Lerner e addirittura gareggia con lui in faziosità. Mercoledì sera dunque Exit - fra migliaia e migliaia di sacerdoti che ci sono in Italia, che danno una grande testimonianza di carità, che per Cristo sudano da mane a sera - ha scovato un prete che parla, parla, parla. Anzi straparla. E ovviamente la tv ha dato il palcoscenico a lui e alle sue chiacchiere (come vedremo chiacchiere che attizzano l’odio), non a tutti gli altri preti che insegnano la carità e la misericordia. Questo don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate, è - a dire il vero - un prete sconosciuto (e dai teoremi confusi), ma smanioso di mettersi in mostra (chissà se lo vedremo all’Isola dei famosi). Forse è per far parlare di sé che ha pensato di spararle così grosse.

"FALSI CATTOLICI" - Prima - in segno di umiltà - si è impancato a giudice di tutti i cattolici definendoli «falsi cattolici» in quanto «sono legati alla struttura della Chiesa». Ovviamente «vescovi e gerarchia» per primi sarebbero «falsi cattolici». L’intervistatore non gli ha chiesto perché lui continua a fare il parroco di quella Chiesa e perché da quella Chiesa e da quei «falsi cattolici» prende la congrua mensile. E lui non ha annunciato che rinuncia all’abito e al suo lavoro. No. Ha emesso la sua sprezzante sentenza di condanna generale (che esempio di carità e di umiltà), ma in quella Chiesa di «falsi cattolici» rimane comodamente. Immemore dell’ammonimento di Gesù «non giudicate e non sarete giudicati», ha poi trinciato giudizi così:

«Oggi se dovessi dire se il cristianesimo esiste nella Chiesa Cattolica per me non esiste». Don Giorgio, che deve ritenersi l’unico vero cattolico (o forse neanche cattolico perché se la prende pure col «cattolicesimo») è passato poi ad attaccare lo «stato vaticano». Ma soprattutto ha imputato alla Chiesa di non aver fermato Berlusconi che egli sembra considerare una sorta di Anticristo. Infatti, dopo due battute misogine e offensive sulle donne ministro (con qualche volgarità), è andato a cercare il botto con queste parole finali: «Io ho scritto un articolo nell’88 intitolato “Cristo liberaci da Berlusconi”». Secondo questo parroco con Berlusconi in Italia non si vive più: «E allora come facciamo? Non lo so. Forse io sono prete, prego il Padreterno che gli mandi un bell’ictus e rimanga lì secco».

AUTOCELEBRAZIONI - Lì secchi sono rimasti in realtà i telespettatori. Il parroco invece tutto compiaciuto, nel suo sito autocelebrativo, invita trionfalmente a guardare la puntata di Exit con la sua performance. A occhio e croce - dando un’occhiata al suo sito, dove è messo in mostra il ritratto di Marx e un articolo sul “manifesto del partito comunista” - questo prete dai capelli bianchi sembra un sopravvissuto degli anni Settanta, quell’angoscioso periodo in cui nelle sacrestie tirava il vento delle ideologie. Un incubo da cui ci liberò il grande pontificato di Giovanni Paolo II.

Ascoltando la surreale intervista di questo parroco forse qualcuno dirà: «Signore perdonalo, perché non sa quello che dice». Ma il fatto che un prete in televisione arrivi a evocare il male di qualcuno ha ferito e scandalizzato molti. Non è questione di Berlusconi o non Berlusconi. Ovviamente varrebbe la stessa cosa anche se avesse parlato di Bersani o Di Pietro o Vendola.  È questo un tempo in cui l’odio e il disprezzo tracimano da ogni parte. Almeno agli uomini di Chiesa chiediamo che continuino a insegnare la carità e la misericordia. Come fanno. Con qualche triste e penosa eccezione che conferma la regola.


di Antonio Socci
08/04/2011




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Moby Prince vent'anni dopo Due inchieste, nessun colpevole

Corriere della sera

Due inchieste e due processi non hanno chiarito quello che accadde veramente il 10 aprile 1991 nella rada del porto di Livorno dove morirono 140 persone


LIVORNO - Uno spettacolo teatrale, un libro e una canzone, oltre al consueto corteo dal Comune al porto e al lancio delle rose in mare. Livorno ricorderà in molti modi la sciagura del Moby Prince, avvenuta il 10 aprile 1991. Il programma domenica, prevede la messa in cattedrale alle 10.30 e poi dalle 15.30 il ricordo in Comune e a seguire il corteo che attraverserà la città fino al porto dove avverrà la lettura dei nomi delle 140 vittime e il lancio delle rose in mare. Alle 18.30 alla libreria Gaia Scienza sarà presentato il libro «Il vento porta farfalle o neve», un thriller che si intreccia con le ipotesi sulla tragedia di vent’anni fa alternative alla versione ufficiale. Oltre all’autore Francesco Aloe interverrà anche Luchino Chessa, dell’associazione «10 Aprile», che riunisce parte delle famiglie delle vittime. Tutti gli appuntamenti saranno preceduti sabato sera da uno spettacolo al teatro C: Moby 451 è strutturato su documenti d’archivio, immagini e una serie di ricostruzioni 3D’con cinque attori che impersonano diversi protagonisti della vicenda. All’inizio dello spettacolo sarà presentata la canzone L’ultimo viaggio del Moby Prince del cantautore Pietro Coccioli.

Vent’anni di domande e pochissime risposte. Vent’anni di pianti, rabbia, dolore. I familiari delle 140 vittime del Moby Prince, vent’anni dopo aspettano ancora giustizia. Due inchieste e altrettanti processi non hanno chiarito fino in fondo quello che accadde veramente il 10 aprile 1991 nella rada del porto di Livorno quando il traghetto della Navarma entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, incendiandosi e trasformandosi in un’enorme bara galleggiante per 140 delle 141 persone a bordo. Sopravvisse solo il mozzo Alessio Bertrand neppure lui ha mai saputo spiegare che cosa fosse accaduto nei pochi minuti di navigazione che separarono l’allora ammiraglia della flotta Onorato dall’ormeggio a quel muro di petrolio e lamiere che inghiottì vite, sogni, speranze e progetti di chi era a bordo.


Già la prima inchiesta puntò sull’incidente e su un improvviso banco di nebbia che nascose la petroliera alla vista del traghetto e la procura indagò per omissione di soccorso (la capitaneria di porto gestì male e in ritardo i soccorsi) e omicidio colposo. A giudizio finirono 4 imputati: il terzo ufficiale di coperta dell’Agip Abruzzo Valentino Rolla, accusato di omicidio colposo plurimo e incendio colposo per non aver segnalato la sua nave alla fonda con in dispositivi antinebbia; Angelo Cedro, comandante in seconda della Capitaneria di porto e l’ufficiale di guardia Lorenzo Checcacci, accusati di omicidio colposo plurimo per non avere attivato i soccorsi con tempestività; Gianluigi Spartano, marinaio di leva, imputato per omicidio colposo per non aver trasmesso la richiesta di soccorso. Due anni di udienze, anche tesissime, e il 1 novembre 1997 a notte fonda il tribunale pronuncia la sentenza: tutti assolti perchè «il fatto non sussiste». «Ce li hanno uccisi un’altra volta», fu il commento dei familiari. La sentenza verrà solo parzialmente riformata in appello: la terza sezione penale di Firenze dichiarò il non doversi procedere per la prescrizione del reato. Eppure nelle pagine dell’inchiesta giudiziaria c’erano elementi che balzavano agli occhi. Che imponevano investigazioni più accurate.

