domenica 3 aprile 2011

Lampedusa, ecco l'uomo con la giacca gialla nel video delle «minacce»

Corriere della sera

«Non minacciavo nessuno. Volevo solo che un mio amico togliesse un cartello per poter sentire il premier»


LAMPEDUSA - «No, non è che non ci vogghiu dari u nummuru du telefunu di me maritu. Ma è chi Marianu è sciarriatu cu cellulari: u lassa sempri a casa». Per parlare con Mariano Amante allora basta richiamarlo a casa all'ora di pranzo, visto che col cellulare, come dice la moglie, ci ha litigato ("sciarratu").

CHI È- Mariano Amante sembra un moderno Polifemo, a due occhi però. Un «cristianone» che gestisce a Lampedusa il ristorante Delfino Blu. «Il mio ristorante è una grotta - risponde - dove ci dormivano i nostri antenati che quando scappavano dai saraceni si rifugiavano lì...». Ma Mariano Amante è anche quell'omone che si vede in un video, con giaccone giallo e occhiali, «minacciare» gli anti-berlusconiani poco prima che il premier parlasse in piazza a Lampedusa. Ora il video sta spopolando su Internet: si vede, ma soprattutto si sente, Mariano dire ai manifestanti: «Berlusconi ci sta sabannu u culu. Se non livati sti cattelli v'ammazzamu comu cani» (Berlusconi ci sta salvando il c... Se non togliete questi cartelli vi ammazzo come cani).


«V'ammazzamu? Iò dissi "c'ammazzamu" comu cani. C'ammazzamu» giura Mariano Amante al telefono.
La differenza è la particella: non «vi» ma «ci». Come dire: c'ammazzamu, cioè finisce che litighiamo tra noi lampedusani...
«Proprio così. Lo giuro. Tra l'altro ce l'avevo con un mio fraterno amico comunista. Si chiama Paolo. Lui è un "no global" che voleva esporre un cartello».


E cosa c'era scritto?

«Non portate Berlusconi alla Nato perché ci sono minorenni».


Lei ha amici comunisti dunque, non è fascista come scrivono sulla Rete?

«Ma quannu mai... Iò non sugnu né di destra né di sinistra. Guardi, io ho solo la terza elementare. Sognu 'na capra. Di politica non m'interessa nenti. Vogghiu sulu travagghiari. Lo scriva: lavorare. Per pagare le spese sanitarie di mio figlio. Salvo è finito sulla sedia a rotelle dopo un incidente a Vicenza. Ora, ragioniamo, una volta che viene un politico a Lampedusa, dove mai nessuno ha messo piede, non lo lasciamo neanche parlare? Prima gli facciamo dire quello che vuole dire, poi nel caso lo critichiamo».


Lei crede a quello che ha detto Berlusconi?

«Metà e metà. Intanto le navi sono arrivate. Ora videmu u restu».
Quindi lei non è di centrodestra. Ha votato la Maraventano (Lega)?
«Io la Maraventano? Ma se l'ho fischiata. In vita mia ho votato solo una volta: Giusy Nicolini ed era comunista».
Su Internet scrivono che lei non rilascia ricevute fiscali e che nel suo ristorante fa porzioni troppo piccole...

«Ma lei ha mangiato da me, è venuto nella mia grotta, al Delfino Blu, no? Come l'ho trattata?»
Il miglior piatto di pesce del mondo: un primo con ragù di triglia e mollica gratinata. Ma forse perché sapeva che ero un giornalista?
«Non è così. Iò sugnu nu bravu cristianu. Penso solo a travagghiari».

Sul Web le contestazioni a Mariano si sprecano. Su un blog si racconta che nel Natale del 2004 era, assieme ad altri quattro amici, in vacanza a Phuket, paradiso delle immersioni, e che con loro fu sorpreso dallo tsunami.
Vi salvaste per miracolo nuotando tra i cadaveri.
«Ma quannu mai. Se non ho nemmeno il passaporto?»

C'è scritto anche che lei gli immigrati non li aveva mai visti a Lampedusa e che erano tutte storie raccontate dai giornalisti che facevano male al turismo. Ora che pensa degli immigrati?
«Ma porca... (e lancia un'imprecazione, ndr), è più di un mese che ci fanno vivere nel piscio e nella merda. Siamo chiusi in casa perché abbiamo paura chi ni 'ntrasunu intra, che ci entrano in casa. Comu è travagghiari iò, come devo lavorare io?».
Quindi lei non chiede scusa ai manifestanti?
«E di cosa? Parlavo gentilmente con il mio amico Paolo per evitare guai tra noi lampedusani. A me interessa solo lavorare. Speriamo che Berlusconi c'abbassa i tassi. Ho spesso 350mila euro per curare mio figlio e aspetto giustizia da sette anni».

Nino Luca
02 aprile 2011(ultima modifica: 03 aprile 2011)

30 anni fa il primo portatile: pesava 11 chili

La Stampa


Guarda


A guardarlo adesso può far sorridere: anche il più scarso degli smartphone è più potente, ma 30 anni fa era un’innovazione che avrebbe cambiato il modo di usare il computer. È l’Osborne-1, il primo modello veramente commerciale di pc portatile, le cui vendite cominciarono appunto nell’aprile del 1981 - tre mesi prima del primo personal computer, da tavolo, dell’IBM -, segnando l’inizio di un’era culminata in questi ultimi anni con l’introduzione dei tablet, e che un domani potrebbe dar vita persino a pc "arrotolabili". Osborne-1 fu presentato alla West Coast Computer Fair di San
Francisco al costo abbastanza impegnativo di 1.795 dollari.




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L'Aquila ieri e oggi: la città a 2 anni dal sisma

La Stampa


Il palazzo della prefettura


RICOSTRUZIONE A RILENTO

A due anni dal terremoto di magnitudo 6.3 che alle 3.32 del 6 aprile devastò L’Aquila e provincia, provocando 309 morti, circa 2.000 feriti e la distruzione di un ingente patrimonio architettonico, la ricostruzione sembra procedere a rilento e, soprattutto, mancano certezze su «quando» la situazione tornerà alla normalità.

PER NON DIMENTICARE
Nel secondo anniversario della tragedia, gli aquilani ricorderanno le vittime con alcune manifestazioni: spiccano la fiaccolata, in partenza dalle 23 del 5 aprile dalla Fontana Luminosa per arrivare in Piazza Duomo alle 3.15 del 6 e, nella serata del 6, il concerto dei giovani musicisti del conservatorio. La Fondazione "6 aprile per la vita" ha rivolto un appello alla politica: evitare teatrini e risse, «accetteremo la presenza solo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in rappresentanza degli italiani».

I NUMERI
Sono ancora 37.733 - 15 mila in meno rispetto al 2010 - le persone assistite nel Comune dell’Aquila e nei 56 del cratere sismico, secondo i dati recenti della Struttura per la Gestione dell’Emergenza (Sge). Di queste, poco meno di 23 mila risiedono in alloggi a carico dello Stato; circa 13 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro a persona ogni mese) e 1.328 sono ancora in strutture ricettive abruzzesi e nelle caserme. A conferma delle problematiche esistenti, sono arrivate, a settembre scorso, le dimissioni da vice commissario vicario alla ricostruzione del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, dovute al «preoccupante accentuarsi dello stato di confusione e difficoltà nella governance di gestione dell’emergenza e del processo di ricostruzione».

IL PROBLEMA DELLE MACERIE
A far discutere ci sono anche le macerie, la cui stima precisa è difficile elaborare: milioni di tonnellate di materiali derivanti dai crolli e dalle demolizioni. Nel frattempo prosegue la protesta pacifica del "Popolo delle carriole" che - prima simbolicamente, poi concretamente - è riuscito a liberare alcune strade e piazze dai detriti. Migliaia di aquilani vivono in 19 "new town", ma ciò che risulta difficile è ricostruire il tessuto sociale. Conferma questa situazione la ricerca "Microdis-L’Aquila", degli atenei di Firenze, Marche e L’Aquila, condotta su 15 mila terremotati. Dallo studio - secondo cui la ricostruzione è «più lenta che in Indonesia» - emerge la mancanza di luoghi di ritrovo per una «comunità morta assieme al sisma». Tutto ciò ha portato ad un aumento dei casi di ansia e depressione che, per il locale Dipartimento di Salute Mentale, sono causati non solo dal terremoto in sè, ma anche dal venir meno della rete sociale.

IL RUOLO DEL GOVERNO
Qualche delusione i terremotati dicono di averla avuta anche dal governo, come per la questione tasse: dopo una sospensione di 15 mesi, da luglio 2010 hanno ripreso a pagare le imposte e, dal prossimo novembre, dovranno pagare in aggiunta anche quelle non versate da aprile 2009 a giugno 2010, nell’ambito di un regime fiscale da molti definito «penalizzante» rispetto ai sismi di Umbria-Marche e Molise. Per la ricostruzione sono stati stanziati complessivamente 14.767 miliardi, ma i dati di novembre del Commissario delegato indicano una disponibilità di «cassa» pari a poco più di 3 miliardi. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che più volte ha parlato di «mistificazione» da parte dei media sui temi della ricostruzione, in questi due anni è stato all’Aquila 31 volte, decine delle quali nel primo anno dopo il terremoto. Nei giorni scorsi, su diversi muri della città, sono comparsi striscioni del Comitato 3e32, contrario ad una eventuale visita del premier il 6 aprile: «Berluscò, non te fa revedè - recitavano - 6.4.2011 niente sciacalli».

IL CENTRO STORICO ABBANDONATO
La domanda che migliaia di terremotati si pongono, quasi con rassegnazione, è: quando potremo tornare a casa? In un processo di ricostruzione tutt’altro che semplice, i problemi riguardano principalmente le case classificate ’È, ovvero quelle gravemente danneggiate. I privati, infatti, non possono iniziare i lavori finchè non viene redatto dai Comuni il piano di ricostruzione del centro storico; ma, ad esclusione dell’Aquila, dove è stato presentato il 30 per cento circa dei progetti di edifici ’È, nei piccoli comuni del cratere il centro abitato coincide proprio con quello storico. Nel solo capoluogo risultano danneggiati 16 mila edifici e, di questi, 8.700 sono classificati "E". Sono circa 12 mila le richieste di indennizzo presentate e per 9.600 di esse (l’80% delle domande) è già stato erogato il contributo. Ad oggi, nel complesso, è stata presentata la dichiarazione di fine lavori per circa 4.600 edifici.




