lunedì 4 aprile 2011

Diplomi nulli dopo dieci anni: in 150 si risvegliano «immaturi», come nel film

Corriere della sera


I titoli rilasciati da una serie di istituti privati dichiarati invalidi da una sentenza del Tribunale



PALERMO - Ricorda la trama di «Immaturi», film di successo in queste settimane sul grande schermo, ma per i malcapitati si tratta della dura realtà. Dopo dieci anni, almeno 150 persone si sono viste annullato il proprio esame di maturità. Il titolo è stato dichiarato invalido da una sentenza della terza sezione del Tribunale di Palermo che ha inflitto 43 anni complessivi di condanne a presidi e impiegati di istituti privati che distribuivano titoli falsi.

Tra le scuole finite nel mirino degli investigatori anche la Oriani, il Verga, il Colombo. Un verdetto questo che ha provocato caos in chi si è fidato di queste strutture e si ritrova adesso, magari anche fuori dalla Sicilia, con un diploma senza valore su cui magari si è costruito il proprio presente, un lavoro e anche una famiglia. Adesso è tutto da rifare.

In queste giornate molti dei truffati si sono rivolti agli uffici del provveditorato in viale Praga, a Palermo. «A chi è venuto a chiederci un consiglio», dice il direttore dell'ufficio provinciale scolastico Rosario Leone, «abbiamo detto di rivolgersi ad un istituto statale e presentarsi da esterni: in questo modo si viene presi in carico da un consiglio di classe che dota lo studente esterno dei programmi da presentare all'esame e fa una sorta di pre-esame che costituisce credito per gli Esami di Stato». Sui controlli per stanare questo tipo di strutture, finite nel mirino della giustizia, Leone ribadisce: «È un'operazione non semplice. Noi controlliamo sempre i diplomi rilasciati e stiamo attentissimi a questi meccanismi di non facile identificazione. E' opportuno dire», conclude Leone, «che in questo caso la segnalazione è partita proprio dai nostri uffici».


Il trailer del film


Fonte Italpress
04 aprile 2011




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Alla ricerca dei resti di Monna Lisa Ma per uno studioso è in discarica

Corriere della sera


Gli studiosi cercheranno a Firenze nell’ex convento di Sant’Orsola. Ma quanto sarebbe arrivato fino ai nostri giorni della sepoltura di Lisa Gherardini potrebbe esser portato in una discarica



FIRENZE - Partirà ufficialmente martedì una campagna di ricerca che per la prima volta mira a trovare la tomba, e possibilmente i resti, della modella che ispirò Leonardo da Vinci per la Gioconda, il dipinto del Louvre. Gli studiosi cercheranno a Firenze nell’ex convento di Sant’Orsola dove Monna Lisa Gherardini, moglie del mercante Francesco Del Giocondo, divenuta vedova, si ritirò nell’ultimo periodo della sua vita morendovi poi il 15 luglio 1542, a 63 anni. Domani un gruppo di studiosi riuniti nel Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici culturali e ambientali, che ha sede a Roma, annuncerà in Palazzo Medici Riccardi, sede della Provincia di Firenze, l’ente proprietario dell’ex convento, il progetto per trovare le tracce di Lisa Gherardini. Cavità naturali, che forse ospitarono un sepolcreto ai margini del chiostro, sarebbero i primi obiettivi della ricerca all’interno della struttura ex religiosa.

Tuttavia, la campagna sulle tracce di Monna Lisa potrebbe risultare vana se fosse vera l’ipotesi teorizzata da un giornalista inglese pubblicata su quotidiano online di Liverpool. Secondo le sue ricostruzioni, quanto sarebbe arrivato fino ai nostri giorni della sepoltura di Lisa Gherardini potrebbe esser stato scavato e portato via con materiali inerti in una discarica vicino a Firenze durante gli anni ’80. Sarebbe successo in concomitanza con pesanti lavori di ristrutturazione dell’ex convento, che all’epoca era di proprietà demaniale e che sembrava destinato a ospitare una caserma tanto che fu scavato un posteggio sotterraneo più o meno in corrispondenza di un chiostro. La discarica potrebbe essere quella di Case Passerini. Un’ipotesi suffragata da alcuni tecnici fiorentini: «Tutto quello che resta di Sant’Orsola sono le mura esterne e qualche arco del XIV secolo», dice uno di loro. Ad ogni modo Lisa Gherardini è la vera Gioconda del quadro di Leonardo secondo la tradizione impostata da Giorgio Vasari (1511-1574) nelle sue biografie dei grandi artisti. E un documento che attesta il giorno della morte e la sepoltura di Lisa in Sant’Orsola è custodito da secoli nell’archivio della basilica di San Lorenzo. «Donna fu di Francesco del Giocondo. Morì addì 15 di luglio 1542, sotterrossi in S.Orsola tolse tutto il capitolo», c’è scritto nel registro parrocchiale.

Un atto scoperto per la prima volta, nel 2007, dallo studioso fiorentino Giuseppe Pallanti che lo individuò al culmine di ricerche specifiche negli archivi storici di Firenze e dedicate a ricostruire la biografia di questa donna, che è esistita realmente nella Firenze rinascimentale. «Per come si annuncia considero questa ricerca la prosecuzione naturale del mio lavoro di studio e di analisi dei documenti di archivio - ha commentato il professor Giuseppe Pallanti, autore di pubblicazioni in Italia e all’estero sulla biografia di Lisa Gherardini Del Giocondo -. Documenti da me scoperti che mi hanno permesso di rendere ’verà questa figura di donna di cui ci parlò per la prima volta Vasari, che gli fu contemporaneo». È certo che fino all’età napoleonica era abitudine seppellire i morti anche dentro chiese e conventi. Sant’Orsola, infatti, rimase luogo religioso dal ’300 fino al 1810 quando fu trasformato in una manifattura per tabacchi; poi negli anni ’40 e ’50 del ’900 ospitò sfollati di guerra e aule universitarie finchè è decaduto a pieno abbandono e degrado.


04 aprile 2011





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Il primo libro stampato in Italia? È a Napoli e presto nessuno potrà vederlo

Corriere del Mezzogiorno

 

Il «De civitate Dei» di Sant'Agostino realizzato nel 1465 è secondo solo alla Bibbia di Gutenberg.

Si trova nella Biblioteca di Storia Patria che rischia di chiudere

 

NAPOLI - Il primo libro stampato in Italia? È conservato a Napoli ed è il «De civitate Dei» di Sant'Agostino, realizzato nel 1465, a Subiaco, da due chierici tedeschi, i famosi prototipografi Sweynheym e Pannartz.
Allora perché (tranne pochi addetti ai lavori) nessuno lo ha mai visto? Perché non è esposto in una teca illuminata h24 per accedere alla visione della quale si deve pagare anche un bel biglietto (così da fare cassa per quelle sempre vuote dei beni culturali)? E, soprattutto, perché tra un po' neanche gli studiosi potranno prenderne visione?

 

LA SOCIETA' CHE RISCHIA ANCORA - Perché il prezioso incunabolo è conservato nella Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, in una delle torri di Castel Nuovo, che, in tempi ordinari non ha la sorveglianza necessaria per predisporre mostre né personale sufficiente per portare a termine l'indispensabile catalogazione. Ma questi non sono tempi ordinari per la gloriosa deputazione napoletana che, nonostante il secondo posto nel sondaggio «Abbracciamo la cultura» (quasi ventimila voti nell'iniziativa di Legambiente e Corriere) e una capillare campagna di sensibilizzazione, ha appena incassato due secchi «no» alla richiesta di fondi fondamentali per la sua sopravvivenza. «Il nostro debito non è clamoroso - dice la presidente della Società, la storica Renata De Lorenzo - si tratta di circa centocinquantamila euro. Abbiamo chiesto sostegno all’Unione industriali e all’Ufficio cultura del Banco di Napoli (nel cui caveau è collocata la collezione numismatica) ma le risposte sono state entrambe negative. Non riesco a fare alcun commento».

 

IL FRATELLO MINORE DELLA BIBBIA DI GUTENBERG - Così rimane a rischio anche il prezioso incunabolo del «De civitate Dei» di Sant'Agostino, secondo solo alla famosa Bibbia latina detta « delle 42 linee» (in latino), realizzata da Gutenberg a Magonza nel 1456 circa. Da lì la tecnica del torchio e dei caratteri mobili si diffuse rapidamente anche in Italia dove la prima bottega tipografica italiana nacque a Subiaco nel 1465, dove Sweynheym e Pannartz, stamparono, insieme al «DE civitate dei» altri due incunaboli in latino, il «De oratore di Cicerone» e le «Opere» di Lattanzio.

 

 

UN CONVEGNO PER RIPARTIRE - Ma la Società non si lascia irretire e coglie l'occasione del centocinquantenario dell'Unità d'Italia cui è strutturalmente legata - cos'altro è la Storia Patria se non quella che si celebra quest'anno - per rilanciare con un convegno (lunedì e martedì a Castel Nuovo) dal titolo «Materiali per costruire il paese: Documenti, monumenti, istituzioni nella Napoli postunitaria». Organizzato insieme con il dipartimento di Discipline Storiche dell’Università degli Studi di Napoli «Federico II» e dalla Facoltà di Lettere e Filosofia della Seconda Università degli Studi di Napoli «il convegno è ispirato dalla convinzione del ruolo costruttivo dell’erudizione per coniugare insieme memoria locale e nazionale». Ma la memoria prima di essere salvata deve essere costruita.
E se a Napoli abbiamo «totem» della cultura mondiale come questo «De civitate Dei», mettiamoli in mostra, fotografiamoli, sfogliamoli, coccoliamoli come fossero feticci capaci anche di generare patrimoni. E lo sono. Ma se un candidato al Comune di Napoli adottasse un libro e, invece di farsi fotografare con questo e quello, si lasciasse immortalare con questi che immortali lo sono davvero?

