giovedì 17 marzo 2011

G8, la scuola Diaz dice no a una visita del cardinale: "Qui Bagnasco non entra"






Polemica a Genova. L'istituto boccia la visita pastorale di Bagnasco. La presenza del cardinale comporterebbe il ritorno della polizia nella Diaz dentro alla quale c'erano stati gli scontri al G8


Genova - Qui il cardinale non è ben accetto. E il liceo Pertini di Genova, meglio noto come la scuola Diaz, teatro degli scontri con la polizia durante il G8, dice "no" al cardiale Angelo Bagnasco. Una delibera del consiglio d'istituto ha infatti bocciato, nonostante una quindicina di insegnanti si fossero dissociati dal documento, la visita pastorale dell’arcivescovo di Genova e presidente della Cei.
Lo scontro sulla presenza di Bagnasco Una questione di opportunità, secondo i sostenitori del no, per evitare eventuali contestazioni al porporato. Ma anche perché la sua presenza - si legge sulla stampa locale - avrebbe comportato il ritorno della polizia all’interno della Diaz, per la presenza della scorta che segue l’arcivescovo come un’ombra da quando è stato oggetto di minacce. La Diaz non sarebbe l’unica scuola ad avere evitato la visita del presidente della Cei. Lo stesso cardinale ieri, incontrando gli studenti del liceo artistico Barabino, ha ammesso di non essere stato accolto da alcune scuole. "Può succedere - ha minimizzato - fa parte dei meccanismi della democrazia. Durante le visite vicariali non vado obbligatoriamente nelle scuole di Stato - ha spiegato - perché queste non sono un soggetto ecclesiale ed io non ho nessun titolo per venire in una scuola di Stato". Ma ha anche aggiunto che "secondo le normative, se è un invito per un incontro di carattere culturale o umano, questo è possibile e da me molto desiderato".



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Ma intanto in Bahrein la polizia spara sulla folla e nessuno ne parla






Ancora tensione in Bahrein. Dopo l'arresto di sei leader dell'opposizione, secondo alcuni testimoni, agenti della polizia avrebbero sparato sulla folla con fucili e lanciato lacrimogeni su un centinaio di persone che stavano manifestando



Deih - La polizia ha aperto il fuoco contro manifestanti nella città sciita di Deih, in Bahrein, a ovest della capitale Manama. Lo ha riferito un attivista per la difesa dei diritti umani che si trova sul posto. Secondo Nabil Rajab, direttore del Centro del Bahrein per i diritti dell’uomo, vicino all’opposizione, i poliziotti hanno sparato con fucili e lanciato lacrimogeni su alcune centinaia di persone scese in strada per una manifestazione spontanea. Un giornalista della France Presse ha visto poliziotti in tenuta anti-sommossa schierati all’ingresso della città, lanciando lacrimogeni. Diversi veicoli della polizia hanno bloccato la strada che porta a Deih dalla località vicina di Jidhafs. Gli agenti sono intervenuti durante una manifestazione a cui stavano partecipando centinaia di persone, ha spiegato Nabeel Rajab, responsabile del locale Centro per i diritti umani.

Arresti I leader dell’opposizione in Bahrein arrestati questa notte sono accusati di "aver avuto contatti con Paesi stranieri e istigato all’omicidio e alla distruzione di proprietà pubbliche". Lo ha riferito la tv di stato, citando un comunicato delle Forze armate. Questa mattina il partito Wefaq, il principale movimento dell’opposizione sciita, aveva denunciato l’arresto di sei capi dell’opposizione, tra cui il leader del partito Haq, Hassan Mushaima, e del Wafa, Abdel Wahhab Hussein. Fermato anche Ibrahim Sharif, capo del partito laico di sinistra Waad. "Una sfacciata violazione del diritto internazionale": con queste parole Navi Pillay, Alto Commissario Onu per i diritti umani, ha condannato l’intervento dei militari del Bahrein negli ospedali di Manama, i cui accessi sono ora presidiati dalle forze di sicurezza. Pillay si è detta "profondamente preoccupata per l’escalation di violenze da parte delle forze di sicurezza, in particolare per le riferite occupazioni degli ospedali e dei centri medici", che costituscono "una sfacciata e scioccante violazione della legge internazionale". Ieri gli attivisti del Bahrein avevano denunciato diversi assalti compiuti dalla polizia contro le strutture sanitarie della capitale, riferendo di feriti a cui era stato impedito di ricevere le cure e di medici picchiati. L’ospedale Salmaniya, il principale di Manama, era stato bloccato dalle forze di sicurezza, che lo avevano circondato con mezzi blindati, impedendo a medici e infermieri di entrare: un giro di vite che aveva indotto il ministro sciita della salute, Nizar Baharna, a dimettersi per protesta.



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Cara Patria depressa, rialzati e non pensarci più






Stamattina all’alba è stata rinvenuta priva di sensi, sui gradini della sua abi­tazione nota come altare della patria, una donna di nome Italia...



 
Stamattina all’alba è stata rinvenuta priva di sensi, sui gradini della sua abi­tazione nota come altare della patria, una donna di nome Italia. Aveva trascor­so per strada la notte tricolore e aveva brindato al suo compleanno fino a ubria­carsi. Quando i dipendenti della nettezza urbana l’hanno trovata, era strafatta. In serata si era lasciata andare ai ricordi e ha cominciato a piangere e a bere.

Rive­dendo i filmini, i cimeli e le foto del suo passato, ha pensato alle violenze che ha subito nei secoli da invasori e invasati, ti­ranni di fuori e vigliacchi di dentro; ha ri­pensato agli stupri, alle calunnie e alle fe­rite che le hanno inferto anche in fami­glia. E ha lanciato per rabbia lo stivale. Poi ha pensato alle glorie e agli amori del passato e le è cresciuto pure il rimpianto e il rimorso. Infine ha pensato che da quando è nata le guastano puntualmen­te la festa di compleanno.

Cent’anni fa, quando inaugurò la sua casa-altare, sparlarono di lei i socialisti che non la riconobbero come madrepa­tria perché i proletari non hanno patria, i cattolici che la consideravano una sver­gognata che civettava con atei e massoni, e i repubblicani che detestavano la sua casa reale e la sua tresca monarchica. Cinquant’anni fa, quando celebrarono il suoi cent’anni, i comunisti e le sinistre la consideravano ancora amante di na­zionalisti e fascisti, mentre loro erano in­ternazionalisti, devoti alla patria sovieti­ca e taluni a quella cinese.

Quest’anno in­v­ece è toccato ai leghisti a nord e i neobor­bonici a sud rovinarle il compleanno, of­fendere il suo tailleur tricolore e la sua canzone preferita,l’inno di Mameli,scrit­ta per lei da un ragazzo che l’amava da morire. Così Italia si è buttata giù e nel pieno di questa guerra italo-italiana ha comincia­to a bere e a spaccarsi di droghe leggere e pesanti. A volte sogna di espatriare, ma ha il soggiorno obbligato in questa peni­sola. Vorrebbe farsi il lifting, siliconarsi e rifarsi pure le tette e le chiappe, per sem­brare un’altra. Poi cade in depressione e si lascia andare. Stamane sono giunti sul posto i carabinieri, l’hanno identificata e, vedendola scalza, l’hanno denunciata a piede libero.




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Miracolo a Repubblica, intervista Berlusconi (ma poi lo processa)







Dopo l'intervista al Cav di ieri, oggi Repubblica passa al contrattacco. D'Avanzo accusa: "Sciorina l'intera fenomenologia della menzogna". E contro l'Italia: "Carnevale permanente in cui la bugia diventa realtà"



Milano - Di solito, nelle interviste, si dà l'occasione all'intervistato di fornire una versione diversa da quella dell'accusa. Non a Repubblica, dove si dà voce al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi solo per smentirlo, infangarlo e distruggerlo il giorno dopo. All'indomani del colloquio con Claudio Tito, infatti, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari affida alla penna di Giuseppe D'Avanzo due paginate di veleni per svelare i nuovi documenti della procura milanese e smontare, parola dopo parola, la versione del Cavaliere.

Guai a dar voce a Berlusconi L'intervista apparsa ieri (e relegata a pagina 15 del cartaceo, con uno striminzito richiamo in prima pagina) era un colloquio piuttosto freddo in cui, però, Repubblica dava la possibilità al premier di ribattere al fango giudiziario che gli è stato gettato addosso negli ultimi mesi. Le trentatre ragazze, i bonifici bancari, la nottata alla Questura di Milano, le cene ad Arcore. 

Con il Cavaliere che assicurava che nelle prossime settimane avrebbe lottato e si sarebbe difeso sia in tribunale sia in televisione da tutte queste accuse. Sepolta l'ascia di guerra? Macché! L'intervista di ieri serviva solo a spianare la strada al contrattacco. Così, mentre Tito buttava già il colloqui col capo del governo, D'Avanzo si sfregava le mani e già pregustava la replica sbattendo in prima pagina il contenuto delle nuove ventimila pagine messe agli atti dalla procura meneghina.

D'Avanzo passa al contrattacco "Ci si deve chiedere allora che cosa c'è in questi atti istruttori che lo hanno costretto a gettarsi a coropo morto in pubblico - scrive D'Avanzo - accettando addirittura qualche domanda, incontrando nientemeno quel che egli considera un ostinatissimo 'nemico' come Repubblica". E questo dà il là al quotidiano di trasformarsi in un tribunale. Le tesi del premier vengono confutate punto per punto. D'altra parte, avverte lo stesso D'Avanzo, "il Grande Venditore sa come vanno queste cose". 