Fu l’allora pretura di Livorno a giudicare due posizioni stralciate: quella del nostromo del Moby Prince Ciro Di Lauro, sbarcato poco prima che la nave salpasse, che si autoaccusò della manomissione, sulla carcassa del traghetto bruciato, della timoneria, e quella del tecnico alle manutenzioni di Navarma, Pasquale D’Orsi, chiamato in causa dallo stesso Di Lauro. Erano accusati di frode processuale, per aver modificato le condizioni del luogo del delitto e incolpare il comandante. Ma quell’azione fraudolenta, accertata anche processualmente, non era punibile perchè non modificò la timoneria già compromessa dall’incendio. Insomma furono giudicati colpevoli ma non punibili, con una sentenza confermata fino in Cassazione. Abbastanza per cercare di capirne di più.
Eppure non è stato così. Ed è stata recentemente archiviata dalla procura livornese anche l’inchiesta-bis, aperta su istanza dell’avvocato Carlo Palermo, che prospettava un complesso scenario di operazioni militari segrete e illegali che avrebbero determinato l’incidente e compromesso i soccorsi. Indizi che non hanno trovato riscontri secondo i magistrati livornesi che hanno concluso le indagini affermando che l’incidente fu provocato da un errore umano, dalla presenza della nebbia e da una nave, il Moby Prince, che navigava in pessime condizioni di sicurezza.



Aveva mollato gli ormeggi alle 22.03 dal porto di Livorno, mezz’ora più tardi era già una palla di fuoco alla deriva nella rada del porto toscano, una bara galleggiante. Nessuno, però, per quasi un’ora si accorse di ciò che avveniva a bordo del Moby Prince. Alle 22.36 Renato Superina, comandante della petroliera Agip Abruzzo, contro la quale era finita la prua del Moby, lanciò l’allarme per un incendio a bordo dopo la collisione con una bettolina. A Livorno, chi pensò al Moby, lo immaginò ormai diretto ad Olbia, con al timone il comandante Ugo Chessa, e i soccorsi si concentrarono sull’Agip. Solo per caso alle 23.35 due ormeggiatori si avvicinarono al traghetto in fiamme e così venne scoperta quella che sarà la più grave tragedia della marina mercantile italiana dalla Seconda Guerra mondiale. Un solo superstite, il mozzo Alessio Bertrand che, aggrappato al bordo del Moby fu salvato proprio dagli ormeggiatori che lo convinsero a gettarsi in acqua. Dal traghetto, come poi verrà ricostruito durante i processi, la richiesta di soccorso era partita: «May day.... may day..Moby Prince..... Moby Prince.....siamo in collisione ..siamo in fiamme..occorrono i vigili del fuoco...compamare se non ci aiuti prendiamo fuoco..may day may day......». Erano le 22.26, ma alla sala radio della Capitaneria arrivò con un segnale debolissimo, non venne sentito.

Sono passati 20 anni ma il film di quella notte e quello dei giorni successivi continuano a scorrere negli occhi e nelle menti dei familiari delle vittime, 75 passeggeri e 65 membri dell’equipaggio. E coloro che lavorarono tutta la notte con la speranza di trovare ancora qualcuno in vita nei saloni di quell’ammasso di lamiere annerite che il giorno dopo verrà rimorchiato, ancora fumante, nella Darsena del porto. Le tante storie di chi solo per miracolo si è salvato, perchè arrivato in ritardo per la partenza o sbarcato poche ore prima per qualche giorno di ferie, si intrecciarono con quelle dei corpi trovati a bordo. Di certo la morte per la maggioranza delle persone a bordo non fu immediata: oltre 40 corpi vennero trovati all’interno di uno dei saloni centrali del traghetto e le autopsie confermeranno la presenza di monossido di carbonio nei polmoni. Probabilmente si erano riuniti convinti che i soccorsi arrivassero prestissimo vista la vicinanza al porto. Invece il racconto dei primi vigili del fuoco saliti a bordo di quello che restava del Moby parlarono di un ammasso di corpi bruciati, ormai tutt’uno con le lamiere e ciò che restava di mobili e suppellettili. Terribile l’opera di riconoscimento delle vittime: ai familiari venne chiesto di ricordare qualsiasi particolare utile a permettere di riconoscere i loro cari. E intanto, mentre ancora il Moby bruciava, partirono le prime polemiche: per i ritardi nei soccorsi, per la nebbia che per qualcuno c’era per altri no, per un tratto di mare affollato da navi americane di ritorno dalla prima guerra del Golfo. Poi l’avaria del timone, l’errore umano. Fino all’ipotesi di un attentato. Polemiche che alimenteranno i processi e che faranno della tragedia del Moby uno dei misteri italiani.

06 aprile 2011(ultima modifica: 08 aprile 2011)

Baudo e Vespa: flop, liti e qualche sputo

Corriere della sera

Il giornalista si è arrabbiato per l'inclusione di Santoro in una galleria dei vip Rai. E in precedenza Pippo aveva sputato su uno degli autori del collega-rivale


MILANO — Così è finita l’avventura di «Centocinquanta», programma di Raiuno dedicato all’anniversario dell’Unità d’Italia, nelle mani di Bruno Vespa e Pippo Baudo che mercoledì (quarta e ultima puntata, anche se avrebbero dovuto essere sei, ma gli ascolti insoddisfacenti hanno portato alla chiusura anticipata) si sono scontrati duramente. Sul finale dello show, mentre suonava la banda dei carabinieri, venivano proiettate fotografie di personaggi di punta della Rai (Frizzi, Conti, Giletti, Venier, Magalli). Ecco che d’improvviso sul monitor (che il pubblico a casa però non ha visto) compare il volto di Santoro. Vespa — è noto che tra i due giornalisti non corre buon sangue — si infuria: «La serata si conclude qui». E lascia lo studio prendendosela con gli autori che hanno avuto «la trovata geniale», chiudendosi in camerino.


In diretta intanto Baudo prosegue come se nulla fosse e, a luci spente, fa partire pure un festeggiamento con tanto di brindisi, in un clima di fortissima tensione (e pure un po’ surreale). Tanto che ieri sera anche «Striscia la notizia» si è chiesto che cosa fosse successo. Del resto la tensione era palpabile da 15 giorni. Perché solo la prima puntata, con ottimi ascolti, aveva illuso. Quando un pessimo 14% ha segnato gli ascolti della seconda, era stata convocata una riunione. Pare che Vespa non gradisse l’eccesso di «intrattenimento» del programma e così sono cominciate a volare parole grosse tra Claudio Donat Cattin, autore storico di «Porta a porta», e Baudo, culminate in uno scambio senza precedenti. Donat Cattin avrebbe accusato Baudo di «comportamento mafioso» e Pippo avrebbe replicato con uno sputo in faccia all’autore (mancando però il bersaglio). Ora si sussurra che sia pronta una lettera di richiamo per Baudo e una possibile multa (80 mila euro?). Ma si parla pure di una sanzione a Vespa per «abbandono di programma».