Natascia Festa


04 aprile 2011

Napoli, ragazzino fotografa un «Ufo» «Pensavo fosse un aereo di Gheddafi»

I nazisti volevano uccidere i nemici anche con sigarette e cioccolato

l piano prevedeva l'uso di sofisticati veleni da usare
per compiere delitti mirati




MILANO - Caffè, cioccolato, salsicce e persino sigarette avvelenate: questo il piano dei nazisti per uccidere le truppe alleate che stavano liberando l’Europa. A rivelare l’inquietante disegno sono stati 180 documenti dell’MI5 (agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito) finora secretati e resi noti per la prima volta domenica, nei quali sono contenuti gli interrogatori di quattro agenti tedeschi, fra cui una donna, inviati in missione ad Ayon, in Francia, nel marzo del 1945, due mesi prima della fine della guerra. Stando ai loro racconti, i servizi segreti nazisti stavano pianificando operazioni di guerra nelle nazioni degli Alleati che comportavano omicidi mirati di generali nemici, grazie all’utilizzo di agenti donne dotate di microbi nascosti negli specchietti delle borse, e il ricorso a sostanze velenose come le sigarette che inducevano il mal di testa e i tubetti di aspirina avvelenati: la combinazione di questi due preparati (prima veniva offerta la sigaretta «modificata» e subito dopo l’aspirina per togliere il mal di testa scatenato) sostituiva le classiche e letali fiale di cianuro e portava alla morte del soggetto nel giro di dieci minuti.

ARMI CHIMICHE - Sebbene il piano sia stato definito «fantasioso» anche da uno degli agenti catturati, Anna Marguerite Prelogar, si è scoperto che era stato appositamente ideato per i potenziali obiettivi alleati che viaggiavano in treno. E i documenti resi pubblici aprono uno squarcio pure sulle prime armi chimiche usate durante la guerra, visto che, secondo quanto si legge sul rapporto, gli agenti nazisti avevano in dotazione una speciale polverina bianca, fatta di polvere di vetro avvelenata, «che doveva essere messa su maniglie, libri e tavoli e causare la morte di coloro che vi entravano in contatto», oltre ad una pallina marrone di 1 mm di diametro che doveva essere piazzata sui posa-ceneri e che, a contatto con il fumo di sigaro o di sigarette, «sprigionava una sostanza tossica in grado di uccidere chiunque fosse nelle vicinanze». Ma anche i cibi come lo zucchero, il caffè o il cioccolato erano diventati obiettivi sensibili: la conferma arriva da un documento tedesco intercettato nell’ottobre del 1944 e bollato come «segreto di stato» che discuteva la possibilità «di aggiungere del veleno a delle bottiglie di liquore» e dove si leggeva della richiesta da parte di un membro delle SS «di un metodo semplice per avvelenare queste sostanze».

VELENO NEI CIBI - Sempre lo stesso dispaccio parlava anche di «un accumulo di potente veleno che poteva essere iniettato in cibi come le salsicce grazie all’uso di siringhe». «Le storie raccontate dagli agenti possono sembrare frutto di fantasie – si legge nel rapporto, di cui il Daily Telegraph offre ampi stralci – e può anche essere che gli agenti le abbiano concertate insieme per renderle più interessanti e credibili. D’altro canto, però, tutti hanno descritto questi veleni spontaneamente». Ma il rischio dell’avvelenamento alimentare sembrava essere ben presente fra i capi Alleati: non a caso Lord Rothschild, allora capo del controspionaggio inglese, mandò ad analizzare una scatola di Nescafè sequestrata alle truppe tedesche per capire se contenesse veleno e chiese agli esperti un rapporto completo sull’utilizzo dell’arsenico per avvelenare pane e dolci. Per tutta risposta, l’MI5 proibì ai soldati inglesi «di mangiare cibo tedesco o di fumare sigarette, pena sanzioni severe». «Oggi è facile considerare questi metodi perlomeno inverosimili – ha spiegato al Daily Mail il professor Christopher Andrew, lo storico che si è occupato della pubblicazione dei file secretati – ma a quei tempi era ragionevole pensare che, dopo la vittoria alleata, sarebbe rimasto un pericoloso sottobosco nazista che avrebbe continuato la sua guerra segreta».


Simona Marchetti
04 aprile 2011





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Come laurearsi in otto mesi: tutto (o quasi) regolare

Corriere della sera

 

Sconti, bonus, agevolazioni, facilitazioni, convenzioni: le ombre del sistema universitario italiano

Università: la videoinchiesta
di Antonio Crispino

MILANO - L'università ha messo i saldi, chi può ne approfitta. E non si tratta soltanto di sconti economici. Vi piacerebbe un'università senza libri, con professori accondiscendenti, domande a piacere, tesi di laurea già confezionate su misura o magari prepararvi con la stessa persona che vi interrogherà all'esame? Oggi tutto questo si può. In Italia. Solo in Italia. E ciò che più sconforta è che è tutto regolare. O quasi.
Dopo la nostra inchiesta sul diplomificio campano (un diploma di ragioniere in poco più di 24 ore) e lo scandalo della compravendita delle tesi di laurea (dalle 300 ai 2000 euro per una tesi di laurea già pronta), sul nostro sito sono piovute valanghe di segnalazioni di malcostumi più o meno eclatanti per abbreviare o facilitare il corso di studi.

 

 

LE LAUREE - Esperienze ai limiti dell'incredibile come chi racconta di lauree conseguite in appena otto mesi o promozioni di ragazzi cacciati in precedenza ripetutamente da più di un istituto. Così, se c'è chi suda le proverbiali sette camicie per superare un esame dall'altra parte esiste chi riesce a passare lo stesso esame senza toccare un libro e con voti da premio Nobel. Tutto questo grazie a un sistema di sconti, bonus, agevolazioni, facilitazioni, convenzioni che gettano più di un'ombra sulla qualità del sistema universitario italiano.

 

E chi crede che poi sarà il mercato del lavoro a fare la differenza o a esercitare una selezione naturale, si sbaglia. Come dimostra la storia di un nostro lettore, laureato alla Sapienza di Roma, superato a un concorso da chi gli ha confessato di aver preso una laurea privata "in saldi", prima e meglio. Il padre ha provato a descrivere la delusione e l'amarezza del figlio in una mail arrivata in redazione. Alla quale abbiamo chiesto un commento al rettore di una delle Università italiane più prestigiose, la Ca' Foscari di Venezia.

 

Antonio Crispino
01 aprile 2011(ultima modifica: 04 aprile 2011)

Garibaldi in camicia nera icona del fascismo di Salò



Non solo le brigate di partigiani comunisti. Negli anni della Guerra civile si ispiravano al condottiero anche i repubblicani ancora fedeli a Mussolini



 
Se persino un parlamentare non sa più chi sia stato l’Eroe dei Due Mondi e attribuisce il suo appellativo al fatto che avrebbe unito il Nord e il Sud d’Italia, c’è da dedurne che Garibaldi sia diventato un illustre sconosciuto.

Eppure, per un secolo e più, nessun altro uomo pubblico dell’Italia contemporanea ha goduto di una popolarità altrettanto vasta e duratura. Non c’è angolo del nostro Paese che non abbia una piazza, una via o, quanto meno, una casa a sua imperitura memoria. Dire che sia stato, anche in morte, assai popolare è dir poco. L’eccezionalità delle imprese compiute, la fama di eroe generoso così diverso, quasi alternativo al politico convenzionale, la sua dedizione senza riserve alla causa della patria avevano imposto stabilmente il suo nome nel pantheon della vita pubblica nazionale. Il suo nome è stato talmente una garanzia di probità, dedizione, generosità e coraggio inimitabili che non c’è stata praticamente forza politica (eccezion fatta per i cattolici) che non abbia cercato di appropriarsi della sua figura, debitamente ritagliandola su di sé, in modo da avvantaggiarsi dell’alone di popolarità e di credibilità che questo «santo laico, simbolo dell’unità italiana», assicurava. Con un esito insieme paradossale e unico.

L’icona Garibaldi è stata piegata ad ogni uso politico, di regola anche di segno opposto. È servita indifferentemente alla sinistra e alla destra, ai repubblicani e ai monarchici, ai socialisti e ai moderati, ai fascisti e agli antifascisti: tutti impegnati a strattonare via dalle mani degli avversari il mito del Generale.

La fortuna dell’icona di Garibaldi è cosa nota e debitamente analizzata dagli studiosi. Mancava, invece, sino ad ora uno studio che disvelasse l’uso politico fattone dal fascismo nella sua fase insieme eroica e terminale: al tempo, cioè, della Repubblica di Salò. Riempie questo vuoto un agile ma denso volume di Elena Pala, Garibaldi in camicia nera. Il mito dell’Eroe dei Due Mondi nella Repubblica di Salò 1943-1945 (Mursia, pagg. 137, euro 14) in cui il testo si avvale di una ricca e accurata scelta di materiale iconografico coevo inedito.

