giovedì 24 marzo 2011

Lo Utah rispolvera i dollari d'oro

Corriere della sera


Lo Utah sta pensando di ritornare ai dollari d'oro e d'argento aboliti nel 1933 da Roosevelt
Lo Utah sta pensando di ritornare ai dollari d'oro e d'argento aboliti nel 1933 da Roosevelt
NEW YORK – Lo Utah ripristina il «gold standard», il regime monetario aureo abolito dal presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1933: il parlamento dello Stato dei mormoni ha approvato una legge, ora alla firma del governatore, che consentirà ai negozi di Salt Lake City e delle altre città dell’altopiano roccioso di accettare in pagamento monete d’oro e d’argento con l’effige dell’aquila e del bisonte, anziché i soliti dollari in banconote.

CONTRORIFORMA AURIFERA - Il passo è largamente simbolico: un’impennata alimentata dalla nostalgia aurifera di uno Stato del vecchio West che si ribella contro la Federal Reserve. Il parlamento dello Utah ha eliminato la tassa sui trasferimenti di oro, fin qui trattato come una forma di investimento patrimoniale, non come un mezzo di pagamento. Per rendere davvero fluida la circolazione di monete auree, anche il Congresso di Washington dovrebbe adottare una misura analoga. Cosa che rimane altamente improbabile, anche se il North Carolina si è messo sulle orme dello Utah e altri Stati hanno cominciato a interrogarsi sulla praticabilità di una «controriforma aurifera».

MALUMORI VERSO LA FED - Il punto è che da un capo all’altro del Paese si sta coagulando un forte malumore nei confronti della Banca centrale Usa: un istituto che, con la sua politica monetaria molto permissiva adottata per sostenere l’economia e fornire denaro a buon mercato a un sistema bancario che ha rischiato il fallimento, viene ora accusato di aver seguito una linea che porterà inevitabilmente a una svalutazione del dollaro e al ritorno dell’inflazione.

CRISI SENZA PRECEDENTI - In parte è fisiologico che nei momenti difficili la Fed di Ben Bernanke finisca sotto tiro: il Paese è sprofondato in una crisi economica di una gravità senza precedenti che ha richiesto misure d’emergenza dolorose. La Banca centrale è venuta incontro al governo, gravato da condizionamenti elettorali, assumendosi la responsabilità delle misure più impopolari: i salvataggi di banche e finanziarie prima, l’immissione nel sistema di enormi quantità di denaro a costo zero dopo. La Fed è un organismo tecnico, non deve andare a caccia di voti. Ma finire sotto tiro al Congresso è, per lei, comunque pericoloso: sta facendo riemergere la tentazione di politicizzare la gestione della politica monetaria.

Massimo Gaggi
24 marzo 2011





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Grazie alle Iene il Pd scopre Marantelli: onorevole degno di Alberto Sordi





Alla domanda sul 17 marzo, il deputato del Pd si scusa e corre a gamba levate. Ma poi accusa: "E' un pacco televisivo, mi hanno teso un trappolone" 


Daniele Marantelli è il nuovo Alberto Sordi del Pd. Come nel film Amici miei, la scena si ripete. E sui sanpietrini di Montecitorio va in onda un siparietto esilarante. L'inviata delle Iene, Sara Nobile, sta saggiando la conoscenza dei politici italiani in materia di 17 marzo e anniversario dei 150 anni d'Unità d'Italia. L'onorevole Marantelli ha la sfortuna di beccare il microfono della Iena ridens ed ecco che scatta subito la prima domanda. "Perché è importante il 17 marzo?".  Perché - risponde Marantelli - anche se la storia del nostro Paese è sancita prevalentemente dalla storia dei Comuni che hanno secoli di storia mentre l'Italia ha soltanto 150 anni è da lì che sono mutate in maniera positiva le condizioni di milioni di persone per esempio prima analfabete". Una risposta complessa che però non accontenta la Iena che insiste: "Scusi, ma perché proprio il 17 marzo, è una data particolare?". Ed ecco che subentra il genio di Marantelli. La testa improvvisamente si gira a destra, in direzione dell'ingresso di Montecitorio, l'onorevole chiede scusa alla Nobile, osserva un gruppo di persone che applaudono nella piazza dell'obelisco, chiede di nuovo venia: "Scusi, scusi, torni subito". E poi, veloce come una saetta, corre via, voltandosi nuovamente per rassicurare che sarebbe tornato subito.  

Per Marantelli è un pacco televisivo Ma la storia non finisce qui. Marantelli non vuol fare brutta figura e sulle pagine de La Prealpina accusa il programma di Italiauno di aver confezionato un "pacco" televisivo. E va giù duro: "Questi mi hanno teso un trappolone: ci sono cascato", spiega sconfortato l’onorevole varesino, che poi aggiunge: "Quello che avete visto è la parte finale di una pippa a cui sono dovuto sottostare, una serie di domande alle quali ho risposto senza esitare. Ho parlato della battaglia di Biumo, di Garibaldi e del generale Urban. Ho detto del ruolo di Varese nell’epopea risorgimentale. E anche delle imprese partigiane in Valcuvia. Ho precisato, ribadito, raccontato. Ma, sapete com’è...Questi sono dei professionisti, infilzano chiunque: hanno tagliato tutto, così ho dato l’impressione di scappare". Più che un'impressione è una certezza, confermata dal video. Ma Marantelli ha una spiegazione anche di questo: "Ero uscito dalla Camera per incontrare una persona, che mi aveva dato appuntamento tra Montecitorio e Palazzo Chigi. La "iena" mi ha preso alla sprovvista, così, quando ho visto chi avrei dovuto incontrare, le ho chiesto scusa e ho rincorso il mio amico. Precisandole però che sarei tornato. Tenga conto che nemmeno avevo messo a fuoco che fossero quelli di Italia Uno". Marantelli, a suo dire, sarebbe pure tornato per continuare la conversazione, ma "non c'era più nessuno". Le Iene controbattono smentendo categoricamente le dichiarazioni di Marantelli e riproponendo la versione integrale senza tagli. Sul sito del programma, il video. A voi il giudizio






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Condannati i 12 lavoratori di Eutelia che avevano occupato la fabbrica

Corriere della sera


Pena di tre mesi convertita in 7.600 euro. Fiom: «Ricorreremo in appello»


MILANO - Il tribunale di Roma ha condannato 12 lavoratori di Eutelia per il presidio dell’azienda da loro effettuato durante la fase più dura della lotta aziendale e dopo diversi mesi passati senza ricevere lo stipendio. La condanna a tre mesi di reclusione è stata convertita in una pena pecuniaria di 7.600 euro a testa. Il procedimento era stato aperto su querela del fondatore e amministratore delegato, Samuele Landi, colui che tentò lo sgombero della sede di via Bona, a Roma, utilizzando uomini di una società di sicurezza che si «spacciarono», insieme allo stesso Landi, per appartenenti alle Forze dell'ordine.

FIOM - La sentenza è del 16 marzo e ha scatenato la reazione di molti esponenti del mondo del lavoro. Fabrizio Potetti, coordinatore nazionale Fiom-Cgil del gruppo Agile-Eutelia a commento della sentenza ha detto: «Riteniamo totalmente ingiustificata tale decisione che non tiene conto, in nessun modo, della gravità della situazione allora attraversata dai lavoratori», sottolinea Potetti che aggiunge: «Per fermare lo scellerato piano della proprietà, i lavoratori si videro costretti a presidiare l'azienda, non solo per protestare contro il mancato pagamento dei loro stipendi per diversi mesi consecutivi, ma soprattutto per bloccare la sistematica distruzione dell'Azienda stessa intrapresa dai soggetti a cui era stata ceduta la Società; un fatto, questo, asseverato prima dai custodi giudiziari e poi dalle sentenze di condanna emesse al termine del processo per bancarotta fraudolenta». «Oltretutto, come testimoniato dalle Forze dell'ordine intervenute subito dopo l'attivazione del presidio da parte dei lavoratori, tutte le attività lavorative e di servizio ai clienti sia di Agile che di Eutelia sono state effettuate con continuità proprio grazie all'impegno dei lavoratori che, pur nello stato di disperazione nella quale si trovavano - conclude il sindacalista Fiom - hanno sempre salvaguardato, a differenza di altri, le attività ed i beni aziendali».

