sabato 19 marzo 2011

Caccia francese spara a un veicolo libico

Corriere della sera

Bombe su Bengasi, migliaia di civili in fuga. Il Colonnello nega l'attacco e dice a Obama: i libici moriranno per me

nei raid vittime e feriti, Abbattuto jet degli insorti

Muammar Gheddafi non molla ma caccia francesi stanno effettuando voli di ricognizione su Bengasi. Alle 17,45 un caccia ha aperto il fuoco contro un mezzo delle truppe governative.
Nel giorno del summit di Parigi chiamato a decidere sull'intervento internazionale e all'indomani della dichiarazione di «cessate il fuoco» (e dei dubbi sollevati dagli Stati Uniti, secondo i quali il Colonnello non starebbe rispettando la tregua) il Colonnello attacca Bengasi e minaccia l'Occidente.

VOLI DI RICOGNIZIONE SU BENGASI - Caccia francesi, dice una fonte militare, stanno sorvolando «l'insieme del territorio libico» e sono decollati dalla base di Saint-Dizier (Haute-Marne). Sempre secondo la fonte, queste missioni «di ricognizione» dovrebbero durare l'intero pomeriggio di sabato. Secondo la fonte, per il momento gli aerei non hanno incontrato alcuna difficoltà.

«RIMPIANGERETE L'INGERENZA» - In una lettera indirizzata a Nicolas Sarkozy e a David Cameron, il Raìs aveva minacciato in precedenza il presidente francese e il premier britannico, spiegando che le potenze occidentali non hanno diritto di intervenire in Libia e che «si pentiranno» della loro ingerenza. Secondo quanto detto dal portavoce del governo libico, Mussa Ibrahim, la lettera, oltre che ai leader francese e britannico, è indirizzata anche al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon.

Nella missiva Gheddafi scrive che ogni azione militare contro la Libia sarebbe una «un'ingiustizia, una chiara aggressione. Ve ne pentirete se interverrete nei nostri affari interni». «La Libia non è vostra... - prosegue la missiva, citata da Al Jazeera -. Voi non avete il diritto di intervenire nei nostri affari interni. Questo è il nostro paese, non è il vostro paese. Noi non potremmo sparare un solo proiettile contro il nostro popolo». In un'altra lettera inviata a Barack Obama, il leader libico scrive: «Tutto il popolo libico è dalla mia parte, tutti sono pronti a morire per me, io qui sto combattendo contro Al Qaeda, cosa pensa di fare?».




BATTAGLIA A BENGASI - Le forze del Raìs sono entrate alla periferia ovest di Bengasi, città roccaforte dei ribelli, dove si è combattuto intensamente. Le truppe del leader libico starebbero avanzando inoltre dalla costa e da sud e starebbero bombardando anche i quartieri della zona orientale della città. Il bilancio dei raid delle forze pro-Gheddafi è al momento di 26 morti e e una quarantina di feriti, i civili in fuga sono migliaia. Un aereo militare dei ribelli è stato colpito e abbattuto. Il velivolo, che era passato sulla città diverse volte, è stato visto sorvolare un'ultima volta con il reattore destro in fiamme e poi schiantarsi al suolo in una palla di fuoco.

Nelle immagini trasmesse da Al Jazeera si vede chiaramente anche il pilota che si lancia all'esterno prima dell'impatto, a poche decine di metri da terra. «Noi rivoluzionari abbiamo preso il controllo di quattro carri armati all'interno di Bengasi. Le forze degli insorti hanno respinto quelle di Gheddafi fuori da Bengasi e stanno rastrellando la periferia occidentale alla ricerca dei soldati di Gheddafi», sostiene il portavoce dei ribelli, Nasr al-Kaliki. Sempre Al Jazeera ha mostrato un carro armato che viaggiava lungo una strada con un manipolo di ribelli, seduti sulla torretta, che sventolano la bandiera monarchica, il vessillo degli insorti.

ESPLOSIONI NELLA NOTTE - Nella notte si erano udite fortissime esplosioni, almeno quattro, a Bengasi. Diverse colonne di fumo si sono alzate dall'area sudoccidentale della città. Il Colonnello avrebbe quindi ignorato il «cessate il fuoco» che il suo regime si era impegnato a rispettare dopo la risoluzione di giovedì del Consiglio di sicurezza dell'Onu per accelerare l'avanzata prima del summit di sabato pomeriggio a Parigi che dovrebbe mettere a punto i dettagli per un intervento militare internazionale volto a proteggere i civili.

«IL GOVERNO: ATTACCATI DAI RIBELLI» - Il portavoce del governo libico nega che ci stato «alcun attacco» contro Bengasi, denunciando anzi l'assedio dei rivoltosi. «Il cessate il fuoco è in vigore» ha affermato il viceministro degli Esteri libico, Khaled Kaaim, in un'intervista alla radio Bbc 4.



COMBATTIMENTI - Nel capoluogo della Cirenaica, i combattimenti sono iniziati già intorno alle due di notte e da quel momento sono proseguiti ininterrottamente, con colpi di mortaio, lanci di razzi katiuscia e scambi di colpi di mitragliatrice. All'alba ci sono stati almeno due raid aerei a distanza di 20 minuti con bombardamenti di zone attorno alla città. Un terzo bombardamento è avvenuto un'ora dopo. Colpite la strada per l'aeroporto e il quartiere di Abu Hadi. Testimoni hanno riferito di una jeep che sarebbe riuscita a entrare nei quartieri ovest della città con a bordo due mercenari di Gheddafi che hanno lanciato granate prima di essere uccisi dai ribelli. Dai documenti è risultato che i due, in abiti civili, erano nigeriani.

Redazione online
19 marzo 2011

La vendetta dei Paesi fratelli

Il Tempo


La Lega araba appoggia e partecipa con i propri aerei alla no fly zone. Gheddafi è stato partner scomodo colpevole di azioni sovversive anche contro La Mecca.


Ribelli in azione in Libia Gli arabi non hanno mai amato il beduino Muammar Gheddafi. Accettato con fatica dalle leadership del Golfo e guardato con sospetto dai suoi vicini del Maghreb. Una lunga storia di divergenze e scontri al limite della rottura. E oggi con la risoluzione Onu si manifesta tutto l'astio verso quel Colonnello che quarant'anni fa spodestò il re Idris.

Un golpe poco gradito dalla dinastia saudita che da subito non ebbe buoni rapporti con quel tenentino autopromosso colonnello. Gheddafi è sempre stato un battitore libero, spinto da una forte ambizione: alla morte di Nasser ha sognato di assumere la leadership del mondo arabo. Sogno irrealizzato. Il raìs si è fatto promotore della qawmiyya, la grande unità araba dall'Atlatico al Golfo. Una forte federazione con un unico leader in grado di sconfiggere Israele e imporsi a Stati Uniti e all'allora Unione Sovietica. Sette tentativi di trovare un accordo con i Paesi vicini, tutti falliti. Egitto, Siria e Marocco hanno respinto al mittente la proposta. Ma Muammar non si è dato per vinto e ha indirizzato il suo spirito di protagonismo verso altre strategie. Il raìs libico ha interpretato la politica estera con molta disinvoltura provocando risentimento e condanna negli stessi Paesi arabi più progressisti e meno filo occidentali. Algeria, Iraq e Siria si sono trovati a fianco a Gheddafi solo poche volte. Troppo maldestro e provocatorio il suo stile.

Così nelle capitali arabe Gheddafi è sempre stato considerato un «cane pazzo». Incurante delle scelte comuni, il Colonnello negli anni settanta finanziò i palestinesi di Settembre Nero dando loro ospitalità e soldi. Non andò mai d'accordo con Arafat e anzi favorì i gruppi a lui ostili. A differenza di Saddam Hussein, però, istigò le frange estremiste a colpire anche nei Paesi arabi. Ad accusare di attività sovversive Gheddafi non è solo l'Occidente. Nel corso degli anni Egitto, Sudan, Tunisia, Marocco e Giordania hanno dovuto difendersi dalle attività eversive messe in piedi dagli agenti libici. Il raìs ha finanziato i ribelli cristiani del sud del Sudan contro il governo di Khartoum.

