lunedì 28 marzo 2011

Usa-Gb-Francia e Germania decidono in videoconferenza le sorti della Libia

Corriere della sera


Meeting dei capi di governo dei 4 Paesi alla vigilia del vertice di Londra. L'Italia non invitata



MILANO - Il presidente francese Nicolas Sarkozy, quello americano Barack Obama, il premier britannico David Cameron e la cancelliera tedesca Angela Merkel stanno avendo un incontro in videoconferenza sulla Libia. Lo ha reso noto l'Eliseo. L'incontro, ha precisato la presidenza francese, è iniziato intorno alle 19.15, ed è ancora in corso. I quattro discutono dell'attuale situazione in Libia e dei piani in vista del vertice in programma domani a Londra. L'altro grande Paese protagonista della coalizione, vale a dire l'Italia, non è stato invitato alla videoconferenza.

RUSSIA - In precedenza sul fronte diplomatico si era registrato l'intervwento della Russia. Mosca aveva criticato l'intervento della coalizione alleata in Libia: per Mosca l'intervento della coalizione nella guerra civile non è stato autorizzato dalla risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza. Lo ha detto il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov: «Noi consideriamo che l'intervento della coalizione in quella che è essenzialmente una guerra civile interna non è stato autorizzato dalla risoluzione del consiglio di sicurezza dell'Onu», ha dichiarato il capo della diplomazia russa, ribadendo comunque che la difesa della popolazione civile «resta la nostra priorità». La decisione della Nato di assumere il comando delle operazioni in Libia rispetta la risoluzione 1973 del consiglio di sicurezza dell'Onu ma il suo unico mandato - ha aggiunto Lavrov - deve essere quello di proteggere la popolazione civile.

LA MEDIAZIONE TURCA - Intanto, dopo la formalizzazione del passaggio alla Nato del comando di tutte le operazioni militari legate al rispetto della risoluzione 1973 dell'Onu, ovvero l'embargo, l'istituzione della no fly zone e la protezione dei civili dagli attacchi delle truppe governative, la Turchia si offre come mediatore per raggiungere «prima possibile» un cessate il fuoco tra le parti per evitare che la Libia si trasformi in un nuovo Iraq o Afghanistan. Lo ha dichiarato in un'intervista al britannico Guardian il premier turco Recep Tayyip Erdogan, che ha rivelato come siano già in corso contatti con i delegati di Gheddafi ed esponenti del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi. Non solo. Erdogan riferisce che la Turchia, in accordo con la Nato, sta per assumere il controllo del porto di Bengasi per la gestione degli aiuti umanitari. Erdogan chiarisce che intende agire «nella cornice delle indicazioni della Nato, della Lega Araba e dell'Unione Africana». «Al momento è in corso una guerra civile in Libia e noi dobbiamo porvi fine», ha dichiarato il premier turco. I ribelli: «Presa Sirte».

SARKOZY E CAMORON: «GHEDDAFI SE NE DEVE ANDARE» - Gheddafi se ne deve andare «immediatamente» e la transizione in Libia deve essere affidata al Comitato Nazionale di Transizione. È quanto sottolineato, in una nota congiunta, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dal primo ministro britannico, David Cameron. Sul fronte diplomatico cresce intanto l'attesa per il summit di martedì a Londra. Il ministro degli esteri italiano Frattini, anticipando i temi dell'incontro, ha detto che «nostro dovere istituzionale è eliminare le distanze, trovare una soluzione condivisa non solo tra i quattro più grandi paesi europei, ma con tutti» gli alleati. Secondo il capo della diplomazia, chiamato a commentare le divergenze con la Francia, «qualunque strategia politica divisiva» sulla crisi libica è «destinata a fallire». «Qualunque strategia politica divisiva sarebbe destinata a fallire - ha proseguito - ma le idee italiane, francesi e tedesche dovranno tutte confluire in un piano che, domani a Londra, potremo elaborare per dare una risposta: questa missione è il mezzo e non il fine»


Redazione online
28 marzo 2011



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Falsi terremotati a Forum su Canale 5 È bufera, Di Pietro: regime totalitario

Ladri rubano la bici di Visconti il campione d'Italia: vale 15mila euro

Il Mattino


È un esemplare unico personalizzato per Visconti, portato
via dal bagagliaio dell'auto parcheggiata davanti all'albergo







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Immigrati, fuga di massa dalle tendopoli

Caso Aiazzone: arrestati Borsano e altri 3

Corriere della sera


In manette anche Renato Semeraro e Giuseppe Gallo.
Ai domiciliari il commercialista Adami



MILANO - Bancarotta distruttiva, fraudolenta e documentale, riciclaggio, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, falsa presentazione di documentazione per accedere al concordato preventivo. Con queste accuse sono state arrestate altre quattro persone che facevano parte dei vertice di Aiazzone, famoso mobilificio.

GLI ARRESTATI - Tra gli arrestati c'è anche Giammauro Borsano, ex presidente del Torino calcio tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. Con lui in manette sono finiti anche Renato Semeraro e Giuseppe Gallo già indagati nella precedente tornata dell'inchiesta. Su iniziativa della procura di Roma è, inoltre, finito ai domiciliari il commercialista Marco Adami, mentre per un avvocato romano, Maurizio Canfora, è stata disposta la sospensione dall'esercizio della professione. Secondo gli inquirenti i quattro vuotavano sistematicamente società, appartenenti ad un gruppo imprenditoriale che utilizzava il marchio commerciale del noto mobilificio, indebitate con il fisco per diverse decine di milioni di euro, cercando poi davanti a tribunali di farle ammettere al concordato preventivo per evitare il fallimento, per poi provare a trasferirle all'estero. Per questo, come detto, il gip romano Giovanni De Donato ha emesso quattro provvedimenti cautelari, tre in carcere e uno ai domiciliari su richiesta dei pm Francesco Ciardi e Maria Francesca Loy.


Redazione online
28 marzo 2011



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Gandhi era razzista e bisessuale"

La Stampa






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Etiopia -Wall Street, il viaggio del caffè

Corriere della sera

Boom delle quotazioni, ma i produttori del Corno d'Africa guadagnano soltanto 4 cent per ogni tazzina al bar


Il lungo viaggio del caffè
Federico Fubini

Un worka è un albero che somiglia a un baobab, ha una superficie chiara e rugosa e radici che negli anni esplodono fino a diventare una panchina naturale. Ci si sta comodamente seduti in quattro, uno accanto all'altro. Il mercato di Konga Kebele è qua, a due passi dalla cittadina di Yirgacheffe, duemila metri di altitudine negli altipiani dell'Etiopia centrale. Oggi pomeriggio sulle radici del worka si sono accomodati Mude Gobena, 75 anni, e gli altri tre anziani del villaggio avvolti nei loro stracci.

IL PRIMATO - Seduti spalla a spalla, riposano da ore: hanno già venduto agli intermediari di città tutto il raccolto di caffè di quest'anno. Secondo gli esperti è fra i migliori al mondo, il Bordeaux del caffè. E in questo momento otto fusi orari più a Ovest, a Washington Dc, in 660 Pennsylvania Avenue vicino a Capitol Hill sta aprendo un posto che parla di loro. Si chiama Peregrine Espresso, ha un menù di bevande take away per lobbisti, politici e manager che ruota intorno a quei quattro vecchi seduti sulle radici di un albero a Konga Kebele. Ci sono per esempio il «worka sundried Yirgacheffe Ethiopia» a 12,55 dollari per confezione da 12 once o lo «Harfusa» (il villaggio qui accanto) a 2,75 dollari per una tazza semplice. Lì affissi sulla Pennsylvania sono i nomi dei luoghi delle vite di Mude Gobena e degli altri tre vecchi: hanno viaggiato dall'altra parte del mondo senza che quei quattro sotto l'albero ne avessero la più pallida idea.

