venerdì 18 marzo 2011

Controlli radioattività, valori alterati «Ma non c'è nessun rischio clinico»

Corriere della sera

 

Su 11 persone sono state trovate piccole tracce di iodio radioattivo nel corso di controlli effettuati a Firenze. I medici: «Valori bassi, come dopo una scintigrafia»

 

FIRENZE - Gli italiani sono rientrati dal Giappone, compresi i componenti del Maggio Musicale Fiorentino. E dopo il sollievo di essere in suolo italiano, comincia l'incubo della contaminazione. Ad oggi, hanno effettuato controlli 23 persone, di cui tre in Lombardia, presso l'ospedale Niguarda Cà Grande di Milano e 20 in Toscana di cui 14 presso l'Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze e 6 presso l'Azienda Ospedaliera di Pisa. Di quelle che si sono presentate a Careggi, su 11 (fra cui otto componenti del Maggio Fiorentino) sono state individuate lievi tracce di iodio 131 nelle urine da mettere in correlazione con l’incidente nucleare. Una dose, secondo il ministero della Salute, «comunque inferiore al limite della normale esposizione ambientale consentita e quindi si escludono rischi per la salute». A Firenze, su undici persone sono state trovate piccole tracce di iodio 131 (iodio radioattivo) nel corso di controlli. La quantità rilevata, secondo gli esperti dell’ospedale di Careggi, non ha alcuna rilevanza dal punto di vista clinico.

 

Le tracce di Iodio 131, secondo gli esperti di Careggi, non hanno alcuna rilevanza dal  punto di vista clinico. Nessuna positività, al momento, per le 6 di Pisa, sulle quali però sono stati fatti solo gli accertamenti radiometrici esterni (i risultati degli esami delle urine sono attesi per lunedì). «Le dosi rilevate – spiega il professor Giampaolo Biti direttore della radioterapia di Careggi - sono inferiori di un migliaio di volte a quella che viene somministrata giornalmente nelle migliaia di pazienti che in tutto il mondo sono sottoposti all’esame della tiroide con scintigrafia (30 microCurie) e almeno centomila volte inferiore alle somministrazioni di iodio 131 effettuate a scopo terapeutico per ipertiroidismo (5 milliCurie). E la letteratura internazionale consolidata da oltre mezzo secolo non ha mai osservato in coloro che sono stati sottoposti a indagini sulla tiroide od a terapie per ipertiroidismo effetti collaterali gravi o tumori radio indotti. Queste quantità si riducono progressivamente, fino a sparire nel giro di 120 giorni».

 

 

Nell’Azienda ospedaliero universitaria Careggi, a partire dal 16 marzo ad ora sono stati eseguiti esami sulla raccolta di urine delle 24 ore per la rilevazione di contaminazione radioattiva relativi a 14 cittadini, di cui 10 del Maggio Fiorentino provenienti dal Giappone e specificamente dall’area di Tokyo. Lo dichiara Valter Giovannini, direttore sanitario di Careggi. «Di questi – precisa il dottor Cesare Gori, direttore della Fisica sanitaria di Careggi – 11 (8 fra i componenti del Maggio e 3 altri cittadini) controllati mostrano o piccole tracce di iodio 131, con valori non superiori a 40 Becquerel». «Queste differenze – spiega il professor Alberto Pupi direttore della medicina nucleare di Careggi - pur su livelli complessivi minimi di radioattività, dipendono dal momento del prelievo delle urine rispetto al momento in cui l’individuo è venuto in contatto con lo Iodio 131. Ad esempio, se nelle urine dopo 5 giorni dalla inalazione dello Iodio 131 è presente 1 Becquerel, nella tiroide il giorno della inalazione, erano presenti circa 1.300 Becquerel, pari a 30 nanoCurie (miliardesimi di Curie)». «Tutte le persone risultate positive – conclude Giovannini – saranno contattate e inserite in specifici protocolli di controllo che prevedono un monitoraggio nelle prossime settimane in relazione ai risultati delle indagini. Siamo quindi di fronte a una situazione che non ha aspetti di rilevanza dal punto di vista clinico e che quindi per adesso esaminiamo unicamente sotto il profilo sanitario».

 

«Ho sentito uno degli 8 trovati positivi. Mi ha detto di essere stato informato da Careggi nel pomeriggio e che ora è relativamente tranquillo: certo avrebbe preferito avere notizie diverse». Lo racconta Silvano Ghisolfi, Rsa Cgil, che ha spiegato di aver raggiunto telefonicamente uno degli 8 componenti del Maggio musicale fiorentino. Ghisolfi ha sottolineato che «si tratta di una persona che è stata una delle prime a rientrare in Italia da Tokyo dopo che è stata annullata la tournee. Ora quello che ci fa preoccupare è il pensiero all’orchestra che ha proseguito il tour spostandosi in Cina». Per l’onorevole Fabio Evangelisti, segretario Idv Toscana: «Minacce di licenziamento o meno, abbiamo assistito a una grave incapacità di prendere decisioni importanti - aggiunge -: per questo, chi allora ha esitato, a Firenze come alla Farnesina, dovrà assumersi tutte le gravissime responsabilità per aver esposto i lavoratori del Maggio in tournee a Tokyo a un così concreto quanto inutile rischio». Rincara la dose la FLC CGIL di Firenze: «Viviamo con apprensione l'evolvere della catastrofe giapponese, e con ancor più preoccupazione abbiamo vissuto la vicenda di quelle lavoratrici e di quei lavoratori, siamo rimasti stupiti dall' incomprensibile ed ingiustificabile il comportamento del sindaco della città di Firenze, nel suo doppio ruolo di rappresentate della città e di datore di lavoro. “Lo spettacolo deve continuare”, ma non a danno della sicurezza dei 300 musicisti, coristi e tecnici, spiace che sia stata necessaria la rabbia dei familiari per portare il Presidente e la Sovrintendente alla ragione».

 

A Pisa. All’Unità di fisica sanitaria dell’ospedale Santa Chiara di Pisa si sono presentate fino a venerdì pomeriggio sei persone. Sono state visitate e, all’esame radiometrico esterno, sono risultate tutte e sei negative. Lunedì si avranno i risultati dell’esame delle urine. I due Centri dedicati istituiti dalla Regione, sono nelle due aziende ospedaliero-universitarie di Careggi e di Pisa. A Careggi i cittadini possono andare al pronto soccorso, a Pisa all’Unità di fisica sanitaria dell’ospedale Santa Chiara. A questi centri dedicati dovranno rivolgersi solo le persone che rientrano dal Giappone, e in particolare dalle zone intorno alla centrale nucleare di Fukushima.

 

La Commissione regionale per la prevenzione dei rischi da radiazioni ionizzanti. E’ composta da dirigenti dell’assessorato, medici nucleari, radioterapisti, fisici nucleari. Si è riunita e ha validato il protocollo già in atto nel Centro dedicato dell’azienda ospedaliero universitaria di Careggi, con le indicazioni valevoli per le persone che rientrano dal Giappone. Nel Protocollo si stabilisce che gli utenti devono essere presi in carico dalla struttura operativa individuata dall direzione sanitaria. Oltre all’anamnesi individuale, devono essere annotati su un’apposita scheda anche la zona del Giappone da cui provengono (in particolare la distanza da Fukushima) e il periodo di soggiorno. Prima l’utente sarà sottoposto ad una misurazione strumentale esterna per ricercare la presenza di un’eventuale emissione di radiazioni. Poi all’utente viene consigliata la raccolta di urine delle 24 ore, previa acquisizione di consenso informato. A coloro che aderiscono viene consegnato il contenitore per la raccolta, con le indicazioni su come consegnare il campione e come ritirare il referto. Sul campione di urine viene effettuata la ricerca dello Iodio 131 e del Cesio 137.

 

18 marzo 2011

Lampedusa, ricominciano gli arrivi I residenti bloccano lo sbarco dei migranti

Corriere della sera

 

Cittadini esasperati impediscono l'attracco alle motovedette della Finanza con i migranti a bordo

 

MILANO - Ancora sbarchi, ancora emergenza per l'accoglienza dei migranti a Lampedusa. E la rabbia dei residenti ha preso forma in una protesta sul molo che impedisce gli sbarchi. Nella notte è approdato sull'isola siciliana un barcone con a bordo 38 persone di nazionalità nordafricana, tra cui 3 donne; in mattinata è arrivata una seconda imbarcazione su cui viaggiavano 37 tunisini, tutti uomini adulti. Più tardi altre quattro motovedette della Guardia di Finanza sono arrivate in rada, in attesa di poter attraccare nei moli dove si sono radunati numerosi cittadini che protestano per impedire lo sbarco dei migranti. Su uno dei natanti delle fiamme gialle ci sono circa 100 persone mentre sugli altri una cinquantina per ognuno. Questi soccorsi della Guardia di Finanza sono scattati perché le imbarcazioni dei migranti erano in difficoltà al largo dell'isola.

 

LA PROTESTA DEI RESIDENTI - Emergenza umanitaria a parte, la questione diventa ora un fatto di ordine pubblico, vista la crescente insofferenza dei residenti per la trasformazione, di fatto, del loro territorio in un unico grande centro di accoglienza. L'esasperazione ha fatto sì che nel pomeriggio vi sia stata una clamorosa azione di protesta: un centinaio di cittadini ha raggiunto il molo Favaloro e ha impedito l'attracco di una motovedetta della Capitaneria di Porto con 116 migranti a bordo, soccorsi a largo dell'Isola. Secondo alcune testimonianze, ogni volta che la motovedetta tenta di avvicinarsi i manifestanti minacciano di buttarsi in acqua. Sul molo ci sarebbe anche l'ex assessore comunale di Lampedusa, il generale Antonio Pappalardo, che giovedì aveva tenuto un comizio in piazza dicendosi contrario alla permanenza nell'Isola dei migranti, che ormai sono circa tremila. Già in mattinata alcuni cittadini avevano occupato l'area marina protetta gestita da Legambiente per impedire l'alloggio di alcuni extracomunitari.