L'IDV - «Gli ultimi risvolti della vicenda Agile-Eutelia dimostrano che in Italia si è superato qualsiasi limite nei confronti dei diritti fondamentali dei lavoratori» afferma in una nota il responsabile lavoro e welfare dell'Italia dei Valori, Maurizio Zipponi. «Vogliamo ricordare - prosegue la nota - che i manager di Eutelia hanno spolpato l'azienda, si sono intascati milioni di euro di commesse e hanno lasciato senza lavoro migliaia di persone. Oggi, grazie anche agli esposti dell'Italia dei Valori, questi truffaldini sono indagati da diversi tribunali italiani, tanto che il fondatore dell'azienda, Samuele Landi è tutt'ora latitante a Dubai». «Di fronte a questa truffa colossale - spiega Zipponi - è assurdo che alcuni dipendenti vengano condannati a pagare tanto quanto percepirebbero con un anno di cassa integrazione, per aver tentato di difendere il proprio posto di lavoro e il patrimonio aziendale. Italia dei Valori - conclude - farà di tutto affinchè questo procedimento venga sospeso e invita il governo ad intervenire urgentemente sulla questione, per trovare una soluzione industriale che possa rilanciare l'azienda, salvare i livelli occupazionali e risparmiare ai lavoratori ulteriori vessazioni da parte di chi, meritatamente, è stato arrestato ed è sotto processo per aver buttato sul lastrico circa 10.000 famiglie tra Agile, Eutelia, Phonemedia e tante altre aziende».


Redazione online
24 marzo 2011





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Addio a Juma, il «re Leone» che ha commosso l'America

Corriere della sera


Arrivato negli Usa con un traffico di animali, era stato poi adottato dallo zoo di Pittsburgh, di cui divenne la star


Juma e la sua compagna Shiba, i due leoni del giardino zoologico di Pittsburgh (dal sito dello zoo)
Juma e la sua compagna Shiba, i due leoni del giardino zoologico di Pittsburgh (dal sito dello zoo)
MILANO - Quando si erano conosciuti, 21 anni fa, all’inizio non si erano presi benissimo, la diffidenza era tanta, come pure l’innato istinto di prevalere l’uno sull’altra. Ma poi l’amore ha avuto il sopravvento e sono diventati una coppia e nessuno se l’è mai sentita di dividerli nemmeno negli ultimi mesi, quando lei aveva capito che il compagno di una vita si stava spegnendo a poco a poco e per questo non lo lasciava mai solo un secondo, visto che lui era troppo debole anche solo per muoversi. Ha dovuto arrendersi solo dinnanzi alla puntura del veterinario che ha addormentato per sempre il suo adorato Juma. A quel punto, Shiba si è rinchiusa nel suo dolore per due giorni, senza mai uscire dalla sua gabbia né mangiare. Poi ha ripreso la sua solita routine, da fiera regina qual è, ma spesso sembra cercare con gli occhi Juma e quando non lo trova, il suo sguardo si fa triste e malinconico.

UNA VITA INSIEME - Ha commosso l’America intera la storia di Shiba e Juma, i due leoni dello zoo di Pittsburgh che hanno vissuto oltre due decenni insieme, aiutandosi e supportandosi a vicenda e dando prova di un amore così assoluto che nemmeno una coppia umana sposata da tempo. Solo la morte avrebbe potuto dividerli e così è stato: a Juma è stata praticata l’eutanasia per alleviare le infinite sofferenze causate dalla demenza felina che lo aveva colpito anni fa e a cui erano seguite altre dolorose patologie legate alla sua non più giovane età. E’ stata una scelta difficile, ma inevitabile, quella presa dal veterinario, come si legge sul blog dello zoo di Pittsburgh dove è stata data la notizia della morte del vecchio e coraggioso leone. «Juma se n’è andato. Nell’ultimo anno ha sofferto di varie malattie legate all’età, fra cui la demenza felina, al punto che spesso sembrava non ricordare nemmeno dove si trovasse e vagava come se si fosse perso – ha spiegato la dottoressa Stephanie James – e con l’aggravarsi dei sintomi, anche il suo appetito diminuiva e neppure il suo cibo preferito, come il tacchino, lo spingeva a mangiare. Sapevamo che la sua qualità di vita sarebbe continuata a peggiorare e che le sue sofferenze sarebbero aumentate, per questo motivo, dopo una dolorosa e attenta valutazione, abbiamo deciso di sopprimerlo».

COPPIA COLLAUDATA - Prima del suo rapido declino, Juma era una delle attrazioni preferite dello zoo perché adorava mettersi in posa per i visitatori e ruggire verso di loro, quasi ad indicare che quello «era il suo territorio». E quando non se ne andava avanti e indietro per il recinto, con la sua andatura regale e lo sguardo fiero, lo si poteva vedere maestosamente seduto sulle rocce, con la fedele Shiba sempre accanto. «Juma e Shiba ricordavano una vecchia coppia sposata – ha raccontato Kathy Suthard, custode della zona dedicata ai felini – perché stavano sempre insieme e la notte dormivano raggomitolati vicini. Quando l’artrite cominciò ad impedire a Juma di saltare fino alla piattaforma, era Shiba che lo raggiungeva sul giaciglio di paglia che avevamo preparato per il suo compagno».

L'ARRIVO ALLO ZOO - Il Re Leone era arrivato allo zoo nel 1990, quando era poco più che un cucciolo: il suo primo anno di vita lo aveva passato con un allevatore privato dell’Ohio, a cui era stato confiscato dopo che gli agricoltori della zona si erano lamentati con lo sceriffo perché l’animale sfuggiva sempre dalla sua gabbia e faceva strage di pollame. Ma anziché sopprimerlo, lo sceriffo fece in modo che a Juma fosse data una nuova casa, più adatta alle sue caratteristiche. «Gli zoo dell’Ohio non erano interessati ad un leone maschio salvato da un traffico di animali – ha continuato la Suthard – così chiamarono noi di Pittsburgh e da quel momento Juma ha avuto una nuova casa». L’anno prima allo zoo era arrivata Shiba e venne così naturale metterli nello stesso recinto. «Inizialmente, erano un po’ diffidenti l’uno dell’altra, ma poi sono cresciuti e hanno cominciato a piacersi. In natura, i leoni maschi sono i leader, ma Shiba aveva una personalità più forte e non ne voleva sapere di sottomettersi a Juma, ma alla fine ha accettato che lui fosse il capo».

LA FORZA DI REAGIRE - Perso l’adorato compagno, il timore di molti era che anche la leonessa si lasciasse morire. Invece, superato il dolore dei primi due giorni durante i quali non è mai uscita dalla sua gabbia, ora Shiba sembra stia imparando a convivere con la solitudine. «Credo avesse capito che negli ultimi tempi Juma non stava bene – ha concluso la custode – tanto è vero che alcuni giorni prima che Juma morisse, lei passò le ore a lavarlo e pulirlo, senza staccarsi un attimo da lui». Da “moglie” devota, la leonessa aveva capito che il suo condottiero era arrivato alla fine e voleva che fosse preparato al suo ultimo viaggio. «E poi alcune persone hanno il coraggio di dire che gli animali non hanno sentimenti», ha commentato un lettore sull’edizione online del Daily Mail dove, peraltro, non mancano parecchi giudizi negativi sugli zoo, che rilanciano la polemica sull’utilità o meno della loro presenza.


Simona Marchetti
24 marzo 2011



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New York Times, il "coccodrillo" di Liz Taylor è del giornalista morto da sei anni

Corriere della sera


Pubblicato il pezzo di Mel Gussow deceduto nel 2005


MILANO - Qualche lettore si sarà forse meravigliato mercoledì pomeriggio scoprendo con quale rapidità i quotidiani online hanno pubblicato gallerie fotografiche di ricordo, documenti storici e soprattutto gli obituaries, i nostri "coccodrilli", subito dopo la morte di Liz Taylor. Com'è noto, infatti, nelle redazioni alcuni necrologi sono pronti in anticipo, in modo da essere usati immediatamente al momento della morte del personaggio famoso. Così anche il New York Times che ha reso omaggio all'attrice scomparsa decrivendola, senza lesinare con gli aggettivi, come «vetta brillante di Hollywood». Tuttavia, l'autore del testo, il giornalista Mel Gussow, era morto da 6 anni. Il Times ha reagito con una rettifica, ma è oggetto di commenti pungenti da parte dei blogger.