IL CAFFÈ PIU' BUONO - Al bar sotto casa beviamo un caffè che viene dalle loro piante senza sospettare che Yirgacheffe esista. In questo siamo più indietro degli americani. Ma lì nella piazza del mercato di Konga Kebele, Mude Gobena e i suoi colleghi fanno i conti e si rallegrano. Negli anni sono sopravvissuti a carestie devastanti, al regime feudale di Heilé Selassié, a quello stalinista di Menghistu. Tutti hanno lasciato traccia: ancora oggi molti a Yirgacheffe sono convinti che sia illegale per un coltivatore di caffè parlare con un Frengi, un «francese» (cioè un bianco), senza permesso scritto e la presenza di un funzionario del governo. Alcuni hanno paura. Ma le ricevute della cooperativa di Konga Kebele parlano chiaro: l'ultimo raccolto si è venduto più caro del 102% rispetto a quello di un anno fa, l'equivalente (adesso) di 3,2 euro per un chilo di caffè.


LA BOLLA BENEFICA - È l'esplosione delle materie prime alimentari che sta creando scosse e rivoluzioni in tutto il mondo emergente. «Non sappiamo perché il prezzo sia aumentato tanto - dice Mude, le grosse mani appoggiate a un bastone - ma finché Dio ci manda questi prezzi, ce li godiamo». I prezzi in realtà sono trascinati al rialzo dall'Intercontinental Exchange di New York, la Borsa globale del caffè arabica di cui l'Etiopia è una superpotenza globale. Il cambio climatico in America Latina, la domanda cinese in pieno boom e il frenetico trading elettronico degli hedge fund hanno fatto esplodere i future sull'arabica del 115% nove mesi (prima di ripiegare appena con la guerra in Libia). Il caffè è diventato la risorsa più scambiata dopo il petrolio, con profitti potenzialmente anche più elevati. È così che gli effetti della febbre di Wall Street si irradiano fino a quassù a Konga Kebele, 5 mila famiglie sull'altipiano del Corno d'Africa.

I PROFITTI - Non che quei profitti arrivino per intero, anzi. Anche agli attuali prezzi, per ogni tazza di caffè servita al banco, dei 90 centesimi al bar in Italia o dei 2,75 dollari del Peregrine Espresso di Washington, a Mude Gobena e colleghi vanno 4 o 5 centesimi di euro. Per noi il prezzo al consumo non è (quasi) salito malgrado il boom delle quotazioni, perché il margine per le aziende occidentali che rivendono la materia prima è in ogni caso enorme. Vicino alla Banca Mondiale a Washington c'è un «Independent Coffee Shop» molto no-global che offre un chilo di «Yirgacheffe, Ethiopia, Organic» in polvere a un prezzo vicino ai ricavi lordi di un mese di una azienda agricola di Yirgacheffe (il lotto medio qui è mezzo ettaro). Quest'anno il compenso a giornata di un bracciante che raccoglie le ciliegie rosse del caffè è salito da un terzo alla metà del costo di una tazzina al nostro bar sotto casa. E, dopo la svalutazione del Birr etiopico, i coltivatori della migliore arabica al mondo percepiscono poco più di metà dell'aumento delle quotazioni registrato alla Borsa di New York: il resto del beneficio sparisce fra i 6 o 7 intermediari fra loro e i consumatori di New York o Milano.

PERIFERIA - Forse è ovvio, perché Konga Kebele è l'estrema periferia del mondo mentre New York è il centro. Ma ti aspetti che i computer azzerino le distanze. Ora nella via principale di Yirgacheffe, fra muli tirati da bambini e donne che trascinano mucchi di sterpi per cucinare, c'è una fascia elettronica come a Times Square. Là sopra scorrono gli ultimi prezzi del caffè a Wall Street. Grazie a quei dati per la prima volta i coltivatori hanno iniziato a rifiutarsi di vendere, quando il prezzo offerto dagli intermediari è troppo basso. È l'idea di Eleni Gebre Mahdin, l'etiopica che a Addis Abeba ha creato un Commodity Exchange, una Borsa delle materie prime, con basi distaccate nei villaggi. A Addis nel pozzetto del trading, vestiti con la giacchetta da broker come a Wall Street, donne velate e signori con lo zuccotto yemenita urlano prezzi, trattano e scambiano per poi vendere alle grandi compagnie globali come Nestlé o Procter & Gamble. «Il caffè è il nostro oro, il nostro petrolio: vogliamo farlo rendere al meglio», dice Emebet Tafesse dell'associazione esportatori.

IL VIAGGIO - Basterà? Quella sostanza preziosa viaggia ogni giorno dall'ombra dei worka di Yirgacheffe a Addis Abeba, e da lì fino al porto di Gibuti, lungo le belle strade asfaltate che la comunità internazionale ha generosamente donato all'Etiopia. Quelle strade sono tutto, sull'altipiano. Attraversano villaggi straboccanti di bambini che vendono ananas acerbi o foglie allucinogene chiamate «chat». Bambini ovunque: in Etiopia uno su due ha meno di quattordici anni, le strade sono in mano all'infanzia. Ed è lungo quella strada verso Addis che la trasformazione del caffè si compie: perde il valore della sua origine, finisce venduto all'ingrosso alle compagnie internazionali che faranno la tostatura, incolleranno la loro etichetta, quel nome che poi il consumatore pagherà caro.

IL MARCHIO - Il nome del Bordeaux è di chi fa il Bordeaux, il nome di Yirgacheffe è degli intermediari globali. L'Etiopia ha registrato «Yirgacheffe» o altri marchi, ma nessuno al mondo li rispetta perché l'Etiopia non ha i soldi e il know how per lavorare la propria materia prima o etichettarla. E gli aiuti internazionali forniscono sì le strade, ma non gli impianti di tostatura per sottrarre parte del valore aggiunto alle Nestlé o alle Starbucks di questo mondo.
Così Mude Gobena siede sotto il suo worka e fa i conti dei suoi guadagni. In questo momento a Washington un lobbista del Congresso sta bevendo un caffè che porta il nome del suo albero. Nessuno dei due sospetta l'esistenza dell'altro.

Federico Fubini
28 marzo 2011

Tangenti, Maldini rinviato a giudizio

Corriere della sera

Per l'ex terzino del Milan anche accusa di accesso abusivo a sistema informatico


MILANO - L'ex terzino del Milan e «bandiera» rossonera, Paolo Maldini, è stato rinviato a giudizio con le accuse di corruzione e accesso abusivo a sistema informatico. Lo ha deciso il gup di Milano, Luigi Varanelli.
Maldini, secondo l'accusa, avrebbe dato soldi a un funzionario dell'Agenzia delle Entrate per aggirare i controlli fiscali, affidandosi a lui anche per una verifica illecita relativa ad un'operazione immobiliare che voleva portare a termine in Toscana. Il processo al calciatore si aprirà il prossimo 21 giugno davanti alla decima sezione penale del Tribunale di Milano. A processo anche altre 12 persone, per le accuse di corruzione e accesso abusivo a sistema informatico.