Maria Volpe
07 aprile 2011(ultima modifica: 08 aprile 2011)

Non vuole gridare «Viva Gheddafi»: giustiziato

Corriere della sera

 

Immagini choc dalla Libia: ammazzato dai mercenari dell'esercito del Raìs

 

Casoria: Calciopoli va avanti grazie a me

Il Mattino


Il presidente del tribunale della nona sezione di Napoli
si difende dalle accuse dei colleghi davanti al Csm
Poi: «Cutolo è rimasto in galera quando l'ho accusato io»



Teresa Casoria

Teresa Casoria


NAPOLI - Il presidente della nona sezione di Napoli, Teresa Casoria, che presiede il collegio giudicante nel processo Calciopoli, si è difesa davanti alla sezione disciplinare del Csm, dove è incolpata per offese ai colleghi. «Il cambio di atteggiamento delle colleghe nei miei confronti è dovuto al fatto che la difesa ha fatto istanza alla Cassazione per un procedimento abnorme» di esclusione delle parti civili, «ma se non avessi fatto quel procedimento abnorme il processo non si sarebbe fatto, perché come parti civili si erano presentati pure i singoli tifosi».

CASORIA: «IL PM È RENITENTE» - Il presidente Casoria non ha fatto sconti: «Il pm è renitente a fare la requisitoria, ha fatto indagini integrative e sentito un teste...», ha aggiunto senza terminare la frase, ma in riferimento alla lunghezza del processo. In un altro passaggio Casoria ha osservato: «Dicono l’indipendenza della magistratura. Non possiamo più parlare! C’è solo l’indipendenza dei pubblici ministeri. Il procuratore della Repubblica tiene sotto lo schiaffo il presidente del tribunale», alludendo a lettere riservate tra Giandomenico Lepore e Carlo Alemi nelle quali si diceva: «Vedi che devi fare per farla astenere».

«CUTOLO E' RIMASTO IN GALERA QUANDO L'HO ACCUSATO IO» - «Io ho fatto processi importantissimi - aveva esordito Teresa Casoria, tenendo la difesa - Cutolo è rimasto in galera da quando l’ho accusato. Aldo Semerari minacciava. Mi dicevano 'i servizi segreti ti tagliano la testa se non dici che Cutolo è pazzo», ha detto parlando del criminologo, poi decapitato ad Ottaviano dalla Nuova Famiglia.

IL PG CASSAZIONE - «Ci troviamo davanti a una pluralità di episodi e tutti convergono su una valutazione di inadeguatezza caratteriale, fino a comportamenti che possono sfociare in reati: i colleghi sono stati ingiuriati e diffamati». Con questa motivazione il sostituto procuratore generale della Cassazione Renato Finocchi Ghersi aveva chiesto di comminare la sanzione della ''censura'' a Teresa Casoria, presidente della nona sezione penale del tribunale di Napoli, che presiede il collegio nel processo Calciopoli. La sezione disciplinare del Csm, presieduta dal laico del Pdl Annibale Marini, deciderà in camera di consiglio se applicare o meno la sanzione. Dopo aver ascoltato i sei testi, che hanno risposto alle domande dei consiglieri del Csm, il pg ha osservato che «la discussione di oggi ha arricchito un quadro gia' completo: è evidente la grave e persistente inadeguatezza nella gestione degli ordinari rapporti di lavoro con i colleghi sui pareri da prendere, fino ad arrivare a contrasti più gravi, come nel caso di Calciopoli, con la procura di Napoli».

LA DIFESA DEL FRATELLO ANTONIO - Lo sforzo della difesa, tenuta dal fratello della presidente, Antonio Casoria, «di dimostrare che inizialmente i rapporti con i colleghi erano buoni - ha aggiunto l'accusa - è prova dell'assoluta serenità di questi magistrati nei confronti della dottoressa Casoria», ma le espressioni usate da quest'ultima «sono al di là di ogni ragionevole dubbio insultanti, alcune di portata triviale e l'utilizzo dei poteri dovrebbero essere indirizzati verso altre funzionalità». «Qualche scambio di parola in camera di consiglio ci sarà stato - è la difesa - ma parliamo di una persona che per questi episodi ha avuto un'ulcera e gravi problemi di salute per i quali è stata ricoverata e nonostante questo per amore del lavoro ha scritto le sentenze anche dall'ospedale». .


Redazione online
08 aprile 2011




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Praga, il primo uomo delle caverne gay morì 5000 anni fa: sepolto come una donna

Epidemia colposa: i pm chiedono il processo per Iervolino, Bassolino e Pansa

Corriere del Mezzogiorno


Chiesto il giudizio per altre 17 persone, tra cui numerosi sindaci che non avrebbero impedito il diffondersi di malattie




NAPOLI - Epidemia colposa, la procura di Napoli chiede il rinvio a giudizio per 20 persone. Tra loro ci sono anche il sindaco Rosa Russo Iervolino, l'ex governatore Antonio Bassolino, l'ex prefetto di Napoli Alessandro Pansa e numerosi sindaci e commissari prefettizi. L'accusa nei loro confronti è di epidemia colposa e abuso d'ufficio in quanto non avrebbero fatto nulla per evitare che la spazzatura marcisse per settimane nelle strade. L'inchiesta, partita lo scorso novembre, arriva ora a un primo approdo giudiziario: la richiesta di processo avanzata dai pm. Per altri 16 indagati è stato, invece, disposto lo stralcio che prelude ad una probabile richiesta di archiviazione.

LA VICENDA - Il provvedimento è firmato dal procuratore, Giovandomenico Lepore, e dall’aggiunto Francesco Greco, che coordina la sezione reati contro la pubblica amministrazione. La permanenza dei rifiuti nelle strade provocò, nel periodo compreso tra il primo novembre 2007 e il 15 gennaio 2008, un enorme aumento delle malattie gastroenteriche e cutanee. Lo hanno accertato i tre periti nominati dal pm Francesco Curcio (un medico legale e due epidemiologi) che sono arrivati a questa conclusione dopo aver esaminato le vendite dei farmaci da parte di tutti i grossisti ed i farmacisti della provincia. È emerso infatti che, in quelle settimane, ci fu un’impennata nelle vendita di alcune specialità medicinali. Per maggiore sicurezza, le verifiche sono state fatte anche sui farmaci venduti nello stesso periodo in provincia di Salerno, area ritenuta omogenea a quella napoletana per clima e densità di popolazione ma non interessata dall’emergenza rifiuti: in quella zona il picco nelle vendite non c’è stato. Inoltre, gli esperti hanno escluso le altre possibili cause dell’improvvisa diffusione di quelle malattie, cioè l’inquinamento dell’aria e la messa in commercio di cibi avariati.


Titti Beneduce
08 aprile 2011




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Azouz Marzouk choc: "Olindo e Rosa? Forse sono innocenti Processo da riaprire"

Quotidiano.net


Da Tunisi il padre e marito di due vittime della strage di Erba rivela i suoi sospetti e chiede che il caso sia riaperto e che si approfondiscano le indagini

Milano, 8 aprile 2011


Se a Olindo e Rosa fosse confermato l’ergastolo "secondo me non sarebbe fatta giustizia"."Deve essere riaperto il caso. Il processo deve ripartire da zero": è la rivelazione-choc di Azouz Marzouk, che va in onda stasera su Retequattro per Quarto Grado andato a Tunisi ad intervistarlo a venti giorni dalla sentenza di Cassazione che potrebbe confermare la condanna all’ergastolo dei coniugi Olindo Romano e Angela Rosa Bazzi, per la strage di Erba, nel corso della quale furono uccisi, fra gli altri, il figlio di Marzouk, Yousef e la moglie, Rosa Castagna.

