martedì 22 marzo 2011

Attacchi israeliani a Gaza: 8 morti Tra le vittime anche due bambini

Corriere della sera

 

Aperto il fuoco contro un'abitazione in risposta al lancio di quattro razzi Qassam

 

Sale la tensione nella Striscia, dove almeno otto palestinesi sono stati uccisi in due diversi attacchi israeliani. Colpi sparati da un tank contro un'abitazione in un quartiere orientale di Gaza hanno fatto cinque vittime, tra cui due bambini. «Almeno cinque martiri sono stati uccisi dai colpi sparati contro alcuni giovani che giocavano a calcio nel quartiere di Shajaiya», vicino alla frontiera con Israele, ha precisato Adham Abou Selmiya, responsabile dei servizi d'emergenza nel territorio controllato da Hamas. Altre dieci persone almeno sarebbero rimaste ferite. L'esercito israeliano ha confermato di aver aperto il fuoco, chiarendo di aver utilizzato non l'artiglieria ma colpi di mortaio, dopo il lancio di quattro razzi artigianali Qassam verso Israele.

 

RAID NOTTURNI - Ed è di almeno tre vittime il bilancio di nuovi raid compiuti nel pomeriggio sulla Striscia e in particoalre sul quartiere di Zeïtoun. Già la notte scorsa Israele ha compiuto una serie di raid nella Striscia in risposta al lancio di missili da parte dei palestinesi. Almeno diciassette persone sarebbero rimaste ferite.

 

 

ABU MAZEN - Intanto, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, è tornato a chiedere ai dirigenti di Hamas di sostenere la sua iniziativa per il dialogo interpalestinese e ha chiesto di lasciarlo entrare nella Striscia di Gaza. Abu Mazen ha fatto queste dichiarazioni a margine di un incontro con il presidente russo Dmitri Medvedev a Mosca, secondo quanto riferisce l'agenzia Interfax.

Redazione online


22 marzo 2011

Tagliò 'a zero' i capelli alla figlia La Cassazione condanna la madre

Quotidiano.net


Per i supremi giudici imporre alla figlia il taglio dei capelli tipo tosatura è da considerarsi abuso dei mezzi di correzione


Roma, 22 marzo 2011


E’ reato imporre alla figlia il taglio dei capelli tipo tosatura. Lo sottolinea la Cassazione nel confermare una condanna per abuso dei mezzi di correzione e di disciplina nei confronti di una madre di origini nigeriane residente a Macerata, Florence I., colpevole di aver appunto costretto la figlia alla tosatura. Come ricostruisce la sentenza 11251 della sesta sezione penale fu proprio la madre, con tanto di forbici da cucina, a costringere la bambina a sottoporsi al taglio radicale dei capelli.

Per la Suprema Corte, che ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, un comportamento di questo tipo “indipendentemente dal luogo di provenienza e dall’ambito culturale della genitrice” rappresenta un vero e proprio abuso dei mezzi di correzione volto ad “affermare la propria autorita’ sulla piccola”. La mamma 54enne era gia’ stata condannata dal gip del Tribunale di Macerata il 21 febbraio 2007 in base al reato punito dall’art. 571 c.p. Verdetto confermato dalla Corte di Appello di Ancona il 10 giugno 2010.

Contro la doppia condanna la mamma nigeriana ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che per l’applicazione della condanna mancasse il “requisito dell’abitualita’, essendosi trattato di un fatto puramente occasionale” da inserirsi “in un incidente di percorso nel naturale rapporto genitore figlia” che aveva visto la sua genesi “nell’esigenza della madre di tagliare personalmente i capelli alla figlia e di usare la maniera forte per fronteggiate l’isterico e ingisutificato rifiuto della piccola”. La madre, ancora, a sua discolpa aveva fatto notare che i suoi sistemi educativi facevano parte del bagaglio culturale africano.

Piazza Cavour ha dichiarato inammissibile il ricorso di Florence I. e ha evidenziato che il reato in questione “non ha natura necessariamente abituale, sicche’ ben puo’ ritenersi integrato da un unico atto espressivo dell’abuso, ovvero da una serie di comportamenti lesivi dell’incolumita’ fisica e della serenita’ psichica del minore, che, mantenuto per un periodo di tempo apprezzabile e complessivamente considerati, realizzano l’evento, quale che sia l’intenzione correttiva o disciplinare”.







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Ti butto la bandiera in faccia»

Corriere della sera

Lite in consiglio comunale a Como dal sito Quicomo.it

La nube nucleare arriva in Europa e in Italia

Il Mattino


di Emanuele Perugini

ROMA - La nube radioattiva che si è sprigionata dalla centrale di Fukushima in Giappone è arrivata anche in Europa. Le sue prime tracce sono state rilevate dalla rete dell'Irsn francese e dall'Agenzia per la Sicurezza nucleare transalpina
La nube ha completamente ricoperto il Nordamerica e ha attraversato l'Oceano Artico e l'Atlantico. I primi lembi della nube sono ora sulla Scandinavia e per le prossime 48 ore sono attese anche in Italia.

Il Department of Atmospheric and Climate Research, The Norwegian Institute for Air Research (NILU) ha elaborato e pubbblicato un modello che spiega e visualizza la diffusione della nube radioattiva nel mondo. Il modello analizza i vari radionuclidi liberati a seguito della esplosione dei reattori delle centrali giapponesi di Fukushima e per ciascuno di essi ne traccia i profili di dispersione a breve e a corto raggio.

Quello che ha la più ampia diffusione è lo Xenon 133 un isotopo radioattivo dello Xenon che si produce proprio a seguito della rottura delle barre di combustibile nucleare.

Per il nostro paese, nessun pericolo per la salute anche se, consigliano gli esperti, sarebbe auspicabile aumentare i controlli su latte e verdura. ''Se la nube radioattiva arrivera' in Italia sara' necessario intensificare i controlli sulle colture agrarie.

Se infatti e' vero che le piogge diluiscono le concentrazioni di radionuclidi, e' vero pure che se si depositano sulle colture fanno massa e possono aumentare il background radioattivo naturale'' spiega a www.climascienza.it Ettore Capri, esperto internazionale di contaminanti degli alimenti che insegna all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Martedì 22 Marzo 2011 - 18:10




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La doppia morale di Ambra e della sinistra: "Toccate la vita privata del Cav, ma non la mia"

di Andrea Indini



Ambra pizzicata abbracciata con un altro uomo. Lo scoop esce su Chi. E i soloni della sinistra gridano allo scandalo. Il Fatto: "Se sei distante dal pensiero dominante berlusconiano, scatta la rappresaglia". Ma è la solita doppia morale. Perché le stesse regole non valgono per il Cav?