GLI ALTRI IMPUTATI - Nell'udienza preliminare, che si è conclusa lunedì, erano imputate in totale 39 persone, tra dipendenti dell'Agenzia delle entrate e commercialisti, i quali avrebbero aiutato decine di imprenditori e titolari di società ad aggirare i controlli fiscali o ad ottenere trattamenti più favorevoli. Alcuni imputati hanno scelto il patteggiamento, altri il rito abbreviato definito davanti al giudice, altri quello ordinario, come Maldini. L'ex terzino del Milan, secondo le indagini coordinate dal pm Paola Pirotta, si sarebbe rivolto al funzionario dell'Agenzia delle entrate Luciano Bressi, finito in carcere nell'inchiesta, per «aggirare» controlli fiscali. Bressi aveva raggiunto un accordo con la Procura per patteggiare la pena, restituendo circa un milione di euro all'Agenzia delle Entrate.


ARCHIVIAZIONE PER LA MOGLIE - Il gup ha inoltre archiviato l'accusa di corruzione contestata alla moglie dell'ex calciatore, Adriana Fossa. La donna, assistita dall'avvocato Danilo Buongiorno, era accusata di corruzione per lo stesso episodio di cui è imputato il marito, rinviato a giudizio anche per accesso abusivo a sistema informatico. Lo stesso Pm, Paola Pirrotta, aveva chiesto l'archiviazione per la posizione della moglie di Maldini

LA CORRUZIONE - Stando alle indagini, fino al 23 giugno 2009 Maldini avrebbe corrotto Bressi offrendogli non solo «l'onorario per lo studio (circa 40 mila euro annui)», ma anche la «procura speciale» della società costituita con la moglie, la Velvet Sas, «da cui scaturivano ingenti corrispettivi 'in nerò (somma non inferiore a 185 mila euro)». Inoltre, tramite Bressi, avrebbe acquisito «dati riservati» all'anagrafe tributaria sul conto di Alessandro P.B., che faceva parte di una società nella quale l'ex calciatore sarebbe voluto entrare per un affare immobiliare. Maldini, assistito dall'avvocato Danilo Buongiorno, si è sempre difeso sostenendo che sarebbe stato lo stesso Bressi a sottrarre soldi dalle casse della società Velvet.

IN TRIBUNALE - L'ex giocatore della Nazionale era presente in tribunale a Milano, lunedì mattina, quando il gup ha letto la sua ordinanza, proprio in contemporanea alla presenza nel palazzo di giustizia milanese di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio e del Milan.

Redazione online

La lavanderia borbonica di Nisida sarà presto inghiottita dal mare»

Lezioni anti-Berlusconi a scuola Una maestra finisce nella bufera

Corriere della sera


Insegna storia e geografia alle elementari
Adesso rischia dieci giorni di sospensione


BARI— Parolacce sul premier Silvio Berlusconi, indicazioni sul futuro referendum sul nucleare e sulla guerra in Libia e il rapporto tra Gheddafi e il presidente del consiglio.

Un’insegnante di storia e geografia di una scuola elementare di Bari è stata sottoposta a procedimento disciplinare da parte dell’Ufficio scolastico provinciale in seguito ad un esposto di un gruppo di genitori di bimbi di nove anni che hanno lamentato il modo di insegnare di questa docente. La prossima settimana sono attesi gli ispettori del ministero, per accertare la veridicità dei fatti. In funzione del codice disciplinare dei docenti e dei dirigenti, è vietato nelle scuole gettare discredito sulle attività svolte dalle «gerarchie superiori» , a cominciare dal governo. «Ho chiesto alla dirigente - spiega il provveditore Giovanni Lacoppola - di capire come siano andati davvero i fatti».

L’insegnante, qualora fosse ritenuta colpevole, rischia dai 10 giorni di sospensione al licenziamento. Il caso sarà valutato anche dall’Ufficio scolastico regionale. «Le pecore nere ci sono in tutte le categorie -spiega la direttrice Lucrezia Stellacci -verificheremo quanto è successo. Forse qualcosa è stata fraintesa, almeno me lo auguro. Se così non fosse partiranno i provvedimenti» .


Samantha Dell'Edera
28 marzo 2011




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Lampedusa scoppia: altri 2.000 arrivi Coppia di coniugi aggredita e rapinata in casa

Il Mattino


Il ministro Maroni a Lombardo: ha fatto una sceneggiata. Poi minaccia: se la Tunisia non agisce, rimpatri forzosi. Napolitano da New York: no reazioni sbrigative


ROMA - Numeri da capogiro a Lampedusa dove continua gli sbarchi ma il trasferimento dei migranti in altre regioni va a rilento. Il ministro Roberto Maroni minaccia di ricorrere ai trasferimenti forzosi mentre questa è la realtà: nelle ultime 24 ore sono arrivate 1.933 persone. Impressionante anche il dato degli ultimi tre giorni: da venerdì sull’isola sono arrivati 3.721 migranti. A questi numeri bisogna associare la realtà dell’isola: 5.000 abitanti che ora convivono con 7.000 extracomunitari. Per la precisione i migranti a Lampedusa questa mattina sono 5.534 contro un picco registrato nella notte di 5.973.

Continuano gli arrivi. Un barcone con circa 300 persone a bordo si trova in difficoltà a 7 miglia al largo di Lampedusa. Verso il barcone, che starebbe imbarcando acqua, si stanno dirigendo le motovedette della Capitaneria di porto. A bordo ci sono anche donne e bambini.



Continuano gli arrivi. Un barcone con circa 300 persone a bordo si trova in difficoltà a 7 miglia al largo di Lampedusa. Verso il barcone, che starebbe imbarcando acqua, si stanno dirigendo le motovedette della Capitaneria di porto. A bordo ci sono anche donne e bambini.

A Lampedusa «le condizioni igienico-sanitarie sono effettivamente drammatiche», anche se «non riteniamo in realtà che ci sia un rischio di epidemie». Lo afferma, dopo l’allarme lanciato dal governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, il ministro della Salute Ferruccio Fazio.«Ieri ho parlato a lungo con l’assessore alla Sanità della Sicilia Massimo Russo - spiega Fazio - lui sta mandano due ispettori, della Regione e dell’Asl, mentre noi stiamo mandano oggi i nostri ispettori del ministero e un osservatore dell’Oms che è già stato distaccato a Roma per questo motivo. Con loro - continua il ministro - ci sarà anche un rappresentante dell’Istituto dei migranti che dovrà valutare proprio tutti gli aspetti inerenti alla copertura psicologica e sanitaria» degli immigrati che affollano l’isola.



Maroni a Lombardo: ha fatto una sceneggiata. Quella del governatore della Sicilia Raffaele Lombardo ieri a Lampedusa è stata «una sceneggiata». È quanto ha sostenuto oggi il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, intervistato a Radio Padania Libera. Il ministro ha spiegato che alla Regione Sicilia sono stati chiesti interventi per far fronte all'emergenza come un ospedale da campo e una cucina da campo: «Stiamo ancora aspettando» ha aggiunto Maroni. «Quando l'emergenza sarà finita - ha concluso - potremo dire chi ha fatto e chi ha solo chiacchierato».

