martedì 29 marzo 2011

La Guzzanti si lancia contro i suoi fan: le avavano toccato il portafoglio

Libero







Ti attaccano? Sono berlusconiani, anzi berluscones, forse pure sodomiti. La strascicata querelle della spiacevole vicenda che ha visto coinvolti come vittime alcuni “vip” tra cui Sabina Guzzanti ha preso, nel caso della figlia di Paolo e sorella di Corrado, toni un po’ sbracatelli.  È andata così. La comica  si è un po’ inalberata perché, a suo dire, le cronache giornalistiche del fatto se la prendevano più con i truffati che non coi truffatori. L’ha buttata sull’ironia, ed è pure giusto. Dopo essere stata raggirata - in ottima compagnia - da una presunta associazione per delinquere finalizzata a reati finanziari, sul suo blog (www.sabinaguzzanti.it) è stata assalita da molti commenti, poco rilevanti in sé ma emblematici della grande differenza tra idea e azione.

Il problema, ovviamente, non è di avere ottimi risparmi frutto del proprio lavoro, anche di anti-berlusconiana militante (se si fa il conto di chi, più o meno indirettamente, ha redditi legati al Cavaliere, non si salva  nessuno). Per quello decide il mercato: chi vende biglietti del proprio spettacolo, realizza film visti, si fa leggere, giustamente porta a casa i suoi gruzzoli, e ne sceglie la destinazione per farli fruttare al meglio. Senza confondere truffatori e truffati, si può casomai ragionare sulla decisione di Sabina e degli altri (Massimo Ranieri, Samantha De Grenet e via dicendo), che rivela un po’ di ingenuità, o forse - come ha sottolineato qualcuno - un po’ di imprudente avidità, ma magari non è il caso in questione. Lei, Sabina, l’ha presa con ironia un po’ sgrammaticata e senz’altro avara almeno di punteggiatura: «Giustamente la mia faccia era su tutti i telegiornali e sui giornali di oggi e di ieri perché sono stata truffata insieme a tanta altra gente e scandalosamente hanno arrestato i truffatori e non i truffati. A questo scandalo i media giustamente, responsabilmente cercano di porre riparo riequilibrando un po’ le cose. [...] Vi domandavate come mai non arrivavate alla fine del mese? Li avevo presi io».

Le cose curiose sono due. La prima è una strana - è ovvio, ironica - ansia di giustificarsi (sempre senza virgole) per aver lavorato e portato a casa la pagnotta: «Non so cosa altro posso dire per giustificarmi. Lo ammetto ho lavorato anche con impegno e avrei intenzione di continuare. Ho messo da parte dei risparmi, sapete com’è ogni tanto quei pensieri tristi sulla vecchiaia e le malattie che in mancanza di walfare (sic) ogni tanto si affacciano».

La seconda arriva nei commenti, nei quali a un certo punto Sabina Guzzanti - così almeno recita la firma - decide di reagire alle decine di repliche (per la cronaca, prevalgono di poco quelle a lei avverse: del tipo eccola, cuore a sinistra e portafogli a destra...). La seconda cosa strana, insomma, è che lei sbotta così, con una puntina di volgarità: «guardate che appunto lo scudo fiscale nn l’ho fatto perché non ne ho avuto bisogno, avendo sempre dichiarato tutto. ma siete così avvelenati berluscones che non sapete leggere? per questo votate berlusconi che vi incula? è proprio vano spiegarsi in italiano?». E di colpo il popolo, la gente con un numero di “g” a piacimento, in fondo pure il tuo pubblico, se ti si rivolta contro a vario titolo diventa una massa ovviamente «inculata» dal più grande surrogato umano al capro espiatorio che l’Italia del dopoguerra abbia mai conosciuto: il Cavaliere.

Stiamo in effetti parlando della stessa Sabina Guzzanti che, facendo una caricatura guerrafondaia di Oriana Fallaci con elmetto in testa e occhialoni, prese al volo una cordialità del pubblico: «Ti venisse un cancro» replicando con ottimo tempismo: «Ce l’ho già, e ti venisse anche a te e alla tu’ mamma». Lei, Oriana, la degnò perfino di una risposta: «Giovanotta, essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell’esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare. Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina, quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate». Berluscones pure lei?


di Martino Cervo

29/03/2011





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Khmer rossi, la giustizia è un miraggio

La Stampa

Alessandro Ursic








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Pellegrino Artusi, l'uomo che unificò l'Italia sotto la bandiera della pasta

Il Messaggero


Cento anni fa moriva l'autore di La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, somma delle varie cucine regionali











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Caso Cucchi, le motivazioni del Gup «In ospedale per nascondere il reato»

Pisani: « Il racket ?Un segnale positivo I professionisti? Evadono e riciclano»

Corriere del Mezzogiorno


Il capo della Mobile spiega il paradosso: «Qui gli imprenditori sono puliti». Poi attacca i colletti bianchi



Vittorio Pisani

Vittorio Pisani


NAPOLI - Vittorio Pisani, capo della squadra mobile della Questura di Napoli. Ha letto gli ultimi dati? Raccontano il boom delle estorsioni...
«Bè, significa che qui abbiamo i migliori imprenditori».

Che fa, scherza?
«No, il racket è un segnale positivo da questo punto di vista» .

Chi è lei, l’unico poliziotto d’Italia che non tuona contro il racket?
«Il racket è un fenomeno distruttivo. È il male assoluto. Non ho alcun dubbio. Però se mi chiedesse un’analisi più complessa...» .

Se gliela chiedessi?
«Le direi che più estorsioni ci sono, più l’imprenditoria è sana. Vuol dire che s’è interrotto il circuito collusivo camorra imprese. E, visto che a Napoli c’è il record di denunce, significa pure che qui ci sono gli imprenditori più puliti».
Vittorio Pisani, calabrese, 43 anni, capo della squadra mobile della questura di Napoli (quello che i suoi agenti quando arrestano i latitanti devono mostrarsi a volto scoperto, che «se hanno paura loro come si può chiedere coraggio alla gente» ), sul racket ha tre idee. Ascoltate prima volta, alcune hanno il rumore del paradosso. E allora lui, da bravo sbirro, per di più nato a Catanzaro, si mette cocciuto. Le spiega, le rispiega, le spiega ancora una volta. E cerca di far comprendere perché lui (un poliziotto) non voglia le denunce, perché anche nella lotta al pizzo c’è chi combatte di più (gli imprenditori) e chi di meno (i commercianti). E soprattutto perché, a guardarla bene, questa storia delle estorsioni può offrire anche uno spaccato positivo.

Ce lo spiega questo «paradosso del pizzo»? Cosa è: molto racket, molto onore?
«L’aumento delle richieste estorsive è negativo, però in quell’incremento io leggo il segnale della genuinità della classe imprenditoriale».

Il racket è diventato un indice di misurazione della legalità?
«Io mi preoccuperei molto di più se non ci fossero denunce» .

E perché?
«Viviamo in terre di camorra, mafia, 'ndrangheta. L’estorsione è un reato tipico, quasi esclusivo, di queste organizzazioni. Ed è impensabile che esista un clan che non chieda tangenti. Se ciò non avviene, significa che l’imprenditore potrebbe aver scelto una strada diversa, potrebbe aver cercato un rapporto collusivo con il clan» .

Insomma, l’imprenditore o è vittima o è mafioso?
«C’è chi non denuncia l’estorsione ma cerca soluzioni diverse interloquendo direttamente con l’organizzazione criminale. E questo è il primo passaggio per creare cointeressenze economiche».

Meglio le estorsioni, allora?
«Ovviamente no. Però attenti, perché se ci sono aree totalmente immuni da richieste estorsive, vuol dire che lì la criminalità organizzata ha già assunto il controllo totale di tutte le attività economiche» .

Ci consoliamo dicendo che qui di denunce ce ne sono eccome?
«La Campania e Napoli in particolare hanno il più alto numero di denunce. Significa che l’imprenditoria è molto più sana di altre regioni» .

Quali?
«Penso alla Calabria, dove le denunce sono quasi assenti. Qualcuno pensa forse che lì non chiedano il pizzo?» .

Come va in Sicilia?
«La classe imprenditoriale si sta svegliando. La Puglia invece è colpita meno dal fenomeno».

Proviamo a guardare anche gli altri segnali. Perché si registra questo boom di denunce?
«Innanzitutto grazie al lavoro delle associazioni antiracket. Hanno creato la cultura della denuncia, della vicinanza alla vittima. E hanno aiutato anche noi» .

Dice che oggi è più facile arrestare perché gli imprenditori accusano di più?
«Guardi, paradossalmente noi siamo contrari alla denuncia» .

Sta buttando via dieci anni di campagne di sensibilizzazione?
«No, ma qui bisogna essere chiari. Noi non vogliamo che l’indagine su un’estorsione sia basata solo sulla denuncia dell’imprenditore. E non lo vogliamo per due motivi precisi» .

Il primo?
«Quell’imprenditore sarebbe l’unica fonte di accusa al processo, e fino al dibattimento potrebbe anche decidere di non collaborare più» .

Il secondo?
«È collegato al primo. Se è lui l’unico teste d’accusa, è sovraesposto al rischio di ritorsioni. Potrebbe tacere per paura. O peggio» .

Scusi, ma allora come li arrestate gli estorsori?
«Preferiamo sostituirci all’imprenditore. Noi vogliamo solo una segnalazione, poi io mando un agente sotto copertura che si finge capocantiere, direttore dei lavori. È lui che riceve la richiesta estorsiva. E che arresta in flagrante l’emissario del clan» .