E' la solita doppia morale dei soloni della sinistra. Se i riflettori e i teleobiettivi dei guardoni sono puntati sulle mura patrizie di Silvio Berlusconi va tutto bene. Se, invece, ad essere pizzicato è uno di loro, allora si grida alla violazione della privacy: "La vita privata non si tocca!".
Questa volta è stato uno scoop su Ambra Angiolini pubblicato da Alfonso Signorini a scatenare l'indignazione dell'intellighenzia rossa che ha prontamente accusato il direttore di Chi di vendicarsi dell'attrice perché era stata ospitata da Michele Santoro ad Annozero. Vanity Fair ha subito raccolto il piagnisteo dell'Angiolini ferita per dare contro al bruto Signorini: "Ti trovi in copertina, con foto paparazzate e l'insinuazione che hai una storia con un altro. Che non è il tuo compagno e il padre dei tuoi figli". La copertina di Chi, Ambra se l'è guadagnata proprio perché era stata pizzicata tra le braccia del collega Pier Giorgio Bellocchio. I soliti paparazzi, il solito servizio. Niente di ché. Su certi servizi il settimanale di Signorini ci campa. Amori che nascono e amori che finiscono: Chi non è né National GeographicFamiglia cristiana.
Eppure qualcosa non va. La copertina di Chi manda su tutte le furie certi soloni della sinistra che si lanciano a difendere l'ex starlette di Non è la Rai. "Se hai fatto un percorso distante dal pensiero dominante berlusconiano - scriveva il Fatto - se poi sei scesa in piazza contro il 'puttanaio' dell’inquilino di Palazzo Chigi, se poi ti sei esposta ad Annozero contro il carrierismo a colpi di prostituzione, allora scatta la rappresaglia". Insomma uno scoop sulle effusioni amorose dell'Angiolini su un marciapiedi del centro di Roma si trasforma nella ghiotta occasione per un'invettiva anti Cav. "Mi viene da ridere - ribatte Signorini - al pensiero che Ambra, considerata fino a qualche anno fa emblema della tv trash formato lolita, possa essere diventata d'un tratto idona della sinistra, semplicemente perché si è presentata in un programma di sinistra a parlare male di Berlusconi". Ad Annozero la Angiolini aveva detto: "Ormai sembra che tutto si debba chiedere a Berlusconi. La società si ammala per questo motivo". Alla sinistra basta davvero così poco (un film di Ozpetek e un sermone da Santoro) per trasformarla in una icona intoccabile? Pare proprio di sì.
Da mesi villa San Martino, la residenza privata del Cavaliere, è sotto i riflettori della procura milanese e della stampa di sinistra. "Quello che sarebbe successo tra le mura di Arcore ci è stato raccontato in ogni dettaglio fino alla nausea - spiega il direttore di Chi - nessuno ha trovato niente da ridire, pur su un caso di palese violazione della privacy". Ora, invece, per Ambra il Fatto conia addirittura il "metodo Signorini". "Per quale ragione quel che un'attrice fa sul marciapiede del centro di Roma davanti agli occhi di tutti diventa per questi signori d'un tratto impubblicabile? - si chiede Signorini - Ficcare in casa degli altri sì e guardare quel che succede alla luce del solo no?".
Francesco Renga parla di "sciacalli". Ce l'ha con la redazione di Chi. Il Fatto accusa Signorini di pubblicare le notizie che gli fanno comodo. E' la solita doppia morale della sinistra cui da tempo - purtroppo - siamo abituati.




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Partito troppo personale: lascio Idv»

Corriere del Mezzogiorno


Nicola Tranfaglia rompe con Di Pietro: «Mi hanno pure sospeso i rimborsi per l'attività di formazione»



Nicola Tranfaglia
Nicola Tranfaglia


NAPOLI - Lo storico Nicola Tranfaglia dice addio all’Italia dei Valori: il Responsabile nazionale per la Cultura, l’Istruzione e la Ricerca del partito affida ad una nota su face book il suo addio a Antonio Di Pietro. Napoletano, storico e giornalista di grandissimo rilievo, Tranfaglia è un punto di riferimento per il mondo della storiografia italiana. Un addio con polemiche il suo: la nota infatti è infarcita di accuse nei confronti dell’ex pm: «Purtroppo – scrive Tranfaglia - ho dovuto verificare come le speranze mie e dei simpatizzanti dell’Italia dei Valori fossero, a dir poco, eccessive e mal risposte.

Ho conosciuto bene in questi anni il partito fondato da Di Pietro e ho dovuto constatare che, pur avendo al suo interno sinceri riformatori, è rimasto ahimè un partito troppo personale, o meglio un partito personale e familiare, governato con pugno di ferro dall’ex pm di Milano e da una schiera di amiche e parenti di ogni ordine e grado. Con criteri interni di governo, quel che è peggio, che nulla hanno a che fare con il merito individuale e la competenza e, tanto meno, con quella parità dei punti di partenza, che dovrebbe restare il sale di un partito politico moderno».

LA ROTTURA - Tranfaglia ricostruisce il suo ultimo anno, trascorso ricoprendo la carica affidatagli da Di Pietro: «Ho accettato con il solito entusiasmo, convinto – racconta lo storico - che perché il partito facesse un salto di qualità, avendo iniziato come un movimento, avesse bisogno di formare i giovani come futura nuova classe dirigente. Ho fondato perciò scuole di formazione politica e culturale per i giovani e l’iniziativa, del tutto gratuita per studenti e professori, ha avuto un indubbio successo, con un primo esperimento a Roma frequentato da una sessantina di giovani.

Quindi ho pensato di farne una Scuola Nazionale, con più di duecento persone. In quell’occasione Di Pietro, in un primo tempo, non ha voluto finanziare la Scuola ma, quando ha constatato l’ entusiasmo evidente dei destinatari, ha deciso di aggiungere alcune (non tante) risorse del partito a quelle dei capi - gruppo di Camera e Senato, Donadi e Belisario, che avevano subito capito l’idea e l’avevano finanziata. La Scuola di formazione ha riscosso un grande successo presso le nuove generazioni e in seguito sono nate su quell’esempio varie scuole regionali a cui ho partecipato».

Ma a un certo punto, improvvisamente, tutto è cambiato: «Dopo tutto questo impegno – ricorda Nicola Tranfaglia - come un fulmine a ciel sereno, poco più di un mese fa, la Tesoriera Nazionale, Silvana Mura, è venuta nel mio studio, nella sede centrale del partito, e, senza nessuna spiegazione, mi ha comunicato che il presidente del partito d’accordo con lei, aveva deciso di sospendere a tempo indeterminato il mio esiguo rimborso spese mensile, per improvvise difficoltà economiche. Quasi grottesco è stato l’ultimo colloquio con Di Pietro: gli volevo spiegare la strategia culturale che avevo in mente per il partito, ma lui mi ha interrotto dicendomi che non era il caso di discuterne perché non era quella una priorità e che a proposito di strategie lui non aveva niente da imparare».

Carlo Tarallo
21 marzo 2011




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Cina 'apre' a Grana-prosciutto Parma

Ricordate gli scontri del 14 dicembre? Il ragazzo del casco andrà a giudizio

di Redazione


Dopo tre mesi il pizzaiolo che colpì uno studente con un casco durante la manifestazione studentesca sarà processato con rito immediato.


Roma - Il 14 dicembre scorso, durante una manifestazione studentesca, un ragazzo colpisce alla testa Cristiano, 15 anni, procurandogli una frattura nasale scomposta. Un video pubblicato su YouReporter.it lo riprende tra la folla e poi mentre aggredisce lo studente in pieno centro a Roma. Ora Manuel De Santis, che confessò qualche giorno dopo, è stato rinviato a giudizio con rito immediato. Ad ottenere il processo, che comincerà il 3 maggio prossimo è stato il pm Luca Tescaroli. De Santis, difeso dall’avvocato Tommaso Mancini, dovrà rispondere di lesioni gravi nei confronti di Cristiano. Il video mostra che il ventenne pizzaiolo ha colpito con il casco anche un’altra persona, che non ha sporto denuncia.

