mercoledì 23 marzo 2011

Atac riammette l'ex Nar che insultò gli ebrei su Facebook

Corriere della sera


Reintegrato in servizio Francesco Bianco, coinvolto in Parentopoli, che postò delle frasi antisemite su Fb



ROMA - Francesco Bianco, l'ex Nar, dipendente dell'Atac coinvolto nello scandalo Parentopoliè stato reintegrato nel servizio. Bianco era stato sospeso dall'azienda del trasporto pubblico di Roma a dicembre del 2010 dopo che erano comparse sul suo profilo di Facebook parole antisemite contro il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e insulti a studenti che manifestavano contro la riforma Gelmini. L' Atac precisa in una nota che, «a esito di verifiche giuslavoristiche effettuate, non è applicabile la sanzione della destituzione per cui l'azienda ha provveduto a riammetterlo in servizio. Al dipendente è stata tuttavia comminata la sanzione prevista».

POLEMICHE - Ma sul reintegro è polemica. Il consigliere comunale Athos De Luca (Pd) ha annunciato «un'interrogazione urgente al sindaco». A dicembre l'Atac aveva sospeso «con effetto immediato» Bianco per «l'improprio utilizzo dei sistemi informatici aziendali per lanciare messaggi dal contenuto inaccettabile mediante 'social network» e ora, a quanto si apprende, dopo aver sentito i suoi legali ha deciso di reintegrarlo perchè non ci sarebbero gli estremi per un licenziamento. «Dopo il degrado di Parentopoli, questo è un precedente molto grave - afferma De Luca, membro della commissione Trasporti - che autorizza nell'azienda comportamenti incivili, di violenza verbale, di arroganza e di contumelia che non dovrebbero avere cittadinanza in una grande azienda finanziata con i soldi di tutti i cittadini romani. Ci domandiamo - conclude - quali pressioni e ingerenze abbiano determinato la reintegrazione. Sicuramente va notato che molti personaggi provenienti dall'estrema destra godono in Campidoglio e nelle Aziende di particolare protezione rispetto agli altri dipendenti».


23 marzo 2011



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Mr Firefox: " Il web libero serve alla protesta nel mondo arabo"

Libero







"Vogliamo una rete libera, per favorire la lotta contro i regimi nel mondo arabo". Tristan Nitot, presidente di Mozilla Europe, ha parlato della sua visione della rete a Libero-news.it per l'uscita di Firefox 4, ultima versione del popolare browser. Nitot ha parlato dei problemi di diffusione di Firefox sul mercato mobile ("Siamo ostacolati da questioni strategiche e tecniche") e del futuro delle applicazioni web ("Vogliamo evitare un monopolio").


L'uscita di Firefox 3.5 era stata sponsorizzata con un Download day da record. Come mai questa volta non è stato organizzato?
"Il Download day è stata a suo tempo una buona idea. E' stato stimolante pensare di finire sul Guinnes dei primati come software più scaricato in 24 ore. Visto che questo obiettivo l'abbiamo già raggiunto, abbiamo preferito fare qualcosa di diverso, cioè un Twitter party, ovvero la creazione di un mosaico collettivo con tutti i volti di chi ha scritto riguardo Firefox 4. Inoltre, attraverso il sito 'Glow' abbiamo tenuto conto del numero di download, che stanno raggiungendo i 10 milioni".

Uno dei problemi principali di Firefox è il rischio di sovraccarico per colpa dei troppi componenti aggiuntivi. Come state gestendo il problema?
"Ce ne stiamo occupando in alcuni modi diversi. Ad esempio, con la possibilità di installare e disinstallare gli add-ons anche quando Firefox non è in funzione. Nella versione 4 del browser abbiamo inoltre incluso un metodo più semplice per la gestione dei componenti aggiuntivi. Infine, noi sviluppatori siamo in grado di controllare quante risorse richiedono questi add-ons: si tratta di dati utili per un miglioramento nella programmazione".

Firefox in versione mobile non è disponibile per iPhone, iPad o Blackberry. Come mai?
"Ci rendiamo conto che il mercato mobile sta crescendo di importanza, eppure ci sono alcune questioni strategiche e tecniche che ci impediscono di essere presenti ovunque. In particolare, sui dispositivi Apple non siamo presenti per una questione di contratto: non siamo noi a voler boicottarli, ma sono loro a non voler avere a che fare con noi per evitare concorrenza col loro browser Safari. Per quanto riguarda Blackberry e Symbian si tratta invece di questioni tecniche".

In che direzione volete espandervi sul mercato?
"Siamo un'organizzazione no-profit, quindi siamo molto diversi dalla nostra concorrenza. Noi non aspiriamo alla dominazione totale del mercato, ma al miglioramento del web. Internet è una risorsa importantissima per l'umanità, e il nostro obiettivo è quello di renderlo un posto migliore. In ogni caso, per farlo dobbiamo controllare una buona fetta di mercato, in modo da influenzare i nostri concorrenti, esattamente come è successo con Internet Explorer".

Siete interessati ad avere una posizione forte nei paesi in via di sviluppo?
"Certo. Le proteste in corso nel mondo arabo sono state ispirate da Internet, quindi una rete più aperta e libera è decisamente importante. Sono sicuro che la nostra fetta di mercato aumenterà in questi paesi: è già successo in Polonia e nell'Europa dell'est, tutti luoghi tenuti in scarsa considerazione dai nostri concorrenti. Mentre infatti per Microsoft è sempre stato troppo costoso tradurre Internet explorer in polacco, il nostro lavoro di adattamento è stato svolto da volontari, e ora Firefox è usato dal 50% degli utenti polacchi. Stesso discorso per la Spagna: il nostro browser è disponibile in tutte le cinque lingue ufficiali del paese".

Qual'è la sua opinione sull'uso di Internet attraverso le applicazioni?
"Ci sono sia lati positivi sia negativi in questo nuovo sistema. Da un lato, i piccoli sviluppatori possono ottenere maggiore visibilità e avere quindi maggiori possibilità di crescita. Dall'altro c'è un grave rischio di monopolio, come quello che si è venuto a creare con l'App Store di Apple. Mi preoccupa il fatto che alcune persone in California possano decidere su che contenuti possono essere fruiti in Europa. Esistono culture diverse, e spesso è difficile distinguere tra giusto e sbagliato. In ogni caso, Mozilla metterà presto a disposizione un sistema di web apps, disponibili sia per dispositivi mobili sia per il browser stesso".


di Andrea Privitera

23/03/2011





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Gli Usa: "Grazie a Berlusconi Gheddafi rinunciò all’atomica"



Il raìs era a un passo dalla realizzazione di un arsenale bellico nucleare. Poi la svolta, annunciata al mondo nel dicembre 2003. Tony Blair disse: “Svolta storica, così si batte il terrorismo”. A convincere Gheddafi fu Berlusconi. Lo rivela l’ex ministro della Difesa statunitense Donald Rumsfeld in un’intervista alla Fox News



 
C’è stato un momento in cui Muammar Gheddafi è stato a un passo dalla bomba nucleare. Poi la decisione di cambiare strada, di mandare in soffitta il sogno di terrorizzare il mondo con la più pericolosa delle armi, quella che deriva dall’atomo. Quella che spaventa tutti. Ma cos’ha convinto il Colonnello a voltare pagina passando, dall’elenco dei paesi “canaglia” stilato dagli Stati Uniti, a paese “quasi” normale con cui trattare ed avere buone relazioni, commerciali ma non solo? A qualcuno sembrerà strano ma il merito è di Silvio Berlusconi. A rivelarlo non è una nota di Palazzo Chigi né il diretto interessato, il presidente del Consiglio. E’ l’ex ministro della Difesa americano, Donald Rumsfeld, che in un’intervista alla Fox News durante la trasmissione “On the record” spiega come il raìs si fece convincere ad abbandonare il progetto nucleare. In un passaggio della conversazione con la giornalista Greta Van Susteren il “falco” di George W. Bush spiega che Tripoli stava lavorando su un programma nucleare ma, vista la fine fatta da Saddam Hussein, il Colonnello capì che era meglio abbandonare i suoi piani. E a indurlo a rompere gli indugi fu un interlocutore occidentale. Chi? L’ex-ministro della Difesa, nell’intervista andata in onda ieri e ripresa da alcuni siti, lo dice chiaramente: fu Berlusconi. Molto banalmente, sdrammatizza Rumsfeld, a causa della “vicinanza” tra Italia e Libia.

La rivelazione di Rumsfeld “Per anni la Libia ha sviluppato i progetti per l’arma nucleare”, dice Rumsfeld. “A un certo punto, dopo l’inizio della guerra in Iraq e la cattura di Saddam” all’improvviso Gheddafi si convinse di una cosa: “Non voglio essere il prossimo Saddam”. Poi dichiarò di voler rinunciare ai suoi programmi e, conseguentemente, invitò gli ispettori internazionali a fare i dovuti controlli”. Parlò con Berlusconi?, gli chiede l’intervistatrice. E Rumsfeld risponde: “E’ così. Io non l’ho verificato ma, apparentemente era proprio lui”. Poi spiega perché: c’era un legame tra l’Italia e la Libia. Ma non solo per il petrolio… “per la vicinanza, la storia”…

Nel 2006 l’ammissione di Gheddafi Lo stesso leader libico nel 2006 parlando davanti a un gruppo di ingegneri riuniti a Tripoli, aveva ammesso che qualche anno prima "la Libia era sul punto di fabbricare una bomba nucleare" e che "ciò non è più un segreto", dal momento che "ne erano al corrente gli americani e l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea)". Nel dicembre 2003 l’annuncio che stupì il mondo: Gheddafi rinunciava ufficialmente al suo programma di armi di distruzione di massa. La decisione, ovviamente, contribuì al miglioramento delle relazioni della Libia con l'Occidente e con gli Stati uniti. Bush accolse la notizia con un sorriso a 32 denti: “La porta a migliori rapporti con gli Usa sarà sempre aperta”. E il premier britannico Blair parlò di “Gesto storico, il mondo da oggi è più sicuro”.