IL PRECEDENTE - «L'ultima diva del cinema»; «La regina di Hollywood»; «La dea dagli occhi viola e il viso angelico»: così i media hanno reso omaggio a Liz Taylor, morta il 23 marzo. L'attrice è sopravvissuta alle grandi colleghe del suo tempo, da Rita Hayworth a Marilyn Monroe. Ed è sopravvissuta anche all'autore del suo necrologio: Mel Gussow, che ha redatto il testo per il New York Times, è morto infatti nel 2005. Gussow aveva lavorato per 35 anni come critico teatrale per il noto giornale della Grande Mela. Tagliente il commento sull'Huffington Post: «È oramai una consuetudine che i media scrivano i necrologi delle celebrità prima della loro morte, tuttavia, è assai anomalo che chi scrive il necrologio muoia prima della pubblicazione dello stesso». La curiosità ha subito fatto il giro della blogosfera, raccogliendo nei forum e sui blog commenti alquanto maliziosi. Nel frattempo il New York Times ha messo una nota in fondo al necrologio di Liz Taylor. Che ora recita: «Mel Gussow è morto nel 2005. William McDonald, William Grimes e Daniel E. Slotnik hanno attualizzato il testo». Ciò nonostante, non è la prima volta che una celebrità di Hollywood sopravvive all'autore di un necrologio preparato in anticipo per il New York Times: Bob Hope è morto nel 2003, il critico cinematografico Vincent Canby, che ha steso il necrologio dell'artista, lo aveva preceduto.


Elmar Burchia
24 marzo 2011



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Missili «proibiti» nelle mani di Gheddafi

Corriere della sera


Le foto dalla Libia mostrano le forze del regime in possesso degli Sa 24, armi russe su cui c'è l'embargo



Un «Sa 24 Grinch»
Un «Sa 24 Grinch»
WASHINGTON (USA) - Tutto è nato da un filmato della Cnn e alcune foto arrivate dalla zona dei combattenti. Mostrano un missile anti-aereo su un camioncino dell’esercito libico: è un «Sa 24 Grinch» di fabbricazione russa. La rivista «Aviation Week» e qualche esperto hanno manifestato una certa sorpresa. Non era noto che la Libia avesse il missile nel suo arsenale. Il missile «Sa 24» e' ritenuto abbastanza sofisticato e insidioso perché resistente ad alcune delle contromisure dei caccia occidentali.

INTERROGATIVO - La domanda è semplice: chi ha ceduto i «Grinch» alla Libia? Ufficialmente Mosca non ha venduto armi di questo tipo a Tripoli. O perlomeno non lo ha fatto in modo diretto. Questo ovviamente non esclude che i russi abbiano fatto arrivare gli ordigni con una triangolazione. Tra i sospettati anche il Venezuela che ha acquistato una versione del «Grinch» che può essere portata a spalla. Una fornitura che ha sollevato qualche timore a Washington che teme che i missili finiscano nelle mani dei terroristi. Dunque è possibile che Caracas abbia fatto un favore a Tripoli: tra i due paesi i rapporti sono molto stretti. Fonti Nato hanno confermato che anche nelle ultime settimane il regime ha continuato a ricevere armi, munizioni e altro equipaggiamento. Un traffico che si è sviluppato via mare. Subito dopo l’inizio della rivolta a Tripoli e Sebha sono arrivati carici di materiale bellico in provenienza dall’Est europeo. La risoluzione Onu prevede che la coalizione faccia rispettare l’embargo e autorizza le ispezioni su navi o aerei diretti in Libia. E da mercoledì è stata annunciata la formazione di una flottiglia Nato sotto il comando italiano con il compito di controllare lo spazio marittimo libico.


Guido Olimpio
24 marzo 2011



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Ferrara al posto di Biagi e la cultura del pregiudizio

Corriere della sera

 

«Radio Londra» contestata, ma la tv è democrazia

Aldo Grasso

 

G8, la Corte di Strasburgo assolve l'Italia per la morte di Carlo Giuliani

Corriere della sera


«Nessuna responsabilità». I genitori del ragazzo: «Non ci arrenderemo. Pronti a causa civile»



BRUXELLES - La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto giovedì l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani avvenuta durante gli scontro tra manifestanti e forze dell'ordine nel corso del G8 di Genova. La decisione è stata presa a maggioranza dai giudici della Grande Camera.

I GENITORI - Alle autorità italiane non può essere imputata alcuna responsabilità per la morte del ragazzo. A presentare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, nel giugno del 2002, sono stati i genitori e la sorella di Carlo Giuliani, che, già mercoledì di fronte alle indiscrezioni, dicevano che «non si arrenderanno». «Siamo pronti anche ad una causa civile - spiega il padre di Carlo -, non per rifarci sul carabiniere, ma per aprire l'unica possibilità che ci rimane affinchè ci sia un dibattimento pubblico».

LA VICENDA - Nel loro ricorso a Strasburgo i Giuliani avevano accusato le autorità italiane di aver di fatto causato la morte di Carlo. Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani in piazza Alimonda il 20 luglio del 2001, secondo la famiglia, avrebbe fatto un uso sproporzionato della forza. Ma a giocare un ruolo nella morte di Carlo sarebbero state sia l'inadeguata organizzazione delle forze dell'ordine presenti a Genova che le regole di ingaggio, che a differenza di quanto succede per esempio in Iraq, non impongono l'uso di proiettili di gomma per il mantenimento dell'ordine pubblico durante le manifestazioni. La famiglia Giuliani sostiene inoltre che le autorità non hanno condotto un'inchiesta adeguata per accertare le cause della morte del ragazzo, sollevando dubbi anche su come è stata eseguita l'autopsia. In prima istanza, la Corte di Strasburgo ha accolto solo parzialmente le tesi dei Giuliani condannando l'Italia per il modo in cui è stata effettuata l'inchiesta mentre ha pienamente assolto Placanica, che, secondo i giudici, agì per legittima difesa. Questo verdetto, per altro non unanime, non ha soddisfatto né la famiglia né il governo che hanno quindi chiesto e ottenuto una revisione dell'intero caso davanti alla Grande Camera. I 17 giudici sorteggiati per il riesame, hanno ascoltato le parti durante un'udienza pubblica lo scorso 29 settembre, e giovedì hanno pronunciato il loro verdetto: «governo assolto». (fonte: Ansa)


24 marzo 2011





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Uccise tre civili afghani per gioco» Soldato Usa condannato a 24 anni

Il rischio nucleare viene dalla politica

Di Antonino Zichichi




A provocare il disastro nell’impianto nipponico sono stati i responsabili della gestione che hanno garantito al governo una sicurezza ancora tutta da verificare. Perché il problema non è la macchina ma chi la guida 