Funziona questa strategia?
«Sì, perché in questo modo l’imprenditore esce dal processo penale, non corre più rischi. Si basa tutto sulla testimonianza del poliziotto infiltrato, che non è ricattabile e non ha paura. Così, nel novantanove per cento dei casi, gli arrestati non vanno neppure al processo: chiedono solo il rito abbreviato per ottenere uno sconto di pena» .

Lei parla sempre di imprenditori. E i commercianti?
«Diciamo che a fronte di un’attività volenterosa delle associazioni degli industriali e dei costruttori, ancora oggi riscontro un’assenza totale delle associazioni di categoria nel settore del commercio. Da quando sono dirigente della squadra mobile non ho mai avuto il piacere di ricevere nel mio ufficio un esponente di Confcommercio o Confesercenti che accompagnasse una persona a denunciare» .

Una spiegazione se l’è data?
«Non ne ho idea» .

Ecco, a proposito di commercio e di infiltrazioni. C’è la camorra dietro il proliferare delle attività commerciali?
«Non sempre. Gli esercizi utilizzati dai clan ci saranno pure, per carità. Ma oggi non dobbiamo più guardare al riciclaggio come attività esclusiva della criminalità organizzata» .

A chi dobbiamo guardare allora? Chi è che ricicla?
«I professionisti. Napoli è una città piena di professionisti, una grande catena che intasca soldi al nero e non sa più dove occultare i soldi sporchi. Le maglie dei controlli bancari si sono strette, l’Agenzia delle entrate fa studi di settore. Riciclare i proventi dell’evasione fiscale in attività commerciali, anche se hanno costi ingenti rispetto alla potenziale produttività, serve a questi professionisti per dare un aspetto di legittimità a quei soldi» .

Hanno un volto questi professionisti? Chi sono?
«Medici, avvocati, notai, commercialisti, imprenditori. Chiunque svolga una libera attività. Sono loro quelli che aprono un’attività commerciale dietro l’altra per ripulire i soldi» .

Sa anche in cosa investono?
«Prediligono tutto ciò che riguarda il tempo libero. Bar, ristoranti, negozi di abbigliamento. No, dico, ma avete visto quanti nuovi locali notturni, bar e ristoranti sono stati aperti in città? Questa è la cosiddetta gente perbene. La stessa che compra Hogan false e borse contraffatte ai mercatini» .

Che c’entrano adesso le scarpe?
«C’entrano, eccome. Oggi il falso è il business fondamentale delle mafie, che approfittano anche della crisi economica. E la gente che fa? Acquista da loro prodotti contraffatti in vendita sulle bancarelle».

Vuole mica arrestarli?
«No. Però è necessario prevedere una norma che punisca questo comportamento e che sia un efficace deterrente. L’offerta dei clan ci sarà finché esisterà la domanda. E per far cessare la domanda non c’è che una soluzione. Mettere paura a cittadini così».


Gianluca Abate
29 marzo 2011




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La «battaglia» del generale contro i venditori abusivi

Corriere del Mezzogiorno

 

Intervento diretto e personale del capo dei vigili urbani di Napoli di «ronda» nei Decumani

 

 

NAPOLI - Il mercato del falso strangola il commercio regolare a Napoli. Un giro d’affari giornaliero di circa 20mila euro, e una battaglia che ogni giorno vede impegnati gli agenti della municipale, e non solo loro, intenti a sequestrare merce e a liberare i marciapiede dalle bancarelle. Tra le diverse «retate» anche quella del 22 marzo, in via Benedetto Croce, che ha visto impegnato in prima persona il generale Luigi Sementa (come si vede nelle immagini dell’associazione «No Comment»). Sempre stando a quanto sottolineato dall’associazione partenopea: «La quale la merce contraffatta sarebbe pari a 45 quintali, su circa 3 chilometri quadrati di marciapiede tra piazza Garibaldi, via Duomo,via Toledo e centro antico».

 

Raffaele Nespoli
29 marzo 2011

Capitale della camorra: questa è la Napoli raccontata ai tedeschi sul primo canale

Corriere del Mezzogiorno


In Germania, la tv di Stato, racconta il caso del Cam
di Casoria e non fa sconti alla città | Guarda il video



Un frame del servizio televisivo

Un frame del servizio televisivo


NAPOLI - Napoli capitale della camorra: qui la soglia della legalità è talmente bassa che è impossibile per i cittadini contrastare il fenomeno. Fin qui nulla (purtroppo) di nuovo, se non un luogo comune sbilanciato che fa apparire la città come un far west contemporaneo, quasi un set privilegiato di una nuova oleografia, quella del morto ammazzato al posto del tradizionale pino della cartolina. Il fatto che rende tutto po' più grave è che a raccogliere questo unico punto di vista sia il primo canale della tv di Stato tedesca.

UN «REPORT» NEGATIVO - La trasmissione Titel thesen temperamente (una sorta di Report ma di argomento culturale) di Das Erste (l'equivalente di RaiUno) ha dedicato una puntata al Caso Cam, il museo di arte contemporanea di Casoria che ha chiesto «asilo politico-civile» alla Germania.
Raccolte le interviste degli artisti Sebastiano Deva e Antonio Manfredi, il servizio prosegue senza controcanto così da far sparire ogni anelito di resistenza civile e culturale napoletana (che pure a partire dal Cam esiste).
Così è Napoli raccontata ai tedeschi, con buona pace dello storico feeling (che invece sopravvive eccome) tra la Germania e quella che per Goethe era la «terra dei limoni in fiore».


Nat. Fe.
29 marzo 2011




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Quando scoppiò la guerra, il figlio di Gheddafi era in Usa



Quando la rivolta popolare esplose in Libia, Kamis non era nel Paese africano. L’uomo che ha l’incarico di proteggere il regime a ogni costo stava girando tranquillamente Wall Street, una delle tappe di un tour negli States organizzato da un’azienda statunitense



 

New York - Quando la rivolta popolare esplose in Libia, a metà febbraio, il figlio e il comandante militare di Muammar Gheddafi, Kamis, non era nel Paese africano.

L’uomo che ha l’incarico di proteggere il regime a ogni costo stava girando tranquillamente Wall Street, una delle tappe di un tour negli States organizzato da un’azienda statunitense. Con la benedizione del Dipartimento di Stato.

Il viaggio faceva parte di un programma organizzato con il colosso di ingegneria Aecom, con sede a Los Angeles, della durata di poco più di un mese. Khamis Gheddafi, capo della 32esima brigata (ritenuta l’unità militare d’elite dell’esercito libico), doveva visitare università e società di Houston, Los Angeles, San Francisco, Denver, Chicago, Washington, New York e Boston. E'È quanto emerge dai documenti di viaggio ottenuti da Abc News. Dopo aver iniziato a Houston un tour e le presentazioni all’Autorità del Porto di Houston, Khamis ha raggiunto Los Angeles dove ha effettuato un vip tour degli Universal Studios. Poi, un blitz a San Francisco per incontrare i vertici di Google, Apple e Intel, tra gli altri.

A metà febbraio, il figlio del rais doveva visitare la capitale Washington per visitarne i punti strategici, come il National Mall, e avere incontri con contractor nel settore della difesa come Northrop Grumman e Lockheed Martin. Responsabili dell’esercito statunitense erano presenti al colloquio tra Kamis Gheddafi e Northrop. Il figlio del colonnello libico ha, poi, raggiunto Wall Street a Manhattan per recarsi nel cuore finanziario degli Stati Uniti, la borsa a New York. Nella Grande Mela doveva inoltre visitare la Columbia University: ma proprio in quel periodo sono scoppiate le proteste contro il regime libico a Bengasi. Un portavoce della Columbia ha raccontato che in fretta e furia Khamis ha cancellato la visita ed è invece salito sul primo aereo, per fare ritorno in Libia.



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Gli aerei americani hanno poco a che fare con la «no fly zone"»

 

Corriere della sera

 

AC 130H «Spectre» e «A 10» sono velivoli per l’appoggio alle truppe dei ribelli anti-Gheddafi

 

WASHINGTON – Barack Obama vorrà pure ridurre l’impegno militare in Libia e il Pentagono ha richiamato alcune unità navali. Ma i mezzi che gli Usa stanno impiegando rivelano chiaramente le intenzioni. Fonti militari hanno annunciato che nel paese nord africano operano gli AC 130H “Spectre” e gli "A 10". Sono due aerei concepiti per distruggere carri armati, mezzi, pezzi d’artiglieria. Con un potere di fuoco devastante hanno partecipato a tutte le recenti campagne statunitensi, dall’Iraq all’Afghanistan. Lo “Spectre” è un erede di un velivolo impiegato per la prima volta in Vietnam ed è una versione modificata del celebre C 130 Hercules da trasporto. Può essere armato con un pezzo da 105 millimetri, cannoncini da 40 e 25 millimetri guidati da sistemi sofisticati. L’aereo può ingaggiare due obiettivi simultaneamente e i suoi apparati correggono il tiro. E’ devastante quando affronta colonne in movimento ma è anche accurato nell’individuare bersagli singoli. LO “Spectre” può solo sparare dal lato sinistro e per questo “orbita” attorno al bersaglio. L’equipaggio è composto da 5 uomini più 8 addetti alle armi. In Libia è stato probabilmente usato contro i corazzati delle Brigate Khamis che bombardano le città ribelli e che difendono la zona occidentale.

