mercoledì 16 marzo 2011

Malpensa, l'allenatore sikh protesta: «Mi hanno fatto togliere il turbante»

Corriere della sera


«Per me è stata un'umiliazione, è come se mi fossi denudato». La Sea: esiste un locale apposito

il coach del campione indiano golf polemizza sulle misure di sicurezza in aeroporto


Amritinder Singh
Amritinder Singh
MILANO - Le rigide misure di sicurezza all'aeroporto di Malpensa hanno creato una nuova polemica con gli indiani sikh. L'allenatore di golf Amritinder Singh, giunto nello scalo italiano con il campione indiano Jeev Milkha Singh, è stato «costretto dagli agenti italiani a rimuovere il proprio turbante e a metterlo nel vassoio per sottoporlo allo screening di routine» ha scritto mercoledì in prima pagina il quotidiano The Times of India. Per gli appartenenti alla setta religiosa dei sikh, di cui fa parte lo stesso primo ministro Manmohan Singh, il tradizionale copricapo (circa otto metri di stoffa intrecciati con i capelli) è un simbolo religioso obbligatorio e la rimozione implica un lungo rituale. «Per me è stata una vera e propria umiliazione, è come se mi fossi denudato davanti a centinaia di persone» ha ammesso Singh, che ha accusato le autorità dell'aeroporto milanese di «vessazioni» non giustificate dalle norme di sicurezza.

LA PROTESTA - I due sportivi erano diretti a Roma per un torneo europeo di golf. Il giornale riferisce che, secondo la prassi in vigore nell'Unione Europea, i sikh non sono obbligati a levarsi il copricapo, ma devono soltanto sottoporlo a un controllo manuale con il metal detector durante la perquisizione. Deciso a far valere i propri diritti, l'allenatore ha presentato una protesta al console generale dell'India a Milano, Sanjay Verma, il quale si è rivolto alle autorità aeroportuali «senza però ricevere risposta» conclude la fonte.

SEA: C'E' UN LOCALE APPOSITO - La società di gestione dell'aeroporto di Malpensa ha poi precisato: «Sea effettua i controlli di sicurezza in perfetto ossequio della regolamentazione italiana ed europea». Controlli peraltro «stabiliti in accordo con la comunità Sikh in Italia». «Per quello che riguarda i passeggeri di religione Sikh nei nostri aeroporti - si legge in una nota di Sea - è previsto un controllo in un locale a parte, munito di specchio, ove viene chiesto cortesemente al passeggero di consegnare il turbante, che viene controllato e riconsegnato. Il tutto viene effettuato celermente e nel massimo rispetto dell'origine religiosa di questo copricapo. Queste procedure - si conclude - sono quelle indicate dalla Polizia di Frontiera di Malpensa che le ha stabilite in accordo con la comunità Sikh in Italia. Il controllo del turbante nel nostro Paese è comunque obbligatorio per accedere alle aree sterili». (fonte: Ansa)


16 marzo 2011



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Polizia uccide rapinatore

Corriere della sera

 

L'uomo stava minacciando una donna con un coltello. È stato colpito alla testa

 

Porta a Porta è ignobile, non ci vado»

Corriere della sera


Vendola attacca Vespa e anche il Tg1: «Nel servizio sulla 'ndrangheta lombarda non citati Moratti e Formigoni»



MILANO - «I talk show li vedo quando vi partecipo - ha detto Vendola parlando della televisione - ma non Porta a porta che è una trasmissione ignobile che uccide il confronto e quindi non ci vado». Lo ha detto Nichi Vendola, presidente della regione Puglia, intervenendo ad un incontro su giovani e politica all'interno dell'università Bocconi di Milano.


IL TG1 E LA 'NDRANGHETA - Vendola ha criticato il modo di fare informazione della Rai contestando in particolare anche il Tg1: «Fa specie - ha detto commentando i 35 arresti effettuati lunedì in Lombardia - che il boss più pericoloso del Nord potesse avere nell'ospedale Niguarda spazio libero, che le 'ndrine più importanti di Milano della Lombardia campassero sugli appalti delle pubbliche amministrazioni e che tutto questo non abbia prodotto la visione di una fotografia del sindaco Moratti o del presidente Formigoni in qualche tg, per esempio al Tg1 di Minzolini».

Vendola ha sottolineato che non sono stati messi in luce questi elementi «nonostante il gip nella sua ordinanza dica che i livelli apicali della politica e dell'amministrazione in Lombardia sapevano dell'inchiesta e non hanno mai fatto niente per reagire». Vendola ha ribadito che non si vedrà mai la faccia di Formigoni al Tg1 a proposito di 'ndrangheta e ironizzando ha aggiunto «perché io sono più simpatico a Minzolini». Infine il presidente della Regione Puglia ha sottolineato di non avere avuto più notizie «dell'azione giudiziaria che la Regione Lombardia voleva fare nei miei confronti quando un anno fa ho raccontato che la mafia più potente oggi è radicata in Lombardia».

IL NUCLEARE IN PUGLIA - Vendola ha anche ribadito il proprio no all'ipotesi di individuare in Puglia un sito in grado di ospitare una centrale nucleare. E ha spiegato che se il governo deciderà di costruire delle centrali nella sua regione, dovrà farlo con l'aiuto dei carri armati. «Ho già detto a suo tempo - ha aggiunto - che devono fare un nuovo appalto e che devono comprare una nuova generazione di carri armati per pensare di poter raggiungere la Puglia per aprire qualche cantiere nucleare».

16 marzo 2011



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Apple si mangia la mela dei Beatles

Corriere della sera


Presentata domanda all'Ufficio europeo dei brevetti dopo quanto già fatto negli Usa

Era il simbolo della casa discografica dei quattro di Liverpool



MILANO - Era stampata sul vinile di Abbey Road. E per decenni è stata il simbolo di Apple Records, l'etichetta discografica che produceva la musica di Beatles. Ora Steve Jobs e la sua Apple hanno presentato all'ufficio europeo marchi e brevetti domanda di registrazione del logo della mela verde della varietà Granny Smith, sul modello di quanto già fatto negli Stati Uniti. La pratica inoltrata all'autorità europea è stata pubblicata dal sito specializzato Patently Apple. L'azienda di Cupertino, che ha come simbolo l'inconfondibile mela morsicata, chiede di utilizzare in via esclusiva quello che per decenni è stato il marchio di fabbrica dei Fab Four, in quattordici classi merceologiche internazionali, che spaziano dai dispositivi hardware agli strumenti musicali, dall'abbigliamento ai servizi di social networking.