 

 

CENTRI AL COLLASSO - Sull'isola al momento sono più di 2700 i clandestini stipati tra il centro d'accoglienza di contrada Imbriacola, che ne potrebbe accogliere solo 800, e la «Casa della fraternità» organizzata dalla Caritas. Per far fronte all'emergenza, sull'isola in queste ore si lavora all'allestimento di due tendopoli, non gradite dai cittadini del paese, che guidati dal sindaco hanno più volte espresso in maniera evidente i propri malumori (GUARDA la gallery), ma che potrebbero ospitare fino a 500 persone. Questa mattina, intanto, al Villaggio della solidarietà di Mineo in provincia di Catania, arriveranno i primi duecento richiedenti asilo politico. Come spiegato ieri dal commissario per l'emergenza immigrati, Giuseppe Caruso, i primi ad arrivare nella struttura calatina saranno i rifugiati già presenti sul territorio siciliano.

 

Redazione online
18 marzo 2011

La Polverini e la casa dell'Ater: mio marito ci è nato e ci vive da sempre

Corriere della sera


Il governatore del Lazio sull'appartamento popolare all'Aventino a 130 euro al mese: mai nascosto nulla



ROMA - «Peccato che la notizia non sia nuova, visto che della mia vita si sa tutto, e che non è per neppure uno scandalo, considerato che mio marito abita in quella casa, al quarto piano senza ascensore, da quando è nato. Sono però sconcertata e preoccupata per l'attenzione morbosa e maleducata che mi è stata riservata in questa circostanza, visto che nell`articolo si è voluto indicare puntigliosamente non solo l'indirizzo, ma anche il numero civico. Mi sembra un accanimento degno di miglior causa e un pò irresponsabile». Renata Polverini, presidente del Lazio, replica così alle notizia diffusa dal settimanale Espresso e ripresa da molti quotidiani che per 15 anni avrebbe abitato in una casa popolare dell'Ater all'Aventino pagando 130 euro al mese. La casa in questione si trova in via Bramante, nel quartiere romano dell'Aventino.

La casa dell'Ater di Renata Polverini

LA NOTA DELLA REGIONE - E poi affida ad una nota diffusa dalla Regione Lazio la spiegazione: «L'appartamento di cui trattasi, posto al quarto piano senza ascensore con una metratura di circa 60 mq, senza balconi, è stato assegnato, nei primi anni del Novecento, a Cesare Berardi, padre di Pierina Berardi, mamma di Massimo Cavicchioli, consorte della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini».



«CASA DI MIO MARITO» - «Negli anni Settanta la nonna paterna di Massimo Cavicchioli, Clementina Baratti - spiega ancora la nota -, è subentrata legittimamente nell'appartamento in forza del principio della necessaria tutela dei nipoti Massimo Cavicchioli e della sorella, nel frattempo rimasti orfani di entrambi i genitori. Nell'appartamento, dunque, - prosegue la nota - è sempre vissuta la famiglia di Massimo Cavicchioli, il quale nasce e vive da sempre nell'immobile. Tali circostanze - sostiene la Regione - sono sempre state riportate in tutti i censimenti effettuati dallo Iacp prima e dall'Ater poi, senza mai occultare nessuna notizia o stato di fatto».

«PAGO IL TRIPLO»- «E` evidente, allora - specifica ancora la Regione Lazio -, come non si tratta di un 'affittò alla presidente della Regione né tantomeno di favore, ma di una questione che riguarda esclusivamente il marito che tutelerà in ogni sede i suoi diritti ed il suo diritto alla riservatezza non trattandosi di persona con incarichi od interessi pubblici. Tantomeno, nella vicenda esiste alcun disegno speculativo, in considerazione del fatto che l`immobile in questione, come tutto il complesso al quale appartiene - conclude la nota - non è stato mai inserito in alcun piano di vendita, per complesse questioni di carattere giuridico urbanistico mai risolte. Ovviamente, il canone, regolarmente pagato, non ammonta a 130 euro come l`articolo fa intendere in maniera subdola, ma a circa il triplo».

«SOLIDARIETA'» - «Esprimo la mia piena solidarietà a Renata Polverini, oggetto di un attacco tanto artificioso quanto lesivo della sua privacy personale e familiare». Lo afferma, in una nota, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «In un momento in cui il Capo dello Stato ci esorta tutti a cercare di aumentare il nostro cemento nazionale e lo spirito di concordia - aggiunge -, è inaccettabile che si continui a spargere fango e veleno per nulla, tentando di delegittimare chi si trova a sostenere il duro compito di reggere le istituzioni in una congiuntura economica e sociale difficilissima».

«SI DIMETTA» - Ma l'opposizione attacca duramente. Enzo Foschi, consigliere regionale Pd: «L’accorata difesa della presidente Polverini sulla vicenda della casa Ater dove abita il marito, conferma che il marito abita in quella casa senza avere alcun titolo, tanto che paga il canone sanzionatorio. E non convince per niente. Ricordo che, soprattutto dal punto di vista del centrodestra, due persone sposate sono una famiglia, dunque quella casa è della famiglia Cavicchioli - Polverini. Visto come stanno le cose, liberi l’appartamento e lo metta a disposizione di chi ne ha più bisogno. Oggi siamo di fronte a un abuso». Le case Ater, continua Foschi «non si ereditano ma si possono avere solo con i titoli previsti dalla legge che, in questo caso, non ci sono. E’ comprensibile che chi ha vissuto sempre in quel quartiere non voglia allontanarsene, ma questo vale per tutti, non solo per i congiunti della Presidente. Cambiate (a quanto sembra anche significativamente) le condizioni economiche di chi vi abita, occorre lasciare la casa popolare e fare spazio a chi ne ha più bisogno». Dimissioni vengono chieste dal capogruppo della lista Bonino-Pannella al Consiglio regionale del Lazio Giuseppe Rossodivita: «Se le notizie riportate fossero vere, la presidente apparterrebbe alla categoria dei "furbi che devono andarsene" di cui ha giustamente parlato, alcuni giorni fa, l'assessore Buontempo».


Redazione online
18 marzo 2011



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166 euro per la beatificazione di Wojtyla Il Vaticano: attenzione, evento per tutti

Corriere della sera


La polizia postale scopre guida turistica che vendeva online biglietti per la messa del primo maggio. La sala stampa vaticana: ognuno può venire alle cerimonie



ROMA - Vendeva online a 166 euro più Iva biglietti per la messa di beatificazione di Papa Wojtyla, in programma il 1 maggio a Roma. Per questo un cittadino americano residente a Campagnano (Roma), già conosciuto dall'Ispettorato Vaticano come intermediatore di affari e guida turistica priva di autorizzazione, è stato denunciato dalla polizia postale, a seguito di una denuncia trasmessa dalla Prefettura pontificia.




BIGLIETTI E PROIETTILI - L'offerta dei biglietti era apparsa sul sito www.vaticancitytours, registrato negli Stati Uniti. Le indagini svolte dalla Polizia delle comunicazioni hanno portato ad individuare B.T.E.: nella perquisizione in casa dell'uomo è stata rinvenuta la sim telefonica, pubblicizzata sul sito quale contatto per l'Italia, documentazione cartacea relativa al sito, biglietti di ingresso gratuiti per le udienze del Santo Padre, 15 personal computer e 11 chiavette usb di memoria. Nella cassaforte il cittadino statunitense aveva anche 21 proiettili di pistola calibro 9 per i quali è stato deferito in stato di libertà alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli per detenzione illegale di proiettili da guerra.

«EVENTO APERTO A TUTTI» - E la sala stampa vaticana subito è intervenuta per ribadire che «non c'è nessun biglietto per accedere alla cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, tutti possono venire: confermiamo quello che abbiamo già detto diverse volte». E sul primo maggio: «Non facciamo previsioni e non daremo cifre per non creare aspettative di nessun tipo».



«TRUFFE IN AUMENTO» - «In quest'ultimo periodo stiamo assistendo ad un aumento delle guide (turistiche) abusive e delle truffe. Per questo stiamo intensificando i controlli». Lo ha detto il vice questore aggiunto dell'Ispettorato di pubblica sicurezza vaticana, Marco Scarpa. «C'è difficoltà - ha spiegato - a raccogliere le denunce perché i turisti si fermano solo per alcuni giorni. Bisogna assolutamente attenersi ai normali canali per prenotare qualsiasi evento, ad esempio il sito della Prefettura pontificia».

«ATTENZIONE ALLE TRUFFE» - Mauro Cutrufo, vicesindaco di Roma Capitale fa sapere che «c’è da parte di Roma Capitale, attraverso la polizia municipale, il dipartimento Roma sicura e il dipartimento turismo, grande attenzione sia sul territorio che verso i servizi prettamente turistici e di accoglienza», e sottolinea: «Non esistono biglietti a pagamento; la Beatificazione di Giovanni Paolo II è un evento assolutamente gratuito. Bisogna dirlo a voce alta per scongiurare altre truffe».



LE INFORMAZIONI - Il vicesindaco della Capitale quindi chiede «anche alla stampa internazionale di fare da cassa di risonanza a questa notizia per l’efficienza e la serenità di tutta la città di Roma e di quanti vogliono partecipare allo straordinario evento. Attraverso i nostri mezzi di comunicazione - aggiunge - il sito del turismo (www.turismoroma.it), lo 060608 (+39060608 per chi chiama dall’estero) e il servizio sms Roma informa, cercheremo di raggiungere più turisti possibili per ribadire la gratuità di un avvenimento che richiamerà a Roma un milione di pellegrini da tutto il mondo».