 

 

AEREI LONTANI DAI COMPITI DELLA NO FLY ZONE - Il ricorso allo “Spectre” – che è stato rischierato in Italia – e all’A 10 – altro distruttore di carri – ha poco a che fare con la no fly zone. Anzi non c’è alcun legame visto che si tratta di aerei per l’appoggio alle truppe. In questo caso ai ribelli anti-Gheddafi. Per cui l’affermazione – ripetuta più volte – che gli Usa non stanno fornendo supporto diretto agli insorti è smentita dai fatti. L’unica giustificazione è che lo “Spectre” e l’“A 10” possono aiutare la coalizione a spezzare l’assedio a Misurata o Zawiya, città martoriate dai cannoni del regime. E dunque proteggono la popolazione, come prevede l’Onu. Del resto gli Stati Uniti, con Francia e Gran Bretagna, interpretano la risoluzione delle Nazioni Unite in modo più ampio e – come dicono loro – “flessibile”. Italia e Spagna, all’opposto, ritengono che il mandato sia quello di applicare la no fly zone.

 

Guido Olimpio
29 marzo 2011

Chioschi, la protesta dei «paninari» «Ormai non possiamo più lavorare»

Corriere della sera


I mezzi schierati sui Bastioni e un appello al vicesindaco: «Grazie a noi la città di notte è più sicura


MILANO - «Abbiamo chiesto una regolarizzazione per il nostro lavoro. Ce lo stanno togliendo». Con questo e altri slogan una delegazione dei «paninari» (i titolari dei chioschi mobili che vendono panini e bibite in ore notturne) si è radunata sui Bastioni, in prossimità di piazza Repubblica, minacciando di andare a protestare davanti a Palazzo Marino e di bloccare la città. Al centro del contendere le ordinanze comunali contro il degrado, in vigore ormai in molte zone della città, che puniscono severamente i venditori ambulanti di bevande alcoliche che non rispettano gli orari di vendita e violano diverse disposizioni. Tra l'altro la recente Legge regionale 3/2011 (Modifica alla L.R. 6/2010 Testo Unico leggi regionali in materia di commercio) prevede la confisca del mezzo, oltre che di tutte le attrezzature, per chi viola, per esempio, gli orari di somministrazione di cibi e bevande in forma itinerante.

La rivolta dei «paninari»

«NON MINACCIAMO LA SICUREZZA» - I «paninari» spiegano che le ordinanze, emesse sulla scorta delle legge regionale, ormai li hanno sostanzialmente cacciati da quasi tutta Milano. Le ordinanze del Comune, sulla scorta di considerazioni di sicurezza e di ordine pubblico, oltre che di tutela dei complessi monumentali, impongono severi limiti al commercio in forma itinerante. I gestori sostengono invece che la loro presenza, lungi dall'essere una minaccia, è invece utile per rendere la città più sicura di notte, anche per chi lavora. Sui cartelli un'invocazione al vicesindaco: «De Corato, ascolta il popolo della notte, non solo il giovane ma anche il lavoratore che trova un servizio, una luce, un ristoro, una parola amica». E una proposta «per assurdo»: «De Corato, le persone si ubriacano ovunque. Quindi vogliamo un coprifuoco su tutta la città, di qualsiasi esercente si tratti». I «paninari» hanno intenzione di ampliare la protesta: «Con le nuove ordinanze, praticamente non lavoriamo più - spiega un loro rappresentante -. In Lombardia siamo oltre 500 e ogni azienda ha almeno due dipendenti. È un colpo assestato all'economia».


Redazione online
29 marzo 2011



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Torino, calci e pugni al benzinaio per pagarsi lo sballo del sabato sera

Il Mattino


TORINO - «I 50 euro di mamma e papà non bastano per il sabato sera» si sono giustificati così davanti ai carabinieri di Pinerolo due ragazzi di 26 e 29 anni che sabato sera hanno malmenato e derubato un benzinaio nell'area di servizio di Piscina sud sulla tangenziale che collega Pinerolo a Torino.

I due, poco dopo le 21, si sono fermati a fare il pieno e, quando il benzinaio si è avvicinato per chiedere i soldi del rifornimento, lo hanno preso a calci e pugni e gli hanno sottratto il portafogli con circa 800 euro. Poi sono andati ai Murazzi del Po, centro della movida torinese, dove hanno speso tutto in alcol e droga.

A riconoscerli, grazie alle telecamere di sorveglianza del benzinaio che avevano ripreso la scena, il comandate dei carabinieri di Perosa, competente anche sul piccolo paese di Pomaretto dove i due risiedono. Dopo averli fatti tornare a casa con una scusa, i militari hanno arrestato la coppia di amici che hanno ammesso la rapina.




Martedì 29 Marzo 2011 - 11:41    Ultimo aggiornamento: 11:43



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La Regione non paga Il San Raffaele chiude

Il Tempo


Senza fondi i diciassette centri di riabilitazione e lungodegenza. Tremila lavoratori a spasso, più di duemila malati senza posto letto. Il gruppo della famiglia Angelucci annuncia: dal 15 aprile cessa l’attività nel Lazio


La governatrice del Lazio Renata Polverini Oltre tremila, per la precisione 3.171, lavoratori a spasso; 2.283 assistiti che di colpo si troveranno senza un posto letto. Un'emergenza sociale conseguente alla prossima chiusura del Gruppo San Raffaele, che fa capo alla Tosinvest della famiglia Angelucci e che dal prossimo 15 aprile cesserà ogni attività nel Lazio. Al San Raffaele fanno riferimento diciassette strutture sanitarie accreditate presso la Regione Lazio e che svolgono sostanzialmente attività di riabilitazione e lungodegenza, un settore affidato nel Lazio principalmente ai privati.

Il Gruppo San Raffaele è attivo, naturalmente, anche in altre regioni, come Puglia e Abruzzo. Ma, dal 15 aprile, nel Lazio finirà ogni attività. Il presidente Carlo Trivelli e l'amministratore delegato Antonio Vallone motivano la decisione presa dalla Tosinvest di chiudere il Gruppo San Raffaele in una lunga lettera che questa mattina sarà sulle scrivanie del presidente del Consiglio Berlusconi, del ministro Fazio, della governatrice Polverini, del presidente del Consiglio regionale Abbruzzese e del sindaco Alemanno.

Ma anche della Procura di Roma, della Corte dei Conti, dei prefetti e dei questori di Roma, Viterbo, Frosinone e dei direttori generali delle Asl RmA, RmC, RmD, RmE, RmH, Frosinone e Viterbo e dei sindaci di numerosi Comuni del Lazio dove sorgono le strutture San Raffaele. «Pur apprezzando la volontà espressa dalla presidente della Regione Lazio Renata Polverini - si legge nel testo della lettera - di voler affrontare le problematiche riguardanti la riorganizzazione del Gruppo San Raffaele, ci troviamo costretti, per causa dell'inerzia di alcuni funzionari regionali, alla luce del collasso finanziario ormai venutosi a determinare, a preannunciare la cessazione di tutte le nostre attività sanitarie, con conseguente chiusura delle Case di Cura dislocate al'interno della Regione Lazio, e ciò dal 15 aprile 2011, data entro la quale la Regione Lazio e le Asl di competenza vorranno comunicare le modalità e i termini con cui procedere alla presa in carico di 2.283 assistiti ricoverati, al fine di garantire la necessaria continuità assistenziale ai propri pazienti».

Il Gruppo San Raffaele fa inoltre notare: «Il blocco delle liquidazioni e il continuo rinvio, da circa due anni, della stipula di intese con il nostro Gruppo, ci costringono a procedere alla cessazione delle nostre attività sanitarie, non potendo più sostenere il regolare pagamento degli stipendi, farmaci, presidi sanitari e quant'altro necessario per una corretta assistenza, anche in ragione della derivata indisponibilità degli Istituti di Credito a concedere ulteriori finanziamenti». Entro il 15 aprile, dunque, «verrà formalizzata la conseguente procedura di licenziamento di tutto il personale in forza alla Società, pari a 3.171 unità, cui non è ormai più possibile garantire il pagamento degli stipendi».

Ritardi nei pagamenti delle prestazioni e delle altre somme dovute per milioni di euro, nessuna determinazione sulla riconversione dell'attività del Gruppo, nessun seguito alla richiesta di alta specializzazione dell'Irccs San Raffaele Pisana alla riconversione dei posti letto in attuazione del decreto 80 sono solo alcune delle motivazioni che il Gruppo San Raffaele adduce nella lettera. Solo per completare il quadro, il piano di riorganizzazione della rete ospedaliera ha tagliato al Gruppo San Raffaele decine e decine di posti letto. Tanto per fare un esempio: 28 al San Raffaele Nomentana, 23 al Portuense, 21 a Rocca di Papa, 80 a Velletri, 122 a Cassino, 93 alla Pisana. Sulla questione il Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori in campo sanitario Leoluca Orlando ha disposto una richiesta di relazione al Presidente della Regione Lazio Renata Polverini.


Daniele Di Mario

29/03/2011





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Lourdes, dopo tredici anni nuovo miracolo nella grotta

Berlusconi: «I pm hanno speso 20 milioni per perseguitarmi con accuse ridicole»

Il Messaggero


«Dimostrerò in udienza al processo Mediatrade che esiste
una volontà persecutoria. Non ho mai trattato diritti tv»








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Case Ater ai ricchi e debiti per tutti

Il Tempo


Buco di 154 milioni senza contare l’Ici mai versata al Comune. Migliaia i morosi. Bilanci: Nel 2006 perdite per 4 milioni al mese. Ora va meglio.