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Biocarburanti anche sui jet in Libia

Corriere della sera


Positiva la prova su un F-22 alimentato al 50% dal carburante derivato da pianta della famiglia del cavolo



MILANO – Il 18 marzo scorso un F-22 è salito sino a 12 mila metri di quota e ha raggiunto una velocità di 1,5 Mach. Il Raptor, nome in codice del caccia, era alimentato per il 50% da biocarburante derivato dalla Camelina sativa, una pianta della famiglia delle Brassicacee o Crucifere, alla quale appartengono anche la senape e il cavolo. Jeff Braun, direttore della divisione di certificazione dei carburanti alternativi dell’Aviazione militare degli Stati Uniti (Usaf) ha definito «impeccabile» il comportamento del velivolo durante il test. Gli F-22 fanno parte degli aerei a disposizione per far rispettare la no-fly zone in Libia, anche se finora non sono stati ancora utilizzati.

USAF - Il test apre la strada a un maggiore utilizzo dei biocarburanti nell’Aviazione militare Usa, che secondo molti analisti militari è determinata più da motivi di sicurezza degli approvvigionamenti energetici che da intenti ecologici. Anche perché in effetti il biocarburante derivato dalla Camelina diminuisce sì 75% le emissioni di anidride carbonica, ma non ha un fattore zero di emissioni di CO2. Fatto sta che l’Usaf ha in programma per il 2016 l’alimentazione di metà della sua flotta aerea con biocarburanti e altri test sono già stati condotti con successo dalla Marina militare

Il carburante derivato dalla Camelina sativa – comune erba di campo ricca di Omega-3 - prodotto dalla Uop Honeywell, fa parte della cosiddetta prima generazione dei biocarburanti, attualmente è già in fase avanzata di studio la seconda generazione

Secondo i produttori, la coltivazione non utilizza terreni agricoli che invece potrebbero essere seminati per coltivazioni per l’alimentazione umana o animale. Il biocarburante derivato dalla Camelina è già stato sperimentato su altri jet militari, come il Green Hornet il Thunderbolt II. Alcuni analisti del settore stimano che nel 2025 saranno prodotti 4,5 miliardi di litri di biocarburante derivato dalla Camelina sia per l’aviazione che per i veicoli, per un valore di mercato di 5,5 miliardi di dollari (circa 4 miliardi di euro).


Paolo Virtuani
03 aprile 2011



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Costa Avorio, strage a Duekoué Un migliaio fra morti e dispersi

Corriere della sera

 

Hillary Clinton:«Il presidente uscente si ritiri». Ad Abidjan i Peacekeeper francesi controllano l'aeroporto

 

ADIBJAN - Un migliaio di persone risultano morte o disperse nella località ivoriana di Duekoué, nell'ovest del Paese e teatro di un «massacro avvenuto fra domenica e martedì»: lo ha reso noto l'ong Caritas. La strage è avvenuta nel quartiere «Carrefour», controllato dalle forze del presidente legittimo Alassane Oauttara «nel corso di combattimenti avvenuti fra domenica 27 marzo e martedì 29 marzo», si legge in un comunicato dell'organizzazione umanitaria. L'ong «ignora chi sia responsabile di questo massacro ma indica come un'inchiesta possa accertare la verità: la Caritas condanna gli attacchi contro i civili e sottolinea come la situazione stia peggiorando rapidamente».

 

PEACEKEEPER - Nel frattempo si apprende che Peacekeeper francesi hanno preso il controllo dell'aeroporto di Abidjan. Lo riportano media francesi citando fonti delle Forze Armate. L'aeroporto «Felix Houphouet-Boigny» è situato a circa 16 chilometri dalla capitale commerciale della Costa d'Avorio. La Francia avrebbe inviato altri 300 militari ad Abidjan a sostegno delle operazioni di peacekeeping della missione delle Nazioni Unite Onuci.

 

 

GLI USA - Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha detto che Laurent Gbagbo deve ritirarsi «immediatamente». Gbagbo è il presidente uscente che si rifiuta di lasciare il potere ad Alassane Ouattara nonostante abbia perso le elezioni dello scorso novembre nel paese dell'Africa occidentale. el chiedere che Gbagbo «si ritiri immediatamente», la Clinton ha dichiarato che la sua resistenza porta il paese all'«anarchia». Nel corso di un'offensiva lampo condotta questa settimana, le forze fedeli a Ouattara, riconosciuto legittimo presidente dalla comunit… internazionale dopo le elezioni del novembre scorso, hanno preso il controllo di quasi tutto il Paese, tranne che delle roccaforti dei sostenitori di Gbagbo nella città principale, Abidjan. E anche sabato erano proseguiti intensi combattimenti attorno a queste sacche di resistenza.

 

CASCHI BLU - Intanto quattro Caschi Blu del contingente dell'Onu (Onuci) in Costa d'Avorio sono stati «gravemente feriti» dai militari del presidente uscente Laurent Gbagbo: lo hanno reso noto fonti delle Nazioni Unite. «Una pattuglia dell'Onuci è stata ancora una volta oggetto di colpi d'arma da fuoco da parte delle forze speciali di Gbagbo mentre effettuava una missione umanitaria», si legge in un comunicato che non fornisce ulteriori dettagli sulla nazionalità dei Caschi Blu coinvolti.

 

Redazione online
03 aprile 2011

Usa, il pastore Jones attacca ancora l'Islam: "Ora voglio processare il profeta Maometto"



Dopo la protesta contro il Corano e l'attacco alla sede dell'Onu in Afghanistan, il pastore americano Jones continua a far parlare di sé e annuncia: "Ora processerò anche il profeta Maometto"



 
Il pastore Jones continua la sua "particolare" battaglia contro l'Islam. Incurante delle decine di persone che sono morte o sono rimaste ferite in Afghanistan a seguito della protesta contro il rogo del Corano e dell'attacco alla sede dell'Onu. Jones anzi raddoppia. E annuncia: "Processerò il profeta Maometto". Jones, scrive il Mail on Sunday, intende andare avanti per la sua strada malgrado le circa 30 vittime, tra cui 8 dipendenti stranieri delle Nazioni Unite in Afghanistan, causati dal rogo del Corano. 

Ma il pastore tira dritto per la sua strada e dice: "È giunto il momento di responsabilizzare l'Islam. Il nostro governo degli Stati Uniti e il nostro presidente deve osservare con sguardo realistico la componente radicale dell'Islam: l'Islam non è una religione di pace. Chiediamo l'azione delle Nazioni Unite affinché non sia più consentito di diffondere odio contro i cristiani e le minoranze."

Karzai chiede condanna degli Usa Il presidente afghano Hamid Karzai ha chiesto oggi al Congresso degli Stati Uniti di condannare il rogo del Corano da parte di un pastore fondamentalista americano e di impedire che possa accadere ancora. Lo rende noto l’ufficio del presidente in un comunicato. Karzai ha formulato la sua richiesta nel corso di un incontro con l’ambasciatore Usa Karl Eikenberryu e con il generale David Petreus, comandante delle forze Usa e Nato in Afghanistan. Eikenberry ha letto a Karzai la dichiarazione del presidente Barack Obama in cui si condanna il rogo del Corano.
Il capo della Casa Bianca ha definito il rogo del Corano "un atto d'estrema intolleranza e settarismo", un gesto che ha provocato violenze in Afghanistan.

Il rogo del Corano  Il pastore Jones passò alle cronache per il suo "International Koran Burning Day", quando l' 11 settembre 2010 avrebbe voluto "onorare coloro che sono stati assassinati per "lanciare un messaggio davvero chiaro all'Islam, [...] che non vogliamo che provino a forzarci ad adottare la loro visione, in altre parole la Sharia". Vi furono proteste in tutto il mondo e alla fine Jones accettò di non bruciare il "libro sacro" dei musulmani. Il 20 marzo scorso però Jones ci ha riprovato. E, con la collaborazione del predicatore Wayne Sapp, ha organizzato l' "International Judge the Koran Day": vestendo i panni di un giudice, ha inscenato un processo contro il Corano, al termine del quale l'"imputato" è stato dichiarato colpevole di crimini contro l'umanità. La pena comminata è stata il rogo, con una copia del Corano che è stata immersa nel cherosene e poi data alle fiamme. Diversi Paesi hanno condannato l'atto: il Pakistan ha deciso di sporgere formale protesta in tutti gli ambiti internazionali contro la "dissacrazione del Corano" a seguito di proteste inscenate dal popolo pachistano contro il rogo; l'ambasciatore iraniano all'ONU ha affermato che il gesto di Jones è "blasfemo e ripugnante", che ha offeso i musulmani di tutto il mondo e che promuove la violenza. I cristiani pachistani si sono uniti alla protesta, bruciando un'effige del pastore e affermando che Jones non può essere considerato cristiano, in quanto il Cristianesimo insegna la tolleranza delle altre religioni.



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L'invisibile armata delle vedove indiane «I nostri figli? Ci buttano per strada»

Corriere della sera

Sono 40 milioni: senza soldi né diritti. Viaggio nei loro eremitaggi-rifugio. Affamate, scheletriche, fuggono nella città santa di Vrindavan. I padroni degli ashram spesso approfittano delle più giovani prima di venderle


VRINDAVAN (India) - «Sono vissuta in casa fino a quando i miei due figli si sono sposati, poi me ne sono andata. Dopo la morte di mio marito ero solo un peso per la famiglia». «Dal matrimonio ho avuto due maschi e due femmine. A un certo punto il figlio maggiore mi disse bruscamente che non mi voleva più con sé. Non mi davano più da mangiare. Che me ne andassi al più presto, quella è la porta». «Mi chiamo Aokhi Suhila, ho 8o anni, mi sposai quando di anni ne avevo solo 9 e rimasi ben presto vedova. Ora i miei nipoti han deciso di buttarmi fuori». «Avevo 12 anni il giorno delle nozze e appena 15 quando persi il mio giovane sposo. Non so dove andare e nessuno mi aiuta».