Redazione online
18 marzo 2011



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Gheddafi da spietato leader a coniglio

Corriere della sera

 

Il colonnello e la strategia del «bluff»

L'analisi di Antonio Ferrari

 

Crocifisso nelle scuole, l'Italia vince la battaglia Non vìola i diritti umani






La Corte europea dei diritti dell'uomo mette la parola fine alle polemiche sui crocifissi nelle scuole. Una battaglia durata cinque anni


Strasburgo - Storica vittoria dell'Italia a Strasburgo: dopo 5 anni di dibattito la Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo ha infatti assolto il Paese di violare i diritti umani con la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non vìola i diritti umani. La decisione della è stata approvata con 15 voti favorevoli e due contrari. I giudici hanno accettato la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni del simbolo della religione cattolica. 
Cinque anni di dibattito Una battaglia approdata alla Corte di Strasburgo il 27 luglio 2006. Allora l’avvocato Nicolò Paoletti presentò il ricorso con cui Sonia Lautsi, cittadina italiana nata finlandese, lamentò la presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica frequentata dai figli, ritenendo tale presenza un’ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e il diritto ad un’educazione e ad un insegnamento conformi alle convinzioni religiose e filosofiche dei genitori.

La prima sentenza della Corte (9 novembre 2009) diede sostanzialmente ragione alla signora Lautsi, affermando la violazione da parte dell’Italia di norme fondamentali sulla libertà di pensiero, convinzione e religione e scatenando un’ondata d’indignazione. Il Governo italiano, a quel punto, ha domandato il rinvio alla Grande Chambre della Corte, ritenendo la sentenza 2009 lesiva della libertà religiosa individuale e collettiva come riconosciuta dallo Stato italiano. La Grande Camera, accettata la domanda di rinvio, ha ascoltato le parti in causa, Stato italiano e legale ricorrente, rinviando ad oggi la sua decisione definitiva. Nel merito dei contenuti giuridici, la questione è stata affrontata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini in una serie di riunioni dedicate alla riflessione sulle argomentazioni da utilizzare nel ricorso sulla sentenza Lautsi. Il titolare della Farnesina ha personalmente presieduto due riunioni interministeriali (17 dicembre 2009 e 21 gennaio 2010) che hanno consentito rispettivamente di migliorare e formalizzare la memoria difensiva con il consenso di tutti gli attori coinvolti.

Frattini ha contestualmente inviato ai suoi omologhi dei 47 Stati membri del Consiglio d’Europa una lettera esplicativa della posizione italiana in merito alla questione come rappresentata nella memoria difensiva, presentata alla Corte, al fine di poter ricevere un sostegno non solo politico ma fattivo sul piano processuale, cioè un intervento degli Stati come ’terzì a favore dell’Italia. Hanno risposto positivamente intervenendo a favore nostro nel giudizio davanti alla Corte San Marino, Malta, Lituania, Romania, Bulgaria, Principato di Monaco, Federazione Russa, Cipro, Grecia e Armenia 




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Crociata di Chávez contro il seno rifatto «Non è socialista»

Corriere della sera


«Basta silicone». L'opposizione: «Retrogrado»


Venezuela 40 mila interventi all'anno (su 30 milioni di abitanti)


Miss Venezuela
Miss Venezuela
RIO DE JANEIRO - Alla fine se n'è accorto persino Hugo Chávez: c'è troppo silicone in Venezuela. E' la maledizione delle pechugas grandes - letteralmente «tettone» - ha tuonato l'altro giorno in tv, e percorre il Paese sudamericano in tutte le classi sociali, senza distinzioni. Millilitri su millilitri, a volte a strati, fino all'aberrazione di creare il bisogno anche tra le ragazze giovanissime che non hanno come pagarsi l'operazione, o più semplicemente stanno benissimo come sono. La colpa? Soprattutto dei medici, tuona il leader della Revolución bolivariana. «Sono loro a convincere tante donne che senza un seno grande si vive male, ed è una vergogna vedere le ragazze che magari non hanno i soldi a sufficienza per la casa o per i figli, o per comprare un bel vestito, e invece non fanno altro che guardarsi in giro per vedere come operarsi». Nessuno lo sa meglio di Chávez, d'altronde: «Mi arrivano migliaia di richieste di aiuto, qualcuno mi ha fatto vedere queste lettere. Richieste di 20-30.000 bolivares (circa 2-3.000 euro, ndr) per un'operazione. Non le ho nemmeno prese in considerazione...».

E' curiosa e tardiva la presa di posizione di Chávez. E' da ormai un decennio che il Venezuela guida le classifiche mondiali di operazioni al seno. Secondo l'associazione di chirurgia plastica si tratta di 30-40.000 interventi all'anno, su una popolazione di meno di 30 milioni di abitanti. Anche allo straniero meno malizioso basta passeggiare per le strade di Caracas per rendersi conto che non tutto ciò che appare è dono di madre natura, da queste parti già abbastanza generosa. Fucina del più alto numero di reginette di bellezza al mondo, il Venezuela non pone limiti ai ritocchi sulle candidate, che spesso si sottopongono a numerose operazioni prima di presentarsi in passerella. Trattandosi di ragazze tra i 16 e i 20 anni, la mania ha preso piede tra le coetanee. Incentivata dal gran numero di medici specializzati, cliniche e finanziamenti.
Le «tette a rate» sono pubblicizzate su giornali e cartelloni stradali, e sono poche le voci che si sono alzate finora contro la passione nazionale. Succede quando qualcuno ci lascia la pelle, com'è successo la scorsa settimana a una ragazza di Caracas, Paola Rios, 20 anni. «Chávez ha un atteggiamento antiquato e repressivo contro la libertà delle donne», tuona il quotidiano di opposizione El Nacional. Altri invece applaudono. «Non è possibile che l'operazione al seno sia diventata comune come andare dal dentista, il regalo più richiesto dalle quindicenni, ha scritto il governativo Correo del Orinoco. Qualche anno fa una telenovela colombiana («Senza tette non si va in paradiso») fu ritenuta corresponsabile del fenomeno. Ora dal Paese vicino arrivano segnali di inversione di tendenza: in Colombia va di moda la rimozione delle protesi, ha cominciato una starlette di nome Natalia Paris (dalla quinta alla terza di reggiseno). Se il fenomeno passerà di nuovo le Ande, Chávez può star tranquillo: tra qualche anno le pechugas venezuelane torneranno a dimensioni umane.


Rocco Cotroneo
18 marzo 2011



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I responsabili a gettone

Corriere della sera

nuovi acquisti della maggioranza in coda per le poltrone
P. Battista

I bimbi fantasma gettati nei rifiuti

La Stampa


Trovati bambini rom non registrati e sfruttati nel campo di Salone dove si facevano prostituire i minori. Blitz degli uomini del comandante Di Maggio.


L'INTERVISTA L'assessore Belviso: salviamoli dai genitori aguzzini


Una bambina rom chiede l'elemosina Neonati gettati tra i rifiuti per occultarli, o non registrati per poterli sfruttarli già a 3-4 anni in accattonaggio e furti come piccoli fantasmi invisibili alla legge. E ancora, bambini maltrattati e messi in condizioni di farsi molto male perché non sufficientemente vigilati.

Tutto questo hanno scoperto ieri mattina all'alba nel campo di via Salone gli agenti del Coordinamento Operativo per il controllo dei campi nomadi della Polizia Municipale diretto dal comandante Antonio Di Maggio. I servizi sociali dell'VIII Municipio avevano segnalato condizioni di estrema precarietà nelle quali alcune famiglie tenevano i propri figli.

Situazioni confermate dai 20 uomini di Di Maggio, che hanno rilevato anche molto di più facendo irruzione alle sei del mattino nel campo dove fu scoperto un giro di prostituzione minorile. E il Tribunale per i minori ha già tolto i piccoli alle famiglie di aguzzini. I minori venivano spesso lasciati incustoditi in ambienti malsani e insicuri. Alcuni erano rimasti vittime di incidenti subendo lesioni che il più delle volte non venivano neanche denunciate.

Nel corso delle precedenti verifiche i bambini erano apparsi trascurati nell'igiene e nel vestiario nonostante i nuclei familiari rientrassero in un programma di assistenza da parte del Dipartimento delle Politiche Sociali. Questa situazione ha portato il Tribunale dei Minori a emettere tre provvedimenti finalizzati al rintraccio di altrettanti minori.

Uno dei tre era già fuggito dalla struttura protetta cui era stato destinato oltre un anno fa. Il secondo è stato intercettato all'uscita del campo mentre la madre tentava di sottrarlo agli agenti durante il controllo. La giovane madre, secondo l'Autorità Giudiziaria, oltre a essere gravata da precedenti penali, non appare in grado di svolgere la potestà genitoriale, mentre il padre risulta attualmente detenuto.

L'ultimo dei tre minori, un neonato di soli sei mesi, era stato nascosto all'interno di un container fatiscente pieno di rifiuti organici che rendevano l'ambiente irrespirabile. Nel corso degli accertamenti sono stati trovati referti di pronto soccorso che certificavano diversi traumi cranici subiti dal piccolo a dimostrazione dell'incuria dei genitori, entrambi bosniaci, che sono stati denunciati. Padre e madre, per sottrarsi agli obblighi di legge, all'atto della nascita avevano indicato il bambino come nato da altra famiglia. È presumibile che con questo stratagemma il piccolo potesse venire impiegato nell'accattonaggio senza rischi per loro.

«L'intervento di Di Maggio è di grande valore sociale» ha detto Giorgio Ciardi, delegato del sindaco alle Politiche per la sicurezza. Per Ciardi «è una battaglia di civiltà la condotta dalla nostra amministrazione per contrastare la trascuratezza e la non custodia della loro prole, da parte di famiglie che nonostante l'assistenza da parte del Dipartimento delle politiche sociali arrivano fino a conclamati maltrattamenti a neonati».


Grazia Maria Coletti
17/03/2011




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Ghidella, l'uomo di ferro che salvò la Fiat con la Uno

La Stampa






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Dietro la pettorina il nonno è vigile

Il Tempo


Pioggia o vento, ogni giorno davanti alle scuole. Fanno felici i genitori, un po' meno chi guida.