Andò in scena anche nei Seicento giorni di Salò un Garibaldi in camicia rossa (icona delle famose Brigate partigiane di fede comunista e, a fine guerra, del Fronte popolare socialcomunista) e un Garibaldi in camicia nera. Una volta ancora, non si realizzò solo uno sdoppiamento del mito dell’Eroe dei Due Mondi tra destra e sinistra, ma addirittura una sua divaricazione all’interno dello stesso campo del fascismo repubblicano, con un Garibaldi ripescato dalla tradizione monarchica e riverniciato da repubblicano, ma sempre in linea di continuità con l’icona ufficiale costruita dal regime liberale a suggello del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, e un Garibaldi affrancato dalla tutela dell’Italietta liberale per esaltare il fascismo degli irriducibili risorto sulle sponde del Lago di Garda, incaricato di compiere «la missione storica dell’Italia».

Il Generale reinventa, per l’ennesima volta, la propria immagine: da eroe dell’Italia risorgimentale diventa il duce di un’indomita pattuglia di «puri e duri» disposti anche a morire pur di tenere alta la bandiera dell’Onore contro gli invasori e i traditori. Da figura capace di unificare nella sua persona l’intera nazione a difensore degli umili e degli oppressi contro la borghesia plutocratica. Da icona di una Patria concorde a «campione dell’idea repubblicana, fautore di una rivoluzione sociale, capace di ogni azione eroica», anche se votata alla sconfitta, pur di testimoniare la fede inconcussa nella causa nazionale.

Fu forse questa ultima, estrema manipolazione del suo mito, cui poco dopo farà pendant l’opposta sua appropriazione da parte della sinistra nel corso di una sfida elettorale del 1948 condotta alla stregua di uno scontro di civiltà, che comprometterà definitivamente la carica di fascinazione della figura dell’Esule di Caprera, ormai prigioniero e vittima di un uso politico troppo spregiudicato per non comprometterne la credibilità e la stessa sua spendibilità politica.



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La Cia lancia l'allarme: le rivolte manovrate da integralisti islamici



Dalla Libia all'Egitto, ma anche nello Yemen e in Siria il rischio infiltrazione di estremisti islamici è molto serio



 

I rapporti degli agenti del­la Cia e del Sas inviati in Cire­naica per capire chi sono in realtà i ribelli anti-Gheddafi non sono stati del tutto rassi­curanti, tanto da indurre l'ammiraglio Stavridis, co­mandante della Nato, a parla­re di «odore di jihadisti». Nel­le file dell'insurrezione, svol­gono infatti un ruolo sempre maggiore i membri del 'Mo­vimento islamico libico', un' organizzazione basata a Der­na che ha inviato decine di volontari a combattere con­tro gli americani in Irak e in Afghanistan e che adesso for­nisce alla rivoluzione un co­mandante vicino ad Al Qai­da, Abdul Al Hasadi, e i pochi quadri con esperienza di guerra. Al fronte sono stati in­dividuati anche alcuni mem­bri dell'Hezbollah, arrivati dal Libano per aiutare i fratel­li libici. Questo non significa che i fondamentalisti abbia­no un ruolo dominante nel Comitato nazionale di Ben­gasi, frettolosamente ricono­sciuto dalla Francia come nuovo governo libico, ma ha certamente influito sulla de­cisione degli Stati Uniti di non rifornire (almeno alla lu­ce del sole) gli insorti di mate­riale bellico.

Se in Libia la minaccia fon­damentalista è ancora in nu­ce, in Tunisia e in Egitto sta già prendendo forma concre­ta. Le migliaia di islamisti rila­sciati dalle carceri dopo l'ab­b­attimento di Ben Ali e di Mu­barak si sono organizzati molto in fretta e hanno già as­sunto, in collaborazione con i dissidenti rientrati dall'este­ro, un ruolo importante nella caotica battaglia politica in corso. In entrambi i Paesi es­si hanno sposato - con poche eccezioni - la causa della de­mocrazia, riconoscendo i di­ritti delle donne e rinuncian­do alla violenza. Al Cairo, per esempio, l'appoggio dei Fra­telli Musulmani è stato deter­minante per l'approvazione delle riforme costituzionali che aprono la strada a nuove elezioni (ma che mantengo­no il principio che la sharia è la principale fonte di ispira­zione delle leggi).

Molti osser­vatori, tuttavia, nutrono il so­spetto che queste posizioni siano esclusivamente tatti­che, nel senso che gli islami­sti, vista la debolezza e la di­sorganizzazione degli avver­sari, si sono convinti di pote­re arrivare al potere attraver­so le urne. Una volta legitti­mati dagli elettori, potranno sempre cambiare idea. Una prova di questa doppiezza potrebbe essere il loro com­portamento sul piano socia­le e religioso: in Egitto, per esempio, hanno già rilancia­to la guerra contro i copti, e stanno dando crescenti se­gni di insofferenza verso i co­stumi relativamente liberi del Paese. Zomor, uno dei lo­ro leader che ha appena scon­tato 27 anni di galera per la partecipazione all'assassi­nio di Sadat, ha espresso in una intervista al New York Ti­mes la certezza che, quando gli egiziani potranno final­mente votare liberamente, manderanno al potere i Fra­telli Musulmani. Perfino un sito vicinissimo ad Al Qaida si è messo ad inneggiare alla democrazia.

La situazione più delicata per l'Occidente è quella ye­menita: nessuno ama il presi­dente Saleh, al potere da 32 anni, ormai contestato da buona parte della popolazio­n­e e responsabile di una poli­tica di repressione ancora più spietata di quella di Ghed­dafi. Ma egli è anche un pre­zioso, se non addirittura inso­stituibile alleato contro Al Qaida nella penisola araba, la componente più pericolo­sa della galassia di Bin La­den, responsabile di molti at­­tentati, che avrebbe tutto da guadagnare dalla sua cadu­ta.

Forse ancor più dei vantag­gi che le rivolte arabe potreb­bero portare allo sceicco del terrore, preoccupano le rica­dute favorevoli all'Iran, dove per ora non si muove foglia: gli ayatollah esultano per la scomparsa di un vecchio ne­mico come Mubarak, punta­no sulla caduta dell'emiro del Bahrein ad opera della maggioranza sciita e si com­piacciono che la loro corsa al­la bomba atomica sia passa­ta in secondo piano. Washin­gton, cioè, guarda sempre più agli sviluppi del Medio Oriente 'attraverso la lente persiana'. Questo porta a una visione tutta particolare del problema Siria, dove il re­gime è sì alleato con Tehe­ran, Hezbollah e Hamas, ma è anche un acerrimo nemico dei fondamentalisti. Dopo un iniziale incoraggiamento alla rivolta, l'amministrazio­ne Obama si è perciò fatta più cauta, per paura che al lai­co Assad subentri un gover­no di fanatici. In conclusio­ne, è presto per dire se, a con­clusione della rivolta della piazza araba, il mondo isla­mico sarà diventato più osti­le nei nostri confronti: per for­tuna, anche coloro che lo ave­vano accolto con entusia­smo hanno cominciato ad al­zare la guardia.



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Di Pietro senza freni: Berlusconi? Prima fuggivano ad Hammamet...



Sulle pagine de L'Unità Di Pietro lancia pesanti attacchi verbali contro il Pdl e il Guardasigilli. Poi minaccia: "Se il Pdl scenderà in piazza sarà bersagliato di monetine". Su Berlusconi: "Un tempo i politici si rifugiavano ad Hammamet, ora lo fanno in Parlamento". Duro anche Bersani su Repbblica nei confronti del ministro Alfano: "E' impastato di arroganza e di servilismo"  


 

Fuoco incrociato contro il Pdl e contro il Guardasigilli. Il tema dello scontro è la giustizia e i colpi provengono da quotidiani non certo amici. A sparare dalle colonne de L'Unità inizia il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, seguito poi da Bersani, che lo fa dalle pagine di Repubblica. Le posizioni dei due leader, e anche le espressioni verbali, sembrano colliimare sempre più. Il segretario del partito democratico apostrofa in questo modo il ministro della Giustizia Alfano: "Impastato di arroganza e servilismo" che "tradisce il suo mestiere e ha uno stile sartoriale perché adatta sempre i suoi provvedimenti ai voleri del capo". Ma l'onorevole Di Pietro riesce a fare di più. Ed evocando i vecchi spettri craxiani, minaccia: se il Pdl andrà in piazza a sostenere la riforma della giustizia finirà bersagliato dai lanci di monetine. Chi meglio di lui potrebbe lanciare questa profezia...Poi, l'ex pm lancia il guanto di sfida al Guardasigilli: "Il ministro Alfano vuole andare in piazza? Lo sfido, ci vada pure. Se escono dalla piazza mediatica, che controllano, e vanno in quella vera, il popolo li prende a monetine", ha sottolineato Di Pietro per il quale se la riforma della giustizia riuscisse a proseguire "visto che non hanno una maggioranza qualificata", dei due terzi, necessaria per le riforme costituzionali "si arriverà al referendum costituzionale e lì ci divertiamo. Saranno gli elettori a dire chi ha ragione".

Non poteva mancare poi il consueto attacco a Berlusconi, definito "un venditore di tappeti". Inoltre Di Pietro aggiunge: "Ai tempi di Mani Pulite c’era chi confessava e chi fuggiva ad Hammamet. Lui si è inventato la "terza via": andare in Parlamento e fare le leggi per bloccare i processi". Su come dare la spallata al governo Bersani e Di Pietro hanno però posizioni divergenti. Per il leader democratico si deve andare subito al voto, mentre per il leader di Idv la strada non è quella del voto anticipato: "Sarei felicissimo ma non vedo le condizioni" perché "questo Parlamento non sfiducerà mai" Berlusconi. Allora "l’unica possibilità per le opposizioni è puntare sui referendum" di giugno. "Questo - prosegue - è un Parlamento che ha un altissimo tasso di concentrazione di persone con problemi giudiziari, l’11%. Neppure in un campo rom ci sono percentuali del genere. Lì ci stanno bambini, donne. Non si arriva a certe percentuali. E poi chi sta in Parlamento ha l’aggravante".