Se accetta di farsi intervistare, deve anche accettare di essere smontato. Interrogatorio e contro interrogatorio, insomma. "Meglio anticipare i passi dell'avversario, organizzare una 'narrazione' diversa e contraria per neutralizzare il racconto e i documenti che teme - accusa D'Avanzo - al peggio, ne nascerà una confusione che renderà indifferente l'opinione pubblica". Così il giornalista di Repubblica si trasforma nella pubblica accusa avvertendo i lettori che l'imputato non ha fatto altro che "sciorinare l'intera gamma della fenomenologia della menzogna".

Le prove presentate da Repubblica Immagini, parole, ricordi e resoconti. Il pm D'Avanzo mette mano alle carte dell'accusa. Accusa il premier di mentire. Peggio: "modifica la natura del vero"; "deforma la realtà rimpicciolendole il formato"; "dice l'assoluto contrario del vero"; "non maschera soltanto la realtà, la inventa di sana pianta". Poi va all'attacco incentrando gran parte dell'articolo (questa volta richiamato ben in evidenza già in prima pagina) accusando Berlusconi di giri loschi di denaro. 

Il premier ne aveva spiegato l'uso (c'è pure il pagamento di un mutuo ad una famiglia in difficoltà economiche) smentendo così l'impianto dell'accusa di un giro eccessivo di bonifici bancari. D'Avanzo gli dà ragione: "Non usa troppi bonifici". Nemmeno assegni o carte di credito. Ma al giornalista serve solo per insinuare il dubbio dei "cambi assegni" senza sapere però in quali mani sia finito il denaro. "A chi sono finiti questi soldi?", si chiede D'Avanzo senza però addurre prove.

L'Italia e il "carnevale permanente" L'articolo di Repubblica non poteva che finire con una stoccata moralista contro i cattivi costumi d'Italia. Per D'Avanzo l'Italia è un "carnevale permanente", un "mondo rovesciato dove gli ipocriti recitano da iconoclasti, la menzogna diventa realtà e la realtà s'adultera in quinta di cartapesta". Poi la stoccata finale: "Si aggira un bizzarro argomento: chi s'azzarda a raccontare le patologiche abitudini del capo del governo è soltanto un voyeur anche quando quelle disordinate pratiche si mostrano come un reato". E Repubblica che processa il premier? Ancora una volta D'Avanzo si erge a detentore della verità. D'altra parte il processo al Cavaliere è già stato celebrato: sulle colonne del quotidiano di Ezio Mauro.




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Se Benedetto XVI benedice l’unificazione






Papa Ratzinger riprende Paolo VI: la fine dello Stato pontificio fu un vantaggio per la Chiesa


Pur nel «ricordo del beato Papa Pio IX», che dell’Unità italiana fu strenuo nemico, Benedetto XVI ha fatto sue le parole di un discorso tenuto in Campidoglio, il 10 ottobre 1962, dal cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI: dopo l’Unità d’Italia, compiuta con l’annessione di Roma, «Il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione sul mondo, come prima non mai». Benedetto XVI avrebbe potuto andare ancora più indietro, nel 1961, quando Giovanni XXIII – da Papa e nell’anniversario che celebriamo oggi – affermò che fu una grande fortuna avere perduto lo Stato: il Risorgimento, aggiunse, era stato «un disegno della Provvidenza» e «un motivo di esultanza» per la Chiesa. Sarebbe interessante capire perché Papa Ratzinger abbia preferito citare il primo piuttosto che il secondo, forse ce lo sapranno dire i vaticanisti.

Certo è che i tre Papi hanno pienamente ragione. Proviamo a immaginare cosa sarebbe oggi uno Stato del Vaticano che regnasse sul Lazio, oppure anche soltanto su Roma e circondario, con sbocco al mare, come molti suggerivano. La Chiesa avrebbe molto più a che fare con problemi tutt’altro che etici e religiosi, rimanendo invischiata in vicende davvero troppo terrene: la moneta e il suo fluttuare, i contratti di lavoro, l’Unione europea, le carceri, le leggi. E come sarebbe stato governato il regno del Papa? Per forza di cose, censure e divieti avrebbero camminato di pari passo con il catechismo: censure e censure sui film, sulla stampa, sulla televisione, sulla vita quotidiana dei cittadini. In breve, e soprattutto negli ultimi sessant’anni, lo Stato della Chiesa sarebbe apparso al mondo un residuo del passato, un presidio di integralismo religioso in pieno Occidente, con tutto ciò che ne consegue.

È ben più discutibile la seconda affermazione di Benedetto XVI, a proposito della proibizione ai credenti italiani – voluta da Pio IX e dai successori fino agli inizi del Novecento - di occuparsi di politica nello Stato italiano. La decisione, afferma il Papa, «ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro. Ma si deve riconoscere che (...) nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale (...). La Conciliazione doveva avvenire tra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto».

Sottolinea Benedetto XVI: «Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese. L’astensione dalla vita politica, seguente il Non expedit, rivolse le realtà del mondo cattolico verso una grande assunzione di responsabilità nel sociale: educazione, istruzione, assistenza, sanità, cooperazione, economia sociale, furono ambiti di impegno che fecero crescere una società solidale e fortemente coesa». Vero: ma è vero pure che la Chiesa frenò la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica proprio nel momento in cui bisognava costruire il Paese. La lunga lotta del Vaticano allo Stato rafforzò la diffidenza, l’insofferenza, il sostanziale disprezzo verso la cosa pubblica che sono aspetti tipici e deteriori del carattere nazionale, perché gli italiani erano da sempre abituati a servire due padroni spesso in conflitto fra loro, quello laico e quello religioso. Il cattolicesimo aveva realizzato appieno la «bizzarria» individuata, più di un secolo prima, da Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale: «Dando agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li sottomette a doveri contraddittori, e impedisce loro di poter essere nello stesso tempo devoti e cittadini».


www.giordanobrunoguerri.it



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Caro direttore, cancelliamo lo spot della sicurezza sul lavoro"

Quotidiano.net


Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una lettrice, rimasta vedova a causa di un incidente sul lavoro che le ha portato via il marito. "La società non può continuare a rimanere indifferente a questi bollettini di guerra"



Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una lettrice, rimasta vedova a causa di un incidente sul lavoro che le ha portato via il marito. Il suo intento è sensibilizzare l'opinione pubblica su un argomento che, in Italia, miete molte vittime.



Caro Direttore,

sono la vedova di un operaio morto ad ottobre scorso, Nicola è stato vittima della presunta incompetenza dei responsabili della cooperativa per cui lavorava, che l'hanno messo a lavorare in una situazione di estremo pericolo senza nessuna protezione, ma è soprattutto vittima del menefreghismo dello Stato che continua a tollerare tutti questi morti sul lavoro senza prendere seri provvedimenti.

Le leggi sono inefficaci e continuano ad essere facilmente aggirabili dai “padroni”. Lo Stato, come iniziativa di prevenzione, ha pensato bene di fare uno spot “vergognoso”, dal quale si evince che sono gli operai “colpevoli” della loro stessa morte.

Per questo io chiedo che venga pubblicizzato il contro-spot insicurezza sul lavoro, perchè la società non può continuare a rimanere indifferente ed accettare questi bollettini di guerra nel mondo del lavoro.

Solo con la sensibilizzazione delle coscienze, attraverso la diffusione di iniziative come quella del contro-spot in oggetto, si potrà costruire una società veramente civile fondata sul rispetto dei diritti/doveri di ogni individuo, dove il lavoro sia per l'uomo e non l'uomo per il lavoro.
Maria Antonietta Cuomo

L'APPELLO - Intanto in mille hanno sottoscritto l'appello di un operaio fiorentino, Marco Bazzoni, affinché venga ritirata la 'Campagna Salute e Sicurezza sui luoghi di lavoro' e i relativi spot pubblicitari. Il promotore dell'iniziativa, infatti, sostiene che la campagna "non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, ovvero i datori di lavoro" e "sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro". E chiede che, al posto di spendere soldi per questo genere di iniziative, il governo metta in campo "più ispettori ASL e risorse" in modo da rendere più sicuri i posti di lavoro.




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I soldi o rapiamo i gemelli» Choc per la conduttrice Rai

Corriere della sera


Rapinata Cristina Guerra del Tg1. «Più di un'ora con i banditi»


Roma - Minacciata con pistole e piede di porco. Bottino di 30 mila euro


Cristina Guerra
Cristina Guerra
ROMA - «Apri la cassaforte o prendiamo uno dei tuoi figli, e lo portiamo al campo nomadi». L'ultima minaccia, brandendo un piede di porco, a una madre impaurita, ma decisa a non darla vinta ai rapinatori. Per Cristina Guerra, giornalista Rai e conduttrice del Tg1, quella di martedì è stata una notte da incubo. Una delle tante, da gennaio, fra Aurelio e Monteverde, e nei quartieri vicini, dove sono state commesse rapine seriali in appartamenti e villette. Alcune anche di pomeriggio. Da uomini armati, pronti a tutto, dell'Est europeo. Che agiscono a colpo sicuro, seguendo un copione, e forse anche un elenco di obiettivi prestabiliti.