Nonno vigile a Roma davanti alla scuola Nino Rota in via Baffi (foto Gmt) Mattina e pomeriggio, tutti i santi giorni del calendario scolastico davanti alle scuole, sotto la pioggia e con le mani ghiacciate dal freddo. A prendersi gli insulti degli automobilisti maleducati che non ci stanno a farsi fermare da un nonnetto, che per giunta non può neanche far loro la multa. Ma i nonni vigili sono così: volontari. Si accontentano del sorriso di un bambino che li saluta facendogli «ciao» con la manina. E sono felici per il «grazie» di mamme e papà che contano sulla presenza di anziani dal fisico bestiale, che sfidano le intemperie e curano gli acciacchi dell'età con il volontariato. Perché lo fanno? «Nei bambini rivediamo i nostri nipotini» racconta Angelo Dello Schiavo, 72 anni, che di nipoti ne ha 11, «Tiziano, il più piccolo, ha due anni. Simone, il maggiore, è un uomo fatto, ne ha 33». Ma di aiutare i bambini non si è ancora stufato. La strada è un campo di battaglia. E non solo per gli alunni che devono entrare e uscire da scuola mentre davanti ai cancelli il traffico si ferma ed impazzisce.

«Combattiamo con la gente - conferma Angelo - i più maleducati inveiscono contro, le parolacce si sprecano. E le donne non sono più tenere degli uomini. Non ci stanno a fermarsi, hanno sempre fretta. Tardano ad alzarsi e poi pretendono di recuperare il tempo perduto per andare al lavoro rigando dritto in auto senza fermarsi quando attraversa un bambino». Angelo invece arriva sempre puntuale alla scuola Ribotti a Villa Bonelli, ex zona residendenziale tra Portuense e Magliana. Sveglia alle sei come quando era impiegato alla Asl e andava a lavorare tutte le mattine al Policlinico Umberto I. E meno male che ci sono gli scolari. «Altrimenti dopo una vita trascorsa al lavoro che fai?» si chiede Angelo, che ricorda le belle colazioni al bar insieme ai colleghi. Adesso invece cappuccino e cornetto li condivide con gli altri nonni vigili. «Per scaldarci dopo il turno di servizio». È anche così che nascono belle amicizie. Licia Camilletti, 64 anni, e Ilva Dionisi, 71, ex infermiera presso la clinica «Città di Roma» a Monteverde, sono diventate amiche del cuore. Entrambe toscane, si sono incontrate davanti ai cancelli della Nino Rota, alla Magliana. E non si sono lasciate più. «Ci legano anche le origini, siamo tutte e due senesi» raccontano incappottate. «Siamo otto figli e tutti nati nella nobil contrada del Bruco», spiega con orgoglio Licia, che ha tre figli, tre nipoti e un marito all'Atac.

Eppure trova il tempo per tutto. «Lavo stiro cucino, anche per i nipoti, faccio la nonna vigile, e mi tengo in forma andando a scuola di ballo e in piscina». Ma l'elisir è fare il nonno vigile. «Io prendo una sola pillola al giorno perché una scuola al giorno toglie il medico di torno», sintetizza mutuando il proverbio, Salvatrice Martina Battaglia, 80 anni. A casa proprio non riesce a starci. Prende due autobus per andare a fare la volontaria davanti alla Ribotti. La sua è la storia di una ex ragazza siciliana che prende la valigia e decide il grande passo dopo aver pensato alla famiglia, inziando a lavorare che era una bambina, per la mamma e la sorella disabile. «A 14 anni avevo già imparato a fare la sarta - racconta -, a 15 facevo i vestiti da sposa a chi si era arricchito con la borsa nera. Una volta vennero in sartoria, dove lavoravo, la sposa e tutti gli invitati, dovevo vestire tutti, ma quando mi videro dissero alla mia maestra, che mi aveva insegnato tutto: ma mica possiamo dare pizzi e stoffe costose a una ragazzina? Li feci ricredere», dice con orgoglio. La svolta arriva nel '58 con la scuola di aggiornamento a Roma. «Appena ho visto Roma sono impazzita. Mi sono detta: qui e la mia vita». Salvatrice Martina non è più tornata indietro. «Ma quando mi sono sposata pensavo che Roma finisse a Trastevere». Il ricordo più bello? «Quando cucii un tailleur alla mia insegnante. Lo indossò e mi disse: L'allieva ha superato la maestra». E in famiglia che ne pensano? «Mia moglie Immacolata è contenta, almeno non le sto sempre tra i piedi - dice Angelo Forte, 74 anni, che faveva il camionista. E dopo aver percorso le strade della vita in lungo e in largo ha ridotto il suo percorso alle strade del cuore, riprendendosi il tempo perduto.

«Con noi figli è stato un padre assente per via del suo lavoro, non lo vedevamo mai - racconta la figlia Romina. Da pensionato s'è rifatto sui nipotini, è sempre occupato a portarli al parco, soprattutto Patrizio, il mio primogenito che ha due anni, Ludovica invece ha appena un mese». Le più contente quando escono di casa sono le mogli, donne di una volta che non sono abituate a vedere in giro per casa i loro uomini, che hanno pensato a tirar su la famiglia solo con il lavoro. E da pensionati sono i primi a sentirsi un impiccio se non possono ancora sentirsi utili. «Io ho molti hobby ma mi sento veramente bene solo se posso essere ancora utile agli altri», spiega Giuseppe, che dirige il traffico con la pettorina. Una sintesi probabilmente condivisa dall'esercito di circa 1.800 nonni vigili che ha aderito al progetto dell'assessorato alle Politiche sociali di Roma Capitale «Un amico per la città». Un esercito che viene compensato con un buono pasto di 4,65 euro a presenza, per un massimo di 20 ticket al mese, circa 90 euro. Una somma che arrotonda le pensioni più magre: se consideriamo che la pensione sociale è di 500 euro, questa cifra rappresenta quasi il 20%. «Un amico per la città» è un progetto che ha un triplice obiettivo, spiega l'assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Sveva Belviso. «È un vero ausilio alla citta e alle famiglie. I genitori si sentono più sicuri se c'è un «nonno» a fermare le macchine davanti alla scuola, ad aiutare ad attraversare. È questa la vera utilità. Un'utilità che viene realmente percepita anche dall'anziano per il quale è un'ulteriore motivazione alla giornata e un modo di attivare nuove relazioni. I nonni vigili sono conosciuti, stimati, la loro utilità ormai è riconosciuta. In questo modo, inoltre, si dà loro un sostegno economico che non guasta».


Grazia Maria Coletti
18/03/2011




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Scoperti autovelox truccati in 146 comuni 82mila multe contestabili, 558 denunciati






Una ditta di Desenzano del Garda gestiva una cinquantina di dispositivi, di cui solo due omologati. Le multe comminate erroneamente raggiungono complessivamente 11,5 milioni di euro



 
Brescia - Buone notizie per i destinatari di 82 mila multe per eccesso di velocità, per un valore complessivo di 11 milioni e mezzo di euro. La Guardia di Finanza di Brescia ha infatti scoperto una truffa colossale che veniva attuata grazie a autovelox non a norma. Un giro d'affari milionario che coinvolgeva 558 persone in tutta Italia, tra cui 367 dipendenti comunali o funzionari pubblici compiacenti, ora accusati di truffa aggravata, turbativa d’asta e corruzione. Al centro delle indagini, durate ben cinque anni, c'è un sessantenne di Desenzano del Garda, Diego Barosi. L’uomo, titolare della Garda segnale era già noto alle forze dell’ordine e alle cronache per vicende simili. E' stato proprietario, infatti, di numerose altre società aperte e chiuse per poter catalizzare gli appalti delle amministrazioni per la gestione degli autovelox.
Il sistema Negli anni Barosi è finito nel mirino di numerose procure italiane, tra cui quella di Sala Consilina (Sa) dove un automobilista fece ricorso proprio per una multa per eccesso di velocità. Gli inquirenti di Brescia hanno scoperto che Barosi è riuscito in molti casi a ottenere gli appalti attraverso finte gare cui partecipavano solo ditte a lui riconducibili, in molti casi con la compiacenza della Polizia locale o di funzionari comunali ripagati con una congrua percentuale.La Garda segnale gestiva una cinquantina di autovelox, di cui soltanto due erano omologati. In tutti i verbali prodotti dalle apparecchiature, grazie ad un sofisticato sistema informatico, venivano falsamente riportate sempre le matricole delle uniche due apparecchiature omologate che risultavano pertanto presenti in più punti del territorio italiano contemporaneamente. In questo modo gli automobilisti non avevano strumenti per poter contestare l'idoneità delle apparecchiature davanti agli organi di giustizia. I dispositivi erano tarati al rialzo per truccare la velocità rilevata del 15-17% in più rispetto al reale e Barosi intascava fino al 40% della sanzione imposta agli automobilisti. Un imponente flusso in denaro confluito in un impero immobiliare.
Le accuse Il bresciano aveva 4 complici delle province di Roma, Vicenza e Verona. I cinque sono ora accusati di truffa aggravata, associazione a delinquere, frode fiscale e bancarotta fraudolenta. Sembra, infatti che avesseri costruito una fitta rete di società che hanno sottratto a tassazione 18 milioni di euro e evaso imposte per 13 milioni di euro. Barosi aveva anche 245 immobili, di cui 51 già confiscati. Il gruppo acquistava ingenti proprietà immobiliari - cinema, alberghi, villaggi turistici individuati tra Vicenza, Verona, Foggia - senza pagarle e provvedendo a rivenderle.  
Le amministrazioni coinvolte La Garda segnale ha operato in un migliaio di comuni, ma solo in 146 sono state riscontrate anomalie.  