Nove mesi di trattative Si parlò subito di un grande successo diplomatico frutto del lavoro congiunto di Washington e di Londra. Ma buona parte delle informazioni sensibili di cui l’Occidente disponeva era di fonte italiana (come ha spiegato Andrea Nativi sul Giornale in questo articolo). I nostri “servizi” per anni avevano operato sul campo riuscendo a conoscere, tempestivamente, le mosse libiche circa l’acquisto di materie prime, tecnologie e know-how, nonché i tentativi di Tripoli di approvvigionarsi di armi e parti di ricambio per l’arsenale convenzionale, sottoposto a embargo. Tutto questo è servito, nel tempo, a “smontare” la minaccia bellica della Libia trasformando Gheddafi in un “esempio” per gli Stati canaglia. Il raìs, infatti, nel 1999 aveva tagliato i ponti con il terrorismo, riconoscendo le proprie responsabilità nell’attentato di Lockerbie e accettando di pagare, a ciascuna famiglia delle vittime, un indennizzo milionario. Di certo il Colonnello non era diventato un agnellino. E la decisione di tagliare i ponti con il progetto nucleare aveva definitivamente rassicurato la comunità internazionale. Questo, almeno, prima che scoppiasse la pentola a pressione del Nordafrica, con la “rivoluzione” che ha prodotto negli equilibri internazionali…



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Nola, Polstrada sorpresa da pensionato Guidava da 50 anni senza patente

Il Mattino


NOLA - Guidava da 50 anni. Ma senza aver mai conseguito la patente. Per questo motivo gli agenti della Polizia stradale di Nola hanno denunciato un pensionato del Nolano per guida senza patente.
L’uomo era alla guida della sua utilitaria quando è stato fermato della Polstrada di Nola diretta dal comandante Sabato Arvonio.

L’uomo guidava da circa mezzo secolo senza mai avere ottenuto il documento di guida.

Come “premio” ha ricevuto un verbale di elezione di domicilio da parte dei poliziotti, che lo hanno denunciato per guida senza patente.

In più, non aveva neanche l’assicurazione.

Tutto questo per dire anche, però, che in 50 anni non aveva mai avuto un incidente o subìto un controllo: un caso davvero straordinario

ciato anche per questo e la vettura è stata sequestrata. 



Nello Lauro

Mercoledì 23 Marzo 2011 - 17:54




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Raid della coalizione su Misurata Gb: le forze aeree libiche non ci sono più

Corriere della sera

 

Colpite le postazioni del regime, che assedia la città in mano agli insorti. Bersagliata anche Al Jamil

 

MILANO - Le forze aeree libiche non esistono più: lo ha detto, secondo la Bbc, l'Air Vice Marshal della Raf Greg Bagwell a Gioia del Colle dove sono di base i caccia britannici. «La loro forza aerea non esiste più come forza combattente», ha detto Bagwell: «Il loro sistema di difesa integrata e le reti di comando e controllo sono così gravemente degradate che possiamo operare con relativa impunità sulla Libia». Il comandante della Raf a Gioia del Colle, il generale Bagwell ha detto che Tornado e Typhoon britannici tengono le truppe di terra libiche sotto costante osservazione e sono pronti ad attaccarle «ogni volta che minacciano civili o attaccano centri abitati».

 

ATTACCHI - Le forze della coalizione hanno lanciato infatti due attacchi aerei nella zona dove sono di base le forze fedeli al colonnello libico Muammar Gheddafi, nella città di Misurata, in mano ai ribelli. Lo riferisce un testimone. Alcuni cittadini hanno detto che dopo l'attacco aereo l'artiglieria e i tank delle forze leali al rais hanno smesso di sparare. Martedì sera Gheddafi, parlando dalle rovine del suo palazzo, aveva attaccato la coalizione («Sono i nuovi nazisti») e dicendo che «noi ridiamo dei missili».

 

RIBELLI - Raid aerei alleati sono stati effettuati anche sulla città di al-Jamil, in Tripolitania, a sud di Zuara. Lo ha annunciato la tv di stato di Tripoli. «La città di al-Jamil - si legge in un messaggio apparso sullo schermo - ha subito poco fa un attacco colonialista e crociato». Intanto i ribelli armati, quasi tutti civili, da giorni fermi al checkpoint di Zueitina, si sono allontanati rapidamente dalla zona subito dopo i colpi. Secondo le loro testimonianze, le forze governative si trovano a 10 chilometri dal loro posto di blocco di Zueitina in direzione di Ajdabyia e controllano gli ingressi est ed ovest della città. Attraverso la postazione dei rivoluzionari è passata un'ambulanza a sirene spiegate in direzione di Bengasi, mentre un'altra è accorsa sul posto probabilmente a recuperare dei feriti. Al checkpoint di Zueitina si respira un'aria di stallo, in attesa di riorganizzare la guerriglia.

 

 

«STALLO» - Intanto sempre il governo britannico ha ammesso di non sapere quanto durerà l'operazione militare, aggiungendo che l'intervento potrebbe portare a uno «stallo» tra il regime di Tripoli e i ribelli. Il ministro per le Forze armate, Nick Harvey, citato oggi dai media britannici, ha risposto: «Quanto è lungo un pezzo di spago? Non so quanto durerà. Non sappiamo se porterà a una situazione di stallo. Non sappiamo se le capacità libiche verranno neutralizzate in tempi rapidi. Chiedetemelo tra una settimana».

 

GATES - Intanto il segretario alla Difesa Usa Usa, Robert Gates, ha detto mercoledì che non c'è una data fissata per la fine delle operazioni aeree della coalizione sulla Libia. «La no-fly zone non è limitata in termini di tempo dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza. Quindi penso che non ci sia attualmente una data per la fine», ha detto Gates.

 

Redazione online
23 marzo 2011

Padre Pio: mai baciata una donna, neppure la mia mamma

Corriere della sera


Un volume ricostruisce le accuse del Sant'Uffizio («Una colossale truffa») e la difesa finale di Papa Roncalli


«Mai ho baciato una donna. Anzi dico davanti al Signore che neppure volevo dare baci alla mamma: la facevo piangere perché non le scambiavo i suoi baci, ma avrei creduto far male»: così giura Padre Pio da Pietrelcina davanti al domenicano Paul-Pierre Philippe (1905-1984) che il 22 febbraio 1961 lo interroga a nome del Papa Giovanni XXIII. Il documento con quel drammatico giuramento era inedito fino a ieri e ne dà conto - insieme ad altri tre o quattro testi mai usciti finora dal segreto degli archivi vaticani - Stefano Campanella nel volume Oboedientia et pax. La vera storia di una falsa persecuzione (coedizione Libreria Editrice Vaticana ed Edizioni Padre Pio, pp. 260, 15) presentato ieri alla stampa presso la Radio Vaticana.


Il teologo domenicano francese, che sarà vescovo e cardinale, non credette al povero frate stimmatizzato che aveva allora 74 anni. «La Chiesa teme e trema per lei», gli disse e scrisse parole di fuoco nella relazione al Sant'Uffizio che fino a ieri era stata letta solo da una manciata di addetti ai lavori: «Padre Pio è passato insensibilmente da manifestazioni minori di affettuosità (con le sue donne «predilette», ndr) ad atti sempre più gravi, fino all'atto carnale». Egli è «un falso mistico» e «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le vittime». Il suo caso costituisce «la più colossale truffa che si possa trovare nella storia della Chiesa».

Il «consultore» del Sant'Uffizio propose drastiche misure repressive: sospensione delle Confessioni e della Messa, «trasferimento in un convento lontano». Ma le proposte non furono accolte e Padre Pio potè continuare con il regime «controllato» di accesso a lui da parte dei fedeli che era stato stabilito quattro mesi prima a seguito della «relazione» del «visitatore» Carlo Maccari.
Perché il severo censore non fu creduto? Perché il buon Papa Giovanni volle sentire l'altra campana, che era l'arcivescovo di Manfredonia Andrea Cesarano, suo coetaneo e già collega in diplomazia, che gli disse che erano «tutte calunnie». E il Papa: «Hanno persino inciso i baci...».
Attraverso buchi nei muri delle due stanze dove Padre Pio riceveva uomini e donne erano stati piazzati due microfoni collegati «a un registratore di marca Geloso» ed erano state incise «espressioni osate» e suoni di «baci ripetuti».

In uno dei testi fino a ieri inediti - intitolato Relazione Mario Crovini - si riferisce questo dialogo tra una delle donne e Padre Pio: «Cleonice Morcaldi: Io mi sento tutta accalorata...; Padre Pio: Chisto è o guanto mio (Questo è il mio guanto)». Pare che Cesarano - che era campano e dunque attrezzato per capire le «devote» di Padre Pio - sia stato convincente con Giovanni XXIII: «Per carità, non si tratta di baci peccaminosi. Posso spiegarti (Cesarano dava del tu al Papa, ndr) cosa succede quando accompagno mia sorella da Padre Pio». Gli raccontò che quando la sorella riusciva a prendere la mano del frate «gliela baciava e ribaciava» rumorosamente. Il Papa ne fu «consolato» e lo mandò dai cardinali Tardini e Ottaviani: «Di' a loro ciò che hai raccontato a me».