Queste, alcune delle brevi, drammatiche testimonianze raccolte negli ashram di Vrindavan, gli affollatissimi eremitaggi dove trovano rifugio migliaia e migliaia di vedove provenienti da ogni parte dell'India, dagli Stati del West Bengal e dell'Hibar, dall'Uttar e dall'Andhra Pradesh, dal Rajasthan o dalle periferie meridionali del Tamil Nadu o del Kerala. Una folla di circa 16 mila donne che vi approdano affamate e spesso scheletriche, essendo questa l'ultima spiaggia. Secondo sondaggi abbastanza recenti, il silenzioso e disperato esercito delle vedove in India si aggirerebbe sui 40 milioni, circa l'otto per cento dell'intera popolazione femminile indiana, con età superiore ai 50 anni. Ed è perciò comprensibile la preoccupazione per il massiccio impatto della loro presenza a Vrindavan, dove gli abitanti superano appena i 50 mila.


Quasi impossibile non percepire, nella città delle vedove, un clima di sacralità quasi monastica per la sua vicinanza con Mathura, villaggio natale di Krishna, che vi trascorse l'infanzia e parte della giovinezza, come ogni altro bambino e adolescente. Qui danzavano e cantavano le Gopis, le pastorelle che accudivano gli armenti. «Chi non è felice a Vrindavan - ha esclamato una vedova emergendo dal bagno mistico in cui si era immersa per giorni - non può essere felice in nessun altro luogo del mondo».

Entusiasmo che ha provocato l'irritazione di altre donne, ben consce delle condizioni pietose in cui erano costrette a vivere, come ha spiegato in poche parole un'anziana signora: «Faccio solo un pasto al giorno, raramente due. Non ho un posto dove dormire e trascorro la notte rannicchiata sul pavimento del tempio. Tutto ciò che posseggo sono due sari». Fortunata lei. Perché gran parte delle due-tremila vedove che passano il giorno e la notte nel più grande ashram di Vrindavan, lo Shri Bhagwan Bhajan, o in altri luoghi di preghiera e meditazione, di sari ne ha soltanto uno: che se all'origine era di un bianco splendente, si sarebbe via offuscato a causa della polvere e del sudore, assumendo infine il colore neutro della povertà.

Nella tradizione indiana, il bianco (e non il nero come in Occidente) è il colore della morte: che le vedove attendono pazientemente pregando e cantando, con turni di quattro ore al mattino e altre quattro nel tardo pomeriggio. Per l'estraneo che vi assiste con eguale pazienza la prima impressione è quella di un rito quaresimale per lentezza, la monotonia, l'iterazione delle parole e dei canti, una pagina in re minore: ci sono anche danze liturgiche, di due e più persone, che si rifanno a temi religiosi o tentano di ricreare sulla scena, con l'ausilio di sari dai colori sgargianti - il rosso, l'arancione - eventi ed episodi dell'arcaica storia dell'India. Due donne lanciano fiori sulla testa degli spettatori che rispondono con grida di giubilo: e un sorriso compare anche sulle labbra di alcune ragazze accovacciate lungo la parete dello stanzone, con l'espressione, fino ad allora, di chi s'annoia a morte.

Fuori è una giornata calda di sole: e quando usciamo all'aperto, il centro storico di Vrindavan è rumoroso e vivace, invaso com'è da un'indisciplinata legione di scimmie che fanno acrobazie sui cornicioni delle case, oscillando da una finestra all'altra. Una di loro - la più biricchina - si prende anche lo sfizio di planare sulla testa di un turista e strappargli gli occhiali, che poi lascia cadere nel vuoto.

Lo spettacolo è bello ma non basta a rasserenare le vedove indiane, molte delle quali possono solo contare, per sopravvivere, sulla pensione che secondo la signora Suhila (abbandonata da figli e nipoti) sarebbe «atrocemente bassa e insufficiente». Lei gode della minima, 100 rupie al mese, mentre quella media è di 200 e la massima di 500. Molto meno gravi e assillanti sembrano i problemi dell'ashram Aamar Bari, che è molto più piccolo di quello di Vrindavan e ospita 120 vedove, tutte paganti. Ovviamente, chi ci mette piede per restarvi proviene dalla borghesia urbana e rurale. La retta, se ho ben capito, è di 750 rupie al mese (circa 12 euro). Ogni donna ha una sua piccola stanza dov'è assolutamente indipendente e può ricevere i suoi familiari: è però tenuta ad osservare scrupolosamente il regolamento come in un qualsiasi collegio.

Non stupisce che nell'ashram di Aamar Bari ci sia un Centro per l'emancipazione femminile e che ciascuna delle ospiti possa coltivare le proprie ambizioni e i propri interessi. Così, accanto alla stanza dove si fa pratica di cucito come garantisce una vecchia Singer a pedali, c'è l'ufficio dei computer dove sono ammessi tutti i ragazzini ansiosi di apprendere l'arte, c'è pure un locale per un corso di addestramento d'infermeria. Quasi tutti gli studenti, dai più piccoli ai più grandi, vengono a scuola in bicicletta dai villaggi del circondario.
L'atmosfera è cordiale, rilassante, quasi festosa, oserei dire.

La porta è aperta per tutte le religioni, assicura la direttrice Geëta Pandy, il cui motto suona: «Come donna ho il mio Paese e come donna tutto il mondo è il mio Paese». Ad Aamar Bari si parla prevalentemente il bengali - la lingua di Calcutta e del Bangladesh - e perciò chi sa esprimersi esclusivamente in hindi si sente un pochino isolato. È il caso di Ganga, arrivata qui da Calcutta quattro anni fa, subito dopo la morte del marito. Continua a parlare nel suo colorito idioma, anche se le compagne non la capiscono: ma ogni tanto, presa dalla nostalgia, fa una scappata sulle rive del fiume Hooghly per farsi una boccata d'aria della sua città. «Non avrei mai dovuto abbandonarla - ammette - ma se rimanevo a Calcutta, non avrei potuto far altro che la mendicante».

Già nel Sedicesimo secolo Vrindavan era meta di grandiosi, affollati pellegrinaggi: ma l'attuale, continua affluenza delle folle all'eremitaggio è stata determinata dalla messa al bando, nel Paese, del macabro rito del sati, in cui s'imponeva alla vedova di immolarsi tra le fiamme sulla pira del defunto marito. Successivamente si chiedeva loro di santificarne la memoria con sacrifici meno cruenti, come raparsi a zero la testa, per non destare negli uomini desideri immondi e vivere in castità.

Nel libro Living Death, che analizza in un capitolo il trauma della vedovanza in India, la dottoressa Mohini Giri, massima autorità sull'argomento, scrive sotto il titolo «Silent Cry»: «L'India è un Paese di città sante come Varanasi, Tirupati, Vrindavan e un

Paese con migliaia di monaci e migliaia di dee e ciò nonostante persiste una discriminazione socio-culturale senza precedenti contro le vedove. La stessa società denigra una donna mentre la pone al tempo stesso sopra un piedestallo all'interno di un tempio. Che scelta hanno, le donne? Nelle parole del primo ministro Manmohan Singh: "La nostra società non tratta sempre bene le vedove, specialmente le giovani vedove"».

Nell'intervista che ci ha concesso, Madame Giri - così la chiamano tutti - riafferma con forza le sue p
osizioni e convinzioni: «Proprio in questi giorni - esordisce - sono usciti due film, Bianco Arcobaleno e Donne dimenticate, che parlano delle vedove. In India, dove le donne vivono sotto il giogo del patriarcato, la condizione delle vedove è tre volte peggiore di quella delle altre donne.

Non godono di alcun diritto, né di proprietà, né d'altro. Per loro non esiste un piano, un programma preciso di istruzione scolastica, si lascia tutto al caso. La loro vita si consuma fra le pareti domestiche: pulire, cucinare, mettere i bimbi a letto. Completamente sottomesse all'uomo, anche se la Costituzione non discrimina fra i due sessi. Ciò che incoraggia l'uomo, il quale non ha alcuna voglia di cambiare mentalità. Noi non abbiamo proprio alcun potere. Le chiavi di casa le tiene lui, in tasca».

Quasi si commuove, Madame Giri, quando le dico che andrò in pellegrinaggio a Vrindavan e all'ashram di Aamar Bari: «In quei luoghi dove le hanno isolate per la vita - bisbiglia - le vedove stanno almeno tutte insieme e si faranno un po' di coraggio. Anch'io sono rimasta vedova, ma per fortuna mio marito, che sposai a 19 anni, non era il tipico uomo che comanda col bastone: e del resto con un tipo così non mi sarei mai accasata. Cominciai a pensare alle vedove all'età di 9 anni, quando morì papà, che lasciò sola la mamma con 7 figli da crescere e sfamare. Da allora, il mio compito è di lottare contro le comunità religiose, contro la legge e la tradizione».

Potrebbe destare stupore - suggerisce Mohini Giri - ma in India anche le donne colte, istruite, devono stare in riga, a casa e fuori, in totale sottomissione del legittimo consorte. Sei una bella donna e quelle ciocche di capelli neri che t'incorniciano il volto non vorresti proprio tagliartele: ma se lui insiste, non potrai che arrenderti alle forbici. Nel corollario delle proibizioni inflitte alle vedove c'è anche il fatto che nessuna di loro potrà mai essere invitata a un matrimonio perché la sua presenza è di cattivo augurio, «porta male». Non sorprende quindi che durante la campagna elettorale sia stato coniato uno slogan offensivo nei riguardi della candidata Giri che diceva: «Volete proprio votare per una donna e per giunta vedova?».

«A questo punto - osserva la signora - si sarà reso conto che si tratta di cose serie e non di futilità o gossip. Per questo ho chiesto che il problema delle vedove indiane venga sottoposto alle Nazioni Unite per garantire loro ufficialmente il diritto di proprietà in tutti gli Stati dell'India, il diritto della sposa a conservare il proprio cognome, la stessa opportunità sul lavoro, insomma l'indipendenza assoluta». Gli ostacoli nel processo di «ringiovanimento» dell'India sono molti e, come il racket della prostituzione, difficili da rimuovere. A cominciare del «padroni» degli ashram, che vendono le giovani vedove - loro concubine - ai locali proprietari terrieri per 10 mila rupie e quelli, dopo averle sfruttate in orgiastici festini, le rivendono ai bordelli.