Le case sono popolari, assegnate a cittadini con stipendi bassi ma anche a tanti ricchi, persone che guadagnano fino a 150 mila euro all’anno. Ovviamente c’è chi, ricco o meno, non paga nemmeno l’affitto. E sono tanti pure questi, migliaia. I debiti, invece, li pagano tutti i romani. Al 2009 il disavanzo dell’Ater, l’istituto delle case popolari, è stato quasi 154 milioni di euro. Una vera e propria voragine, creata in una trentina d’anni. È stato difficile anche solo quantificare il debito.

Senza contare che l'Ater non ha pagato l'Ici al Comune di Roma dal 1993 al 2008, quando la tassa è stata cancellata. Farebbero 300 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 300 milioni di interessi e penali. Ma questi 600 milioni non sono inclusi nel buco da coprire. Ci sono e basta. Da sempre. Si aspetta che il Comune ci metta una pietra sopra. Nel 2006 l'azienda perdeva 4 milioni di euro al mese e non c'erano nemmeno i bilanci. L'ultimo era stato approvato nel 2001.

Nessuno, ovviamente, si era preso la briga di ricostruire nel dettaglio tutti i debiti e i crediti. I morosi: impossibile anche quantificarli. Secondo le stime dell'Ater sono tra il 18 e il 25 per cento benché il canone medio a cui vengono affittati gli appartamenti sia 110 euro al mese. Ma l'ha confermato a Il Tempo due giorni fa l'assessore regionale alla Casa Teodoro Buontempo: «Ho trovato persone che guadagnano più di 100 mila euro all'anno e che pagano 350 euro per case in zone di pregio. E tanti non pagano nemmeno». Negli ultimi anni le cose sono andate nettamente meglio. Soprattutto sul terreno della gestione economica. Tanto che nel 2011 l'Ater proverà l'ebbrezza di un avanzo di bilancio.

Cioè spenderà meno di quello che ha guadagnato. Poco meno ma è roba da miracolo. Merito soprattutto del fatto che l'istituto ha finito di pagare un mutuo ventennale da 34 milioni di euro all'anno. Certo il debito resta ma l'altra metà del bilancio è sana. È l'ex presidente Luca Petrucci, fedelissimo dell'ex governatore Marrazzo, a spiegare: «Quando mi sono insediato il 21 dicembre 2005 c'erano tantissimi debiti, nessuno pagava l'affitto. Sono riuscito a recuperare 20 milioni di morosità e in più ho ottenuto anche un aumento del canone del 20 per cento». Ma questo è niente: «Lei non può capire com'era la situazione che mi sono trovato di fronte - racconta Petrucci -

Arrivavano inquilini che avevano comprato finti contratti per avere una casa: timbri falsi, firme false». E i ricchi, o almeno benestanti, che hanno un'abitazione a pochi euro al mese magari in una zona di pregio della città eterna (Prati, Flaminio, Farnesina, Testaccio)? È la legge. Tanti sono riusciti a comprare appartamenti di pregio a meno di mille euro al metro quadrato. Del resto le tariffe sono state stabilite con i valori catastali (bassissimi) o con valutazioni dell'Agenzia del territorio dei primi anni Novanta. La Regione ci ha provato a cambiare le norme. E c'è riuscita. Ma solo per sei mesi. Nella finanziaria del 2007 i prezzi delle vendite delle case Ater sono stati agganciati agli indici Istat.

Non era proprio una rivoluzione ma pur sempre un aumento delle entrate e una boccata d'ossigeno per le casse dell'istituto. Ma non c'è stato niente da fare: troppe proteste, manifestazioni, minacce. E chi protesta, si sa, poi vota pure. Così la Regione ha fatto marcia indietro e ha ristabilito i vecchi valori. «È proprio così - conferma Petrucci - Ed erano tutti d'accordo, anche quelli che fino a poco prima si erano battuti per gli aumenti. Gliel'ho detto a Buontempo: "Non riuscirai mai ad aumentare le tariffe, il problema è politico"». E visto che la realtà supera sempre ogni immaginazione, è successo anche che l'associazione degli inquilini e proprietari delle case popolari abbia fatto causa all'Ater proprio per questo motivo.

«In quei sei mesi in cui sono state cambiate le norme hanno acquistato casa migliaia di persone a un prezzo più alto degli altri - spiega la presidente dell'associazione Anna Maria Addante - È stato un abuso dell'Ater e dunque è giusto che l'azienda restituisca i soldi che ha incassato indebitamente». E se i prezzi delle vendite possono apparire bassi (50 mila euro per 70 metri quadrati a Testaccio o 147 mila euro per 97 metri quadrati a viale delle Milizie), la battagliera Addante spiega: «Si scandalizzano ma 80 mila euro erano 160 milioni del '90». Sì ma voi avete comprato nel 2007 mica nel '90. «Ma i soldi che ha ottenuto l'Ater grazie ai nuovi indici Istat non erano dovuti. Vanno dai 7 ai 20 mila euro per ciascuna vendita. Adesso devono restituirceli. Si tratta di una battaglia di giustizia che stiamo portando avanti da anni e non ci fermeremo». La sentenza arriverà nel 2013. Intanto il debito dell'Ater, che ha 53 mila case e le fa pagare a due soldi anche a chi è ricco, pesa sulle spalle di tutti. Chissà se i magistrati che hanno aperto l'inchiesta su svendopoli e affittopoli butteranno un occhio anche sui conti dell'istituto delle case popolari.


Alberto Di Majo

29/03/2011





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Acqua dall’altare Il parroco della chiesa: "E' un segno divino"

Il Giorno


Don Luigi Savoldelli della chiesa della Santissima Trinità Misericordia di Villa Guardia ha confermato ai fedeli "l’acqua è stata fatta analizzare dai Ris di Parma. È purissima. È giusto che ognuno di voi si renda conto di persona di quanto sta accadendo"



Villa Guardia, 28 marzo 2011

«È acqua purissima
quella che sgorga dall’altare e dal tabernacolo. Venite a sincerarvene di persona». La rivelazione che non t’aspetti è arrivata nel tardo pomeriggio di sabato quando ormai l’affollata messa prefestiva (oltre duecento i fedeli presenti, molti giunti anche dai Comuni limitrofi) stava volgendo al termine. Sull’altare il parroco don Luigi Savoldelli. Dal 28 di novembre la chiesa di Santa Maria Assunta di Maccio è divenuta Santuario della Santissima Trinità Misericordia. Questo dopo che un uomo «di profonda fede», viene definito, Gioacchino Genovese, direttore della scuola di musica di Maccio e maestro del coro maccese Regina Pacis, ha vissuto negli anni episodi di «forte rilevanza spirituale», condivisi solo con i pochi intimi che partecipavano alle veglie di preghiera. Già da tempo in paese, alcuni fedeli avevano nitidamente notato quelle strane «macchie» che erano comparse sull’altare e sul tabernacolo. Il parroco, ieri, ha voluto rivelare parte di questo «grande momento» che sta vivendo l’intera comunità.


tupore e felicità i sentimenti dominanti tra i fedeli dopo l’annuncio. «E queste sono solo alcune delle cose che posso dirvi», ha aggiunto don Savoldelli. Nessuno in questi mesi ha mai apertamente pronunciato la parola «miracolo». Don Luigi Savoldelli ha comunque confermato ai fedeli che «l’acqua è stata fatta analizzare dai Ris di Parma. È purissima. È giusto che ognuno di voi si renda conto di persona di quanto sta accadendo». Frasi queste anticipate da un’omelia a tema improntata sulla contrapposizione tra acqua e «la grande sete patita nel deserto». L’intera comunità si appresta a vivere altre settimane di grandissima partecipazione spirituale, dopo che la vicenda di Gioacchino Genovese, persona riservata e devota, aveva acceso sul Comune della cintura cittadina i riflettori di fedeli e media.

Don Luigi Savoldelli ha inoltre anticipato che da oggi, alle 21, si terrà una veglia di preghiera in cui sarà recitata la preghiera «trasmessa direttamente» a Gioacchino Genovese in una sorta di trance mistica. Anche attorno a questo particolare da mesi c’era grande attesa. Don Luigi Savoldelli ha inoltre confermato che «la presenza dell’acqua non è casuale. In molti dei luoghi in cui si è manifestata la presenza di Dio o della Madonna l’acqua è puntualmente comparsa». A Lourdes e non solo. Il vescovo di Como, Diego Coletti, avrebbe espresso grande soddisfazione per quanto rivelato ieri da don Luigi Savoldelli. Varcando la soglia del Santuario, proprio il vescovo Coletti aveva rimarcato il fatto che «questo è un luogo di grande esperienza di fede dove si può incontrare il Signore e pregare».


di Marco Palumbo




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Barbiere illegale negli ospedali La polizia lo caccia, la Rete lo adora

Corriere della sera


Un 64enne abruzzese gira l'Italia tagliando capelli nelle cliniche e negli ospizi. Colleziona fogli di via e denuncia. Ma i malati sono soddisfatti: «E' un artista, lasciatelo stare»



Barbiere al lavoro (web)

Barbiere al lavoro (web)


BELLUNO - «Faccio il barbiere illegale in giro per ospedali e ospizi italiani esclusivamente a tempo perso, dopo un passato da scrittore nel quale ho pubblicato migliaia di libri…». Si presenta così sulla sua pagina Facebook Renato Bassetti, il 64enne di Sant' Omero in provincia di Teramo che nella sua vita va di città in città spacciandosi per barbiere, ultima tappa Belluno. Proprio all’ospedale San Martino il 64enne ha compiuto domenica mattina il suo ultimo servizio, tagliando barba e baffi a un paziente che piacevolmente soddisfatto del trattamento lo ha pagato con 20 euro. Bassetti, che nel suo girovagare per l’Italia ha ormai collezionato una lunga serie di denunce per furti e divieti di ritorno in numerosi comuni, su Facebook ha una pagina nella quale chi di tanto in tanto lo incontra e riconosce ne segue poi le gesta, con 187 ammiratori da tutta Italia.