De Santis si autodenunciò Il giovane si era autodenunciato all’indomani dei fatti scrivendo alla Procura sostenendo di aver colpito Cristiano nel tentativo di evitare disordini e il lancio di oggetti contro le forze dell’ordine. Nella missiva De Santis si era assunto responsabilità dell’episodio e aveva chiesto, insieme con la famiglia, di incontrare privatamente Cristiano e i suoi genitori. Prima della confessione le ipotesi sulla sua identità si erano susseguite e qualcuno aveva persino ipotizzato che fosse un "infiltrato" della polizia o un black block. 



Il video che lo inchioda





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La Bindi che non t'aspetti: avevo un fidanzato e piaceva a mia nonna...

di Redazione

La Bindi si racconta: "Ho avuto due o tre innamorati. Nessuno mi ha mai lasciata, piuttosto non mi lascio prendere..." 








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Il leader dei verdi europei va all'attacco di Vendola: è un vecchio comunista

di Francesco Maria Del Vigo


Daniel Cohn-Bendit, leader verde europeo ed ex sessantottino, attacca duramente la sinistra che difende Gheddafi: "Sono prigionieri delle idee marxiste-leniniste"









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L'ipocrisia di Sarkozy A ottobre voleva vendere il nucleare a Gheddafi

di Clarissa Gigante


Lo scorso ottobre l'ex ministro dell'Industria francese ha firmato un accordo con la Libia. Liberation accusa: "E' giusto vendere energia atomica a un dittatore?"


Oggi Sarkozy guida l'attacco contro Gheddafi, ma solo cinque mesi fa stringeva un accordo con il regime del raìs per "una cooperazione strategica in ambito di trasporto, sanità, costruzioni, idrocarburi e energia nucleare civile". Lo rivela Liberation, che ricorda il viaggio in Libia lo scorso ottobre dell'ex ministro dell'Industria Christian Estrosi. Oggi il predecessore di Eric Besson nega e sostiene di essere andato nel Paese per portare un Airbus alla compagnia aerea Air Libya, ma le agenzie Reuters citate dal quotidiano francese parlano chiaro. 

Liberation ricorda che già nel 2007 Areva, la multinazionale francese di proprietà dello Stato leader nel campo dell'energia nucleare, aveva provato a vendere un reattore nucleare che serviva per la desalinizzazione dell'acqua di mare per renderla potabile. Una situazione che, come aveva denunciato il sito Bakchich.info, poteva dare l'avvio a "progetti di sviluppo legati all'utilizzo pacifico dell'energia nucleare". La vendita fallì. Lo scorso ottobre, invece, l'accordo parlava di un reattore "di piccole dimensioni", sostiene Estrosi. Nonostante la situazione attuale e il timore che non si trattasse di nucleare a scopi civili, l'ex ministro insiste: "Il governo mi ha inviato in Iraq, in Libia, in Egitto o in Tunisia a fare il mio mestiere e a sostenere le imprese francesi".

Nucleare a uso civile, certo, ma l'incidente di Fukushima dimostra come anche quello non è esente da rischi. E, sottolinea il quotidiano francese "Affidare del nucleare, anche civile, a un dittatore pronto a tutto per conservare il proprio potere e, più in generale, vendere centrali a paesi molto instabile, toccati dalle guerre, può preoccupare parecchio". Eppure oggi il ministero dell'Industria afferma di non seguire più questo accordo. Intanto i principali siti di informazione francesi glissano sulla crisi internazionale che si è aperta dopo gli attacchia alla Libia. 






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Afghanistan, soldati americani posano sorridenti vicino ai cadaveri

Il Mattino


WASHINGTON - Violenze che rievocano quelle del carcere iracheno di Abu Ghraib tornano a offuscare l'immagine dei soldati americani. Questa volta si riferiscono all'Afghanistan, e riguardano cinque soldati accusati non solo di aver ucciso civili, ma anche di aver vilipeso i loro cadaveri.

Sugli episodi, che si riferiscono al 2010 e che finora erano stati mantenuti segreti, l'Esercito Usa aveva già avviato un'inchiesta, e i soldati in questione sono già stati identificati e formalmente incriminati. Tuttavia sono emerse per la prima volta fotografie sugli episodi di cui sono accusati che provocano non poco imbarazzo ai comandi dell'Esercito Usa.

Il settimanale tedesco Der Spiegel ha ottenuto e pubblicato tre fotografie che appaiono inequivocabili. La prima mostra due afghani, apparentemente morti, appoggiati a un palo, forse legati. Le altre due foto mostrano due soldati nell'atto di chinarsi accanto al corpo di un afghano morto che viene trascinato per i capelli. Il cadavere è vestito con abiti civili. Uno dei soldati lo tiene per i capelli, e sorride.

video


I due soldati che si trovano accanto al cadavere - hanno reso noto fonti dell'Esercito Usa - sono Jeremy Morlock, di Wasilla, Alaska, già accusato di aver ucciso altri civili afghani, e Andrew Holmes, nei confronti del quale sono state mosse accuse analoghe. Anche lui è chinato accanto al cadavere, e lo trascina.

Nei loro confronti è già stata avviata un'inchiesta, così come nei confronti di altri tre soldati americani della Stryker Brigade, impiegata in Afghanistan dall'estate del 2009 all'estate del 2010. Tutti i soldati finiti sotto inchiesta appartengono alla 2/a Divisione Fanteria.

L'Esercito Usa ha chiesto scusa, e ha espresso preoccupazione. La pubblicazione delle foto può ulteriormente aggravare i non facili rapporti con la popolazione afghana. Per questo motivo gli ufficiali Usa avevano cercato di impedire che queste immagini, scattate evidentemente da altri soldati, venissero mostrate in pubblico.

Indagini erano state avviate fin dal maggio dello scorso anno per accertare se i soldati Usa impegnati in Afghanistan abbiano altre immagini compromettenti custodite nei loro computer o nei loro cellulari. In una dichiarazione, il portavoce dell'Esercito, colonnello Thomas Collins, ha definito le immagini «ripugnanti»: l'Esercito si scusa «per il disturbo che queste foto possono arrecare, che sono in assoluto contrasto con la disciplina, la professionalità e il rispetto che hanno caratterizzato il comportamento dei nostri soldati. Temiamo - ha aggiunto - che questo genere di cose possa mettere a rischio le forze della coalizione, e minare le nostre relazioni con il popolo afghano».

Martedì 22 Marzo 2011 - 11:21    Ultimo aggiornamento: 11:32

Nocera, il postino non postino: denunciati marito e moglie

Coppietta finisce nel mirino dei rapinatori maestro di karate li mette ko: è indagato

Casa Ater della Polverini, esposto su via Bramante

Corriere della sera


La procedura di sfratto era stata bloccata dal commissario nominato dalla presidente. Ora è ripartita



ROMA - Chi abita realmente in via Bramante, nella casa dell'Ater dove Renata Polverini ha vissuto abusivamente per 15 anni, fino al 2004? È questa la domanda a cui probabilmente sarà chiamata a rispondere la procura di Roma. Secondo le indiscrezioni, alcuni dipendenti dell'azienda delle case popolari starebbero predisponendo un esposto da presentare a Piazzale Clodio per cercare di fare chiarezza su una situazione che si fa ogni giorno più misteriosa.