Questo l’elenco dei Comuni coinvolti nell’inchiesta: 

Abbadia S. Salvatore (Si), Acquasanta Terme (Ap), Airole (Im), Aisone (Cn), Albuzzano (Pv), Alleghe (Bl), Altavilla Milicia (Pa), Altofonte (Pa), Altomonte (Cz), Anversa Degli Abruzzi (Aq), Aragona (Ag), Ardore (Rc), Arquata Del Tronto (Ap), Arsoli (Rm), Artena (Rm), 

Badolato (Cz), Balsorano (Aq), Basciano (Te), Binetto (Ba), Bitritto (Ba), Bonate Sotto (Bg), Brezzo Di Bedero (Va), Brienza (Pz), Brolo (Me), Brugnato (To), Brusasco (Sp), Brusnengo (Bi), Buccinasco (Mi), Budoni (Nu), Bugnara (Aq), 

Cadeo (Pc, Canepina (Vt), Canosa Sannita (Ch), Casei Gerola (Pv), Castellabate (Sa), Castiglione D’orcia (Si), Chiaramonte Gulfi (Rg) Chiusa Di Pesio (Cn), Cicciano (Na), Civitella D’agliano (Vt), Cogorno (Ge), Collarmele (Aq), Colledara (Te) Corbara (Sa), Cupello (Cn), 

Fabrica Di Roma (Rm), Ficarazzi (Pa), Filandari (Vv), Fluminimaggiore (Ca), Forza D’agro (Me), Francofonte (Sr), Fratta Todina (Pg), 

Gagliole (Mc), Gallicchio (Pz), Gargnano (Bs), Gizzeria (Cz), Greggio (Vc), Grottolella (Av), 

Isola Delle Femmine (Pa), Issiglio (To), Itala (Me), Iverone (Bi).

Leggiuno (Va), Leporano (Ta), Letojanni (Me), Licenza (Rm), Licodia Eubea (Ct), Loiri Porto San Paolo (Ss), 

Maiori (Sa), Maissana (Sp), Malvito (Cs), Mandatoriccio (Cs), Manta (Cn), Maruggio (Ta), Melicucco (Rc), Montefalco (Pg), Montefortino (Ap), Montelanico (Rm), Montemurro (Pz), Monteroni Di Lecce (Le), Monterosi (Le), Monterubbiano (Ap), Morciano Di Romagna (Fo), Moresco (Ap), Morlupo (Le), Morolo (Fr), Mottalciata (Bi), 

Nazzano (Rm), Noepoli (Pz), 

Oria (Br), Ospedaletto Lodigiano (Lo), 

Palermiti (Cz), Palestro (Pv), Palmi (Rc), Palosco (Bg), Paterno (Pz), Patrica (Fr), Pedrengo (Bg), Piancastagnaio (Si), Pietravairano (Ce), Pieve Albignola (Pv), Pincara (Ro), Podenzana (Ms), Poggiorsini (Ba), Pollina (Pa), Portopalo Di Capo Passero (Sr), Pray Biellese (Vc), Pratella (Ce), 

Radicofani (Si), Ripe (An), Rivodutri (Ri), Rocca D’evandro (Ce), Roccafluvione (Ap), Roccagorga (Lt), Roggiano Gravina (Cs), 

San Giovanni Lipioni (Ch), San Gregorio Magno (Sa), San Michele Di Ganzaria (Ct), San Salvatore Telesino (Bn), San Sostene (Cz), Sant’angelo D’alife (Ce), Santa Maria Imbaro (Ch), Santa Maria Nuova (An), Santo Stefano Di Camastra (Me), Saviano (Na), Sermoneta (Lt), Serralunga Di Crea (Al), Serre (Sa), Sizzano (No), Stigliano (Mt), Stimigliano (Ri), 

Torrenova (Me), Torrice (Fr), Torricella (Ta), Tossiccia (Te), Tramonti (Sa), Tramutola (Pz), Trappeto (Pa), Trecchina (Pz), Treglio (Ch), 

Unione Dei Comuni Santi Sanniti (Bn), Urago D’oglio (Bs), 

Vejano (Vt), Vico Nel Lazio (Vt), Villa Del Bosco (Bi), Villar Perosa (To), Iverone (Bi).




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La casa popolare della Polverini: «A 130 euro al mese»

Corriere della sera


Sull'Aventino per 15 anni per 5 stanze



ROMA - Anche Renata Polverini finisce al centro di «affittopoli». La governatrice del Lazio proprio l'altro ieri aveva istituito una «commissione ispettiva» sull'Ater (l'azienda dell'edilizia popolare) di Roma. Obiettivo: fare luce su eventuali abusi e favoritismi nei contratti di affitto e di vendita delle case pubbliche. Da settimane il centrodestra accusa la vecchia giunta Veltroni di aver svenduto case ad amici e amici di amici. Ma ieri, appena 24 ore dopo l'annuncio della linea dura, Renata Polverini si è ritrovata a sua volta sotto accusa. Tirata in ballo da un'inchiesta pubblicata sul sito Internet de l'Espresso.

Secondo la ricostruzione del settimanale (suffragata da certificati anagrafici), l'ex sindacalista per 15 anni, fino al 2004, ha avuto la propria residenza insieme al marito Massimo Cavicchioli in una casa dell'Ater in via Bramante, all'Aventino, quartiere extra lusso, usufruendo di un canone ultra-popolare: circa 130 euro al mese per 4 vani più bagno e cucina. E ancora oggi, sostiene il giornale, Cavicchioli risulta residente nell'appartamento.
Renata Polverini, cercata tramite la propria portavoce, ha preferito non commentare: «Domani (oggi per chi legge, ndr) forse parlerà di questa storia». La governatrice - secondo la ricostruzione de l'Espresso - dal settembre del 2004 abita e ha la propria residenza in un elegante appartamento a San Saba, altra zona extra lusso in pieno centro della Capitale. Si tratta di una casa acquistata nel 2002 dallo Ior: nove stanze, due box e tre balconi, pagata appena 272 mila euro (somma con la quale all'epoca a Roma si acquistavano sul mercato al massimo 70-75 metri fuori dal centro). E sempre nello stesso stabile aveva poi comprato nel 2004, quando ancora era residente nella casa Ater, un altro appartamento gemello, stavolta a 666 mila euro (valore sempre di molto inferiore rispetto ai prezzi di mercato), di proprietà di una società in affari con la Santa sede.

Non solo. Da inquilina delle case popolari, ricostruisce il settimanale, Renata Polverini, mentre stava scalando i vertici del sindacato Ugl fino a diventarne leader, dal 2001 era stata protagonista di una girandola di compravendite immobiliari (compreso un appartamento al Torrino ex Inpdap acquistato alle condizioni riservate agli inquilini, anche se lei non lo era), cessioni e donazioni con un vorticoso giro di centinaia di migliaia di euro. Insomma un tenore di vita ben diverso da quello che si richiede come requisito per usufruire dei canoni agevolati delle abitazioni popolari riservate a persone con redditi bassi e senza casa.
Ancora oggi sul citofono della casa di via Bramante si leggono tre cognomi: Polverini R.- Cavicchioli M. - Berardi (è la famiglia della suocera defunta della governatrice). «Non abitano più qui da tempo», dicono però gli altri inquilini. L'appartamento, a quanto pare, è vuoto. «Se le notizie riportate dall'Espresso fossero confermate, sarebbero molto gravi. Ci auguriamo che Renata Polverini faccia chiarezza al più presto», è il commento di Vincenzo Maruccio, dell'Italia dei Valori.


Paolo Foschi
18 marzo 2011




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Libia: pronte 3 basi italiane per gli aerei La Francia: «Attacchi entro poche ore»

Corriere della sera

Le più probabili sedi da utilizzare per le incursioni sono Sigonella e Trapani in Sicilia e Gioia del Colle in Puglia


MILANO - Ancora nulla è stato deciso ufficialmente, ma l'Italia sarà presto chiamata dagli alleati della Nato a fare la sua parte per la no-fly zone sulla Libia e sulle altre forme di intervento militare rese possibili dalla risoluzione votata giovedì sera dalle Nazioni Unite.
LE BASI - Se sembra difficile (ma non è affatto escluso) che jet italiani, visto il passato colonialista in Libia, possano attaccare direttamente il Paese nordafricano, il governo potrebbe offrire almeno tre basi per ospitare gli aerei da guerra di altri Paesi membri della Nato. Tra le diverse opzioni le più gettonate sono la base di Sigonella, in Sicilia vicino Catania, dove si trova una stazione della Marina Usa e il 41esimo Stormo Antisommergibili, e quella di Trapani Birgi, sede del 37esimo stormo. In Puglia, allungando di circa un'ora i tempi di intervento, c'è la base di Gioia del Colle, in provincia di Bari, che ospita il 36esimo stormo.


AEREI - Quanto all'eventuale impiego di aerei, se si deciderà di impiegarli, si starebbe pensando all'utilizzo dei caccia F-16 e degli Eurofighter. Possibile anche il ricorso agli Harrier Av8. Particolarmente adatti alla missione di bombardamento delle difese aeree nemiche, riferisce una fonte, sarebbero inoltre i Tornado, che furono impiegati per compiti analoghi in Kosovo, assieme a velivoli tedeschi.

COLLOQUIO BERLUSCONI-NAPOLITANO - Di questo hanno parlato giovedì sera il premier Silvio Berlusconi, che approfittando dell'intervallo durante l'esecuzione del Nabucco di Verdi al Teatro dell'Opera di Roma, ha avuto un conciliabolo con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Alla fine del colloquio Berlusconi ha aggiornato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

MINACCE LIBICHE - Sull'intervento italiano pesa la minaccia lanciata dal governo libico. «Speriamo che l'Italia si tenga fuori da questa iniziativa»: ha detto il vice-ministro degli esteri libico Khaled Kaaim, commentando la disponibilità del governo italiano a consentire l'utilizzo delle basi sul territorio italiano per la no-fly zone. «Speriamo che non consenta l'utilizzo delle sue basi e si tenga fuori da questa iniziativa decisa dall'Onu», ha poi aggiunto Kaaim.
« La Libia non ha paura» ha detto successivamente Seif al-Islam, figlio del leader libico Muammar Gheddafi a proposito della risoluzione Onu.