Lombardo a Maroni: fatti e non polemiche. «Non entro in polemica col ministro degli Interni, mai cederei alla tentazione della propaganda partitica neppure ai microfoni di radio Sikania se ne avessi la possibilità. Ma credo che la verità vada affrontata, che ci sia bisogno di un intervento, di una strategia da parte del governo visto quello che accade giorno per giorno a Lampedusa dove la situazione è a dir poco disastrosa, ed è sotto gli occhi di tutti». Così il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, replica attraverso ministro degli Interni,



Maroni: agiremo d’imperio. Il governo è pronto a procedere con «rimpatri forzosi» dei migranti arrivati a Lampedusa se da parte della Tunisia «non ci sarà un segnale concreto nei prossimi giorni». Lo annuncia il ministro dell’Interno, Roberto Maroni ricordando che «la Tunisia aveva promesso un impegno immediato per fermare i flussi migratori, ma le barche continuano ad arrivare». Per i rimpatri, dice Maroni «siamo attrezzati», e spiega «li mettiamo sulle navi e li riportiamo a casa loro».

Napolitano: no reazioni sbrigative. Di fronte alle nuove ondate di immigrati, In Italia «ci sono ogni tanto delle posizioni, delle reazioni un po' sbrigative a livello di opinione pubblica» alle quali non bisogna indulgere. Piuttosto bisogna ricordare il nostro passato di paese numero uno in Europa per numero di emigranti e «governare» la nuova situazione che si è creata, anche se «non è semplice». ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rispondendo a una domanda a margine della inaugurazione dello spazio espositivo «Industria Gallery» a New York.




«Oggi - ha spiegato il Presidente - c'è un incrocio fra l'Italia e l'Africa che prima non c'era. E l'Italia è in Europa uno degli ultimi paesi che dopo essere stati paese di emigrazione, e l'Italia in passato è stato il numero uno, sono diventati luogo di immigrazione». «È importante - ha aggiunto - che in Italia non si dimentichi di essere stati un paese di emigranti. Il modo di considerare chi arriva non può prescindere dall'esperienza dolorosa che abbiamo fatto, che alla fine si è rivelata gratificante, perchè in un paese come gli Stati Uniti, ad esempio, gli italiani siano riusciti a farsi strada».

Migranti trasferiti a Taranto. Sono 827 i migranti imbarcati nella nave passeggeri della Grimaldi salpata alle 2:45 della notte dall'attracco di Lampedusa e diretta a Taranto.

«La situazione a Lampedusa è sempre più preoccupante anche alla luce dei preventivati nuovi arrivi. Oggi invierò a Lampedusa l’infettivologo Tullio Prestileo, responsabile regionale dell’Istituto nazionale migranti (INMP) e il dirigente dell’assessorato Mario Palermo per coadiuvare il lavoro degli esperti dell’Asp di Palermo e verificare la gravità della situazione: in esito alla loro valutazione assumeremo i conseguenziali provvedimenti. Questa sera comunque andrò a Lampedusa insieme al dirigente generale dell’Asp Cirignotta per verificare di persona le delicate condizioni igienico sanitarie». Lo ha detto l’assessore regionale alla Salute della Sicilia, Massimo Russo che oggi sarà sull’isola.



Delegazione del Pd sull’isola. Oggi una delegazione del Pd si recherà a Lampedusa per «verificare le condizioni in cui si trovano gli abitanti e gli immigrati». La delegazione, guidata dalla responsabile nazionale del PD sull’immigrazione Livia Turco, sarà composta da deputati nazionali e parlamentari regionali.

Convivenza difficile: aggredita coppia di isolani. Una coppia di coniugi è stata aggredita e derubata nella propria abitazione, a Lampedusa, da un gruppo di immigrati che ha fatto irruzione nell’appartamento ieri sera. Luigi Salina, 58 anni, è stato colpito con un pugno alla zigomo da uno dei cinque o sei extracomunitari che stavano rubando diversi oggetti in casa, da dove sono stati asportati preziosi e orologi.

Lunedì 28 Marzo 2011 - 13:25    Ultimo aggiornamento: 14:36




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Acqua dall’altare Il parroco della chiesa: "E' un segno divino"

Quotidiano.net


Don Luigi Savoldelli della chiesa della Santissima Trinità Misericordia di Villa Guardia ha confermato ai fedeli "l’acqua è stata fatta analizzare dai Ris di Parma. È purissima. È giusto che ognuno di voi si renda conto di persona di quanto sta accadendo"


Villa Guardia, 28 marzo 2011


«È acqua purissima quella che sgorga dall’altare e dal tabernacolo. Venite a sincerarvene di persona». La rivelazione che non t’aspetti è arrivata nel tardo pomeriggio di sabato quando ormai l’affollata messa prefestiva (oltre duecento i fedeli presenti, molti giunti anche dai Comuni limitrofi) stava volgendo al termine. Sull’altare il parroco don Luigi Savoldelli. Dal 28 di novembre la chiesa di Santa Maria Assunta di Maccio è divenuta Santuario della Santissima Trinità Misericordia. Questo dopo che un uomo «di profonda fede», viene definito, Gioacchino Genovese, direttore della scuola di musica di Maccio e maestro del coro maccese Regina Pacis, ha vissuto negli anni episodi di «forte rilevanza spirituale», condivisi solo con i pochi intimi che partecipavano alle veglie di preghiera. Già da tempo in paese, alcuni fedeli avevano nitidamente notato quelle strane «macchie» che erano comparse sull’altare e sul tabernacolo. Il parroco, ieri, ha voluto rivelare parte di questo «grande momento» che sta vivendo l’intera comunità.

Stupore e felicità i sentimenti dominanti tra i fedeli dopo l’annuncio. «E queste sono solo alcune delle cose che posso dirvi», ha aggiunto don Savoldelli. Nessuno in questi mesi ha mai apertamente pronunciato la parola «miracolo». Don Luigi Savoldelli ha comunque confermato ai fedeli che «l’acqua è stata fatta analizzare dai Ris di Parma. È purissima. È giusto che ognuno di voi si renda conto di persona di quanto sta accadendo». Frasi queste anticipate da un’omelia a tema improntata sulla contrapposizione tra acqua e «la grande sete patita nel deserto». L’intera comunità si appresta a vivere altre settimane di grandissima partecipazione spirituale, dopo che la vicenda di Gioacchino Genovese, persona riservata e devota, aveva acceso sul Comune della cintura cittadina i riflettori di fedeli e media.

Don Luigi Savoldelli ha inoltre anticipato che da oggi, alle 21, si terrà una veglia di preghiera in cui sarà recitata la preghiera «trasmessa direttamente» a Gioacchino Genovese in una sorta di trance mistica. Anche attorno a questo particolare da mesi c’era grande attesa. Don Luigi Savoldelli ha inoltre confermato che «la presenza dell’acqua non è casuale. In molti dei luoghi in cui si è manifestata la presenza di Dio o della Madonna l’acqua è puntualmente comparsa». A Lourdes e non solo. Il vescovo di Como, Diego Coletti, avrebbe espresso grande soddisfazione per quanto rivelato ieri da don Luigi Savoldelli. Varcando la soglia del Santuario, proprio il vescovo Coletti aveva rimarcato il fatto che «questo è un luogo di grande esperienza di fede dove si può incontrare il Signore e pregare».


di Marco Palumbo




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Il senatore Idv telefona E il magistrato cambia il destino di un bambino



Il piccolo è il figlio di una esponente Idv. Quando arrivò la polizia per eseguire l’ordine della magistratura che permetteva anche al padre di vederlo, un intervento dall’alto cambiò le carte in tavola



 

La tutela della riservatezza dei protagonisti - ed in particolare del piccolo, incolpevole oggetto della contesa - impone di non fare né nomi né cognomi. Ma per capire bene cosa sia accaduto intorno alla sorte di L. bisogna dire che la mamma del bambino non è una mamma qualunque: è una militante dell'Italia dei Valori, ed oggi è responsabile femminile dell'Idv a Latina. E proprio l'intervento dall'alto di un senatore del partito di Di Pietro - secondo quanto denuncia il padre del bambino - ha permesso alla esponente della Idv di non rispettare gli ordini della magistratura, impedendo di fatto al padre del bambino di poterlo finalmente rivedere.