ACCORDO - In questo modo l'azienda di Steve Jobs mette a frutto l'accordo raggiunto con la società che detiene i diritti sulla musica dei Beatles nel 2007, dopo una battaglia pluridecennale sull'utilizzo del termine «apple» e dei marchi collegati, ora detenuti dalla casa produttrice di iPhone e iPad, fatte salve alcune licenze concesse all'etichetta fondata da Lennon e compagni. La pace definitiva tra le «due mele» è avvenuta lo scorso novembre, con lo storico sbarco del catalogo del quartetto di Liverpool su iTunes, il negozio di musica digitale di Apple. Resta ora da vedere se e come Apple voglia sfruttare il logo. Vedremo la mela che fu dei Beatles sui prossimi modelli di iPod e iPad? Non è dato saperlo, ma evidentemente Steve Jobs non ha voluto precludersi questa possibilità.


Elvira Pollina
16 marzo 2011



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Da Benedetto Croce a Gianni Riotta Saviano fa una gaffe dopo l'altra...



Lo scrittore: "Gianni cacciato dal Sole perché sgradito ai poteri forti". Ma Borzi lo smentisce: "Stia zitto, questa è ignoranza totale"



 

Roma - Una gaffe dopo l'altra. Dopo la cantonata presa con la vita di Benedetto Croce, Roberto Saviano va a sbattere il muso anche contro il Sole 24Ore. L'autore di Gomorra scende in campo per difendere l'ex direttore Gianni Riotta ergendolo a eroe nella lotta contro la mafia. A smentirlo si è scomodato addirittura un ex componente del comitato di redazione del Sole, Nicola Borzi che in una lettera a Dagospia (leggi qui), ha accusato il giornalista di "totale ignoranza".

Saviano fa scudo a Riotta Ieri pomeriggio l'Ansa riportava il dispiacere di Saviano per l'addio di Riotta al Sole: "La sua direzione ha realizzato un giornale libero, con al centro la battaglia antimafia che una parte responsabile di Confindustria aveva deciso di combattere". E ancora: "Un giornale che era riuscito a far arrivare ai lettori giovani le argomentazioni spesso non facili dell'economia e della finanza". "Il fango insinua che con la direzione Riotta il Sole perdeva copie, la verità è un'altra e basta vedere i dati reali, in Italia fare il giornalista è un mestiere pericoloso se si vuole essere liberi e senza condizionamenti - concludeva il giornalista - la libertà dei giornalisti è sgradita al potere politico".

Borzi smentisce Saviano Ma ancora una volta Saviano viene sonoramente smentito. Questa volta ci pensa un ex componente del cdr del quotidiano di Confindustria. "Non apprezzo per nulla Saviano - si legge nella lettera pubblicata oggi pomeriggio da Dagospia - quando, nella foga di dimostrarsi maitre à penser all'altezza di tutte le questioni, si imbarca in discussioni e polemiche su argomenti dei quali non ha alcuna informazione diretta". Borzi parla di "totale ignoranza". Non gliene risparmia una e snocciola i singoli casi in cui l'ex direttore avrebbe fatto l'esatto contrario di quanto detto da Saviano: "La sua eccessiva vicinanza a Riotta nuoce alla sua obiettività e distorce la prospettiva con cui racconta i fatti". Poi spiega: "Il tono della 'lotta antimafia' di Riotta è sempre stato a corrente alternata: forte con la criminalità 'bassa', quella che strangola i commercianti col pizzo, debolissimo, quasi assente, con la criminalità 'alta', quella dei colletti bianchi".

Troppe gaffe da Saviano E' la seconda gaffe nel giro di pochi giorni. Settimana scorsa aveva accusato il padre di Benedetto Croce di aver invitato il figlio a corrompere chiunque pur di esser tratto in salvo dopo il terremoto di Ischia. Era stato puntualmente smentito dalla nipote del filosfo napoletano. Oggi è stata la volta della gaffe su Riotta. Una buona media insomma. tanto che lo stesso Borzi lo inviata a starsene zitto: "Caro Saviano, ne supra crepidam judicaret".





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Unità d'Italia, la Lega alza la polemica "Nulla da festeggiare". Nuovi boicottaggi



Il capogruppo alla Camera del Carroccio, Reguzzoni: "Domani non sarò in aula per le celebrazioni". Intanto dopo la Lombardia la protesta contro Inno e tricolore va di scena anche in altre regioni. E l'europarlamentare Speroni: "Sarebbe stato meglio se l'Unità non ci fosse stata"



 

Milano - Prosegue la rivolta dei leghisti contro l'Unità d'Italia. Se non siamo ai livelli delle "sparate" sulla secessione ci manca poco. Più che una sfida alle istituzioni - come qualcuno denuncia - quello del Carroccio sembra un gesto di ribellione a uso e consumo della base elettorale. Come per dire: tranquilli, non siamo affatto cambiati... non ci facciamo comandare a bacchetta né tantomeno ci sogniamo di sventolare il tricolore o intonare l'Inno di Mameli. Comunque sia le polemiche non mancano. E la Lega, quasi lo facesse apposta, va avanti a testa bassa sulla propria strada. Tutti gli uomini col fazzoletto verde nel taschino obbediscono disciplinatamente a quelle che, di certo, sono le parole d'ordine del Capo (come ogni leghista chiama da sempre Umberto Bossi): basta con la retorica risorgimentale!

Reguzzoni: domani non sarò alla Camera Dopo la clamorosa ritirata al bar dei consiglieri regionali lombardi, proprio nel momento in cui venivano aperti i lavori del consiglio regionale con l'inno nazionale, arrivano altre iniziative di protesta in varie zone d'Italia. "Domani non sarò in aula per le celebrazioni dell’Unità d’Italia. Hanno deciso di chiudere gli asili, perciò io sarò con i miei figli". Marco Reguzzoni, presidente dei deputati della Lega, risponde così ai cronisti che gli chiedono se parteciperà alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. "Non voglio fare polemiche - spiega - ma non penso che il mio contributo possa servire. Gli altri? Non lo so, ognuno agirà secondo coscienza".

Speroni: nulla da festeggiare "L’unità d’Italia non è un evento da festeggiare. Anzi, "sarebbe stato meglio se non ci fosse stata perché così la Padania sarebbe più ricca". E ancora: "Quando ascolto l’Inno di provo fastidio, perché mi sento un po' oppresso da chi mi ha conquistato". Infine: "Non esporrei mai dal balcone di casa mia il Tricolore". Sono le affermazioni del capodelegazione della Lega Nord all’Europarlamento, Francesco Speroni, intervistato da Affaritaliani.it alla vigilia della festa del 17 marzo. Ovviamente per lui nessun festeggiamento: "Sono a Bruxelles a lavorare al parlamento europeo". Se fossi in Italia? "Non festeggerei perchè per me non è un evento da festeggiare". Che cos’è allora? "È un evento storico come tanti altri... Quindi non c’è nulla celebrare".