«Mi hanno svegliata nel cuore della notte - racconta la giornalista, madre di tre gemellini - avevano il volto coperto dai passamontagna, e due su tre erano armati di pistola. All'inizio ero terrorizzata, mi hanno detto: "Stai calma". Hanno messo sottosopra la mia stanza, cercavano i gioielli. Poi hanno voluto che indicassi la cassaforte. Ho pensato che nascondergliela sarebbe stato inutile e pericoloso. "Aprila e non ti succederà niente!", mi hanno ordinato, e così ho fatto». Uno dei banditi ha infilato la mano nel contenitore e si è messo in tasca anelli e bracciali per 30 mila euro. Poi ha scoperto un'altra cassaforte.

«L'ha lasciata il precedente proprietario di casa, non ho le chiavi e non l'ho mai aperta - continua la giornalista - ho cercato di spiegarlo ai rapinatori, ma loro non ci credevano. Mi hanno interrogato per un'ora e un quarto: gli ho spiegato che un tecnico mi aveva chiesto 300 euro per fare quel lavoro, che avrebbero potuto farlo loro, se ci riuscivano. A un certo punto - ricorda ancora - non ho avuto più paura, mi sono stupita per la mia freddezza. Un rapinatore mi ha spintonato, mentre un complice mi puntava quel pezzo di ferro. Mi hanno avvertito che se non avessi aperto quella cassaforte avrebbero portato via uno dei bambini. I piccoli dormivano nella loro cameretta, per fortuna non si sono accorti di niente: se ne avessero preso uno non so proprio come sarebbe andata a finire».

Il braccio di ferro fra giornalista e rapinatori è durato ancora qualche minuto. «Uno di loro mi diceva "Allora, lo vado a prendere?", e aspettava gli ordini del capo. Gli ho risposto: "Ma avete una coscienza, una famiglia? Avete preso 30 mila euro, non vi basta ancora?" - aggiunge la giornalista -. Forse questo li ha convinti. Mi hanno chiesto chi dormisse in un'altra stanza. Ho detto: "La baby sitter, lasciatela in pace, non c'entra niente: è romena come voi". Sono rimasti in silenzio. Poi mi hanno chiuso in camera con i bimbi, e sono scappati».

Sul colpo in casa Guerra indaga la polizia. I rapinatori sono entrati nella villetta dell'Aurelio dopo aver divelto le inferriate della finestra della cucina. Nello stesso comprensorio, l'estate scorsa, sono avvenuti furti e rapine molto simili. Ormai è psicosi. Quella di martedì è stata una nottata drammatica anche per un'altra donna, di 50 anni, rapinata sempre da tre banditi dell'Est, forse lo stesso gruppo, a Casal Lumbroso, ancora all'Aurelio. Ma il bottino è stato di 350 euro. Paura infine in centro, in via dei Soldati, per una ragazza di 29 anni minacciata con una pistola da due ladri sorpresi a rubare in casa. Due rom di 17 e 20 anni, del campo nomadi al Foro Italico, poi arrestati dalla polizia: un mese fa avevano rubato nello stesso appartamento.

Rinaldo Frignani
17 marzo 2011



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Giornalista rapinato dentro casa Lo hanno spogliato e umiliato

Corriere della sera


I banditi lo hanno portato nel bagno, spogliato e poi oltraggiato facendogli pipì addosso. L'uomo è sotto choc



FIRENZE - Un giornalista fiorentino, che si occupa prevalentemente di sport, è stato rapinato, la notte scorsa nella sua abitazione: i banditi, due uomini e una donna, lo hanno portato nel bagno, spogliato e poi oltraggiato facendogli pipì addosso. La rapina è avvenuta intorno alle 4, ma il giornalista è stato in grado di chiedere aiuto solo verso le 6.45.

Secondo una prima ricostruzione della polizia, i rapinatori avevano i volti coperti e non avrebbero pronunciato parole. Dopo aver suonato il campanello ed essere entrati in casa, hanno picchiato il giornalista, hanno rovistato nell’appartamento portando via due televisori, alcuni gioielli, un telefonino. Sulla vicenda sono già in corso le indagini di squadra mobile e digos. Il giornalista è sotto choc e la polizia ha potuto apprendere le prime informazioni solo contattando i genitori che vivono in un’altra casa. Al momento della rapina il giornalista era solo nella sua abitazione.


17 marzo 2011





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La Lega attacca ancora: "Italia presto divisa L'alzabandiera? Fascista"



Borghezio sulla festa per i 150 anni dell'Unità: "I politici all'altare della Patria? Farebbero meglio a lavorare". Poi la prospettiva: "Finiremo divisi in due come il Belgio". Boni critica l'alzabandiera. Ma a Varese sulla sede del Carroccio spunta il tricolore



 


Roma - Che la Lega non amasse il 17 marzo, si sapeva. Ma si sperava, anche, che il Carroccio si piegasse alla "ragion di Stato" e festeggiasse il 150esimo anniversario dell'Italia. E invece, senza aspettare di contare i fazzoletti verdi al taschino nella seduta solenne del parlamento prevista per il pomeriggio, gli esponenti leghisti iniziano di prima mattina a fare fuoco e fiamme. Ovviamente contro le celebrazioni. "È fuori luogo buttare via tutti questi soldi". Mario Borghezio, in collegamento da Bruxelles, ribadisce a Omnibus la propria contrarietà all’istituzione di una giornata di festa nazionale in occasione del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia.

Nel futuro due Italie "Sarebbe stato meglio che lavorassero" aggiunge riferendosi agli esponenti della politica che presenzieranno all’Altare della Patria. "La corona all’Altare della Patria sarebbe stato meglio se l’avessero portata il presidente della Repubblica, i corazzieri e i rappresentanti delle Forze Armate". Poi la previsione fosca sul futuro: "Il destino, il vento della storia porterà a due Italie. Il Belgio docet. Il Belgio non è lontano. Le esigenze della storia e dell’economia imporranno due nazioni. Gli italiani saranno i nostri migliori vicini di casa" ha poi detto Borghezio. Che ha concluso con due considerazioni su Federalismo ("Questo Federalismo è il meglio che si possa fare") e Cavour: "Considero Cavour come un genio padano, ha modernizzato il Paese".

Boni e l'alzabandiera Critiche da parte del presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni (Lega), alla cerimonia dell’alzabandiera. "Tirar su delle bandiere sul piazzale e prendere la gente che è in fila per visitare il Palazzo della Regione e portarla alla cerimonia, diventa un po' molto Ventennio" ha chiarito Boni secondo cui "oggi in Regione sono venuti in tanti, ma non per la festa. La gente ha approfittato della festa per venire a vedere il Palazzo della Regione". Secondo Boni, che sta incontrando i cittadini in visita all’aula del Consiglio regionale, oggi "è importante non stare dentro ai mausolei a fare iniziative retoriche, ma stare in mezzo ai cittadini".

A Varese spunta il tricolore Una bandiera tricolore è spuntata a sorpresa sul balcone della sede della Lega Nord Varese, fatto che sta suscitando la curiosità dei passanti nella giornata delle celebrazione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Italia unita. I locali del Carroccio sono chiusi ma, interpellati telefonicamente alcuni iscritti hanno sostenuto di non sapere nulla della bandiera, che dunque potrebbe essere stata messa da qualcun altro. Il piccolo giallo non è comunque stato ancora chiarito: il Tricolore è in bella mostra su una delle piazze principali di Varese accanto a una bandiera della Lega lombarda e a una con il Sole delle Alpi. Questa sede della Lega tra l’altro è la primissima aperta da Umberto Bossi e per i leghisti ha un alto valore simbolico. Proprio sotto il balcone del primo piano, curiosità nella curiosità, c’è una targa posta nel secolo scorso e che ricorda il passaggio in città di Giuseppe Garibaldi. Numerosi passanti, molti reduci dalla cerimoniadell’alzabandiera di questa mattina, in una piazza non distante, stanno scattando foto con i telefonini dalla strada.





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Lampedusa non festeggia l'unità: "Bandiere a mezz'asta per lutto"

Quotidiano.net


Il sindaco De Rubeis: "Sono in agonia 300 imprenditori turistici, che soffrono l’invasione da parte degli immigrati. Non vengono effettuati gli annunciati trasferimenti verso l’Italia e l’isola sta morendo"



Roma, 17 marzo 2011



Bandiere a mezz’asta a Lampedusa, altro che festa per i 150 anni dell’Unita’ d’Italia: “Sarà una giornata di lutto- ha detto il sindaco Dino De Rubeis- d’altronde, sono in agonia 300 imprenditori turistici, che soffrono l’invasione da parte degli immigrati. Non vengono effettuati gli annunciati trasferimenti verso l’Italia e l’isola sta morendo. L’Italia- ha concluso De Rubeis a Sky Tg24- dovrebbe essere unita e invece non e’ vicina a questa gente”.
Intanto a mezzogiorno le motovedette della Guardia costiera all’ancora nel porto di Lampedusa suoneranno le proprie sirene per onorare la ricorrenza del 1500 anniversario dell’Unità d’Italia.

CARUSO: TUTTI I CENTRI SATURI -  "Il centro di accoglienza di Lampedusa purtroppo è al momento stracolmo di immigrati e non vedo soluzioni, a breve, perchè tutti gli altri centri in Italia sono saturi. Ecco perchè da ieri abbiamo proceduto a dare la disposizione urgente dell’allestimento di tendopoli a Lampedusa", ha detto il commissario straordinario per l’immigrazione Giuseppe Caruso, prefetto di Palermo, parlando dell’attuale situazione sull’isola di Lampedusa dove, nonostante la breve tregua di sbarchi, ci sono oltre 2.800 migranti, 2.600 dei quali ospiti del centro di accoglienza che ne potrebbe contenere soltanto 850.