 
Diceva Einstein che quando si passa dalla scienza alle sue ap­plicazioni tecnologiche il vero problema sono coloro che rie­scono a entrare senza scrupoli nella macchina operativa. Chi è responsabile di questo «proble­ma »? Einstein risponde: la «rac­comandazione » politica. Una cosa è certa: la «raccomandazio­ne » politica fu responsabile del disastro di Chernobyl, come ab­biamo già detto su queste colon­ne il 18 marzo scorso. Sarebbe di estremo interesse cercare di capire entro quali limiti la «raccomandazione» politica è entrata nella «macchina operativa» del disastro giapponese. Ecco alcuni dettagli.
La Tepco (Tokyo Electric Power Company) aveva chiesto al governo di estendere ad altri dieci anni il permesso a produrre energia per il reattore più vecchio della centrale di Fukushima che aveva al suo attivo ben quarant’anni di attività. Gli ispettori inviati per verificare se il vecchio reattore poteva resistere a un terremoto sono stati sul posto appena tre giorni. Eppure, stabilire se un reattore può resistere a un terremoto, dopo ben quaranta anni di attività, è uno dei problemi più complessi dell’ingegneria civile. Nel 2002 la Tepco fu costretta a fermare i diciassett e reattori nucleari che aveva in gestione per avere detto bugie nella relazione al governo. Il perdono non è servito. E infatti, quando il 28 febbraio scorso il governo giapponese chiese una relazione sulla sicurezza, ricevette ancora una volta assicurazioni che tutto era stato fatto come voluto dalle regole dettate dall’Agenzia Governativa per l a Sicurezza Nucleare.
È forse bene precisare che appena un mese prima del terremoto e dello tsunami i responsabili del controllo governativo - dopo la visita di tre giorni prima citata - avevano approvato l’estensione per ben altri dieci anni al più vecchio dei reattori nucleari della centrale di Fukushima. Molte settimane dopo aver ottenuto l’estensione, la Tepco ha ammesso di non avere fatto le dovute ispezioni in ben trentatré strutture tecnologiche relative ai sistemi di raffreddamento, incluse le pompe d’acqua e i generatori diesel. Questa ammissione è avvenuta d opo il disastro causato da terremoto e tsunami. Non si capisce come mai gli ispettori prima citati non avessero scoperto queste gravi lacune. Nel 2002 nessuno aveva tolto alla Tepco l’incarico di continuare a gestire i diciassette reattori nucleari, nonostante la relazione fasulla.
Come temuto da Einstein, questi signori sono riusciti a entrare nella macchina operativa che trasforma una scoperta scientifica in tecnologia e a restarci pur avendo mentito. Su queste colonne abbiamo reso omaggio il 18 marz o scorso a l popolo giapponese, ai fisici giapponesi e all’imperatore Akihito che ha saputo separare nettamente il fuoco nucleare di pace (reattori a fissione) dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Il fuoco nucleare di pace ha permesso al Giappone (nonostante la sconfitta nella Seconda guerra mondiale) di diventare uno dei Paesi più ricchi e tecnologicamente più avanzati del mondo. Molti media (carta stampata, radio e tv) dei Paesi occidentali nel parlare di terremot o e tsunami che hanno colpito il Giappone hanno messo insieme la violenza della Natura e l’energia nucleare, come se a produrre le enormi devastazioni fosse stata l’energia nucleare dei reattori. Gli stessi media hanno negato ai giapponesi quel senso di estremo rispetto della verità insito nella cultura di quel popolo. Rispetto della verità che i milioni di giapponesi colpiti dal potente terremoto e dal violentissimo tsunam i hanno mostrato a l mondo intero con la loro compostezza e con la loro estrema disciplina.
Chi ha tradito i valori insiti nella cultura giapponese sono i responsabili della gestione di un terzo degli impianti nucleari che lavorano nella Tepco. Nei prossimi dieci anni ben diciotto reattori, di cui cinque a Fukushima, avrann o raggiunto i quaranta anni di attività. Estendere i permessi oltre i quaranta anni vuol dire allontanare i tempi per costruire nuovi reattori e risparmiare enormi quantità di denaro. Questo non è un problema giapponese ma mondiale. Costruire nuovi reattori è il modo più sicuro per garantire la produzione di energia nel momento storico in cui i cinque miliardi e mezzo di abitanti dei Paesi non industrializzati vorrebbero avere a loro disposizione la stessa quantità di energia «pro-capite» di cui noi (un miliardo di privilegiati che viviamo nei Paesi industrializzati) disponiamo. La comunità scientifica della WFS (World Federation of Scientists) raccomanda all’opinione pubblica di tutte le Nazioni ciò che Einstein per primo mise in evidenza: tenere lontani dalla tecnologia nucleare i «raccomandati» politici. Più avanzata è la tecnologia più pericolosi diventano questi signori.




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Attacco al mito

Il Tempo


Il padre di Gheddafi era un pilota francese. Somiglianza straordinaria e tempistica rendono reale un'ipotesi che sembra diventare nemesi storica.


Da sinistra Albert Preziosi e Muammar Gheddafi Una nemesi storica. Sicuramente da interpretare per capire se la compensazione da eventi svantaggiosi favorirà alla fine la Francia di Sarkozy e dei suoi falchi o la Libia dei lealisti gheddafiani. Per ora è leggenda intercontinentale, storia vera o falsa che sia, mai confermata né smentita: un «giallo» che sembra materializzarsi sopra le nuvole su un aereo militare tra Francia e Libia e che scende a bassa quota, fino in terra, per annunciare un parto: quello du Muammar Gheddafi.

Ora, se ci si dovesse basare esclusivamente sulla somiglianza, non ci sarebbero dubbi. Ma che il colonnello Muammar Gheddafi sia figlio di un eroico pilota francese, poi morto in un combattimento aereo in Russia, nel 1943, resta un'ipotesi, anche se più che verosimile. Non c'è bisogno di fotomontaggi o di fotoshop: accostando le immagini in bianco e nero di Albert Preziosi all'età di 27 anni a quella di un Gheddafi ancora giovane, entrambi in divisa e con espressione marziale, appunto da militari, sembra di trovarsi davanti due gocce d'acqua: stessi capelli, fronte molto simile, naso e labbra identici così come gli occhi neri come la pece, con un'intensa profondità nello sguardo. Ma non è finita. La nemesi storica torna a far capolino perché, se la storia del papà aviatore fosse vera, ci sarebbe oggi anche un risvolto ironico: la base aerea francese - a Solenzara, in Corsica (terra d'origine di Preziosi) - dalla quale si dirigono parte delle operazioni dei jet francesi sulla Libia - è intitolata proprio al presunto padre del Colonnello.

A questo punto vale la pena andare a spulciare questa intrigante vicenda. Intanto, risale ai primi anni '70 e «nasce» non in Libia bensì in Francia, quando alcuni media di estrema destra - per screditare gli indipendentisti còrsi che, si diceva a quel tempo, fossero finanziati proprio dalla Libia - ripresero le voci che davano Gheddafi quale frutto di un amore fugace e mai riconosciuto tra una bella ragazza della tribù dei Senoussi - quella del Colonnello - e un giovane e affascinante pilota, abbattuto sui cieli della Libia, dove era al comando di un Hurricane, in missione. Nato nel 1915, a Vezzani - villaggio di montagna dell'Alta Corsica - Albert Preziosi, come tanti giovani patrioti francesi, aveva raccolto il grido di dolore per la liberazione della Francia occupata dai tedeschi lanciato da Charles de Gaulle e si era arruolato in Aeronautica: siamo nel 1940. Preziosi si era addestrato in Gran Bretagna, inanellando molti vittoriosi combattimenti fino alla sua «disavventura» nei cieli di Libia, peraltro messa ampiamente in preventivo da un pilota di caccia. L'Hurricane, leggenda alla mano, sarebbe caduto in una zona desertica e Preziosi, uscito vivo dall'abbattimento, non avrebbe avuto alcuna possibilità di salvarsi se non fosse stato soccorso da un gruppo di beduini, appartenenti alla tribù dei Senoussi, che lo portarono nel loro accampamento, assistendolo con dedizione e affetto.

Così, il bel pilota tenebroso venne curato nel corpo, ma, si dice, anche nello spirito: visto che si innamorò, ricambiato, di una bella ragazza, dalla quale ebbe poi un figlio. Da loro si separò per tornare in Gran Bretagna e riprendere il suo posto nella squadriglia Normandie-Niemen, una delle più gloriose delle Fafl, le Forze aeree francesi libere. Dai cieli dell'Africa a quelli della Russia: e fu lì che il pilota morì nel corso del suo ennesimo combattimento. Per dare una risposta concreta agli scettici, meglio «lavorare» sulle date: l'ipotesi che Gheddafi sia figlio del pilota còrso è plausibile. Infatti, Preziosi cadde col suo aereo in Libia nel 1941 e il Colonnello, secondo le biografie ufficiali, è nato a Sirte il 19 giugno del 1942. La tempistica c'è, e anche la coincidenza dei luoghi. Il mistero resta, ma la storia è verosimile e affascinante.


Marino Collacciani

24/03/2011





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Sulla Libia non perdiamo la memoria

Il Tempo

Il conflitto libico presenta certe analogie e altrettante diversità con la campagna dell'Africa Settentrionale durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche allora le operazioni si svolsero prevalentemente lungo la fascia costiera.