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Il sogno inconfessabile della Bindi: Palazzo Chigi

di Laura Cesaretti



Dalla maglietta anti Cav al compleanno con Prodi: Rosy cerca consensi fuori e dentro al Pd. Gli ex Ds la boicottano. Con D'Alema lite sull'Aventino. Veltroni: "Quella cerca solo visibilità"



Roma L’operazione «Bindi for president» viene da lontano, e ha un (involontario) sponsor d’eccezione: Silvio Berlusconi.
È stata quella battutaccia in diretta tv del premier («Più bella che intelligente») e la pronta risposta della Bindi («Non sono a sua disposizione») a far fare, nell’autunno del 2009, un salto di qualità alla popolarità di Rosy. La quale da allora, entusiasmata dagli applausi che raccoglie ogni volta che fa capolino su una piazza anti-Cav (e la presidente del Pd è una vera stakanovista della piazza), ha iniziato a pensare in grande. E a lavorare sottotraccia per concorrere alla futura gara per la premiership. Non a caso è stata subito messa nel mirino da altri due aspiranti: Matteo Renzi, che la ha bollata come «vecchia» ricordando che sta in Parlamento dai tempi di Andreotti e Forlani; e Nichi Vendola, che la ha candidata pubblicamente (bruciandola).

L’ascesa della Bindi ha subìto una pesante frenata la settimana scorsa, quando la presidente del Pd si è trovata a perorare la causa dell’«Aventino» («Partecipare alle sedute è inutile») proprio mentre la squadra di opposizione infilava una serie imprevista di brillanti vittorie parlamentari, mettendo all’angolo il centrodestra. I suoi compagni di partito, che non la amano (e le contestano il «doppio incarico» di presidente Pd e di vicepresidente della Camera) gliene hanno dette di tutti i colori: «Quella cerca sempre e solo visibilità», è sbottato Veltroni. Rosy aveva appena cercato davanti alle telecamere la lite con D’Alema, in aula: con l’idea che in serata la scenetta sarebbe passata su tutti i tg e che i telespettatori antiberlusconiani si sarebbero entusiasmati per lei, eroina dell’opposizione dura e intransigente, costretta a combattere con l’accidia dei suoi fiacchi compagni «inciucisti».

Invece quella sera a rubarle la scena ci ha pensato un ministro La Russa più su di giri di lei, e il giorno dopo il Pd anti-Aventino ha messo a tappeto gli amici del Cavaliere. A Rosy non è rimasto che fare retromarcia.

Un incidente antipatico, che fa dire ad un suo amico ex Ppi che «in questi giorni Rosy è stata piallata: gli ex Ds le hanno fatto capire che chi non viene dal loro partito non deve azzardarsi a mirare troppo in alto. Figuriamoci a fare il candidato premier». E dire che era appena uscita l’intervista a Vanity Fair in cui la Bindi iniziava a costruire il suo profilo extra-politico da candidata, con tanto di confessione sui suoi «tre fidanzati». Una nuova tappa di quel lancio della candidatura che avrebbe dovuto decollare il 12 febbraio scorso.

Quel giorno Rosy ha festeggiato il suo sessantesimo compleanno, e per l’occasione ha organizzato una festa nella sua Sinalunga, invitando tutto il Gotha Pd. A cominciare dal padre della patria ulivista, Romano Prodi. E, com’è come non è, da quel party («Uno dei più tristi della storia, ti dico solo che è cominciato con una messa in suffragio di Bachelet ed è finito con la Bindi e Bersani che cantavano “Siamo la coppia più bella del mondo”», confida un dirigente di primo piano costretto a partecipare per ragioni diplomatiche) trapelò la Grande Investitura.

O almeno quella che così venne raccontata. Al momento dei brindisi, tra un bicchiere e l’altro di rosso di Montalcino, Prodi buttò lì la battuta: «Tutto il potere a Rosy, perché non fai tu il premier?».
Una classica indiscrezione pilotata, spiegano nel Pd gli anti-Bindi, che serviva a dimostrare che un’eventuale candidatura avrebbe avuto nientemeno che l’imprimatur di Prodi. Il quale, raccontano, in verità non nutre particolari simpatie per la sua ex ministra, che conosce dai tempi in cui navigavano entrambi le opache acque del vecchio potere Dc; e che oltretutto nel 2007 gli si candidò contro alle primarie. La sua dunque era una battuta, e quando la cosa finì sui giornali lui si tirò indietro freddamente, seccato: «Non partecipo al totopotere».
E forse la perfida parolina («potere») non la ha detta a caso il Professore, che della materia si intende.

Come Rosy, politica navigata e spesso meno moralista di quel che appare: come quando, in quelle famose primarie, ottenne un boom di preferenze in Calabria, battendo pure Prodi, grazie ad una spregiudicata alleanza con il chiacchieratissimo governatore, l’ex Dc Agazio Lojero. O come quando in Campania strinse un patto congressuale di ferro con Angelo Montemarano, potente assessore alla Sanità e anello di congiunzione tra il potere di De Mita e quello di Bassolino, e ne sponsorizzò la candidatura alle Europee. Pecunia non olet, diceva Vespasiano: i voti neppure.




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Gianfranco e Pierferdy, i buonisti che volevano sparare agli scafisti

di Stefano Zurlo


Tempo fa i leader del Terzo polo invocavano l’uso delle armi contro i barconi Ma oggi, pur di attaccare il governo, si travestono da paladini della solidarietà


Oggi le loro parole sono uno slalom: una corsa a infilare una dopo l’altra le porte della solidarietà e insieme della legalità. Oggi sono maestri del distinguo. Della sfumatura. Soprattutto, della critica al governo e in particolare alla Lega. Allora, dieci anni fa o poco più, usavano toni ruvidi, non amavano il politically correct, portavano a galla quel che sentiva la pancia dell’Italia profonda. Allora, davanti all’ennesima emergenza migratoria, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini non disdegnavano concetti che anche la Lega frequenta con disagio. Allora - era il 21 settembre ’99 - le agenzie di stampa registrarono nelle stesse ore le dichiarazioni choc dei due leader.
Casini: «Con gli scafisti che scaricano sulle coste italiane centinaia di immigrati clandestini, siamo in guerra. Oggi si deve poter sparare».
E Fini, solo un filo più cauto: «In certe situazioni può essere giusto mettere le forze dell’ordine in condizione di impiegare le armi, come del resto avviene già oggi».
Dodici anni fa, ma sembra un’altra era geologica, Fini e Casini non si preoccupavano di puntare le nostre mitragliatrici contro i barconi. Altro che Bossi e il suo «fora di ball». Altro che la Lega e il suo motto scandito dal ministro Roberto Calderoli: «Chi vuole i clandestini se li prenda e li ospiti a casa sua».
Casini non aveva il minimo dubbio. «Con gli scafisti - ripeteva - non servono le buone maniere, oggi si deve poter sparare». Tanto che l’allora premier Massimo D’Alema, allarmato da questa deriva muscolare, reagì attaccandolo: «Sparare contro chi fugge? È sconcertante. Loro sono i cristiano democratici? Sparare alla gente non mi sembra né cristiano né democratico». Più o meno lo stesso pensiero di Rosa Russo Iervolino, allora all’Interno: «Penso che sia possibile, e più civile, catturare chi fa il mestiere turpe dello scafista senza sparargli addosso».
Oggi Fini e Casini stanno idealmente con D’Alema e la Iervolino. Le armi le hanno buttate in mare, predicano la solidarietà, incolpano di tutto il governo e in prima battuta la Lega. Casini punta il dito ma non indossa più la stella da sceriffo: «Chi si era illuso che con la Lega al governo i clandestini non sarebbero arrivati si sbagliava. Con la demagogia, le chiacchiere e le baggianate come le ronde ci troveremo sempre più clandestini. Ad un esodo biblico si risponde con provvedimenti straordinari».
Quali? «Accogliere i rifugiati e rimandare a casa i clandestini, non ci sono alternative», che poi è quello che più o meno vogliono tutti. I proiettili per i mercanti di morte però non ci sono più.
Ora il leader dell’Udc è armato solo di buoni sentimenti e di fermi propositi. Come Fini. Che fa impeccabilmente sfoggio del suo aplomb istituzionale. «Chi dice che gli stranieri sono diversi - afferma il Presidente della Camera incontrando un gruppo di ragazzi stranieri - è uno stronzo». Senza giri di parole. Comunque, non si sa mai, Fini lo ribadisce: «C’è qualche stronzo che dice qualche parola di troppo? Se qualcuno pensa che siete diversi, qualche parolaccia se la merita. Voi la pensate e io la dico».
Oggi il presidente della Camera è ecumenico, trasversale, terzomondista. Tanto da provocare la reazione di Calderoli: «Fini ha perfettamente ragione a dire che è stronzo chi dice che lo straniero è diverso. Ma è altrettanto stronzo chi illude gli immigrati».