Emilia Romagna Una sciarpa tricolore al collo del capogruppo della Lega nord in Regione, Mauro Manfredini: gliel’ha messa a tradimento la consigliera dell’Udc, Silvia Noè, stigmatizzando così l’assenza degli esponenti leghisti all’apertura della seduta, quando sono risuonate in aula le note dell’Inno di Mameli. In Assemblea legislativa a Bologna i consiglieri leghisti sono entrati un bel po' dopo l’Inno, quando era già iniziato il messaggio di benvenuto del presidente Matteo Richetti. "Ero a ripassarmi l’intervento - ha poi spiegato Manfredini - perché la Lega ha dato libertà di scelta e noi abbiamo deciso di partecipare al dibattito". Senza però la coccarda tricolore indossata da tutti in aula oggi: "Noi la bandiera l’abbiamo già scelta - ha risposto Manfredini - è quella verde della Lega nord". Per lui "ancora oggi l’Italia non è unita. Lo sarà quando ci sarà il federalismo". Ma per i colori nazionali non aveva fatto i conti con la consigliera dell’Udc, che ha concluso il proprio intervento, improntato alla "fiducia nel futuro", regalando al capogruppo leghista quella sciarpa tricolore.

In Piemonte leghisti presenti Tutti in aula, in piedi, mentre suonava l’Inno: assessori e consiglieri della Lega Nord del Piemonte hanno "stranamente" partecipato a tutte le fasi della seduta straordinaria, a Palazzo Lascaris, del Consiglio regionale. "Abbiamo aderito all’iniziativa - ha spiegato il capogruppo del Carroccio, Mario Carossa - accettando il parere del resto della maggioranza, anche se rivendico il diritto di restare un po' tiepido rispetto a questo modo di festeggiare. Ciò non vuol dire - ha aggiunto Carossa - che non crediamo in determinati valori, come dimostrano ogni giorno con il loro lavoro i ministri, i presidenti delle Regioni, tutti gli assessori e i sindaci".

Formigoni polemizza Il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni, non smette di rimproverare il Carroccio per il prprio atteggiamento anti unitario: anche la Lega dovrebbe festeggiare l’Unità d’Italia - argomento il governatore - perché "tutti gli italiani dovrebbero riconoscersi in un’Italia che sta riformando se stessa e sta avviandosi sulla strada del federalismo. Noi celebriamo l’Unità d’Italia, vogliamo cambiare la forma di questa unità ma la sostanza la vogliamo mantenere. Voglio che il 2011 sia anche l’anno in cui cambiamo la forma dello Stato, dopo 150 anni di forma centralista dobbiamo inaugurare una nuova epoca di forma federalista dello Stato, che è un modo diverso per realizzare la stessa Unità".

Alemanno è ottimista "Non guardiamo l’albero che cade, - ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno -, guardiamo la foresta che cresce. C’è un sentimento nazionale che sta crescendo in tutta Italia e che si sta rafforzando giorno dopo giorno".





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Giornalista spagnola intervista Ahmadinejad e le scivola il velo

Quotidiano.net

Botta e risposta serrati: "Non è lei che voglio convincere", dice il presidente iraniano; "In Spagna sono i giornalisti a far le domande" , replica Ana Pastor

Madrid, 15 marzo 2011 - E’ gia’ uno dei piu’ cliccati su internet in Spagna il video dell’intervista in diretta realizzata questa mattina al presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad dalla popolare e combattiva giornalista televisiva Ana Pastor, che mano a mano ha perso il velo islamico che all’inizio le copriva il capo.

‘’Non e’ lei che voglio convincere’’ ha replicato a un certo momento il leader iraniano, incalzato dalle domande della giornalista sulla repressione attuata in Libia dal regime del dittatore Muammar Gheddafi contro i civili.
‘’Non so qui, ma in Spagna sono i giornalisti a fare le domande’’ ha fatto notare in un altro momento un po’ teso dell’intervista la bella cronista madrilena, conduttrice ogni mattina sulla tv pubblica Tve del programma ‘’Los Desayunos’’.


La giornalista ha poi spiegato a El Mundo online di non essersi accorta di avere perso l’hijab, il velo islamico, che i collaboratori di Ahmadinejad le avevano chiesto di indossare durante l’intervista. ‘’Non e’ stato un fatto intenzionale, non mi sono accorta che era caduto perche’ ero completamente concentrata nell’intervista’’, ha spiegato.
Ahmadinejad non ha fatto commenti sull’incidente, che apparentemente non ha rilevato.

Accuse allucinanti andrò in tv a difendermi I bonifici alle ragazze? Erano solo aiuti"

Repubblica


Berlusconi si difende: "Trentatré donne sono troppe anche per me". E attacca: "Andrò in Tv a difendermi, sarò presente a tutte le udienze". La spiegazione: "Vicino a me c'è sempre stata la mia fidanzata"



di CLAUDIO TITO

 

ROMA - "So che siamo diversi. Siamo su opposte barriere. Ma vi parlo con la mano sul cuore. Questa volta seguo il mio istinto e voglio spiegare come stanno davvero le cose". Chiuso a palazzo Grazioli legge le agenzie con le notizie che annunciano la chiusura delle indagini per il processo "Minetti-Fede-Mora". I flash delle agenzie piombano sul tavolo di Silvio Berlusconi. E offrono il resoconto di quel che hanno riscontrato i magistrati di Milano. L'agenda serale del presidente del consiglio a quel punto cambia segno. La sua attenzione è catturata solo dalle carte dell'inchiesta. Decide di sfogarsi, anche con chi "si trova su sponde opposte". E annuncia: "Andrò in tv a spiegare tutto e a difendermi. Andrò a tutte le udienze".

A via del Plebiscito sono appena arrivati gli esponenti di "Forza Sud", il partito costruito da Gianfranco Micciché in seno al Pdl. Poco prima avevano varcato la soglia di Via del Plebiscito Claudio Scajola e il "responsabile" Saverio Romano. Oggetto dei colloqui: il rimpasto che oggi dovrebbe portare al trasferimento di Galan ai Beni Culturali e alla nomina dello stesso Romano all'Agricoltura.

Ma per il Cavaliere, adesso, l'emergenza è un'altra. E decide di offrire a Repubblica la sua personale interpretazione di quelle notizie. Mette sul tavolo il suo impianto difensivo. È un fiume in piena. E anche quando cade la linea, richiama e riprende il discorso. "Mentre leggevo quelle agenzie - dice subito - non credevo ai miei occhi. Pensavo che fosse uno scherzo di Bonaiuti".