Se è conclamato che da Tripoli sono partite armi ed esplosivi per i terroristi europei, dall'Ira alle Brigate Rosse, è altrettanto noto che in più occasioni Gheddafi ha cercato di boiccottare l'haji, il pellegrinaggio a La Mecca. L'Arabia Saudita, custode delle sante moschee, non mai gradito e ha aspettato in questi anni il momento opportuno per far pagare l'affronto al Colonnello. La sua sete di potere lo ha spinto a coinvolgere la Libia nella guerra civile in Ciad. Così arriviamo a ieri quando la rivolta di Bengasi dà lo spunto ai Paesi arabi di smarcarsi totalmente dal «fratello» libico e appoggiare i ribelli prima e la no fly zone dopo. Una scelta obbligata per tutti i membri della Lega araba.

Per motivi storici appunto e soprattutto condizionata dal proliferare di proteste nelle capitali mediorientali. L'appoggio all'intervento contro il raìs libico che spara ai ribelli è un segnale ai propri cittadini: «Siamo dalla parte delle riforme non di chi queste riforme non le vuole». In prima fila proprio quelle dinastie del Golfo che mal hanno sopportato l'avvento al potere di Gheddafi nel 1969.

Il Qatar è stato il primo Paese arabo ad aver annunciato la sua partecipazione alla no fly zone sulla Libia. «Il governo di Doha ha sostenuto sin dall'inizio l'iniziativa delle Nazioni Unite di intervento militare contro il regime libico e accoglie favorevolmente la risoluzione votata nella notte per una zona di non sorvolo sui cieli della Libia», ha detto il premier qatarino Hamad bin Jassim bin Jabr al-Thani.

Anche i diplomatici degli Emirati Arabi Uniti hanno espresso il loro parere favorevole alla Risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza Onu, dicendosi pronti a contribuire agli sforzi internazionali per fermare la repressione violenta della rivolta popolare in Libia da parte delle forze di Muammar Gheddafi. Anche la Giordania potrebbe avere un ruolo nella no fly zone. L'Egitto non parteciperà ma fornirà le basi. Solo Siria e Algeria hanno espresso parere contrario. Nessuno però piangerà per la fine del regime di Gheddafi. Leader scomodo e inaffidabile.


Maurizio Piccirilli
19/03/2011




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Arriva il superbollo regionale sui Suv

Corriere della sera


Antonini: già quest'anno le addizionali Irpef potranno salire all'1,4%



Federalismo | Lunedì le correzioni al «decreto Calderoli».

CERNOBBIO - Un superbollo sui Suv e le automobili di grossa cilindrata, a discrezione delle Regioni. Il governo sarebbe pronto a fare un nuovo passo avanti nei confronti dei governatori, ma soprattutto del Partito democratico, per ottenere un via libera condiviso e bipartisan al decreto sul fisco regionale, il nuovo tassello del federalismo fiscale in discussione in Parlamento. La proposta dell'esecutivo deve ancora essere formalizzata, ma i sondaggi informali sono stati già avviati ed i primi riscontri sarebbero positivi. E potrebbe essere accompagnata da altre concessioni, che i tecnici del governo stanno studiando in queste ore, sempre con l'obiettivo di arrivare ad un'intesa.

Sarà forse anche per questo che il Partito democratico, dopo aver seccamente respinto la prima mediazione del ministro Roberto Calderoli, che già recepiva dieci delle dodici proposte del partito, sembra aver ammorbidito la sua posizione. «La porta sul federalismo non è chiusa, non è ancora detta l'ultima parola», ha affermato ieri il segretario del Partito, Pier Luigi Bersani, a margine del forum della Confcommercio a Cernobbio. Per poi ripetere nel corso del seminario che, sebbene non condivida l'impostazione di fondo del federalismo fiscale concepito dal governo, «sul fisco regionale avremo un atteggiamento realistico e costruttivo. Vedremo nel merito le cose e poi valuteremo».

I dettagli del superbollo devono essere ancora messi a punto, ma la sovrattassa, che sarebbe comunque facoltativa per le Regioni, colpirebbe le autovetture di potenza superiore ai 130 kw. E sarebbe ovviamente aggiuntiva al bollo auto che si paga oggi alle Regioni. Alle Regioni la sovrattassa sui fuoristrada e le auto di lusso aiuterebbe a compensare, anche se solo in parte, il taglio dei trasferimenti per 4 miliardi attuato l'anno scorso dal governo. Che, in aggiunta, è pronto a mettere sul piatto altri 420 milioni per coprire i costi del trasporto pubblico locale nel 2011. Queste risorse sono state già promesse ai governatori, ma nel nuovo testo del decreto sul fisco regionale che il ministro delle Riforme, Roberto Calderoli, dovrebbe presentare alla Bicamerale lunedì prossimo verrebbero individuate anche le coperture finanziarie per blindare l'intesa.

Certo, il superbollo è pur sempre un balzello, e anche se potenzialmente dovrebbe colpire i "ricchi", bisognerà vedere se convincerà fino in fondo il Pd, restio a dare appoggio ad un federalismo che nasce con un aumento delle tasse locali e, a dire di Bersani, «non si sa dove porterà». Lo sblocco già nel 2011 delle addizionali Irpef «bloccate dal governo Berlusconi nel 2008 - ribatte Luca Antonini, presidente della Commissione paritetica tra governo ed enti locali sul Federalismo - è inevitabile: il federalismo e l'autonomia impositiva delle Regioni non possono partire con le aliquote congelate». Manovrare quelle aliquote, sapendo che lo Stato non ripianerà più i debiti, sarà una responsabilità politica dei governatori. Lo stesso per i presidenti di Provincia e le tasse sull'Rc Auto: potranno portarle dal 12,5% fino al 16%, o ridurle al 9%. Potenzialmente sono 600 milioni di tasse in più per i cittadini, «ma poi gli amministratori locali - conclude Antonini - dovranno risponderne ai loro elettori, che finalmente sapranno quanto costano i servizi e quanti sono gli sprechi».


Mario Sensini
19 marzo 2011



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Napoli, nelle grotte di Capodimonte un "Colosseo" di rifiuti abusivi

Il Mattino


di Paolo Barbuto

NAPOLI - Ci sono oltre centomila metri cubi di immondizia nascosti sotto un palazzo di Napoli. Per capire quant’è impressionante questo dato bisogna trovare un termine di paragone: centomila metri cubi di travertino, ad esempio, furono utilizzati per costruire il Colosseo.
Adesso riuscite a immaginare di quanta spazzatura stiamo parlando?

Lungo via Emilio Scaglione bus e camion dell’Asia sfrecciano e fanno tremare tutti gli appartamenti. Nell’androne del civico 253 c’è una porticina di ferro; dietro la porta duecento scalini scivolosi si infilano dentro la pancia della città fino a quaranta metri di profondità. Laggiù, dove il buio resiste anche alla luce delle torce, è nascosto il più nauseabondo segreto di Napoli: una immensa cava di tufo è stata trasformata, negli anni, nella più grande discarica abusiva sotterranea finora conosciuta.

La cava si inoltra per trecento metri sotto i palazzi di via Scaglione, è larga quanto una cattedrale, alta come un edificio di tre piani. L’area totale è di 300mila metri quadri, occlusa per un terzo dagli sversamenti abusivi. La battaglia per cancellare quello schifo viene condotta, da anni, da Antonio Bocchetti, leader di un gruppo di cittadini che chiede ascolto. Lo scorso novembre, quando si paventò l’ipotesi di nascondere i rifiuti di Napoli nelle cavità, fu proprio Bocchetti a organizzare una manifestazione per «difendere» la cava che si trova sotto via Scaglione. Ma le battaglie servono a poco. Lì sotto non arriverà mai nessuno a cancellare quello schifo.

Per il viaggio nelle viscere malate della città s’è messa in moto tutta la «Macchina del Tempo», l’associazione speleologica che si è schierata in prima fila contro l’idea di usare il sottosuolo come discarica: il presidente, il vulcanico speleologo urbano Luca Cuttitta, ha guidato un gruppo composto da Tullio Gatto, Fabio Nigro e Stefania Impagliazzo (i più esperti del team speleo napoletano) per andare a scoprire gli orrendi segreti di quella cavità.