La paranoia su Padre Pio «in pericolo di dannazione per i suoi peccati con le donne» era già documentata nei volumoni della Causa di beatificazione (1999). In essi figura una «testimonianza» resa da tale Fra Celestino di Muro che narra come vi fossero in quel tempo a San Giovanni Rotondo persone che consideravano Padre Pio «posseduto dal demonio», tanto che «Padre Giustino da Lecce (uno dei confratelli, ndr), con libretto e con segni di croce verso padre Pio che dormiva, faceva gli esorcismi». Ma ora - dai nuovi documenti - sappiamo quanto in alto fosse arrivata quella paranoia e come sia stata fermata solo dal buon senso di Papa Roncalli soccorso dall'amico Cesarano. Fino alla lettura di questo libro amavo schematizzare così il tormentato rapporto di Padre Pio con i Papi: un Papa lo capiva (Benedetto XV, Pio XII, Paolo VI) e un altro no (Pio XI, Giovanni XXIII). Ora che ho visto i documenti prodotti da Campanella aggiusto il tiro su Roncalli: egli all'inizio non lo capiva, ma infine lo capì e lo protesse dall'esilio e dalla clausura.

Luigi Accattoli
23 marzo 2011





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Eccidio delle Fosse Ardeatine, 67 anni dopo due nuovi nomi

Corriere della sera

Dopo mesi di lavoro, i carabinieri del Ris sono riusciti ad identificare i resti di due vittime della strage nazista rimaste finora ignote. Ancora 10 tombe anonime su 335



L'ingresso del Memoriale delle Fosse Ardeatine
L'ingresso del Memoriale delle Fosse Ardeatine
ROMA - Un fiore per Marco e Salvatore. E presto, forse, anche per qualche altro tra i dieci poveri «ignoti» del grande sterminio delle Ardeatine. Un fiore, una tomba, il nome e cognome, una lapide che finalmente si materializza 67 anni dopo il giorno in cui sono morti con un colpo alla nuca in quella che è stata una delle più buie stragi del nazifascismo. Identificati i resti di Marco Moscati e di Salvatore La Rosa in due delle dodici tombe rimaste finora senza nome delle Fosse Ardeatine.

La riesumazione delle spoglie
La riesumazione delle spoglie
ESAMI SUL DNA - L’identificazione portata a termine dai carabinieri del Ris che per molti mesi, dopo aver ricevuto da Onorcaduti l’incarico di occuparsi dei resti dei caduti senza nome, hanno indagato sul dna di ciò che rimane nei sepolcri anonimi del sacrario romano. Erano dodici ignoti su 335 caduti, ora sono ridotti a dieci. Poi ieri la comunicazione alle due famiglie, che hanno ringraziato i militari dell’Arma. Il nipote di Moscati, Israel Cesare, si è anche precipitato al sacrario ma quando è arrivato era ormai chiuso. Questa mattina è corso di nuovo lì con suo padre Angelo, domani leggerà durante la cerimonia una lettera della sua famiglia.

IL RICORDO - Ogni anno il Capo dello Stato entra alle Fosse Ardeatine e dopo essere passato di fronte al palco che riunisce autorità e rappresentanti delle famiglie delle vittime sosta in raccoglimento di fronte alla lapide che ricorda le 335 vittime. Così inizia la cerimonia del 24 marzo per ricordare la strage. Poi come ogni anno il profondo silenzio viene rotto dalla lettura del lunghissimo elenco dei morti, una lista in ordine alfabetico da Ferdinando Agnini ad Augusto Zironi a cui segue, in conclusione, un’ultima gelida notazione: «Ignoti 12». Così anno dopo anno, per sessantasei anni.

Le tombe alle Fosse Ardeatine
Le tombe alle Fosse Ardeatine
NON PIU' IGNOTI - Ma stavolta, il 24 marzo del 2011, ecco questa grande novità: dopo Emanuele Moscati risuonerà anche il nome di suo fratello Marco Moscati, ebreo partigiano. E dopo quello di Boris Landesman ci sarà quello di Salvatore La Rosa, un soldato siciliano sbandato dopo l’8 settembre e poi tradito a Roma da una spiata che lo aveva fatto rinchiudere a Regina Coeli. Marco Moscati, Salvatore La Rosa: la notizia del riconoscimento coglie di sorpresa, i carabinieri del Ris sono riusciti dove non si era riusciti prima, dopo aver riesumato però resti di tutti i dodici sarcofagi rimasti senza nome e cioè il 3, 52, 98, 122, 155, 264, 272, 273, 276, 283, 284 e 329. Avevano a disposizione cinque dna di familiari delle vittime. Marco Moscati era nel sarcofago 283 e Salvatore La Rosa nel 273. Il dna delle ossa del 283 ha combaciato con quello fornito da Angelo Moscati, fratello della vittima, e quello dei resti del 273 è lo stesso di quello fornito dalla figlia di Salvatore La Rosa, la signora Angela Alaimo La Rosa di Aragona, un paese dell’agrigentino in Sicilia. La genetica ha finalmente avuto ragione della barbarie che imponeva per queste vittime un lutto senza un luogo preciso.

I fratelli Moscati: a sinistra Marco, finora rimasto ignoto
I fratelli Moscati: a sinistra Marco, finora rimasto ignoto
I FRATELLI MOSCATI - Marco Moscati, giovane piazzista, aveva solo 24 anni quando era stato ucciso. L’avevano arrestato per una spiata il 15 febbraio del ’44, sulla scalinata di Trinità dei Monti. Era andato nei pressi di piazza di Spagna a rilevare un piccolo carico di armi che doveva portare a un gruppo partigiano dei Castelli. Mentre stava pagando erano arrivati i fascisti, lo avevano inseguito sparandogli dietro, l’avevano acciuffato sulle scale. Alle Ardeatine si era ritrovato col fratello Emanuele, trent’anni ancora da compiere. Un altro degli otto fratelli Moscati, David, è uno dei morti di Auschwitz, aveva solo 17 anni. Ci sono voluti tanti, troppi anni. Ma ora il grande mistero delle Fosse Ardeatine ha iniziato a sgretolarsi. Restano ancora dieci tombe a cui dare un nome. I carabinieri del Ris non disperano di poter aggiungere altre identificazioni. Prima del risultato di oggi ci sono state le docce fredde del passato: due anni fa un primo tentativo era andato a vuoto, lo avevano finanziato di tasca propria i parenti di Marco Moscati. Avevano puntato tutto su un’unica tomba, la 329, l’unica contrassegnata da una stella di David. Speravano di potervi trovare i resti di Marco Moscati, ebreo, partigiano, attivo ai Castelli. A chiederlo era soprattutto l’anziano Angelo che alle Fosse Ardeatine sa di avere due fratelli: Emanuele, nel sarcofago 245, e Marco che non si sapeva dove fosse esattamente. E con Angelo a cercare la verità c’era tutta la famiglia Moscati. Poi però un anno fa ecco arrivare il responso. Il genetista di Tor Vergata Giuseppe Novelli, affiancato dal medico legale Giovanni Arcudi e da Liana Veneziano del Cnr, non è riuscito a far combaciare i dna. Sono diversi. Il partigiano Marco Moscati infatti non era in quel sarcofago 329. Novelli, uno specialista del dna, non aveva potuto fare di più.

Salvatore La Rosa, l'altro caduto identificato
Salvatore La Rosa, l'altro caduto identificato
I 12 IGNOTI - Un mistero inquietante, quello dei dodici sarcofagi senza nome. Si sapeva infatti che dal carcere di Regina Coeli erano usciti in 335, caricati su camion diretti alle cave ardeatine in quel primo pomeriggio del 24 marzo del 1944 per andare alla morte. Unico testimone dell’eccidio un porcaro che da una collinetta vicina aveva assistito sgomento alla strage senza poter far nulla. Poi sulla città che s’interrogava era calato quel drammatico comunicato del Comando tedesco: «L’ordine è stato eseguito…». Era marzo e solo in giugno, dopo l’ingresso in Roma degli Alleati, era stato scoperto il luogo dell’eccidio. Nel luglio del ’44 il professor Ascarelli aveva riesumato le vittime, estraendole una ad una dall’orribile mucchio che i tedeschi avevano fatto in fondo alle gallerie delle cave. Un parallelepideo di corpi largo cinque metri, lungo altrettanto e alto un metro e mezzo. Corpi macerati, che i nazisti di Kappler e Priebke avevano cercato di nascondere invano minando le entrate delle cave ma fallendo nel proposito.