Ripercorrendo la propria esistenza, Mohini Giri si sofferma ora sui ricordi e sugli incontri che più l'hanno arricchita fin dai giorni dell'infanzia: «Conobbi il Mahatma Gandhi all'età di 8 anni, quando venne a casa mia. Me lo rivedo davanti come fosse adesso, i suoi modi, il sorriso... Poi, via via, ho avuto rapporti con tutti i protagonisti della scena politica e gli uomini di cultura - Indira Gandhi era una donna molto dinamica, afferrava al volo la situazione. Ho ammirato molto anche Sonia, per il modo con cui si è adattata alla cultura indiana e l'ha assorbita, sensibile com'era ai problemi degli emarginati, le piccole tribù in lotta coi grandi proprietari terrieri, le prostitute e sì, le vedove, le vedove».

Ettore Mo
03 aprile 2011

Napoli, babygang devasta il parco verde Il clan del Rione Sanità: «Datelo a noi»

Il Mattino


NAPOLI - «Vi aiutiamo noi a garantire ordine e sicurezza nel parco. Siamo a disposizione, fateci sapere». L’«invito», garbato quanto deciso, è arrivato qualche settimana fa ai volontari che si prendono cura, in autogestione, dello spazio verde pubblico San Gennaro , al Rione Sanità. Ma la proposta, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è arrivata da uomini in divisa, bensì da personaggi legati ai clan della zona che, con modi «puliti», quasi come si fa con gli ospiti, hanno offerto il loro «aiuto» per tenere lontani da questo bel giardino vandali e babygang. Insomma, un’intimidazione bella e buona. E che sottintende l’intuibile minaccia del tipo «il parco è nostro, da qui dovete andare via».

Questi ultimi, infatti, hanno dapprima distrutto tutto o quasi dopo l'ultimo evento che si è svolto nell’area, ovvero il Carnevale organizzato con oltre mille bambini del quartiere, tra cui molti immigrati. I soliti «cani sciolti» in erba sono andati all’assalto dello spazio sociale e hanno rotto vetri, divelto servizi igienici, invaso il campetto e abbattuto i muretti di contenimento (vi sono ancora dei sassi sul selciato), costringendo i locali operatori sociali a gettare la spugna. Infine, ecco la «proposta» degli emissari dei clan che governano il rione da quando si è estinta la cosca una volta dominante dei Misso.

«Alcune persone - racconta un volontario che, per ovvie ragioni, mantiene l'anonimato - ci hanno avvicinati e, vedendoci sfiduciati dopo le battaglie condotte negli ultimi tre anni per far riaprire il parco, si sono offerti di provvedere loro alla gestione, alla manutenzione e alla vigilanza dell'area. Un'offerta che imbarazza non poco e che, paradossalmente, non arriva invece da chi dovrebbe davvero intervenire e sinora non l’ha fatto ancora. Assurdo. Non vogliamo che questo spazio diventi una proprietà privata».

Il parco San Gennaro, che si affaccia sull'omonimo ospedale, costruito e mai inaugurato, venne aperto con una sommossa popolare il 2 maggio 2008, risanato dall’incuria e dall’abbandono. E i residenti si costituirono in comitato, interloquendo con il Comune di Napoli. Ma da allora ad oggi quest’area verde ha subìto periodicamente atti vandalici che ne hanno ridotto drasticamente funzionalità e vivibilità.

Motivo per cui, a parte le denunce inoltrate alle forze dell’ordine, il lavoro quotidiano del comitato spazio sociale Parco San Gennaro non è mai stato facile. I rappresentanti hanno più volte chiesto un servizio di guardiania (anche notturna), oltre che l’installazione di cancelli e di un sistema di videosorveglianza. «La Napoliservizi - continua l'operatore sociale - ha inviato un solo custode che viene solo ad aprire e chiudere l'ingresso (anche lui «garbatamente» minacciato, ndr). Cosa che non basta, ovviamente, in un quartiere dove non c'è niente, dove la dispersione scolastica è del 60% e dove un giardino pubblico può risultare fondamentale per togliere tanti giovani dalla strada.

Di recente, inoltre, sono stati spesi dal Comune un milione e ottocentomila euro per lavori di ristrutturazione, ultimati tre mesi fa, ma ragazzini venuti probabilmente da altre zone hanno distrutto quasi tutto». Qualcuno ipotizza che possa trattarsi degli stessi minorenni che, fino a una settimana fa, chiedevano il pizzo a mamme e bambini in piazza Cavour per poter utilizzare le giostrine, un caso segnalato dal nostro giornale.

Episodi di baby teppismo metropolitano che ora, nel caso del parco San Gennaro, avrebbero addirittura spinto la camorra a pretendere la gestione del polmone verde per porre fine ai raid delle babygang. «Avevamo reso un semplice giardino pubblico in un luogo di socialità, incontro e aggregazione. Soprattutto per i più piccoli, nella speranza che potessero sperimentare forme alternative di stare insieme, e libere dalle logiche di violenza, aggressività e brutalità che sempre più attanagliano questa città - conclude amaramente un attivista del comitato - ma evidentemente a qualcuno non piace tutto questo». 


Tullio De Simone
Giuliana Covella
Domenica 03 Aprile 2011 - 12:03




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Se l'Fbi chiede aiuto ai fan dei rebus per risolvere un caso di omicidio

Corriere della sera


Due fogliettini di carta scritti in codice trovati nelle tasche della vittima. Il Bureau subissato dalle segnalazioni


MILANO - È un caso omicidio irrisolto da dodici anni, uno di quei «cold case» ancora senza una risposta, senza un movente e men che meno un colpevole. Nell'estate del 1999 fu ritrovato in una campagna di St. Louis, nel Missouri, il cadavere del 41enne Ricky McCormick. Gli unici indizi da cui partono gli investigatori per risolvere il giallo sono due fogliettini trovati nelle tasche dei pantaloni. Due pezzi di carta cifrati, con uno strano codice fatto di numeri, lettere, parentesi e segni d'interpunzione. Un rompicapo che in tutti questi anni gli agenti dell'Fbi non sono stati in grado di decifrare. E nessun riscontro è arrivato pure dai maggiori esperti nel campo della crittografia. Con un appello pubblico il Bureau si è rivolto ora alla Rete, ma soprattutto agli appassionati di rebus in tutto il mondo. Che in queste ore hanno letteralmente invaso la casella dell'Ufficio federale di investigazione con migliaia di segnalazioni e potenziali soluzioni. Si è scatenata una vera e propria mania da quiz. Quegli appunti potrebbero portare alla soluzione del mistero, svelare insomma il volto del killer. Ma forse sono solo una semplice lista della spesa.




ROMPICAPO GLOBALE - Gli inquirenti dell'Fbi possono riaprire i «casi freddi», innanzitutto grazie alla ricerca scientifica che oggigiorno sforna nuove impreviste possibilità. Possono trovare indizi freschi e magari la soluzione a casi che prima erano irrisolvibili o almeno apparivano come tali. Un aiuto può arrivare anche da Internet, ovvero dall'immensa comunità virtuale. A loro hanno infatti pensato i federali per determinare finalmente il caso di Ricky McCormick. Ma andiamo per ordine. Questi i fatti: il 41enne fu apparentemente ucciso nell'estate di 12 anni fa e il suo corpo ritrovato il 30 giugno in un campo di St. Louis. Due biglietti scritti a mano, e in codice, sono stati trovati nelle tasche della vittima. I soli indizi. «Siamo veramente bravi in quel che facciamo», ha spiegato Dan Olson, il direttore del Cryptanalysis and Racketeering Records Unit (CCRU), una sorta di «ufficio decrittazione» creato per supportare le indagini attraverso l'analisi degli scritti cifrati e in codice. Dalla sede di Quantico, in Virginia, lo specialista dell'Fbi però sottolinea: «In questo caso specifico ci troviamo di fronte ad un vicolo cieco, abbiamo veramente bisogno d'aiuto». Neppure gli esperti e gli appassionati di «scritture nascoste» dell'American Cryptogram Association, l'associazione crittografica statunitense, hanno capito l'arcano nascosto in quelle notizie.

TRENTA RIGHE - L'Fbi ha pertanto pubblicato sulla sua pagina web le 30 righe dell'inesplicabile codice. Nella speranza che qualcuno, forse con una semplice occhiata, abbia «l'intuizione geniale». «Non c'è ricompensa, ma l'occasione di risolvere uno dei casi top del Ccru», spiega Olson. McCormick era un appassionato di messaggi cifrati e scriveva note crittografate fin da bambino. Note che solo lui riusciva a leggere. Quei pezzi di carta sarebbero stati redatti poco prima della morte, dicono gli agenti federali. Che, tuttavia, non possono ancora dire con certezza se si sia effettivamente trattato di un assassinio. È morto per una ferita alla testa, ma l'autopsia sul cadavere non ha dato risultati su una eventuale mano che ha agito o su si è trattato di una banale caduta. Ciò nonostante, due giorni dopo la pubblicazione della richiesta d'aiuto del Bureau, sul web si è scatenata una vera e propria ossessione.

LE TEORIE (PIU' ASSURDE) - Migliaia di indicazioni, suggerimenti e possibili spiegazioni sono arrivati da ogni parte del globo. Da scienziati, crittologi per hobby e fan dell'enigmistica. Teorie logiche e plausibili, ma anche irreali, banali, mistiche e persino cospirative. C'è chi suggerisce sia una semplice lista della spesa; il resoconto di una telefonata con un esperto di Pc; le istruzioni di un meccanico sul cablaggio dell'accensione del motore dell'auto. E ancora: un qualche promemoria sulle medicine da assumere; indicazioni su delle scommesse sportive. Una eco immensa, inattesa, alla quale la stessa Fbi non riesce più a far fronte. I server sono andati in tilt, la casella delle lettere è stracolma e i telefoni non smettono più di squillare, ha raccontato Dan Olson. Che al New York Times ha precisato: «Anche se si trattasse solo di una lista della spesa o di una lettera d'amore vogliamo assolutamente decifrare questo codice anche perchè finora non abbiamo la più pallida idea di cosa possa essere».