«E’ un grande artista... lasciatelo stare!», scrive recentemente un fan sotto uno dei tanti articoli di giornale riportanti sulla pagina Facebook, in cui si legge dell’ennesima denuncia incassata da Bassetti per aver tagliato i capelli senza licenza in ospedale, «Renato libero!». «É sempre stato così: una perenne spola tra ospedale, strada e prigione!» risponde lo stesso Bassetti, «nessuno mi capisce, sono un vagabondo, pluripregiudicato, a volte mi sbattono in galera altre volte ci vado volentieri specie se d'inverno». E l’ennesima denuncia Bassetti l’ha collezionata domenica pomeriggio proprio a Belluno per aver rimesso piede sul territorio del comune nonostante il divieto di ritorno spiccato 3 anni fa a seguito di alcuni furtarelli commessi in città. Gli agenti della polizia ferroviaria lo hanno identificato e portato in questura mentre era in attesa di un treno che probabilmente lo avrebbe portato nella vicina Feltre, verso un altro ospedale. «Purtroppo la sanità mentale mi ha lasciato da tempo...» ammette il 64enne in un post su Facebook; tutt’attorno appaiono link ai numerosi articoli di giornale che tra Sanremo, Pavia, Piacenza e ora Belluno raccontano la storia di un uomo che si definisce scrittore ma che sogna di essere barbiere.

Bruno Colombo
28 marzo 2011



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Marco, il calzolaio con una laurea in tasca

Corriere della sera


Dopo molti colloqui e concorsi, la scelta di metter su bottega. «Non avere padroni non ha prezzo»



Marco Grazietti
Marco Grazietti
I suoi nonni non volevano. I suoi genitori hanno accolto con stupore la novità. Ma lui, Marco Grazietti, 27 anni, teramano, laureato in Biotecnologie con 108 su 110 e calzolaio di professione da pochissimi giorni, è contento così. Ha dato un calcio alla disoccupazione e ripete che «non ha prezzo non avere padroni». Da quando ha aperto la "Calzoleria Grazietti", una piccola ma deliziosa bottega lungo corso Cerulli, uno dei più centrali di Teramo, i clienti fanno a gara per portargli scarpe e scarponcini da aggiustare. Marco è cordiale con tutti, molto professionale nell’illustrare i problemi o i difetti delle varie calzature e i rimedi per ripararle. Offre anche servizi speciali, come la risuolatura delle scarpe da montagna o da ballo o i mocassini su misura. Un giovanotto, ottimista ed estroverso, che ha ridato vita ad un mestiere che sta scomparendo.

AUTODIDATTA - «Ho imparato riparando da solo le mie scarpe nella bottega di un calzolaio amico», spiega Marco, che ha sempre lavorato da quando aveva 14 anni, sperimentando ogni tipo di mestiere manuale, da meccanico a pizzaiolo, da manutentore a trasportatore, passando per deejay e disegnatore industriale. La calzoleria è il naturale approdo di un percorso che ammiccava già da tempo alla soluzione dell’autoimpiego. Un rimedio alla crisi e alla carenza di prospettive che, per tre anni, non gli hanno permesso di trovare un lavoro adeguato al suo titolo di studio.

CENTINAIA DI TENTATIVI - La laurea, infatti, Marco l’ha presa nel 2007, a Teramo, con una tesi sperimentale sull'analisi di molecole implicate in patologie tumorali, infertilità, dolori cronici e disturbi dell'alimentazione. Una formazione innovativa che, però, non è bastata ad aprirgli le porte del posto di lavoro stabile. «Ho mandato centinaia di curricula – racconta – ad altrettante aziende. Alcune, però, non sanno cosa farsene di un biotecnologo né capiscono l’importanza o le potenzialità di impiego di questa figura professionale. Un problema, quello della distanza tra imprese e università, che va risolto». Il biotecnologo Marco Grazietti ha tentato anche la strada dei concorsi. Gliene sono capitati tre di fila, sempre per ruoli tecnici, all’Università dell’Aquila: si è piazzato continuamente tra i primi posti, ma non è mai stata la volta buona. Nel frattempo ha cercato persino di diventare caldaista, ma la gavetta è dura persino per uno della sua tempra («Mi davano 100 euro a settimana, tutti in nero, ho resistito sette mesi…»). Alla fine Marco approda con uno stage alla Proel, azienda teramana con sede a Sant’Omero che produce e commercializza sistemi audio-video in tutto il mondo. «Dal titolare, Fabrizio Sorbi, ho imparato tante cose, non scritte, su come muovermi». La decisione arriva all’improvviso: «Mi metto in proprio» dice a se stesso Marco. Il “kit” per aprire bottega e le istruzioni per fare l’artigiano glieli fornisce la Cna di Teramo. Il sogno diventa realtà in pochi giorni. E Marco è contento.


Nicola Catenaro
28 marzo 2011(ultima modifica: 29 marzo 2011)



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Si è acceso Icarus: dovrà svelare i segreti dell'Universo

Corriere della sera

L'obiettivo è capire i misteriosi «neutrini», che già furono messi sotto osservazione da Enrico Fermi nel 1934

di  CARLO RUBBIA


Uno scorcio delle apparecchiature che fanno parte del progetto «Icarus» al Gran Sasso
Uno scorcio delle apparecchiature che fanno parte del progetto «Icarus» al Gran Sasso
La parola neutrino è italiana, coniata da Enrico Fermi nel 1934 per caratterizzare queste particelle dalle più straordinarie proprietà. Ogni secondo, di giorno come di notte, senza rendercene conto, siamo attraversati su ogni centimetro quadrato da ben 65 miliardi di neutrini solari, ad una velocità vicina a quella della luce. La maggioranza di questi neutrini proviene dal Sole e attraversa quasi senza effetti sia il Sole che la nostra Terra perdendosi nell'immensità del fondo cosmico. I neutrini sono simili ai ben più familiari elettroni, ma con una cruciale differenza, quella di essere elettricamente neutri e influenzati solamente dalla forza debole trasmessa dai bosoni W e Z, per la cui scoperta al Cern ho ricevuto assieme a Van der Meer il premio Nobel per la Fisica nel 1984.
Un grandissimo numero di neutrini sono anche prodotti da certi tipi di decadimenti radioattivi e da reazioni nucleari come quelle prodotte dal Sole, dai raggi cosmici e soprattutto dai reattori nucleari. Forse pochi sanno che una importante frazione dell'energia prodotta dalla fissione nucleare sfugge sotto forma di neutrini. Postulato da Pauli nel 1930, il neutrino fu rivelato sperimentalmente nel 1956 da Cowan e Reines, che ricevettero solo quarant'anni dopo il premio Nobel.

Il 23 febbraio 1987 neutrini provenienti dall'esplosione della supernova SN 1987A a 168 mila anni luce furono rivelati sperimentalmente in laboratori sotterranei in Giappone e negli Usa, la più luminosa esplosione stellare vista ad occhio nudo da quando Keplero osservò una supernova nel 1604. Oggi sappiamo che i neutrini saranno la fine ultima della morte di ogni stella, incluso il nostro Sole, ma fortunatamente solo tra circa cinque miliardi di anni!

Per comprendere l'immensità dell'Universo che ci circonda, basti pensare che all'incirca ogni secondo una nuova supernova esplode, trasformandosi in neutrini, da qualche parte dell'Universo!

I fisici sono quindi convinti che i neutrini siano uno dei più importanti e straordinari fenomeni cosmologici, in gran parte ancora tutti da scoprire, come confermato peraltro dai numerosi premi Nobel per la Fisica attribuiti a questo soggetto. Basti pensare che assieme a ogni protone proveniente dalla primordiale nucleosintesi, quella che generò circa tre minuti dopo il Big Bang tutta la materia conosciuta dell'universo - i famosi tre minuti così ben descritti dal libro di Steve Weinberg - sono generati ben un miliardo di neutrini, che ancora oggi attraversano lo spazio cosmico.

Come inizialmente postulato dal nostro Bruno Pontecorvo e dimostrato da numerosi esperimenti, oggi sappiamo che esistono almeno tre tipi diversi di neutrini. Uno dei fenomeni più straordinari è che essi spontaneamente «oscillano» tra di loro e cioè viaggiando a grandi distanze si trasformano continuamente tra di loro. Da qui l'estremo interesse ad esempio del fascio di neutrini proveniente dal Cern di Ginevra che attraversando le Alpi e gli Appennini a grande distanza sottoterra, risale in superficie grazie alla rotazione della Terra e viene rilevato, unico in Europa, nei laboratori del Gran Sasso presso L'Aquila a circa 800 chilometri di distanza. I nostri esperimenti al Gran Sasso stanno mostrando ogni giorno di più come i neutrini risultanti alla fine di questo lungo viaggio siano profondamente diversi da quelli inizialmente prodotti.