I documenti dei pm, in realtà, non sono uno scherzo.
"Ma le pare possibile? È mai possibile che quelle cose rispondano al vero? Hanno messo in piazza 33 ragazze che passeranno il resto della loro vita con il marchio della prostituta. E invece erano ragazze che hanno avuto solo il torto di partecipare a cene con il presidente del consiglio in cui c'erano tre musicisti e 6 camerieri. Di questi sei camerieri, tre venivano da un'agenzia e quindi non erano miei dipendenti. Cene spensierate, eleganti. Le ragazze facevano quattro salti in discoteca. Da sole, perché a me non è mai piaciuto ballare. Niente di più. E ora vedo queste cose allucinanti".

Però, presidente, dai verbali emerge un clima ben diverso.
"Ma nessuno dei testimoni lo conferma. Io non posso credere a un uso della giustizia così barbaro e così lontano dalla realtà. Io poi ho 75 anni e sebbene sia birichino... 33 ragazze in due mesi mi sembrano troppe anche per un trentenne. Sono troppe per chiunque. Eppoi c'è un ostacolo in più".

Quale?
"Ho sempre avuto vicino a me la mia fidanzatina che per fortuna sono riuscito a tenere fuori da questo fango. Se avessi fatto tutto quello che dicono, mi avrebbe cavato gli occhi. E assicuro che ha anche le unghie lunghe. La verità è che la giustizia di questi signori è senza senso".

E allora a cosa servivano tutti quei bonifici del ragionier Spinelli?

"Ma anche su quella vicenda ho visto cose allucinanti. Io non ho mai pagato una donna in vita mia. E poi può mai essere possibile che uno paghi con dei bonifici bancari una prestazione sessuale? Ma dove si è mai visto? Io sono come una Caritas quotidiana. Pago interventi chirurgici, il dentista, le tasse universitarie a tutti coloro che ne hanno bisogno. Sono in grado di farlo e sono felice di poterlo fare. Alcuni di quei bonifici servivano a pagare il mutuo ai genitori di una ragazza. Dei signori in difficoltà. È chiaro che queste persone sono anche attirate dal fatto che io sono una persona con certe possibilità. Ma io ho sempre aiutato e l'ho fatto anche con tante altre persone".

Ma ci sono anche delle intercettazioni a confermare le accuse dei pm.

"Ma nessuna di queste ragazze dice di essere stata pagata. Perché non è mai accaduto. Poi con bonifici bancari... ma quando mai? Per di più 130 mila euro per una prestazione sessuale... Sono indignato. Anche perché negli altri paesi le intercettazioni telefoniche non sono pubblicabili, solo da noi avviene una barbarie come questa".

Ma lei rifarebbe quella telefonata alla Questura di Milano?
"Posso giurare che una settimana prima avevo parlato con Mubarak per almeno 15 minuti di questa ragazza. Ho tutte le testimonianze. Gli interpreti e i commensali possono confermarlo. In quei giorni poi mi stavo occupando della crisi tra la Libia e la Svizzera. Ho pensato: e se anche da noi una parente di un premier straniero, in questo caso Mubarak, va in prigione? Che succede? Abbiamo allora mandato una persona incensurata per risolvere il problema. Senza contare che il presidente del consiglio ha il diritto di intervenire in campo amministrativo. Mi hanno spiegato che Craxi fece cose simili in occasione del caso Sigonella".

Ma per i pm si è trattato di qualcosa di più di un intervento amministrativo.
"Io ho chiesto solo informazioni, nessuna pressione. Lo dicono anche i funzionari di polizia. Non c'è una vittima e non c'è un trattamento privilegiato. È solo una montatura, uno scandalo".

Perché dovrebbe essere una montatura?
"Perché la gente, sa, è cattiva. Pensi che i genitori di alcune di quelle ragazze sono stati licenziati solo per il fatto che c'è questa inchiesta. Tutte queste ragazze non possono più lavorare, non possono fare una sfilata, nessuno offro loro un contratto. Io voglio difenderle pubblicamente".

Perché ne sente il bisogno?
"Perché per 14 mesi i telefoni sono stati messi sotto controllo. I miei avvocati mi hanno imposto di non rispondere più alle loro telefonate. E giustamente alcune di loro hanno pensato che le stessi scaricando. Ma, lo ripeto, non c'è un solo motivo che giustifichi un reato. È fatto tutto solo per gettare fango sull'immagine di queste ragazze. Che rischiano di passare il resto della loro vita con una macchia indelebile. Per questo andrò in tv: per spiegare tutto questo, per difendermi e difendere quelle ragazze. E parteciperò a tutte le udienze dei processi. Anche se non sarà facile".

Perché non sarà facile?
"Perché non è per niente facile affrontare quattro processi e fare il presidente del Consiglio".
 
(16 marzo 2011)




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Caso Ruby, Berlusconi sbotta: "Io con 33 ragazze? Figuriamoci"





Le trentatre ragazze, i bonifici bancari, le intercettazioni, il fango dei magistrati. Il Cav smonta le tesi dei pm milanesi: "La verità è che la giustizia di questi signori è senza senso, è tutta una montatura". Poi spiega: "Io ho 75 anni... 33 ragazze in due mesi mi sembrano troppe anche per un trentenne. Sono troppe per chiunque". E assicura: "Andrò in tv a difendermi. Andrò a tutte le udienze"