"Le tendopoli verranno realizzate in attesa di procedere allo smistamento dei migranti nel resto d’Italia -ha detto ancora Caruso a margine della cerimonia per i 150 anni dell’Unità d’italia a Palermo- contestualmente abbiamo accelerato anche le operazioni di apertura del ‘villaggio della solidarietà di Mineo".







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Ospedali psichiatrici giudiziari, viaggio nell'inferno dei dimenticati

Il Mattino


NAPOLI - Un letto di contenzione con un foro nel mezzo per la caduta degli escrementi ed un paziente, completamento nudo, legato sopra con corde a braccia e gambe. Il letto è arrugginito, per l'urina che da anni lo bagna.

È l'immagine forse più scioccante raccolta dai componenti della Commissione d'inchiesta sul Sistema sanitario nazionale nel video girato nei sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) italiani, per documentarne appunto la situazione di «totale degrado»: «È semplicemente un "inferno dei dimenticati"», ha commentato senza mezzi termini il presidente della commissione, Ignazio Marino.

Trenta minuti di «orrore»: il video mostra infatti gli internati in condizioni definite da Marino «disumane». Le immagini mostrano sporcizia ovunque, spazi angusti, addirittura bottiglie d'acqua nel buco dei bagni alla turca (come nell'ospedale di Aversa) per rinfrescarle o per impedire la risalita dei topi.

Ed i "detenuti" - che in molti casi si trovano negli Opg per reati minori risalenti a decenni prima - che in realtà soffrono di patologie mentali per le quali non sono però curati: pochissimi infatti i medici presenti, e nessuno psichiatra, per 4 ore a settimana in strutture in cui si contano anche 300 persone.

Il video dà anche voce a questi uomini: «Io vengo da un paese in guerra, ma qual è la differenza con il vostro? Questi sono talebani mascherati - afferma un internato - mentre quelli da me sono veri. La differenza è che qui ti uccidono piano piano».



Di luoghi «intollerabili» ha parlato oggi Marino, dopo la proiezione del video nel corso di una conferenza stampa in Senato: «Sono luoghi infernali, rimasti inalterati dal 1930 all'epoca del Codice Rocco. Molti vi sono rinchiusi anche per reati minori di decenni prima ed in numerosi casi esiste anche la proroga , per cui una persona viene mantenuta negli Opg per mancanza di percorsi alternativi di assistenza, fino ad arrivare a una condizione che gli stessi magistrati definiscono di "ergastolo bianco". Non possiamo tollerare che persone vengano dimenticate così per decenni e vogliamo arrivare - ha detto Marino - ad un superamento definitivo degli Opg».

Al momento, la commissione è anche impegnata in un monitoraggio settimanale dei sei Opg per arrivare alla «liberazione» di 376 internati (su un totale di circa 1500) per i quali non sussiste il requisito della pericolosità sociale e, dunque, 'dimissibilì: ad oggi, di questi 376 'detenutì ne sono stati dimessi solo 65. Ora, ha ricordato il senatore Michele Saccomanno, relatore di maggioranza dell'inchiesta della commissione sulla salute mentale, «lo sforzo economico a sostegno della riabilitazione e presa in carico di questi cittadini da parte della sanità regionale c'è: la commissione ha infatti ottenuto dal governo l'impegno per uno stanziamento di 10 mln di euro per l'assistenza di tali persone».

Quindi una riflessione che è anche una denuncia: «Festeggiamo i 150 anni dell'Italia, ma c'è una reltà ancora oggi, quella degli Opg - ha affermato Saccomanno - che non fa parte dell'Italia dei diritti riconosciuti». La commissione chiede dunque il superamento degli Opg: «Una prospettiva che in tempi rapidi conduca alla chiusura degli Opg - ha commentato il senatore Daniele Bosone, relatore di minoranza dell'inchiesta - appare ormai indifferibile».

Giovedì 17 Marzo 2011 - 11:45    Ultimo aggiornamento: 11:46




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Saviano crede a Del Balzo e non a Croce È «guerra» all'ultima «fonte»

Corriere del Mezzogiorno


Lo scrittore di nuovo in televisione, dalla Gruber,
rivela un nuovo riferimento bibliografico



Roberto Saviano
Roberto Saviano

di GIANCRISTIANO DESIDERIO


Il povero Pasquale Croce, morto nel tremendo terremoto di Casamicciola con la moglie Luisa e la figlioletta Maria, prima di morire disse o no al figlio Benedetto la frase, ormai famosa: «Offri centomila lire a chi ti salva»? No, non la disse, perché l’unico testimone oculare di quella notte calma e stellata è proprio Croce e nelle opere in cui ricorda e ricostruisce quelle ore che mai gli uscirono dalla testa non fa mai alcuna menzione della leggenda delle centomila lire.

«Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi, e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre», scrive nelle Memorie della mia vita, «io istintivamente sbalzai dalla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco». Il terremoto gli cambiò la vita degli affetti e dei pensieri.

«Quegli anni furono miei più dolorosi e cupi», Scrive durante la Prima guerra mondiale nel Contributo alla critica di me stesso, «i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio». L’idea della morte come fine della sofferenza ritornerà in Croce nelle settimane prima della morte corporale, avvenuta il 20 novembre 1952, quando il giovane Raffaello Franchini lo intervistava: «Solo per questo desidero la morte, perché allora finirò di ricordarmi di quella notte» .

Ma se di quel tragico evento e di ciò che comportò nella vita di Croce conosciamo l’unica versione possibile che, per nostra fortuna è anche la più autorevole, perché ci interessiamo della inutile «questione delle centomila lire»? Per il semplice motivo che Roberto Saviano nel suo monologo nella trasmissione «Vieni via con me», ora diventato libro, racconta Casamicciola secondo la versione infondata delle centomila lire e non considera l’unica fonte certa: Benedetto Croce. Anche quando la nipote del filosofo, Marta Herling gli ha fatto notare di mistificare la storia e la memoria lui, Saviano, non ha accettato le critiche suffragate da fatti e riscontri, ma ha ritenuto che la sua versione delle centomila lire sia quella vera perché «Croce non la smentì» . Ma Croce non smentì nulla perché non c’era nulla da smentire.

L’unica cosa che qui si smentisce da sola è la versione di Saviano che dal punto di vista della filologia e della storia è infondata. Tutto nasce da questo «fatto» : Saviano nel libro dà una versione romanzata o sceneggiata del terremoto di Casamicciola. È bene riprenderla pari pari: «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto.

A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Benedetto sarà l’unico supersite della sua famiglia massacrata dal terremoto».

La nipote del filosofo dopo aver letto si è arrabbiata perché ha trovato completamente stravolta la verità della storia familiare e ha detto a Saviano di «inventare storie» . Infatti, inventare storie significa inserire nella realtà la fantasia o leggende non accertate e suffragate da fatti. È proprio quanto avvenuto. La cosa più grave, però, è un’altra. Questa: Saviano non accetta di essere corretto e criticato perché ritiene di avere la patente dell'infallibilità. E la cosa allora diventa anche ridicola perché quando lo scrittore di Gomorra cita le fonti della sua cronaca romanzata si avviluppa in una serie di insensatezze e inventa il metodo delle fonti a posteriori e a rate.

Un giorno - domenica 13 marzo - va al Tg di Mentana e rivela la sua fonte: un articolo di Ugo Pirro comparso su Oggi il 13 aprile 1950 in cui lo sceneggiatore intervistava Croce. Saviano, però, come è già stato rilevato sul Corriere del Mezzogiorno, dimentica di dire alcune cose fondamentali: che la storia delle centomila lire non esce dalla bocca di Croce e neanche dalla bocca di Pirro. Dimentica di dire che l’intervista di Pirro fa riferimento a un cronista anonimo del 1883. Saviano, però, non dimentica di fare una lezione ai giornalisti che non sanno fare il loro mestiere perché non ricercano e non verificano e critica anche la Herling che, invece, altro non ha fatto che richiamarsi all’unica fonte valida in materia: il nonno.

Passano due giorni e dopo che il Corriere gli ha fatto notare che alla sua fonte manca la cosa più importante, il riscontro certo dei fatti, Saviano va di nuovo in televisione, questa volta da Lilli Gruber, e dice: «La mia fonte è Carlo Del Balzo» . A questo punto il lettore si aspetta che Saviano riveli finalmente una fonte certa e sicura in cui l’unico testimone, cioè Croce, parli e dica come andarono le cose. E invece no perché la cronaca di Carlo Del Balzo dal suo libro del 1883 edito a Napoli nella Tipografia Carluccio, De Blasio &C. intitolato Cronaca del tremuoto di Casamicciola è molto deludente.

Eccola qui per i nostri appassionati lettori che potranno venire a capo della vicenda: «Era anche a villa Verde tutta la famiglia Croce di Foggia. Erano nella loro camera la signora Croce e la figliuoletta, il sig. Croce e il primogenito, seduti presso un tavolino, scrivevano, in una stanza attigua; la porta di comunicazione era aperta. La signora Croce e la fanciullina cadono travolte nel pavimento, che crolla tutto: non un grido, non un lamento, muoiono istantaneamente. Al contrario, il sig. Croce, sebbene del tutto sepolto, parla di sotto le pietre. Il suo figliuolo gli è daccanto, coperto fino al collo dalle pietre e dai calcinacci. E il povero padre gli dice: offri centomila lire a chi ti salva; e parla col figlio, che non può fare nulla per sé, nulla pel babbo, tutta la notte!».