Azouz Marzouk è convinto che"Nell’indagine manca qualcosa" e riferendosi a Rosa e Olindo pensa che in carcere ci siano:"due persone forse innocenti, forse colpevoli". Se venisse confermata la condanna dei due coniugi, secondo Azouz "vorrebbe dire che giustizia non è stata fatta. Deve essere riaperto il caso e approfondita di più l’indagine".

Il processo secondo il padre del povero Yousef, "deve ripartire da zero". Se giustizia deve essere fatta Azouz sente di non poter più tacere:"purtroppo devo parlare di quello che sta per accadere il tre maggio, devo essere convinto, devo rimanere in pace. Questo secondo me è un mio aiuto per le alte autorità dello stato, che sono la Cassazione e hanno l’ultima parola loro. Spero che arrivi loro questo messaggio e in base a questo messaggio e altre carte che hanno sottomano decidano quello che è meglio fare".







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Tappate la bocca al Duce: il mandato delle spie inglesi

di Francesco Perfetti


Nel 1995 la pubblicazione del saggio-intervista di Renzo De Felice intitolato Rosso e Nero riaprì improvvisamente, con grande clamore, un giallo storico che non era mai stato risolto: l’uccisione di Benito Mussolini e di Claretta Petacci il 28 aprile 1945. Nel corso del cinquantennio seguito a quei tragici avvenimenti, le versioni e le illazioni sui mandanti, sugli esecutori e sulle modalità stesse della “esecuzione” del Duce e della sua amante erano state molte, spesso discordanti e poco convincenti.

La versione ufficiale, diffusa già all’indomani dei fatti, era quella che indicava nel «colonnello Valerio», nome di battaglia di Walter Audisio, l’uomo che aveva materialmente “giustiziato” Mussolini. Peraltro, soltanto nel 1947, in un’intervista rilasciata al giornalista Vitantonio Napolitano, Audisio aveva dichiarato ufficialmente di essere il «colonnello Valerio» e, quindi, l’uomo che, a raffiche di mitra, aveva fatto «giustizia per tutti». In seguito l’autoaccusa di Audisio venne messa in discussione a causa di contraddizioni e incongruenze rilevate in diversi resoconti fatti dallo stesso Audisio in occasioni diverse, e si cominciò a pensare che quella versione, ufficializzata dal Partito comunista, dovesse servire di copertura. Si parlò di altri possibili esecutori materiali, a cominciare da Luigi Longo e da Aldo Lampredi, nome di battaglia «Guido». Emersero anche altre ipotesi, come quella di una “doppia fucilazione”.

De Felice, in verità, non affrontava dettagliatamente la questione, in quel suo libro-intervista, ma faceva una allusione precisa al fatto che l’uccisione di Mussolini non sarebbe stata soltanto una questione italiana decisa dai capi della Resistenza, cioè dal Cln, ma il risultato di una azione clandestina più complessa studiata, pianificata e portata avanti dai servizi segreti inglesi in collaborazione con esponenti della Resistenza locale. Anzi, disse di più. Parlò di uno scontro tra inglesi e americani. Sostenne che «gli americani volevano Mussolini vivo» perché «progettavano di portare anche il Duce alla sbarra, senza preoccuparsi di cosa avrebbe potuto dire», mentre «gli inglesi, che formalmente perseguivano gli stessi scopi degli americani, Mussolini a Norimberga non ce lo volevano proprio». E precisò che «fu molto facile per gli inglesi evitare che gli americani mettessero le mani sul Duce» perché «fecero tutto i partigiani».

L’affermazione era clamorosa e fece scalpore. Tuttavia, Renzo De Felice, morto improvvisamente, non poté portare a compimento la biografia mussoliniana e a scrivere, così, l’ultima pagina della vita del Duce. Il mistero rimase un mistero e il giallo rimase un giallo irrisolto. Adesso, a distanza di tanti anni, uno storico francese, Pierre Milza, in un volume dal titolo Gli ultimi giorni di Mussolini, in uscita il 21 aprile per i tipi di Longanesi, riprende la questione. Milza è uno specialista di storia italiana, autore di una biografia di Mussolini, che si muove lungo la linea interpretativa del grande lavoro biografico di De Felice col quale aveva intrattenuto un ventennale rapporto di amicizia. In questa biografia, egli aveva osservato che sarebbe stato opportuno lasciare a coloro che «fanno commercio degli enigmi della storia» la verifica dell’ipotesi della «pista inglese».

Il gusto della ricerca, però, e alcune pubblicazioni uscite nel frattempo hanno spinto Milza a riprendere il tema e, pur non producendo una documentazione inedita, a individuare e sistematizzare tutti gli aspetti oscuri che circondano la fine del Duce, i cosiddetti «misteri di Dongo», e a presentarli in un racconto appassionante. L’arresto di Mussolini, gli intrighi che ruotano attorno alla sorte da riservare al Duce, la “missione” del “colonnello Valerio”, il ruolo di Luigi Longo, la tesi della “doppia fucilazione”, l’ipotesi delle torture e della violenza inflitta a Claretta, le tracce del cosiddetto “tesoro di Dongo” sono tutti temi di un racconto che si sviluppa in una trama affascinante. Il punto centrale dell’analisi di Milza ruota però attorno alla “pista inglese” o, più esattamente, alla piccola guerra dei servizi segreti.

Egli sostiene che, pur senza farne il nome, le allusioni di De Felice facevano riferimento alle rivelazioni, emerse un anno prima della pubblicazione di Rosso e Nero, di un ex partigiano, Bruno Lonati. Questi raccontò di aver fatto parte, insieme a un agente dell’Intelligence britannica con il nome di copertura di capitano John, di un commando incaricato di uccidere Mussolini e la Petacci e raccontò in dettaglio l’operazione. Lo storico francese, pur facendo appello alla prudenza, mostra, anche contro le liquidatorie affermazioni in contrario di alcuni storici inglesi, di ritenere che questa ipotesi non sia del tutto inverosimile e che, anzi, presenti elementi di sincerità. Il rammarico di Milza è che De Felice non abbia potuto concludere la sua ricerca. Ed è un giusto rammarico. Ma è anche vero che i materiali preparatori raccolti da De Felice per il suo libro qualche cosa, letti in controluce, raccontano...



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Napoli, Porta Nolana: sarà sepolta l'antica strada. E dallo scavo spuntano ossa

Il Mattino

 

di Paolo Barbuto

NAPOLI - La storia maltrattata, abbandonata, ripudiata: un giorno il campanile di una chiesa cade in pezzi, il giorno seguente una antica strada della città, scoperta per caso durante lavori di riqualificazione, viene sepolta nuovamente: non si può valorizzare perché mancano i fondi. Se amate la storia e le antichità di Napoli, dunque, date uno sguardo alla foto che vedete pubblicata qui a destra: è l’antica strada di Porta Nolana emersa dieci mesi fa durante gli scavi per la ristrutturazione della piazza.
È l’ultima volta che potete vederla, perché stanno per iniziare i lavori di copertura che seppelliranno definitivamente il ritrovamento e lo nasconderanno per sempre agli occhi della città. Addio sogni di ristrutturazione e valorizzazione del sito archeologico. I soldi per portare avanti quel progetto non ci sono e la città reclama con forza la chiusura del cantiere per ritrovare i suoi spazi: così è stato deciso di procedere ai lavori di riqualificazione dell’area senza tener conto della scoperta.
Una gettata di terreno, una base di cemento e i lastroni antichi torneranno nell’oblio millenario dal quale erano rinvenuti. Ad essere sinceri la scoperta non è del tutto inedita. In una rara edizione del «Bullettino archeologico napoletano» (il volume numero 11, pubblicato il primo giugno del 1843), c’è un racconto che è praticamente identico a quello di oggi. L’archeologo Giuseppe Maria Fusco racconta del casuale ritrovamento di «un antico sentiero lastricato a grosse selci, come quelli che ci è dato osservare in Pompei... questi frammenti accosto alla porta Nolana erano a pochi palmi sottoposti all’odierno livello».