Questi esperimenti sono anche centrali ad un'altra delle più straordinarie scoperte degli ultimi anni e cioè l'evidenza sperimentale di quella che comunemente si chiama la «materia oscura», che diede tra l'altro il premio Nobel nel 2006 a John Mather e a George Smoot per il successo del satellite Cobe lanciato nel 1989 e del loro successivo prodigioso lavoro di ricerca con più di mille tra ricercatori e ingegneri.

Questo straordinario risultato, oggi confermato da molteplici osservazioni cosmologiche, ci dice che la materia ordinaria, quella di cui siamo fatti e caratterizzata dalla ben nota tabella degli elementi chimici di Mendeleiev, non è la forma predominante della materia dell'Universo e che una ben altra componente, molto più massiva, invisibile e fino ad ora completamente sconosciuta, in realtà controlla, grazie alla sua forza gravitazionale, la massa dell'Universo tutto intero. Da qui l'immenso interesse di scoprire la presenza in laboratorio e la vera natura della materia oscura che senza dubbio ci attraversa continuamente, un risultato le cui conseguenze immense superano largamente quelle della fisica e cosmologia, della stessa importanza della rivoluzione copernicana quando si dimostrò che la Terra non era il centro dell'Universo. Lo studio della materia oscura è un altro argomento portante dell'Infn e dei laboratori del Gran Sasso.

Quest'ultimo e quello dei neutrini sono ambedue campi di ricerca ancora tutti da scoprire. E' forse anche possibile che la materia oscura origini in una forma ancora da scoprire dovuta ai neutrini e più precisamente ai cosiddetti neutrini sterili. Ma potrebbe essere anche qualcosa d'altro, come ad esempio le particelle Susy che sono un soggetto centrale di ricerca dell'acceleratore Lhc al Cern di Ginevra. E' questo un magnifico e meraviglioso esempio di quello che Galileo Galilei battezzò come «filosofia naturale»: solo l'esperimento potrà darci le risposte che ci attendono.
E' indubbio che queste grandissime potenziali scoperte necessitino di nuovi, più potenti strumenti di osservazione. Da qui l'importanza dell'evento che si celebra oggi ai laboratori del Gran Sasso con l'inaugurazione dell' esperimento Icarus, un programma di altissimo livello fondato sulla tecnica innovativa di liquidi criogenici di elevatissima purezza e di centrale importanza tanto per lo studio dei neutrini a grande distanza che per il problema della materia oscura.
E' questa un'occasione per celebrare vent'anni di originale ricerca e sviluppo attraverso la realizzazione concreta in Italia di uno strumento scientifico di grandi dimensioni, di altissima tecnologia e fino ad ora unico al mondo, e che, peraltro seguendo il nostro esempio, sia americani che giapponesi hanno iniziato a sviluppare e perseguire.
*Premio Nobel per la fisica
Si inaugura oggi nei laboratori del Gran Sasso dell'Istituto nazionale di fisica nucleare diretti da Lucia Votano l'esperimento Icarus, condotto sotto la guida del Premio Nobel Carlo Rubbia: riguarda la «cattura» dei neutrini.


Carlo Rubbia
29 marzo 2011



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Scherzo o trovata pubblicitaria? Non si sa... Intanto il video di Federico Clapis, candidato in mutande, impazza su internet.

di Redazione


Guarda il filmato

 

Milano - Video internet, che piace ai giovani. Tipo, campagna elettorale 2.0. Inquadratura fissa. Salotto di casa, quadri alle pareti, soggetto in mutande. Non secondario, il soggetto è un candidato alle prossime elezioni comunali di Milano - dice lui - per il Terzo Polo. Federico Clapis, almeno, ha il dono dell’onestà. «Diciamoci la verità, io in questo momento non servo a un cazzo!». Devono essersene accorti, alla direzione del partito. E via a mettere la pezza. «Clapis? - interviene Manfredi Palmeri, presidente del consiglio comunale ed esponente locale di Fli - Non risulta candidato in alcuna delle liste del Terzo Polo per Milano. Si tratta o di uno scherzo di pessimo gusto o di un disegno precostituito».

Sia come sia, il «programma» di Clapis è ambizioso. «Ho deciso di intraprendere questa strada in maniera completamente diversa. Dichiaro di devolvere tutti e cinque gli anni di stipendio a “ospedaliitalianinelmondo.it” per costruire cinque ospedali in Africa». E quanto mai guadagnerà un consigliere comunale? L’ottimista Clapis fa di conto. «Duemila, 2.200 euro al mese per cinque anni, sono 120mila euro». Cinque ospedali con 120mila euro, roba che Gino Strada se li sogna. Ma Clapis è pirotecnico, e va avanti col suo proclama. «Siamo qui a casa mia per creare un tet â tets (sic!)», non «per parlare di programmi, di cag...». Vabbè, un programma ce l’ha. «Ho un programma che vede i punti dell’arte e dell’intrattenimento sviluppati per i giovani», ma siccome «ho dei dubbi che possa veramente garantirli» (e meno male...), «voglio darvi la possibilità di votare un “mediante” (?) di una opera benefica importante».

Insomma, in qualche modo la proposta c’è. Peccato che sul web ci siano anche altri filmati poco edificanti del giovane Clapis. Come quello in cui prende una pasticca di ecstasy e spiega che «la volontà di alterazione delle percezioni porta la modifica di quelli che sono i punti di vista della realtà. La creazione di un altro io, quasi prescindesse da noi, ci porta ad una visione più lucida della realtà». O ancora, una video-intervista con tanto di bestemmia. Non esattamente un curriculum da politico di razza. Pezzotta-Palmeri-Clapis, sai che tripudio di preferenze?

Ad evitare futuri imbarazzi, ci pensa in serata il coordinatore regionale di Fli, Giuseppe Valditara. «Decideremo le candidature venerdì, nessuno può dirsi candidato fino ad allora». Ad ogni modo, «le immagini e le frasi di questi video sono del tutto incompatibili con la linea e con lo stile di Futuro e Libertà». Quindi, «Clapis non verrà candidato, è una certezza». Fine di una carriera durata un clic.





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Dalla Jaguar alla villa in Kenya: i conti in tasca agli onorevoli

di Emanuela Fontana


Le dichiarazioni dei redditi dei politici: Berlusconi è il più ricco, Schifani guadagna più di Fini. E la Melandri investe in Africa


Roma

Antonio Di Pietro ha venduto la casa di Curno, Pier Ferdinando Casini ha ceduto migliaia di azioni, ma tra i parlamentari c’è anche chi ha investito, a Roma soprattutto: casa ai Parioli per Rocco Buttiglione e appartamento nuovo in pieno centro anche per il ministro Mara Carfagna, che ha acceso un mutuo da 400mila euro. Acquisto esotico invece per la deputata del Pd Giovanna Melandri: villa in Kenya da 255mila euro. Paolo Guzzanti ha comprato appartamenti negli Stati Uniti, in Francia e in Spagna.
La classifica dei più ricchi e dei più poveri tra gli eletti è da ieri consultabile per qualunque cittadino negli uffici prerogative e immunità della Camera e del Senato. Le dichiarazioni dei redditi sono quelle depositate nell’anno 2010 e relative al 2009. Al top c’è sempre Silvio Berlusconi, che quest’anno quasi raddoppia il suo imponibile: da 23 milioni a 40.897.004 euro, con oltre 17 milioni e mezzo di tasse pagate. Berlusconi paga d’imposte l’equivalente dell’obolo versato mediamente da circa 2500 cittadini. Nello stato civile il premier risulta separato, mentre tra i nuovi acquisti è indicato un terreno ad Antigua e la vendita di una comproprietà al 50 per cento di un appartamento a Milano.
Alla Camera sono da segnalare i redditi milionari del manager della sanità Antonio Angelucci (6.180.699) e dell’avvocato Giulia Buongiorno, che segnala la vendita del suo scooter Piaggio e vanta un imponibile di 2.048.397, quasi il doppio di uno dei legali del premier, Niccolò Ghedini (1.127.118). Al quarto posto, un altro finiano e avvocato, Giuseppe Consolo, con 2.308.103 euro. Terzo il molisano residente a Philadelphia Amato Berardi, 2.750.347 euro.
Tra i leader di partito, il più povero è Casini: poco più di 106mila euro il suo imponibile. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, oltre al reddito per lavoro dipendente, percepisce anche 15.808 euro come rendita di fabbricati. Dei «numeri uno» di partito, a parte Berlusconi, il politico che guadagna di più è Gianfranco Fini: 186.563 euro, contro i 142.243 mila dichiarati nel 2010. Oltre al lavoro dipendente, nel 740 del presidente della Camera compare la voce «altri redditi», con 15mila euro. Non risultano posizioni nuove per Fini al capitolo case, mentre uno dei suoi «falchi», Carmelo Briguglio, ha acquistato un terrazzo con vano a Taormina. Il capogruppo di Fli Benedetto Della Vedova ha comprato un rustico a Tirano, in provincia di Sondrio.
Ci sono poi i ministri: il Paperone quest’anno è il titolare della Difesa, Ignazio La Russa, con 374.461 euro. Secondo Giulio Tremonti (301.918), terzo Renato Brunetta (300.894), che ha acquistato un appartamentino di 40 metri quadrati con ampi terreni a Riomaggiore. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni è più ricco (170.711) di Umberto Bossi (167.957). Tra i componenti, o ex, del governo non eletti l’imponibile più alto è quello dell’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso (860.195) seguito dal sottosegretario Daniela Santanchè (642.517). Fini ha aumentato i suoi introiti, ma il presidente del Senato Renato Schifani vanta ha un imponibile ancora superiore (229.918 euro). Il senatore più ricco è il democratico Umberto Veronesi, un milione 364.720 mila euro.
Infine in mezzo a centinaia di redditi invidiabili per la maggior parte degli italiani c’è anche un 740 quasi da miseria: Pietro Marcazzan, deputato dell’Udc, 10.330 euro. Ma c’è una spiegazione: è subentrato a un collega nel settembre del 2010, e dunque per il 2009 ha dichiarato il suo stipendio di insegnante di lingue straniere