Chi disse a Carlo Del Balzo, uomo politico e romanziere, che il povero Pasquale Croce disse al figlio l’idea delle centomila lire? Non lo sappiamo perché Del Balzo non lo dice. Ma è certo che non lo dice Croce dal momento che Del Balzo non afferma neanche che fu il primogenito del signor Croce a riportagli le parole del padre. Ciò nonostante, Saviano crede a Del Balzo e non a Croce. E forse nei prossimi giorni rivelerà un’altra fonte. Magari può citare Casamicciola di Dantone sempre del 1883 oppure un articolo di Gianni Artieri La notte di Casamicciola, ma non vi troverà nulla di buono per suffragare il suo racconto semplicemente perché è sbagliato. Dunque, la filologia del testo di Saviano conduce a un nulla di fatto e a un nulla di vero. Marta Herling gli ha semplicemente ricordato la verità. Saviano poteva chiedere scusa e chiuderla lì. E invece no. Pretende di avere la verità in tasca anche quando in tasca ha il resto di niente (o di centomila lire).

17 marzo 2011




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Tutti gli eccessi e i successi: ecco com'era il vero Mussolini





Il Duce ritratto da Cesare Rossi, l’amico che lo accompagnò nella scalata al potere. A partire da domani un'opera unica in allegato gratuito con nostro quotidiano ogni venerdì, sabato e domenica


S e ne parlava come dell’«eminenza grigia» del Mussolini, come dell’«uomo più potente del regime» dopo, naturalmente, il suo capo. In effetti il sodalizio fra Cesare Rossi e Mussolini era stretto e antico. Cesarino - così lo chiamava Mussolini - veniva dal sindacalismo rivoluzionario, dal suo stesso ambiente ed era quasi coetaneo. Pochi anni, infatti, li separano. Cesare era nato nel 1887, Benito nel 1883. Dal momento nel quale si erano conosciuti, le loro strade si erano intrecciate.

Avevano avuto contatti con gli stessi ambienti rivoluzionari, avevano scritto sugli stessi giornali e sulle stesse riviste. Avevano letto i medesimi autori, per esempio il Georges Sorel delle Considerazioni sulla violenza e il Gustave Le Bon della Psicologia delle folle. Entrambi avevano nel sangue la passione per giornalismo e per la politica. L’interventismo rivoluzionario nella Prima guerra mondiale e poi le battaglie del primo dopoguerra erano state tutte tappe che avevano cementato una profonda amicizia e gettato le basi per una solida collaborazione. Rossi era stato tra i fondatori dei fasci alla famosa riunione di Piazza San Sepolcro a Milano nel marzo 1919. Poi, aveva seguito Mussolini in tutti i passaggi, dallo sciopero legalitario alla marcia su Roma, che lo avrebbero portato nell’ottobre del 1922 alla conquista del potere. E questi lo aveva tenuto vicino, nei posti che contavano, prima come vicesegretario di nomina, ma segretario di fatto del Partito nazionale fascista, poi come capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Nel 1924, Cesare Rossi era all’apogeo della sua potenza. Aveva un peso all’interno del partito e nel mondo dei giornali, ma, soprattutto, aveva quel rapporto privilegiato con Mussolini che ne accresceva, certo, l’influenza ma che, al tempo stesso, gli attirava gelosie e antipatie soprattutto tra gli intransigenti. Poi, c’era stato il delitto Matteotti, che aveva suscitato un’ondata di indignazione nel Paese. Rossi era rimasto coinvolto nella vicenda, per i rapporti con i rapitori del parlamentare socialista - in particolare Amerigo Dumini il cui nome era sul suo libro paga - e la cosiddetta Ceka, l’organizzazione clandestina creata per effettuare azioni repressive nei confronti degli oppositori del regime. Mussolini, subito dopo l’arresto di Dumini e venuti fuori i rapporti con Rossi, ne pretese le dimissioni insieme a quelle di altri. Da quel momento cominciò a maturare la rovina politica di Cesare Rossi. Inseguito da un mandato di cattura si costituì dopo qualche giorno. Seguirono la pubblicazione sul Mondo di Amendola di un memoriale difensivo che accennava a precise responsabilità di Mussolini, l’assoluzione in istruttoria, la riacquistata libertà nel dicembre del 1925 e poi la fuga in Francia.

Qui, nel paese che era diventato il ritrovo del fuoriuscitismo fascista, Rossi, guardato con sospetto dagli antifascisti, si ritrovò con altri ex fascisti, più o meno conosciuti, che, per un motivo o per l’altro, avevano scelto la strada dell’esilio. Dalla Francia, Rossi pubblicò una dura requisitoria contro Mussolini dichiarandosi del tutto estraneo al delitto Matteotti in un opuscolo introdotto clandestinamente in Italia. Il risultato fu che venne incluso fra i nemici del regime. Arrestato con uno stratagemma nel 1928, fu condannato dal Tribunale Speciale nel 1929 a trent’anni di carcere. La prigionia durò fino alla fine del 1942 quando gli fu concessa la libertà condizionale con l’ordine di risiedere stabilmente a Sorrento. Morì a Roma nel 1967 e pochi furono i necrologi sui giornali.

Lo storico Renzo De Felice, nella prima metà degli anni Sessanta, quando da poco aveva cominciato a lavorare alla biografia mussoliniana, ebbe diversi contatti con Cesare Rossi che ormai viveva ritirato a Roma, insieme alla moglie, e che scriveva articoli e libri prevalentemente memorialistici. L’uomo gli fece un’impressione notevole, quella di persona dotata di intelligenza non comune, ma anche emotivamente provata e piena di rancori, gentile e disponibile al colloquio, ma ferma nelle sue convinzioni e, soprattutto, nella riaffermazione della propria estraneità al delitto Matteotti. De Felice ne ebbe, insomma, un’impressione positiva ma velata da un minimo di diffidenza. In seguito a De Felice capitò fra le mani un documento interessante: un memoriale scritto da Cesare Rossi nel 1932 e indirizzato a Mussolini per spingerlo a varare un’amnistia per i prigionieri politici in vista del ventennale della Rivoluzione. In quel memoriale - che De Felice mi consegnò e che io passai poi a Mauro Canali, biografo di Rossi, per una sua pubblicazione su Nuova Storia Contemporanea - erano contenute le prove che, in fondo, quanto Cesare Rossi aveva scritto nei suoi libri - in particolare in Mussolini com’era - era da considerarsi attendibile.

Per esempio, De Felice era rimasto perplesso da quanto raccontava Cesare Rossi a proposito del comportamento ambiguo dei nazionalisti (in particolare di Federzoni) nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 1922 e pensò che questi avesse preso l’informazione da un volume di Efrem Ferraris, il capo di gabinetto di Facta, su La marcia su Roma vista dal Viminale, pubblicato solo nel 1946. In realtà la scoperta del memoriale dimostrava che di quella vicenda Rossi era a conoscenza, perché ne era stato anche testimone, dal 1932.
È un piccolo episodio che serve, però, a far capire come il libro, ormai introvabile, di Cesare Rossi, Mussolini com’era, offerto da Il Giornale ai propri lettori, sia importante come fonte storica oltre che come contributo alla conoscenza del vero Mussolini e della sua personalità. Al di sotto della dimensione aneddotica - frutto di un intenso rapporto personale e di una lunga frequentazione con Mussolini e che lo rende particolarmente gustoso - questo libro offre, letto in controluce, molte perle e molte notizie importanti.



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Iervolino choc, sparito un altro quadro Rubato un Villani dallo studio del sindaco

Unità e Neoborbonici: «L'Italia celebra una menzogna, è solo retorica»

Corriere del Mezzogiorno


Il capitano Romano parla della necessità di riscrivere
la storia:«Italiani dal 1946 e ricordare le stragi del Sud»



Il «capitano» neoborbonico Alessandro Romano

Il «capitano» neoborbonico Alessandro Romano


NAPOLI


Capitano Alessandro Romano... A proposito, perché la devo chiamare capitano?
«È un titolo onorifico che mi fu dato dalla principessa Urraca di Borbone per le mie ricerche storiche». 


Suona un po’ antico...
«L’esercito borbonico aveva due sovranità, su armi e spirito. La prima non c’è più, resta quella morale». 


Ma lei è borbonico o neoborbonico?
«Assolutamente neoborbonico». 


La differenza dov’è?
«Il neoborbonico fa parte di un’associazione che si occupa della rilettura storica». 


Un revisionista?
«Assolutamente no. Noi vogliamo un risveglio identitario del popolo meridionale per farlo riscattare dalla sua condizione. Il nostro non è revisionismo, è una rivoluzione culturale». 


E il borbonico?
«Be’, l’essere borbone significa entrare in una sfera politica, aspirare a creare un ordinamento. Noi non facciamo politica: ci sono esponenti repubblicani, monarchici. Ognuno ha le sue idee». 


Ma riconoscete Carlo di Borbone?
«Certo.È il simbolo vivente della nostra storia, delle nostre tradizioni. Rappresenta la nostra nazione». Alessandro Romano da Ponza, classe '54, casa a Latina dove vive con la moglie e le due figlie, è un funzionario della Protezione civile con l’hobby (l’avrete capito) della storia. È uno dei principali animatori del movimento neoborbonico italiano. Ed è uno di quelli che domani, giorno della festa nazionale dell’Unità italiana, listerà a lutto la sua bandiera. Quella del Regno delle due Sicilie, ovviamente.