La spazzatura conservata dentro la grotta di via Scaglione è frutto di decenni di allucinante gestione: attraverso i pozzi sovrastanti, centinaia di napoletani hanno allegramente, e liberamente, gettato di tutto. E se pensate semplicemente ai sacchetti neri, sbagliate di grosso perché lì sotto c’è di più, molto di più. L’immenso percorso sotterraneo è interrotto da gigantesche colline di pattume.

E anche in questo caso per capire cosa significa «gigantesche» bisogna trovare un termine di paragone adeguato: i cumuli raggiungono un’altezza superiore al secondo piano di un palazzo, la base ha una circonferenza minima di almeno quindici metri. Ci sono esattamente dodici colline del genere, tante quanti sono i pozzi sovrastanti.

Per scoprire cosa si nasconde dentro la cava, l’unica possibilità è «scalare» quelle colline tentando di non farsi male su ferri arrugginiti e vetri e sperimentando l’orrenda sensazione di ritrovarsi, spesso, immersi nella spazzatura fino alla cintola. Oltre al pattume comune, però, in questa discarica abusiva gli incivili si sono sbizzarriti. Nei pozzi hanno infilato anche frigoriferi, ciclomotori, armadi, bidoni che avevano contenuti cibo e materiali pericolosi, c’è addirittura una sedia da barbiere: tutta quella roba è stata sollevata, infilata in qualche modo dentro a un pozzo, e ha fatto un volo di quaranta metri per arrivare sul fondo della cava. Incredibile.

Anzi assurdo. È la parola che usa Luca Cuttitta di fronte a quello scempio, e la ripete con frequenza: «Ecco un esempio di stupidità - spiega il leader degli speleologi de La macchina del Tempo, nel silenzio ovattato della cavità - questo posto poteva essere utilizzato in mille modi: io penso, naturalmente a uno sfruttamento scientifico o turistico. Ma se fosse finito nelle mani di un affarista avrebbe potuto essere trasformato in un parcheggio interrato, in una immensa sala conferenze o nella sede di un innovativo shopping center sotterraneo. E invece i napoletani cos’hanno fatto? L’hanno usato come immondezzaio. Assurdo. E adesso scendiamo rapidamente da questa montagna di immondizia: dal pozzo sopra le nostre teste potrebbe cadere di tutto. Andiamo via, forza...».

Sabato 19 Marzo 2011 - 14:59    Ultimo aggiornamento: 15:31




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Napoli, niente barelle al Loreto Mare malati visitati per terra: caos e rabbia

Napoli, falso lavoro per uscire di cella E poi playstation e fidanzate

Il Mattino






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Di Pietro cambia idea: ora appoggia l'intervento fino a ieri era contrario





Nel giro di una giornata, l'Italia dei valori fa una giravolta sul da farsi in Libia. Da un netto no all'intervento diretto, l'Idv ora dice di non tirarsi indietro per impedire a Gheddafi di massacrare il suo popolo


"Noi dell’Italia dei Valori non ci tireremo indietro per impedire a Gheddafi di massacrare il suo popolo. Ci assumiamo le nostre responsabilità, perché le decisioni dell’Onu vengano rispettate. Daremo il nostro apporto affinché il popolo libico ritrovi la sua libertà". Lo ha affermato il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro, a margine della manifestazione che si sta svolgendo in Piazza Navona per l’apertura della campagna referendaria del partito. Parole forti e nette come quelle di un paladino della libertà altrui.

Dietrofront Ha le idee chiare, Di Pietro, peccato però che fino a ieri sosteneva in maniera vigorosa il suo no all'impegno diretto. E ventiquattrore fa i capigruppo del suo partito, Fabio Evangelisti e Stefano Pedica, affermavano: "Il trattato con la Libia all’articolo 4 afferma che l’Italia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia. L’articolo 5 precisa invece che 'le parti definiscono in modo pacifico le controversie che potrebbero insorgere tra di loro, favorendo l’adozione di soluzioni giuste ed eque, in modo da non pregiudicare la pace e la sicurezza regionale ed internazionale".

Contro il Trattato Insomma, nel giro di poche ore, il partito giustizialista da fautore del non intervento è passato ad appoggiare tutto il contrario. Sempre ieri poi, i capigruppo Idv aggiungevano: "La risoluzione votata al Senato sulla Libia è insufficiente, in quella presentata dall’Italia dei Valori abbiamo sottolineato la necessità della revoca dello scellerato Trattato di amicizia prima di prendere ogni iniziativa". Una sorta di diktat prima di fare qualsiasi altra azione. Quello che dimenticano Di Pietro e i suoi colleghi di partito è che quel trattato di cui parlano venne firmato praticamente all'unanimità anche dal Pd. Ma attaccare solo il governo rende di più 




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Riforma della giustizia, l'Anm: "Mobilitazione" Vietti bacchetta Cascini: "Stavolta ha sbagliato"






Parlamentino delle toghe riunito, Palamara: "Mobilitazione generale. Il 5 aprile incontro con Napolitano, norme è punitive nei confronti dei magistrati". Il vice presidente del Csm contro il segretario dell'Anm che ieri aveva attaccato il governo



Roma - Sulle barricate contro la riforma della giustizia. La proclamazione, a partire da oggi, dello stato di agitazione dei magistrati, contro la riforma della giustizia proposta dal governo, è la proposta sostenuta dal presidente dell’Anm, Luca Palamara, innanzi al parlamentino delle toghe riunito nella sede di piazza Cavour. Palamara chiama i giudici alla "mobilitazione generale" con momenti organizzativi che saranno definiti in seguito e incontri con le più alte cariche dello Stato. Ieri il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, ha definito la maggioranza di governo non legittimata, moralmente e culturalmente, a proporla.
Faccia a faccia con Napolitano Il prossimo 5 aprile il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incontrerà una delegazione della giunta dell’Associazione nazionale magistrati. Lo ha comunicato Palamara sottolineando che l’incontro è stato chiesto al presidente della Repubblica con una lettera dello scorso 16 marzo. Palamara ha parlato nella sede dell’Anm nella riunione del parlamentino delle toghe.
Il ruolo del parlamento "La giunta dell’Anm non vuole sostituirsi al parlamento ma esprimere, con motivazioni tecniche, da operatori della giustizia, i rischi presenti nella riforma proposta dal governo che allarma e preoccupa tutta la categoria perchè intacca l’assetto costituzionale diminuendo le garanzie per i cittadini" ha detto ancora il presidente dell’Anm al parlamentino delle toghe dove è in corso la discussione sulla riforma della giustizia e sulle iniziative che l’Anm intende prendere per contrastarla.
Posizione unitaria "Sin dall’inizio avevamo deciso di non esprimere valutazioni prima di venire a conoscenza del testo della riforma della giustizia perché non volevamo rivestire il ruolo dell’avversario preconcetto e pregiudiziale, ma adesso che il testo è noto la nostra posizione è unitaria, con un dissenso profondo per il merito della riforma e per il metodo usato" ha continuato Palamara, intervenendo al parlamentino delle toghe in corso nella sede dell’Anm. Palamara ha ricordato che la presentazione della riforma è stata preceduta da un "clima di dileggio e offese" nei confronti della magistratura. "Quando parliamo di riforma punitiva - ha proseguito - ci riferiamo anche al metodo e alla tempistica non disgiunta, evidentemente, da tutte le vicende giudiziarie accadute in questi mesi". Palamara ha ricordato che a novembre "il ministro Alfano ci disse che non sarebbero state fatte riforme, ma sarebbero stati soltanto ritoccati gli aspetti organizzativi del funzionamento della giustizia, affermazioni che sono state del tutto smentite".
Vietti bacchetta Cascini "Cascini è un magistrato apprezzato da tutti, e da me per primo, per la sua serietà e per la sua professionalità: ma questa volta ha sbagliato" dice il vice presidente del Csm, Michele Vietti a proposito delle dichiarazioni del segretario dell’ Anm secondo cui "il governo non ha la legittimità morale, culturale, politica e storica per affrontare il tema della riforma costituzionale della giustizia". "Capita a tutti noi in qualche occasione di scivolare sulle parole e perciò non mi scandalizzo - dice Vietti -. Ma ha sbagliato perché la riforma proposta dal governo si può criticare, anche radicalmente, ma senza far ricorso ad argomentazioni moralistiche sulla legittimazione dei proponenti, che finiscono per trasformarsi in un boomerang per chi le utilizza e per fare il gioco di chi si vuol contraddire".