 
Roma - "Cose allucinanti". Nel colloquio con Repubblica (leggi l'articolo), il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi continua a ripeterlo. Le trentatre ragazze, i bonifici bancari, le intercettazioni, il fango dei magistrati. E' un fiume in piena: "Andrò in tv a spiegare tutto e a difendermi. Andrò a tutte le udienze". Perché il Cavaliere non si arrende nemmeno davanti a questo "uso della giustizia così barbaro e così lontano dalla realtà". Contro tutto questo il premier ha deciso di porre un argine.
"Io ho 75 anni... 33 ragazze in due mesi mi sembrano troppe anche per un trentenne. Sono troppe per chiunque". Mentre il tribunale di Milano chiude le indagini su Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede senza nemmeno interrogarli, Berlusconi è a Palazzo Grazioli. Legge le carte del tribunale. "Hanno messo in piazza 33 ragazze che passeranno il resto della loro vita con il marchio della prostituta - spiega il Cavaliere a Claudio Tito - e invece erano ragazze che hanno avuto solo il torto di partecipare a cene con il presidente del Consiglio in cui c'erano tre musicisti e sei camerieri". E precisa che di questi sei camerieri tre venivano da un'agenzia esterna. Quindi non erano dipendenti. Il premier parla di "cene eleganti" durante lequali "le ragazze facevano quattro salti in discoteca". E precisa: "Da sole, perché a me non è mai piaciuto ballare". Niente di più.
Dalla ricostruzione fatta, i pm milanesi hanno invece dipinto un quadro a tinte fosche. Ma Berlusconi lo smonta, punto per punto. Perché le accuse non reggono, fanno acqua da tutte le parti. "Ho sempre avuto vicino a me la mia fidanzatache per fortuna sono riuscito a tenere fuori da questo fango - continua Berlusconi - se avessi fatto tutto quello che dicono, mi avrebbe cavato gli occhi".
Oltre ai numeri a dir poco iperbolici anche le accuse sui bonifici bancari non reggono. "La verità è che la giustizia di questi signori è senza senso", spiega il Cavaliere assicurando di non aver mai pagato una donna. "E poi può mai essere possibile che uno paghi con dei bonifici bancari una prestazione sessuale? - chiede - ma dove si è mai visto?". Lo scopo dei bonifici è, infatti, diverso da quello ipotizzato dal tribunale milanese. "Alcuni - spiega lo stesso Berlusconi - servivano a pagare il mutuo ai genitori di una ragazza". D'altra parte non è la prima volta (e non sarà nemmeno l'ultima) che il premier ha aiutato le persone in difficoltà.
Anche la ricostruzione della telefonata alla Questura di Milano appare forzata. Il Cavaliere assicura di aver chiesto solo informazioni. Nessuna pressione, insomma. Dopo tutto, lo dicono anche i funzionari di polizia. "E' solo una montatura, uno scandalo", continua il premier ribadendo di aver parlato con Mubarak di Ruby. "Gli interpreti e i commensali possono confermarlo - continua - in quei giorni mi stavo occupando della crisi tra la Libia e la Svizzera". La sua preoccupazione è stata: "E se anche da noi una parente di un premier straniero va in prigione? Che succede?".
Nonostante l'assalto giudiziario Berlusconi non si fermerà. Anzi è fermamente deciso a difendersi in tutte le sedi possibili. Per 14 mesi è stato messo sotto controllo, ma le accuse sono inconsistenti e frutto di una vera montatura. Combatterà contro tutto questo. "Per questo andrò in tv - tuona - per spiegare tuitto questo, per difendermi e difendere quelle ragazze. E parteciperò a tutte le udienze dei processi".




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Mauro Masi denuncia il Fatto quotidiano L'accusa? Stalking






Il direttore Rai accusa il quotidiano pubblicare notizie "false e tendenziose" sulla sua vita privata. L'ultima parla di una strana coincidenza tra l'acquisto fallito di una villa e una fiction



 

Dopo la querela di Bocchino al Giornale un'altro caso di "stalking" da parte della stampa. A denunciarlo è Mauro Masi, direttore generale della Rai, che si scaglia contro Il Fatto quotidiano e contro l'articolo "contenente notizie false e assolutamente tendenziose (peraltro ultimo di una lunga serie facente parte di una campagna denigratoria anche sulla vita privata)" a firma Marco Lillo. Masi, ha dato mandato ad un pool di legali di procedere nei confronti degli autori degli articoli, del direttore responsabile della testata e della società editrice "per diffamazione aggravata e per stalking".
La villa scomparsa Nell’articolo in questione si parla di una villa sull’isola di Capri che doveva "essere comprata da Mauro Masi e ristrutturata da Anemone, di cui si parla nelle intercettazioni dell’inchiesta sulla Cricca, anche se nessuno se ne è accorto". L'acquisto fallì "dopo gli arresti di Angelo Balducci e Diego Anemone", Masi pago la caparra penitenziale, ma avrebbe avuto indietro 100 mila euro entro il 25 febbraio 2011. "La storia - prosegue l’articolo - si intreccia a quella della fiction scritta dal proprietario della casa, approvata e pagata dalla Rai di Masi".




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La dieta del Senato è da gourmet

Il Tempo


Ecco il contratto per il ristorante: le "primizie" costano 10 milioni. L’accordo è stato registrato dall’ufficio gare di Palazzo Madama il 12 febbraio 2010.


Senato Dieci milioni di euro in 48 mesi per i pranzi e le cene dei senatori, per la mensa e la caffetteria. L’accordo è stato registrato dall’ufficio gare di Palazzo Madama il 12 febbraio 2010. Ma nessuno lo conosceva perché non è mai stato pubblicato. Almeno fino a ieri. Sì perché dopo una lunga battaglia dei Radicali italiani, appalti, affitti, contratti del Senato sono stati messi su internet. E c'è di tutto. Auto blu, locazioni, ristrutturazioni di uffici mai aperti. E, appunto, «l'affidamento in appalto dei servizi di ristorazione per il Senato della Repubblica». È stato firmato dal vicesegretario generale e dal rappresentante legale della società Gemeaz Cusin spa e specifica, ovviamente, le caratteristiche del servizio, che include la fornitura e l'installazione dei distributori automatici di acqua e di altre bevande e la gestione della rivendita di tabacchi. Il contratto è partito il 1° febbraio dell'anno scorso e prevede che i pasti siani «serviti al tavolo nella modalità "alla carta"».

A dire il vero non sembra un lavoro stressante. Si tratta di assicurare pranzi e cene ai senatori tre giorni a settimana, «di norma dal martedì al giovedì, dalle ore 12.30 alle ore 14.30 e dalle ore 19.30 alle ore 21.30». Con delle eccezioni: «Ove la seduta antimeridiana si prolunghi oltre le ore 14.00, il ristorante - stabilisce il contratto - dovrà restare aperto, consentendo l'ingresso ai parlamentari fino a mezz'ora dopo oltre il termine della seduta e comunque non oltre le ore 15.00». Stessa storia per la sera ma «comunque non oltre le ore 23.00». Ma questo è niente. «Il menù dovrà proporre - precisa l'articolo 4.9 - prodotti sempre freschi e primizie di stagione.

Eventuali variazioni del programma settimanale saranno preventivamente sottoposte all'Ufficio dell'Economato al massimo entro le ore 11.00 della giornata di riferimento della variazione».
Poi vengono precisate le modalità del servizio per la caffetteria e per il bar dei senatori nell'immobile di via di S. Chiara e di quello riservato al personale. Sulla qualità dei prodotti non si scherza. Infatti il testo ribadisce: «dovranno essere di primaria e riscontrata qualità e rispondere alle caratteristiche organolettiche e alle grammature indicate negli allegati 1), 2a), 3) e 5) al Capitolato tecnico».

Il Senato sborserà 10 milioni di euro in quattro anni, oltre, ovviamente, al prezzo dei pasti e di tutto il resto pagato dai clienti. A cui si aggiungono le spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei locali, i consumi di energia elettrica, gas, acqua, telefono, fax, riscaldamento e condizionamento degli ambienti «nonché le spese relative alle riparazioni degli impianti fissi, quelle relative a interventi di derattizzazione e disinfestazione contro insetti striscianti e volanti e le imposte e/o tasse necessarie per l'asporto dei rifiuti e l'eventuale scarico nella rete fogniaria».