LA RIESUMAZIONE - Il riconoscimento delle vittime in quell’estate terribile del ’44 era andato avanti a lungo, in mezzo a enormi difficoltà, affidato ai poveri familiari in cerca di qualche segno, un vecchio orologio, un brandello di vestito, montature di occhiali, cifre di ricami, fatture, anelli, penne stilografiche, fazzoletti. I corpi, no, quelli dopo quattro mesi erano purtroppo irriconoscibili. Alla fine il conto degli identificati si era fermato a 323 vittime. E così era rimasto da allora. Dodici i non identificati. Eppure si sapevano i nomi di parecchie delle vittime rimaste senza una tomba certa. Cinque i nomi di ebrei come Marco Moscati: Cesare Calò, Marian Reicher, Bernard Soike, Hein Eric Tuchmann. E poi i nomi di Salvatore La Rosa, Alfredo Maggini, Remo Monti, Michele Partiti, Cosimo Di Micco. Per anni alcune famiglie, dai De Micco a La Rosa ai Moscati, hanno chiesto, invano, un aiuto. Qualcuno di loro, come Angela La Rosa, ha scritto a molti presidenti della Repubblica e ad autorità varie. Forse non ci sperava più. Sembrava che la riesumazione e la ricerca delle identità con le nuove tecniche fosse infatti un’impresa impossibile. «La riesumazione? Se la paghino le famiglie. E poi bisogna che tutte e dieci siano d' accordo...»: così la sostanza della risposta che Onorcaduti, struttura del Ministero della Difesa, aveva dato a una lettera di Walter Veltroni tempo fa. Nel 2008 la famiglia di Marco Moscati aveva autonomamente raccolto la somma necessaria per tentare quel riconoscimento poi fallito.

IL LAVORO DEL RIS - «Presidente Napolitano, ci aiuti lei – era stata infine alla cerimonia del 2010 l’esortazione di Rosetta Stame, presidente dell' Anfim -. Dobbiamo finalmente dare un nome a tutti i nostri caduti...». E così finalmente qualcosa è cambiato, Onorcaduti ha mutato indirizzo, è stato chiamato in causa il Ris dei carabinieri. A effettuare la lunga e meticolosa ricerca è stata la struttura guidata dal tenente colonnello Luigi Ripani, l’incarico specifico è stato assunto dal maggiore Andrea Berti. Un lavoro difficile, meticoloso, complicato, possibile solo con l’aiuto di congiunti diretti. E che sta dando ora i suoi primi frutti. «Abbiamo potuto lavorare su tutti e dodici i resti – spiegano al Ris -, questo è stato decisivo per raggiungere il risultato di oggi. I dna forniti dalle famiglie sono stati finora solo cinque».


Paolo Brogi
23 marzo 2011




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Addio Liz, indimenticabile Cleopatra

Corriere della sera


Alla ribalta a 11 anni con «Torna a casa Lassie!». Poi un successo dietro l'altro. Sette mariti e 8 matrimoni



MILANO - Quando muore un'attrice che ha fatto la storia del cinema, è facile dire che si è spenta una stella. Con Elizabeth Taylor la frase non è solo vuota retorica. Con Liz se ne va l'ultima star della grande Hollywood degli anni Cinquanta-Sessanta, quella in grado di far ancora sognare tutto il mondo. L'ultima volta che era comparsa in pubblico è stato alla fine di giugno 2009, ai funerali del suo grande amico Michael Jackson. Dopo si è celata ai riflettori, lei che sotto i riflettori ha passato tutta la sua vita. Mercoledì mattina la notizia della sua morte a 79 anni, riportata dagli organi d'informazione americani.

Elizabeth Taylor: la vita e la carriera

CARRIERA - Nata in Inghilterra il 27 febbraio 1932, il primo successo lo ottenne a soli 11 anni con il mitico Torna a casa Lassie, ma aveva debuttato al cinema già l'anno prima. Poi passò da un successo all'altro in interpretazioni indimenticabili come Piccole donne (1949), i due film di Vincent Minnelli Il padre della sposa e Papà diventa nonno (1950 e 1951), Un posto al sole (1951). Il suo periodo d'oro fu alla fine degli anni Cinquanta e all'inizio dei Sessanta, con film che hanno fatto la storia del cinema: Il gigante (1955), L'albero della vita (1957), La gatta sul tetto che scotta (1958), Improvvisamente l'estate scorsa (1959), Venere in visone (196o) e Cleopatra (1963). In quest'ultimo film iniziò la sua storia d'amore con Richard Burton, che sposò due volte: la prima nel 1964, divorziarono nel giugno 1974 e poco più di un anno dopo si risposarono per poi lasciarsi nel luglio 1976. In tutto Liz si sposò otto volte con sette mariti e rimase una volta vedova. Dai suoi mariti ebbe tre figli.


Redazione online
23 marzo 2011



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La previsione del colonnello Giuliacci: meteorine per attirare uomini arrapati

La grande caccia ai permessi per disabili

Corriere della sera


Tagliandi rilasciati in Svizzera o a Novara. I vigili urbani: troviamo i falsi, ma spesso ci vuole un giorno intero per una sola verifica



ROMA - La Punto con il permesso rilasciato a Tivoli e la Bmw con il contrassegno di Cureggio in provincia di Novara. La Polo parcheggiata in via Brunetti (Ripetta) grazie a un pass di Campagnano e l'altra, ferma a Trinità dei Monti, con tagliando del comune di Formello.

Sono le dieci in via Ripetta, fra sushi bar, vecchi ristoranti e nuove vetrine con accessori in saldo. La galleria d'auto con permesso per handicappati pubblicata lunedì scorso dal Corriere sembra aver rimesso in moto controlli e vigilanza. Ma i vigili del I Gruppo, esperti nell'arte (non nobile) dell'abuso di contrassegno, giurano che è come tentare di prosciugare il mare con un secchiello. Confida il vigile Marco (lo chiameremo così): «Abbiamo a che fare con permessi di ogni tipo, provenienti da paesi di mille anime oppure città straniere con leggi differenti». Ne indica uno. Bianco, grande, logo della sedia a rotelle («Carte de stationémment pour personnés disables»): è un contrassegno per disabili della Svizzera e, a fine giornata, risulterà di un residente all'estero. La sua auto, però, è stanziale in via Brunetti.

«Telefonate e controlli li facciamo con il nostro cellulare, eccolo (lo mostra, ndr) e magari perdiamo giornate dietro a un singolo permesso...» allarga le braccia, sconsolato Marco. Pessimismo forse, visto che già nel primo pomeriggio dal comando venivano diramati i risultati dei controlli effettuati: «Nessuna irregolarità riscontrata. Le 20 concessioni verificate - 18 riguardavano autovetture di media cilindrata e 2 di grossa cilindrata - sono risultate tutte in originale, in corso di validità e i titolari delle stesse in vita e residenti a Roma».

Eppure al Tridente il rapporto fra disabili e «normodotati» sembra inverso e tra le auto parcheggiate, certi giorni, è un testa a testa. Anche martedì i contrassegni erano in dotazione a molte vetture, fra cui un furgone bianco (da lavoro), una Multipla, una Bmw decappottabile, una Nissan blu, una Smart grigio chiara, una Mercedes classe M, una Mini verde, una Punto argentata, solo tra via del Babuino e piazza di Spagna.

«Sapete che in Europa siamo i più bravi? Questo non lo scrivete mai. Quando si tratta di darci addosso però...» aggiunge Marco prima di compendiare la sua lunga esperienza in poche righe: «Ci sono i contrassegni con caratteri scritti a macchina e chi tira fuori dal cruscotto il permesso dopo essere entrato nella ztl con uno stratagemma». Sono le undici e una bionda su una Smart lanciata a retromarcia in via Brunetti, sterza in via Ripetta e poi sgomma via, verso piazza Augusto Imperatore. Spericolatezza diffusa al centro di Roma assicurano i vigili (come del resto sono infiniti i trucchi per eludere la ztl come mostrano ogni giorno le telecamere della centrale operativa).

«Una volta - racconta Marco - ho aspettato che tornasse il proprietario dell'auto. 'E' vero il permesso non è mio, mi serve per portare mio zio a fare fisioterapia'. Io gli sono andato dietro e arrivati a destinazione mi ha detto "Mannaggia, mio zio non c'è, si sarà scordato...».
Riscontri. Approfondimenti. Controlli telefonici, artigianali, quasi «rurali» che richiedono tempo, volontà, energie, uomini: «Il municipio di Cureggio a Novara apre alle 12...» spiega Marco completando sfiduciato: «Ci chiederanno di fargli un fax e, a quel punto, la risposta sulla validità del contrassegno, arriverà magari domani. E intanto l'auto è parcheggiata legittimamente». Nel 2010 ha ricordato il comandante del I Gruppo Cesarino Caioni, i controlli «sono stati 3.096, 288 permessi sono stati ritirati e 7 sequestrati per uso improprio, perché scaduto o appartenente a persona deceduta». «Talvolta i propri diritti si devono condividere anche se possono creare nuovi problemi» si legge tra i commenti inviati al sito del Corriere. Quasi un incoraggiamento rivolto agli uomini della polizia municipale.


Ilaria Sacchettoni
isacchettoni@rcs.it
23 marzo 2011



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Napoli, allarme carte di credito clonate Svuotati i conti: la pista porta a Chicago

Le prove dell’Unità sul bunga bunga? Patacche



Il quotidiano della De Gregorio spaccia per foto a villa San Martino immagini di serate in discoteca. Sul sito anche le descrizioni della residenza del premier: bugie su nomi e date. Ma Chi smschera il trucco. Molti scatti sono stati fatti a casa di Lele Mora. Guarda la gallery



 

Milano
- «Interni di villa San Martino, Arcore, la residenza del presidente Berlusconi. La mattina del 24 ottobre 2010 alle 4 e 44 del mattino, il 12 luglio all’1 e 48, il 23 agosto, solo alcune delle tante serate bunga bunga secondo le indagini della procura di Milano». E l’elenco delle istantanee lo fornisce l’Unità, il quotidiano diretto da Concita De Gregorio. Ampio spazio alle fotografie. «Un letto sfatto in una camera arredata con mobili e tendaggi e tappezzerie antiche, sulla libreria le foto di un giovane Silvio Berlusconi; le gambe nude di una ragazza (la stessa Barbara Guerra) sdraiata che guarda lo schermo di una televisione; i baci saffici di tre ragazze che mimano scene intime; sempre Barbara Guerra strizzata in una divisa da poliziotta che gioca con un paio di manette quasi fossero un oggetto erotico; Lele Mora che fa ginnastica con un amico». Lo scoop che inchioda il premier? Macché. Almeno, secondo il settimanale di gossip Chi, in edicola oggi.