Oggi Fini si è aggiornato, abbeverandosi all’acqua del solidarismo distribuita da vari pensatoi di ultima generazione, qua e là per l’Europa. E scrive: «Bisogna ascoltare le richieste di coloro che bussano alle porte». Affermazione incompatibile con le pallottole per fermare i clandestini. Anche se poi, prudente, frena: «Molte delle restrizioni sono oggettivamente giustificate e giustificabili». Il pensiero è elastico, ma, come dice il sindaco di Firenze Matteo Renzi, Gianfranco Fini dev’essere il gemello di quell’altro che dieci anni fa, e anche meno, si appoggiava a immagini bellicose. E predicava il contrario di quel che oggi insegna dal suo scranno di Presidente.




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Quel vortice di soldi tra i paradisi fiscali e Botteghe oscure

di Redazione


Milano


Un fondo con una piccola partecipazione in uno degli affari più colossali del decennio scorso, l’acquisto di Telecom da parte della Pirelli di Marco Tronchetti Provera: questo è, all’inizio di questa storia, l’Oak Fund. Ma il dossier realizzato - su ordine dello stesso Tronchetti - sembra assegnare al fondo un ruolo più vasto del controllo dello 0,86 per cento di Bell, una delle società che cedono Telecom all’imprenditore milanese. É come se nello sperduto arcipelago caraibico, sul conto della società Citco, confluissero fondi e interessi decisamente più vasti. E tutti, secondo il dossier, in qualche modo riguardanti il partito e il suo dirigente Massimo D’Alema.

Nelle prime investigazioni di Cipriani, e cioè nel report numero 1 sintetizzato nel titolo «Confidential» si dà conferma della «esistenza di un fondo denominato Oak Fund. Col presente atto che si allega, si identifica il medesimo Oak nell’apposito registro delle Isole Cayman». Seguono approfondimenti sull’identificazione di questo fondo attingendo da informazioni confidenziali che indicano, fra le persone di riferimento titolate a gestirlo, una certa Shean Gay. Si dice inoltre che dietro questo fondo si trovano collegamenti con società di diritto lussemburghese, come ad esempio la «Manacor».

Il secondo «summary», denominato «Bravo», e successivo di un paio di settimane al precedente, comincia a entrare un po’ più nello specifico. Nel descrivere cos’è «The Oak Fund» si dilunga nella descrizione della fiduciaria che ne ha il controllo e la gestione. Ed è a questo punto che dopo una serie di nominativi stranieri estrapolati dalle ricerche via Cayman, (teste di legno, incaricati, prestanome) spunta fuori un nominativo italiano. Si tratta di un italiano residente a Lugano. Le prime e parziali informazioni che vengono raccolte nel report consegnato a Tavaroli lo descrivono come colui che ha il potere esclusivo di «rappresentanza» per la Iag Group, rintracciabile a Lugano, collegata alla Citco di Amsterdam a sua volta connessa a quel Citco Fund Service di George Town alle Cayman, di cui poi il famoso Oak Fund. Nel report, in sostanza, si ritaglia un ruolo di primo piano dell’italiano che personalmente dà ordini, puntualmente eseguiti lungo la filiera che sfocia in Oak Fund.

Nel terzo rapporto, chiamato «Charlie», ed in quello successivo la figura di questo italiano viene scandagliata a fondo. Si tratta, secondo gli investigatori di Telecom, di un uomo di fiducia dei Democratici di sinistra per le operazioni riservate.

Il quinto «summary» finalmente evidenzia il primo conto corrente di Oak. Il numero di C/C 1020733828 è acceso alla Bear Stearns International Bank of London. Il pool di Cipriani riesce a entrare nel conto dove, al saldo dell’11 aprile 2002, evidenzia 3milioni e 600mila euro, settantamila dollari, e - probabilmente per mantenere il conto a Londra - una sterlina. «Il gestore del rapporto - si legge nel report - è tale James Manders (l’equivalente di quel che per lo scandalo di Montecarlo era il noto James Walfenzao, ndr)», in contatto con il referente italiano attraverso un noto studio notarile di Lugano.

A febbraio 2002 il pool Tavaroli-Cipriani mette le mani sul pezzo di carta comprovante l’attualità di Oak Fund. È una sorta di «attestato di esistenza in vita» del fondo Oak che permette alla Security di Telecom, attraverso una società di copertura costituita ad hoc alle Bahamas, di provare a entrare in contatto col fondo Oak in contatto a sua volta con la Citco Cayman. Sempre a febbraio, con l’escamotage della società-pilota, Cipriani prova a effettuare un pagamento da parte di Chase Manatthan Bank di Nassau di 2mila dollari a favore di Oak.

«Viene così attivato il contatto per avere dettagli sul trasferimento ottenendo come risposta la disposizione di rivolgersi direttamente alla Citco fund service di Amsterdam». E così si fa. «Interpellata la Citco Amsterdam sulle modalità del trasferimento a favore di Oak Found, un interlocutore non meglio identificato avrebbe riferito di contattare il numero italiano, di Roma, +390667(...) consigliando di chiedere del Tesoriere del Partito o direttamente del noto personaggio («Baffino»)».

«Un interlocutore si sarebbe manifestato subito disponibile a fornire le coordinate di una banca di Roma per un trasferimento a favore del “noto” Partito: alla richiesta di affrontare il deposito a favore di Oak l’interlocutore ha riferito di dovere chiedere istruzioni ai vertici della propria struttura. Successivamente, con altri contatti, le disposizioni sono state di effettuare il pagamento presso la banca Stearns International di Londra. Spiegando che tale denominazione (del fondo Oak, ndr) sarebbe derivata dalla traduzione in inglese del simbolo del “noto” partito. Poco dopo, contattata la Stearns Bank, quest’ultima ha confermato la possibilità di addebitare la somma di 2.500 dollari al predetto numero di conto».

Nel sesto e settimo rapporto si fa un primo accenno al «documento macchiato» di Citco Nederlands, che informalmente spiega a qualcuno chi c’è dietro Oak, dove però sono cancellate le firme, il destinatario del telex e il numero di protocollo. È ben leggibile però il contenuto: viene ricordato il nome del referente italiano del fondo, e si ricorda che «it would be better to avoid showing mr. Massimo D’Alema as rapresent Il Partito del D.S. as this could cause all sort of complication».

Il rapporto decisivo per le indagini della Security di Telecom porta il numero 9: «É stata contattata Citco su Amsterdam per avere cognizione su chi, realmente, sta dietro a Oak». Dalle informazioni ricevute esce sempre il prestanome italiano, poi un certo «Rossi di Varese» e Mark Larking che sta a Cocquio Trevisago, nel Varesotto, «che ha potere di firma e gestisce conti in Lussemburgo ed è fiduciario di persone importanti». Sul punto vengono riferiti i contenuti di una telefonata (registrata) «tra la nostra compagnia (la società creata ad hoc da Cipriani alle Bahamas, ndr) e il dirigente della Citco di Amsterdam. Tra le frasi estrapolate e riportate nel report riassuntivo fra virgolette, il funzionario olandese fa presente «che Oak è un fondo a termine, dietro al quale vi sono banche, società, persone private». E ancora: «È anche possibile accennare a compagnia assicurativa Unipol di Bologna ma non deve essere accennato a M. D’A. o a esponenti del partito italiano».
GMC-LF



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Ecco l'Italia degli ipocriti scandalizzati per il "vaffa"

di Vittorio Sgarbi


Tutti si indignano per l’offesa di La Russa a Fini, ma è normale se un candidato viene "trombato" (alle urne...)



Nei giorni scorsi, soprattut­to l’altro ieri, non si potevano leg­gere i giornali. Nessuna notizia, se non il doppione predicatorio e moralistico del resoconto di quanto è accaduto alla Camera il 30 e il 31 marzo. Dopo i fatti, le (patetiche) opinioni. Tutti si so­no esercitati nel prendere le di­stanze dal ludibrio e dalla mortifi­cazione, senza precedenti (sic!), inflitta al parlamento. Perfino l'intelligente e acuto Michele Ai­nis (non dico il perduto Merlo), non ha saputo resistere. E inizia, in volgare, il suo fondo sul Corrie­re, con la frase «una roba così non era mai successa» («roba», scrive proprio «roba»). E prose­gue «il Capo dello Stato che con­voca i capigruppo al Quirinale, li mette in riga come scolaretti, gli chiede conto dei fatti e dei disfat­ti. D'altronde non era mai succes­so nemmeno il finimondo anda­to in scena negli ultimi due gior­ni: il Ministro della Difesa che manda a quel paese il Presiden­te della Camera, quella della Giu­stizia che giustizia la sua tessera scagliandola contro i banchi dell' Italia dei Valori…». Io non c'ero, e per impreviste circostanze in quei due giorni non ho letto i gior­nali e non ho visto la televisione. Dalle numerose persone che ho incontrato, mi è arrivata una fle­bile eco di questi «scandalosi av­venimenti ».

Ma quando poi, il primo aprile, ho ripreso a legge­re i giornali, verso sera, dopo aver visto una luminosa Cata­nia, non credevo alle orecchie della mia mente, nelle quali ri­suonavano gemiti e grida di indi­gnazione di tutti i più autorevoli opinionisti. Il destino mi ha fatto recupera­re anche il Merlo di giornata (uscito il 31 marzo) con il consue­to articolo contro Berlusconi, te­ma letterario, molto amato e molto frequentato dai cultori dell'ovvio, il quale senza accor­gersene mina alle radici tutte le proteste sue e dei suoi affini. Il suo articolo sul «Cavalier Laqua­lunque » si conclude nei fatti con un «vaffanculo» pudicamente mascherato.