Ma pranzi e cene dei senatori non sono niente se si prende un'altra voce mai resa pubblica: i rimborsi liquidati nel 2010 per l'assistenza sanitaria integrativa (Asi) dei deputati e il fondo solidarietà. Gli iscritti all'Asi sono, oltre ai 630 deputati attuali e 1.109 loro familiari, anche 1.329 titolari di assegno vitalizio e 1.388 parenti, 484 titolari di vitalizio di reversibilità e 25 familiari, 217 deputati in attesa di vitalizio e 386 parenti, 2 giudici emeriti della Corte costituzionale e 2 loro familiari e, infine, 2 parenti di giudici della Consulta titolari di reversibilità. Ecco i rimborsi: 2 milioni 743 mila 122,99 euro ai deputati in carica, 5 milioni 346 mila 656,41 euro ai deputati titolari di assegno vitalizio e oltre un milione a quelli di reversibilità. Se si aggiungono i soldi liquidati per i deputati in attesa di assegno vitalizio, quelli per coniugi senza assegno vitalizio di reversibilità e i rimborsi ai giudici della Corte Costituzionale, allora si arriva esattamente a 10 milioni 117 mila 331,96 euro.




Alberto Di Majo
16/03/2011




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Furto alla Iervolino: sparito Luca Giordano La preziosa tela sostituita con un falso

Camorra export», sequestrati beni per cento milioni in Abruzzo e Lazio

Corriere del Mezzogiorno

Patrimonio di Gennaro De Angelis, sponda fuori regione dei Casalesi, da Bardellino a «Sandokan» Schiavone


NAPOLI - È una delle più importanti operazioni di sequestro mai avvenuta contro i «Casalesi spa». Il nome in codice è «Verde Bottiglia», dal colore di una Jaguar regalata al boss Francesco Schiavone, e ha consentito agli uomini della Dia di Napoli di sottrarre a un gruppo criminale, molto vicino ai Casalesi, un patrimonio di oltre 100 milioni di euro, costituito da beni localizzati nel Lazio, in Abruzzo e in Campania. Sedi di riciclaggio sono apparse infatti a Castrocielo, Cassino, Aquino, Frosinone, Formia, Gaeta, Roma e L’Aquila. Un patrimonio costituito da società, ditte individuali, fabbricati, terreni, concessionarie di autovetture (come la Jaguar verde bottiglia appunto) e rapporti finanziari. I destinatari del decreto di sequestro sono i pregiudicati: Gennaro De Angelis, di 67 anni, Aladino Saidi, di 34 anni e Antonio Di Gabriele, di 66 anni. Nei loro confronti è stata disposta anche la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.

LA PREVENZIONE - Il provvedimento din sequestro è stato emesso dal Tribunale di Frosinone a seguito di una proposta di applicazione di misura di prevenzione personale e patrimoniale formulata dal Direttore della Dia, generale Antonio Girone, sostenuta nel dibattimento di prevenzione dal pm presso la Procura di Frosinone, Tonino Di Bona.

L'AUTO DI LUSSO IN REGALO - Secondo quanto riferito dai collaboratori di giustizia - fra tutti Domenico Bidognetti, elemento di vertice del clan dei Casalesi e luogotenente di Francesco Bidognetti - l’ottimo rapporto tra De Angelis e Francesco Schiavone, ormai ultratrentennale, fu suggellato da un regalo: una Jaguar verde bottiglia, di cui «Sandokan» era appassionato. In una dichiarazione dove si parla di questo sodalizio, Domenico Bidognetti dice, in riferimento a De Angelis: «Lo incontravo spessissimo a Casal di Principe in quanto era persona di Francesco Bidognetti, anche se non abitava più a Casale, ma nel basso Lazio, tra Formia e Gaeta...». «Egli era in ottimo rapporto anche con Francesco Schiavone "Sandokan" - dice ancora il collaboratore di giustizia - tanto che una volta gli regalò una Jaguar verde bottiglia. Ricordo questo episodio in quanto sapevo che Francesco Bidognetti aveva espressamente chiesto a De Angelis, che veniva a Casale con questa macchina, di regalarla a "Sandokan", che era un appassionato di Jaguar».

DA SODALE A «CAPOREGIME» - Secondo la Dia dal 1970 De Angelis ha rappresentato un punto di riferimento di «Casalesi» fino a diventarne «caporegime», prima nell’organizzazione camorristica facente capo ad Antonio Bardellino e, dopo la scissione, nel gruppo camorristico capeggiato da Francesco Schiavone, detto «Sandokan», del quale è parente. Il boss De Angelis gestiva nella sua zona di competenza, il basso Lazio, estorsioni, truffe, riciclaggio, ricettazione e, soprattutto, importazione da altri Paesi dell’Unione Europea di autovetture, evadendo l’Iva. Per un periodo ha svolto anche la funzione di «procacciatore» e «fornitore di armi» al clan dei Casalesi durante la storica guerra intestina che ha visto contrapposti i casalesi di «Sandokan» ai «bardelliniani». De Angelis ha partecipato alle attività estorsive nella zona di influenza attraverso l’indicazione al clan, quali obiettivi contro cui destinare le richieste estorsive, delle attività economiche più fiorenti nel territorio sud pontino.

IL MINISTRO ALFANO - «È davvero un’ottima notizia quella del sequestro di beni al clan dei Casalesi per un valore di oltre 100 milioni di euro. Il più ingente sequestro di beni illecitamente accumulati al di fuori della Campania»., dice il Guardasigilli Angelino Alfano, commentando con soddisfazione l’operazione della Dia di Napoli. «L’operazione - continua il ministro - è l’ennesimo colpo inferto alla camorra che lo Stato, in sinergia con la magistratura e le forze di polizia, assesta in modo continuativo dall’inizio di questa legislatura. Quello che è avvenuto oggi è la dimostrazione che la cultura delle misure di prevenzione si sta diffondendo anche al di là delle regioni storicamente afflitte dalla camorra. È questa la vera antimafia dei fatti».

Redazione online

15 marzo 2011

Torre del Greco, carabiniere in manette: era la talpa del clan Papale

Il mistero del sottomarino che agita Mosca e Stoccolma

Pena di morte per i camorristi» Iervolino: poster incostituzionali

Corriere del Mezzogiorno

Manifesti di un artista affissi dalla società del Comune. Ma il sindaco ne ordina subito la rimozione


NAPOLI - Un teschio rimarca il senso del macabro slogan, o come dicono i pubblicitari, il «claim»: «Pena di morte per i camorristi» si legge sui manifesti affissi stamattina, alle 9, al Vomero e in altre zone di Napoli . E poi: «Proposta di legge. Firma anche tu». Un asterisco specifica: «morte civile»
Napoli come il Texas? Non proprio. La suddetta «proposta di legge» non esiste, va diluita nella provocazione artistica di Sebastiano Deva e del museo Cam di Casoria. L'azione però è piaciuta molto poco a Rosetta Iervolino che reputa «incostituzionale» il messaggio lanciato dai poster e dunque, dice il sindaco, illegale. Ergo: il primo cittadino ne ha ordinato l'immediata defissione. I manifesti, sistemati regolarmente dalla Elpis concessionaria comunale, saranno quindi coperti con la banda bianca contrassegnata dallo stemma di Palazzo San Giacomo.