Per il premio Nobel per la pace Barack Hussein Obama quella di Libia è già la terza guerra. A parte i primati personali dell'attuale presidente Usa, il conflitto libico presenta certe analogie e altrettante diversità con la campagna dell'Africa Settentrionale durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche allora le operazioni si svolsero prevalentemente lungo la fascia costiera.

E anche allora ci furono offensive e controffensive. Gli Italo-tedeschi fecero tre offensive da occidente a oriente fra il settembre del 1940 e il giugno del 1942. I Britannici e le truppe del Commonwealth fecero altrettante controffensive da oriente a occidente fra il dicembre del 1940 e la fine del 1942. E vinsero loro.

Anche l'odierna guerra libica si svolge in modo analogo, ma con una sola offensiva governativa da Tripoli verso oriente seguita da una sola, presumibilmente decisiva controffensiva degli insorti da Tobruk verso occidente, con obiettivo Tripoli. Nel 1943 gli Americani arrivarono per ultimi a completare il successo dei Britannici, stavolta sono presenti fin dall'inizio.

Allora tutto finì in Tunisia, con la sconfitta definitiva degli Italo-tedeschi, stavolta invece la Tunisia è il luogo dove tutte le rivoluzioni nordafricane e mediorientali sono iniziate, in quel giorno di dicembre del 2010 in cui il giovane Mohammed Bouazizi si suicidò col fuoco, infiammando non solo il suo corpo ma tutto il Mediterraneo.

Anche le località sono le stesse, ben impresse nella memoria dei reduci che vissero quelle vicende belliche ma sempre più dimenticate dalla maggioranza degli Italiani.


Oggi tendiamo a scrivere Tobruk, Benghazi, Misratah, Ajdabiya perché così leggiamo sui giornali e perché abbiamo dimenticato Tobruch, dove il 28 giugno 1940 l'aereo del Governatore della Libia Italo Balbo fu abbattuto dal fuoco amico della contraerea dell'incrociatore «San Giorgio». E insieme a Tobruch ci stiamo dimenticando anche di Bengasi (oggi sede del Consiglio nazionale libico), di Misurata e di Agedabia che videro l'eroismo dei soldati italiani.

Per non parlare di Leptis Magna dove nel 146 nacque l'imperatore Settimio Severo, di Sabratha col suo teatro romano e delle numerose ville romane ancora ricche di bei mosaici e di impianti termali, sparse sulla costa della Tripolitania.

E a proposito di memoria, cerchiamo di non dimenticare nemmeno i nostri ventimila connazionali che nel 1970 furono espulsi dalla Libia da quello stesso raiss che oggi vive assediato, nascosto in un bunker. Tornando al secondo conflitto mondiale, un manifesto propagandistico di allora raffigurava due soldati, un italiano e uno tedesco, che brutalizzavano un britannico catturato e sottomesso. La scritta è eloquente: «I saccheggiatori di Bengasi saranno messi in ginocchio!». Oggi è cambiato tutto: il britannico si è rialzato in piedi e bombarda la Libia, l'italiano gli fornisce le basi minacciando di toglierle e il tedesco sta a guardare.


Giovanni Marizza (Generale, insegnante di Geopolitica)
24/03/2011




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Sara Giudice, la maestrina con la penna rossa che in un anno è andata solo 9 volte in consiglio

di Chiara Campo


Il curriculum assenteista stride con le prediche meritocratiche della candidata a sindaco



 
I suoi colleghi ormai ci scherzano, «forse dobbiamo chiamare Chi l’ha visto?». Del resto Sara Giudice l’hanno vista anche loro più spesso in tv che dal vivo. Perchè la «ribelle» della raccolta firme anti-Minetti e candidata sindaco contro Letizia Moratti con la lista civica «Milano merita», in consiglio di zona 6 dove è stata eletta nel 2006 si è presentata l’anno scorso ad un totale di nove sedute. L’anno prima ci era andata due volte in più, nel 2008 a diciassette. In tutto il mandato si parla di 76 presenze. Si accompagna bene al collega (e compagno) del Pdl Benjamin Khafi, tredici presenze in aula in due anni. Ma almeno lui non si candida a guidare Palazzo Marino. Un’impresa non da poco. All’aspirante sindaco, che ha 25 anni, era stata affidata la Commissione sicurezza della zona, ma il presidente del parlamentino di zona 6 Massimo Girtanner ammette che «poi ha preferito abbandonarla perchè diceva che era troppo difficile gestirla, e l’ho presa in carico io».

La consigliera definita dal suo capolista - il sessuologo Willy Pasini - come «la Giovanna d’Arco italiana» si rivolge alla generazione di giovani che studiano e fanno sacrifici. La sua idea di politica è «fatta di professionalità che si mettono al servizio della città, fuori dalle logiche burocratiche di partito». Anche se il precedente impegno politico (i colleghi non si ricordano nemmeno mozioni o ordini del giorno targate Giudice in zona 6, ma può essere che abbiano la memoria corta) non è un buon curriculum.

Nei prossimi giorni la Giudice presenterà gli altri componenti della lista civica. Il papà Vincenzo, che ha appena lasciato il gruppo del Pdl a Palazzo Marino per dedicarsi a tempo pieno (e senza polemiche) alla campagna elettorale della figlia, assicura che non entrerà nella formazione. Ci saranno invece un ex presidente della Borsa di Milano e il responsabile di un call center, ci saranno diversi universitari e precari (inizialmente non a caso aveva pensato di battezzare la lista «Generazione mille euro»). E tra i candidati dell’anti-Minetti ci sarà Sonia Grande, ex campionessa di kickboxing oggi impegnata in progetti anti-stalking.




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A soli tre anni pesa già 57 chili, genitori disperati: «Ci fa paura»

Questi non sono disperati: hanno soldi e abiti griffati"

di Stefano Filippi



Il governatore del Veneto, Luca Zaia: "Sono trentenni in carne, hanno dato 2mila euro agli scafisti. Vengono dalla Tunisia, ma lì è già ripresa la vita normale". Poi promette: "Daremo asilo a chi lo chiederà come prevede


 
Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, è d’accordo o arrabbiato con il ministro Roberto Maroni che vuole smistare nelle regioni gli stranieri sbarcati a Lampedusa?
«Sono assolutamente solidale a fianco del ministro, e condivido la sua strategia». 

Una strategia complicata: distinguere tra profughi e clandestini.
«Sul conflitto in Libia la Lega ha manifestato da subito perplessità che puntualmente si sono tradotte in realtà. Non era difficile prevedere che gli attacchi militari avrebbero avuto come esito tangibile per gli italiani un’ondata migratoria incontrollata. L’idea di usare le navi per pattugliare i mari, di rafforzare i controlli e applicare con rigore la Bossi-Fini ai clandestini di Lampedusa è fondamentale». 

Com’è possibile dividere i rifugiati dai clandestini?
«Il Viminale farà i controlli del caso. Di sicuro, quelli che arrivano con le scarpe da ginnastica firmate, il giubbottino all’occidentale e il telefonino in mano non è gente che chiede asilo politico. Gli italiani sono indignati da questo spettacolo. Lampedusa non è invasa da rifugiati politici o disperati, ma da tunisini che fuggono da un territorio nel quale è ripresa la vita normale e sono state riaperte le aziende: lo dico perché laggiù lavorano tante imprese venete». 

Quindi, secondo lei, non c’è vera emergenza umanitaria, ma un’ondata di nordafricani che approfittano del caos per fuggire in Occidente.
«I barconi dell’emergenza umanitaria li abbiamo visti tutti in passato, erano carichi di gente di ogni tipo, donne, vecchi, bambini. Oggi sbarcano soltanto ragazzi di 25-35 anni senza famiglia che appaiono in carne, ben messi e non così sprovveduti. Qualche barcone così posso anche capirlo; questi invece sono tutti maschi che sborsano duemila euro agli scafisti per fare la traversata». 

Magari con l’obiettivo di arrivare in Francia.
«Lo dimostrano gli scontri a Ventimiglia. Per questo condivido la linea Maroni: i clandestini vadano ai Centri di identificazione ed espulsione, e se ne tornino a casa loro. Un altro conto è dare una mano a chi invece scappa dalle bombe, dalla guerra, dal genocidio. In questo momento la crisi riguarda la Libia, non i Paesi vicini. Ma di libici a Lampedusa ne sono sbarcati pochissimi». 