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Napoli, entrare nel Comune e rubare? Facile, ecco come si può fare Un "clandestino" a Palazzo S. Giacomo

Il Mattino





di Giusppe Crimaldi

NAPOLI - Non servono corde né ventose per arrampicarsi sui muri e tantomeno codici segreti da digitare per ottenere l’apriti sesamo di porte blindate. Non bisogna essere né James Bond, né Diabolik, le doti di abilità particolare da scassinatore in questo caso servono veramente a poco.
Per penetrare fino al cuore di Palazzo San Giacomo basta prendere l’ascensore.

Non un ascensore qualunque, attenzione. No. Ma imboccando il primo elevatore a sinistra dopo l’ingresso principale del Municipio di Napoli ci si ritrova dritti nel corridoio - al secondo piano - che collega la sala giunta con lo studio del sindaco Rosa Russo Iervolino.

Non è affatto un’impresa ardua. Ci siamo riusciti al primo colpo, senza che nessuno provasse nemmeno a chiederci chi fossimo, cosa volessimo e soprattutto dove andassimo, senza peraltro indossare alcun "passi".

L’ingresso. L’intenzione è quella di verificare la tenuta dei sistemi di sicurezza del palazzo comunale dal qualeignoti hanno trafugato - mesi fa - due tele di valore, la prima di Luca Giordano e la seconda firmata da Gennaro Villani. Un fattaccio ancora avvolto dal mistero. Certo è che quelle sparizioni hanno sbugiardato la rete che dovrebbe invece proteggere persone e cose che alla fine risultano invece sovraesposte a ogni situazione di pericolo.

Le 12,35 di ieri. Inforco il portone principale di Palazzo San Giacomo, decidendo di osare l’inosabile: superare il posto di blocco della polizia municipale. L’appostamento dura pochi minuti, e alla prima distrazione dei due pur sempre attenti vigili, al primo ingresso di un consigliere comunale, mi imbuco nella sua scia. È andata. Nessun richiamo, nessun: «Alt, scusi, dove va?». Fatto sta che sono riuscito a guadagnare l’ingresso senza lasciare documenti all’ufficio relazioni con il pubblico.

L’ascensore. Nel gabbiotto di alluminio anodizzato che custodisce l’accesso all’ascensore privato del sindaco e di pochi altri aventi diritto non c’è nessuno. Un banchetto con un telefono, la sedia è vuota. Dov’è finito l’usciere che avrebbe il compito di filtrare gli accessi? Mistero...

...Entro in sala giunta, è deserta, fino a un’ora fa c’era una conferenza stampa, adesso è vuota. Immagino la facilità con la quale potrei: a) imbrattare i preziosi arredi; b) deturpare con un taglierino uno dei quadri alle pareti; c) piazzare un ordigno esplosivo...

...I fascicoli. Passo al primo piano. Uffici dell’Avvocatura. Armadietti aperti, faldoni di carte polverose ovunque. Ecco gli archivi alla portata di tutti. Anche qui, volendo entri, prelevi e porti via quel che ti pare...

Identica situazione presso l’assessorato al Bilancio. Cartelline con la dicitura «Dichiarazioni Irpef»: rubare anche qui sarebbe un gioco da ragazzi...



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La battaglia di Bengasi Abbattuto caccia di Gheddafi

Il Mattino


BENGASI - Nonosatnte le dichiarazioni ufficiali del governo di Tripoli, è in corso una battaglia casa per casa a bengasi delle forze governative dentro la roccaforte dei ribelli. Nel corso degli scontri, i ribelli sono riusciti ad abbattere un caccia da guerra dell'aviazione di Gheddafi.

Sabato 19 Marzo 2011 - 12:10    Ultimo aggiornamento: 12:11









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150 Italia, la casta dei politici ignoranti che riescono a vivere a loro insaputa

Libero







Nichi Vendola ha votato per riaprire le vecchie scassate e insicure centrali nucleari di Trino Vercellese e Corso, ma l’ha fatto a sua insaputa. Lui, come decine di altri deputati di sinistra e di destra, non aveva nemmeno letto l’ordine del giorno sul nucleare che il 30 luglio 2004 fu votato alla Camera. Siccome il governo aveva detto di no, e il governo era guidato da Silvio Berlusconi, l’opposizione ha detto sì. Ed è diventata nuclearista a sua insaputa.

Accade spesso, ormai. Grazie al formidabile servizio de Le Iene abbiamo assistito a un altro evento unico e clamoroso. Da mesi le sorti dell’esecutivo e della legislatura erano appese alla necessità di avere comunque un governo in carica il 17 marzo 2011, perché Giorgio Napolitano così pretendeva per dare il via alle celebrazioni del 150° anno dell’unità di Italia. Per settimane maggioranza, opposizione e perfino forze sociali si sono accapigliate sulla introduzione della festività infrasettimanale, che naturalmente qualche problema ha causato alle imprese proprio in un anno in cui si sventolava la bandiera della produttività. Da giorni gran parte del parlamento, e quasi tutta la stampa, si è dedicata a linciare i distinguo leghisti, scandalizzandosi per chi il 17 marzo non desiderava festeggiare. E finalmente giovedì festa è stata. Un’overdose di festa, che ha inondato più di uno tsunami ogni città, ogni palazzo della politica, qualsiasi trasmissione televisiva, perfino l’apertura di ogni telegiornale, spazzando via appunto come un maremoto il dramma del Giappone, la crisi della Libia e ogni altra notizia. Bene, grazie alle Iene  è stato evidente a tutti che il 17 marzo gran parte della classe politica italiana ha festeggiato a sua insaputa. Nel senso che non aveva la minima idea di cosa si dovesse festeggiare in quella data.

Per il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, il 17 marzo si sarebbe festeggiato l’inizio delle cinque giornate di Milano (che per altro iniziarono il 18 marzo, ma del 1848, quindi 163 anni fa). Per il vicepresidente della Camera dei deputati, Rosy Bindi, il 17 marzo è stato scelto perché è la data in cui Roma divenne capitale (accadde nel 1871, e quindi sarebbero 140 anni). Per Fabio Mussi, amico del cuore di Massimo D’Alema, non c’è un motivo per cui si festeggi il 17 marzo: «non lo so… è una data…». Per Carlo Barbaro, finiano di ferro, ultranazionalista «cosa accadde il 17 marzo di 150 anni fa? Di preciso non glielo so dire… La breccia di Porta Pia non credo.. O forse sì, proprio la breccia di Porta Pia». Un intellettuale di sinistra come l’ex presidente delle Acli, Luigi Bobba, è sembrato sgomento di fronte alla domanda:«Il 17 marzo? Non me lo ricordo. Il primo re di Italia? Sì, Umberto I». Da gran democristiano prova a cavarsela l’ex deputato dell’Udc, Vincenzo Alaimo: «Il 17 marzo? Non lo ricordo, però per averlo scelto vuole dire che è successo qualcosa di importante». L’intervistatrice prova a confonderlo con la risposta che in tanti danno: «La Breccia di Porta Pia? Ma quella è stata nel Novecento… L’anno preciso? Dunque nel ’46 c’è stata la Liberazione… forse nel ’45, nel ’44…».