A monte c'è una storia purtroppo comune: un amore che finisce malamente, il figlio nato da quell'unione che si trova al centro della disputa tra padre e madre. Nell'autunno del 2009, un'ordinanza del tribunale dei minori di Latina stabilisce che il piccolo deve essere tolto alla mamma e consegnato al papà. Ma la madre decide di non eseguire l'ordine dei giudici, e semplicemente fa sparire il figlio della circolazione.

Fino a questo punto, siamo ancora in una situazione - per quanto drammatica - già vista. Ma è quel che accade dopo che diventa di difficile comprensione, se non alla luce delle pressioni politiche di cui si legge nella lettera inviata dal padre al ministro Alfano.

Il padre, infatti, assume un investigatore privato che localizza il bambino e la madre. L'indirizzo viene segnalato alla Procura dei minori. Dal pubblico ministero parte l'ordine ai carabinieri di prelevare il bambino, ma i carabinieri non eseguono l'ordine perchè il piccolo si rifiuta. A quel punto il giudice Roberto Janniello emana una nuova ordinanza per ribadire che il figlio va preso in consegna dai carabinieri, ritenendo che «l'opposizione del minore non debba essere ritenuta una causa che impedisca l'efficacia della decisione del tribunale, rendendo altrimenti vane un gran numero di pronunce attraverso il suscitamento di un'opposizione di bambino fortemente influenzabili dalle persone che le hanno in custodia».

Ma la madre fa sparire il piccolo un'altra volta. Per due volte la magistratura ordina che L. sia affidato ai servizi sociali, ma sono ordini che cadono nel vuoto. La questura di Latina ordina le ricerche di madre e figlio, che rimangono senza esito: fino alla mattina in cui il padre viene a sapere che il figlio è a scuola. E chiama la polizia.

Gli avvenimenti successivi sono riassunti nella relazione di servizio del commissario Antonella Cristofaro, dirigente della sezione anticrimine della questura di Latina. Il funzionario racconta di essere intervenuta presso la scuola con l'appoggio della Volante, ma di avere trovato nel cortile la madre e la nonna di L. «che molto agitate mi riferivano che erano al telefono con il presidente del tribunale dei minori di Roma e che lo stesso aveva sospeso il provvedimento in argomento, chiedendo altresì che la scrivente parlasse con il magistrato dalla loro utenza telefonica. Subito dopo la scrivente si metteva in contatto con le varie segreterie del tribunale per i minorenni, riuscendo poi ad avere una conversazione telefonica con il presidente, dottoressa Cavallo, che invitava a non eseguire il decreto poiché nel giro di poche ore ne sarebbe succeduto un altro che ne avrebbe sospeso l'esecuzione.

Dopo cinque minuti la sottoscritta riceveva anche una telefonata del Capo di Gabinetto della Questura che la informava di avere ricevuto una telefonata dal presidente del tribunale che chiedeva la sospensione dell'intervento poiché era in itinere un altro provvedimento». Pertanto «la scrivente richiamava tutto il personale impegnato e tornava nei propri uffici». La mattina dopo, il commissario Cristofaro scrive un appunto alla magistratura: «Il servizio non è stato concluso in quanto da intese telefoniche con il presidente di codesto Tribunale ne è stata disposta la sospensione in attesa di altro provvedimento sospensivo che, allo stato, non risulta ancora pervenuto».

Ci sarebbe da chiedersi come è possibile che un provvedimento giudiziario, assunto in camera di consiglio, dopo avere sentito le parti, venga azzerato al telefono, senza formalità, da un presidente di tribunale. E ci sarebbe anche da capire come lo stesso presidente del tribunale dei minorenni abbia convinto il giudice che aveva emesso quel provvedimento, il giudice Janniello, ad abbandonare il processo. Ci sarebbe da chiedere come mai il provvedimento sospensivo, annunciato «nelle prossime ore» dalla presidente Cavallo, il giorno dopo ancora non fosse stato assunto. E quali spinte abbiano portato ad intervenire, per bloccare l'esecuzione dell'ordine, perfino il capo di gabinetto della questura. Anche il padre di L. se lo è chiesto. E si è anche dato una risposta. Nella lettera inviata al ministro della Giustizia Angelino Alfano, il papà scrive che l'intervento della presidente Cavallo sarebbe scaturito «su sollecitazione del senatore Stefano Pedica, chiamato dalla mamma del bambino». Cioè dello stesso senatore dell'Idv che nelle settimane scorse si era reso protagonista, affianco alla sua compagna di partito, di una martellante campagna di stampa contro il giudice Janniello, colpevole di avere consentito a un padre di vedere suo figlio.




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Italia 1911, Giolitti alla conquista della Libia

Il Tempo


Tripoli era considerata una sorta di Eldorado dell'epoca Poeti come Pascoli e D'Annunzio cantarono quelle gesta. Il dibattito attorno alla campagna fu vivace e non mancarono i contrari.

Giolitti Viva l’Italia del 1911, l’Italia coloniale di Giolitti, l’Italia dei poeti, di Giovanni Pascoli e di Gabriele D’Annunzio, l’Italia della «fatalità storica» che andava in Libia per impedire che ci andassero altri e che si alterasse così, a nostro danno, l’equilibrio del Mediterraneo. Era la nostra una nazione ancora giovane - aveva appena compiuto i 50 anni di vita - ma con ben chia la dimensione del proprio ruolo geopolitico, senza imbarazzi verso nessuno, Francia, Germania o chiunque altro.

Lo storico inglese Denis Mack Smith - non sospettabile di filo-italianismo - nella sua Storia d'Italia dal 1861 al 1918 (Laterza) ha scritto: «Nel 1911 la Libia era ormai diventata nell'immaginazione popolare un vero e proprio Eldorado. (...) Quando truppe francesi entrarono in Marocco, nel 1911 e quando la Germania dopo la crisi di Agadir (ndr, è la seconda crisi marocchina, con la Germania che si oppone al tentativo francese di instaurare un protettorato sul Marocco. L'intervento della Gran Bretagna contro la posizione tedesca, convincerà la Germania ad arrendersi sul Marocco e ad accettare uno scambio di territori coloniali con la Francia) fu sospettata di volersi assicurare le altre terre rimaste ancora libere nell'Africa settentrionale, gli italiani furono costretti a prendere in considerazione l'eventualità di una conquista militare se non volevano abbandonare quello ch'essi consideravano un diritto di prelazione universalmente riconosciuto sulla Libia».

In quell'Italia che forse troppo in fretta sul finire del Novecento gli storici e non solo hanno liquidato come nazionalista, sciovinista, futurista (nulla a che vedere con Futuro e libertà) al grido di «guerra solo igiene del mondo», il dibattito attorno alla campagna di Libia era vivo e vivace. Il poeta Pascoli, uomo mite e socialista umanitario (non vendoliano), tenne il discorso «la grande proletaria si è mossa» ed in un passaggio sottolineò: «Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella rivive, si è presentata al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari». E poi D'Annunzio, con la sua poesia politica e la canzone delle gesta d'oltremare, Filippo Tommaso Marinetti ed anche un liberale come Giustino Fortunato. Non che non ci fossero i contrari (basti pensare a Gaetano Salvemini che definì la Libia «uno scatolone di sabbia» ed al Partito socialista, che pure aveva personalità di spicco come Arturo Labriola favorevoli all'intervento) ma l'identità ed il ruolo dell'Italia erano sempre ben presenti. In chiunque. Tutto questo succedeva nel 1911, un secolo fa quando «la grande proletaria» si muoveva.