«MESSAGGIO SBAGLIATO» - In calce al megaposter compare il sito www.farwest.eu ovvero la mostra curata da Antonio Manfredi direttore del sito museale diventato famoso per la richiesta di asilo culturale alla Germania. Certo, per chi non conosce il retroscena situazionista, e il nome della mostra, l'impatto di quei manifesti è forte. «Anticostituzionale», anche secondo il vicesindaco di Napoli Tino Santangelo. «Nessuno dalla Elpis ci ha avvertito della cosa - spiega al Corriere - La pena di morte non è contemplata dal nostro ordinamento. L'avessimo saputo non l'avremmo mai permesso». Ma si tratta di una provocazione artistica...«Sì ma che capiscono solo gli artisti. Il messaggio lanciato ai cittadini nudo e crudo non è interpretabile se non in un senso. Perciò provvederemo a rimuoverli».

IL DIRETTORE MANFREDI: «SCONCERTATI» - «Resto sconcertato per la reazione del sindaco Iervolino - commenta a caldo Antonio Manfedi - È la prima volta che il Cam subisce una censura per un’opera d’arte, anche se in questo caso si tratta di un’azione artistica che si sviluppa al di fuori delle mura del museo. Il linguaggio usato è indubbiamente forte ma lo è di più il problema della camorra a Napoli. Nella consapevolezza dell’incostituzionalità della proposta di legge lanciata con i manifesti, l’obiettivo del Cam è stato proprio quello di scuotere le coscienze. L’affermazione della non comprensibilità di questo messaggio mi sembra assurda. La specifica di morte civile è chiara ed è certamente accessibile al cittadino comune che ne percepisce la provocazione artistica. Nonostante l’inaudita censura, uno dei manifesti -conclude Manfredi - sarà esposto nelle sale del museo Cam insieme alle altre opere d’arte della mostra Far West, che verrà inaugurata il 19 marzo».

LA MOSTRA FAR WEST - «Far West Act» è infatti il titolo del progetto artistico di Sebastiano Deva correlato all'esposizione. Da oggi - in concomitanza con l'affissione dei manifesti al centro delle polemicgje - è online www.far-west.eu con i contenuti della mostra del Cam. Durante il vernissage sarà anche visibile la proposta di modifica alla norma costituzionale.

I VERDI: SOLIDARIETA' AL CAM - «Assoluta e piena solidarietà al Museo Cam - dichiarano il commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli ed il presidente provinciale di Napoli Carlo Ceparano - e alla sua provocazione sulla "Pena di Morte per i camorristi". Una provocazione che però affronta di faccia la camorra ed i camorristi. Certo è che se esistesse una legge del genere il 10% degli abitanti di Napoli e provincia sarebbero subito giustiziati e anche tanti politici che in queste ore coprono le nostre città di manifesti elettorali abusivi. Rimuovere quel manifesto è un errore politico ed anche una inutile censura artistica. Chiediamo pubblicamente all’ autore di Gomorra Roberto Saviano di intervenire in difesa degli autori della provocazione e del Museo Cam»


Alessandro Chetta
15 marzo 2011

Oscar Elías Biscet, la prima intervista da uomo libero

La Stampa






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Napoli, folla all'assalto dei carabinieri per liberare due spacciatori arrestati

Il vizio di Bocchino: idee, amici e donne. Ecco come Italo ha tradito tutti.

Libero





«Visto che ne ha parlato pure la moglie, ora non ci saranno più gossip su questa relazione...». Radio Transatlantico (ovvero quel misto di mezze notizie e pettegolezzi che quotidianamente si fa alla Camera dei deputati tra politici e giornalisti) così registra le dichiarazioni di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino, sulla presunta liason tra suo marito e Mara Carfagna. Un rapporto di cui Buontempo, a suo dire, è a conoscenza da due anni e mezzo e che, qualche giorno fa, ha causato uno scontro tra il capogruppo di Fli e Roberto D’Agostino riguardo presunte fotografie compromettenti. «Sembra una vendetta della moglie nei confronti della ministra. Come a dire: tu hai rovinato il mio matrimonio e ora io rovino il tuo...», osserva un parlamentare del PdL. Già, perché la Carfagna è in procinto di convolare a nozze: il matrimonio con il costruttore romano Marco Mezzaroma è fissato per il 25 giugno prossimo. La moglie di Bocchino, però, nell’intervista è ambigua sul fatto che la relazione sia davvero finita. «Ed è proprio questo che potrebbe danneggiare il ministro dal punto di vista personale», aggiunge il deputato.
Ieri il ministro delle Pari Opportunità non ha voluto commentare in alcun modo la vicenda e ha evitato con cura le domande dei giornalisti: si è recata prima alla Camera per l’istituzione del garante per l’infanzia e poi in Senato per un provvedimento sulle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa. «Continuiamo a lavorare, siamo superiori a queste cose», dicono dal suo entourage.

LA FOTO DELLA MUSSOLINI
Della presunta relazione tra Bocchino e Carfagna in Parlamento si parla dai primi passi di Mara a Montecitorio, nel 2006: all’occhio dei cronisti, infatti, non sfuggiva il fatto che i due fossero sempre insieme. Comuni origini partenopee e un buon rapporto personale: lei giovane e inesperta di politica e Bocchino a farle da guida nella complicata giungla parlamentare. Di più: secondo la signora Buontempo (e non solo) dietro i 55 mila voti presi da Mara alle ultime Regionali c’è la manina di Italo. L’amicizia tra i due continua anche dopo lo strappo di Fini e l’uscita di Bocchino dal PdL. E quando, dopo il voto di fiducia a dicembre, Alessandra Mussolini li fotografa col telefonino mentre parlano fitto dentro l’Aula, il ministro va su tutte le furie. «Fare quella foto è stato un atto di pessimo gusto che si addice alla persona che l’ha commesso. A Napoli le chiamano vajasse...», sbotta il ministro. «La Carfagna dovrebbe dimettersi e appena la incontro gliene dico quattro di persona», risponde la Mussolini, che accusa il ministro di “obbedire” politicamente a Bocchino. «Fa tutto quello che dice lui, sembra telecomandata», sostiene la nipote del Duce. Così, quando la Carfagna minaccia di andarsene dal PdL per una questione salernitana, molti ci vedono l’opera di Bocchino, tanto che in Parlamento ci si aspetta il passaggio di Mara nelle truppe finiane. Ma così non è stato. Una telefonata di Silvio Berlusconi l’ha convinta a restare.
Anche il Cavaliere, però, ha una parte in commedia. Perché i primi pettegolezzi sulla Carfagna si sono fatti proprio su una sua presunta relazione con il premier. Che, secondo le malelingue, l’avrebbe portata in Parlamento e poi nominata ministro proprio in virtù di questa amicizia. E a dare la stura ai pettegolezzi è stato proprio il Cavaliere quando, nel gennaio del 2007, si lasciò andare: «Se non fossi già sposato, sposerei subito Mara Carfagna». Parole che provocarono la dura reazione di Veronica Lario che, con una lettera a Repubblica, pretese dal marito pubbliche scuse, primo vagìto di una crisi che sarebbe esplosa più avanti.