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Marchionne, Report indaga sulla casa svizzera e sulle tasse Ecco tutta la puntata

Quotidiano.net


La puntata di Report di domenica 27 marzo, dedicata a Fiat. L'ad: ''Pago le tasse in Italia, le pago come un lavoratore italiano che vive all'estero''



tratto da Dagospia.com


"REPORT": LA CASA SVIZZERA DI MARCHIONNE E IL RISPARMIO SULLE TASSE

Dalla puntata di ieri sera di "Report" su Raitre
GIOVANNA BOURSIER

Mi dice dove abita lei.
SERGIO MARCHIONNE - AMMINISTRATORE DELEGATO FIAT
Dappertutto, guardi, faccio il giro del mondo io continuamente. Io sono residente svizzero da molti anni, e quindi lo ero prima di arrivare in Italia nel 2004.
BOURSIER
Dove?
MARCHIONNE
In Svizzera, cose personali è inutile che faccia la domanda, non domando dove abita lei
BOURSIER
Ma io glielo dico, però io la residenza fiscale ce l'ho in Italia.
MARCHIONNE
Ma io sono residente fiscale svizzero da anni. Quindi è inutile che cerchi di cambiare...
BOURSIER
Però ce l'ha a Zugo?
MARCHIONNE
Da sempre a Zugo.
BOURSIER
A Zugo
MARCHIONNE
Sempre!
BOURSIER FUORI CAMPO
Da 8 anni Marchionne comanda in Fiat, ma non vive in Italia. Ha casa a Toronto, a Detroit... e in Svizzera, dove la fiscalità è più conveniente. Ma, dentro la Svizzera, Marchionne ha la residenza fiscale nel cantone tedesco di Zugo, dove conviene ancora di più. Qui l'aliquota massima è del 23%.
[...] E' difficile capire quanto versa di tasse in Italia.
BOURSIER
Ma se lei vuole fare la grande Fabbrica Italia, perché non ha una casa in Italia, cioè perché non paga le tasse in Italia, chiariamolo!
MARCHIONNE
Le pago le tasse in Italia.
BOURSIER
No, non le paga in Italia.
MARCHIONNE
Le pago e poi pago la differenza in Svizzera. Io pago le tasse in Italia come un lavoratore italiano che vive all'estero, tutto lì, le pago come le pagano gli altri.
[...]
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
È soggetto a una ritenuta definitiva cioè a una sorta di cedolare secca del 30% sui compensi che percepisce da parte di una società italiana.
BOURSIER
Cioè questo vuol dire che lui paga il 30% con questa ritenuta secca in Italia e poi pagherà svizzera tra il 15% e il 23% a Zugo?
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
No, non paga più nulla in Svizzera, perché il trattato contro le doppie imposizioni fra Italia e Svizzera prevede che il prelievo, in questo caso, lo faccia soltanto il paese in cui risiede la società pagatrice e non c'è null'altro da pagare nel paese di residenza del manager. Quindi paga il 30%, punto e basta.
BOURSIER
Quindi vuol dire che rispetto all'aliquota del 43%, sarebbe l'aliquota italiana...
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
Se fosse residente in Italia o comunque se passasse in Italia più di 183 giorni l'anno allora, in questo caso, in Italia pagherebbe il 43%; quindi il risparmio che questa persona consegue attraverso la residenza in Svizzera è del 13%.
BOURSIER
È del 13%...
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
E questo riguarda semplicemente i compensi percepiti a carico di una società italiana ma se questa persona percepisse degli ulteriori compensi...
BOURSIER
Cioè per esempio prende un compenso da un'azienda americana di cui è anche amministratore delegato?
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
Benissimo, in questo caso, nulla paga all'Italia, essendo un residente in Svizzera, pagherà in Svizzera un'aliquota compresa tra 15 e 23%.
BOURSIER
Comunque su 4 milioni di stipendio quel 13%...
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
Vale 500.000 euro.
BOURSIER
Non è poco? Ogni anno...
TOMMASO DI TANNO TRIBUTARISTA
Questa è la situazione, buon per lui!

3- VILLARI, MA CHE C'ENTRA LA FIAT CON RESIDENZA MARCHIONNE? 
(AGI) - Dovrebbe forse intervenire il Garante della privacy dopo la puntata di ieri di 'Report' su Raitre dedicata alle vicende Fiat, e in particolare per la parte relativa alla localita' (nel Cantone di Zugo, Svizzera centrale -lingua prevalente il tedesco- con uno dei livelli piu' bassi di tassazione del Paese, ndr) dove ufficialmente risulta residente Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo torinese.
Lo sostiene Riccardo Villari, vicepresidente di Coesione nazionale e gia' presidente -per un breve periodo- della commissione di Vigilanza Rai con i voti del Pdl quando era in forza al Pd. "La prima puntata dell'atteso ritorno della trasmissione di Milena Gabanelli era dedicata alla Fiat", dice Villari, "e tra i vari servizi c'era anche una lunga intervista a Sergio Marchionne.

Quando la giornalista autrice del servizio gli ha chiesto dove abitasse in Svizzera, Marchionne ha scelto legittimamente di non rispondere, precisando anzi che preferiva non divulgare l'indirizzo. Da quel momento sono seguite numerose immagini e in diversi frangenti della trasmissione, della localita' in cui risiede l'amministratore delegato Fiat, della sua casa vista dall'esterno, perfino dell'abitazione in cui vive l'ex moglie con i figli".

A questo punto -dice ancora Villari- "se la domanda che si poneva la puntata riguardava il futuro di Fiat in Italia, viene da chiedersi cosa si volesse dimostrare e soprattutto, cosa abbia apportato all'inchiesta un servizio come questo, che invece, spiace constatarlo, e' sembrato piuttosto quasi un'invasione di campo nella vita privata di Marchionne e che auspichiamo non abbia ripercussioni sulla sicurezza della persona e della famiglia. Un episodio, su cui forse occorrerebbe una valutazione dell'Authority per la Privacy".


4- DA "REPORT


Riassumiamo, per riuscire a fondersi con Chrysler in modo vantaggioso Marchionne deve riuscire il prima possibile a fare l'auto a basso consumo, ripagare Obama e poi quotarsi a Wall Street. Negli Stati Uniti sta andando bene, Chrysler comincia a vendere e Marchionne spera di scalare entro quest'anno. I veri problemi restano in italia. E torniamo all'ultimo bilancio consolidato al 31 dicembre 2010: 31 miliardi di euro di indebitamento finanziario e 15 miliardi di liquidità. Ma perché non usa la liquidità per ridurre il debito? Perché, dice Marchionne, il debito finanziario non è una preoccupazione: serve a finanziare la vendita di auto e quindi si auto liquida cioè quando i clienti pagano le famose rate.

Ma da bilancio, dentro i 31 miliardi di debiti complessivi, leggiamo, ce ne sono 2 più 9 di obbligazioni, che andranno rimborsati ai risparmiatori quindi non si auto liquidano, come non si auto liquidano i 2,3 più 6, 6 miliardi di prestiti bancari. E su questo debito complessivo si pagano gli interessi passivi.
Allora ci si domanda: quanto rende la liquidità e quanto costa il debito? A pagina 47 del bilancio è scritto "nel 2010 gli oneri finanziari netti del gruppo Fiat sono stati pari a 905 milioni. 150 in più rispetto al 2009 per mantenere più elevati livelli di liquidità".

Insomma Marchionne decide di pagare 150 milioni di euro di interessi passivi in più rispetto all'anno precedente per incrementare la disponibilità di cassa. Come intende usarla? Non per fare gli investimenti promessi in italia poiché alla domanda ha risposto "i soldi li trovo vendendo le auto". Ma allora questi 15 miliardi, di cui 12 in Fiat Auto, a cosa servono veramente? A fare bella figura? Un'anomalia che dovrebbe essere chiarita ai mercati finanziari. Sta di fatto che per ora Marchionne sta salvando i lavoratori americani e sistemando al meglio la famiglia. E chi salva i lavoratori italiani?

La situazione è che la residenza fiscale di Marchionne è a Walchwill, ma possiede un'altra casa nel cantone di Vaud, a Blonay, mezzora da Ginevra:...qui dicono che l'abbia comprata nel 2007 e ci vive l'ex moglie coi 2 figli...tipico chalet del luogo, tutta in legno, con parco e campo da tennis. Per i lavori Marchionne ha preferito chiamare una ditta italiana, che secondo il sindacato sottopagava i giardinieri. E su questo la legge svizzera è molto ferrea...