Dopo le sue consue­te metafore gattopardesche sul­la Sicilia e sulle vane promesse di Berlusconi, novello Don Caloge­ro Sedara ( «il sogno come varian­te del sonno »), chiude: «Deve es­sere p­er questo che i miei sciagu­rati paesani lo hanno applaudito invece di mandarlo… alla deriva nel suo cargo…». Voleva eviden­temente dire «affanculo», come il suo sciagurato paesano La Rus­sa aveva detto a Fini. Qual è la dif­ferenza? Il ruolo? La sede? Un il­lustre giornalista su Repubblica può «mandare affanculo» il pre­sidente del Consiglio, e un Mini­­stro, già fascista, amico del già fa­­scista, quindi suo camerata, Fi­ni, non può fare lo stesso col Pre­sidente della Camera? La diffe­renza sembra spiegata dallo stes­so Fini, che respinge le scuse dell' ex-camerata, dicendo: «Non è stata un'offesa alla persona ma all'Istituzione».

Il giorno dopo il pilotato pareggio (arbitro di par­te lo stesso Fini), sul verbale rela­tivo alla seduta del giorno prima, si confermerà la minacciosa con­siderazione di Fini. Dunque un «vaffa» può tanto? Ed è tanto ra­ro? E può muovere Presidenti di Camera e della Repubblica, opi­nionisti, direttori di giornali, scrit­tori, in una così corale, unanime e concorde indignazione? Beh! Viene da sorridere. E perché nes­sun coro di proteste si levò con­t­ro l’osceno Di Pietro che sguaia­tamente in Aula urlò «conigli» e altre contumelie all’indirizzo del presidente del consiglio e del mi­n­istro degli Esteri offeso al punto da andarsene dai banchi del go­verno. Non era forse anche in quel caso un deputato a offende­re due istituzioni? «Vaffa» è, ormai da anni, la for­tunata esortazione di Beppe Gril­lo, comico-politico-comico, se­gretario- non segretario di un par­tito a cinque stelle, sorto dalle fondamenta di molti«vaffa».Esi­ste quindi un «partito del vaffa», riconosciuto in amministrazio­ni regionali e comunali.

Esisto­no simpatizzanti di quel partito, i quali, normalmente, come la maggioranza degli italiani, pen­sano, dicono o mandano affan­culoqualcuno. Il1˚ maggio2008 io ero ospite a una puntata di San­toro che mandò, in prima serata davanti a milioni di spettatori, una serie di«vaffa»di Beppe Gril­lo contro numerose istituzioni. Nessuno si scandalizzò, non fu punito; io che mi ribellai a quella esibizione davanti al ghigno compiaciuto di Travaglio, fui querelato e mai più invitato.

Dov'è dunque lo scandalo odierno per una formula di così frequente e, anche televisivo, uso? Nel luogo? Nell'invito, forse poco cortese, al Presidente della Camera? Inoltre, in una seguitis­sim­a trasmissione Rai è stato for­malmente consentito, e addirit­tura organizzato con contributi registrati, come documento poli­tico di costume, quello che oggi determina indignazione alla Ca­mera dei Deputati.

È legittimo in­sultare in televisione il Presiden­te della Repubblica e il Senatore Umberto Veronesi, definito «cancronesi»? Tutto bene? Tut­to male? O niente di più e niente di meno di quello che si sente nel­­le strade, nelle piazze, nei gruppi organizzati contro il Presidente del Consiglio, e si legge nei libri dei principali e ammirati roman­zieri, fin dalla metà del '900, da Celine, a Miller, a Pasolini, a Mo­ravia, a Busi, che al tema ha dedi­cato il titolo del suo libro: «Ci vo­gliono i coglioni per prenderlo nel culo» (edizioni Mondadori). E allora per cosa si turbano (a cor­rente alterna) e di cosa si preoc­cupano le anime belle? E cosa è più osceno della ipocrisia e della indignazione retorica? Ma sicco­me la questione è lessicale, vor­rei rispondere con un riferimen­to pertinente e linguisticamente inquietante.

Dobbiamo rispetta­re la lingua, e come insegna il Manzoni, la lingua letteraria si forma sulla lingua dell'uso. Vi so­no inoltre termini tecnici che si generano in certi ambienti. Dun­que, nel mondo della politica, e con preciso riferimento alle ele­zioni, terminologia corrente e persino «ufficiale», senza alcuno scandalo, è «trombare». A ogni elezione c'è l'elenco dei «tromba­ti eccellenti». La parola, participio passato del verbo trombare, l'ho sentita io stesso pronunciare da Andre­­otti, da Napolitano, da de Mita, da Craxi, da Pannella, da Cirino Pomicino, da Di Pietro, da Berti­notti, da Bersani, da Bossi, da Ca­sini, da Fini, da La Russa e da mol­tissimi altri. Forse mai da Berlu­sconi. Si dirà perché è più abitua­to­a trombare che a essere trom­bato. Io stesso fui indicato fra i «trombati»da Gian Antonio Stel­la dopo aver perso le elezioni nel collegio uninominale di Porde­none- Sacile contro il leghista (ex­tracomunitario: era svizzero!), Edoardo Ballaman.

C’è poco da fare: il verbo è quello, e, nella so­stanza e nel concetto, è assai affi­ne al deprecato «vaffanculo».Un participio contro un vocativo. Ma qui si aprono numerose va­rianti. Chi è eletto, o eletta, non è «trombato» o «trombata». Quin­di si evidenziano contraddizioni o nuovi costumi, perché è evi­dente che, nell'ambito elettora­le, la Nicole Minetti non è stata «trombata», ed è dunque stata eletta. Eletta, non «trombata». Lo stesso si può dire, con perfetta evidenza, di Rosi Bindi: eletta e mai «trombata».

Di questo la stessa Bindi è perfettamente con­sapevole. È, in prospettiva delle sue certe elezioni future, «mai trombabile». Il che non vuol dire «non trombabile».Ma è ragione­v­ole aspettativa ritenere che que­sto non avvenga. Eletta e «non trombata» è anche Barbara Ma­tera, e non si può dire che questo possa essere ritenuto offensivo. Dunque, perché non ci si preoc­cupa di tanti trombati definiti tali da illustri politici e colleghi, e ci si scandalizza per il «vaffa» di la Russa? Oggi manda a fare in cu­lo, domani potrebbe essere trom­bato.

Così va il mondo, e così la politica si manifesta senza turba­menti e scandali. Fino ad oggi al­meno, quando il gentile Michele Ainis ci informa, forse esageran­do, che «una roba così non era mai successa».Si vede che era di­­stratto quando alla Camera ap­parve un cappio, a manifestare tutta la passione per l'attività del­la magistratura, la quale non manda a fare in culo, ma spesso, troppo spesso, senza che ci si scandalizzi, incrimina o arresta, o semplicemente sputtana inno­centi. Che talvolta si suicidano. Come è capitato qualche girono fa al viceprefetto Salvatore Sapo­rito. Una notizia che non ha de­stato scandalo come il «vaffancu­lo » di La Russa, ma era ed è, caro Ainis, molto più scandalosa.




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Ecco le carte sui fondi esteri che fanno tremare D’Alema

di Redazione


Il giudice ordina di desecretare le 300 pagine che svelano il tesore nascosto degli ex Democratici di sinistra. Ma la Procura non ha mai aperto un'inchiesta


Luca Fazzo
Gian Marco Chiocci



Milano «It would be better to avoid showing mr. Massimo D’Alema as rapresent Il Partito del D.S. as this could cause all sort of complication». Traduzione: «Sarebbe meglio evitare di mostrare Massimo D’Alema come rappresentante del partito dei Ds, perché questo potrebbe provocare ogni tipo di complicazioni». Eccolo, finalmente, il foglio che per cinque anni è rimasto segreto, negli armadi blindati della Procura e del tribunale di Milano, e che adesso viene riportato alla luce per ordine di un giudice. E insieme a quel foglio - coperto da grandi macchie, ma leggibile in molte sue parti - viene alla luce l’intero dossier: nome in codice «Oak Fund».
È il dossier che fa tremare i Ds. Nel rapporto riservato sul presunto tesoro dell’ex Pci-Pds-Ds che il capo della Security di Telecom, Giuliano Tavaroli, commissionò all’agenzia d’investigazioni private Polis d’Istinto, si parla diffusamente di personaggi, società e conti esteri riconducibili al partito di D’Alema. Quel D’Alema che come presidente del Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, lo scorso novembre provò a scavalcare il segreto di Stato per mettere le mani sul preoccupante carteggio fin lì definito una «bufala» da lui stesso, da Fassino e dall’ufficio legale del partito. Richiesta respinta. In base al decreto Mastella - varato in fretta e furia dal Parlamento dopo l’esplosione dello scandalo Telecom - tutti i dossier erano destinati a essere distrutti, seppellendo per sempre i loro contenuti, veri o fasulli che fossero.

Ma giovedì scorso una novità inattesa fa irruzione sulla scena del processo in corso a Milano agli uomini accusati di avere realizzato quei dossier. Il presidente della Corte d’assise Piero Gamacchio si vede recapitare in aula l’intero malloppo: a inviarlo è un altro giudice, Giuseppe Gennari, che dovrebbe occuparsi della distruzione del materiale. Ma Gennari dice: non ho trovato alcuna prova che questi dossier siano stati raccolti illegalmente, per cui devono fare parte a pieno titolo del processo. Il segreto, insomma, è tolto sull’intera attività della «Security» di Telecom. Compreso il dossier «Fondo». Quello sul fondo della Quercia.