«Non vivo più lì e io e mio marito siamo separati di fatto (ma non legalmente, ndr)», si è difesa la presidente della Regione, che comunque ha vissuto in quell'appartamento anche quando era proprietaria di altri immobili e quando il proprio reddito familiare era ben superiore ai limiti di legge per ottenere l'alloggio pubblico. Oggi nella casa popolare all'Aventino (380 euro di canone, compresa «l'indennità di occupazione abusiva») dai documenti risulta residente il marito Massimo Cavicchioli, già sfrattato dall'ente perché non in possesso dei requisiti. Lo sfratto però è stato misteriosamente bloccato in pratica proprio quando alla guida dell'Ater è arrivata Stefania Graziosi, nominata commissario da Renata Polverini.

La casa dell'Ater di Renata Polverini

In realtà però in quell'appartamento risulta residente anche un'altra persona: S.C., cittadina inglese di 53 anni. Secondo i vicini invece non si vede spesso da quelle parti Massimo Cavicchioli. «Forse abita da qualche altra parte», insinua qualcuno. Era già successo in passato che avesse dato in prestito ad altre persone l'appartamento (cosa vietata dalla legge ed è anche questo uno dei motivi per cui in passato era stato avviato lo sfratto). In ogni caso, essendo ancora sposato agli effetti di legge con Renata Polverini, Cavicchioli sfora ampiamente i tetti di reddito e disporrebbe, almeno in teoria, della casa della moglie. «Se ci si fidasse delle separazioni di fatto, qualsiasi coppia potrebbe eludere la legge per mantenere la casa pubblica, pur avendone un'altra di proprietà. E un'amministratrice attenta come la presidente della Regione, dovrebbe saperlo bene», spiega uno dei dipendenti dell'Ater che sta preparando l'esposto alla procura.

L'assessore regionale alla casa, Teodoro Buontempo, proprio il giorno prima che scoppiasse lo scandalo, aveva annunciato insieme alla Polverini: «Cacceremo i furbi dalle case Ater». Poi Buontempo è scomparso: non un commento, telefonino staccato da giorni. E adesso, secondo il nuovo commissario Bruno Prestagiovanni, l'iter dello sfratto è ripartito. Ma la polemica non si placa: «Buontempo renda pubblici tutti i documenti sulla casa di via Bramante», chiedono Esterino Montino, del Pd, e Luigi Nieri, Sel.


Paolo Foschi
22 marzo 2011





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Quel giorno in tv cambiò il Paese

Corriere della sera


Veltroni: «10 giugno 1981, l'agonia di Alfredino e il sequestro di Roberto Peci»



La folla intorno al pozzo in cui cadde e morì Alfredino
La folla intorno al pozzo in cui cadde e morì Alfredino
Il 10 giugno del 1981, alla stessa ora, le 19,in Italia spariscono due persone. Un bambino, e il fratello di un brigatista pentito. Alfredino Rampi e Roberto Peci. L'uno inghiottito da un pozzo che lo imprigiona, l'altro sequestrato dai terroristi che applicano la logica della vendetta mafiosa su un familiare del «traditore». L'agonia del bambino avverrà in diretta televisiva; ma anche l'esecuzione di Peci sarà filmata dalle Br. Due morti pubbliche. Presagio di una stagione per certi versi non meno terribile degli anni di piombo che l'hanno preceduta.

Parte da qui il nuovo libro di Walter Veltroni, L'inizio del buio. Alfredino Rampi e Roberto Peci soli, sotto l'occhio della tv, che Rizzoli pubblicherà nei prossimi mesi. «Sono due storie straordinarie, che tutti gli italiani ricordano - racconta Veltroni -. Per mesi ho parlato con le persone interessate, ho consultato fonti, visto documenti televisivi. Alfredino cade, giocando, in un pozzo e si ferma a trentasei metri, completamente incastrato e senza la possibilità di muoversi. Per tre giorni si cercheranno tutti i modi per liberarlo. Tra errori e generosità estreme, tra lo strazio delle urla di quella creatura e il rumore ossessivo di una trivella che, in lotta con il tempo, scava un pozzo parallelo, si consumerà la vita di quel bambino che tutti gli italiani hanno amato, la cui voce è nella coscienza di tutti quelli che l'hanno ascoltata. Perché quella vicenda cambiò anche la storia della comunicazione».

Il libro di Veltroni ricostruisce una diretta interminabile - diciotto ore -, l'ansia di venti milioni di persone davanti ai televisori durante la notte, «la convinzione diffusa che la scienza, la stessa che aveva portato un uomo sulla luna, sarebbe riuscita a tirare fuori quel cucciolo d'uomo da un buco della terra. Nel tessuto "narrativo" di quella storia non poteva non esserci l'happy end. Si costruì spontaneamente l'attesa, di ora in ora, di un finale liberatorio; fino, invece, alla rivelazione di una verità inaspettata, alla resa, e alla morte di Alfredo. Sotto la terra quel bambino soffriva e si affannava a sopravvivere; sopra, sembrava di assistere alle scene finali di Otto e mezzo di Fellini, tra nani e televisioni, fotoreporter e tipi filiformi. Protagonismo e altruismo si incrociarono e si fusero, sotto l'occhio di un'unica telecamera che ipnotizzò il Paese in una drammatica esperienza psicologica di massa».

Una foto di archivio del presidente della Repubblica Sandro Pertini accanto al pozzo nel quale  cadde Alfredino Rampi
Una foto di archivio del presidente della Repubblica Sandro Pertini accanto al pozzo nel quale cadde Alfredino Rampi
Veltroni vede nella vicenda il simbolo di un cambiamento psicologico del Paese, in antitesi alla vulgata che vede nell'inizio degli anni Ottanta un'epoca di ottimismo, di energia, di spensieratezza. «Per me quei giorni sono anche la fine della fiducia assoluta nello "sviluppo", della certezza rassicurante nel futuro, nella tecnologia, nelle istituzioni. Una sconfitta collettiva, in una storia - un bambino solo chiuso in un antro nero - che evocava paure ancestrali e piegava, sotto i colpi di quella "voce da passero" come la chiamò sul Corriere della Sera Giulio Nascimbeni, il cuore e le certezze di un Paese intero. È anche la storia di un padre e di una madre fantastici. Di una donna, in particolare, che mostrò forza e tenerezza, imponendo un'idea nuova del rapporto tra maternità e dolore: un'idea della donna italiana del tutto lontana dagli stereotipi classici».

Sono giorni particolari, in Italia, quelli della primavera del 1981. «Solo un mese prima, una mano misteriosa ha armato un turco che ha macchiato di sangue la tonaca bianca del Papa a San Pietro - rievoca Veltroni -. Sta esplodendo, proprio in quelle ore di giugno, la vicenda P2, che considero il golpe bianco italiano. Per la prima volta, sempre quel 10 giugno, un uomo politico che non appartiene alla Dc, Giovanni Spadolini, si accinge con successo a formare un governo. E sono giorni in cui le Br, al loro tramonto, impazzite e divise, lanciano la loro ultima sfida sequestrando in contemporanea quattro persone. Roberto Peci, 24 anni, viene rapito a San Benedetto del Tronto e portato nella notte a Roma. Sarà ucciso dalle belve delle Brigate rosse, legato e incappucciato, cinquantatré giorni dopo. Un ragazzo solo, in mano a delinquenti che stanno perdendo persino la memoria delle loro ragioni rivoluzionarie. Un ragazzo che sta per diventare, di lì a cinque mesi, padre di una bambina, Roberta, che non conoscerà mai. Le Br per la prima volta decidono di "mediatizzare" totalmente una loro azione, riprendendo con una telecamera a colori il disumano interrogatorio di Roberto, che si conclude con l'annuncio della sua condanna a morte. Tempo di lupi e di barbari, che non bisogna dimenticare: è la memoria l'unico farmaco collettivo per combattere il virus della violenza, dell'odio, della trasformazione delle persone in simboli da abbattere. Un essere umano è il mondo intero. In fondo a un pozzo o legato a una brandina».