FRANCIA - Sul fronte più strettamente militare interviene invece il portavoce del governo, Francois Baroin: «Gli attacchi contro le truppe di Gheddafi avverranno «in tempi rapidi» e la Francia vi prenderà parte».

GRAN BRETAGNA - Anche la Gran Bretagna in attesa che il premier David Cameron riferisca ai Comuni, sta appontando la propria forza aerea per intervenire sulla Libia. E' già stato disposto l'invio di uno squadrone di caccia Typhoon dislocati nella base aerea di Akrotiri, sulla costa meridionale dell'isola di Cipro.

NORVEGIA - Da Oslo arriva invece la conferma che anche la Norvegia parteciperà alla coalizione militare contro la Libia. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa norvegese Grete Faremo. «Contribuiremo all'operazione - ha dichiarato Grete Faremo - ma è presto per dire in che modo». Il ministro norvegese ha parlato dell'invio di aerei da combattimento come una possibilità.

QATAR - Anche il Qatar ha annunciato che parteciperà alla no fly zone sulla Libia. È il primo paese arabo a dichiarare la sua partecipazione dopo l'approvazione venerdì da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu di una risoluzione sulla Libia e l'ok della Lega Araba.

RIPRESI I COMBATTIMENTI A MISURATA - Ma in Libia non si fermano i combattimenti. Le forze fedeli al Colonnello Gheddafi stanno martellando Misurata, città 200 chilometri ad est di Tripoli in mano agli insorti, dopo una notte di spari con armi pesanti. Lo ha riferito un portavoce degli antigovernativi.
Prosegue intanto l'assedio delle forze libiche del Colonnello alla città di bengasi, capitale degli insorti. Il figlio del leader libico, Seif al Islam, ha detto che forze «anti-terrorismo» saranno mandate a Bengasi per disarmare gli insorti. Seif ha confermato che le forze governative accerchieranno la roccaforte degli insorti ma non entreranno in città.

Redazione online
18 marzo 2011

Contromano sulle strade di Fidel

Corriere della sera


Da L'Havana a Santiago. Lungo i percorsi delle guerre
di indipendenza, delle guerriglie fino alla Rivoluzione



OMAGGIO A cuba: sul sellino cento chilometri al giorno



MILANO
- Pochi anni fa Emilio Lambiase, architetto quarantacinquenne di Cava dei Tirreni ha coperto i 950 chilometri che separano L'Havana da Santiago di Cuba in 36 ore, con due sole soste per dormire. Era il suo omaggio alla Rivoluzione e «a quanti si sono sacrificati per una società più umana e più giusta» come ha scritto in una lettera a Fidel Castro. Io, 26 anni, e mio padre Luciano, 60 anni agronomo di Domodossola, abbiamo pensato a un tributo un po' meno impegnativo: per pedalarci l’isola di giorni ce ne sono voluti nove, poco più di cento chilometri e cinque ore sul sellino al giorno. La chiamano l'isola immobile, Cuba perché è sempre uguale a se stessa. E allora ci siamo mossi noi, da un capo all'altro, o quasi. Incrociando le dita, che alla Revolution non servivano nuovi martiri.

Cuba: 950 chilometri di pedalate

CONTROMANO - Si parte sull’Autopista, l’autostrada iniziata a costruire dai russi e poi abbandonata. Ha quattro corsie però la gente ci va in bici contromano. Cienfuegos, buche e saliscendi lungo la Sierra del Escambray, Trinidad per poi prendere la Carretera Central. Una provincia al giorno: Sancti Spiritu, Ciego de Avila, Camaguey, Las Tunas e daBayamo fino a Santiago. Un viaggio da ovest a est, contro vento e contro la storia. Perché la storia di questa isola si è scritta in buona parte nelle province orientali. Dall’arrivo di Colombo dalle parti di Holguin, alle guerre di indipendenza contro gli spagnoli, dallo sbarco della Granma alla guerriglia nella Sierra Maestra. Dopo aver liberato Santiago, Fidel è partito per il viaggio trionfale della rivoluzione fino all’Havana. Noi abbiamo fatto il contrario, con le nostre Bottecchia spedite da casa e ormai piene del catrame sversato a caldo nelle strade per rappezzarle. «Più vai a est, meno hanno voglia di lavorare» ci ha messo subito in guardia Becky, una ragazza di un paese vicino all’Havana. È laureata in sociologia, ma lavora nella casa in affitto della mamma perché avere a che fare con i villeggianti conviene.

DOPPIA MONETA - Gli orientali qua li chiamano Palestina o guajiri, campagnoli. Ma l’unica differenza che si coglie subito è quella che ha prodotto il turismo: taxisti e faccendieri vari guadagnano più di un medico o di qualsiasi lavoratore statale. Tutto è cambiato all’inizio degli anni ’90. Con il crollo dell’Unione Sovietica, di colpo i soldi hanno smesso di arrivare e Castro e i suoi hanno dovuto lavorare di fantasia per tenere in piedi la baracca. Sono nati, tra le altre cose, le casas particulares, stanze affittate all’interno delle abitazioni private (di media una doppia 20 euro a notte) e i paladares, piccoli ristoranti privati, che possono avere al massimo 12 coperti e non devono servire pesce. Inutile dire che siano tra le categorie più danarose dell’isola. Il doppio ceto è istituzionalizzato dalla doppia moneta: i turisti pagano in Cuc, dollari convertibili (1 Cuc vale 80 centesimi di Euro circa), i cubani usano i pesos (1 Cuc vale 25 pesos). Così in città un caffè ti costa quasi un Euro, nei paesini in cui ci fermiamo per una pausa lungo la Carretera 3 centesimi. E fai fatica a pagarlo perché te lo vogliono offrire ad ogni costo, dopo averti fatto tutte le domande che gli vengono in mente sull’Italia e sulla bicicletta. È la Cuba profonda, quella dei villaggi di poche centinaia di abitanti a 50 chilometri dalla civiltà.

SGASATI - Qui la dimensione comunitaria è tutto: mettono assieme i prodotti dei campi e poi li vendono lungo la strada. Così si pagano il latte per i bambini e cibo e medicine alla bottega. Anche se le case sono dieci o venti, un ospedale lo ricavano sempre, così come una scuola. Non vedi nemmeno le vecchie Chevrolet o le Buick precedenti il 1959 che sgasano per il lungomare dell’Havana. Carretti e cavalli, per i rari spostamenti lunghi si fa l’autostop, che qua è di stato. Lungo le strade è pieno di amarillos, funzionari statali con divisa color senape che fermano le auto e organizzano i passaggi. Noi li sorpassiamo, fiaccati dal sole del Caribe. Pedaliamo lungo la Carretera: è l’arteria principale del paese, una delle poche a dire il vero. Corre in mezzo ai campi di canna, con i campesinos che ti fanno un verso. Di auto se ne incontrano poche ed è un bene perché ogni volta ti sparano in faccia una gran sgasata di fumo nero. I cubani di città, invece, somigliano terribilmente a noi. Soprattutto i giovani. A Santiago le ragazze affollano i negozi per comprarsi un vestitino cinese, la sera birra e panino prima di entrare in discoteca. Capelli ingellati, sopracciglia rifatte e fibia della cintura con le pistole fumanti, solo che la ragazza la portano in giro sulla sella della bici perché non si possono permettere né auto né motorini.

CUBANERO - Sognano l’Italia. Conoscono Milito e Eros Ramazzotti, sanno un sacco di parole in italiano e hanno tutti almeno un parente in qualche piccola città italiana che sperano di raggiungere. Antonio, a Cienfuegos, ci racconta che sta facendo i documenti per andare a lavorare in un ristorante vicino all’aeroporto di Linate. Non è semplice, perché ci vuole un invito da parte del datore di lavoro, se no ti devi accontentare di un visto turistico ma puoi stare fuori non più di tre mesi. Se sgarri perdi la cittadinanza e per cinque anni non puoi fare ritorno a Cuba. «Io sono Cubanero» ci spiega Angelo, per quello non scappa. E’ invidioso dei suoi amici che hanno parenti in giro per il mondo: con 100 dollari al mese spediti ci campano tre famiglie. Poi c’è Diana, conosciuta in un bar dell’Havana. Ha vissuto tre anni a Parma, dove lavorava nella fabbrica della Barilla. Ora è tornata a casa e fa la jinetera, la prostituta. Chiede 25 euro per tutta la notte, ma è disposta a scendere e di parecchio. Anche Diana ama Cuba. «Si vive bene qua, è un posto tranquillo», dice. Ma appena avra i soldi per il volo, vuole tornare in Italia e mollare questa vita. Dopo 950 chilometri di pedalate controvento anche a noi tocca tornare in Italia. Con le gambe di marmo e lo stupore da «è un altro mondo» che ad ogni istante ti lascia questo paradiso caraibico. Una terra di contraddizioni che non si sa per quanto ancora rimarrà tale.

Dario Falcini
10 marzo 2011(ultima modifica: 18 marzo 2011)



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Napoli, addio a Enzo Cannavale L'attore aveva 83 anni

Saviano: dallo scrittore al personaggio

Corriere del Mezzogiorno


L'autore di Gomorra non è riuscito a resistere
alla tentazione di diventare un personaggio



Roberto Saviano

Roberto Saviano


di BIAGIO DE GIOVANNI


Caro direttore, vorrei aggiungere un commento sul caso Saviano-Herling (Croce), su cui il tuo giornale ha mantenuto aperto il dibattito da più giorni, anche con un tuo intervento meditato e per me condivisibile. Nel merito, non ho dubbi: sto dalla parte di Marta Herling, che ha rintuzzato con eleganza l’imprudente e avventurosa ricostruzione savianea, e questa, per me, è stata l’occasione di riflettere (un po’ rabbrividendo) su quanto un «caso» come la salvezza del Croce abbia significato per l’umanità e per l’intelligenza del mondo. Ma vorrei aggiungere: Saviano è stato uno scrittore interessante, ha pubblicato un libro — che apprezzai quando lo lessi, svariati anni fa— per il quale sui piatti della bilancia sono lo strepitoso successo ottenuto e il prezzo che certamente l’autore ha pagato per la libertà della sua vita privata.