 

 

L’archeologo dell’ottocento argomenta con puntualità che quella scoperta rappresenta la conferma del fatto che la strada esisteva già trecento anni prima di Cristo: fu utilizzata - spiega Fusco - anche per la fuga dei nolani che erano giunti in soccorso di Neapolis e Palepoli aggredite, e poi conquistate, dai romani guidati dal console Publilio nel 328 avanti Cristo. La notizia cambierebbe completamente l’iniziale attribuzione al periodo cinquecentesco fatta lo scorso maggio dagli esperti dopo un primo esame dei reperti. Ma quel documento ottocentesco racconta anche altri particolari: «Più che ogni altra strada della nostra città, questa nolana dovette risplendere per nobiltà e magnificenza di pubblici e privati edifizi che la fiancheggiavano e pe’ sepolcri che lungo vi si eressero».
E questa parte del racconto, dopo le casuali scoperte di ieri mattina, fa venire i brividi. Durante un ultimo sopralluogo prima della definitiva scomparsa di quel ritrovamento, abbiamo dato un accurato sguardo al materiale di risulta che fin dal primo momento ha restituito piccoli frammenti dell’antichità: e abbiamo scoperto un numero incredibile di ossa. Alcune palesemente di animale, altre drammaticamente simili a quelle umane. Dopo la lettura del bollettino archeologico del 1843, anche la presenza di quelle ossa assume un valore completamente diverso: se da queste parti più di duemila anni fa c’erano sepolcri, è quasi naturale che si trovino ancora frammenti di ossa delle braccia o un femore come è accaduto ieri mattina a noi. Ma anche quei reperti, secondo i progetti che fanno i conti con la mancanza di fondi, sono destinati ad essere ricoperti, a sparire sotto la nuova piazza che sarà certamente bellissima, come mostrano i progetti della municipalità. Ma nasconderà un pezzo della storia di Napoli.

 

Giovedì 07 Aprile 2011 - 21:10    Ultimo aggiornamento: Venerdì 08 Aprile - 10:19

La Boccassini e i pm sotto inchiesta per le telefonate del Cav pubblicate




Dopo la pubblicazione delle telefonate sul Corriere e le polemiche con la Procura di Milano, il Pg della Cassazione apre un’indagine. Nel mirino ci sarebbe Ilda Boccassini, ma anche gli altri titolari dell'inchiesta o addirittura Edmondo Bruti Liberati


Roma - Si muove il procuratore generale della Cassazione sul clamoroso caso delle intercettazioni telefoniche di Silvio Berlusconi sul caso Ruby, pubblicate dai giornali. Vitaliano Esposito, titolare con il Guardasigilli delle azioni disciplinari, ha disposto «accertamenti conoscitivi» per stabilire se qualcuno, alla Procura di Milano, ha compiuto un illecito e deve essere processato dal Csm.
Nel mirino ci sarebbe Ilda Boccassini, ma anche gli altri due titolari dell’inchiesta: Pietro Forno e Antonio Sangermano. O, addirittura, il capo della Procura, Edmondo Bruti Liberati.
Chi ha fatto mettere agli atti le conversazioni del premier, intercettato indirettamente mentre parlava con alcune amiche, senza che fosse stata chiesta l’autorizzazione alla Camera? Chi ha lasciato nel fascicolo quelle trascrizioni, che non dovevano esserci perché inutilizzabili, malgrado Berlusconi fosse imputato nel processo?
Ieri il Comitato di presidenza del Csm, in cui siede Esposito, gli ha trasmesso il fascicolo aperto sulla vicenda esplosa martedì scorso. Contiene anche il comunicato stampa del procuratore di Milano, trasmesso mercoledì al vicepresidente del Consiglio Michele Vietti, in cui Bruti Liberati afferma che non ci sono stati «errori» da parte dell’ufficio che dirige.
Ma è proprio questo che dovrà accertare il procuratore generale della Cassazione. Anche se da Milano il numero uno della Procura sottolinea che sarebbe stato proprio lui «ad attivare il Csm», con il suo comunicato stampa. Quelli che farà il Pg della Cassazione, dice ora Bruti Liberati, sono «accertamenti conoscitivi, come quelli che abbiamo fatto noi per capire che cosa sia successo dopo la pubblicazione sui giornali di alcune telefonate del presidente del Consiglio». E aggiunge: «Siamo assolutamente sereni».
Sembra quasi che ci sia una corsa a far vedere chi per primo ha voluto che si andasse a fondo sulla vicenda: Esposito, il vertice del Csm, il procuratore di Milano?
Probabilmente tanta solerzia nasconde la volontà, da parte dei pm milanesi, di anticipare un giudizio assolutorio nei loro confronti. Soprattutto per deviare un boomerang che colpisce l’intera inchiesta e getta ombre sulla sua credibilità e correttezza.
Tutto è stato fatto secondo le regole, ripetono le toghe milanesi, per contrastare le polemiche scoppiate nel Palazzo della politica e gli attacchi dei difensori del premier.
Bruti Liberati ha spiegato che le conversazioni del premier non saranno usate come prova contro di lui, ma nei confronti degli altri tre imputati del processo da cui è stato stralciato quello di Berlusconi. Si tratta di telefonate tra il premier e alcune ragazze, disposte tra agosto e ottobre scorso per le indagini su Nicole Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede, quando ancora il premier non era indagato. Erano state trascritte parzialmente, ha assicurato Bruti Liberati, per chiedere al gip l’autorizzazione a proseguire nelle intercettazioni degli altri «bersagli» dell’indagine e poi depositate solo alla difesa del capo del governo, come atto dovuto a garanzia del diritto di difesa.
Ma secondo i legali del Cavaliere, in realtà, quelle intercettazioni non potevano essere utilizzate in nessun atto d’indagine. L’errore, insomma, ci sarebbe stato eccome.




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Colonialisti privi d'umanità

Il Tempo

I francesi tradiscono la dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, parte integrante e iniziale della Costituzione dell'anno III (1795), la Fraternité, terzo elemento del motto repubblicano, è definita così: "Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi; fate costantemente agli altri il bene che vorreste ricevere".



Chissà cosa diranno quei magistrati e quella sinistra che, prendendo spunto da una direttiva europea, bocciarono la nostra legge sull’immigrazione? Anzi la considerarono una vergogna razzista per colpa di Berlusconi e della Lega. Dove sono le anime candide della Ue che osservano come spettatori non paganti lo «tsunami umano» che si è abbattuto sulle nostre coste? E come giudicheranno l’atteggiamento di chi sogna un neo colonialismo in nord Africa, ma si barrica dietro le frontiere con un motto egoista: a noi gli onori a voi i disperati? I francesi tradiscono la dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, parte integrante e iniziale della Costituzione dell'anno III (1795), la Fraternité, terzo elemento del motto repubblicano, è definita così: «Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi; fate costantemente agli altri il bene che vorreste ricevere». Ah, cara Parigi.