Il titolo del libro evoca una condizione che, secondo l'ex segretario Pd, non è ancora finita. «Quei giorni di giugno sono davvero stati per me "l'inizio del buio" nel quale siamo ancora oggi immersi. Spettacolarizzazione, violenza cieca, irruzione nella sacralità della vita e della morte degli individui. E tramonto delle speranze. Quel bambino disperato è stata una nostra Caporetto moderna, quel ragazzo torturato la dimostrazione di dove anche il nostro Paese, figlio di Dante e Leopardi, può arrivare; se perde umanità, senso della comunità, rispetto della vita degli altri».


Aldo Cazzullo
22 marzo 2011



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Gb: presa in giro perché ha la voce simile a Spongebob, ottiene 160mila euro di danni

Corriere della sera


Un'impiegata brasiliana, Licia Faithful, ha ottenuto il risarcimento dopo le molestie subite in ufficio








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Notte di raid. E Gheddafi attacca i ribelli Precipita un F15 americano, salvi i piloti

Corriere della sera

 

Colpiti obiettivi a Tripoli e Sirte. Le truppe del Colonnello puntano su Zintan e Misurata. Arrestati tre giornalisti

 

MILANO - Mentre la diplomazia internazionale continua a discutere sull'evoluzione della crisi libica, con l'Italia che chiede con forza il passaggio alla Nato del comando delle operazioni, la Libia è uscita dalla terza notte consecutiva di bombardamenti aerei. E in mattinata le forze fedeli a Gheddafi hanno sferrato un nuovo attacco contro le posizioni degli insorti a Zintan, cittadina a 120 chilometri a sud-est di Tripoli, attaccata con armi pesanti, secondo quanto riferito dalla tv araba Al Jazeera. E altri attacchi sono stati riferiti dalla Bbc nella città di Misurata, dove testimoni citati dalle tv parlano di tank in azione. Tra le vittime di questi ultimi ci sarebbero anche quattro bambini, uccisi da un colpo sparato da un carroarmato che ha centrato l'auto su cui viaggiavano. Un portavoce dei ribelli ha parlato di un bilancio parziale di 40 vittime e di almeno un centinaio di feriti: «Le brigate di Gheddafi continuano a sparare - ha spiegato alla tv araba Al Arabiya - ed usano i civili come scudi umani».

 

L'F15 PRECIPITATO - C'è poi la segnalazione del Daily Telegraph di un aereo da guerra americano, un F-15E Eagle, precipitato, sembra per un guasto. Uno dei due piloti, riuscito a catapultarsi fuori dal velivolo, è stato poi salvato dai ribelli; l'altro è stato recuperato nei minuti successivi da forze della coalizione. La notizia è stata data da un corrispondente del quotidiano in Libia ed è poi stata confermata anche dall'Africa Command, il comando militare Usa delle operazioni in Libia, che ha parlato di «avaria tenica».

 

I RAID NOTTURNI - Nel mirino dei raid aerei condotti durante la notte erano finiti soprattutto obiettivi legati alla difesa aerea libica a Tripoli e Sirte. Si sono uditi colpi di contraerea seguiti da esplosioni anche a Bab al-Aziziya, la zona in cui si trova anche il bunker di Gheddafi, colpita la notte prima da alcuni missili, che hanno distrutto un edificio che ospitava un centro di «comando e controllo» delle forze libiche. La televisione di Stato libica ha accusato la Danimarca dell'attacco di domenica, da cui gli Usa avevano preso le distanze spiegando di non avere tra gli obiettivi l'eliminazione del Colonnello (di cui si auspica tuttavia l'abbandono del potere, spontaneamente o sulla base delle spinte da parte della popolazione libica). «L'offensiva contro Bab al-Aziziya è stata comandata dalla Danimarca», ha riferito l'emittente, leggendo un comunicato in inglese, citato dalla Bbc.

 

SCUDI UMANI VOLONTARI E NO - Proprio attorno all'area in cui risiede il Rais si stanno alternando alcuni sostenitori che si sono resi disponibili a fare da scudi umani per indurre gli aerei della coalizione a non sganciare bombe. Ma si parla anche di civili costretti a radunarsi nei pressi degli obiettivi a rischio contro la loro volontà. Non solo: anche i giornalisti stranieri verrebbero utilizzati allo scopo. Il Times di Londra rivela che un attacco è stato annullato dopo che alcuni reporter sono stati condotti nella zona del bunker del rais apparentemente con lo scopo di far constatare loro la situazione. Manifestazioni a sostegno di Gheddafi, in ogni caso, si susseguono quotidianamente nella capitale.

 

GLI ALTRI OBIETTIVI - I raid della coalizione internazionale hanno colpito anche una base navale situata 10 chilometri a est della capitale, dove sarebbe scoppiato un incendio, secondo quanto riferito da diversi testimoni. Le forze armate statunitensi hanno invece annunciato di avere lanciato 20 missili Tomahawk nelle ultime 12 ore. Complessivamente sono 159 i missili Tomahawks lanciati da Stati Uniti e Regno Unito nell'ambito dell'operazione militare avviata sabato scorso dalla coalizione internazionale.

 

«ROVESCIARE GHEDDAFI» - Sul fronte politico, intanto, arriva la netta presa di posizione di Ibrahim Dabashi, numero due della missione libica all'Onu e tra i primi a defezionare già all'inizio della rivolta, intervistato a New York dal Tg3: secondo il diplomatico, la prima cosa da fare in Libia è «delegittimare il regime di Gheddafi e ottenere il riconoscimento del consiglio di transizione nazionale quale unico rappresentante del popolo libico». Dabashi ha confermato l'esistenza di un «coordinamento tra la coalizione e la gente a Bengasi, specialmente tra i comandi militari», ma anche a New York dove «siamo in contatto con i paesi coinvolti nel bombardamento». Dabashi, ora passato dall'altra parte, ha comunque fatto parte dell'establishment e il rais lo conosce bene: «Gheddafi vive come un topo che costruisce tane sotterranee. E sempre, anche quando sta a casa sua, la sua priorità è di avere a disposizione vie di fuga verso l'esterno da dove fuggire quando è in pericolo. Ma alla fine non potrà scappare, finirà nelle nostre mani o verrà ucciso».

 

«MA DECIDANO I LIBICI» - Una replica indiretta a Dabashi arriva da Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba: «Resto dell'idea che sia giusto impedire che vengano uccisi i civili e che a decidere la permanenza al potere di Muammar Gheddafi debba essere il popolo libico e non altri - ha detto al quotidiano arabo Al Hayat -. Il nostro non è stato un passo indietro, vogliamo proteggere i civili libici e lasciare loro la libertà di scelta, ma al contempo non vogliamo che vengano attaccati. Per questo vogliamo la no-fly-zone e l'applicazione delle risoluzioni dell'Onu».