 Naufragio totale. Risponde da perfetto peone Franco Cardiello,  Pdl: «Il 17 marzo? Non è successo nulla. Evidentemente quella della data è una scelta condivisa». Come dire: a noi peones le decisioni passano sempre sulla testa. Si vede che la sinistra voleva festeggiare il 19, la destra voleva festeggiare il 15 e alla fine hanno condiviso la scelta del 17. Non solo fine storico, ma anche gran matematico  Vincenzo D’Anna, deputato che è andato  a infoltire le fila dei Reponsabili: «Si festeggia l’Unità di Italia, che è stata realizzata nel 1860, quando è stata liberata Roma con l’impresa di Porta Pia. Come? Sono passati 151 anni dal 1860? No, perché il 1860 non si conta. Si inizia a contare dall’anno successivo». Nel suo gruppo parlamentare neonato deve esserci  confusione. Perché anche il collega “responsabile” Vincenzo Taddei sostiene che sono passati 150 anni da quel 17 marzo 1860 in cui si fece l’unità.  E chi la fece? «Vittorio Emanuele III».

L’elenco di castronerie potrebbe continuare a lungo, e in più di un deputato si arricchisce della certezza su  Garibaldi: «fu soprannominato eroe dei due mondi perché fu eroe per il Regno delle due Sicilie e per il resto di Italia». Il servizio integrale è disponibile sul sito internet dNiudiare la storia politica del suo paese è il minimo che si dovrebbe chiedere: non hanno molto altro da conoscere. Ma che nessuno si sia chiesto perché darsi botte da orbi fra pro e contro quella festa del 17 marzo, è davvero lo specchio più genuino di cosa sia oggi la classe politica italiana. Senza bisogno di prendere fra le mani un libro di storia, il perché di quella festa è scritto nel decreto legge del governo che la istituisce. Testo che viene esaminato in commissione, perfino emendato, votato dall’aula dei due rami del Parlamento senza che nessuno naturalmente si sia curato di leggerne una riga. Così come sul nucleare tutti ancora una volta votano e voteranno a loro insaputa. Ormai è diventato questo lo slogan della attività politica. E si comprende   perché dopo essere stato lapidato per avere ammesso che qualcuno gli pagò la casa a Roma a sua insaputa il povero Claudio Scajola ora pretenda una rapida riabilitazione. Ne ha pieno diritto, in fondo è solo uno dei tanti eletti insaputelli…

di Franco Bechis

19/03/2011





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Anche la Polverini nel fango di Affittopoli ma la casa è del marito da cent'anni





L’Espresso accusa: il coniuge vive in un appartamento Ater a canoni vantaggiosi. Però dimentica che l’alloggio è abitato dalla famiglia di Cavicchioli dagli inizi del ’900 



Roma

Renata Polverini è sotto attacco. Il go­vernatore del Lazio, che ha avviato un’azio­ne di verifica sulle case della Regione asse­gnate a inquilini vip a prezzi di favore, è tor­nata nel mirino dell’ Espresso perché suo marito risulta residente in un immobile del­l’-Ater, locato a canoni vantaggiosi. Si tratta di 60 metri quadri a Roma in via Bramante, nella zona residenziale di San Saba, vicina al prestigiosissimo Aventino.

Il settimanale diretto da Bruno Manfellotto ha realizzato un servizio molto informato sulla palazzina popolare indicando che sul­la targhetta del citofono compaiono i nomi «Cavicchioli-Polverini-Berardi». Cavic­chioli è il cognome del marito di Polverini, Massimo, e Berardi è quello della suocera Pierina, morta anni fa. Considerato che, ai tempi della corsa elettorale vinta contro Emma Bonino, Il Fatto Quotidiano effettuò un’ampia ricognizione delle proprietà im­mobiliari del governatore, la rivelazione sembrerebbe legittimare dubbi sull’espo­nente pidiellina.

La situazione reale, però, è ben diversa. Con una nota stampa diffusa ieri, il governa­tore ha precisato che «l’appartamento, po­sto al quarto piano senza ascensore, con una metratura di circa 60 metri quadri, sen­za balconi, è stato assegnato, nei primi anni del ’900, a Cesare Berardi, padre di Pierina Berardi».Negli anni ’70 la nonna paterna di Massimo Cavicchioli, Clementina Baratti, «è subentrata legittimamente nell’apparta­mento in forza del principio della necessa­ria tutela dei nipoti Massimo Cavicchioli e di sua sorella, nel frattempo rimasti orfani di entrambi i genitori».

Insomma, non c’è nessun imbroglio per­ché «l’immobile in questione, come tutto il complesso al quale appartiene, non è stato mai inserito in alcun piano di vendita, per complesse questioni di carattere giuridico­urbanistico mai risolte » e, soprattutto «non si tratta di un affitto alla presidente della Re­gione né tantomeno di favore, ma di una questione che riguarda esclusivamente il marito» che intende tutelarsi in sede legale. «Peccato che la notizia non sia nuova vi­sto che della mia vita si sa tutto e che non è neppure uno scandalo, considerato che mio marito abita in quella casa da quando è nato», ha concluso Polverini stigmatizzan­do «l’attenzione morbosa e maleducata»ri­servatale visto che sono state diffuse foto e indirizzo dell’abitazione nella quale anche lei ha risieduto dal 1989 a 2004. Ma, come detto, da quando è entrata in politica la stampa non le ha risparmiato «affettuosi­tà».

Divulgando, in primo luogo, la storia delle sue compravendite immobiliari, in particolare l’acquisto dell’attuale residen­za all’Aventino: due appartamenti venduti dallo Ior e da un’altra società immobiliare vicina alla Santa Sede. In passato Polverini aveva acquisito e successivamente ceduto un’abitazione a Monteverde (donata alla madre) e un appartamento al Torrino dal­l’Inpdap, poi venduto a un collega dell’Ugl. Appare abbastanza chiaro l’intento di cre­are una luce sinistra sul governatore, prima squadernando le sue proprietà e poi sottin­t­endendo la possibilità che abbia beneficia­to di un affitto a prezzi di favore. Proprio nel momento in cui Comune di Roma e Regio­ne Lazio intendono far chiarezza sulle ge­stioni allegre del centrosinistra. Non a caso proprio il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno, è stato tra i primi a esprimere solidarietà a Polverini. «Un attacco artificio­so e lesivo della sua privacy familiare.

È inaccettabile continuare a spargere fango e veleno», ha dichiarato. I dipietristi dell’Idv ne hanno subito approfittato per fare propa­ganda presentando una proposta di legge che istituisce il divieto per gli enti di affitta­re case popolari a chi ricopre cariche pub­bliche. Menano fendenti anche Pd e Sel, due partiti che hanno affittato a canone cal­mierato alcune sezioni romane. Forse il si­lenzio sarebbe stato più opportuno.



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17 Marzo, ora tutti patrioti Ma prima dov'erano?





Le celebrazioni per l’anniversario dell’unificazione nazionale spesso si sono ridotte a teatrino della retorica: chi in passato snobbava il tricolore improvvisamente si scopre difensore della Patria. Ma dopo i festeggiamenti speriamo resti qualcosa



Scusatemi, ma non ce la faccio. Ho letto con attenzio­ne, e con un vago senso di col­pa, gli editoriali che celebra­vano il «nuovo patriottismo» ( Sole 24 Ore ), il «patriottismo mite» ( Corriere della Sera ), la «festa del popolo» ( Repubbli­ca ), «il grande giorno del Tri­colore » ( Messaggero), ma non sono riuscito a sentirmi patriottico nemmeno un po’. Ci ho provato, lo giuro. Ma non ce l’hofatta.È più forte di me. Ho letto anche l’articolo, come al solito scritto da mae­stro, con cuore e sincero sen­timento dal nostro Cristiano Gatti. E qui il mio senso di col­pa si è ingigantito.

Lui dice che avrebbe voluto lasciare la bandiera italiana alla fine­stra ancora un po’. Pensate che io, invece, quando giove­dì mattina ho visto che i miei figli l’avevano messa fuori, a mia insaputa,ho avuto l’istin­to di toglierla. Ancor prima che la festa cominciasse, capi­te? Mi sono fermato appena in tempo, prima di compiere il gesto crudele e inconsulto. Ma mi resta il vago senso di nausea per l’eccesso di pa­triottismo che ci stanno ser­vendo. E mi domando: ma tutti questi appassionati di tri­colore, fino all’altro ieri, dove diavolo si nascondevano? Lo dico, sia chiaro, senza alcun intento polemico, perché mi rendo conto che in questi giorni dobbiamo essere uniti e felici. Lo dico solo per cerca­re di smorzare un po’ il mio senso di colpa: in fondo, se faccio così fatica a celebrare il «nuovo patriottismo» è per­ché nessuno me lo ha inculca­to.