Massimiliano Lenzi
28/03/2011





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Laghi e Castelli Affari d'oro anche in provincia

Il Tempo


Case popolari svendute nell'hinterland romano.


Non è affatto scontato che gli affari immobiliari con le case di enti si possano fare solo nella Capitale. Anzi. L'hinterland di Roma è sempre più «appetibile». L'aria fresca dei castelli, il mare di Anzio o di Ladispoli, oppure la comondità di vivere praticamente a ridosso del Raccordo Anulare in cittadine medie, come Guidonia. Che dire poi dei laghi? Il «richiamo» al mattone anche in questi luoghi è sempre più forte. E le case dell'Ater della Provincia di Roma messe in vendita o già vendute sono migliaia.

I prezzi? Stupefacenti. Partiamo da uno dei casi più eclatanti che viene subito all'occhio scorrendo i lunghissimi elenchi del patrimonio immobiliare dell'azienda regionale di edilizia residenziale pubblica. Castel Gandolfo, dove il Santo Padre ha la residenza estiva. In piazza Caduti di via Fani, sono stati venduti 21 vani a 300.172 euro. Basta una rapida ricerca su internet per scoprire che per acquistare una casa di 90 metri quadrati (tre vani) nella stessa piazza occorre sborsare 320 mila euro. Trattabili. Ma se il lago non piace e si preferisce il mare, ad Anzio l'Ater ha venduto case in una forbice compresa tra i 70 e i 91 mila euro per immobili da 5 a 6 vani.

E pensare che un monolocale di 40 metri quadrati nella località marittima del litorale sud della Capitale costa 130 mila euro. Imbattibile, verrebbe da dire, il prezzo delle case popolari a Bracciano. Nella splendida cittadina sull'omonimo lago gli appartamenti di 3,5 vani in via Dominici sono state vendute per 22.858 euro. Un box di 16 metri quadrati sulla stessa strada costa 9 mila euro. Non da meno neanche nella vicinissima Guidonia Montecelio (praticamente a un passo dal V Municipio capitolino). In via Moreno le case si vendono a prezzi da «urlo»: 4 vani per 48.857 mila euro; 6 vani 73.286 euro. Un appartamento con 5 vani in via Leonardo da Vinci invece, vale per l'Ater 61.072 euro.

Anche in questo caso se ci si dovesse rivolgere ad un'agenzia immobiliare ed acquistare così da un privato, una casa di 50 metri quadrati, con posto auto, si acquista per 139 mila euro. Attira anche Valmontone dove, a parte il famoso outlet, una casa Ater di 7,5 vani in via Gramsci vale appena 51.129 euro. Certamente molti di questi appartamenti sono vecchi e fatiscenti, considerato che le Ater non sempre si sono distinte per una manutenzione impeccabile. Ma da qui a «regalare» immobili, che comunque hanno un potenziale economico e di investimento a breve e medio temine non indifferente, ce ne vuole. La materia, complessa, è oggetto delle indagini che sta effettuando la commissione d'inchiesta voluta dalla Regione per cercare di fare chiarezza sulla gestione e sulla dismissione dell'immenso patrimonio di edilizia residenziale pubblica.

E se in alcuni casi si potrà contare sulla prescrizione di un presunto reato, si potrà sempre fare ricorso alla Corte dei Conti per danno erariale. Ci vorrà comunque del tempo. Il database dell'Ater infatti risulta quanto mai carente. In moltissimi casi mancano i dati, tanto che come il caso di Pomezia o di Albano, nelle schede di decine di immobili si trova soltanto la dicitura «verifiche catastali in corso». Altro non è dato sapere. Così come avere un quadro preciso (e dunque una cifra economica) delle vendite concluse, di quelle in corso di stipula e di quelle non ancora avvenute. Il caos insomma negli archivi dell'azienda che gestisce il patrimonio popolare per conto della Regione, regna sovrano. E la confusione è sempre stata preziosa alleata dei «furbetti» del mattone. Non solo alla Pisana.


Susanna Novelli

28/03/2011





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Ricchi in casa. Popolare

Il Tempo


Appartamenti di lusso pagati sottocosto nella Capitale. I furbetti dell'Ater hanno stipendi da 50 a 150 mila euro. E molti di loro risultano pure morosi.


Sono ricchi, o quantomeno benestanti, ma hanno la casa popolare, peraltro in zone di pregio della Capitale. Sono seimila: inquilini dell’Ater che, tuttavia, hanno un reddito compreso tra 50 e 150 mila euro all’anno. Ma non è tutto. Tra loro ci sono anche quelli che non hanno mai pagato l’affitto, che risultano morosi da anni benché potrebbero permettersi un’abitazione ai valori di mercato. Si tratta dei primi riscontri della Commissione d’indagine messa in piedi dalla Regione per fare chiarezza dopo la «svendopoli» romana su cui sta indagando la Procura e in cui è finita, a sorpresa, anche la governatrice Renata Polverini.

Alcuni la casa l'hanno presa in affitto, altri sono riusciti a comprarla. Del resto molti immobili dell'Ater, l'istituto degli alloggi popolari, a Roma si trovano in zone di pregio, a due passi dal centro storico: Prati, Flaminio, Testaccio, Farnesina. Quanto ai prezzi non c'è competizione: in via Oslavia, a piazza Mazzini, tra gennaio e aprile 2007 sono stati stipulati tanti rogiti: una casa di 97 metri quadrati è stata comprata a 81 mila 567 euro, un'altra di 81 metri quadrati a 64 mila 200 euro, un'altra ancora di 110 metri quadrati a 111 mila euro. In via Andrea Doria, invece, un inquilino ha comprato un appartamento di 115 metri quadrati a 122 mila 800 euro. In via della Farnesina una casa di 74 metri quadrati è stata venduta ad aprile 2007 a 45 mila 494 euro.

Nello stesso immobile l'Ater ha «regalato» un monolocale di 39 metri quadrati a 27 mila euro e uno di 42 a 31 mila euro. Stessa musica a Testaccio, uno dei rioni storici della città eterna. A piazza Santa Maria Liberatrice è stato venduto un appartamento di 68 metri quadrati a 46 mila 327 euro. Prezzi e metrature simili per altre case nello stesso palazzo. A via Bodoni, sempre a Testaccio, un appartamento di 66 metri quadrati è stato venduto il 13 giugno 2007 a 43 mila 700 euro, un altro di 72 metri a 48 mila e 100 euro. Sulla Flaminia, altezza via di Grottarossa, nel 2006 è stata venduta una casa di 100 metri quadrati a 65 mila 900 euro. San Giovanni: in largo Magna Grecia un appartamento di 104 metri quadrati è stato acquistato a 109 mila 166 euro.