 

LA MISSIONE DEI TORNADO - Intanto l'Aeronautica italiana comunica che si sono concluse «positivamente» le «missioni di "accecamento"» dei siti radar libici condotte dai Tornado Ecr di stanza a Trapani. «Il positivo esito di una missione Sead (acronimo che sta per soppressione dei sistemi di difesa aerea, ndr) può essere di fatto conseguito anche in funzione di deterrenza, quando nell'ambito di un'operazione aerea complessa non viene rilevata la necessità di utilizzare l`armamento in dotazione al velivolo in quanto i sistemi radar presenti sul territorio ostile vengono appositamente spenti per non essere localizzati e successivamente colpiti, ha spiegato l'Aeronauitica italiana. «Ciò rende di fatto inoffensivi, come accaduto in queste prime missioni dei Tornado italiani, i sistemi di difesa aerea».

 

GIORNALISTI ARRESTATI - Mentre lunedì il New York Times ha annunciato il rilascio dei quattro suoi giornalisti fermati la scorsa settiamna, arriva oggi la notizia della formalizzazione dell'arresto di due reporter dell'agenzia France Presse e un fotografo della Getty Images, fermati il 19 marzo nella zona di Tobruk. La conferma è arrivata dal loro autista. I giornalisti dell'Afp sono Dave Clark (britannico) et Roberto Schmidt (con doppio passaporto colombiano e tedesco) e il corrispondente americano di Getty Joe Raedle . L'autista, Mohammed Hamed, tornato domenica sera a Tobruk ha spiegato di aver preso a bordo i tre uomini venerdì mattina a Tobruk, città controllata dai ribelli, per accompagnarli sulla strada che porta a Ajdabiya. A poche decine di chilometri da Ajdabiya la loro auto ha incrociato una colonna di mezzi militari libici che li ha costretti a fermarsi. Fatti scendere sotto la minaccia delle armi i tre hanno cercato di spiegare di essere giornalisti (Dave Clark, gridava «sahafa, sahafa» (stampa, stampa), racconta l'autista). I tre giornalisti sono quindi stati fatti salire su un mezzo militare e portati via verso una destinazione sconosciuta.

 

Redazione Online
22 marzo 2011

Perché dalla guerra noi abbiamo soltanto da perdere

di Redazione


Ci assicurano che Gheddafi non ha missili per colpirci e che perciò possiamo stare tranquilli. Bè, a me non basta per accettare l’idea di fargli la guerra. Ho letto le ragioni invocate per la campagna militare: i motivi umanitari, la crudeltà del rais, il futuro della gioventù araba, ecc. Egualmente, da cittadino comune, non capisco perché l’Occidente si creda in diritto di attaccare la Libia e meno che mai mi rallegro che l’Italia guidata da Berlusconi si sia allineata alla decisione.

Gheddafi è un comune tiranno arabo come tanti nella regione. Lo è da 41 anni, è stato mandante della strage di Lockerbie e nella discoteca tedesca. Da diversi anni ha però scelto la legalità internazionale e i suoi uomini siedono nel consigli di amministrazione dell’Occidente. Dunque, dargli del terrorista oggi che non lo è più, è un controsenso e non giustifica la guerra. Quella libica è una tirannia? Non lo è anche quella siriana, iraniana, sudanese, solo per stare negli immediati dintorni. Che si fa, si bombarda tutti?

Si dice: il rais sta combattendo i suoi stessi connazionali. Ma che deve fare uno Stato se un gruppo di cittadini si ribella, non con manifestazioni di piazza come in Tunisia e in Egitto, ma con bombardamenti e cannonate come in Cirenaica? Non ha forse il diritto - e l’obbligo morale verso il Paese - di riportare l’ordine? Si chiamano guerre civili e ci sono passati tutti. In primis, europei e americani che oggi in Libia si ingeriscono, come se l’avvenimento fosse inaudito, in nome dell’emergenza umanitaria. Per tacere dei morti che la «pacificazione» porterà con sé.

Ma poi su che basi il galletto francese e gli altri Rambo scelgono di appoggiare i ribelli anziché i seguaci del leader libico? Secondo quale criterio gli uni sono i buoni e gli altri i cattivi? Se parliamo di numeri, tutto fa pensare che i sostenitori del rais siano la maggioranza del Paese e allora con quale raziocinio noi stranieri dovremmo appoggiare una minoranza? Perché si rivoltata contro Gheddafi che a noi non piace? Ma a tanti libici piace. Oppure perché ci siamo fitti in capo che sono giovani, navigano su internet e sognano una democrazia all’occidentale?

È quello che ha detto con ciglio bagnato Napolitano parlando di un «nuovo risorgimento del mondo arabo» che va protetto come una primula dal gelo. Chissà a quali fonti esclusive si è abbeverato il presidente, visto che l’intera vicenda libica è dominata dalla disinformazione. Noi, meno privilegiati di lui, ci limitiamo a ricordare che, appena conquistata la loro fetta di sabbia, gli insorti hanno proclamato un Califfato vattelappesca. Il che, con buona pace di Napolitano e Sarkozy, la dice lunga sulla china delle cose.

Gheddafi è tacciato di inaudita crudeltà. Quello cui l’Onu aveva affidato la commissione sui diritti umani - e che ora vuole morto - è da qualche settimana il «sanguinario» dittatore. Lo dicono gli inviati tv sul posto che, scomposti ed eccitati, hanno cercato di convincerci che in Cirenaica sia in corso la conta finale tra Bene e Male. Dunque, giusto abbatterlo. Che il rais sia un poco di buono non ci piove. Ma se il criterio è quello delle mani grondanti, che dire allora del suo vicino, il despota sudanese Al Bashir? È quello del decennale genocidio dei suoi compatrioti nel Darfur: 300mila morti, 2,5 milioni di profughi. Se è lo spirito umanitario a guidare Sarkozy & co. in Libia perché non spingersi fino a Khartum e dare una lezione anche a quel tirannello islamico? Perché solo Gheddafi? Petrolio e vite da salvare ci sono anche altrove. Ma loro, chissà perché, puntano a Tripoli.

L’errore del rais è stato privilegiare Silvio Berlusconi. Il Cav lo ha tanto imbambolato che quello ci ha riempito di idrocarburi e annessi. Può darsi che al fondo dell’eccitazione bellica del galletto parigino ci sia l’invidia per quei trafficoni di italiani. Ciò che è certo, è che la guerra alla Libia è un attacco all’Italia e ai suoi interessi. Noi a Tripoli ci stavamo benissimo. Eravamo i primi partner commerciali, dopo avere sepolto il passato con un trattato di imperitura amicizia tra ex colonizzatori e colonizzati. Con la guerra, abbiamo perso tutti i vantaggi e si riparte da zero. Prima di bastonare il rais, i franco-anglo-americani hanno dunque randellato noi. Sa perciò di beffa l’attuale alleanza con chi ci ha turlupinato. Il governo spiega che è necessario partecipare alla guerra - aldilà delle fanfaluche umanitarie - per sedere al tavolo della pace e spartire il bottino. Ma, in ogni caso, sarà meno di ciò che già avevamo.