L’Italia, invece, tante volte messa sotto accusa, per i campi rom e i respingimenti dei clandestini, da quei radical chic solidali solo con chi è lontano dal giardino di casa, ha subìto a Lampedusa una invasione. Forse si è trovata impreparata, ma a tutti ha dato assistenza. A nessuno sono stati negati cibo, acqua e cure mediche. Le nostre imbarcazioni hanno soccorso i disperati ben fuori dai confini. Siamo stati noi ad andare a Malta a salvare i superstiti dell’ultima tragedia in mare. Abbiamo dato, nell’emergenza, una lezione di realismo, umanità e civiltà alla Francia e alla stessa Europa. Dove sono i razzisti?


Giuseppe Sanzotta
08/04/2011




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Una guerra strana, declassata in fretta

Corriere della sera

di Pierluigi Battista

Non si sa più chi vince e chi perde


La guerra che non c'è. Sparita, svanita, declassata a spirale di scaramucce tra forze in campo la cui unica strategia appare l'eterno andirivieni: oggi avanzo, domani rinculo; e viceversa. Oggetto di contesa per una diplomazia internazionale ondivaga, volubile, pazzotica. La guerra impantanata nel deserto della Libia. La guerra più sconclusionata del mondo. Una guerra in cui non solo non si sa più chi vince e chi perde,ma anche a quale realtà dovrebbe corrispondere la vittoria o la sconfitta.
Il dittatore Gheddafi ha rintuzzato la controffensiva dei ribelli, ma non è stato distrutto, o cacciato, o mandato in esilio. Allora ha vinto? Non si sa. Il dittatore Gheddafi non riesce a riprendersi la Cirenaica in mano agli insorti, soffre la defezione di una parte del suo clan, non è più il padrone incontrastato del territorio libico, la sua contraerea è stata devastata da un paio di raid franco-anglo-americani. Allora ha perso? Non si sa. E gli insorti? Con gli aerei internazionali autorizzati dall'Onu vanno avanti. Appena quegli aerei stanno fermi, gli insorti fuggono su trabiccoli scalcagnati, sparacchiano in aria con i kalashnikov, ma con forza e impatto militare pari a zero. Vincono? Perdono?

E nella comunità internazionale chi vince dopo che l'Europa si è spezzata, le nazioni sono andate per conto proprio, l'America rilutta, la «rivoluzione dei gelsomini» è seppellita dalla disattenzione dei media mondiali? Che ne è della sollevazione in Siria, esplosa dopo che l'Onu aveva autorizzato i raid in Libia? Quelli che detestano Sarkozy, a cominciare dalle truppe combattive del neo-pacifismo di destra, se la prendono con le smanie francesi. Ma proprio loro, incendiati di ardore difensivo nei confronti del despota di Tripoli con cui si condividevano affari e spettacoli circensi, avevano accusato Sarkozy di creare un disastro dando troppa corda ai ribelli libici. Dicevano, in sintonia con Gheddafi, che dietro gli insorti ci fosse Al Qaeda. Deve essere davvero alla frutta, Al Qaeda, se affida il suo destino eversivo e terroristico a bande disordinate e poco avvezze persino alla guida degli autocarri in fuga. Ma anche il fronte «guerrafondaio» dovrà ripensare i modi dell'appoggio a truppe raccogliticce, impotenti, militarmente inette fino a punte grottesche.

Ecco, il grottesco. Difficile che in questa guerra pazza qualcuno sia riuscito ad evitare una punta di grottesca inconcludenza. Non la Francia, la cui muscolarità non sembra raggiungere obiettivi adeguati alla gloria che quella nazione meriterebbe. Non gli Stati Uniti, che fanno la guerra facendo finta di non farla, vanno all'avanguardia ma si vogliono mostrare in retroguardia. Non Gheddafi, che si ritrova nel suo bunker, abbandonato da una parte dei suoi, ridotto a spararle sempre più grosse e addirittura a supplicare Obama, richiamandolo a comuni matrici religiose, di finirla con l'ostilità nei confronti del suo regime. Non l'Europa, politicamente defunta in questa strana e inafferrabile guerra. Non l'Italia, che in due mesi ha cambiato idea almeno quattro volte sulla questione libica e che, fattasi più tenue e sopportabile la nostalgia per il dittatore che aveva promesso stabilità e affari, cerca con affanno i segni del «dopo», un rapporto di interlocuzione con chi, forse, dovrebbe arrivare al posto di Gheddafi.

E ora, dopo appena qualche settimana, la guerra libica abbandona le prime pagine dei giornali. Chi è interessato alle traiettorie del petrolio si industria per trovare una linea e una prospettiva. La «rivoluzione araba» viene abbandonata a se stessa, nel timore che l'estremismo fondamentalista rompa gli argini e tradisca le aspirazioni liberali delle giovani piazze in rivolta. Tutto viene travolto dalla questione dell'immigrazione. Con i giovani arabi che vedono nell'Europa e nell'Occidente modelli di inaffidabilità: questo sì carburante per i fondamentalisti che possono dimostrare la loro superiorità sulle democrazie indecise a tutto. Mentre le notizie da Bengasi e da Misurata, da Tripoli e dalla Sirte appaiono sempre più lontane, confuse, avvolte in un'ovatta di disinformazione creata dalle propagande contrapposte. La guerra più strana e scervellata. Dove l'unica cosa vera è il sangue di chi in Libia ci ha rimesso la vita. Non sapendo, forse, nemmeno il perché.


08 aprile 2011




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Napoli, dallo scavo della metro spunta un «partenopeo» di 1500 anni fa

Comunismo chic alla cinese, è polemica: tomba da 10 milioni per il successore di Mao



Scoppia la polemica in Cina per la tomba milionaria del successore di Mao alla guida del Partito comunista. Il monumento, grande come quattordici campi da calcio, è costruito a forma di H in onore di Hua Guofeng



 

Falce, martello e champagne. Un vizio tutto europeo quello della celeberrima gauche caviar? Nemmeno per sogno. Polemiche su internet per la realizzazione della tomba milionaria di Hua Guofeng, l’uomo che succedette a Mao Zedong alla guida del partito comunista cinese nel 1976. La tomba, di dieci ettari (circa quattordici campi di calcio) e del valore di oltre 10 milioni di euro, è quasi pronta nel cimitero di Jiaocheng, nella provincia dello Shanxi ed è stata disegnata sul modello di quella di Sun Yat-sen, il fondatore della Repubblica cinese.

La tomba, a forma di lettera ’H’, è alta 5,5 metri in ricordo del fatto che a 55 anni Hua arrivò a capo del comitato centrale del partito comunista cinese. Il monumento funebre, ha anche 365 scalini di granito. Hua Guofeng è morto a 87 anni nel 2008 a Pechino e i suoi resti riposano nel cimitero di Babaoshan, a Pechino, dove riposano gli eroi della rivoluzione e la maggior parte dei membri del partito. Ma nelle sue ultime volontà il successore di Mao ha chiesto di essere sepolto nella sua città natale, a Jiaocheng. Il progetto dovrebbe essere pronto per il 20 agosto, quando sarà inaugurata anche una statua di Hua, nell’anniversario della sua morte, nel cimitero di Jiaocheng. Su internet ci sono molti messaggi contro la quantità di denaro speso per realizzare la tomba.