La notizia è stata lanciata ieri dal sito Dagospia. Ed ecco quello che si legge nelle pagine della rivista. Ossia, che il quotidiano vicino al Pd non si è accorto che la ragazza vestita da poliziotta non è Concetta De Vivo ma Barbara Guerra, e che - soprattutto - le foto risalgono a un party di Halloween festeggiato con tanti testimoni al «Ganas», noto locale milanese e non a villa San Martino, in quel di Arcore. Non è finita. Perché sempre l’Unità mostra la foto dei piedi di una ragazza scrivendo che è Barbara Guerra, ancora una volta ad Arcore. Replica di Chi. Quelle foto sono state invece scattate nell’abitazione di Lele Mora e la ragazza in questione non è la Guerra. Ultimo scatto, ultima bufala. Almeno secondo Signorini.

Alcune immagini mostrano l’impresario dei vip (o aspiranti tali) Lele Mora mentre si fa massaggiare i piedi da un amico (Thiago Barcelos, ex Grande Fratello). Peccato che quelle istantanee, scattate il 23 novembre 2009 e non a metà luglio come dice l’Unità, siano già state pubblicate su proprio Chi. Alla faccia dello scoop.

Secondo il settimanale di gossip, dunque, magistrati - e qualche giornalista - avrebbero messo le fotografie in un unico calderone, con indirizzo Arcore. Perché è innegabile che alcuni degli scatti allegati agli atti dell’inchiesta milanese riguardano la residenza del premier - ci sono gli interni della casa, la piscina, il parco, la sala da pranzo, persino un mobile con le foto del presidente del Consiglio da giovane - ma altra cosa sono gli scatti più «bollenti». Per quelli, almeno per le immagini pubblicate, il quotidiano della De Gregorio avrebbe preso una sonante topica.

«Dagli atti depositati per il processo Ruby - scriveva l’Unità giovedì scorso - spuntano le foto estratte dalle memorie degli I Phone e dei Blackberry di Barbara Guerra, Arisleida Espinosa, Ioana Visan, Concetta De Vivo, Iris Berardi, cinque delle 33 ragazze coinvolte, secondo l’accusa, nel giro di prostituzione che aveva come sfondo la dimora di Arcore e per tema il bunga bunga». E poi, l’attacco finale. «Gli investigatori precisano di aver allegate le immagini al fascicolo perché documentano dati rilevanti ai fini dell’indagine. Documentano che quelle serate non erano “normalissimi incontri tra amici” come dice il premier. Né “occasioni conviviali” come ripetono in coro le ragazze nei verbali difensivi. E provano che la beneficenza del premier (“sono come una Caritas”) era la ricompensa per incontri sessuali». Sembrava un rigore. A Leggere Chi, assomiglia di più a un autogol.




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Esplosioni e colpi di contraerea all'alba a Tripoli Liberati i tre giornalisti occidentali fermati Gheddafi è 'protetto' da 40 amazzoni

Quotidiano.net


La Clinton: "Persone vicine al Raìs cercano una via d'uscita al conflitto". Obama: "Gheddafi potrebbe rimanere al potere nonostante l’intervento della coalizione internazionale"

TRIPOLI, 23 marzo 2011


Diverse esplosioni e pesanti colpi di contraerea hanno scosso all’alba la zona occidentale di Tripoli. Stando a quanto riferisce la Cnn, nell’area è presente una grande base militare. Gli aerei della coalizione internazionale hanno effettuato 336 voli e hanno lanciato 108 raid aerei dall’inizio dell’offensiva, sabato scorso, precisa il Pentagono.
I voli effettuati dagli Usa sono stati 212, mentre gli altri Paesi della coalizione coinvolti in questa fase delle operazioni aeree (Francia, Regno Unito, Italia, Canada, Spagna, Belgio e Danimarca) ne hanno realizzati 124.

IL RAIS NEL DESERTO - Il leader libico Muammar Gheddafi - che ieri, ripreso dalla tv di Stato, ha incitato i suoi alla battaglia (VIDEO) -   si nasconde in un bunker segreto nel deserto, circondato da 40 amazzoni. Lo rivela il tabloid britannico Daily Star, citando fonti dell’intelligence militare.
Oltre alle amazzoni, pronte a morire per salvare la vita al colonnello, Gheddafi sarebbe protetto anche da mercenari, pagati con l’oro della sua riserva personale. Le fonti non escludono che il leader libico possa lasciare il Paese e cercare rifugio nello Zimbabwe di Robert Mugabe, a causa dell’intervento militare della coalizione internazionale.


LIBERI TRE GIORNALISTI -  I tre giornalisti arrestati sabato scorso nei pressi di Ajdabiya, nella zona orientale della Libia, sono stati liberati la scorsa notte a Tripoli. Dave Clark e Roberto Schmidt della France presse, e Joe Raedle, dell’agenzia Getty Images, si trovano ora all’albergo Rixos, nel centro della capitale libica.
La loro liberazione era stata annunciata nella serata di ieri dal portavoce del governo libico, Mussa Ibrahim: “Il leader della rivoluzione ha raccolto l’appello inviato dall’amministratore delegato della France presse, Emmanuel Hoog, e il leader ha chiesto allo stato e al governo libico di liberare i giornalisti”.

Dave Clark, 38 anni, di nazionalità britannica, Roberto Schmidt, 45 anni, con la doppia nazionalità colombiana e tedesca, e Joe Raedle, 45 anni, cittadino americano, non risultavano più rintracciabili da venerdì sera. Solo lunedì scorso la France presse era venuta a conoscenza del loro arresto da parte delle truppe di Gheddafi.

GLI EX FEDELI AL RAIS - Persone vicine al leader libico Muammar Gheddafi hanno preso contatti in tutto il mondo per trovare una via di uscita al conflitto, afferma invece il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton, intervistata dall’emittente americana ABC.
“Abbiamo saputo che persone vicine (a Gheddafi) stanno contattando quanti conoscono in tutto il mondo, in Africa, in Medio Oriente, in Europa, in Nord America e altrove, chiedendo: ‘Cosa facciamo? Come ne usciamo da tutto questo? Cosa accadrà?”, ha riferito Clinton. “Non sono al corrente di contatti avviati da Gheddafi - ha aggiunto - ma so di contatti avviati da persone che agiscono per suo conto”.

“Parte di questo è finzione - ha precisato il Segretario di Stato Usa - vogliono inviare un messaggio a un gruppo e un altro messaggio a un altro. Molto di questo rispecchia il comportamento di Gheddafi. Un po’ imprevedibile. Ma riteniamo sia un anche un modo, per lui, di valutare tutte le sue possibilità. Così sa quali sono le sue opzioni, dove può andare, cosa può fare. Noi dovremmo incoraggiarlo”. Alla domanda se sappia della morte di uno dei figli del leader libico, Clinton ha ammesso di averlo appreso, ma di non avere “prove sufficienti” per dimostrarlo.

OBAMA: GHEDDAFI POTREBBE RESTARE AL POTERE -  Il Presidente americano Barack Obama ha dichiarato che il leader libico Muammar Gheddafi potrebbe rimanere al potere nonostante l’intervento della coalizione internazionale, ricordando però che Washington ha anche altre carte da giocare oltre l’opzione militare.
Il colonnello “potrebbe provare a temporeggiare, anche di fronte a una zona di interdizione di volo”, ha detto Obama alla Cnn, ma “noi non abbiamo a disposizione solo mezzi militari per ottenere che Gheddafi lasci la guida del Paese. Abbiamo approvato forti sanzioni internazionali. Abbiamo congelato i suoi beni.
Continueremo ad utilizzare tutti i mezzi di pressione su di lui”.







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Con maschera (da saldatore) e coraggio Sul fronte libico si vede di tutto

Corriere della sera


Mimetiche, giacche, vestiti normali o tradizionali
Gli abiti dei miliziani sono il simbolo dei pochi mezzi




WASHINGTON – Spesso usano gli stessi mezzi. Almeno quelli leggeri, come le jeep e i camioncini. Anche le divise possono confondersi, poiché molti soldati sono passati nelle file degli oppositori. Così i protagonisti della guerra civile libica, per distinguersi, si arrangiano. I seguaci di Gheddafi hanno scelto il verde. Come il libretto-manifesto del leader e come la bandiera del regime. I miliziani portano al collo fazzoletti verdi e bandane dello stesso colore. A volte una semplice fascia al braccio. Più variopinte la “divise” degli insorti.

Scarpette rosse nel deserto



SHABAB - Si è visto di tutto. Mimetiche trovate nei depositi, giacche sequestrate nelle caserme, abiti normali, vestiti tradizionali. Sui blog di questioni militari li hanno paragonati ai protagonisti del film Mad Max. Per riconoscersi gli “shabab” (i ragazzi) indossano la kefiah. Avvolta al collo come una sciarpa o in testa. Non mancano copricapo locali e turbanti simili a quelli dei tuareg. I ribelli addetti alle mitragliatrici anti-aeree usano maschere di qualsiasi foggia. Devono stare nel retro dei camioncini e la sabbia li acceca. Oppure sono costretti a puntare le loro armi verso il cielo e il Sole li infastidisce. Eccoli allora con occhialoni e persino maschere da saldatori. Piccole improvvisazioni per un’armata che non è mai nata veramente. Le divise assortite sono davvero il simbolo esteriore dei pochi mezzi a disposizione.