Capitano, mi dice una sola buona ragione per non festeggiare la nostra Patria?
«Gliene dico tre. 


Iniziamo dalla prima.
«Innanzitutto non è vero che il 17 marzo del 1861 si unificò l’Italia. La nostra nazione si completò al termine della prima guerra mondiale». 


La seconda?
«La proclamazione dell’Italia fu fatta in lingua francese». 


Suvvia, vorrà farne mica questione di lingua ufficiale?
«È la prova che l’Italia fu annessa al Piemonte. E qui arriviamo alla terza buona ragione». 


Dica.
«Le legislature dell’Italia unita hanno continuato a seguire la numerazione di quelle piemontesi. E invece dovevano ripartire da zero». 


E quindi chissenefrega della festa nazionale?
«Guardi che un anniversario lo celebriamo. Solo che per noi lo Stato italiano inizia il 2 giugno 1946. Tutto ciò che c’è stato prima è aberrante». 


Be’, rassegnatevi a cambiar data.
«Scusi, ma adesso le cito giusto due numeri: 685.000 morti e 500.000 prigionieri durante l’occupazione dei piemontesi che repressero a cannonate la rivolta delle popolazioni». 


E i numeri dei briganti? Ricorda anche quelli?
«Macché briganti, erano partigiani. popolo che si ribellò all’invasione. E fu massacrato. Mi spiega secondo lei cosa c’è da festeggiare?». 


Vede che ha ragione chi vi critica? Voi siete contro l’Unità d’Italia.
«No, purché si faccia». 


S’è già fatta, non se n’è accorto?
«Ah sì? E dove? Il Risorgimento divide, non unisce. È un risorgimento del Nord, non dell’intero Paese. Scusateci, ma a noi proprio non ci viene da celebrare qualcosa. La verità è che mezz’Italia festeggerà su una menzogna, sulla retorica». 


Pensate mai di esagerare?
«Diciamo che in alcuni casi alziamo toni, è vero. Forziamo la mano. Ma senza provocazioni continueranno le solite bugie». 


Quindi è meglio un bel ritorno al passato?
«Quello non esiste. Noi chiediamo, vogliamo, pretendiamo solo la riscrittura della storia». 


Ieri i consiglieri della Lega della Regione Lombardia sono andati al bar a prendere il caffè mentre suonava l’inno di Mameli. Non è che in fondo v’assomigliate, voi e quelli del Nord «predatore»?
«Macché. L’azione della Lega è finalizzata a interessi territoriali, non ha un’idea di popolo. Noi invece difendiamo l’identità nazionale, non siamo contro l’Italia una». 


Sarà. Però qualcosa in comune con i Serenissimi mi sa che c’è.
«Ci unisce la voglia di verità. La nostra esigenza è la stessa dei Serenissimi, dei toscani, di tutti gli stati preunitari che hanno subìto un’invasione. E ora si ribellano». 


Non pensa sia passato un po’ troppo tempo?
«Il problema è che nessuno ci dà la parola. E allora la gente chiede la separazione. Io dico: sediamoci davanti a un tavolo e condividiamo la storia. Quella vera, però». 


C’è qualcosa che le dà particolarmente fastidio in quella ufficiale?
«Il negazionismo delle stragi al Sud, il silenzio calato su quegli 84 paesi distrutti. Ecco, questa è una cosa che mi offende, che mi manda in bestia». 


Domani l’Italia festeggia il tricolore, ma i neoborbonici saranno in piazza con bandiere del Regno listate a lutto. Ci manca solo l’inno da contrapporre a quello di Mameli...
«Ce l’abbiamo. È l’Inno al Re di Paisiello. È del 1778, e giovedì suonerà». 


Il kit del perfetto neoborbonico è servito. Non è che c’è anche qualche testo da consultare con particolare attenzione?
«Ci sono cinque volumi che nella libreria di un neoborbonico non possono mancare». 


Li ricorda tutti?
«Certo. Malaunità, scritto da varie persone. Perché non festeggiamo i 150 anni dell’unità d’Italia, anche questo di autori vari, tra cui io. Terroni, di Pino Aprile. E poi due libri di Gigi Di Fiore: Controstoria dell’Unità d’Italia e Gli ultimi giorni di Gaeta, l’assedio che condannò l’Italia all’unità» .

Avete anche una sede?
«Certo. A Napoli, Benevento, Avellino, Caserta, Bari, Lecce, Brindisi, Lucera e Potenza. Venticinque in tutto». 


Roba da finire sui giornali...
«Abbiamo anche quello. È un giornale telematico, e si chiama Rete di informazione del Regno delle due Sicilie. Conta la bellezza di 13.850 iscritti».

Cos’è, da Federico II a internet?
«La rete aiuta tantissimo. Abbiamo tre siti dedicati: www. neoborbonici. it, www. reteduesicilie. it e www. ilnuovosud. it». 


E c’è gente che vi segue in queste vostre battaglie?
«Non ha idea di quanti siano: neoborbonici, filoborbonici, simpatizzanti. Tantissimi». 


Una cifra.
«Duecento attivisti. E poi ci sono gli aderenti». 


Numero?
«Tre o quattromila. Senza considerare i simpatizzanti». 


Aggiungiamoli al conto: quanti?
«Milioni». 


Via, milioni...
«Giuro, milioni». 


Qualche nome?
«No, i nomi no». 


Capirà che è facile dire milioni se poi non si tira fuori neppure un nome, no?
«Facciamo solo quelli dei simpatizzanti, allora». 


Li faccia.
«Il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano». 


È neoborbonico?
«No, ma è uno che sa dov’è la verità nella storia». 


Altri «simpatizzanti»?
«Il sindaco di Bari Michele Emiliano, l’ex sindaco di Caserta Luigi Falco, il consigliere del Comune di Napoli Nino Funaro, l’ex assessore del Comune di Caserta Antonio Ciontoli. E poi Maurizio Marinella. Tutta gente che conosce la storia vera». 


Dimentica la Sicilia. Raffaele Lombardo e Gianfranco Micciché?
«No, con loro non vogliamo alcun rapporto. Sono opportunisti». 


Voi no?
«La vicenda è molto più semplice di quel che si pensi. Noi abbiamo uno Stato, l’Italia. E una nazione, la nostra, che invece è iniziata con Federico II di Svevia e Ruggero il Normanno. Sono due realtà che possono convivere pacificamente. Il problema è che se ci fanno incazzare, allora la nostra nazione diventerà anche il nostro Stato».


Gianluca Abate
16 marzo 2011
(ultima modifica: 17 marzo 2011)



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Giunta bocciata dal Tar perché senza donne. E il sindaco ingaggia le mogli

Corriere del Mezzogiorno


Ercolano, esecutivo decaduto per mancanza di donne.
E il primo cittadino chiama le parenti dei decaduti.



Villa Campolieto ad Ercolano

Villa Campolieto ad Ercolano


NAPOLI — Il sindaco di Ercolano, Vincenzo Strazzullo, si è ritrovato senza più la giunta, in forza della sentenza del Tar Campania che, riprendendo il dettato della Costituzione, ha annullato l’esecutivo a causa della totale assenza di donne. «Ma — sospira lui— non è stato agevole coinvolgere donne all’inizio della mia sindacatura e non lo è ora» . E allora, perché non puntare sui congiunti degli assessori rimossi, in modo da non alterare il già complicato equilibrio politico che sostiene l’amministrazione comunale? La prima opzione ad essere considerata, in queste ore, è quella che riguarda Loredana Caso, laureanda in logopedia, già capogruppo comunale del Pd nella passata consigliatura, ma soprattutto moglie dell’assessore Lino Vitiello.

«Loredana Caso— commenta il primo cittadino— non è soltanto la moglie di un mio assessore. Ma è stata consigliera comunale, dirigente del Pci-Pds, dei Ds e del Pd. Insomma, se penso a lei lo faccio non in virtù del suo rapporto coniugale con un mio collaboratore di giunta, ma perché è una donna che ha fatto tanto per la città. E poi, non è la prima volta che accade: nel primo rimpasto della giunta Daniele fu il marito ad essere nominato assessore, mentre lei era capogruppo del partito di maggioranza» .

Il sindaco Strazzullo
Il sindaco Strazzullo
Poi, dal Pd i coniugi Vitiello-Caso sono transitati nell’Api di Rutelli. E ora, la staffetta potrebbe essere il rimedio, la «pezza» per evitare il naufragio dell’amministrazione comunale ercolanese. Non vedo perché mia moglie dovrebbe essere discriminata — replica il marito che sarà sostituito dalla consorte —: il suo curriculum politico è di tutto rispetto. Bassolino ha la moglie parlamentare, Mastella ha la moglie consigliera regionale. Abbiamo avuto, qui ad Ercolano, i fratelli D’Agostino: contemporaneamente uno assessore e l’altro consigliere di maggioranza. E un presidente del consiglio comunale del Pd che ha avuto il fratello candidato a sindaco del Pdl. Ora, mi risulta che il sindaco Strazzullo apprezza l’esperienza di Loredana e vorrebbe eventualmente coinvolgerla nel rimpasto che sarà costretto ad attuare. Penso che in questo modo si risponda alla sentenza del Tar senza alterare l’equilibrio politico. La verità è che i capibastone napoletani del Pd vogliono interferire, a tutti i costi, con le scelte politico-amministrative di Ercolano. E lo stesso Strazzullo non è ben visto da alcuni dirigenti del partito» .