Non sarebbe stato meglio mediare tra Occidente e Libia, fare capire che non si entra in casa altrui a capriccio solo perché si ha la bomba più grossa? Magari andando incontro a qualche attrito con Obama e il galletto ma facendoci rispettare. Certo, i palestrati avrebbero egualmente fatto di testa loro, ma sapendo che gli stavamo col fiato sul collo. Tanto più che eravamo in ottima compagnia con la Germania che all’Onu si è astenuta. Potevamo dichiararci neutrali anche noi, in coerenza con i nostri sentimenti e con gli interessi calpestati. Insomma, mettere almeno il broncio. Invece, ci siamo precipitati a sospendere il trattato di amicizia col rais, in vigore da pochi mesi, rinfocolando la nomea dell’Italia voltagabbana e inaffidabile. Per poi infilarci l’elmetto, fingendoci entusiasti, e offrire sette - dico sette - basi militari per portare le bombe in Libia e rivendicando come un onore il coordinamento delle operazioni. Per me, è intrappolarsi da soli.

La guerra l’hanno voluta insieme maggioranza e opposizione (con un’astensione per parte, Lega e Idv), ma sotto schiaffo è solo il Cav. Se va storto pagherà lui. A naso, direi che il grosso degli elettori di centrodestra è contraria. Berlusconi fa sapere di essere stato trascinato dagli eventi. Non è una scusa da statista. Vero è che la mosca cocchiera è stata Napolitano. Con un profluvio di dichiarazioni si è detto per la guerra con Obama e il premier anziché metterlo a tacere - «governo io!» - si è fatto prendere la mano.
Cav mi consenta: non ascolti mai gli ex comunisti quando ci sono di mezzo gli Usa. Ricorda come D’Alema si mise sull’attenti davanti a Clinton ficcandoci nella guerra serba? È un riflesso condizionato. Per farsi perdonare il servilismo con Mosca, oggi sono proni a Washington. Abituati a obbedire, hanno spento il cervello. Non li segua su questa strada che a ogni ora si lastrica di nuovi morti.



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Non è ipocrisia: ecco perché il popolo di destra ora è contro la guerra

di Marcello Foa


Siti internet e blog d’area inondati da appelli contro l’intervento in Libia. Mentre per le due missioni in Iraq l’opinione pubblica era stata informata su ragioni e obiettivi, stavolta non c’è stato il tempo



Impossibile negarlo: al popolo di destra questa guerra non piace. E non è necessario attendere i sondaggi per averne conferme, è sufficiente leggere i commenti lasciati dai nostri lettori su ilgiornale.it o i tanti blog di area: è un diluvio di opinioni contrarie. Ma anche a sinistra le cose non vanno come al solito. Sono tutti allineati: il Pd, Repubblica, l’Unità, persino Di Pietro. Ma a favore della guerra, nonostante anche sui blog progressisti emergano molti dissensi. Gli eroi pacifisti di altre guerre - come Gino Strada - questa volta faticano a trovare spazio. D’altronde non sono annunciate le consuete manifestazioni del popolo Arcobaleno, che lascia le bandiere ripiegate nell’armadio e che difficilmente, nei prossimi giorni, le srotolerà.

Sorpresa, noi giornalisti ci interroghiamo: forse non sappiamo più capire l’Italia? Lo sconcerto è comprensibile eppure questo ribaltamento di ruoli è tutt’altro che inspiegabile. A condizione di conoscere i meccanismi che regolano l’opinione pubblica e inducono la gente a maturare giudizi su fatti di attualità. È tutta una questione di frame, ovvero di un parametro incorniciato nella coscienza collettiva, che funziona come un filtro mentale. Le notizie che confortano e riaffermano il giudizio già maturato nella nostra mente vengono accettate e enfatizzate, quelle discordanti minimizzate o scartate.

Il frame vale per ogni evento, ma è fondamentale in occasione delle guerre che, per essere accettate, e soprattutto spiegate in termini. A lungo, insistentemente. La prima guerra e la seconda guerra in Irak, persino quella in Afghanistan - sebbene fosse stata decisa sull’onda impetuosa dell’11 settembre - sono state preparate per settimane, durante le quali i governi occidentali hanno convinto la maggioranza della popolazione a sostenere l’intervento. In nome della sicurezza, della libertà, per difendersi da una minaccia suprema. In questi casi l’opinione pubblica di destra appoggia convinta, quella di sinistra rifiuta ma resta minoritaria. È il tempo la variabile decisiva.

Ma il tempo in Libia è mancato. Per colpa di Sarkozy, che ha forzato la mano a tutti. Fino a giovedì faceva notizia solo l’incubo nucleare giapponese. Poi in serata, improvvisamente, l’Onu ha dato il via libera all’intervento, sabato si è svolto il summit a Parigi e subito dopo sono iniziati i bombardamenti. Nessun governo ha avuto il tempo di riflettere, di spiegare, di motivare né con il cuore, né con la mente.
E allora è prevalso un altro frame ovvero il giudizio che la gente ha maturato sulla Libia negli ultimi mesi.

Al pubblico di destra, Gheddafi non piace, ma, temendo il fondamentalismo islamico, vede in lui il minore dei mali e, soprattutto, gli riconosce il merito di aver fermato i clandestini. L’intellighenzia di sinistra, invece, è poco sensibile all’immigrazione, ma permeata da una cultura internazionalista, che la porta da sempre a solidarizzare con i popoli oppressi o che considera tali. Ricordate il Vietnam o il Nicaragua? «El pueblo unido...». Il mondo è cambiato, il contesto in Libia è diverso, ma il riflesso implacabile.


E ancora: l’uomo di destra è pragmatico, diffida dell’instabilità e preferisce Gheddafi, per quanto matto, a una Libia che rischia di finire in mano agli integralisti o dilaniata da una guerra tra clan, come avvenuto nell’Irak post-Saddam. Gli elettori conservatori intuiscono che l’attivismo di Sarkozy non è solo umanitario, nè idealista, ma dettato da interessi economici, politici e geostrategici, in contrasto con quelli dell’Italia che rischia di perdere i benefici costruiti con la Libia. Ovvero gas, petrolio, appalti, sicurezza. Il loro no, per quanto istintivo, è motivato.

Il sì della sinistra, invece, segue l’onda e, come sempre è conformista. Guardate come si sono comportati al governo D’Alema, Prodi e Amato: quando c’era da scegliere tra gli interessi italiani e certe pressioni straniere, sono sempre caduti da quella parte. Anche oggi, nella speranza, nemmeno inconfessata, che la crisi possa far vacillare il Cav. Insomma, a ben vedere, la solita sinistra...




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Pilota abbattuto da un’intervista

Il Tempo


Parla in tv della Libia. Richiamato alla base. Aveva rivelato: "Non abbiamo sparato missili, ma solo pattugliato i cieli".



Il pilota di Tornado Nicola Scolari Primo «caduto» nella guerra di Libia. Il pilota del Tornado, colonnello Nicola Scolari, è stato rispedito a casa dopo la sua missione sui cieli di Bengasi. Sopravvissuto alla contraerea di Gheddafi è stato abbattuto da una dichiarazione in diretta tv. Trentotto anni, esperto ufficiale pilota, il colonnello delle «Pantere nere», è stato fatto rientare alla base del 150° Gruppo del 50°stormo a Piacenza.