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Ancora guai per la sinistra C’è posta per Nichi e Pd: ecco i pizzini di Tedesco





Il senatore democratico, che rischia il carcere per la sanitopoli pugliese, intervistato dal Corriere lancia accuse e avvertimenti: "Mai avvenuto un arresto in Parlamento, il mio caso sarebbe un precedente che non conviene a nessuno...". E Vendola? "Sapeva tutto"


«Le manette sono più vicine. È andata male», spiega al Corriere della Sera il senatore Alberto Tedesco, subito dopo il voto della giunta di Palazzo Madama che ha dato parere favorevole al suo arresto. E allora il parlamentare pugliese manda un messaggio. Il primo: «Intanto, a parte tre casi, nessuno è davvero mai stato arrestato in Parlamento, e quindi creare un precedente non dovrebbe convenire a nessuno». Testuale. E inquietante. È da almeno un mese che Tedesco, con un piede in cella su richiesta della procura antimafia di Bari, sparge i suoi pizzini in varie direzioni. Ma la gran parte viene recapitata in casa del Pd o direttamente a Nichi Vendola, di cui era potente e chiacchierato assessore alla Sanità. «Mi ascolti - ripete a Fabrizio Roncone del Corriere - erano due le indagini che mi riguardavano. Una, dov’ero coinvolto con il presidente Vendola, s’è conclusa con l’archiviazione, l’altra con la richiesta di custodia cautelare. I fatti sono gli stessi, ma i pm hanno dato due valutazioni diverse... Non è persecuzione questa?».
Una domanda che suona minacciosa per i big della politica con cui il senatore parlava quotidianamente. Nella deposizione davanti al gip di Bari, Tedesco, accusato di concussione, corruzione, turbativa d’asta e falso, parla ancora del suo rapporto con Vendola e lo chiama in causa: il governatore era sempre informato sulle nomine di primari e dirigenti Asl. «Vendola sapeva tutto. Sempre».
Insomma, Tedesco, non ci sta a fare la parte del capro espiatorio, di quello che a sinistra oggi provoca solo mal di pancia, dubbi e distinguo. «Quanto a Nichi Vendola - aveva aggiunto ai primi di marzo conversando con il Tg1 - i miei rapporti si sono interrotti improvvisamente il giorno dopo la rielezione di Vendola a governatore della Puglia, dopo che ho fatto per la seconda volta la campagna elettorale per lui, esprimendomi a suo favore, anche interloquendo direttamente con il Presidente D’Alema che non era convinto di questa candidatura». Tedesco dunque attacca Vendola che ora prende platealmente le distanze dall’ex assessore. E con Vendola, il senatore critica anche il sindaco di Bari, l’ex pm Michele Emiliano: lui e Vendola «sono due facce della stessa medaglia. Ti blandiscono, ti inseguono quando puoi essere utile alla causa e naturalmente poi ti scaricano immediatamente».
Il gioco delle allusioni continua. Intanto, il parlamentare si attrezza per gestire il futuro che si fa oscuro. «Ho il 70 per cento delle possibilità di finire in carcere - è la sua previsione ai microfoni di Un giorno da pecora - mi presenterò io, nella caserma che mi diranno, con un borsone».
Una scena livida, quella che il parlamentare pugliese immagina. Una scena che riporta agli albori di «Mani pulite». Una scena che fa balenare possibili e devastanti contraccolpi. Chissà. Di sicuro non c’è niente, a parte i tormenti del Pd, che non vuole sacrificare un proprio esponente, ma nemmeno vuole accreditarsi come un partito antigiudici, incoerente e ondivago, arroccato sulla tutela di Tedesco quanto e più del criticatissimo Pdl con Berlusconi.
«Finora c’è stato un percorso abbastanza lineare - aggiunge Tedesco - credo che nel giro di una ventina di giorni dovremmo avere il responso definitivo da parte del Senato». L’ultimo messaggio, davvero choc, è sul Cavaliere e fa scricchiolare tante presunte certezze: «Ora - dice ancora al Corriere - capisco Berlusconi». Frase poi puntualmente smentita: «Non l’ho mai detta». Chissà a chi indirizzerà nei prossimi giorni le sue lettere Alberto Tedesco.




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L'ultima beffa del caso Parmalat La prescrizione blocca i risarcimenti

Corriere della sera


Processo ai banchieri per aggiotaggio, a rischio 80 mila risparmiatori



Calisto Tanzi
Calisto Tanzi
MILANO - Dicembre del 2003: dopo un rocambolesco e ancora oscuro viaggio di Calisto Tanzi in Ecuador per la Parmalat non ci sono più speranze. Per il manager scattano le manette. Per la multinazionale si arriva allo spaventoso crac da 14 miliardi e si apre il paracadute della Marzano Bis, l'amministrazione straordinaria. Per oltre 120 mila obbligazionisti del re del latte Uht e delle carte false inizia una dolorosa Via Crucis. Aprile del 2011, il 18 per l'esattezza, tra pochissimi giorni: le banche potrebbero non pagare e per 80 mila di quei risparmiatori si potrebbe chiudere l'ultima finestra per sperare nei rimborsi.

La questione è complessa: il 18 è attesa la sentenza di primo grado nel processo per aggiotaggio presso il Tribunale di Milano contro le banche Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank e Morgan Stanley e i cinque manager degli istituti esteri. Le date sono importanti: perché nel caso di aggiotaggio la prescrizione del reato per le persone fisiche scatta dopo sette anni e mezzo. Cioè tra poche settimane. Dunque c'è il rischio di una beffa per chi seguiva il processo speranzoso sulla strade della giustizia. La verità è che per i manager che - secondo l'accusa sostenuta dai magistrati Eugenio Fusco, Carlo Nocerino e Francesco Greco - sono coinvolti nelle vicende del crac, anche se si dovesse arrivare a una sentenza di colpevolezza di primo grado, seppure molto importante, sarebbe penalmente una vittoria di Pirro. Con l'appello, per Carlo Pagliani, Paolo Basso (Morgan Stanley), Marco Pracca, Tommaso Zibordi (Deutsche Bank) e Paolo Botta (di Citi) scatterebbe senz'altro la prescrizione del reato.

Il punto è che l'aggiotaggio è un reato puntuale: se c'è stato deve essere stato compiuto un giorno preciso. Sull'argomento c'è un'ampia manualistica. E inoltre con le nuove norme non sarebbe comunque possibile tentare di dimostrare che si tratterebbe di reiterazione del reato. Già la Chiaruttini nella sua famosa analisi all'inizio del primo processo aveva adombrato il rischio prescrizione. Non che i giudici non se ne siano resi conto: dallo scorso gennaio il processo ha subito un'accelerazione proprio per evitare il rischio di arrivare alla prescrizione addirittura prima della sentenza. Va detto onestamente che il processo principale, quello per le responsabilità del crac vero e proprio, è quello di Parma. Un avvocato di una delle banche considera l'appuntamento milanese una «scheggia». Anche perché la stessa persona sottolinea come la maggior parte dei risparmiatori che si sono costituiti parte civile nel processo (32 mila rappresentati dall'avvocato Carlo Federico Grosso e circa 8 mila rappresentati dalle associazioni dei consumatori) abbiano già sottoscritto degli accordi con le banche nel processo.