Ieri, una delegazione di collaboratori di Strazzullo ha tentato di rompere il ghiaccio e sostenere ufficialmente la candidatura della signora Vitiello al posto del marito. «Per ora — si difende il primo cittadino — stiamo riflettendo» . E l’assessore che dovrà essere sostituito dalla moglie? «Io spero soltanto che si faccia presto. Senza gridare allo scandalo» .


Angelo Agrippa
17 marzo 2011




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Il deputato vuole l'ambulanza privata

Il Tempo


Il mezzo a disposizione della Camera fino a dicembre. Ma i parlamentari hanno già l'infermeria. Al senato noleggiate 6 Audi A6 extralusso per un periodo di 4 anni.


Ai deputati non bastano le auto blu, ora spunta anche l’ambulanza. Il 16 marzo dell’anno scorso la Camera ha firmato una convenzione  con la società Ambulanze Città di Roma per avere a disposizione un servizio di assistenza medica d'urgenza. Sono stati impegnati 31 mila euro per un anno, esclusa l'Iva. Evidentemente ai 630 rappresentanti a Montecitorio non bastavano il servizio d'emergenza pubblico, l'infermeria della Camera e l'assistenza sanitaria integrativa per cui pagano poco più di 500 euro al mese.

Il contratto è rimasto sconosciuto fino a due giorni fa quando i Radicali hanno messo sul loro sito internet una trentina di atti del Parlamento che pochi onorevoli avrebbero voluto pubblicizzare. E se l'esponente radicale Rita Bernardini ha ricordato l'impegno del presidente Gianfranco Fini sul versante della trasparenza, ha bocciato invece «le resistenze» dei questori della Camera che avrebbero «faticato» parecchio a rendere pubblici i documenti. Fatto sta che da quarantotto ore appalti, affitti, convenzioni dei Palazzi sono a disposizione di tutti.

Torniamo all'ambulanza a misura di deputato. La convenzione è stata valida fino al 31 dicembre 2010, non c'è traccia di rinnovi. Ovviamente, è scritto nel documento, che la società «si impegna ad osservare e a far osservare a chiunque collabori alle attività oggetto della presente convenzione la piena e totale riservatezza sulle informazioni, le notizie e i dati di qualsiasi natura (dunque non solo, chiaramente, quelli sanitari, ndr) di cui venga a conoscenza».

Ma non è tutto. «Inoltre – specifica l'accordo – senza la previa autorizzazione di questa Amministrazione, nessuna informazione, notizia o dato relativo al contenuto o all'esecuzione della presente convenzione potrà essere comunicato o divulgato neppure a titolo di referenza commerciale». Insomma, il servizio di assistenza medica d'urgenza per i deputati c'è ma deve restare top secret. Tuttavia gli atti «segreti» riguardano soprattutto il Senato. È la prima volta, infatti, che gli appalti di Palazzo Madama finiscono su internet, in un'operazione che non a caso i Radicali hanno ribattezzato Wikileaks-Parlamento.

Ebbene tra i tanti documenti, c'è l'ordinativo, registrato il 3 novembre 2010 dall'ufficio gare, con cui Palazzo Madama ha noleggiato sei fiammanti Audi A6 (in vendita a 50 mila euro ciascuna). Considerata la precedente convenzione attivata il 2 maggio 2008, è stata dunque richiesta la fornitura di sei nuove auto blu. Tutte 2.700 di cilindrata, turbo diesel da 190 cavalli, grigio metallizzato, interni in pelle nera, con sedili anteriori a regolazione elettrica e unità di ricezione tv. Il prezzo? 1.020,04 euro al mese ogni auto per 4 anni. Come l'affitto di una casa. In tutto fanno 6.120,04 euro al mese. Con l'Iva si arriva a 7.344,29. In un anno 88 mila 131,48 euro. L'intero contratto vale 352 mila 525,92 euro. Altro che crisi e sobrietà. 2.Continua


Alberto Di Majo

17/03/2011





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Trattative Stato-mafia, Scalfaro e Ciampi muti I due ex presidenti balbettano davanti ai pm






La revoca del carcere duro ai boss voluta dal ministro della Giustizia Conso dopo le stragi del '93 al centro dell'inchiesta della procura di Palermo. Interrogati dai magistrati i due ex presidenti sono rimasti nel vago. Ciampi: "Non ricordo". Scalfaro più sicuro: "Mai saputo nulla"



 
Non ricordano. O forse non sanno. Non hanno mai saputo. E balbettano risposte striminzite. Due presidenti, un solo silenzio. Quello che sigilla il cratere aperto nel novembre ’93 dall’allora Guardasigilli Giovanni Conso: incredibilmente il ministro della giustizia non prorogò il 41 bis per circa trecento mafiosi. Un gesto inspiegabile in un momento drammatico di lotta a Cosa nostra, in piena emergenza, e dopo i mesi terribili delle bombe ai monumenti. Lo Stato si chinò, anzi s’inchinò davanti alle mani insanguinate dei boss, ma Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi non sanno. Forse, non hanno mai saputo. Oggi, comunque, non ricordano. Anche perché i fatti affiorano dopo tanto tempo. E la responsabilità ricade tutta sulle spalle dell’enigmatico Conso che oggi mette a verbale la soluzione umanitaria: «Credevo in assoluta buona fede che, a fronte delle stragi che erano da poco avvenute, era più opportuno, onde evitare di acuire ancor di più la tensione, non accanirsi con i detenuti e dare dei segnali di distensione».
Un buco nero, zero didascalie. Scalfaro mette subito le mani avanti: «Voglio subito precisare che, più in generale, sia quando ero ministro che successivamente ricoprendo la carica di presidente della Repubblica, nessuno mi ha mai messo al corrente né io ebbi altrimenti notizie di alcun genere su presunte trattative fra lo Stato e la criminalità organizzata». Possibile? «Avevo frequenti interlocuzioni - prosegue Scalfaro - con il prefetto Vincenzo Parisi, allora capo della polizia, per motivi istituzionali era un funzionario che stimavo profondamente per la sua professionalità. Posso dire con assoluta certezza che nulla ebbe a dirmi, durante il lungo periodo in cui abbiamo intrattenuto rapporti, circa una possibile trattativa fra Stato e mafia, né al riguardo del 41 bis e di possibili connessioni con l’applicazione di quel regime penitenziario e gli episodi stragisti del ’93». E la mancata proroga del carcere duro per i trecento mafiosi? «Mai saputo nulla», è la risposta laconica. Ma Scalfaro, che è un politico navigato, uno dei padri della Repubblica, ha una sua interpretazione: «Oggi, avendo recentemente appreso tale notizia dagli organi di stampa, posso soltanto supporre, pur non avendo nessuna conoscenza in merito, che quella decisione sia stata presa dal ministro Conso per ragioni di umanità nei confronti dei detenuti». Scalfaro riflette un attimo, poi rafforza la pista buonista: «Il ministro Conso è sempre stata persona di grande sensibilità umana ed è possibile che per tale ragione, consultandosi coni suoi collaboratori, abbia adottato quella decisione».
È il 15 dicembre 2010 quando Scalfaro e Ciampi vengono ascoltati dai pm di Palermo che cercano conferme alla loro difficile inchiesta sulla trattativa fra Cosa nostra e lo Stato. Trattativa che sarebbe passata attraverso le richieste del papello: e fra queste c’era proprio l’abolizione del 41 bis. Le deposizioni dei due presidenti emeriti spuntano fra le 1850 pagine inedite depositate al processo contro il generale del Ros Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia.
Scalfaro non sa. Ciampi non ricorda. Il primo è granitico, il secondo più sfumato, il risultato è lo stesso. Ciampi: «Non ho alcun ricordo in merito a possibili problematiche e divergenze di opinioni all’interno del governo da me presieduto inerenti l’applicazione del cosiddetto 41 bis. Posso affermare con assoluta certezza che la linea del governo in tal senso era estremamente rigida. Non ricordo che vi fossero ministri che avevano opinioni diverse in tema di contrasto alla criminalità organizzata».
Va bene, ma allora come si arrivò a quella sconcertante ritirata? Mistero. «Non venni avvertito né prima né dopo quella mancata proroga - aggiunge Ciampi - Non so nemmeno dare una spiegazione per la condotta del ministro Conso che, con la mancata proroga di tali decreti, certamente andava in netta contrapposizione con le linee guida del governo da me presieduto in tema di lotta alla mafia».
Gira e rigira si ritorna a Conso, altra icona dello Stato, le cui dichiarazioni sono state pure depositate a Palermo. E Conso si assume tutta la responsabilità di quella retromarcia: «Era opportuno dare dei segnali di distensione».



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Il flop del sito Treccani: ti rimanda a Wikipedia






Lanciato il portale internet dell’Enciclopedia. Incredibile: indirizza il lettore alla sua diretta concorrente, imprecisa e faziosa, per tutte le voci mancanti. Incluse quelle sensibili dal punto di vista storico-politico



 
G iuro che non mi sono cercato da solo. Mi spiego meglio: giuro che non sono stato io a mettere il mio nome e a premere «cerca» sul nuovo sito online e gratuito che permette di attingere all’Enciclopedia degli italiani, nuova iniziativa, lanciata in occasione del centocinquantenario, dalla Treccani, secolare istituzione enciclopedica nazionale.