VOLONTARI - Solo un piccolo nucleo di ex soldati è in grado di competere con i governativi. La maggior parte dei ribelli non è addestrata, non possiede armi a sufficienza e quadri in grado di coordinare le colonne di volontari. Problematiche le comunicazioni: non hanno certo apparati radio e i telefonini sono inutilizzabili. L’unica cosa che non manca è il coraggio. Nelle mani della ribellione erano caduti due giganteschi depositi di munizioni e armi che, tuttavia, sono saltati per aria dopo qualche giorno. Forse per un incidente, forse per un sabotaggio dei filo-Gheddafi. Ecco perché inglesi e francesi vorrebbero ampliare l’assistenza alla rivoluzione fornendo addestramento e equipaggiamenti.

Guido Olimpio
23 marzo 2011



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Altro che "caso Ruby", così fan tutti... Minorenni fermati e non spediti in comunità





L’affido della marocchina non è un’eccezione. Lo rivela una relazione depositata in Procura. Anche la Fiorillo, che insorse contro il premier, ha fatto uscire nove giovani senza spedirli in comunità. A Milano in caso di fermo lasciare andare i ragazzi è frequente

 
Gian Marco Chiocci - Enrico Lagattolla

Milano - Una serata, due versioni. Ci sono un verbale di polizia e le parole di un magistrato. Cosa accade la notte in cui Ruby Rubacuori - al secolo Karima el Mahroug - esce dalla questura di Milano? «Informato il pm di turno per minori dottoressa Fiorillo», mettono a verbale gli agenti, Ruby «veniva affidata alla signora Minetti Nicole, in qualità di persona incaricata e con l’avvertimento di tenere la minore a disposizione del pm e di vigilare sul comportamento della stessa». La seconda è della stessa Annamaria Fiorillo, davanti a taccuini e telecamere. «Mai autorizzato l’affidamento». Che poi, è anche su questo che si è scatenata la bufera. Dal particolare al generale. Qual è la prassi adottata dai magistrati minorili nei casi simili? Se lo sono chiesti anche i pm che indagano sull’affaire Ruby. Con la richiesta di un «prospetto relativo ai dati trasmessi dal Questura di Milano in merito alla trattazione di minori da affidare nel periodo gennaio-settembre 2010», allegata agli atti dell’inchiesta depositati nei giorni scorsi. In pratica, si intuisce che il pool di Milano voglia capire se il caso di Karima sia un’eccezione o meno. Risultato, non lo è.
La questura, infatti, fornisce questa sintesi. «Nello schema - si legge nella relazione - sono stati inserite le seguenti tipologie di dati: anagrafica (cognome, data di nascita, etnia, sesso, identificazione documentale), controllo di polizia (data, ora, motivo), avviso al pm (nome e ora), affidamento o rilascio (data e ora, esito - affidamento a parenti, estranei, comunità o rilascio), note sugli affidamenti (fotosegnalamento, persone o enti affidatari, precedenti affidamenti)». I dati: su 333 interventi in totale a carico di minorenni, 246 sono i «casi di affidamento a comunità di accoglienza o parenti (ascendenti, coniuge, cugini, zii)», 30 gli «interventi con insufficiente documentazione», 7 i «casi di rilascio a persone diverse», e 50 i «casi di rilascio a seguito di identificazione su disposizione del pm della procura dei minori». Insomma, decine di volte il minore entrato in questura se ne esce dalla porta principale da solo o non affidato a un familiare, senza che il magistrato opponga particolare resistenze. Ed è successo anche a lei. Al pm Fiorillo. E più di una volta.
Da gennaio a settembre del 2010, infatti, il magistrato minorile - secondo quanto riassunto dalla questura - ha firmato nove volte un «rilascio senza affidamento».
Sono storie che si assomigliano tutte. Ragazzi e ragazze, per lo più stranieri ma anche italiani, classe ’92-’93-’94. Fermati per furtarelli e borseggi. Tra i tanti casi: due romeni - uno di 12, l’altro di 14 anni - pizzicati dalla polizia a «derubare i passeggeri nelle stazioni di Famagosta, Romolo, Porta Genova, Sant’Agostino». «In merito - si legge nell’annotazione di polizia - il pm disponeva: trasmissione degli atti nei termini di legge e dopo gli accertamenti di rito il rilascio degli stessi il prima possibile». Fuori. Ancora, due ragazze di 20 e 16 anni, fermate il 16 marzo 2010 per un furto in un grande magazzino. «Il personale della terza sezione Upg contattava il pm dei minori nella persona della dottoressa Fiorillo Annamaria, la quale disponeva il rilascio della minore». Infine, il 9 settembre Fiorillo affida una ragazzina straniera di 15 anni - G.S. nata in Bosnia nell’agosto del 1995 - a «persona estranea». Non ai genitori, dunque, né ad altri parenti.
La prassi seguita con Ruby, dunque, non è poi così inconsueta. Perché come la Fiorillo fanno anche gli altri colleghi del tribunale per i minori. Eppure, dalla notte del 27 maggio in poi, si scatena il cortocircuito. La telefonata del premier Silvio Berlusconi, l’arrivo in questura di Nicole Minetti, il «rimpallo» di responsabilità tra funzionari di polizia e il magistrato minorile, fino allo scontro con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, accusato dalla Fiorillo di aver «calpestato la legalità e la giustizia» nel definire «corretto ed equilibrato» l’operato della questura. E chissà come sarebbe andata a finire, se Annamaria Fiorillo avesse fatto come la sua collega, il sostituto procuratore Sarah Gravagnola. Che il 23 giugno del 2010, alle 6 di sera, davanti a un ragazzino straniero di 16 anni, optò per una soluzione singolare. «Affidamento: a se stesso».




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Quelli che tifano Sarkozy pur di combattere il Cav



Da Repubblica a Battista sul Corriere, suonano la fanfara alle manovre del presidente francese. Ma è solo un pretesto per attaccare il nostro governo



 
L’orgoglio patriottico ita­liano è tornato in un cassetto assieme alle bandiere appese ai balconi per le celebrazioni dell’Unità. Se c’è un minimo pretesto per buttare la croce addosso a Silvio Berlusconi (e la guerra in Libia ne offre), an­che voci sinistrorse come Re­pubblica si riscoprono improv­visamente golliste e cantano le lodi di Nicolas Sarkozy. Ma il quotidiano diretto da Ezio Mauro non è il solo ad aver ab­bracciato la linea del «france­se è bello». Lo accompagnano il Corriere della Sera , il quoti­diano del Pd Europa e anche pezzi di Pd si sentono italiani ma anche transalpini ma an­che pacifisti.

«Il pugno di ferro di Sarkozy» titolava ieri in prima pagina Repubblica ospitando un sapido editoriale di Ber­nard Guetta, il fratellastro del celebre dj David e candidato per l’ennesima volta alla dire­zione di Le Monde ( questa vol­ta con la «benedizione» pure di Barbapapà Scalfari). «Sarkozy ha visto giusto», ha scritto Guetta esaltando il mi­nistro degli Esteri Juppé «uno dei pochi superstiti del gaulli­smo, di questa destra sociale, attenta alla posizione che la Francia occupa nel mondo e alla sua unicità nel campo oc­cidentale».

Ecco, per un giorno Repub­blica è diventata come Il Seco­lo magnificando Sarkò e la Francia. «Un ritorno in grande stile che la onora, ed è grazie a lei che Bengasi è stata salva­ta ». Non a caso il tricolore che impera sulle sue pagine è quel­lo bleu, blanc et rouge . Intervi­ste all’ex ministro Védrine e al verde Cohn-Bendit che tira le orecchie a Vendola perché «chi va in piazza contro la guer­ra è con Gheddafi».

Sul Corriere a suonare la Marsigliese ci ha pensato l’ex vicedirettore Pierluigi Battista stigmatizzando quei musoni degli italiani che «guerreggia­no, ma borbottando e impre­cando » e nei quali «rifiorisce un poderoso sentimento anti­francese, come se ci fossimo cacciati in questo guaio per colpa del decisionismo spaval­do del vero grande nemico: che non è Gheddafi ma Nico­las Sarkozy » che «dovrebbe es­sere un nostro alleato». E inve­ce lo staff berlusconiano fa del «complottismo» solo perché si osa ipotizzare che da Parigi stiano cercando di teleguida­re il futuro della Libia.

A sviluppare il tema «Co­munque vada per l’Italia sarà un insuccesso» è stato il diret­tore di Europa Stefano Meni­chini scrivendo di «irresponsa­bile politica del governo che ci ha portati in un vicolo cieco». Posizioni condivise dal vice­presidente Pd Marina Sereni secondo cui a causa degli sba­gli del Cav «fatichiamo ad ave­re un ruolo centrale in questa vicenda e a contenere anche un eccesso di entusiasmo dei nostri amici francesi». Sì, solo un eccesso di entusiasmo. Pec­cato si siano dimenticati tutti quanti che le velleità di gran­deur di Sarkò abbiano trovato nel Cav un fiero oppositore. Di questi tempi non è poco.