Ma sembra un punto di vista di parte. Perché da un punto di vista mediatico e di partecipazione emotiva, al processo sono in molti che attendono di vedere cosa succederà agli istituti di credito tra gli ex creditori di Tanzi. Basterebbe una passeggiata nella blogosfera. La posizione delle banche estere è comunque diversa perché in un'affollata aula del Tribunale meneghino, lo scorso gennaio, Fusco ha chiesto in base alla legge 231 - non aver predisposto delle strutture atte a evitare che i propri dipendenti si possano rendere responsabili di comportamenti contro il mercato - di procedere contro le banche confiscando parallelamente la cifra monstre di 120 milioni.

Contro la 231 non c'è prescrizione. Ma in ogni caso la Cassazione ha già chiarito che non è possibile costituirsi parte civile contro le società per le responsabilità amministrative. Dunque, in soldoni, da un'eventuale sentenza di colpevolezza delle banche come persone giuridiche non arriverà nulla ai risparmiatori. L'unica speranza era la sentenza contro le persone fisiche che avrebbe permesso ai risparmiatori di chiedere di fronte al giudice civile il risarcimento del danno subito. Ma gli unici che potrebbero trarne vantaggio a questo punto sono 1.200 parti civili che non hanno firmato per vari motivi gli accordi con le banche. Per loro, in caso di sentenza favorevole, potrebbe aprirsi qualche spiraglio. Per tutti gli altri, se ancora hanno le azioni che hanno ricevuto sulla base del concordato in cambio dei Tanzi-bond, non resta che sperare in una ripresa del titolo Parmalat in Borsa nella contesa in corso tra Italia e Francia.


Massimo Sideri
08 aprile 2011



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Il Bocchino editore scivola sui contributi: multa di 1,5 milioni





Secondo l’Agcom ha violato la norma incassando due volte i fondi pubblici per «Il Roma» e «L’Umanità». Ora rischia di dover restituire i soldi allo Stato


Gian Marco Chiocci e Paolo Bracalini


Roma
Un onorevole, due quotidiani. Ed entrambi finanziati dallo Stato. Peccato che la legge non consenta che i fondi per l’editoria siano erogati contemporaneamente a «imprese collegate con l’impresa richiedente o controllate dagli stessi soggetti». C’è voluta una serie lunga di indagini, prima dell’Agcom, poi della Guardia di Finanza e quindi dell’Avvocatura dello Stato, per arrivare «a ritenere sussistente un coordinamento economico e finanziario che passa attraverso legami personali tra i (...) soci di Edizioni del Roma spa (della quale è anche sindaco l’amministratore unico di Edizioni Riformiste) e la configurabilità di un unitario potere di condizionamento non legato a dati formali», cioè un legame indiretto tra le diverse proprietà. Parliamo dei quotidiani Il Roma, edito dalla Edizioni del Roma, e L'Umanità, edito da Edizioni Riformiste scarl.
Entrambi hanno fatto richiesta per i contributi pubblici relativi al 2007, 2008 e 2009, ottenendo i fondi per i primi due anni (a titolo di esempio, 364.616 euro nel 2008 per L’Umanità, 2.530.638 per Il Roma, sempre nel 2008), mentre il 2009 è attualmente congelato.
Ed entrambi i quotidiani sono riconducibili alla galassia di Italo Bocchino. Delle Edizioni il Roma spa il colonnello di Fli è stato socio direttamente negli anni scorsi, mentre attualmente è socio maggioritario Gabriella Buontempo, sua moglie. Mentre le Edizioni Riformiste scarl. sono guidate (amministratore unico) da Francesco Ruscigno, uomo di fiducia di Bocchino, a lui legato da diverse iniziative imprenditoriali (l’Agcom rileva come Bocchino «fosse presente con una partecipazione dello 0,40% nel capitale di Edizioni de l’Indipendente Srl»).
È nel 2009 che l’Agcom si insospettisce e avvia un’indagine, da cui emerge «la ricorrenza di nominativi identici o riconducibili allo stesso nucleo familiare dell’onorevole Bocchino» nelle proprietà de Il Roma e de L’Umanità. A quel punto l’Autorità sollecita un’inchiesta della Guardia di finanza, che prende in carico la questione. Una relazione della Gdf, e siamo nel 2010, evidenzia «possibili segnali di collegamento e di controllo», nello specifico una serie di legami tra le due società beneficiarie di finanziamenti pubblici, attraverso una terza società, la Gestioni immobiliari Srl, socio di maggioranza di Edizioni Il Roma ma anche titolare di diversi contratti con la stessa editrice del Roma e con la Edizioni Riformiste scarl, editrice de L’Umanità. E coincidenze come per esempio il fatto che «entrambe le imprese editrici hanno la redazione romana nel medesimo stabile».
Sulla base di queste evidenze Palazzo Chigi, chiede lumi all’Avvocatura dello Stato, che nel giugno 2010 ravvede elementi critici negli intrecci tra le due società, ma non sufficienti a negare il contributo per il 2008, che viene autorizzato. I problemi veri nascono con la successiva richiesta di contributi, quella per l’anno 2009. La Guardia di finanza compie ulteriori indagini che determinano poi una decisione della Sezione Ispettiva dell’Agcom, nel marzo scorso. Nei fatti l’Autorità prende atto di tutte le indagini fatte e degli intrecci societari emersi, in particolare delle rilevazioni della Gdf circa «indizi gravi, precisi e concordanti dell’esistenza di un coordinamento della gestione dell’impresa editrice con quelle di altre imprese ai fini del perseguimento di uno scopo comune» e di «una distribuzione degli utili o delle perdite diversa da quella che sarebbe avvenuta in assenza dei rapporti stessi».
Si citano poi una serie di personaggi tutti nell’orbita di Italo Bocchino. Non solo Francesco Ruscigno e la moglie Gabriella, ma anche Ludovico Greco e Maria Grazia Greco, collegati a Il Roma ma anche, attraverso Gestioni Immobiliari srl, all’editrice de L'Umanità. Perciò l’Agcom chiude la sua indagine contestando a Edizioni del Roma e all’Editrice Riformista di aver violato «l’obbligo di comunicare e di rendere trasparente l’assetto proprietario comprese le posizioni di controllo, delle imprese editrici», accertando sanzioni amministrative (non ancora emesse) da 500 a 103mila euro moltiplicata per tutte le violazioni, cioè per un totale teorico di circa 1.500.000 euro.

La legge prevede poi che, una volta accertato il collegamento tra imprese beneficiarie di contributi, decada il diritto all’aiuto pubblico. Con la possibilità, per lo Stato, di chiedere indietro i milioni versati. Il Roma a sua volta ha contestato le «inutili» e «dispendiose» indagini svolte dalla Gdf, perché i rapporti commerciali tra le società editoriali sarebbero assolutamente «normali». Accusando anzi «un’ulteriore macroscopica evidenza della grave situazione di illegittimità della Presidenza del Consiglio». Lo stesso teorema espresso da Bocchino in un programma tv, per cui Palazzo Chigi avrebbe «deciso di bloccare i contributi pubblici di cui ha diritto Il Roma», perché si fa di tutto «per mettere in difficoltà tutti i giornali che non si allineano». Solito fumus persecutionis, quando invece, per la Guardia di finanza, dietro gli intrecci tra società e contributi pubblici, non c’è fumo, ma parecchio arrosto.




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