Maroni prevede di dover accogliere 50mila persone: è un dato realistico?
«Il ministro ha fatto quello che dovrebbe fare ogni buon amministratore: se governi un territorio a rischio sismico organizzerai esercitazioni con la Protezione civile, il che non significa la certezza che arriverà il terremoto. Maroni ha ipotizzato 50 mila profughi veri, che non sono quelli che vediamo in queste ore. Ripeto: la stragrande maggioranza non sono libici e non c’entrano nulla con il conflitto in Libia». 

Lei auspica una politica di respingimenti ancora più rigorosa?
«Innanzitutto ci vuole una politica. Ci sono i trattati internazionali e le leggi, l’Europa non può lasciare l’Italia da sola. Nessuno può pensare che la destabilizzazione del Nordafrica sia una faccenda solo italiana, non possiamo diventare la porta d’ingresso in Europa mentre l’Europa sta a guardare nullafacente. Lo dice una regione che diventa meta naturale di questi immigrati». 

Il Veneto è pronto a ospitare i profughi?
«Faremo la nostra parte. Noi appoggiamo il piano abbozzato dal ministro con tutte le regioni, ma si tratterà di dare asilo politico». 

Quanti ne accoglierete?
«Impossibile dirlo oggi. Stiamo parlando di un mero esercizio teorico. La cifra di 50mila profughi è virtuale, e al momento è pari a zero. E poi occorreranno opportuni correttivi». 

Di che tipo?
«Il Veneto ha già un’importante pressione demografica straniera, siamo la terza regione in Italia con circa 700mila immigrati di cui almeno 30-40mila disoccupati a causa della crisi. Abbiamo avuto l’alluvione, che ha coinvolto 370 comuni veneti su 580». 

Oltre il 60 per cento.
«Per questo chiederemo i giusti correttivi: nemmeno in Abruzzo si può mandare la stessa percentuale di immigrati stabilita per altre regioni. In Veneto non abbiamo strutture, l’hanno scritto anche i prefetti: le caserme buone sono state vendute, quelle rimaste sono ferrivecchi, ci vogliono mesi di lavoro per sistemarle». 

Qualche suo collega governatore propone di dare ai nordafricani permessi temporanei di pochi mesi. Che ne pensa?
«Sono cose che decide il ministro. Maroni ha dimostrato di seguire bene il settore e di avere una strategia. Quando puntualizza la differenza tra clandestino e rifugiato, è musica per le mie orecchie».




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La benzina sarà più cara per pagare Moretti & C.

di Alessandro Gnocchi


Il rincaro delle accise sul carburante finirà a sostenere i produttori cinematografici. I settori in cui investire sono archivi, musei, biblioteche, paesaggio e lirica



 

Il governo ha reintegrato il Fondo unico per lo spettacolo. Non solo. Ha reso stabi­le e permanente il tax credit, cioè le agevo­lazioni fiscali in favore di chi investe nel cinema, con l’aumento delle accise (tra­dotto: tasse) sulla benzina. Di più. È riusci­to in questo modo a evitare l’aumento di un euro al box office, provvedimento già al centro di una polemica furibonda.

Il risultato c’è: il dimissionario Sandro Bondi, che ieri ha lasciato il dicastero dei Beni culturali a Giancarlo Galan, e il sotto­segretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta hanno onorato una promessa fatta alcuni mesi fa. Ma viene qualche dubbio. Non si era det­to, giustamente, che la cultura (e lo spettacolo, in particolare) deve essere capace di stare sul mercato con le proprie forze? I tagli, oltre a rispondere a una ne­cessità economica, erano piena­mente giustificati in linea di principio: «arte di Stato» è un’espressione che dovrebbe essere sgradita a tutti. Figuria­moci ai liberali.

Si dirà che la sforbiciata dovu­ta alla crisi era stata troppo dra­stica. Sarà. Ma i dati appena dif­fusi sul cinema (e anticipati da un’inchiesta del Giornale ) testi­moniano che le nostre produzio­ni, da quando le sovvenzioni so­no in calo, hanno guadagnato terreno rispetto a quelle stranie­re e conquistato spettatori. Per quale motivo? Ipotizziamo: per­ché ora sono costrette a fare i conti con i gusti del pubblico e non con la politica o la burocra­zia ministeriale.

Si aggiungerà che alcune real­tà, come le Fondazioni liriche, non avranno mai la forza di com­petere perché l’opera è elitaria. In parte è vero. Anche in questo caso, però, i numeri raccontano una storia un po’ diversa: poche serate, costi elevati, biglietteria scarsa, sponsor risicati, perso­nale pletorico, contratti integra­tivi discutibili. Riassumendo: l’opera purtroppo è per pochi, va bene, ma le Fondazioni non decollano dal punto di vista ma­nageriale. Tra l’altro non è che lo scenario sia sempre catastro­fico, in alcuni teatri virtuosi qualcosa sta cambiando in posi­tivo.

Il reintegro lascia passare un brutto messaggio. Cari artisti, re­ali e sedicenti, lo Stato veglia su di voi e vi assisterà per sempre. Tendete la mano per l’obolo, e poi andate in pace con le vostre cineprese a realizzare pellicole che forse neppure vedremo sul grande schermo, tanto sono in­teressanti. Tale messaggio è sta­to subito recepito dall’attore Sergio Rubini che, invece di rin­graziare per l’insperata manna dal cielo, ha commentato così il provvedimento: «Ci danno quel­lo che ci spetta». Francamente, l’idea di finanziare con le tasse (ora anche quando si va a fare il pieno al distributore) i film di Sergio Rubini o Nanni Moretti o chiunque altro non riempie d’orgoglio, un eufemismo per dire che non si vede un solo mo­tivo perché le cose debbano an­dare così. Che poi questo sacrifi­cio non volontario sia pure con­siderato un atto dovuto da chi lo intasca, fa girare vorticosamen­te le bobine.

Al di là delle diatribe sulla con­sistenza del Fus, destra e sini­stra dovrebbero riflettere su quali siano i settori in cui lo Sta­to non può proprio fare a meno di intervenire e da quali si do­vrebbe ritirare al fine di spende­re al meglio le risorse disponibi­li. Archivi, biblioteche, musei, beni culturali, paesaggio, lirica: in questi casi, che riguardano l’identità della nostra nazione, non si debbono fare passi indie­tro, anzi, sarebbe auspicabile farne qualcuno avanti, a patto di tenere sempre aperta la porta ai privati e a una mentalità più attenta al profitto. Sul resto, i ta­gli non dovrebbero fare paura. Soprattutto agli artisti, quelli li­beri.

P.S. Adesso il professor An­drea Carandini, pochi giorni fa dimissionario per mancanza di fondi dal Consiglio superiore dei Beni culturali, può ritornare al suo posto. Infatti la vera buona notizia è che vengono destinati 80 milioni in più alla tutela del patri­monio storico, architettonico, ar­tistico e archeologico.




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Australia, video mostra attacco squalo

Corriere della sera

Pubblicato dalla Marina australiana

Omertà sulla 'Ndrangheta la Lombardia reagisca

Corriere della sera



Un cono d'ombra ha impedito fin qui di cogliere la diffusione dell'omertà e del silenzio



Giuseppe Pignatone da tre anni è capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Collabora con le altre procure per smantellare la 'ndrangheta in tutta Italia. Ecco la sua lettera-appello.

Caro direttore,

da circa due anni, e soprattutto dopo l'attentato alla Procura generale di Reggio Calabria del 3 gennaio 2010, gli organi di informazione hanno cominciato a dedicare un'attenzione crescente alla 'ndrangheta e a quello che essa rappresenta per la Calabria e per l'Italia. Comincia così a essere squarciato quel cono d'ombra che, salvo momentanee interruzioni (dopo l'omicidio Fortugno, dopo la strage di Duisburg), ha nascosto per decenni la criminalità organizzata calabrese a un'opinione pubblica preoccupata da altre emergenze: il terrorismo, Tangentopoli, Cosa nostra, i casalesi.
La fine di questo cono d'ombra è un punto di importanza essenziale. Solo così è possibile comprendere la potenza e la pericolosità della 'ndrangheta reggina che non solo ha accumulato e continua ad accumulare immense ricchezze con il suo ruolo di interlocutore privilegiato dei narcotrafficanti sudamericani, ma è anche riuscita ad espandersi in molte parti del mondo a cominciare dalla Lombardia e da altre regioni del Nord Italia. Non è un fenomeno nuovo e già in passato le indagini e i processi hanno documentato queste espansioni. Stiamo però assistendo a un'evoluzione decisiva.