Anche il presidente Napo­l­itano, per dire, adesso è tutto per il tricolore. Ma fino a qual­che anno fa, se non sbaglio, del bianco e del verde faceva a meno volentieri. Ricordate? Se ripenso alle feste per celebrare l’Italia del passato, mi viene in mente il 25 aprile. Si parlava di Resi­stenza, di antifascismo, di de­mocrazia. Mai di patria. Quando andavo a scuola, c’erano i partigiani che veni­vano a parlare in classe. (An­zi, i comandanti partigiani. Tanto che io crescevo e mi chiedevo: ma com’è che ’sti partigiani erano tutti coman­danti? Un soldato semplice non ce l’avevano?). Ebbene: non si vedevano bandiere ita­liane, al massimo bandiere rosse. Mai nessuno di loro che cantasse l’inno, al massi­mo Bella ciao . Adesso che ci rifletto: alle elementari ricor­do di aver imparato canzonci­ne di tutti i generi: per Natale, per Pasqua, per la festa della mamma, per la festa del pa­pà.

Mai una volta che si can­tasse Mameli, nemmeno per sbaglio. La prima volta che ho senti­to forte l’esigenza di una ban­diera italiana è stato l’11 lu­glio 1982, il giorno della vitto­ria del Mundial spagnolo, quello di Tardelli e Paolo Ros­si. Ci sentimmo tutti italiani, allora. Ma eravamo così sprovvisti di tricolori che ri­cordo che mia madre me ne dovette improvvisare uno an­nodando indumenti presi a caso dall’armadio, sull’onda dell’euforia da campioni del mondo: il verde era una ma­glietta, il bianco il fazzoletto, il rosso un costume da ba­gno. Ci fece ridere assai. Og­gi, forse, qualcuno lo riterreb­be un sacrilegio. Allora non c’era sacrilegio, e non c’era retorica. La prima volta che sono entrato a Tori­no i miei genitori mi fecero ve­dere la monorotaia di Italia ’61. Per molti anni pensai che Italia ’61 fosse stata inventata per costruire la monorotaia, che mi sembrava una specie di giostra per adulti, appena un po’ più noiosa dell’ottovo­lante.

E non riuscivo a capire che bisogno ci fosse d’inven­tarsi la storia della celebrazio­ne per inaugurare una nuova attrazione.
Nessuno mi ha mai spiega­to bene le ragioni di Italia ’61 e delle sue feste. In fondo è stato a lungo vietato dirsi pa­triottici. Era una specie di in­sulto. Il Paese è stato sempre immerso in due culture, quel­la cattolica e quella comuni­sta, entrambe fiere avversa­rie della Nazione. Del resto, si sa: i comunisti inseguivano l’Internazionale operaia, i cattolici l’Internazionale del paradiso. A scuola chi avesse portato una coccarda bianco­rossoverde, come quelle che ieri avevano tutti in tv, finiva subito bollato come fascista. Ma anche fra i miei amici del­la parrocchia, ragazzi del­l’oratorio, non c’era grande passione per l’Italia: si guar­dava alle missioni, all’Africa, al Centramerica, mai al trico­lore. La Chiesa è cattolica, ap­punto, cioè universale, si di­ceva: mica può perdersi nel cortile di casa.

Adesso mi fa piacere leggere del cardinal Bagnasco in versione risorgi­mentale, mi bevo con gioia gli editoriali di Avvenire sul contributo dei cattolici al­l’identità nazionale. E un po’ dispiaciuto mi chiedo: acci­denti, non potevate spiegar­melo prima? Magari, ecco, se me l’ave­ste spiegato prima oggi riusci­rei a sentirmi un po’ più pa­triottico anch’io. Riuscirei so­prattutto a commuovermi leggendo certi editoriali. In­vece nulla. Continuo a cerca­re nella memoria. E ricordo che l’unica volta che sentivo un po’ di sana retorica sul­l’Italia era quando mio padre mi portava al torneo di bocce degli alpini. A un certo punto i veci col cappello tiravano fuori la pinta di Barbera e can­tavano l’inno. Ma lo faceva­no di nascosto, quasi vergo­gnandosi. Così intere genera­zioni di italiani sono cresciuti pensando che le vere feste dell’unità fossero quelle con Napolitano e le bandiere ros­se. Adesso scopriamo che la festa dell’Unità si fa con Na­politano e le bandiere tricolo­ri. Benissimo, per carità: que­sta abbuffata di patriottismo è assai onorevole. Ma mi do­mando: dopo tanto digiuno non farà male? E soprattutto: ci lascerà qualcosa di concre­to, oltre al senso di nausea?



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I diritti del lavoratore? La decisione del giudice: chi ne abusa va licenziato





Il giudice ha confermato la decisione dell’Agenzia delle entrate che ha lasciato a casa un’impiegata napoletana. La giovane prima ha accettato il trasferimento a Milano ma poi ha usato ogni espediente pur di non lavorare 


Licenziata da un posto pubblico per aver abusato dei propri diritti di lavoratore. Per aver «dimostrato di intendere la pubblica amministrazione come ricettore passivo di qualsivoglia richiesta senza presupporre la sussistenza di obblighi». Una motivazione sui generis quella del giudice del lavoro milanese Gianluca Alessio, ma che meglio non potrebbe spiegare perché Francesca R., giovane laureata napoletana è stata licenziata dall’Ufficio dell’Agenzia delle entrate e, secondo il giudice, giustamente. Assunta a tempo indeterminato nel 2007 la giovane aveva accettato di trasferirsi al Nord pur sapendo che la nuova legge Brunetta prevede l’obbligo di restare almeno 5 anni nella sede assegnata.

Ma probabilmente non erano questi i piani della neo assunta visto che, scrive il giudice «attraverso una serie di iniziative e condotte che prendevano spunto da diritti e prerogative inerenti lo status di dipendente, Francesca R. da un lato riusciva a creare una situazione di malfunzionamento, con vera e propria sottrazione di risorse ed impegno lavorativo, dell’ordinaria attività, e disagio allo scopo di esercitare un’indebita pressione sull’Amministrazione per ottenere il trasferimento presso il luogo di residenza della famiglia di origine, Napoli». Un atteggiamento definito «patologico» nei confronti del datore di lavoro, «abusando della disciplina a tutela del dipendente». Il giudice ha passato in rassegna i principali atti della giovane «che evidenziano il carattere strumentale, irrispettoso nei toni, abnorme del proprio modo di interloquire con i responsabili dell’Amministrazione».

A partire dalle innumerevoli istanza di accesso agli atti e del carattere effimero di alcune richieste. E poi «le continue domande in ordine al mutamento del titolo dell’assenza, la richiesta rivolta a tale proposito, con cadenza regolare, relativa a singoli giorni di ferie, di aspettativa, di malattia, la sostanziale inutilità del flusso alluvionale di richieste e di lamentele non seguite da alcuna iniziativa ad effettiva tutela dei propri diritti, ma con lo scopo, neppure celato, di potere formalizzare denunce, costituiscono indice coerenti tra di loro di tale intento». In più di un’occasione la dipendente si era lamentata «della condotta tenuta dal datore di lavoro apertamente punitiva e sanzionatoria». In ultimo accusando l’amministrazione pubblica di averle provocato uno stato di prostrazione tale da indurla a sottoporsi a cicli di psicoterapia. E ancora si lamentava di «comportamenti apertamente vessatori da parte di superiori e colleghi (diniego di aspettativa per motivi personali, diniego di ferie, diniego di ogni forma di mobilità per assistere i propri familiari, mancata partecipazione a corsi e/o momenti di formazione, attribuzione di incarichi non desiderati) rientranti nella sfera del mobbing».