Ma questi sono soltanto alcuni casi. Nel 2009 e nel 2010 sono stati venduti altre mille abitazioni dell'Ater a prezzi sottocosto, stabiliti in base ai valori catastali o a stime dell'Agenzia del territorio di una ventina d'anni fa. Ovviamente li hanno comprati anche inquilini che avevano tutti i requisiti, che vivevano in quegli appartamenti da generazioni e che hanno usufruito del diritto di prelazione e delle riduzioni previste. Ma tanti altri no. Tanti altri sono riusciti, non si sa bene come, a fare l'affare. E, a quanto pare, lo sapevano in tanti e da anni visto che l'ex presidente dell'Ater, Luca Petrucci, è stato il primo a dare l'allarme alla Regione guidata da Marrazzo e a chidere di cambiare la legge che assegna le abitazioni.

Ma le norme sono rimaste le stesse e i controlli pochi. Fino allo stop delle «svendite». Poi è scoppiata la bufera sulla Polverini, che avrebbe vissuto per una quindicina d'anni (fino al 2004) in una casa dell'Ater a San Saba assegnata al marito. Lei, che non abita più lì da alcuni anni, ha rimandato le critiche al mittente e ha difeso il marito. Ora toccherà alla magistratura fare chiarezza. I pm Ilaria Calò e l'aggiunto Alberto Caperna hanno acquisito documenti dal 2004. Analizzeranno leggi, richieste, vendite, aste e dichiarazioni dei redditi anche delle dismissioni immobiliari del Comune di Roma e delle Ipab regionali.


Alberto Di Majo

28/03/2011





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Cultura, un tesoro non solo una tassa

Il Mattino


È di questi giorni la proposta del governo di aumentare di 1 cent. di euro il prezzo della benzina per finanziare il fondo della cultura. Questo centesimo di euro va ad aggiungersi alle accise sulla benzina.
Orbene nelle accise compaiono ancora i finanziamenti per la guerra d'Etiopia L. 1,90 (1936), la crisi di Suez L. 14 (1956), il disastro del Vajont L. 10 (1963), l'alluvione di Firenze L.10 (1966), il terremoto del Belice L.10 (1968), il terremoto del Friuli L.99 (1973), il terremoto dell'Irpinia L.75 (1980), la missione in Libano L.205 (1983), la missione in Bosnia L.22 (1996), ed infine per il contratto degli autoferrotranvieri € 0,020 (2004). La maggior parte di questi prelievi hanno perso il loro motivo di essere. Per un governo che aveva dichiarato di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, questo non è un gran risultato. Il fondo della cultura potrebbe essere finanziato, ad esempio, con le 205 lire pari a € 0,10 imposti per finanziare la missione in Libano nel 1983. Vorrei sapere, infine, in quale piega del bilancio dello Stato, viene contabilizzato il gettito dato dal prelievo, ad esempio di L. 1,90 che originariamente doveve servire a finanziare la guerra d'Etiopia.

Lorenzo d'Albora - NAPOLI



Caro d'Albora

la sua lettera dimostra da sola quanto emergenziali siano spesso i provvedimenti del governi italiani anche quando in ballo ci sono esigenze strutturali da non affrontare con le solite una tantum.
Sui fondi alla Cultura ritengo che, finalmente, Palazzo Chigi abbia messo riparo a una clamorosa defaillance nei confronti di uno dei nostri giacimenti più preziosi. Lo ha fatto tardivamente e in zona Cesarini, ma lo ha fatto. Ho parecchie riserve invece sul come: l'aumento delle accise sulla benzina è una trovata anche abile ma che dà la misura di un approccio non strategico al tema Cultura.
Nel senso che la maxi-colletta tra i cittadini (con l'ennesima tassa tra l'altro) non rende simpatica né vicina la causa in questione. E, soprattutto, lascia il settore cultura in ombra rispetto ad uno sforzo da sistema-Paese che questo richiederebbe. L'arte, lo spettacolo, la cultura possono dare pane - a differenza di quanto sostiene il motto latino - anzi lo danno in moltissimi Paesi assai meno dotati del nostro. Un approccio più imprenditoriale al settore potrebbe addirittura farci più ricchi.


Invia le tue mail a
Letterealdirettore@ilmattino.it




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I deputati più ricchi? Berlusconi, Fini e Bossi Più povera la sinistra

di Redazione


Nel 2010, il Cav ha dichiarato quasi 41 milioni di euro, quasi il doppio rispetto all'anno precedente. Meno abbienti rispetto al 2009 Bersani e Di Pietro


Il più ricco del Parlamento resta Silvio Berlusconi, a guardare le dichiarazioni dei redditi dei deputati consultabili oggi a Montecitorio. Il presidente del Consiglio, infatti, ha dichiarato nel 2010 un reddito imponibile di 40.897.004 euro, 17.839.023 euro in più rispetto al 2009. Nello stato civile il premier risulta "separato", mentre non risultano nuovi acquisti di auto, barche o di partecipazioni in società. Nel 2010 ha venduto una comproprietà al 50% di un appartamento a Milano. Tra i beni immobili a lui intestati ci sono due appartamenti in uso abitazione a Milano, due box e altri tre appartamenti nella stessa città, dove ha in comproprietà anche altri due immobili. Inoltre è iscritto nella dichiarazione dei redditi un immobile nel Comune di Lesa, in provincia di Novara, mentre compaiono le proprietà nell’isola di Antigua: un terreno, un immobile e un altro terreno acquistato il 13 marzo 2009. Infine, ha tre depositi di gestione patrimoniale presso la banca popolare di Sondrio, il Monte dei Paschi di Siena e la Banca Arner Italia spa.

Bossi e Fini più ricchi del 2009 Tra i leader di partito Casini, Bersani e Di Pietro risultano meno abbienti, nel 2010, rispetto al 2009. Secondo le dichiarazioni dei redditi 2010 il segretario del Pd nel 2010 ha dichiarato un reddito di 137.013 euro rispetto ai 150.450 del 2009; il leader Udc 106.063 rispetto a 123.005 e il leader Idv 176.885 rispetto a 192.211 mila euro. Più ricchi invece il Presidente della Camera, Gianfranco Fini - che nel 2009 aveva dichiarato 142.243 mila euro e nel 2010 186.563 mila euro - e Umberto Bossi (167.957 rispetto a 156.957). Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, invece, ha dichiarato redditi pari a 301.918 euro, in netto aumento rispetto all’anno precedente quando, grazie a una serie di detrazioni fiscali, aveva dichiarato redditi per 39.672 euro.




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E' reato filmare le effusioni tra ragazzi anche se restano private

La Stampa


Le riprese video di effusioni amorose tra ragazzi sono comunque reato. Anche se restano in privato e la diffusione è limitata alla ristretta cerchia di amici, fatte come una «ragazzata da parte di adolescenti» vanno punite come detenzione di materiale pornografico. Lo stabilisce la Cassazione (sentenza 11997/11), che ha confermato la condanna inflitta ad un 25enne milanese colpevole di avere realizzato, insieme ad altri due amici, riprese filmate di effusioni amorose a sfondo sessuale tra un’amica minorenne e il ragazzo che lei frequentava all’epoca. 

Il caso

I tre amici avevano marinato la scuola: con una loro compagna e il ragazzo di questa erano andati a casa dell'imputato dicendo che li avrebbero lasciati soli e di mettersi a loro agio. In camera da letto avevano predisposto una telecamera che ha filmato le effusioni fra i due giovani, poi mostrate ad altri amici. Il fatto aveva causato un grave disagio alla ragazza, che aveva accusato disturbi psichici e alimentari. Da qui la denuncia. La Cassazione, nel respingere il ricorso del 25enne, non fa sconti, nemmeno se «la condotta incriminata sia posta in essere nell’ambito di una struttura rudimentale e non idonea alla diffusione del prodotto su vasta scala». 