Il Giornale ha potuto leggere per intero il dossier. È una lettura che apre scenari inquietanti. Dentro c’è tutta la storia del conto, ci sono ripetuti riferimenti a D’Alema, al suo partito, ai suoi presunti incaricati d’affari. Certo, sono tutte tracce che andrebbero verificate da un’inchiesta ufficiale. Ma - e questo è il secondo aspetto inquietante - una inchiesta ufficiale non c’è mai stata. A leggere il dossier, si comprende appieno lo stupore con cui l’anno scorso il giudice Mariolina Panasiti, rinviando a giudizio gli attuali imputati, sottolineò l’assenza di qualunque sviluppo investigativo dei suoi contenuti.

Il dossier è costituito da circa trecento pagine di secret reports e note confidential, raccolti dall’investigatore privato Emanuele Cipriani su input di Giuliano Tavaroli, a sua volta incaricato della cosa (secondo quanto dichiarato in un’intervista, ma non ai pm) da Marco Tronchetti Provera. È la storia del Oak Fund alle Isole Cayman, creato il 22 settembre 1997 con il numero 76524 e gestito dalla Citco, una società fiduciaria con sede anche in Olanda. Il dossier ricostruisce genesi e catena di controllo del fondo attraverso complicati schermi finanziari, con rimbalzi su banche estere, europee e caraibiche e con l’impiego di professionisti del settore off shore simili in tutto a quel James Walfenzao che trattò la casa di Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini, mister Giancarlo Tulliani.

Nella sua intervista a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, Tavaroli aveva riassunto così i risultati del dossieraggio: «I soldi hanno viaggiato in giro per l’Europa, per poi approdare a Londra nel conto dell’Oak Fund cui erano interessati i fratelli Magnoni e dove aveva la firma Nicola Rossi e Piero Fassino. Queste cose le ho dette anche ai pm ma loro mi dicevano: non scriviamo i nomi sul verbale, diciamo esponenti politici». Tutte queste persone citate dall’ex capo della security hanno smentito e annunciato querele. Ma restava da capire il comportamento della procura di Milano: questi benedetti nomi associati a queste benedette società finanziarie, ci sono o non ci sono nel dossier sequestrato durante l’inchiesta? E se ci sono, come in alcuni casi ci sono, perché non si è indagato al riguardo?
Ecco arriva la risposta: alcuni nomi, nel dossier, ci sono. C’è, ripetutamente, quello di Massimo D’Alema. C’è una sigla che appare due volte, P.F. C’è un non meglio identificato «signor Rossi».

C’è persino una telefonata che uno degli emissari di Cipriani fa alla Citco di Nassau, spiegando di voler inviare un bonifico ai proprietari del fondo Oak, e si sente rispondere di contattare la sede dei Ds a Roma, con tanto di numero telefonico, e di contattare il «tesoriere del partito o il noto personaggio “Baffino”». C’è un’altra telefonata, sempre alla Citco, in cui l’emissario di Cipriani chiede come dovrebbe rispondere se qualcuno gli facesse domande sul fondo Oak, e gli dicono di fare riferimento genericamente a qualche banca, «è anche possibile accennare alla compagnia assicuratrice Unipol ma non deve essere assolutamente menzionato M.D’A. o gli esponenti del partito italiano». E poi c’è il foglio macchiato citato all’inizio di questo articolo: macchie fatte a bella posta, per nascondere autore e data. È intestato alla Citco Netherlands, indirizzato a tale «mr.Rolle».

Cita il nome del fiduciario italiano fino a quel momento indicato come gestore del conto. E lancia l’ammonimento: non citare mai Massimo D’Alema, «as this could cause all sort of complications».
Sul conto della Oak, in una data che il dosser non indica, approdano 10 milioni e 775 mila dollari. Perché? Il dossier non lo cita, perché l’indagine si ferma lì: a Cipriani arriva l’ordine di sospendere l’indagine. Ai vertici di Telecom conoscere tutta la verità sul fondo della Quercia non interessa. Alla Procura di Milano, evidentemente, neanche.




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Scienza, latte materno prodotto da una mucca

di Gaia Cesare


Trecento vacche geneticamente modificate fanno un siero simile a quello materno e tra dieci anni sarà in vendita al supermercato



 
Potrebbe diventare l’elisir di lunga sopravvivenza della mamma lavoratrice. La via di fuga di ogni donna alle prese con pupo e carriera, il miglior stratagemma per tornare alla vita post-parto senza rimorsi e grandi rinunce. Per questo gli scienziati cinesi sono certi che tra qualche anno lo troveremo sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo. E a giudicare dal business che gira attorno ai prodotti alimentari per l’infanzia c’è da giurare che andrà a ruba. Il nuovo latte messo a punto dai ricercatori della China Agricultural University avrà i benefici del latte materno ma sarà latte artificiale. Missione impossibile? Non se di mezzo c’è un laboratorio. Non solo maiali e salmoni, insomma. È scattata l’ora della mucca geneticamente modificata. Gli scienziati asiatici hanno introdotto geni umani in 300 vacche. E garantiscono: siamo riusciti a ricavare dalla mucche Ogm un latte con le stesse proprietà nutritive del latte materno. Lisozoma per proteggere i neonati dalle infezioni e lattoferrina per rafforzare il sistema immunitario. Una rivoluzione. Per il mercato. E per le famiglie.

D’altra parte non passa giorno che nei reparti maternità degli ospedali, nei consultori e nei convegni sull’infanzia non vengano tessute le lodi del latte materno. L’ultima ricerca della Società italiana di medicina perinatale non solo conferma gli effetti benefici del latte materno sul sistema immunitario dei bambini ma precisa che l’allattamento al seno previene il 22% di tutte le morti neonanatali a livello mondiale. Non è un caso che l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) caldeggi ormai da tempo l’allattamento al seno esclusivo per almeno sei mesi. Una svolta rispetto agli anni rampanti in cui l’emancipazione femminile passava anche per la liberazione dall’allattamento, considerato un dazio che da quel momento in poi la donna poteva smettere di pagare grazie al soccorso del latte in polvere, antidoto contro lunghe ed estenuanti poppate e gran concentrato di proteine.

«Molte donne degli anni Cinquanta non hanno allattato perché le hanno seriamente convinte che il latte in formula fosse migliore», spiega al Giornale Carla Scarsi della Leche League italiana, da anni impegnata come volontaria nel sostegno alle donne in allattamento. Anche per questo la Leche League - che l’8 e il 9 aprile tiene a Trevi, in provincia di Perugia, la XII Giornata sull’allattamento - è impegnata a sfatare i falsi miti sulla superiorità del latte artificiale e di andare incontro alle donne che incontrano intoppi fisiologici durante l’allattamento e non sono riuscite a passarsi le informazioni da madre a figlia perché per anni questo meccanismo si è interrotto». Poi ci sono gli aspetti psicologici: «Allattare e lavorare non solo è possibile ma aiuta madre e figlio a tenere un legame, a ritrovare l’intimità dopo qualche ora di distacco. Lavoriamo anche per convincere le donne che non è vero che se allatti il tuo bambino, poi non si staccherà più dalla tua sottana o crescerà meno. Forse crescerà meno ma di certo crescerà meglio».

Lo conferma al Giornale Alessandro Fiocchi, direttore della divisione pediatria dell’Ospedale Macedonio-Melloni di Milano: «Ogni specie produce il latte adatto per far crescere con la dovuta velocità e qualità il proprio cucciolo. Il latte delle capre contiene molte proteine e pochi acidi grassi perché le capre devono crescere molto velocemente e non hanno molto cervello - spiega Fiocchi -. Il latte umano contiene meno proteine perché il bimbo deve crescere meno velocemente e molti più lipidi (grassi, ndr), che servono per lo sviluppo cerebrale. Quello di mucca ha tre volte le proteine contenute nel latte umano perché la mucca deve crescere veloce e grande tre volte l’uomo». I vantaggi, insomma, sono noti. Ma le difficoltà restano. «Le mamme che hanno avuto un postparto difficile, le mamme che hanno gemelli o devono rientrare a lavorare trovano difficoltà perché l’allattamento per funzionare deve essere fatto a richiesta e se la mamma lavora non può sempre rispondere alla richiesta del piccolo. Ma è compito del pediatra spiegare che ci sono formule alternative». È scattata l’ora della mucca Ogm.




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Così Assange ha tolto le difese all'Occidente

di Gian Maria De Francesco


Il terremoto causato dalle rivelazioni top secret diramate dal giornalista australiano ha colpito al cuore i Paesi democratici. Daniele Capezzone spiega perché la presunta operazione trasparenza in realtà è un inganno contro la libertà e lo fa nel libro "Contro Assange, oltre Assange, in allegato domani con il Giornale



 
Roma

L’Occidente è ancora in grado di pensare se stesso? È capace di rispondere a un appello che dovrebbe essergli connaturato come quello alla libertà? Oppure è condannato a soccombere nell’autoritarismo, a rinunciare alla democrazia perché non è riuscito a comprendere la natura della sua missione?
A queste domande cerca di rispondere con il brillante pamphlet Contro Assange, oltre Assange (domani in edicola con il Giornale a 2,80 euro) Daniele Capezzone, tornato alle origini di intellettuale liberale. Lo scopo del breve saggio, infatti, è quello di circoscrivere il caso-Wikileaks alle sue naturali dimensioni sfatando i miti creati dall’isteria collettiva che ne ha accompagnato la triste vicenda.
Da un lato, infatti, si sono scatenati gli istinti punitivi contro colui che ha divulgato importanti segreti del dipartimento di Stato Usa.