Mediante il profluvio di istanze e ricorsi (quelle citate sono solo una parte) «la dipendente - scrive il giudice - ha coltivato l’inconfessata aspettativa di creare pressione nei confronti dei responsabili amministrativi». Spiega il giudice: «Non è in discussione che il lavoratore abbia il diritto di accesso agli atti o di rivolgere istanze al proprio datore di lavoro a tutela della condizione personale o lavorativa, bensì quello di strumentalizzare tali prerogative con l’obiettivo ultimo di creare condizioni di disagio talmente elevato nell’ambiente di lavoro da costringere l’amministrazione ad accettare il trasferimento della ricorrente nella sede da lei ambita, pure di porre fine a tale contegno. Si tratta di atteggiamento inaccettabile». Accontentata: ora potrà rientrare a Napoli.




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Amici delle salamandre

La Stampa






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Pochi aerei e zero missili La vera arma di Gheddafi sono gli immigrati





Tripoli non ha una marina né un arsenale missilistico come negli anni Ottanta, quando due Scud furono lanciati su Lampedusa. La vera minaccia per il nostro Paese dopo l’ok all’intervento Nato è l’ondata di immigrati dalle coste libiche ormai senza controllo

 
Cosa abbiamo da temere da Gheddafi? Poco o niente in realtà, soprattutto dal punto di vista militare. Qualcuno maga­ri ricorderà i due missili balisti­ci Scud che il Colonnello (for­se, la cosa non è mai stata dav­vero acclarata) contro una sta­zi­one per comunicazioni statu­nitense a Lampedusa. Tran­quilli, quei missili non ci sono più. Come quasi certamente non ci sono più neanche le ar­mi per la distruzione di massa, in particolare le munizioni al­l’iprite che furono smantellate dopo la «conversione» di Gheddafi nel 2004. Dunque che resta? La Libia non ha più una marina da guer­ra, quindi sul mare non ci sono preoccupazioni, se non per chi volesse entrare nelle ac­que costiere libiche. Rimane il cielo.

Ma come ha finalmente ammesso il ministro degli este­ri francese Alain Juppé, la tan­to temuta aeronautica libica conta soltanto poche decine di aerei da combattimento e elicotteri ancora in grado di vo­lare. E li sta utilizzando al mas­simo in queste settimane, sia pure con scarsi risultati. I veli­voli sono portati in volo da pilo­ti esperti, ma ogni giorno si consumano pezzi di ricambio e armamenti che non possono essere sostituiti. E il tasso di at­trito è elevato, per incidenti, defezioni e per i centri della contraerea degli insorti, dovu­ti più che altro all’insipienza degli aviatori. I pochi Mirage F.1 di produ­zione francese, i Sukhoi Su-22, i pochi Su-24 rappresentano lo standard tecnologico di qua­si 30 anni fa e non sono davve­ro una minaccia credibile. Una volta pienamente attivata la no fly zone i piloti libici che cercassero di alzarsi in volo (sempre che gli aerei libici non siano distrutti al suolo) si tra­sformerebbero in suicidi, an­cor peggio di quanto accade ai piloti serbi nel 1999.

Se anche qualche aereo riuscisse a supe­rare la no fly zone e a puntare sull’Italia dovrebbe prima su­perare la invincibile armada navale con unità antiaeree che si sta schierando nel mediter­raneo e poi la difesa aerea Na­to che proteggerà l'Italia meri­dionale, come la Francia, isole incluse e gli altri Paesi alleati. «Bucare» un simile dispositi­vo, con aerei radar costante­mente in volo, radar di sorve­glianza a terra, caccia in pattu­gliamento avanzato, intercet­tori pronti al decollo e infine un buon numero di batterie missilistiche contraeree che potranno essere schierate a Sud, almeno a protezione de­gli obiettivi militari? Se un ae­reo libico superasse tutto que­sto potrebbe poi sganciare una manciata di bombe e non riuscirebbe a tornare indietro, sia per questione di carburan­te sia perché sarebbe braccato e distrutto in volo.

No, l’unico pericolo concre­to è quello terroristico. Ghed­dafi ha già dimostrato in passa­to di saper organizzare e paga­re terroristi capaci di colpire aerei e piazzare bombe. Però queste operazioni furono orga­n­izzate per tempo e attuate nel­lo scenario pre Undici settem­bre. Oggi le cose sono profon­damente cambiate, in meglio per la sicurezza interna occi­dentale. E Gheddafi non ha avuto modo e tempo di prepa­rare qualcosa, né dispone di «martiri kamikaze». Al Qaida per un po’ di milioni di dollari potrebbe magari dare una ma­no o trovare qualche «strin­ger » ma l’intelligence italiana e non ritiene queste ipotesi mol­to remote.
C’è poi naturalmente un’ul­tima freccia nella faretra del Colonnello, quella di utilizza­re la «bomba immigrazione». Naturalmente questa forma di aggressione non ha alcuna va­lenza militare, ma ovviamente potrebbe creare seri problemi alle forze di polizia ed al mini­stero dell’Interno che si trove­rebbero ad affrontare un afflus­so straordinariamente consi­stente di profughi, rifugiati e di­sperati, non più «drenato» dai controlli alle frontiere terre­stre e marittime libiche. Peral­tro indipendentemente dai vo­leri del dittatore libico, una si­tuazione di protratta instabili­tà in Libia o di conflitto civile favorirebbe la corsa all’Italia. Questo fino a quando le istitu­zioni libiche riprenderanno a funzionare e vorranno interve­nire o una forza internaziona­le di stabilizzazione avrà as­sunto il controllo del paese.



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E se ci bombarda Gheddafi?

 A Montecitorio si è materializzata la parola guerra  e gli onorevoli signori si sono resi conto che nel golfo della Sirte si fa sul serio.  E hanno invocato subito l’ombrello protettivo della Nato anche se fare parte degli organismi internazionali prevede di essere un Paese che la smette di essere ambiguo.


Gheddafi Il 15 aprile del 1986 la Libia lanciò un attacco missilistico contro l’Italia. Pochi ricordano l’episodio perché gli SS1-Scud diretti verso una base militare americana a Lampedusa non centrarono l’obiettivo ma esplosero in mare. Gheddafi ordinò l’attacco come risposta al bombardamento di Tripoli da parte degli Stati Uniti. Muammar era un terrorista al fulmicotone, gli americani lo ritenevano responsabile dell’attentato alla discoteca La Belle a Berlino e Ronald Reagan ordinò un raid aereo, operazione che passò alla storia come Eldorado Bay. Ventiquattro bombardieri Usa mirarono su Tripoli, distrussero la casa di Gheddafi ma il Colonnello sopravvisse. Non fu così per la figlia adottiva, Hanna, una vita spezzata a 15 mesi d’età. La ruggine tra Stati Uniti e Libia viene da lontano. Con la presidenza di Barack Obama siamo al redde rationem. Ieri come oggi l’Italia sta nel mezzo.

La domanda che si sono posti alcuni parlamentari della maggioranza e dell’opposizione non è sbagliata: cosa succede se Gheddafi sferra un attacco contro l’Italia? Improvvisamente, a Montecitorio si è materializzata la parola guerra. Tralascio le dichiarazioni dei partitanti di destra e di sinistra, in larga parte imbarazzanti e penose. Nel Palazzo sono sempre pronti a giocare con i soldatini e a pensare alle crisi belliche come affare degli altri, ma da ieri gli onorevoli signori si sono resi conto che nel golfo della Sirte si fa sul serio. Si è invocato subito l’ombrello protettivo della Nato. Giusto. Ma allora, cari parlamentari, siate seri: fare parte degli organismi internazionali prevede di essere un Paese che la smette di essere ambiguo e non si lascia scippare il comando naturale delle operazioni da Francia e Gran Bretagna. L’avevamo anticipato e siamo rimasti inascoltati. Ora rischiamo di stare in una posizione scomoda: tra l’incudine degli alleati e il martello del Colonnello. Il Tempo ha auspicato per primo l’intervento di una coalizione dei volenterosi in Libia. A questo punto, ci auguriamo una sola cosa: che l’Italia dimostri di non essere la nazione che strilla «armiamoci e partite».