Non bisogna creare una «zona franca caratterizzata dall’impunità per quei comportamenti nei quali lo sfruttamento del minore per la produzione del materiale pornografico, nonchè la sua diffusione, avvengano in maniera artigianale e per una cerchia limitata di soggetti». Altrimenti si finirebbe per rendere inefficace una norma che assicura una tutela anticipata, ampia e progressiva dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale dei minori, con particolare riguardo alla sfera sessuale. Quindi «non vi è dubbio che una condotta apparentemente minima come quella dell’imputato, sia pure inquadrabile nell’ambito della ragazzata, possa rappresentare un’aggressione al bene giuridico».





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Truffa alla Guzzanti, il suo popolo si ribella: "Ma non eri di sinistra?"





L'attrice romana coinvolta nella truffa dei Vip romani, nella quale ha perso 400mila euro, viene bacchettata sul suo sito internet: "Una persona di sinistra non fa queste cose". E lei risponde insultando Berlusconi



Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Questa volta Sabrina Guzzanti si trova a combattere contro il suo stesso popolo, quello che tante volte ha aizzato con i suoi spettacoli-sermoni contro la corruzione morale. La Guzzanti "viola" e amica di Grillo, che si scaglia ogni giorno contro le speculazioni finanziarie, è inciampata in una truffa vip che ha inguaiato non pochi "pariolini". Gente ricca che voleva arricchirsi ancora di più, niente di male, ognuno coi propri soldi è libero di fare quello che vuole. Con la promessa di rendimenti tra l'8 e il 12 per cento la Egp Italia aveva attratto i risparmi di molti nomi della Roma bene: nobildonne come  Claudia Ruspoli e artisti come Massimo Ranieri. Tra loro anche Sabina Guzzanti che, come tutti gli altri, finisce sulle pagine dei giornali. L'attrice-regista-comica ha investito circa 400mila euro in questa sventurata impresa e il suo popolo non glielo ha perdonato. 
"Guarda, l’avevamo capito tutto che grazie a Berlusca hai guadagnato un sacco di soldi - attacca Matteo sul sito web della Guzzanti -. Ma mica è una vergogna. Voi di sinistra avete la fissa che chi ha i soldi è un ladro, ma guarda che non è così. Chi ha i soldi, spesso, se li è guadagnati, proprio come te. Che hai fatto film, spettacoli per Mediaset, che hai fatto un filmone sul terremoto dell’Aquila e tanti spettacoli grazie a Berlusca". E poi c'è chi la punzecchia per le sue idee politiche: "Io dico che se una persona ha degli ideali di vera sinistra non dovrebbe avere dei grandi capitali in banca - sottolinea un utente che si firma Frank - Comunque ammesso che abbia un pò di soldi, non va a darli ad una finanziaria senza sapere da dove arriva la rendita. Tanto da dove vuoi che arrivi (ma che siamo scemi?) arrivano dallo strozzino". 
Accuse pesanti intervallate da qualche messaggi di solidarietà. Poi arriva la risposta della truffata, un messaggio ineffabile e soave come nello stile della comica romana: "Ma siete così avvelenati berluscones che non sapete leggere? Per questo votate Berlusconi che vi inc...". Quando c'è lo stile...




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L'ultima della sinistra? La tassa "ad personam"

di Gian Maria De Francesco


Dopo la patrimoniale del Pd, ecco la proposta della Cgil: un'imposta dell'1% sulle ricchezze superiori a 800mila euro. E fa l'esempio di Berlusconi e Ferrero


Roma - È molto più di un rifles­so condizionato, è qualcosa di innato. L’insana passione del­la sinistra per le tasse è qualco­sa di inscritto nel codice gene­tico di questa parte politica. Non è bastata la riproposizio­ne della patrimoniale in sva­riate versioni il mese scorso: dalla tassa dello 0,1% annuo sui 9mila miliardi di ricchezza degli italiani fino al contributo da 30mila euro per gli italiani più ricchi (copyright Giuliano Amato) passando per un’im­p­osta sulle plusvalenze immo­biliari oscillante tra il 5 e il 20 per cento. Tutto con la benedi­zione di Uòlter Veltroni.
Anche la Cgil è salita sul car­ro dei «tassatori scortesi» e in vista dello sciopero generale del 6 maggio ha elaborato una proposta monstre: un’impo­sta sui grandi patrimoni del­l’ 1% per le famiglie con ric­chezza netta ( la somma del va­lore di beni mobili e immobili al netto delle passività come mutui e finanziamenti) supe­riore a 800mila euro.
Lo scopo sembrerebbe nobi­le, celato com’è sotto il titolo di «redistribuzione» e cioè fa­re come Robin Hood toglien­do ai ricchi per dare ai poveri. Ma sempre di un aggravio di imposte si tratta. Anche se nel­la­simulazione elaborata il sin­dacato di Susanna Camusso cerca di indorare la pillola. La tassa non si rivolge a dipen­denti e pensionati che hanno due case di proprietà (magari con un mutuo) e un portafo­glio titoli di 100mila euro. Piut­tosto è diretta a «imprenditori e liberi professionisti» che - a prescindere dall’imponibile Irpef - ha due case del valore complessivo di 800mila euro e 100mila euro di titoli. Costoro dovrebbero pagare circa mille euro giacché la soglia di esen­zione è rappresentata da quo­ta 800mila. Il discorso è sem­pre lo stesso: poiché imprendi­tori e liberi professionisti sono «evasori per natura» si cerca di stangarli per vie traverse.
L’antipatia per questa clas­se sociale è tale che si citano due esempi a caso della classi­fica italiana di Forbes: il signor F (che sta per Pietro Ferrero e famiglia, primo della lista) e il signor B (Silvio Berlusconi al terzo posto). I loro patrimoni, rispettivamente di 11 e 9 mi­liardi, produrrebbero un getti­to di 100 milioni da Mister Nu­tella e di 80 milioni dal Cav. L’obiettivo è chiaro: colpendo gli ultraricchi si potrebbero ot­tenere circa 18 miliardi di eu­ro all’anno (9,8 miliardi nel­l’ipotesi di un’aliquota ridotta allo 0,55%). Secondo Camus­so & C., liberando le risorse concentrate tra i più facoltosi si può generare ricchezza «spezzando l’alleanza tra pro­fitti e rendite» che danneggia lavoro e investimenti.
Confutare queste tesi neo­marxiste è molto semplice. E non è necessario nemmeno ri­correre al dogma liberista per il quale solo il capitalista può mettere in moto l’economia sia per la maggiore propensio­ne al consumo sia per la natu­rale abitudine all’investimen­to, mentre i meno abbienti ten­dono a «bloccare» le risorse mettendole da parte per i tem­pi di magra. Per sconfessare la Cgil bastano i numeri e la logi­ca. I numeri dicono che 18 mi­­liardi sono l’1% del nostro de­bito pubblico e dunque la tas­sa è insufficiente ad assicura­re quella riduzione necessaria alle politiche per lo sviluppo. La logica invece dice che 100 milioni sottratti al signor Fer­rero sono 100 milioni in meno da reimpiegare nella crescita dell’azienda.In tal caso avreb­be tutte le ragioni per spostare la «baracca» dal Cuneese a un luogo fiscalmente più vantag­gioso, magari varcando le Alpi in direzione Svizzera.



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