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Gratteri: «Contro le mafie Berlusconi ha fatto meglio di Prodi»

Corriere della sera

In prima fila contro la 'ndrangheta però lancia l'allarme: «Se passa questa riforma della Giustizia è la fine»


MILANO - «No a riforme urlate, ma proposte concrete». Nicola Gratteri parla di un migliore sistema giudiziario per sconfiggere le mafie con Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti di 'ndrangheta al mondo, con cui ha pubblicato un libro dal titolo: La giustizia è una cosa seria. Il Procuratore della Repubblica aggiunto di Reggio Calabria, non sceglie la piazza come ha fatto Ingroia: «Io non sarei andato per evitare strumentalizzazioni. Occorre non dare alibi in questo momento». Gratteri per criticare la riforma della Giustizia elaborata dal ministro Alfano, sceglie il palco della libreria Feltrinelli di Milano. Una platea più piccola con cui ragionare. E lo fa in barba a tutte le polemiche con un volume edito da Mondadori: «L'editore non mi ha cambiato neanche una virgola. Scriverò ancora per loro».

BERLUSCONI-PRODI - Poi spiazza il pubblico in sala: «Se confrontiamo i 18 mesi dell'ultimo governo Prodi con il governo Berlusconi, ebbene l'attuale esecutivo ha fatto di più in tema di lotta alla mafia. Almeno tre cose importanti. La prima: ha abolito il patteggiamento in appello che riduceva ad esempio pene di 27-28 anni si riducevano a pene ridicole di 6-7 anni. Secondo: ha fatto in modo che si possano confiscare i beni anche ai figli dei mafiosi che li ereditavano dai padri. Terzo: ha reso ancora più duro il 41 bis. Punto e a capo. Con la stessa franchezza occorre dire che se passa il ddl Alfano come è ora sarà un apocalisse. Potremo dire addio alla lotta alla mafia».

LA RIFORMA - E snocciola la sua ricetta. Processo breve: «I dibattimenti - afferma - potrebbero durare meno solo con l'informatizzazione, che abbatterebbe anche costi e abusi». L'indipendenza del pm: «Non possono esserci scelte costituzionali mirate che consentano alla politica di controllare il giudice, ma neanche leggi che possano ostacolare il sistema giudiziario nella persecuzione dei reati». Separazione della carriere: «Non è un dogma anche se l''unicità della carriera costituisce una maggiore garanzia di agganciamento del pubblico ministero a una cultura giurisdizionale.

E c'è anche il rischio che se la carriera della polizia giudiziaria dipendesse dal politico di turno, avalleremmo solo corruzione». Poi aggiunge: «Se la polizia non ha l'obbligo di comunicare la notizia di reato immediatamente alla Procura, più giorni passano e maggiore è la possibilità di interferenza, di infiltrazione e di pressioni sulla polizia giudiziaria e di annacquare la notizia di reato». Revisione delle circoscrizioni giudiziarie «che ricalcano ancora lo schema ottocentesco», depenalizzazione dei reati minori «per riservare il processo penale alle questioni di maggiore allarme sociale», scrematura delle cause inutili per i reati di poco conto, riorganizzazione della rete dei tribunali in un «progetto di geografia giudiziaria».
 



LA LOMBARDIA - «Dopo 25 anni adesso è chiaro a tutti che la 'ndrangheta è arrivata a Milano». E in sala si lascia scappare una frecciatina: «Persino un ragazzino sa che a Milano c'è la 'ndrangheta mentre un prefetto non lo sa». Un intero capitolo racconta i legami tra il Sud e la Lombardia (usura, estorsione, infiltrazioni negli appalti, movimento terra, riciclaggio, traffico di droga, l'Expo 2015), e ovviamente è ampia la descrizione dei rapporti con il potere politico. «Per beccare la zona grigia occorrono le prove, serve molta pazienza investigativa».

LA SCUOLA - Gratteri si è detto anche convinto che «con questo sistema giudiziario e scolastico non andiamo da nessuna parte nella lotta alle mafie. Quanto alla scuola, è necessario il tempo pieno per togliere i figli di famiglie 'ndranghetiste alla cultura mafiosa che respirano in casa». Con un sistema giudiziario proporzionato alla realtà criminale, nell'arco di cinque potremmo abbattere le mafie del 70%». Il suo futuro? «Sicuramente da magistrato. Questo lavoro ancora mi emoziona».

Nino Luca
22 marzo 2011(ultima modifica: 23 marzo 2011)

Terrorismo, gli 007 inglesi allertano la coalizione

Corriere della sera


Intercettati fedelissimi del Raìs: dove siamo combattiamo


ROMA - Fedelissimi del Raìs inseriti nelle comunità occidentali e determinati a sostenere il regime anche con azioni violente. Si muove in questa direzione l'allerta antiterrorismo che i servizi segreti inglesi hanno trasmesso agli apparati di intelligence «collegati» e coinvolti nell'intervento militare in Libia. Una segnalazione specifica e circostanziata dell'MI5 è stata inviata a Italia, Francia e Stati Uniti e agli altri Stati della Nato per informare dei risultati di un'attività di controllo svolta in territorio britannico ma con possibili ripercussioni in Europa. Perché uno dei timori dei responsabili della sicurezza riguarda proprio gli atti di protesta contro i raid che i seguaci del Colonnello potrebbero compiere nelle prossime settimane, soprattutto se la guerra dovesse avere tempi lunghi.

«Azioni contro i colonialisti»
Il notam parte venerdì sera, poche ore prima che scatti l'operazione «Odisseyy Dawn». Riferisce l'esito di un monitoraggio effettuato dagli 007 britannici. Ed evidenzia il dibattito interno alla comunità libica, soprattutto in ambienti che vengono definiti «insospettabili». Si tratta di personaggi perfettamente radicati nella realtà occidentale, ma che hanno mantenuto un legame forte con la terra d'origine e - questo sottolineano gli analisti - con l'establishment che ancora mostra di poter detenere il potere a Tripoli. Sono numerose le conversazioni intercettate, i soggetti sono stati pedinati, fotografati. Più volte questi uomini dicono che «bisogna combattere, ci dobbiamo impegnare per dare sostegno». Poi entrano nei dettagli, parlano esplicitamente di «azioni contro il neocolonialismo» e aggiungono: «Dove siamo facciamo».

La relazione dei servizi segreti inglesi è ampia; cita date, circostanze, ambienti che in queste ore vengono tenuti sotto stretta sorveglianza. Soprattutto chiarisce che non si tratta di frasi captate casualmente, ma di un vero e proprio dibattito che si è sviluppato negli ultimi giorni ed ha avuto un'evoluzione quando si è capito che l'Onu avrebbe approvato la risoluzione per autorizzare l'intervento.
Ed è proprio questo a classificarla come altamente «affidabile». In Italia è stata ripresa dall'Aise, l'Agenzia per la sicurezza specializzata sull'estero, che comunque aveva già attivato analoghi accertamenti su eventuali fermenti all'interno della comunità libica nel nostro Paese. Più volte in questi giorni, analizzando i possibili rischi legati alla partecipazione dell'Italia ai raid, si è evidenziato il pericolo di attentati pur ritenendo - almeno in questa prima fase di conflitto - che la maggiore esposizione riguardi gli occidentali che si trovano in Libia e potrebbero diventare ostaggi del regime, merce di scambio preziosa proprio come è già accaduto altre volte in Iraq e in Afghanistan. È già successo con alcuni giornalisti stranieri e pure la cattura del rimorchiatore «Asso 22» viene ritenuta un atto ostile, anche se nessuna contropartita è stata ancora richiesta.

I controlli sui flussi economici

Tra le attività di prevenzione pianificate dagli apparati di intelligence ci sono i controlli sulle disponibilità finanziarie dei libici che si trovano in Europa. È un aspetto che nei report di queste ore viene sottolineato, facendo ben comprendere come questi «insospettabili» britannici - che tra l'altro non sono affatto giovani - potrebbero decidere di sostenere economicamente l'azione di altri. E dunque appoggiare il progetto di un gesto eclatante per aprire una crepa nella Coalizione internazionale che già dopo poche ore ha mostrato numerose divisioni. Si tratta di persone perfettamente inserite nella nuova realtà britannica, ma non per questo ritenute meno pericolose soprattutto perché in contatto con immigrati di seconda e terza generazione che hanno mostrato di avere una cultura fondamentalista islamica. In Italia non c'è stata alcuna segnalazione così specifica che riguardi il nostro territorio, ma questo non rassicura, tanto che ieri il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha confermato la scelta di predisporre particolare misure di protezione su una lista di obiettivi ritenuti «altamente sensibili». Nella capitale sono 1.000 i target sorvegliati, ma soltanto per alcuni - in particolare ambasciate e sedi diplomatiche degli Stati che partecipano ai raid - si è deciso di far scattare il livello di massima sicurezza. Nei suoi proclami Gheddafi ha annunciato più volte di volersi vendicare dei «traditori» e gli esperti sono concordi nel ritenere che non basteranno i dubbi sulla necessità dell'intervento manifestati pubblicamente dal premier e da alcuni esponenti politici per mettere al riparo il nostro Paese.


Fiorenza Sarzanini
23 marzo 2011



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Exit strategy ?

Corriere della sera


A quali condizioni può finire la guerra E cosa può fare la coalizione per ottenerle


C'è una exit strategy dalla Libia? In questi giorni esperti e diplomatici hanno studiato diverse soluzioni. Tutte imperfette. Per il profilo dell'avversario - c'è di mezzo Muammar Gheddafi -, per le caratteristiche dei «buoni» - un'opposizione che deve ancora formarsi realmente -, per gli interessi divergenti.