La colpa è di un’altra persona, che, perfidamente, si è messa a vedere cosa sarebbe uscito fuori scrivendo «Giuseppe De Filippi» e affidandosi alla ricerca Treccani. Passano pochi minuti e mi manda un sms con tono indignato per dire che mancavano nomi di italiani e italiane a suo dire meritevoli di menzione e invece, a sorpresa, di nome c’era il mio, con relativa piccola biografia. Ho un fremito di felicità. Non solo per la soddisfazione di sapere che nelle austere stanze dell’Enciclopedia italiana avevano faticato (ma perché non farmi una telefonata e risolvere tutto in 3 minuti?) su chissà quali fonti per ricostruire e raccontare la mia vita. No, non c’era solo legittimo orgoglio. C’era, più forte ancora, la certezza di essere ripagato dopo anni di calunnie. Io, con le mie poche forze, avevo rinunciato a combattere, ma ora ci avevano pensato gli esperti della Treccani, finalmente.

Il torto cui mi riferisco viene perpetrato da anni e (come si applica il concetto di tempo reale al passato?) continuamente da Wikipedia. Non so per quale ragione si sono occupati di me. Però lo hanno fatto e mi hanno dedicato una nota biografica. Nella vita non ho combinato chissà quali cose complicate o misteriose, in più tutta la biografia era fatta di poche righe: la possibilità di errori si dovrebbe ridurre al minimo. E invece ci sono più sbagli che parole.
Ma, appunto, ecco ora i rigorosi biografi della Treccani, chini sulle carte e pronti a ristabilire la verità. Apro il sito, vedo l’amministratore delegato dell’Istituzione Franco Tatò che mi sorride sicuro, vedo il presidente Giuliano Amato con uno sguardo sereno e profondo, scrivo «Giuseppe De Filippi» e mi ritrovo dove? Su Wikipedia.

Penso a un contatto (come si applica l’antico concetto telefonico di contatto a internet?). Riprovo. E finisco di nuovo su Wikipedia. E quindi mi tocca rileggere che io avrei cominciato a fare il giornalista nel 1987 collaborando al Foglio, che però sarebbe nato 10 anni dopo… e anche ad Avvenire e Milano Finanza «affrontando temi di economia e di linguaggio della comunicazione». Ma come scrivete su Wikipedia? E poi cos’è il linguaggio della comunicazione? Io non lo so (figuriamoci se posso affrontarlo…). Una riga sotto scopro che «in Rai (De Filippi) curò il settimanale Epoca, storico programma radiofonico che parla di comunicazione ed eventi importanti». Be', grazie per gli eventi importanti (mi sarebbe dispiaciuto occuparmi di eventi da nulla), ma quando mai è esistito in Rai lo storico settimanale Epoca? E quando mai io ho lavorato in Rai? E poi che è sta fissazione della comunicazione?
Un’altra riga e c'è una cosa parzialmente vera: mi è capitato di insegnare alla Scuola superiore della Pubblica Amministrazione.

Tanto per dire però su Wikipedia c’è scritto che ho lavorato nella sede di Caserra (sic): ma non lo avete un correttore automatico che vi scrive Caserta? Ma il colpo basso è alla riga successiva: «dal 2000 al 2004 divenne docente di teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università di Palermo». Ecco questo non lo perdono. A me docente di teoria e tecnica dei nuovi media non lo ha mai detto nessuno. Se sapessi con chi prendermela querelerei subito. Una cosina semi-vera e poi subito un errore: «lavora a Mediaset dal 2000». Ma no, ragazzi, era solo da 8 anni prima che ero al Tg5. Ho provato a correggere, attraverso la meravigliosa partecipazione democratica del popolo di Wikipedia, ma non c’è stato verso. Qualche minuto e tornava la versione precedente, compresa l’odiosa «teoria e tecnica». Ma, appunto, alle delusioni non c’è mai limite e anche la fiammella di speranza che avevo affidato alla Treccani si è spenta.
A consolarmi è stata una scoperta successiva. Il rimando a Wikipedia non è stato occasionale e limitato al mio caso.

È proprio voluto! Nasce dalla brillante strategia dei capi dell’Enciclopedia italiana. Tatò al Corriere della Sera: «Non c’è alcun duello (con altre fonti di informazione online), noi stessi ospitiamo voci di Wikipedia laddove non arriviamo perché non possiamo proporre proprio tutto». Ma tranquilli scrive ancora il Corriere: «all’Enciclopedia assicurano che verrà garantito una sorta di presidio della qualità per preservare il marchio nonostante la gran mole di dati online». Ecco, «una sorta». Lasciatevelo dire da un docente di teoria e tecnica dei nuovi media all'Università di Palermo: se sotto al vostro marchio e attraverso il vostro portale fate passare qualunque stupidaggine la figura degli stupidi la fate voi.

Ma non mi bastano i nuovi media, io voglio candidarmi anche alla cattedra di Marketing dell’Università di Palermo e perciò provo a buttar lì un consiglio. Visto che il 99% di chi non compra l’Enciclopedia e non la usa come portale gratuito lo fa perché passa direttamente da Wikipedia non è geniale fare arrivare nel Wiki-mondo anche quei pochissimi che passano attraverso il vostro storico marchio. Va bene la libertà del web ma il sito del Corriere non rimanda a Repubblica.

Non mi fermo più, voglio anche la cattedra di Storia contemporanea all’università di Palermo. E quindi mi metto a studiare usando il vostro sito. Provo a caso, con «foibe» e con eccidio di «Porzûs». Un click e dove sono? Su Wikipedia.



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Il figlio di Gheddafi: "Il presidente Sarkozy eletto con i nostri soldi"





Il figlio del raìs: "Ci restituisca i fondi usati per le presidenziali del 2007". E intanto procede l’avanzata su Bengasi: "Tutto finito entro 48 ore" 



 

Il fronte continua ad arretrare. Le forze del colonnello libico Muammar Gheddafi hanno bombardato ieri la strategica cittadina di Agedabia, 160 chilometri a ovest di Bengasi, mentre la comunità internazionale fatica a concretizzare l'imposizione di una no-fly zone.
I governi internazionali non trovano ancora un accordo su come arginare la crisi in Libia. La Francia insiste non soltanto sulla necessità di una zona di non sorvolo, che impedirebbe al governo libico di bombardare le postazioni dei ribelli, ma anche sulla possibilità di attacchi mirati contro obiettivi sensibili del regime. Non è ancora troppo tardi, ripete Alain Juppé: il ministro degli Esteri francese, per il quale soltanto l'uso della forza può fermare il Colonnello, fa inoltre sapere che alcuni Paesi arabi potrebbero sostenere un'eventuale azione militare in Libia. «Agiremo soltanto con un mandato del Consiglio di sicurezza e non solo con il sostegno, ma anche con la partecipazione attiva dei Paesi arabi», ha detto. Ieri, Parigi e Londra hanno lavorato per persuadere i membri del Consiglio di Sicurezza della necessità di una no-fly zone. L'Italia, ha spiegato il ministro degli Esteri Franco Frattini, sostiene l'imposizione di una zona di non sorvolo, ma si oppone «a ogni azione unilaterale militare».

Per ora, la comunità internazionale si limita alle parole. E sfruttando l'allungarsi dei tempi diplomatici, Tripoli non ha soltanto sferrato un attacco militare contro i ribelli, ha fatto anche partire una controffensiva mediatica. Seif El Islam, il figlio del colonnello Gheddafi, ha accusato ieri davanti alle telecamere il presidente francese Nicolas Sarkozy di aver usato fondi libici per finanziare la sua campagna nel 2007. «Ci sono le prove e le renderemo pubbliche», ha detto il 39enne in un'intervista a Euronews, chiedendo anche all'inquilino dell'Eliseo la restituzione immediata del denaro.

Seif El Islam ha poi parlato della campagna militare. Ha detto che le forze governative sarebbero vicine a Bengasi e che un'eventuale risoluzione del Consiglio di Sicurezza su una no-fly zone sarebbe inutile, visto che «tra 48 ore sarà tutto finito». Tripoli ha già annunciato la propria vittoria al fronte, che comprende anche Misurata, terza città del Paese in Tripolitania che i ribelli tengono ancora nonostante l’assedio. I rivoltosi raccontano una storia diversa: per loro anche ad Agedabia si combatte ancora e alla televisione di Tripoli «parlano troppi bugiardi». Lo stesso regime di Gheddafi ha dovuto ammettere che ieri la petroliera «Anouar Afrikia», appartenente a una società guidata dal figlio del raìs Hannibal, è stata dirottata ieri sul porto di al-Hrika, presso Tobruk: «Così siamo di nuovo riforniti di carburante», ha detto un rappresentante del Consiglio nazionale di Bengasi.
All'Est però i sostenitori del colonnello e i simboli del regime, scomparsi per intere settimane, iniziano a tornare attivi e visibili.

Agedabia, nodo stradale fondamentale della Cirenaica, è a 160 chilometri da Bengasi. Da Agedabia però, attraverso il deserto, si arriva anche al porto petrolifero di Tobruk e poi al confine con l'Egitto. I militari al potere al Cairo da poche settimane hanno mantenuto aperta la frontiera, garantendo l'accesso di aiuti alimentari e medici. I ribelli contano moltissimo su questo passaggio vitale e il loro timore è che, invece di buttarsi in una difficile battaglia urbana a Bengasi, le forze del regime possano invece puntare a bloccare il confine, soffocando lentamente la rivolta.




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