Elmar Burchia

02 aprile 2011(ultima modifica: 03 aprile 2011)



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Gli Uffizi numero 2, quei capolavori chiusi nelle stanze segrete

Corriere della sera

Da Botticelli a Tiziano, i tesori al buio.Un centinaio di quadri saranno esposti a giugno




FIRENZE - Il paradiso dei quadri si materializza, improbabile, dopo 39 scalini di pietra serena al primo piano dell'ala di ponente degli Uffizi, sopra le Reali Poste, immediatamente dietro la Loggia dei Lanzi di Piazza della Signoria. «Qui, se ne avessero la possibilità, tutti i dipinti della Galleria vorrebbero essere custoditi», dice il direttore degli Uffizi, Antonio Natali. Il motivo è semplice. In questi magazzini, rigorosamente chiusi al pubblico, 2.500 opere d'arte, spesso di straordinaria fattura, sono conservate al buio, senza sbalzi di umidità e di temperatura, coccolate da mani esperte.

Siamo nelle stanze segrete del museo, la Riserva come l'ha ribattezzata il professor Natali, gli «Uffizi 2», così affascinanti nella loro diversità strutturale. Cammini in corridoi e stanze divinamente sopraffatto da quadri sistemati su griglie di acciaio. Non collocati in sequenza, ma disposti a quadreria, come volevano i gusti medicei, uno sopra, l'altro sotto, in un puzzle indefinito. Così ti pare di muoverti in un atipico link dell'estetica che si sviluppa sino a tre metri di altezza. Opere bellissime che dal Trecento, passando dal Rinascimento arrivano sino alla contemporaneità.
Camminando tra le griglie affollatissime non è difficile scorgere un'Adorazione dei Magi del Botticelli, incontrare la Fanciulla con scettro, corona e cuscino di Giovanni Martinelli, immergersi nel Concerto Campestre del Guercino, oppure rimanere stregato dalla Venere e Cupido con un cane e una pernice di Tiziano.


«La Riserva non è immobile - spiega il direttore Natali -. Alcuni dipinti custoditi per decenni in questi magazzini andranno nella Tribuna, la parte più nobile degli Uffizi. Un esempio per tutti? La Venere della Pernice di Tiziano. Il gusto cambia e non è escluso che in futuro molte opere dei depositi possano trovare posto nella Galleria e dunque mostrarsi ogni giorno al pubblico. Come è possibile che altri dipinti vadano a riposarsi nella Riserva».

Un centinaio di quadri sono già pronti a «riveder la luce» e a giugno troveranno i riflettori delle otto stanze in via di allestimento dei Nuovi Uffizi, il grande progetto che darà un nuovo volto alla Galleria e ha fatto discutere con interminabili polemiche. Quale siano le opere prescelte resta ancora un mistero che sovrintendenza e direzione si riservano di svelare a breve. A Firenze è diventato anche un gioco intrigante. Chi andrà a mostrarsi nell'empireo vasariano? La Madonna della Loggia del Botticelli oppure la straordinaria Predella con tre storie di San Benedetto, tempera su tavola di Neroccio di Bartolomeo Landi? Oppure la gara vanitosa avrà come protagonisti Filippo Napoletano, Cristoforo Munari, Giuseppe Recco, Il Bamboccio artista della scuola del Caravaggio?
Vedremo. Intanto, grazie all'intuizione del direttore Natali, alcuni «dipinti segreti» diventano protagonisti di mostre internazionali. Come quella ancora visibile in Cina.

«Un successo straordinario con 1,2 milioni di visitatori - spiega il direttore degli Uffizi - e ancora manca Pechino che sta aprendo adesso». Altre mostre monografiche, attingendo qui e là dal grande link estetico della Riserva, sono state realizzate in alcuni luoghi di origine dei pittori, dove spesso quelle opere sono state concepite, si sono materializzate attingendo ai paesaggi e alle atmosfere di una Toscana che di volta in volta ritroviamo anche nei grandi capolavori di Leonardo e Michelangelo. È stata creata anche una collana-evento intitolata «La città degli Uffizi», un viaggio tra capolavori. Il futuro della Riserva non sarà commerciale. Non c'è bisogno di fare nuovi musei, troppi (anche importanti) somigliano a deserti, mentre gli Uffizi continuano a macinare record. In quei locali dell'ala di ponente dove nel Trecento c'era la zecca e, prima della mano del Vasari, uffici amministrativi, migliaia di opere continueranno a riposarsi in attesa di mostrarsi alle umane voglie di cultura.

Marco Gasperetti
03 aprile 2011

Delitto dell'Olgiata, l'ipotesi dei complici

Corriere della sera


L'ex domestico sarebbe stato aiutato. Il mistero dei gioielli della contessa





ROMA - La confessione tra le lacrime di Winston Manuel non convince del tutto chi indaga. Si ritiene che il filippino abbia detto la verità, ma anche che dal suo racconto possano emergere altri particolari. Perciò è in programma un altro interrogatorio, che potrebbe essere fissato già per questa settimana. A breve, poi, la richiesta di giudizio abbreviato.

I punti che il pm Francesca Loy e il colonnello Bruno Bellini, comandante della prima sezione del Nucleo investigativo dei carabinieri, vogliono approfondire sono tre. Intanto, i gioielli. Il giorno del delitto, il 10 luglio '91, dalla camera da letto di Alberica Filo della Torre sparirono un anello in oro bianco con un brillante del valore di 80 milioni di lire, un girocollo in oro giallo e un paio di orecchini. Manuel ha spiegato di non averli rubati, ma allora che fine hanno fatto?
Altra questione il movente. Davvero il filippino era tornato nella villa all'Olgiata per essere ripreso? Oppure la visita aveva a che fare, in qualche modo, con il denaro che la contessa gli aveva prestato? Infine, la dinamica del delitto: Manuel l'ha raccontata tra molti «non ricordo», ma gli investigatori vorrebbero ricostruire l'omicidio nei dettagli, capire in che modo da una sorta di colloquio di lavoro il filippino abbia finito per uccidere.

Mentre il Ris, diretto dal colonnello Luigi Ripani, completerà i test del dna sul lenzuolo macchiato di sangue e sugli altri reperti, in questi giorni saranno convocati anche i testimoni ritenuti utili per descrivere i rapporti tra la contessa e l'ex domestico. Già nel '91 alcune amiche della vittima avevano riferito che Alberica si lamentava perché Manuel «beveva», «chiedeva anticipi in continuazione» e «non rispettava gli impegni assunti». Critiche confermate dal vedovo, Pietro Mattei, giovedì scorso in procura.
Le deposizioni che si terranno in questi giorni potrebbero rivelarsi utili anche per spiegare uno dei tanti misteri dell'inchiesta. All'epoca si era ipotizzato che due cameriere, anche loro filippine, avessero notato Manuel, senza però riferirlo ai carabinieri. La pista era finita in un vicolo cieco, ma ora si tenterà di stabilire se l'ex domestico fu aiutato. Ieri gli avvocati Mattia La Marra, Flaminia Caldani e Andrea Guidi sono tornati a trovare Manuel a Regina Coeli. «Mi sono tolto un peso», ha ripetuto il filippino ai suoi legali, ai quali è apparso «più disteso e tranquillo». Rinchiuso in un cella singola, l'ex domestico dell'Olgiata prega ogni giorno a lungo e ieri ha chiesto di incontrare il cappellano del carcere, la moglie Rowena e le figlie, Alberica e Adelljoy, a Roma da appena cinque mesi. «Ogni giorno che trascorrerò qui in cella - ha confidato Manuel agli avvocati - serviranno a pagare per quello che ho fatto, per il dolore che ho inferto a tante persone. Voi e la mia famiglia però non mi dovete abbandonare». «Se questa era la sua volontà siamo sereni», ha detto la sorella Revelyn. Ma i congiunti del filippino (nei giorni scorsi è stata pubblicata una foto del cognato al posto della sua, ce ne scusiamo con i lettori) sono distrutti e in lacrime. Soprattutto Rowena e le figlie, che fra qualche mese dovranno fare i conti con una condanna che, con il rito abbreviato, non potrà essere inferiore ai 14 anni.


Lavinia Di Gianvito
03 aprile 2011



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Sospesa tutta la classe per pochi studenti bulli Le ragioni del Tar: "Bisogna punire l’omertà"

di Enrico Lagattolla


I giudici amministrativi respingono il ricorso di un alunno contro il provvedimento disciplinare: "Giusto sanzionare chi non si dissocia dai violenti"



Gran caos in classe, quel giorno di maggio di due anni fa. Due ore da dimenticare, almeno per il professore. Dal verbale del consiglio di classe: «Durante le prime due ore di lezione sono stati lanciati diversi pezzetti di pastelli a cera in direzione dell’insegnante». Chi è stato? Impossibile scoprirlo. Nessuno parla. E se nessuno parla, decidono a scuola, sono tutti responsabili. Un giorno di sospesione collettiva per «omertà o correità con i compagni». Una decisione contro cui è stato presentato ricorso al Tar dal genitore di una studentessa minorenne. Il senso del ricorso è chiaro: violazione del principio della responsabilità disciplinare individuale. In pratica, ognuno deve rispondere per se stesso.
E il tribunale parte dalla stessa prospettiva. Respinge il ricorso, con una sentenza depositata il 30 marzo scorso, spiegando che «la fonte della responsabilità disciplinare è un comportamento individuale omissivo, denotato dalla mancata dissociazione del singolo studente dalla condotta, gravissima e massimamente riprovevole, posta in essere in classe nei confronti di un docente». Insomma, proprio perché ciascuno paga per i propri comportamenti, paga anche il fatto di non denunciare le malefatte altrui.
La «lezione» dei giudici di via Corridoni chiude così un caso disciplinare che l’8 maggio del 2009 aveva agitato l’aula della 1D dell’Istituto tecnico commerciale «Gino Zappa» di Milano, in viale Marche. Le intemperanze degli studenti, oltre al giorno di sospensione collettiva della classe, era costata altri due giorni agli alunni «già autori di comportamenti scorretti denotati dalle note disciplinari riportate nel registro di classe». Il padre di una ragazza, però, ha fatto ricorso sostenendo che «la condotta imputata alla minore non poteva essere sanzionata con la sospensione, ma con l’allontanamento temporaneo dalla classe nel corso dello svolgimento dell’ora di lezione», anche perché il provvedimento non era corredato da «specifica contestazione di addebiti», ma da «mere supposizioni». Ma per il Tar, il provvedimento della commissione disciplinare dell’Istituto punisce «una pluralità di atti di identi contenuto, che può essere scomposto in tanti provvedimenti singolari quanti sono i destinatari».
Infine, la giornata di sospensione non è eccessiva, come sostenuto dal padre della ragazza. Posto che il regolamento dell’Istituto consente l’allontanamento degli studenti fino a un massimo di 15 giorni per motivi disciplinari, quella sola giornata di sospensione «denota il chiaro intento del corpo docente di ammonire gli studenti a tenere comportamenti civili e di richiamarli ad atteggiamenti rispettosi e collaborativi per garantire il regolare svolgimento delle lezioni».