Dall’altra parte, coloro che invece ne vogliono fare un’icona pop, un martire. Invece, secondo Capezzone, la posta in gioco è molto più alta di questo sterile dibattito: o l’Occidente, difendendo il modello deresponsabilizzante di Assange, accetta la propria capitolazione abbandonandosi a una deriva autoritaria oppure ritrova la capacità perduta di «inoculare nei Paesi autoritari il virus della libertà come necessario completamento di un’economia capitalistica».
Quello che a prima vista può apparire un cortocircuito molto ardito, tuttavia, lo si può osservare nella cronaca quotidiana proveniente dal Nord Africa. Quello che Assange e Wikileaks «spacciano» per un’ipotetica «operazione trasparenza» democratica si rivela, alla fine, il miglior salvacondotto per i regimi antidemocratici e i loro sostenitori. ciò non vale solo per la Libia di Gheddafi, per l’Egitto di Mubarak e la Tunisia di Ben Ali, ma soprattutto per il regime castrista cubano.

Il biondo giornalista australiano, infatti, «ha colpito al cuore la capacità dell’Occidente di difendere se stesso» e «ha compromesso la nostra futura possibilità di aiuto e sostegno ai dissidenti democratici» vanificando quegli sforzi sotterranei dell’amministrazione Bush che oggi rivelano la loro efficacia.
Ed è proprio da quella presunta «operazione trasparenza» di Wikileaks che Capezzone fonda la sua analisi per superare tutta una serie di luoghi comuni dei quali la nostra società e il senso comune rischiano di restare vittime inconsapevoli. Innanzitutto, la trasparenza, la massima ostensione, la pubblicità più luminosa di ciò che si ritiene venga deliberatamente nascosto non è democrazia. Al contrario, il massimo della pubblicità è il massimo della sorveglianza cioè della negazione della libertà come nel Panopticon di Jeremy Bentham, il carcere dove un unico guardiano controlla tutti detenuti senza poter essere visto.

E in questa parte del libro che si citano le tonnellate di intercettazioni contro Berlusconi come forma di «giacobinismo» moderno teso alla distruzione del premier con ogni mezzo.
Quello che Martin Heidegger definiva lo «sbilanciamento sulla visività» tipico della contemporaneità è, nell’analisi di Capezzone, il predominio della «versione ufficiale», della ridondanza e della ripetitività di un messaggio come giustificazione della sua verità intrinseca. L’inganno della Rete (e dunque di Wikileaks) è la legittimazione dell’errore.

Una circostanza che può avere tragiche conseguenze perché in una logica del genere, qualunque vicenda, qualunque figura, risulta facilmente devastabile. Come osservato dallo psicologo Jamshed Bharucha le nuove tecnologie stanno determinando una sorta di «sincronizzazione dei cervelli» che, se da un lato con le sue false verità rassicura le masse dall’angoscia, dall’altro lato scatena forme di violenza e di intolleranza nei confronti di ciò che si oppone a ciò che viene riconosciuto come vero.

E sono proprio queste minoranze violente a prendersi la scena politica (a dirlo è Tony Blair e non Silvio Berlusconi). Ora sta all’Occidente risolvere i suoi dubbi, pena la propria scomparsa rivendicando il principio di responsabilità (anche penale) dentro e fuori dalla Rete.



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Quanti mafiosi escono di galera con un certificato medico decisamente falso

di Alessandra Pasotti


Si fingono pazzi o s’inventano malattie che non hanno. E chi li sorveglia ci casca. Grazie anche alla complicità dei medici



 
Vuoi uscire dal carcere? Non è difficile con in tasca una diagnosi di psicosi pri­maria paranoica. Anche se sei perfettamente sano. Cose da pazzi. Perché certo non è normale che su tutti (tutti) i capi Clan della camorra o an­che gli affiliati di secondo li­vello fiocchino diagnosi di ogni genere: psicosi prima­ria paranoica in soggetto con epilessia psichica; sviluppo paranoicale in personalità fa­natica; sindrome ansioso de­pressiva di grado lieve con tratti di personalità antisocia­le. Sono veramente tutti mat­ti o piuttosto una banda di pazzi intelligenti che con la carta del matto in tasca sog­giornano in case di cura con­venzionate impreziosite da televisori al plasma, idromas­saggi e cene prelibate? È per la seconda ipotesi Corrado De Rosa,psichiatra napoleta­no che oltre a insegnar­e al Di­partimento di Psichiatria del­l’univeristà partenopea, lavo­ra come perito del tribunale nei processi alla camorra. In un libro choc appena uscito per Castelvecchi Edito­re, I medici della camorra , lo psichiatra fa luce ora su un fe­nomeno «tanto diffuso quan­to spesso sottaciuto »: diagno­si i­nesatte o contraffatte resti­tuiscono privilegi insperati, compresa la libertà, a delin­quenti senza scrupolo.

La malattia mentale sembra far comodo alla camorra. La sua storia è piena di boss che uti­lizzano la follia per ottenere benefici di giustizia, spesso riuscendoci. E racconta De Rosa le storie di capi e affiliati che usano a proprio favore le perizie psichiatriche, che di­mostrano di conoscere i sin­tomi della follia e le regole del processo penale meglio degli psichiatri. C’è chi si fin­ge cieco, chi anoressico, chi matto e, scarcerati per moti­vi di salute, dopo poche ore tornano a delinquere. Il boss anoressico Prendiamo uno come Nunzio De Falco, boss dei Casalesi, sopranno­minato «O’ lupo» per via di quella inconfondibile faccia da licantropo. Chi l’avrebbe mai detto che soffrisse nien­temeno che di anoressia. Una malattia che colpisce quasi sempre donne, e in età giovanile. Ma è tutto scritto nero su bianco, in una delle perizie che decreta l’incom­patibilità del De Falco con il regime carcerario. Peccato che, in questo caso, il rapido dimagrimento sia dovuto a un potente farmaco, la fendi­metrazina, capace di blocca­re l’appetito anche nella più famelica delle belve.

Grave disturbo dell’umore In carcere con l’accusa di asso­ciazione camorristica Ettore Russo dimagrisce trenta chi­li. Viene dichiarata l’icompa­tibilità con il regime carcera­ri­o e trasferito nella clinica Al­ma Mater «perché soffre - di­ce la perizia - di un grave di­sturbo dell’umore». Si pre­sen­ta ai processi in barella so­stenendo di non essere in gra­do di camminare. Un handi­cap che non gli impedisce nottetempo di uscire indi­sturbato, ammazzare un affi­liato del clan Gionta di Torre Annunziata e ritornare in cli­nica. E ancora Filippo Veneruso sulle spalle un eragastolo: «Nonostante gli vengano cer­­tificate dal medico curante insonnie gravissime la poli­zia penitenziaria e i suoi com­pagni di cella riferiscono che dorme in maniera regolare, è poco curato nel portare bar­ba e capelli, ma le sue mani e i suoi piedi suno curatissimi (il che stride con le patologie psicotiche comuni). Duran­te i colloqui con i magistrati è logorroico, delira, ma subito dopo viene sorpreso dai sani­tari mentre fuma tranquillo a letto». Il vegetale tifoso Si chiama Carlo Montella, la sua è una prestazione super.

Non solo perché considerato uno dei vertici della camorra salerni­tana, ma soprattutto perché grazie ad un incidente strada­le che «Non ha coinvolto le strutture del sistema nervo­so centrale, è sottoposto a moltissime valutazioni peri­tali da psichiatri e neurologi che che di volta in volta gli diagnosticano una totale per­dita della memoria con dete­rioramento diffuso delle sue funzioni psichiche più im­portanti ». Grazie a questa condizione (si presentava ai colloqui poco più che un ve­getale), ha rallentato di anni il suo iter processuale e godu­to dei benefici delle case di cura private. A scoprire il trucco un’intercettazione nella quale il nostro vegetale scherzava con i nipoti, dava istruzioni alla badante della madre e scommetteva sulle partite di calcio dei mondia­li.

In carcere a studiare psichiatria C’è da restare basiti a leggere che personaggi come «o Ce­cato, ’o Barbiere, ’o Malom­mo, ’o Fuggiasco», capaci di alternare efferati omicidi a misteriose latitanze, quando sono in carcere si studiano a memoria i manuali di psi­chiatria. E sono soprattutto abilissimi nel recitare le parti insegnate loro dai periti di parte. «Psichiatri esperti, quanto - se non di più - dei loro colleghi periti d’ufficio, che per 387,86 euro devono valutare la compatibilità car­ceraria di un capo Clan- scri­ve De Rosa - .

Perché natural­mente l’inganno, per riusci­re in pieno, ha bisogno di complici eccellenti. Medici che spieghino a boss e mala­vitosi non solo a indurre un grave deperimento organi­co, ma anche come simulare una malattia mentale che non c’è».Del resto quella che è follia per molti, per altri è l’ultima speranza di lasciarsi alle spalle le sbarre di una pri­gione. Basta improvvisare un delirio, un discorso che non abbia né capo né coda, e, se il caso lo richiede, mima­re un suicidio, tagliandosi ap­pena superficialmente i pol­si, o ingoiando delle lamette da barba. «Facendo in modo - scrive l’autore - che il gesto risulti sì sproporzionato, ma del tutto innocuo, e che assi­curi la guarigione in tempi brevi. A quel punto non rima­ne c­he superare i test psichia­trici, come il Rorschach ad esempio; ma per quello ci so­no addirittura le guide su in­ternet ». E i boss lo sanno be­ne.



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