DA SCRITTORE A PERSONAGGIO - Poi, purtroppo, l’autore ha incontrato il circolo mediatico di una sinistra italiana disperatamente alla ricerca di qualcosa o di qualcuno che ne rigenerasse gli spenti spiriti. Ed è stato tentato dal diventare un personaggio, di trasformarsi da scrittore con una buona vena fra saggio e romanzo, in «personaggio». Non è riuscito a resistere a questa tentazione, mostrando che spesso fra autore e opera non vi è coincidenza, e che ora l’uno è migliore dell’altra, ora avviene il contrario. E così, è diventato un «caso», dove questa parola prende un significato diverso da quello prima ricordato, relativo al Croce. Fossi al suo posto (lo dico con modestia e con la sola autorevolezza... dell’anagrafe) tornerei alla vocazione originaria, che mi sembrò consistente, non parteciperei alla fiera dell’ovvio (dove spesso lo ritroviamo) o, come nel caso in discussione, in improvvisate ricostruzioni che, per il solo rispetto che si deve alla memoria di Benedetto Croce, avrebbero richiesto un atteggiamento di ben meditata prudenza.


18 marzo 2011





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Sabato 19 marzo la “Luna gigante” Lo spettacolo si ripete dopo 19 anni

Riciclati due polmoni compromessi: organi da buttare salvano la vita a giovane

In arrivo il reato di omicidio stradale per i killer del volante ubriachi e drogati

Travaglio, Saviano, di Pietro, Santoro. Tra gli anti-Cav è "tutti contro tutti"

Libero







Ci sono troppe manette nel pollaio ed è fatale che, scontrandosi, emettano scintille. È accaduto ieri a Roberto Saviano e Marco Travaglio. Il primo ha dipinto l’ex direttore del Sole 24 Ore Gianni Riotta come un eroe della «battaglia anti-mafia», allontanato dal giornale per via di oscure trame della «macchina del fango». Al commissario Travaglioni sono usciti gli schiavettoni dalle orbite, tanto da scrivere nel suo editoriale sul Fatto: «Essendo impossibile che Saviano abbia anche solo pensato queste cose, attendiamo trepidanti una smentita». Considerando i precedenti - ogni volta che qualcuno lo critica l’autore di Gomorra s’imbufalisce e straparla di fango e complotti - ci aspettiamo uno scontro fra titani giustizialisti.

  Del resto, Saviano e Travaglio appartengono a schieramenti opposti. Il primo è il capoccia del filone neo-azionista che ha come ideologo il direttore di Repubblica Ezio Mauro e per venerati maestri i tromboni di Libertà e Giustizia. Marco, invece, appartiene alla corrente di Michele Santoro: leggermente meno moralista ma più feroce dell’altra, ha come ferri di lancia Annozero e il Fatto.
Quello dei nemici di Berlusconi è un moloch politico strabordante ma frammentato in mille rivoli diversi, tenuti insieme dall’odio per il Cavaliere ma divisi fra loro da antipatie acide. Sono un po’ come la Democrazia cristiana: potremmo ribattezzarli “la Balena viola”, dal colore  che hanno scelto come distintivo. Dove  ere geologiche fa c’erano fanfaniani, demitiani eccetera, oggi ci sono grillini e fan di Luigi De Magistris.

L’ex magistrato - già troppo ingombrante per l’Italia dei valori   e non graditissimo a Di Pietro -  ha litigato pure con Beppe Grillo. Pochi giorni fa si sono scannati: «Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri, uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris, eurodeputato grazie (anche) ai voti del blog», ha detto il comico genovese. Replica dell’ex amico: «L’attività di Grillo è in qualche modo guidata da ben noti gruppi imprenditoriali e della comunicazione che lavorano con lui.  Vuole mantenere il suo marchio, ma non gli importa nulla che la politica funzioni».

 Poi, il colpo di grazia: «Grillo parla come il Giornale». Il bello è che questi gentiluomini sono sempre pronti a gridare  alla persecuzione da parte di fantomatiche “strutture”  al servizio di Berlusconi, poi appena possono si azzannano alla gola. La ragione è una sola: devono spartirsi l’esigua fetta di  mercato (elettori e pubblico) ostile al centrodestra e sono costretti a competere a suon di purezza. Metteteci che ciascuno vuole essere il leader incontrastato, la stella più brillante, ed ecco che capitano i guai.

Giuseppe D’Avanzo di Repubblica infilzò Travaglio rinfacciandogli vacanze con personaggi in odore di mafia. Travaglio ha schiaffeggiato più volte Saviano (rimproverandogli la morbidezza  sul Cav). Repubblica guarda con sospetto Grillo. Il comico, a sua volta, spara cannonate su Di Pietro e De Magistris. MicroMega e il Fatto, in passato, hanno scorticato Di Pietro tramite le invettive di Paolo Flores D’Arcais. Il quale D’Arcais, dai medesimi pulpiti, ha redarguito Santoro, reo di fare tivù spazzatura e non offrire sufficiente spazio a Travaglio. Sullo stesso argomento, Marco bisticciò  con il suo mentore di Annozero, indirizzandogli una letterina che ottenne una risposta  fiammeggiante (del tipo: se non ti va bene il programma, vattene pure).
È un serpente, pardon, un Biscione, che si morde la coda. Solo Silvio può compattare l’armata dei polizotti della morale: peccato  non possano clonarlo, così ne avrebbero uno a testa  da assaltare. Se non ci fosse il presidente del Consiglio, Travaglio disintegrerebbe tutti gli avversari interni, gli amici e i contigui. Poi, rimasto senza gente da incarcerare, non gli resterebbe altro che compiere l’estremo gesto: mettersi in galera da solo.


di Francesco Borgonovo

18/03/2011





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I leghisti "crumiri" contestati per strada

La Stampa






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150 anni dell'Italia, Napolitano: "Unità per superare le sfide" Ma in Aula solo cinque leghisti

Quotidiano.net


Discorso del Presidente della Repubblica alle Camere riunite. Il Capo dello Stato cita Mazzini e invita all'umiltà nei doveri pubblici. I ministri del Carroccio non applaudono. Il film della giornata


Roma, 17 marzo 2011


Si conclude con il Nabucco diretto dal maestro Riccardo Muti al teatro dell’Opera di Roma la fitta giornata romana di celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: dall’Altare della Patria al Gianicolo, passando per la messa celebrata dal cardinale Angelo Bagnasco alla basilica di Santa Maria degli Angeli fino alla seduta comune del Parlamento convocata in Aula alla Camera, tricolore, inno di Mameli e orgoglio nazionale hanno accompagnato l’atteso 17 marzo. Ma non sono mancate le polemiche: per le contestazioni al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e per la scarsa partecipazione della Lega nord.

Prima tappa per le autorità è stato l’altare della Patria. Poi il Pantheon, dove il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deposto una corona d’alloro sulla tomba di Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d’Italia. Quindi, il Gianicolo, per inaugurare il monumento che riporta il testo della Costituzione, deporre una corona a quello - restaurato - intitolato a Garibaldi, visitare quello intitolato alla moglie, Anita, e il nuovo museo della Repubblica romana. E proprio qui, a Porta San Pancrazio, al Museo della Repubblica Romana, che sono arrivare le contestazioni per Berlusconi, accolto da cori di ‘”dimissioni”, “bunga-bunga”, “vai in Tribunale”. Qualcuno ha detto “resisti” ma gli applausi sono stati invece tutti per il Presidente Napolitano. Scena che si è ripetuta all’arrivo a Santa Maria degli Angeli, per la messa celebrata dal cardinal Bagnasco, dove ha partecipato anche il ministro leghista Roberto Calderoli.

Ed è stato proprio alle diverse identità che si è richiamato Bagnasco nell’omelia, “identità plurale e variegata della nostra Patria, in cui convivono peculiarità e tradizioni che si sviluppano in modo armonico e solidale, secondo quello che don Luigi Sturzo chiamava il ‘sano agonismo della libertà’”.

Tutto esaurito a Montecitorio per la seduta comune: alte cariche, ex capi di Stato, ex presidenti della Camera, deputati e senatori ma non i leghisti che hanno disertato in massa la cerimonia solenne con Napolitano. Nell’emiciclo solo i tre ministri Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, la sottosegretaria Sonia Viale e un solo deputato Sebastiano Fogliato.

Praticamente quattro parlamentari su 85, considerato che la Viale non è eletta. Freddi durante il discorso di Napolitano, gli hanno tributato un applauso quando ha citato Benedetto XVI e al termine del suo discorso. Un discorso di quasi trenta minuti a metà tra il passato dell’unificazione del paese, la “fase difficile” e piena di sfide che l’Italia vive oggi e il futuro ricco di incognite, anche quelle “terribili che ci riserva la natura”. Napolitano ha richiamato tutti a coltivare l’unitò d’Italia, a credere nella coesione del Paese, nel “cemento nazionale unitario” senza il quale l’Italia non reggerà alle prove.

NAPOLITANO DAVANTI ALLE CAMERE RIUNITE - Un ringraziamento corale "ai tanti che hanno raccolto l’appello a festeggiare e celebrare i 150 anni dell’Italia unita, esprimendo soddisfazione perché ciò esprime che è stato condiviso lo spirito della ricorrenza". Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha aperto il suo discorso davanti alle Camere riunite a Montecitorio.