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Lavoratori per un giorno, pensionati per la vita



Scalfari, deputato per 3 anni, incassa oltre 3mila euro al mese. Non èil solo privilegiato: da Ciampi a Toni Negri, quando bastano poche mensilità di contributi per vitalizi d’oro. Il radicale Boneschi fu in carica solo il 12 maggio 1982: in pensione a 44 anni



 
Fino a 65 anni? Trentacinque anni di contributi? Quaranta? Quan­to pensate di dover ancora faticare prima di poter battere cassa al­l’Inps? E vabbè, consolatevi: ci sono alcuni italiani che, a differenza vo­stra, da tempo ricevono la pensione avendo lavorato la bellezza di una settimana. O, meglio, la bellezza di un giorno. Proprio così: un solo gior­no di lavoro, pensione per il resto della vita. Vi sembra strano? Forse. Ma vi sembrerà un po’ meno strano appena conoscerete il lavoro (si fa per dire) svolto dai fortunati sogget­ti. Si tratta, in effetti, di ex parlamen­tari.

Cominciamo dall’avvocato Luca Boneschi? Ma sì, cominciamo da lui: eletto per i radicali nel collegio di Como, fu proclamato depu­tato il 12 maggio 1982; il giorno dopo, il 13 maggio 1982, terminò ufficialmen­te il mandato. Ventiquat­tr’ore in carica, nemmeno una presenza in aula. L’uni­co suo atto formale alla Ca­mera? La lettera di dimissio­ni. Non si può dire che fu una gran fatica l’attività a Montecitorio dell’avvocato Boneschi. Eppe­rò è valsa una sempiterna rendi­ta che, secondo quando dichiarò lo stesso Bone­schi, gli è stata gentilmente offer­ta addirittura nel 1983.

Cioè quan­do aveva appena 44 anni. Da allora quella pensione la riceve regolarmente ogni mese: 3.108 euro lordi, 1.733 netti. Vi sembrano po­chi? Dipende dai punti di vi­sta, si capisce: c’è gente che dopo aver lavorato fino a ro­vinarsi la salute prende me­no di un terzo. L’avvocato Boneschi, invece, se li è ag­giudicati con un giorno di contributi. La stessa cifra (3.108 euro lordi, 1.733 net­ti) spetta anche a due altri ex parlamentari radicali, Piero Craveri a Angelo Pez­zana. A loro, però, è toccata una fatica maggiore: un’in­tera settimana in carica. Il primo fu iscritto al Senato il 2 luglio 1987 e si dimise il 9 luglio; il secondo fu iscritto alla Camera il 6 febbraio 1979 e si dimise il 14 febbra­io. Un’intera settimana da parlamentari?

Accipicchia, non si saranno stancati? Ma no, non preoccupatevi: an­che per loro l’impegno è sta­to limitato. Un’unica sedu­ta. Che ha fruttato bene, pe­rò. Va detto, a onor del vero, che il cavillo che ha permes­so questo scandalo è stato abolito. Adesso le norme so­no più severe: bisogna stare in Parlamento almeno 5 an­ni per avere la pensione. Certo: 5 anni sono sempre pochi rispetto ai 35-40 ri­chiesti ai cittadini normali, ma è un primo passo. Eppe­rò il dubbio resta: perché quelli che hanno lavorato un giorno solo la pensione continuano a prenderla? Si capisce: i diritti acquisiti non si toccano. Ma siamo si­curi che prendere 3.108 eu­ro al mese per tutta la vita in virtù di un giorno passato a Montecitorio sia un diritto? Non sarà un’ingiustizia?

O uno scandalo? E chi l’ha det­to che gli scandali acquisiti non si toccano? Paolo Prodi, Toni Negri, Eugenio Scalfari. Anche perché di quelle norme sciagurate so­no stati in tanti ad approfit­tare. Il più famoso è sicura­mente Toni Negri, il cattivo maestro dell’Autonomia operaia. Fu parlamentare 64 giorni (dal 12 luglio al 13 settembre 1983), il tempo necessario per scappare in Francia, sottrarsi alla giusti­zia italiana e assicurarsi un vitalizio di 3.108 euro al me­se da quello Stato borghese che voleva abbattere. Uno sforzo maggiore è toccato a Paolo Prodi, fratello di Ro­mano: è stato in Parlamen­to 126 giorni per maturare la medesima pensione (3.108 euro).

Ed Eugenio Scalfari? Da grande esperto di economia, non ha mai perso occasione di spiegare quanto sia giusto che le ren­dite previdenziali siano cor­rispondenti ai contributi versati. Perfetto: ma come spiega che, con questo siste­ma, un operaio per avere dall’Inps mille euro al mese deve lavorare 35 anni e inve­ce lui ne prende 3.108 con appena 3 anni e mezzo di at­tività in Parlamento? L’Inpdap diAndreotti. Ma la dif­ferenza tra versamenti effet­tuati e vitalizi maturati non riguarda solo le pensioni parlamentari. Abbiamo già citato i casi Oscar Luigi Scal­faro (4.766 euro netti dal­l’Inpdap per tre anni lavora­ti come magistrato) e di Ser­gio D’Antoni (in pensione Inpdap a 55 anni con 40 an­ni di anzianità di servizio da docente universitario).

Va ricordato anche il caso di Andreotti, che come Scalfa­ro, è entrato in Parlamento nel 1946 e non ne è più usci­to. Eppure è riuscito a matu­rare il diritto a due altre pen­sioni, che ovviamente som­ma alla sua indennità da se­natore: una dall’Inpdap PREMIO Per Publio Fiori 22mila euro netti al mese: aumentato il suo assegno da vittima Br (3.440 euro netti al mese) che riceve dal 29 giugno 1992 e una dall’Inpgi (66.126 euro lordi l’anno) che intasca dal gennaio 1977, cioè da quando aveva 58 anni. Quando e come avrà versato i contributi suf­ficienti per garantire una co­sì lunga rendita? Per carità, tutto lecito, a norma di leg­ge, come sempre. Ma sicco­me lui ci aveva insegnato che a pensare male la si az­zecca, ci sia concessa una domanda: non è che una parte di quei contributi (co­siddetti «figurativi») glieli abbiamo offerti di tasca no­stra?

Le tre pensioni (più stipendio) di Ciampi. Paradossalmente, uno degli enti più generosi nel regalare previdenza a buon mercato è sempre sta­ta Bankitalia. Proprio così: l’istituto che ogni momento chiede severità per i cittadi­ni ha sempre usato un altro metro per i suoi dirigenti. Ri­gore? Corrispondenza fra rendite e contributi versati? Macché: baby pensioni e pensioni d’oro per tutti. Fra i beneficiati anche Lamber­to Dini, che dal 1994 incas­sa 18mila euro al mese (cui poi ha aggiunto una pensio­ne Inps) e Carlo Azeglio Ciampi, che incassa addirit­tura due pensioni Bankita­lia, per un totale di 30mila euro, cui si aggiunge una pensione Inps e lo stipen­dio da parlamentare.

Gra­zie a queste quattro entrate l’ex Presidente della Repub­blica ha dichiarato nel 2009 guadagni pari a 740.651 eu­ro, di cui 687mila come «red­diti da lavoro dipendente e assimilati » . Publio Fiori 22mila euro netti al mese (con l'aumento). Il record­man della previdenza, pe­rò, è Publio Fiori: più volte sottosegretario dc, ferito gravemente nel 1977 dalle Br, dal 1994, cioè da quan­do aveva 56 anni, usufrui­sce di una ricca pensione Inpdap che (giustamente) gode della esenzione totale delle tasse prevista per le vit­time del terrorismo: fino al 31 dicembre 2009 ammon­tava a 14.590 euro al mese, ma dal 1 gennaio 2010 è sta­ta ritoccata all’insù. Sarà stata giudicata insufficien­te? Forse. Comunque ora Fiori prende 184.634 euro l’anno, cioè quasi 16mila euro netti al mese.

A cui van­no aggiungi i 10.631 euro lordi della pensione da par­lamentare per un totale di oltre 22mila euro netti (net­ti!) al mese. Grazie all’au­mento, ovviamente. Ai giudici della Consulta 20mila euro (più autista). Gli ex giudi­ci della Corte Costituziona­le in media prendono una pensione da 253mila euro lordi l’anno, circa 20mila al mese.L’ex presidente Gusta­vo Zagrebelsky, per dire, ne prende 21.332 (12.267 net­ti). A questa somma si ag­giunge però la superliquida­zione che viene incassata al momento dell’addio:Zagre­belsky, per esempio, ha otte­nuto 907mila euro lordi, 635mila euro netti. Com’è possibile?