Come ha documentato l'indagine «Il Crimine», frutto della collaborazione tra le procure di Milano e Reggio Calabria e che il 13 luglio scorso ha portato a 300 arresti in tutta Italia, la 'ndrangheta è riuscita a realizzare una vera e propria «colonizzazione» in ampie zone della Lombardia, e non solo, riproducendo la sua peculiare struttura organizzativa con la creazione di decine di locali e con l'affiliazione di centinaia di persone, ma senza mai interrompere il legame essenziale con la terra d'origine a cui sono sempre rimesse le decisioni strategiche.

Le stesse indagini hanno fatto emergere pure che la 'ndrangheta si è data una struttura unitaria e degli organismi di vertice, certamente diversi e strutturati secondo moduli più flessibili di quelli più noti di Cosa nostra siciliana, ma indispensabili per governare un'associazione criminale così estesa e con interessi in tante parti del mondo. La scelta delle cosche calabresi di adottare una politica di basso profilo e la corrispondente scarsa attenzione dell'opinione pubblica hanno finora ostacolato la comprensione della sua reale natura di associazione mafiosa che, proprio perché tale, è capace di penetrare in strati sociali diversi, di acquisire alleanze e complicità, basate spesso sulla paura, ma a volte anche su calcoli di convenienza: pacchetti di voti per i politici, laute parcelle o buoni affari per professionisti e burocrati, capitali a buon mercato e ostacoli alla concorrenza per gli imprenditori e così via.

Per lo stesso motivo non si è colta la capacità della 'ndrangheta di progettare a lungo termine anche nei settori più delicati: un boss di San Luca è stato intercettato mentre programmava di concentrare tutti i voti controllati dalle cosche su sei candidati di assoluta fiducia, strategicamente scelti sul territorio, da far eleggere al consiglio provinciale e da portare, dopo un'adeguata sperimentazione, prima al consiglio regionale e poi al parlamento nazionale, così da avere in quelle sedi uomini propri, superando la mediazione spesso troppo complessa o ritenuta poco affidabile dei partiti. Quel progetto è stato stroncato dagli arresti, ma credo meriti ancora una attenta riflessione. E lo stesso cono d'ombra informativo ha impedito fin qui di cogliere non solo la diffusione dell'omertà e del silenzio in tante province lombarde, come denunziato dalla procura della Repubblica di Milano, ma, ancora e di più, la presenza della 'ndrangheta in tanti settori dell'economia dell'Italia centrale e settentrionale, luogo ideale per investire, senza destare troppo l'attenzione, le somme ingentissime di cui le cosche dispongono. Chiarissimo è stato in questo senso l'allarme del Governatore della Banca d'Italia.
E bisogna evitare l'illusione che si possano accettare, specie in questi periodi di crisi, i capitali della 'ndrangheta lasciando fuori dalla porta chi quei capitali offre: prima o poi costui presenterà il conto non solo con la sua forza economica, ma anche con la minaccia, implicita o esplicita, di ricorrere alla violenza. Ecco perché credo che le indagini condotte in questi anni in varie parti d'Italia siano preziose. Esse dimostrano la gravità e la pericolosità del fenomeno: per contrastarlo è necessaria l'attività di repressione da condurre, con tutte le risorse necessarie, secondo criteri di massimo rigore, ma nell'assoluto rispetto delle garanzie processuali e dei principi costituzionali; con la precisa consapevolezza che bisogna contrastare la 'ndrangheta tanto in Calabria, dove ci sono il cuore e la testa dell'organizzazione, quanto nel Nord Italia dove ci sono le sue ramificazioni e la sua espansione economica. Ma la repressione non basta. È necessaria la reazione della società civile, con tutte le sue articolazioni, ognuna delle quali può svolgere un ruolo prezioso, innanzi tutto agendo secondo le regole e contrastando il silenzio e l'omertà: così si può sconfiggere questo cancro della società, come l'hanno definito i vescovi italiani, che mette a rischio l'economia e la democrazia del nostro Paese.


Giuseppe Pignatone (Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria)
24 marzo 2011



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Ecco i veri dati sui profughi: l'80 per cento sono clandestini

di Alessandro Sallusti



Altro che profughi, arrivano clandestini: dei quasi 16mila immigrati sbarcati a Lampedusa, circa 13mila non sono cittadini libici ma tunisini e quindi privi dei requisiti per ottenere asilo politico. Domani Maroni in missione a Tunisi per ripristinare i pattugliamenti. L'annuncio del governo di Madrid: "Francia e Spagna non lasceranno sola l'Italia"



Per un attimo abbia­mo sperato che la na­ve da guerra San Mar­co, salpata da Lampe­dusa con un carico di cin­quecento immigrati appena sbarcati sulle coste dell’iso­la, facesse rotta sulla Tuni­sia, Paese dal quale gli inde­siderati ospiti provenivano. Purtroppo non è andata co­sì. La San Marco attraccherà in Sicilia e il suo carico uma­no verrà disperso per l’Ita­lia, come lo saranno i succes­sivi. Dicono che è il prezzo della guerra, ma così non è. Di libici, sulle carrette del mare, non c’è traccia. I sud­diti di Gheddafi sono sì alle prese con una guerra civile, ma non hanno nessuna in­tenzione di lasciare il Paese: stavano benissimo dove so­no e sperano di tornare a sta­re bene al più presto.L’onda­ta che ci sta invadendo arri­va dalla Tunisia, dove poche settimane fa è stato deposto un tiranno mascherato e in­sediato un governo demo­cratico. Non c’è logica nello scappare da una libertà ritro­vata, non ci sono le basi per dichiararsi perseguitato po­litico o sentirsi in pericolo di vita.
E, in effetti, sui ventimi­la arrivi degli ultimi giorni, soltanto tremila hanno fatto richiesta di asilo. Sono prati­camente solo uomini. Dubi­to che tutti siano davvero nelle condizioni di dover scappare, fosse solo per il fat­to che non conosco uomini che lascerebbero moglie e fi­gli a casa in balìa di presunti aguzzini. Più facile che tra questi tremila la maggior parte millanti e la restante sia in fuga sì, ma non dal ti­ranno. Più probabilmente scappano dalla polizia dopo essere evasi dalle carceri (nelle quali si trovavano per reati comuni) durante i gior­ni della rivolta.
Arruolare i tunisini tra le persone in diritto di ospitali­tà sull’onda emotiva della guerra è il peggior servizio che possiamo fare ai profu­ghi veri, se e quando questi arriveranno. È come intasa­re un ospedale di finti amma­lati: si sprecano risorse ed energie che potrebbero esse­re esaurite nel momento del vero bisogno. Le leggi che nel nostro Paese regolano immigrazione e ospitalità non risultano essere state so­spese, e semmai l’ecceziona­lità del flusso deve portare a stringere le maglie, non cer­to ad allargarle.
Credo che proprio alla lu­ce di tutto questo il governo abbia ieri deciso di inserire il problema dei clandestini nella risoluzione che il Parla­mento deve approvare sulla crisi libica. Berlusconi chie­de che la coalizione militare si impegni a bloccare sulle coste africane i trafficanti di uomini e i loro carichi. Ov­viamente questo non piace alla sinistra, che più proble­mi e casino ci sono in Italia più spera di trarne vantaggi politici ed elettorali. Bersa­ni fa il finto tonto sulla pelle di quei disgraziati e sulla si­curezza di noi italiani. È ad­dirittura offeso perché alle Camere ieri non è andato a parlare Berlusconi in perso­na, ma il ministro Frattini. Qualcuno gli spieghi che un motivo c’è, e non seconda­rio. Il premier, probabilmen­te, non può parlare con Ber­sani in quanto impegnato con altri interlocutori che chiedono riservatezza e bas­so profilo. Chi sono? Forse lo sapremo nei prossimi giorni. Per risolvere anche le crisi più drammatiche a volte contano più i rapporti personali che la forza milita­re. A volte, per ottenere risul­tati, serve di più dire «per Gheddafi mi sento addolora­to », che non seguire l’eti­chetta. Insomma, da queste parti qualcuno sta median­do davvero per mettere fine alla guerra. Se ne sono accor­ti tutti, americani compresi, salvo Bersani. Che sulle co­se importanti arriva sempre con un po’ di ritardo.