Mario Sechi
19/03/2011




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Lite (politica) sulle foto di Ambra

Corriere della sera


Il «Fatto»: rappresaglia perché anti-berlusconiana. «Libero»: paranoia

Il caso Su «Chi» | le immagini in compagnia del collega Bellocchio. Lei sospende la tournée

MILANO - «Quindici giorni di riposo e cure dal medico di Brescia» per un «delicato problema di salute»: Ambra Angiolini è costretta a interrompere temporaneamente la tournée dello spettacolo teatrale I pugni in tasca. Non si entra nel merito del «problema di salute», ci mancherebbe, questione di privacy. Ma per capire quello che ci può essere dietro il malessere dell'attrice lanciata ere televisive fa da Non è la Rai bisogna fare un passo indietro. E andare alla copertina di Chi, il settimanale di gossip diretto dal troppo pettegolo Alfonso Signorini. Che in copertina pubblica le foto di Ambra in atteggiamenti se non complici almeno equivoci non con il suo compagno - il cantante Francesco Renga, hanno due figli - ma con Pier Giorgio Bellocchio - attore nonché figlio del regista Marco.


Ambra e Pier Giorgio sono fianco a fianco nella pièce I pugni in tasca e, stando alle foto pubblicate da Chi, tra di loro ci sarebbe qualcosa di più di un rapporto professionale. Immagini «scattate a più riprese a Roma, a Napoli, a Lamezia Terme e a Crotone, nel corso di un mese e dieci giorni circa» mostrano i due molto vicini, un bacio che potrebbe essere sulla guancia o forse no, atteggiamenti d'intesa. Chi non si limita a raccontare quello che dicono le foto, ma racconta anche i retroscena. Perché Ambra sarebbe venuta a sapere delle foto prima della loro pubblicazione e sarebbe «letteralmente disperata». E fa quello che farebbe chiunque: chiama Signorini e cerca di convincerlo. Scrive il settimanale: «Nel corso della conversazione con Signorini, Ambra si dice "disposta a fare qualsiasi cosa", pur di tutelare i suoi familiari dalla vista di quelle immagini. "Ho fatto una cazzata. Aiutami!", supplica l'attrice». Seguiranno altri contatti, altre telefonate, ma alla fine vale quello che il direttore ha detto subito ad Ambra: «Un servizio acquistato è un servizio pubblicato», cioè che pubblicherà in ogni caso le foto. E così è.

La questione però da umana si fa politica perché al Fatto Quotidiano non è piaciuta per niente la vicenda. Il quotidiano diretto da Antonio Padellaro (il vicedirettore è Marco Travaglio) parla di «rappresaglia». Ambra pagherebbe per aver fatto «un percorso distante dal pensiero dominante berlusconiano», per essersi «esposta ad Annozero contro il carrierismo a colpi di prostituzione». E si torna alla frase «un servizio acquistato è un servizio pubblicato»: «Il discorso è ineccepibile - scrive Il Fatto -. Ma c'è un particolare: la regola vale per Ambra e non per altri. È noto, infatti, che il direttore, delle foto o dei video che gli passano fra le mani fa un uso strategico. Pubblica, acquista e non pubblica, avverte dell'esistenza delle immagini. Dipende dal soggetto. Per esempio, informa Marina Berlusconi di un video imbarazzante, realizzato con un cellulare, che riguarda Silvia Toffanin, compagna di Pier Silvio Berlusconi. Il filmato viene acquistato dalla famiglia e fatto sparire». E ancora: «Ed è sempre Signorini che pubblica solo le immagini più "innocue" di Barbara Berlusconi». Fino a concludere: «Una notizia si pubblica. Sì, ma sempre, non a convenienza».
Da sinistra si torna a destra, perché è Libero a rispondere al Fatto. Il quotidiano del tandem Feltri-Belpietro bolla tutto come un'ossessione: «Secondo Il Fatto, la ragazza sarebbe stata colpita dalla rivista vicina al Cav perché ha preso le distanze dal premier, scendendo in piazza e addirittura partecipando ad Annozero. Quando si dice la paranoia».
Rinviato lo spettacolo, rinviato pure il matrimonio con Renga come l'attrice aveva rivelato una decina di giorni fa. Se sia un caso o no, sono affari loro. Mercoledì Renga ha aperto il suo tour da Brescia dedicando una canzone proprio ad Ambra: «Stasera non è qui perché non sta bene. Qualche sciacallo ha cercato di rovesciare della spazzatura sulla nostra felicità e sulla nostra storia d'amore. Dedico la canzone idealmente a lei».

Renato Franco
19 marzo 2011



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Scaricato dopo l’entrata da kung fu

di Redazione


Londra

Al suo arrivo lo avevano accolto come il bad boy del calcio italiano. Sette mesi più tardi il pregiudizio è degenerato nell'insulto. «Un idiota di nome Mario Balotelli». Non la salacità di un solo tabloid (il Sun). Ma il tono, unanime, dei giudizi seguiti all'ultima stupidata di Balo. Quel tackle - «sconsiderato», «brutale», «sfrontato» - che gli è costato l'espulsione nel ritorno contro la Dinamo Kiev. Manchester City in dieci dopo 36', e addio rimonta (dopo lo 0-2 dell'andata).

Mai come ora Balotelli appare isolato. Abbandonato anche da Roberto Mancini che fin qui lo aveva sempre difeso, protetto, coccolato. A fine gara lo sfogo del Mancio, rabbioso come chi si sente tradito. «Rimontare era già difficile, ma quando sei costretto a giocare in 10 per un rosso così stupido diventa ancora più dura. Io arrabbiato? Secondo voi? Se Mario pensasse, sarebbe un giocatore fantastico. Ma questo è il suo problema. E quando fa certe stupidaggini diventa tutto più difficile, per se stesso, per me e per la squadra».

Una lavata di capo via mezzo stampa che non ha evitato la crocifissione mediatica. «Dieci uomini coraggiosi e un codardo imboscato», Sun. «Euro Stupid», Mirror. «Un brutto clown», Daily Mail. «L'epitome del Manchester City di oggi: costoso e pieno di talento ma con un difetto di progettazione quindi tutto da rifare», Times. Una stupidaggine in eurovisione, stigmatizzata anche dai compagni, sempre più insofferenti verso certi comportamenti da primadonna. Tra i pochi a difenderlo, Nigel de Jong: «Mario è giovane e pieno di talento. Ma deve imparare dai suoi errori».

Che nella sua prima stagione inglese - tra gol e espulsioni, litigi e infortuni - non sono stati pochi. Accolto tra lo scetticismo generale, nella prima conferenza inglese, infatti, si difende. «Non sono cattivo». Al suo fianco Mancini a garantire per lui: «Ha 20 anni, ha sbagliato, ma sta maturando». Poi il debutto coi Citizens (quasi) perfetto: a Timisoara entra, segna e si infortuna. Si ferma due mesi per un problema al legamento del ginocchio. Per il debutto in Premier League bisognerà attendere fine ottobre. Per la prima espulsione passa giusto una settimana.

Sul campo del West Bromwich: prima segna due gol, poi si fa cacciare. Fuori per tre giornate. Rientra, gioca e fa gol. E si prende a cazzotti col compagno Jerome Boateng in allenamento. Mancini minimizza. Alterna il bastone alla carota. Il 28 dicembre la sua prima tripletta coincide con un nuovo infortunio. Ancora il ginocchio destro. Torna in Italia. Visita (senza permesso) un carcere femminile. Spara fuochi d'artificio dal balcone di casa. Il City non commenta. Rientra a metà febbraio, contro il Fulham segna un gran gol. Ma Mancini lo rimprovera: «Non gioca per la squadra». Si ripete in Fa Cup (Aston Villa). Ma questa volta Mancio si affida al sarcasmo: «Non credo che mi ascolti quando gli parlo». Nel frattempo Mario arriva a 10 gol (20 presenze), accompagnati da nove gialli e due rossi.
Troppi anche per il suo mentore Mancini che ora minaccia di tenerlo fuori nella partita di domenica contro il Chelsea.



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