La tregua - Il ministro degli Esteri italiano Frattini ha indicato una strada. Si arriva a un cessate il fuoco, l'Onu vigila l'applicazione e poi parte il dialogo. Tutti vogliono la tregua - anche i ribelli - ma il problema è farla rispettare. Poniamo che grazie alla fine degli scontri chi odia il regime scenda in piazza. Non solo a Misurata ma anche a Tripoli. Il Raìs lascia fare o ordina di sparare sulla folla? Magari invece di usare sbirri in divisa ricorre a «sostenitori» in borghese. Gheddafi non potrà usare gli elicotteri e i jet, ma le sue milizie minacciano ancora gli oppositori. Le sparizioni che sono segnalate in diverse località dimostrano che ci sono altri mezzi per intimorire gli avversari. Potrebbe allora essere necessario l'invio di osservatori Onu o di un vero contingente di caschi blu. Missione complicata perché non c'è una vera linea del fronte, ma città contese e accerchiate. Una strada è per il regime, quella dopo sta con i ribelli. Questioni di metri. Infine il dialogo politico. Senza l'arma della repressione, la Guida può trovarsi isolata. Ma senza la pressione militare, il regime ha buone possibilità di ricompattarsi e guadagnare in fiducia. Difficile che Gheddafi accetti di parlare - sul serio e senza i trucchi abituali - con chi ha dipinto come «traditore», «drogato», «terrorista». Vorrà scegliere gli interlocutori. Oppure accetta ma attua tattiche dilatorie, con piroette e sorprese.

La tutela - Si alternano tregue e scontri. La no-fly zone resta, magari in modo leggero. Gli alleati - probabilmente molti meno di quelli attuali - svolgono un ruolo di tutela senza colpire le forze a terra. Dei falchi senza artigli. Arduo prevedere come possa funzionare. In Iraq la no-fly zone è rimasta in vigore per anni senza reali risultati. Gheddafi, per storia e mentalità, è capace di resistere. Ha trovato - anche in questi giorni - degli aiuti, li troverà domani. La confisca dei beni all'estero ha toccato solo una parte del suo gigantesco tesoro. Può acquistare armi - in barba all'embargo -, ingaggiare mercenari, comprare governi (specie in Africa) e clan. Quindi aspetta paziente. Francia e Gran Bretagna, invece, investono nel campo ribelle fornendo anche un aiuto militare «discreto» che permetta loro di non essere sopraffatti e di mantenere quel poco che hanno. Con questa soluzione l'impegno formale è ridotto. Il coinvolgimento effettivo cambierà da Paese a Paese. E permetterà a qualcuno di avere buoni rapporti con i due nemici: cosa che sta già avvenendo. Il risultato sono instabilità e un Paese diviso.

Avanti in pochi - Gheddafi prose-gue con la strategia del terrore. Parla di tregua e poi prende a cannonate - come a Misurata - chi si è ribellato. La Francia e, probabilmente, la Gran Bretagna procedono allora da sole. Aumentano le incursioni sulle unità terrestri lealiste, varano un programma di assistenza militare in favore dei ribelli. Ieri il premier francese Fillon ha escluso l'impiego di «forze di occupazione». Ma questo non esclude il ricorso a «consiglieri» o alle forze speciali che fiancheggiano gli insorti. Indicativa l'affermazione di un sottosegretario britannico che ha ipotizzato un intervento di terra anche se non di ampie dimensioni. Le Special Forces sarebbero indispensabili per far avanzare la «rivoluzione» almeno fino a Ras Lanuf e Marsa Al Brega, i due importanti impianti petroliferi. Risorse importanti, monete di scambio. Dunque non più solo difesa ma azione congiunta. Nei cieli i caccia a dare copertura. E il «close air support» che gli Usa non sono disposti a concedere - questo è quello che hanno detto - mentre Parigi lo ha attuato fin dai primi minuti. È un piano estremo che - in teoria - dovrebbe chiudersi con la rimozione del colonnello.
Ognuno di questi scenari non risponde a tutti gli interrogativi. C'è il pericolo che il numero dei contendenti cresca. Fonti segnalano la presenza di bande armate con intenti poco chiari. Se non si trova un assetto è possibile che ci troveremo davanti a un'insurrezione permanente o a una vera guerra civile. E con buone possibilità che il colonnello rimanga al suo posto.


Guido Olimpio
23 marzo 2011




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Così l'Alleanza ha sfiorato la rottura

Corriere della sera

Lo sfogo di Rasmussen contro Parigi e Berlino I sospetti sul «doppio gioco» di Washington


ROMA - «A questo punto non si capisce per quale motivo la Nato dovrebbe continuare ad esistere così com'è, con questo assetto, con una struttura così estesa e articolata nel comando, se poi i Paesi membri non sono intenzionati ad usarla. Se qualcuno di voi mi sa dare una risposta sono in attesa...».


Quando il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha pronunciato queste parole, alzando la voce e con un visibile intento provocatorio, mettendo addirittura in dubbio l'esistenza dell'organismo che presiede, la tensione è salita al massimo livello. Parole di fuoco, almeno per gli ambienti ovattati del quartiere generale dell'Alleanza atlantica a Bruxelles, dove raramente gli ambasciatori avevano assistito ad un simile sfogo.

È una delle istantanee di due giorni fa, quando nella riunione del Consiglio, mentre le Capitali europee continuavano a litigare su chi e come e quando dovesse gestire il comando delle operazioni in Libia, negli uffici di Boulevard Leopold III si è sfiorata una crisi senza precedenti. È stato a questo punto che gli ambasciatori di Francia e Germania hanno lasciato il tavolo, in segno di protesta e visibilmente scossi per le parole dell'ex premier danese.

Sino a quel punto Rasmussen non solo aveva fatto appello alla solidarietà alleata, ma aveva lanciato una serie precisa di accuse, perché ovviamente venissero riferite ai rispettivi governi. In primo luogo sui tempi: la Nato non è ancora pronta ad assumere il comando della Nfz (no-fly zone), ci vorranno ancora alcuni giorni (almeno tre) perché questo accada, ma non perché impreparata, o per colpa dei suoi pianificatori, ma per gli «artificial roadblocks» posti a livello politico.

E fra questi immotivati blocchi politici, con toni molto duri, il danese ha puntato l'indice, oltre che contro la Turchia (le cui resistenze sono cadute ieri), contro la Germania: «È inconcepibile che la nazione che ospita gli Awacs Nato sul proprio territorio e fornisce il 40% degli equipaggi non sia disposta a lasciare che l'Alleanza utilizzi tali mezzi»; e contro la Francia: «È inconcepibile che una Nazione recentemente rientrata nelle strutture di comando integrate della Nato oggi non voglia utilizzarle per un'operazione nella quale è già impegnata». In sostanza, per il danese e i suoi militari, un controsenso.

È stato questo il picco della crisi, picco in cui nella rete della diplomazia internazionale, nei report degli ambasciatori ai rispettivi governi, qualcuno si è cominciato a chiedere a che gioco stessero giocando gli Stati Uniti: davanti a Rasmussen infatti il rappresentante americano sosteneva le ragioni di Gran Bretagna e del comando Nato, ma di fatto, era il sospetto di molti a Bruxelles, a cominciare dal nostro ambasciatore, Riccardo Sessa, girato ovviamente alla Farnesina, alcune dinamiche deponevano per un gioco delle parti con i francesi.

Ieri mattina è arrivata la svolta: all'apparente indecisione americana si è sostituita una decisione netta e chiara. Al nostro ambasciatore a Washington, Giulio Terzi, vengono girati argomenti che sposano la tesi di Rasmussen: Washington si è convinta che la posizione francese è insostenibile, che troppi Paesi hanno difficoltà a partecipare alle operazioni senza una copertura Nato, che senza un comando unico si mette a rischio l'intera operazione.

Il comando dell'Alleanza, viene aggiunto alla Casa Bianca, potrebbe però essere assorbito in una struttura più ampia, secondo il modello Isaf seguito in Afghanistan, uno schema proposto dagli americani per superare le obiezioni di Parigi e di alcuni Paesi arabi. Poco dopo i colloqui di Terzi con gli americani, di cui alla Farnesina si prende atto con soddisfazione, alla Bbc alcune fonti di Downing Street confermano che il governo britannico sta lavorando a una mediazione per adottare una struttura di comando «ibrida», modello Isaf.

Oggi sapremo se la strada della mediazione in corso in queste ore ha trovato uno sbocco, come sembrava ieri sera. Di certo all'assetto operativo, dunque al passaggio della catena di comando dagli americani ad un organismo multilaterale, si arriverà in tempi non rapidissimi. A Bruxelles infatti, ancora ieri, si diceva che un'assunzione piena di responsabilità per garantire la cosiddetta Nfz-plus (in grado di proteggere effettivamente i civili libici), cosa che prevede un'ulteriore riscrittura dei piani operativi, richiederà almeno 48-72 ore.

In ogni caso ormai la strada sembra tracciata e un rallentamento ulteriore del coinvolgimento pieno della Nato non appare più possibile, significherebbe «erodere alle fondamenta il senso stesso dell'Alleanza», sosteneva due giorni fa Rasmussen mentre gridava contro gli ambasciatori di Turchia, Francia e Germania. Oltre che a Boulevard Leopold III, ieri sera, c'erano ragioni per brindare anche a Palazzo Chigi e alla Farnesina: dopo lo smacco subito da parte di Sarkozy, con l'inizio di operazioni belliche non comunicate agli alleati, l'Italia sta per prendersi la sua piccola rivincita.


Marco Galluzzo
23 marzo 2011




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