Semplice: il man­dato del giudice costituzio­nale, per quanto più pagato, è assimilato formalmente a un qualsiasi rapporto di pub­blico impiego. E quindi, ai fi­ni pensionistici, si può ricon­giungere con gli altri anni passati nel settore statale. Il prof Zagrebelsky, per esem­pio, ha sommato gli anni tra­scorsi all’università ed è arri­vato a 38 anni di anzianità la­vorativa, tutti ricalcolati sul­l­a base del superstipendio al­la Consulta. E chi non ha tra­scorsi nel settore statale? Non c’è problema: per Fer­nanda Contri, per esempio, la preferita di Oscar Luigi Scalfaro, che faceva l’avvo­cato, è stata fatta un’apposi­ta leggina. E così le sono ba­stati 9 anni alla Consulta per assicurarsi una liquidazio­ne di 222mila euro e un vitali­zio di 10.934 euro lordi al me­se (6.463 netti).

Se poi tutto ciò non bastasse agli ex giu­dici vengono garantiti an­che molti benefit, a comin­ciare dall’auto blu con auti­sta a domicilio per il resto della vita: il regolamento, pi­gnolissimo, prevede che sia­no a carico dello Stato an­che le spese per le riparazio­ni dell’auto, il garage, il ma­teriale di consumo etc etc, fi­no a paraflu, spugna e pelle di daino. Si capisce: uno che prende 21.332 euro al mese, può mica permetterseli, no? Bando alle ciance e si proce­da: pelle di daino e paraflu gratis per il pensionato d’oro della Consulta. Chi prende la minima dell’Inps è lieto di contribuire.



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Ecco la peggior previdenza del mondo

di Redazione


Quali sono le «rendite»? Cosa si nasconde dietro il ditino puntato di tanti furbetti che periodicamente appioppano questa definizione ai sudati risparmi degli italiani?
Il gioco è molto semplice e risale all’origine della sinistra mondiale: basta indicare i beni legittimi degli altri come se fossero uno scandalo e un privilegio (non è difficile, ciascuno di noi è «benestante» rispetto a qualcun altro, anche l’operaio lo è rispetto ad un mendicante, per cui il trucco riesce sempre), in questo modo si distoglie abilmente l’attenzione dai propri privilegi e si può persino passare per giustizieri.

Peccato però che qualche volta qualcuno si prenda la briga di mostrare le carte e allora, come hanno ottimamente scritto su queste pagine Mario Giordano e Nicola Porro, si scopre il misero altarino di coloro che con più zelo hanno sempre predicato la lotta ai privilegi (degli altri) e la (propria) giustizia sociale. Le pensioni in Italia sono fra le più inique del mondo. Una vera e propria distinzione in caste, dove ci sono da una parte i bramini del privilegio acquisito, della baby pensione, del vitalizio e del sistema retributivo, mentre dall’altra abbiamo i paria: gli attuali giovani lavoratori che, nonostante la loro posizione previdenziale sia calcolata con il sistema contributivo e quindi avrebbero semplicemente diritto alla restituzione di quanto hanno già versato, ogni volta sono utilizzati come bancomat, con ritocchi ai parametri, allungamenti dell’età pensionabile e obbligo di fondi pensione dalla gestione speso traballante.

Ai giovani, a cui vengono propinati gli slogan di Bersani e della Bindi contro i supposti «privilegiati», nonché le sbilenche idee della Cgil contro i «ricchi», va forse rammentato che la maggioranza degli iscritti al sindacato è costituita da pensionati e che l’interesse fortissimo di chi dispone di una rendita previdenziale superiore ai propri contributi è quello di trovare sempre nuove pecore da tosare per mantenere il proprio privilegio. Quando in università si spiega il sistema previdenziale (ed è la voce più importante di spesa dello Stato, imprescindibile per ogni progetto di risanamento dei conti) gli studenti sgranano gli occhi come se sentissero una leggenda. Rassegnati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro ad una pensione-miraggio, le storie delle baby pensioni agli statali quarantenni, dei vitalizi concessi alle categorie più disparate, degli sposalizi dei moribondi per assicurarsi la reversibilità e delle promozioni di comodo del lavoratore privato negli anni di fine carriera per arricchire l’assegno a spese del pubblico, sembrano cose dell’altro mondo. Invece sono proprio di questo mondo, e soprattutto del mondo di coloro che chiedono agli altri sacrifici e che promettono patrimoniali o di tasse sui risparmi.

Ci permettiamo di suggerire un piccolo, innocuo accorgimento che potrebbe aiutare il dibattito su chi sia davvero privilegiato e chi no. Basterebbe recapitare ad ogni attuale pensionato o titolare di vitalizio (politici e sindacalisti in prima fila) un fogliettino con la cifra a cui avrebbe diritto se fosse come tutti gli altri che in pensione ci devono ancora andare. Non dovrebbe essere difficile: basta ricostruire la storia contributiva di ciascuno ed applicare ai versamenti gli stessi parametri che saranno applicati a chi sta lavorando oggi, con la differenza sottolineata in rosso. Di sicuro costoro, sempre così attenti all’equità, non avranno nulla da dire se gli si ricorda garbatamente un privilegio ricevuto. Tante volte un promemoria vale più di una tassa. Quando ci sarà la solita proposta di rimettere mano un’altra volta ai coefficienti di rivalutazione per i giovani o di tassare i risparmi vedremo con che coraggio chi dispone di una pensione doppia o tripla (se va bene) rispetto ai contributi versati e che quindi, al contrario degli occupati o dei risparmiatori, sta mungendo soldi a tutti noi ogni mese, potrà ancora chiedere sacrifici.



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Ho io il 45 giri in cui canta Bossi» Spunta il boogie woogie del Senatur

Corriere della sera


Il disco si intitola «Ebbro». Mirko Dettori l'ha messo all'asta per 250 mila euro








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Manduria, così il racket sfrutta quelli che fuggono dalla tendopoli

di Massimo Malpica


Continua l’esodo dei clandestini da Manduria: appena usciti dal centro di accoglienza, centinaia di immigrati vengono arruolati come braccianti nei campi a 15 euro a giornata. Espatriare in Francia costa 700 euro, per il Belgio ne servono addirittura mille



Una lunga fuga da un continente all’altro, solo per finire tra le braccia del racket. Sottopagati come forza lavoro, poi imbarcati a peso d’oro su treni e furgoni per viaggi della speranza verso quel resto d’Europa che, però, di loro non vuol sapere nulla. L’ultimo paradosso dell’esodo degli immigrati dalla tendopoli di Manduria è finire in un sistema che li spreme due volte. Prima sfruttandoli nei campi, poi togliendo loro i pochi soldi messi da parte, oltre a quelli risparmiati, con il miraggio di un espatrio verso Nord, Francia e Belgio soprattutto.
Dal loro arrivo in Puglia, i clandestini scappati dal Nord Africa via Lampedusa sono finiti nel mirino dei caporali. Vengono avvicinati appena abbandonano il centro di accoglienza alle porte della città del Primitivo, e portati a lavorare nei campi per cifre ridicole persino per gli irregolari, che non accettano di «fare la giornata» per meno di 35 euro, cifra già comunque inferiore del 30 per cento alla paga di un bracciante «regolare».
Ma i fuggitivi si accontentano di meno della metà. Per dieci euro, quindici al massimo, sudano per dieci ore nelle campagne di Brindisi e Taranto, raccogliendo carciofi e verdure e incassando la paga a fine giornata. Hanno sparigliato le «regole» del mercato nero del lavoro, spinti dalla fame di soldi, per quanto pochi siano, accendendo tensioni e rischiando di innescare una guerra tra sfruttati. Perché quel denaro, poi, serve a finanziare la fuga che continua, puntando a Nord. Ed è qui che i clandestini sbarcati a Lampedusa e volati in Puglia finiscono, ancora una volta, per essere taglieggiati.
Perché se il sogno della Francia è un traguardo da tagliare a ogni costo, di fronte a una simile domanda, il mercato - nero, naturalmente - non poteva che rispondere con un’offerta, disonesta e illegale: un racket dei trasporti per i clandestini che, soprattutto i tunisini, hanno come destinazione finale del loro viaggio della speranza un parente o un amico in territorio transalpino.
L’agenzia viaggi della speranza ha tariffe fisse e non certo a buon mercato. Per farsi portare direttamente sul suolo francese tocca sborsare 600-700 euro. E la cifra arriva a sfiorare i mille se la destinazione finale è il Belgio. Qualche volta in contanti, altre con una sorta di «prestito d’onore» che significa ricatto, schiavitù e un futuro senza documenti. I soldi? Ci sono quelli portati da casa e risparmiati dal primo viaggio, quelli strappati con il lavoro dei campi, quelli spediti, per chi ha qualcuno, da qualche parte, che lo aspetta, con i servizi di money transfer internazionale.
L’alternativa per gli immigrati è organizzarsi «in proprio», raggiungendo una stazione (Brindisi, Lecce o Taranto) e saltando di treno in treno, fino a Ventimiglia. L’hanno fatto in centinaia, negli ultimi giorni, ma solo per essere respinti alla frontiera dalla polizia francese, che non fa passare nessuno. Per superare il confine in barba ai controlli, per non unirsi alla folla che aspetta chissà cosa al ponte di San Ludovico, il valico di confine sull’Aurelia dove i clandestini si ammassano, un modo c’è: basta pagare. Con 300 euro l’organizzazione promette di portarti pochi chilometri più in là, a Mentone, ennesima tappa di un viaggio ancora lungo e pieno di incertezze. Il racket della fuga non prevede assicurazioni.

Gli imprevisti sono dietro l’angolo, i tempi indefiniti, il punto d’arrivo orientativo, la sicurezza nemmeno un optional. Ma il business del traffico dei clandestini è fiorente, e non ci sono alternative.
Questa è l’altra faccia dell’esodo nordafricano, quella che prende in giro qualsiasi discorso sulla accoglienza e sulla solidarietà. E trasforma il sogno in un incubo. Chi viene qui giocandosi tutto sulla ruota della fortuna rischia, troppo spesso, di non trovare la legge, ma la malacarne del racket.