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I conti del Raìs: la lista segreta

Corriere della sera


Cento miliardi di dollari della Banca centrale distribuiti tra Italia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti


Esiste presso il Consiglio di sicurezza dell'Onu una notifica che intende risparmiare ai libici il destino toccato, fra gli altri, ai cittadini di Panama, della Nigeria o di Haiti. Una costante tiene insieme questi popoli così diversi: al termine di paurose dittature, hanno perso il filo di certi conti bancari in precedenza controllati dal regime. In quei casi erano fondi depredati da tiranni come Sani Abacha, Manuel Noriega o François Duvalier. Stavolta in gioco c'è il patrimonio della Banca di Libia: oltre cento miliardi di dollari da tutelare perché restino ai libici se e quando Muammar Gheddafi non sarà più il leader di quel che resta della Jamahiria.

La lista è depositata al Palazzo di Vetro da prima che il Consiglio di sicurezza desse il via ai bombardamenti. Da tempo era chiaro che i dettagli in quel pezzo di carta un giorno potrebbero tornare utili: in futuro nessuno in Libia o fuori potrà dire che le cose stavano diversamente, che quei soldi non sono libici, o non sono mai esistiti. Si tratta di una precauzione non da poco. Non lo è, perché ciò che emerge dal documento è il profilo di uno Stato finanziariamente molto più robusto di quanto gli analisti immaginassero fino a qui. Che la Libyan Investment Authority (Lia) gestisse circa 60 miliardi di dollari in investimenti esteri era in effetti ormai chiaro. Ciò che non si sapeva, è che quella somma non costituisce neppure la metà delle riserve ufficiali di Tripoli. Molto più di quanto detiene la Lia resta nei conti che la Banca di Libia, l'istituto centrale del Paese, ha distribuito presso decine di importanti banche private occidentali.

Il patrimonio della Banca di Libia ammonta in totale a 102,9 miliardi di dollari. Di questi 2,4 sono depositati presso il Fondo monetario internazionale a copertura quota libica nell'organismo di Washington. Altri 17 miliardi di dollari sono poi denaro in teoria del fondo sovrano, la Lia, ma depositato presso conti a nome della banca centrale. Il resto del patrimonio, circa 85 miliardi di dollari, appartiene poi tutto direttamente all'istituto centrale. Da un paio di settimane queste somme in realtà sono congelate per legge sia in Europa che negli Stati Uniti, benché in teoria ancora in febbraio su certi conti potrebbero esserci stati movimenti. Ma si tratta comunque di un patrimonio determinante nella battaglia per la Libia: su quella ricchezza un futuro governo che dovesse emergere dopo Gheddafi potrà fondare la rinascita del Paese, magari grazie a un grosso programma di welfare e nuove infrastrutture (che molte imprese occidentali faranno la fila per costruire).

Secondo osservatori del sistema finanziario la Banca di Libia negli anni sembra aver gestito con accortezza le proprie riserve, senza concentrare il rischio in alcun Paese. Così in Italia risultano depositati in totale 9,86 miliardi di dollari, di cui 4,7 miliardi in titoli e investimenti di portafoglio, con il resto concentrato in strumenti monetari (ossia, in denaro liquido). Gli istituti presso i quali la Banca di Libia avrebbe aperto delle posizioni sono principalmente Intesa Sanpaolo e Unicredit, oltre alla Banca d'Italia. A queste somme vanno aggiunte poi le partecipazioni libiche in Unicredit, Finmeccanica o Eni, anch'esse congelate da un paio di settimane.
Benché l'Italia sia il principale partner commerciale della Libia, sul piano finanziario Tripoli ha puntato ancora di più sulla City di Londra. In Gran Bretagna risultano concentrati 14,4 miliardi di dollari della banca centrale, anche qui distribuiti in tutti i principali istituti: i conti sono aperti presso Hsbc, Barclays, Lloyd e anche presso la Bank of England. Anche in Francia l'esposizione è sostanziale e superiore a quella accumulata in Italia. E anche in questo caso emerge un'attenta distribuzione delle riserve fra le varie grandi banche del Paese: fra queste la Banque de France, Bnp Paribas, Société Générale e Crédit Agricole.

Non risultano invece posizioni in Svizzera, probabilmente perché smobilizzate dopo che Hannibal Gheddafi, figlio del Raìs, venne arrestato nel 2008 in un hotel di Ginevra per aver malmenato la moglie. La banca centrale di Tripoli non ha invece avuto dubbi nell'aprire un conto in banca negli Stati Uniti: si trova presso la Bank of New York Mellon, istituto specializzato in attività di deposito per investitori di tutto il mondo.

Resta poi la parte oggi forse più rilevante del patrimonio della banca centrale, quella in oro. Le riserve in lingotti arrivano almeno a 143 tonnellate, pari a circa 6,5 miliardi di dollari ai valori attuali, e sono fondamentali in questa guerra perché restano la sola porzione del tesoro oggi davvero nelle mani di Gheddafi. Quell'oro non è stipato nelle banche svizzere o in quelle inglesi: è nei caveau sotto i palazzi di Tripoli. Il colonnello può ancora farlo vendere in Chad o in Niger per finanziare la guerra e stipendiare i mercenari. Ma agli uomini di finanza che lo hanno incontrato, Gheddafi non è mai parso così interessato al denaro: solo quanto basta per bombardare i propri cittadini pur di non cedere loro un solo dollaro.


Federico Fubini
24 marzo 2011



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New York: «Stop al cibo sui mezzi»

Corriere della sera

NEW YORK – È l’ultimo divieto in una New York ormai sempre più a tolleranza zero. Dopo il fumo, il sale in eccesso, i grassi saturi,

l’uso del telefono alla guida e mentre si attraversa la strada, presto New York potrebbe mettere al bando anche il consumo di cibi e bevande sui mezzi pubblici della Grande Mela. La proposta è stata lanciata dai dirigenti della Mta, società che gestisce il trasporto metropolitano di New York. «Il divieto di bere e mangiare sui treni e bus della città è un’ottima idea», ha dichiarato al Daily News la Presidentessa dell’Mta, Doreen Frasca. Tutto è nato da un video fatto circolare in rete, e visto da moltissimi utenti, in cui un passeggero del metrò rovescia addosso a un altro, in una scena a dire poco tragicomica, un piatto di fumanti spaghetti al sugo.


SPAGHETTI - «Gli spaghetti non c’entrano» ribattono i promotori dell’iniziativa, che assicurano di essere motivati da timori per la salute e l’igiene pubblica. «I cumuli di rifiuti alimentari putrescenti nella metropolitana sono l’habitat ideale per topi, scarafaggi e altri parassiti» punta il dito Mitch Pally, membro del Cda della Mta. «Stiamo valutando il modo migliore per risolvere il problema». Sono infatti sempre più numerosi i ratti che scorazzano liberamente nella rete metropolitana della Grande Mela, spesso anche insinuandosi nei vagoni dei treni, attratti proprio dalle montagne di spazzature e dai resti di cibi. E ciò nonostante il «Rules of Conduct», o codice di comportamento per i passeggeri (varato dalla Mta nel 2005 ) preveda, tra l’altro, multe anche salate per chi mangia in metropolitana. Ma poiché nessuno sembra osservare queste regole, è diventata scena di ordinaria quotidianità vedere la persona seduta al proprio fianco in treno e in autobus mangiare senza alcun problema spaghetti cinesi, patatine fritte e hot dog, ma anche speziati cibi indiani, il cui forte odore si disperde nell’intero vagone. Treno e bus come veri e propri fast food, insomma, in una città dove la gente è sempre di corsa e ottimizzare il proprio tempo è ormai un imperativo, anche a costo di mangiare in piedi e per strada.

23 marzo 2011