Una decisione presa in via XX settembre a Roma. L'ufficiale aveva rilasciato un'intervista a televisioni e agenzie di stampa sulla pista dell'aeroporto di Trapani Birgi, nella quale ha fatto un resoconto della missione della notte prima. «Ieri sera (domenica sera, ndr) nella missione condotta in Libia abbiamo solo pattugliato la zona nei pressi di Bengasi ma non abbiamo ritenuto di lanciare i missili contro i radar», sono state le parole di Scolari. «Ieri sera - ha aggiunto il militare - nella nostra missione abbiamo verificato sulla Libia se vi fosse la presenza di radar accesi e, qualora ne avessimo avuto conferma, li avremmo distrutti. Il nostro gruppo - ha raccontato Scolari - è di base a San Giuliano a Piacenza. I nostri sei Tornado sono rischierati a Birgi da alcuni giorni. Siamo specializzati nella soppressione delle difese aeree nemiche, attraverso dei missili che eventualmente dirigiamo sui radar. Siamo, così, in grado di neutralizzare queste minacce, anche se mobili. In questo modo - ha aggiunto - i bombardieri sono liberi di entrare in zone di guerra. È stata una missione di pattugliamento in cui eravamo pronti a reagire per sopprimere radar - ha aggiunto - ma ieri non abbiamo verificato presenza di radar nemici e quindi non abbiamo ritenuto di lanciare missili». Dieci anni fa il maggiore Scolari era stato in Kosovo per un sorvolo. Quella dell'altra sera era la prima missione combat. L'apparizione televisiva gli è costata la partecipazione all'Odissea dell'alba. Eccesso di comunicazione e trasparenza. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa di buon mattino aveva annunciato con orgoglio che i nostri Tornado avevano colpito le postazioni nemiche. Poche ore dopo a Palazzo Chigi aveva invece confermato le parole del colonnello Scolari. A Il Tempo risulta, come scritto nell'edizione di ieri, che la versione del pilota sia quella vera. I Tornado servono infatti a neutralizzare le difese radar anche con il semplice sorvolo. Nella guerra elettronica non è necessario sparare: basta il deterrente.

Ed è già un successo strategico. Il ministro però non ha gradito. «Un ufficiale ha dichiarato che nella sua missione ieri (domenica, ndr) non c'è stato bisogno di attaccare, è la verità ma ho dato disposizione perché questo tipo di informazioni non vengano più rivelate. Scusate, dunque, se ci sarà un po' di riservatezza da parte dei militari mentre io continuerò a fornire informazioni. Non scambiate però, per favore, questo atteggiamento per entusiasmo». Qualcuno, comunque, avrà pure autorizzato il colonnello Scolari a presentarsi davanti ai giornalisti? A parte questo, c'è da capire perché, nonostante la conferma del ministro che nella prima missione non è stato necessario sparare, il colonnello Mauro Gabetta, giovane comandante del 37esimo Stormo di base a Trapani ha ribadito: «L'operazione condotta dai nostri velivoli è stata un'operazione di soppressione delle difese aeree avversarie. È stata condotta positivamente e i nostri ragazzi sono tornati a casa». Quindi i Tornado hanno sparato. In serata, però, da Torino il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha chiuso la partita: «I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno. Sono lì solo per pattugliamento e per garantire il rispetto della no fly zone».


Maurizio Piccirilli
22/03/2011





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La Boccassini: pedinate Berlusconi in Francia

di Gian Marco Chiocci



L’ossessione investigativa del magistrato di Milano: chiese alla polizia di controllare se il premier si trovava davvero all’estero la notte della telefonata in questura sul caso Ruby. L’ennesimo spreco di risorse, perché lo dimostravano già le intercettazioni



Gian Marco Chiocci
Enrico Lagattolla


Milano
- «Con la massima riservatezza». E se il messaggio non fosse abbastanza chiaro, «massima riservatezza» è pure sottolineato. L’opera omnia dell’inchiesta sul «Rubygate» è un monte di carte allegate all’avviso di chiusura indagini per Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti. Migliaia e migliaia di pagine. E poi ce ne sono tre che aprono uno spaccato sulla pervicacia investigativa del procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Tre pagine inviate il 18 novembre scorso al Servizio centrale operativo della polizia di Stato, a Roma.
Il magistrato chiede un accertamento particolare. Riguarda la notte del 27 maggio 2010. Per intendersi, quella in cui Silvio Berlusconi telefona per «chiedere informazioni» sul fermo di Karima el Mahroug, che di lì a poco verrà affidata alla Minetti. Il presidente del Consiglio è in Francia, a Parigi, impegnato in una riunione ministeriale Osce. Ed ecco cosa chiede la Boccassini allo Sco. Di «accertare, con la massima riservatezza, se per impegni, istituzionali o privati, il presidente del Consiglio si trovasse effettivamente in Francia». Non solo. Perché «in caso positivo, essendo presenti anche altri cellulari, di cui si è chiesta l’analisi (chiamate precedenti a quella riscontrata sul cellulare del capo di Gabinetto in entrata e in uscita, con cellulari intestati alla presidenza del Consiglio e/o Silvio Berlusconi), ricostruire gli spostamenti del presidente del Consiglio e gli impegni istituzionali per i quali era richiesta la sua presenza all’estero». In pratica, il magistrato chiede agli agenti di polizia un pedinamento a posteriori del premier. Ovvero indagare sull’attività di Silvio Berlusconi impegnato - in veste di capo del governo - in una seduta dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

A cosa serve l’accertamento? E in seconda battuta, che differenza fa sapere se la telefonata al capo di Gabinetto Pietro Ostuni - che pure c’è stata - venga fatta dal premier da Parigi, da Roma, da Milano o da Arcore? Il 3 febbraio scorso, uno degli 007 al seguito del presidente del Consiglio aveva ricostruito la giornata del 27 maggio nel corso di un verbale difensivo. È stato lui, a bordo dell’aereo presidenziale, a telefonare alla questura di Milano dove si trovava Ruby. Una richiesta di informazioni dai toni «assolutamente normali». «Alle ore 23 circa - spiega il caposcorta - mi trovavo in qualità di responsabile delle scorta dell’onorevole Silvio Berlusconi preso l’aeroporto Le Bourget di Parigi al seguito del presidente del Consiglio dei ministri che si trovava nella capitale transalpina perché impegnato in una riunione ministeriale Osce».
Il verbale è stato raccolto tre mesi dopo la richiesta di accertamenti firmata dalla Boccassini. Ma già a novembre, il quadro era chiaro. In calendario c’era effettivamente la riunione dell’Osce. Non bastasse, c’è un altro elemento che rende apparentemente superflua la trasferta della Procura a Parigi. Perché quando Michelle Conceicao chiama il premier per dirgli che Ruby è in questura, alle 23.36 di quel 27 maggio, la cella del Cavaliere è agganciata alla rete Gsm francese. E il dato è inserito nella stessa delega allo Sco. Dunque, a meno che il telefonino di Berlusconi viaggi per l’Europa in mani altrui, il premier doveva essere Oltralpe. Eppure, la Boccassini ha chiesto di andare più a fondo, Alla ricerca di non si sa bene che cosa. Però, nella nota alla polizia, lo ribadisce. «Le informazioni richieste, lo si ripete, rivestono carattere d’urgenza, ma soprattutto dovranno essere raccolte nella massima riservatezza».




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