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Una tribù di guerrieri nel Dna di Obama

La Stampa

Maurizio Molinari


In un libro ricostruita la discendenza africana del leader Usa dal 1250
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Una tribù che adorava in Sudan la divinità Nyasaye, un avo guerriero in Uganda, il trisavolo sfuggito ai mercanti di schiavi, il nonno cristiano convertito all’Islam e un padre con quattro mogli che forse morì assassinato: questa è la stirpe da cui proviene il 44˚ Presidente degli Stati Uniti, che Peter Firstbrook racconta nel libro «The Obamas», edito da Crown. L’autore è un regista di documentari della Bbc e in coincidenza con l’insediamento di Barack Hussein Obama alla Casa Bianca scelse di seguirne le tracce africane mettendo insieme in tre anni di ricerche una quantità tale di materiale da convincersi che il modo migliore per raccoglierlo fosse un libro. Ne esce un racconto tribale che intreccia le origini dell’Africa, l’epopea delle esplorazioni, il dominio britannico e le rivolte post-coloniali con una miriade di personaggi stampati nella memoria di dozzine di testimoni ma quasi sempre assenti da ogni anagrafe. La genesi dei Luo, la tribù di Obama, è in Sudan, dove il capostipite Sin-Kuru attorno al 1250 prende 12 mogli dando origine a tre ceppi: i niloti delle pianure, degli altipiani e dei fiumi-laghi. Questi ultimi discendono da Opiyo Podho Koma, figlio di Sin-Kuru, che si insedia nel Sud, a Bahr al Gazal, lungo il Nilo Bianco, da dove hanno bisogno di due secoli per percorrere i circa 400 km che li separano dal Lago Alberto, in Uganda.

Quando vi arrivano a guidarli è un re guerriero di nome Podho II, che erige a PackwachPubungu un accampamento-fortezza da cui estende i domini sconfiggendo ogni tribù che gli si oppone. Nasce così la «Terra dei Luo» che scivola verso Sud, seguendo il Nilo, fino a trovare a metà Settecento la definitiva sede sulle sponde del Lago Vittoria, nella regione del Kenya occidentale che porta il nome di Nyanza, dove a K’ogelo ci sono le tombe del padre e del nonno di Obama e a K’Obama c’è un intero villaggio popolato da parenti, più o meno lontani, appartenenti a una tribù che oggi conta 5 milioni di anime ed è la terza della nazione dopo i Kikuyu e i Luhya. Il primo Luo a portare il nome di Obama nasce attorno al 1830 ed è il fratello gemello di Opiyo, all’epoca uno dei leader più influenti di Luoland. La sua occupazione principale è proteggere i villaggi dai mercanti di schiavi arabi che vengono dal Sud per razziare intere famiglie e portarle a Zanzibar, dove vengono vendute ai trafficanti europei. Opiyo deve vedersela anche con le epidemie e l’arrivo dei colonizzatori britannici. Quando gli nasce un figlio lo chiama Obama: avrà cinque mogli inclusa Nyaoke, da cui nel 1895 nasce Onyango Obama, nonno paterno del Presidente Usa. Il Kenya è ormai saldamente nelle mani di Sua Maestà, ha dunque un’anagrafe e questa data è la prima che appare senza punto interrogativo nell’albero genealogico redatto da Firstbrook.

I Luo professano il credo di Nyasaye, una divinità incarnata nel Sole, nella Luna e negli animali selvatici, ma quando Onyango nasce sono stati convertiti al cristianesimo dai missionari europei e anche lui viene battezzato. Lo chiamano Johnson. Da giovane Onyango veste pelli e ornamenti metallici come gli altri Luo, ma l’arrivo della Prima Guerra Mondiale lo obbliga a vestire la divisa dei reparti coloniali britannici con la quale serve in Birmania prima di tornare a Zanzibar, dove cambia fede e sceglie l’Islam prendendo il nome di Hussein. Il motivo sono le donne perché, come confessa a parenti che ne tramandano la spiegazione, «quelle musulmane sono più sottomesse e docili», senza contare che la fede di Maometto consente la poligamia che il cristianesimo avversa, e lui di mogli ne prende cinque. È Habiba Akumu la madre di Barack Obama senior, che però viene cresciuto da Sarah, denominata «Mama Sarah», e ancora vive nel villaggio di K’ogelo a Kendu Bay. I Luo sono noti per avere modi gentili, parlare troppo e avere a cuore l’educazione, e così nonno Onyango spinge il figlio Barack a studiare a Nairobi. Ma il risultato sono frequentazioni universitarie che lo portano nelle file dei gruppi indipendentisti, e poiché sono gli anni della rivolta dei Mau Mau finisce in prigione. Onyango va su tutte le furie e si rifiuta di pagare la cauzione.

Quando il figlio viene rilasciato, lo spinge a cogliere l’occasione di una borsa di studio per volare in America. Barack senior alle Hawaii incontra la bianca Stanley Ann Dunham e la sposa senza aver divorziato da Kezia, e dunque il figlio omonimo quando nasce, il 4 agosto 1961, per la legge americana è illegittimo. Barack senior è un ateo che, tornando in Kenya, avrà altre due mogli - inclusa Ruth, un’americana di Boston - e la sua morte nel 1982 è tinta di giallo perché i parenti che vanno a vedere la salma dubitano della tesi dell’incidente stradale sostenuta dalla polizia, in quanto il corpo non presenta alcuna frattura. Dunque potrebbe essere stato un omicidio.




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Il film di un delitto quasi perfetto

Il Messaggero


di Massimo Martinelli


ROMA - Renato Pallocca aveva quarantuno anni e sapeva aggiustare qualsiasi cosa; Stefano Costantini era la sua ombra. Entrambi giovani, motivati, apprezzati. Quella mattina suonarono al citofono della villa dell’Olgiata alle sette e trenta spaccate. Hanno aspettato dieci, quindici minuti, poi hanno visto Pietro Mattei, il marito di Alberica, affacciarsi dalla stanza da letto che li avvisava che stava scendendo. Comincia così il film di quella mattina. E adesso che è possibile riavvolgere la pellicola di vent’anni e aggiungere i fotogrammi che mancavano, viene da chiedersi quante volte il delitto perfetto sia solo il risultato perverso di alcune casualità. Perchè se Winston Manuel non l’avesse confessata, la sua follia, probabilmente se la sarebbe cavata anche stavolta.

Come accadde vent’anni fa, quella mattina. Quando due operai della Simec, Pallocca e Costantini, si presentano in villa proprio mentre lui rimugina sul licenziamento da parte della contessa. Quando gli operai entrano dal cancello principale, Manuel si butta giù un bicchiere di whisky, per darsi coraggio. Qualche minuto e i due operai, che quella villa la conoscono bene per esserci stati decine di volte a fare piccoli lavoretti, sono davanti al grande barbecue, che quella sera deve funzionare alla perfezione per il ricevimento del decennale di matrimonio della coppia. Con loro c’è Pietro Mattei: spiega qual è il problema del bracere; poi indica una grande finestra scorrevole che affaccia sulla piscina. Non scorre; devono sistemare anche quella. Alberica intanto è scesa in cucina, dove i bambini stanno facendo colazione con Melanie, la ragazza inglese alla pari. Le due domestiche filippine, Violeta Apaga e Remedios Ancheta, stanno già sistemando i saloni. In quel momento Winston sta entrando nella villa, con quattro dita di whisky in corpo alle otto di mattina e a digiuno. Vuole parlare con la ”signora”, convincerla a riprenderlo al lavoro, perché ha bisogno di guadagnare. Passa dal garage, conosce il codice della porta elettrica. Poi sale al primo piano, dove Alberica Filo della Torre è appena tornata, per prendere qualcosa per il mal di testa, come dice alle domestiche. Lui bussa, lei apre la porta della camera da letto. La contessa forse è irremovibile, forse mantiene un atteggiamento distaccato. Per educazione non lo caccia a pedate. Certamente è seccata.

Alle otto e un quarto Pietro Mattei è in auto, sulla Cassia, verso l’ufficio: «E’ salito su una Bmw ed uscito», mette a verbale Pallocca alle sette di quella sera, davanti ai carabinieri della Compagnia Cassia. Alle otto e mezzo i due operai finiscono il lavoro al barbecue e alla vetrata. Se ne vanno. Per una manciata di minuti non incrociano Winston sulla strada, per un altro pugno di attimi non lo hanno visto sgattaiolare sul tetto, che usciva dalla finestra della camera da letto al primo piano.

Alle nove, probabilmente, Alberica sta ancora discutendo con Winston. Domitilla, sette anni, è come se sentisse qualcosa dentro. Chiede di lei, vuole abbracciarla. Una delle domestiche prova a fermarla, le spiega che ”mamma è tornata a dormire” di lasciarla riposare. Di sopra la lite degenera; ma le urla non arrivano fino alla grande cucina al piano terra. Mentre Alberica muore, l’inquietudine di Domitilla diventa un pianto a dirotto. La filippina indugia ancora un attimo; Winston, al piano di sopra, sferra il suo colpo letale. Tre, cinque minuti ancora, la filippina si decide a portare Domitilla dalla mamma. Salgono le scale, ormai c’è silenzio. La porta della camera da letto è chiusa a chiave. La domestica bussa e non riceve risposta. Si china, guarda dal buco della serratura. Vede la chiave infilata dall’interno e, sullo sfondo, un paio di scarpe. «Tutto vero - conferma oggi il pm Cesare Martellino, uno che aveva puntato il dito da subito su Winston Manuel - la domestica ce lo disse subito, mi chinai anche io e vidi le stesse scarpe». Non c’era la chiave, però. Winston se l’era portata via nella fuga sul tetto. Le prime indagini lo sfiorano, perchè il killer ideale si chiama Roberto Iacono, figlio della signora che aiuta i ragazzi a fare i compiti. Un po’ violento, un po’ fuori di testa. Ma innocente. Eppure finisce sulla graticola. Cesare Martellino però batte su Winston, forse ha intuito qualcosa. Si ferma davanti alla perizia sul lenzuolo che avvolge la testa della contessa, perchè vent’anni fa un’altra perizia aveva detto che c’era solo il gruppo sanguigno della vittima. Due mesi fa arrivano i carabinieri del Comando Provinciale e del Ris; Maurizio Mezzavilla, Salvatore Cagnazzo, Luigi Ripani. E alla fine, i titoli di coda li scrivono loro.

massimo.martinelli@ilmessaggero.it

Sabato 02 Aprile 2011 - 12:35




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