ALDO FERRARI, responsabile del sindacato svizzero
questi giardinieri erano pagati con la tariffa italiana che è molto più bassa di quella della Svizzera, allora che in Svizzera doveva pagare questi giardinieri il doppio. Dunque...
cioè vuol dire tu puoi portarti chi vuoi a metterti in ordine il giardino
senza problemi
però lo paghi secondo le regole svizzere visto che questo lavoro lo stai facendo in Svizzera visto che hai una casa in Svizzera?
esattamente
e quindi?
e quindi questa gente era pagata di metà e al finale la ditta italiana ha dovuto pagare la differenza.
quindi lui nel 2007 si è comprato questa casa a Blonay?
si è comprato questa casa a Blonay e l'ha rifatta tutta, anche all'esterno, quello che è stato fatto dai giardinieri "italiani"
Secondo il testo unico sulla fiscalità se abiti almeno 183 giorni l'anno in Italia, non puoi pagare le tasse da un'altra parte. Il suo ufficio stampa ci dice che a Torino HA UNA CASA E ci sta almeno metà settimana...

UFFICIO STAMPA FIAT
si vabbè ma in questa casa torinese quanto ci sta?
ci sta, ci sta, ci sta! Lui ha ragione quando dice io sono un cittadino Tra virgolette del mondo, perché sta 4 giorni a Torino. Stasera va a dormire a casa sua, a Torino, non dorme a Ginevra, va a dormire a casa sua a Torino, tanto per farti un esempio, lui ci dorme, ha tutta la cultura delle sue cose a casa sua, cioè c'è la casa, esiste!


5- "PAGO LE IMPOSTE IN ITALIA LA SEDE FIAT NEGLI USA? NON HO ANCORA DECISO" - MARCHIONNE: «VENDERE LA FERRARI? PER ORA NO»



Mario Gerevini per "il Corriere della Sera"


Il filo conduttore è una lunga intervista a Sergio Marchionne, incalzato, al Salone dell'auto di Ginevra, sul piano Chrysler, sulla futura sede legale del nuovo gruppo (Italia o Stati Uniti?), sui bilanci e sulla sua denuncia dei redditi: dove paga le tasse l'amministratore delegato della Fiat?

La nuova stagione di Report, il programma di Rai3 condotto da Milena Gabanelli, si apre questa sera con settanta minuti di inchiesta («AutoAlleanza») di Giovanna Boursier su Fiat, ascoltando i fornitori che si lamentano dei «bonus» da pagare, interpellando banchieri, protagonisti delle stagioni passate come Cesare Romiti, scavando nelle pieghe del contratto con Chrysler e cercando di capire «dove salteranno fuori i 20 miliardi di investimenti in Italia». E con Marchionne, intervistato il primo marzo al Salone di Ginevra che ribadisce: «La scelta sulla sede legale non è ancora stata presa».

E sugli aiuti pubblici «noi, per fortuna, capacità, intelligenza, non abbiamo chiesto un euro a nessuno, è scoppiato un disastro finanziario che ha messo tutti in ginocchio e la Fiat è sopravvissuta a quell'evento da sola» . Dunque, s'infervora, «vogliamo riconoscere un po' di bravura invece di stare a picchiare la Fiat dalla Mattina alla sera?» . «Report» , tuttavia, ricorda gli incentivi statali per il 2008 e il 2009 e poi il crollo nel 2010 (senza incentivi) delle vendite in Europa. La Ferrari è in vendita? «Non per il momento» , afferma il manager in maglione, mentre sull'Alfa e sulle mire della Volkswagen butta lì un «penso che siano stati di una chiarezza brutale».

Ma Jochem Heinzmann, consigliere Vw interpellato da Report, non è particolarmente loquace e sul tema Alfa infila un «non comment» dietro l'altro. L'inchiesta da una parte segue il percorso che porterà alla fusione con Chrysler e dall'altra il tracciato delle promesse in Italia: i 2 miliardi di investimenti (sui 20 totali) per Mirafiori che produrrà Suv. Ma in cambio di sacrifici concreti non ci sarebbe una contropartita altrettanto concreta di impegni scritti.

Solo parole «ma chi obbliga Marchionne a mantenere le promesse?» , si chiede la Gabanelli. Forse dovrebbe esserci la vigilanza della politica che fa gli interessi del Paese. Già. Parte un flash dall'audizione in Parlamento di Marchionne, si vede e si sente un preoccupatissimo Sandro Biasotti (Pdl e concessionario Fiat) intervenire e contestare al manager Fiat l'apertura di nuove concessionarie. Sacrifici ed esempi. Le nuove condizioni di lavoro sono già state firmate in due stabilimenti, quelli dei referendum: Pomigliano e Mirafiori. Marchionne però dice che non è sufficiente perché ci sono «altri tre stabilimenti: Cassino, Melfi e Bertone».
L'inviata di «Report» stuzzica il manager, residente in svizzera («da sempre a Zug» ), sulle tasse. Zugo è il cantone con la fiscalità più leggera. «Pago le tasse in Italia e poi pago la differenza in Svizzera» , dice Marchionne. Il tributarista Tomaso Di Tanno spiega però che la ritenuta dello «svizzero» Marchionne è del 30%sui compensi italiani e poi non dovrebbe pagare più nulla.

Un guadagno secco, secondo Report, del 13%rispetto all'aliquota standard del 43%, cioè circa 500mila euro sui 4 milioni di stipendio. Tutto in regola, ma visto che l'attività del top manager Fiat - riassume la Gabanelli - non è in Svizzera, ma a Torino e Detroit, «allora trasferisca la sua residenza in Italia o negli Usa e contribuisca come i suoi dipendenti allo sviluppo del Paese dove sta l'azienda che gli paga lo stipendio».
Resta un punto: dove prende Marchionne i 20 miliardi per gli investimenti in Italia? «Vengono prodotti quando vendo le vetture» , lui dice. Report ha poi analizzato il bilancio consolidato da cui emergono «31 miliardi di indebitamento finanziario e 15 miliardi di liquidità» , un'apparente contraddizione che però Marchionne spiega con una gran parte di «posizioni che si autoliquidano» finanziando i clienti che acquistano auto o i concessionari. Sul punto Report osserva che ci sono «2 miliardi più 9 di obbligazioni» da rimborsare ai risparmiatori «quindi non si auto liquidano» così come «i 2,3 più 6,6 miliardi di prestiti bancari» .
dagospia.com






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Sfascismo di sinistra

di Alessandro Sallusti


Se Berlusconi non va ai processi è scandaloso, se ci va è scandaloso uguale. Dalla crisi libica al problema dei clandestini, tutto è usato in chiave di polemica politica. E pure su Marchionne...


Dopo anni, per la precisione otto, di spasmodica attesa l’opposizione ha ottenuto ciò che voleva, cioè vedere Silvio Berlusconi varcare la porta di un tribunale, quasi che da questo dipendesse il futuro del Paese. È accaduto ieri a Milano, udienza preliminare del processo Mediatrade, una complicata storia di diritti televisivi tra l’Italia e l’America. Berlusconi è accusato di essere socio occulto di un mediatore, anche se i conti non tornano. Il premier infatti non si è mai occupato direttamente di questa pratica e comunque appare bizzarro che abbia pagato tangenti a se stesso, come sostiene l’accusa. Sta di fatto che così si incardina il venticinquesimo processo contro di lui, un record italiano e probabilmente mondiale che la dice lunga in quanto ad accanimento giudiziario.
Finita l’udienza, Berlusconi si è intrattenuto in strada con un gruppo di simpatizzanti. Saluti e qualche battuta, una sorta di «predellino due» sulla giustizia. Ciò è stato sufficiente per innescare la protesta del solito Di Pietro, che evidentemente vorrebbe regolare per legge anche le apparizioni pubbliche del primo ministro. A Fini è permesso fare campagna elettorale da presidente della Camera, al premier dovrebbe essere vietato salutare i suoi sostenitori.
La verità è che l’opposizione ormai sa soltanto fare sfascismo. Se Berlusconi non va ai processi è scandaloso, se ci va è scandaloso uguale. Dalla crisi libica al problema dei clandestini, tutto è usato in chiave di polemica, direi guerra, politica. Basta infangare, distruggere anche ciò che di buono e utile si riesce a fare. E non soltanto per quello che riguarda il Cavaliere. L’altra sera, sulla Rai, tv di Stato, la trasmissione Report è riuscita a toccare un nuovo picco di antitalianità, facendo passare Sergio Marchionne,amministratore delegato Fiat, per un furbetto in cattiva fede e anche un po’ incapace. L’uomo che ha salvato la Fiat, il manager che il mondo ci invidia e che ha la fiducia del presidente degli Stati Uniti è stato ridicolizzato perché abita in una lussuosa villa in Svizzera (dove ha la residenza daanni), perché ha comprato casa all’ex moglie facendo sistemare il giardino da personale italiano che costa meno di quello svizzero e perché paga le tasse in quel cantone.
La Gabanelli e soci evidentemente la sanno lunga su come gestire la prima industria italiana. Si sono avventurati in calcoli ed analisi, hanno cercato di contare i giorni che Marchionne passa in Italia, perché se fossero più di 183 si potrebbe configurare il reato di evasione fiscale. Insomma, Marchionne è avvisato. Come tutti quelli che in Italia vogliono cambiare per modernizzare il Paese (il caso Berlusconi insegna), sta finendo nel tritacarne mediatico. Gli auguriamo di scampare a quello giudiziario, anche se non escludiamo che qualche zelante pm voglia vederci chiaro sui giardinieri e sul numero di giorni che passa in Svizzera. A sinistra, quando si tratta di fare male all’Italia, sono specialisti.





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