Per il Capo dello Stato dall' “opera ciclopica di unificazione, che gettò le basi le basi di un mercato nazionale e di un moderno sviluppo economico e civile, possiamo trarre oggi motivi di comprensione del nostro modo di costituirci come Stato, motivi di orgoglio per quel che 150 anni fa nacque e si iniziò a costruire, motivi di fiducia nella tradizione di cui in quanto italiani siamo portatori; e possiamo in pari tempo trarre piena consapevolezza critica dei problemi con cui l’Italia dovette fare e continua a fare i conti".

Napolitano ha invitato a "non lasciarci paralizzare dall'orrore della retorica" e ha osservato che queste memorie "possono risultare preziose per suscitare le risposte collettive di cui c'è più bisogno: orgoglio e fiducia, coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare, senso della missione e dell'unità".

Il Risorgimento e il processo di unificazione del Paese non possono essere esenti da valutazioni critiche, “però sono fuorvianti certi clamorosi semplicismi come quello dell’immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco oltre un limite di un Regno dell’Alta Italia”, ha detto ancora Giorgio Napolitano che ha poi citato uno dei padri della nascita della nostra nazione. "Per Mazzini era indubitabile che una nazione italiana esistesse, e che non vi fossero ‘cinque, quattro, tre Italie' ma 'una Italia' ", ha detto.

Napolitano ha parlato anche di federalismo, il cui "autentico fine da perseguire" deve essere il "rafforzamento" delle "basi dell'unità nazionale", e di Costituzione, "una Carta che rappresenta tuttora la valida base del nostro vivere comune, offrendo, insieme con un ordinamento riformabile attraverso sforzi condivisi, un corpo di principi e valori in cui tutti possono riconoscersi".

Napolitano ha, quindi, sottolineato che quello del divario tra il Nord e il Sud del paese si deve considerare uno dei problemi "di ordine strutturale, sociale e civile che abbiamo ereditato tra le incompiutezze dell’unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni" e per il quale queste celebrazioni possono essere "occasione per una profonda riflessione critica per un esame di coscienza collettivo".

Il Capo dello Stato ha spiegato che si tratta di un problema che si trova "al centro delle nostre preoccupazioni" e al quale "nessuna parte del nostro paese può sottrarsi. E’ essenziale - ha concluso - il contributo di una severa riflessione sui propri comportamenti da parte delle classi dirigenti e dei cittadini dello stesso mezzogiorno".

Poi ha menzionato l'Europa unita, che "resta la chance più grande di cui disponiamo per portarci all’altezza delle sfide, delle opportunità e delle problematicità della globalizzazione" e ringraziato il Papa per il suo messaggio. Il rapporto con la Chiesa, ha detto è "uno dei punti di forza su cui possiamo far leva per il consolidamento della coesione e dell’unità nazionale".

Napolitano ha ricordato che l’Italia ha sempre voluto garantire "la laicità dello Stato e la libertà religiosa e insieme il graduale superamento di ogni separazione e contrapposizione tra laici e cattolici nella vita sociale e nella vita pubblica". Si tratta - ha proseguito - di "un fine e un traguardo perseguiti e pienamente garantiti dalla costituzione repubblicana e proiettatasi sempre di piu’ in un rapporto altamente costruttivo e in una collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese, anche attraverso il riconoscimento del ruolo sociale e pubblico della Chiesa cattolica".

"Nessun impaccio è giustificabile - ha affermato ancora Napolitano - nessun impaccio può trattenerci dal manifestare, lo dobbiamo anche a quanti con la bandiera tricolore operano e rischiano la vita nelle missioni internazionali, la nostra fierezza nazionale, il nostro attaccamento alla patria italiana, per tutto quel che di nobile e citale la nostra nazione ha espresso nel corso della sua lunga storia". E, ha aggiunto, "potremo tanto meglio manifestare la nostra fierezza nazionale, quanto più ciascuno di noi saprà mostrare umiltà nell’assolvere i propri doveri pubblici, nel servire ad ogni livello lo Stato ed i cittadini".

Per Napolitano l'Italia reggerà alle prove che la attendono a condizione che si ritrovi "un forte cemento nazionale unitario", vera "condizione della salvezza comune". Il Presidente della repubblica ha stigmatizzato "cieche partigianerie" e "perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità" che hanno eroso il cemento unitario e sprona a ritrovare un sentimento unitario per superare le molte difficoltà del presente e del futuro.

"Non so quando e come ciò accadrà - ha concluso Napolitano - confido che accada; convinciamoci tutti, nel profondo, che questa è ormai la condizione della salvezza comune, del comune progresso. Viva la Repubblica, viva l’Italia unita".

LA LEGA NON APPLAUDE - Numerosi gli applausi che hanno sottolineato i passaggi pregnanti del discorso di Napolitano. Sono rimasti immobili, invece, i ministri della Lega Bossi e Calderoli, così come il sottosegretario Sonia Viale.

Il leader del Carroccio, tuttavia, alla fine ha commentato l'intervento del Capo dello Stato, dicendo che "è una garanzia" e "ha fatto un buon discorso".










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Compleanno della Patria unisce gli ex fascisti con gli ex comunisti





Napolitano prima con La Russa sul Vittoriano, poi con Fini alla Camera. Le immagini simbolo delle celebrazioni per l’Unità sembrano un paradosso. Ma siamo rimasti fermi al Novecento oppure il nostro Paese ha chiuso con l’odio ideologico?




L’ultimo testimone del Novecento ce l’hanno in mano loro. Stanno lì da­vanti, dritti, istituzionali, con lo sguar­do alla Patria, davanti alla tomba del Milite Ignoto, quel soldato senza no­me di tutte le guerre, e per un attimo pensi alla loro storia personale. Gior­gio Napolitano e Gianfranco Fini si stringono la mano. Forse questa è davvero la fine di una stagione lunga più di un secolo. I due presidenti non sono italiani qualunque.

Uno ha vis­suto gran parte della sua vita da comunista, l’altro è stato l’ultimo segretario di un partito post fascista. Guardi questa immagine, questo col­po d’occhio, e ti viene in mente che in fondo è strana. È una rive­lazione, improvvisa.Davanti al­­l’altare spunta anche la barba di La Russa che scambia due battute con Napolitano. Il ros­so e il nero non esistono più. I centocinquanta anni del­l’Unità d’Italia raccontano an­che questo.

Non ci sono solo le bandiere in piazza, i ricordi del Gianicolo, lì dove i patrioti del­la Repubblica romana moriro­no in una disperata resistenza ai francesi poco napoleonici e molto papalini, e il controcan­to leghista. Ci sono anche Napo­litano e Fini. Ci sono le due ideo­logie del vecchio secolo che si riconoscono nella patria. Co­me se finalmente la patria fosse una, sola, senza guerre civili, senza sangue, senza dittature, senza utopie, senza camerati e compagni, senza arditi e ope­rai, senza classi e nazioni. Ti vie­ne quasi da sognare che questa Italia sia l’unione di individui, senza etichette, semplicemen­te uomini e donne con una sto­ria e una terra comune.

Ma sai che probabilmente non sarà mai del tutto così. Questo è un popolo che ha bisogno di ban­diere partigiane e quando non ne trova una se la inventa. Il ros­so e il nero, i guelfi e i ghibellini scorrono nel sangue. Anche adesso, anche ora che le vec­chie ideologie totalitarie puzza­no di naftalina e c’è sempre qualcuno che ha nostalgia di ti­rarl­e fuori dalle cassapanche di­vorate dai tarli. Non fa niente. Per ora godiamoci la scena. L’ex comunista e l’ex fascista ci dimostrano che in politica nulla si crea e nulla si rinnega. Ma tutto passa. La loro presen­za lì, come simboli, come epifa­nie, è il segno di quel Novecen­to che ci portiamo dentro.

È quella spaccatura che si basava sul non riconoscimento dell’al­tro. Era la guerra santa degli in­tellettuali, che nell’uno e nell’al­tr­o caso si ripromettevano di co­struire l’uomo nuovo, di pla­smare e modificare l’italiano, magari non all’altezza del desti­no o della storia, non abbastan­za etico, imperfetto, con quella tentazione perenne al qualun­quismo o al fatalismo, che qual­che volta è un male, altre ti ri­sparmia un po’ di ghigliottine. Gli italiani prima o poi si trova­no a fare i conti con qualcuno che li vuole diversi.La tentazi­o­ne dell’uomo nuovo non è mai tramontata.

Anche adesso ci stiamo ricascando. Ma siamo un Paese di predicatori e di fede­li distratti. Questo lo sa bene pure la Chiesa, che di scomuniche e in­dulge­nze plenarie ne ha dispen­sate tante. La speranza è che an­cora una volta l’italiano si riveli migliore delle proprie ideolo­gie. In fondo, nel 1961, quando l’unità festeggiò i suoi cento an­ni, chi avrebbe scommesso su un comunista e un fascista fian­co a fianco davanti all’altare del Milite Ignoto? Nessuno.

Quelli erano tempi di miracolo econo­mico, ma i maestri lavoravano per la rivoluzione e a breve la «meglio gioventù» si sarebbe presa a sprangate in faccia e P38 nella schiena. La stagione dei Napolitano e dei Fini sta per finire. Questa giornata di orgoglio patriottico archivia il passato. I carriarma­ti a Budapest o a Praga, il ’68 e il saluto romano, le camicie nere e l’eskimo, sono pezzi di storia in bianco e nero. I fasciocomu­nisti appartengono al Novecen­to. Qualcuno guardandoli si chiederà: ma siamo ancora fer­mi lì? No, il passato deve passa­re. Il futuro dell’Italia è nelle mani di chi in quegli anni non c’era o era troppo piccolo per ricordare. Chissà che questa volta non si riesca a «sfangare» una storia spezzata in due. Non ci meritiamo altri 150 an­ni consumati a non riconoscer­ci nell’occhio dell’altro.




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