LOVE STORY CON SILVIO?
Anche sulla presunta liason tra Mara e il Cavaliere in questi anni si è molto ricamato. Alcuni, per esempio, sostengono che esistano delle intercettazioni in cui la ministra racconta a un paio di colleghe di governo particolari intimi del premier. Leggende metropolitane? Esistono realmente, però, intercettazioni dove le ragazze del caso Ruby vedono nella Carfagna un modello da imitare. «Vedi come ha fatto Mara? Così dobbiamo fare anche noi...», si legge nella trascrizione di una telefonata tra Nicole Minetti e Barbara Faggioli. Sulla presunta liason, infine, Sabina Guzzanti fece la famosa battuta durante il no-Cav day, mentre suo padre Paolo (che ha definito Mara «calendarista delle Pari opportunità») ne racconta nel libro “Mignottocrazia”. Entrambi, per la cronaca, querelati dal ministro.


di Gianluca Roselli
16/03/2011




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Croce e le fonti autorevoli di Saviano Ecco perchè il caso non è affatto chiuso

Corriere del Mezzogiorno


«La nipote del filosofo pone questioni rilevanti a cui Saviano non risponde. Le sue fonti sono due anonimi»


di MARCO DEMARCO


Se il mondo si dovesse dividere in due, da una parte gli amici di Saviano e dall’altra i nemici, io non avrei dubbi: come ho già detto mille volte, starei con i primi. Ma vivaddio non siamo ancora a questo punto e dunque mi sento sciolto da un simile dualismo. Sto con Saviano spesso, anzi spessissimo, specialmente quando guida la rivolta civile contro i poteri criminali; ma non sempre. Sulla storia di Croce, tanto per esser chiari, io sono più vicino alle posizioni di Marta Herling che alle sue. Per la semplice ragione che, proprio sulle colonne di questo giornale, Marta Herling ha sollevato due questioni non irrilevanti.


La prima. Perché romanzare la morte della famiglia Croce nel terremoto di Casamicciola del luglio 1883, quando quell’evento era stato già dettagliatamente descritto dall’unico testimone oculare, e cioè dallo stesso Croce? Insomma, perché Saviano si è fidato più di altri che di Croce stesso? È la domanda che lunedì sera, dal Tg1, gli ha rivolto anche il vicedirettore Genny Sangiuliano. La seconda. Perché prendere per buona la storia delle centomila lire offerte chi avrebbe tirato fuori il giovane Croce dalle macerie? La prima questione riguarda la narrazione in sé, suo rapporto con la realtà, se sia giusto o meno arrotondare gli eventi in modo da colpire di più il lettore: da «accileccare» avrebbe detto Gadda.

Su questo, Marta Herling ha esposto i suoi dubbi, ma Saviano non le ha risposto. La seconda questione riguarda invece l’uso delle fonti. Saviano, intervistato da Mentana, dice che quel particolare sulle centomila lire offerte tra le macerie e nel vivo di una ferita personale e collettiva, non è una sua invenzione, avendolo tratto da un articolo di Ugo Pirro, scrittore e sceneggiatore autorevolissimo, apparso sul numero di Oggi del 13 aprile 1950. Il che è assolutamente vero, come i lettori del Corriere del Mezzogiorno ben sanno, giacché è stato proprio su queste colonne che Giancristiano Desiderio ha rivelato dove Saviano avesse attinto per il suo racconto.

Almeno su questo punto, dunque, si ammetterà che la lezioncina di Saviano sulla scorrettezza dei giornalisti a tutti può essere rivolta tranne che a noi. Sta di fatto, però, che lo stesso Pirro riporta quel particolare alla stregua di una voce e la fa risalire a un giornalista anonimo che al tempo del terremoto di Casamicciola girava tra gli ospedali e intervistava i feriti. La stessa voce, a quanto si capisce, riferita in un libro intitolato Disastri, Ischia come Giava, edito nel 1883, di autore anonimo. Due anonimi: il giornalista citato da Pirro e l’autore del libro. Probabilmente la stessa persona. Francamente, un po’ poco per non nutrire qualche dubbio.

Tanto più che lo stesso Pirro ricorda che, per le vittime di quel terremoto, il Papa «stanziò ventimila lire per gli aiuti più urgenti». Ripeto: ventimila, e parliamo di Leone XIII, il cui nome è legato alla Rerum novarum alla dottrina sociale della Chiesa. Possibile che il papà di Benedetto abbia invece indotto il figlio a offrire cinque volte di più e solo per salvare se stesso? Lo ha detto Pirro, dice Saviano. E allora? E poi, perché offrire tanto? Forse per indurre i soccorritori a salvare il giovane Benedetto prima di altri? Capite quale assurdo dubbio morale pone quel particolare apparentemente così irrilevante? E capisce, Saviano, perché Marta Herling sia rimasta tanto colpita?

Ma Saviano afferma anche che la storia delle centomila lire non è stata mai smentita da Croce stesso, che tra l’altro è morto due anni dopo la pubblicazione dell’articolo di Pirro, cioè nel 1952. Attenzione! Non averlo smentito, con tutte le cose che al tempo si scrivevano sul filosofo, vuol dire farlo passare per vero? E se così fosse, come mai Croce non ne ha mai parlato, nei libri e nelle interviste, ogni qualvolta gli è capitato di tornare su quella tragica vicenda personale? Si è forse autocensurato? E magari lo avrà fatto con la consapevolezza di chi si portava dentro l’atroce ambiguità morale di quell’atteggiamento?

Lo dico in modo molto semplice. A me colpisce che Saviano non abbia avuto la sensibilità di capire quale nervo il suo racconto andava a scoprire. E colpisce anche che non si sia rivolto alla Herling con le sole parole che andavano pronunciate. E cioè: cara signora Herling, le ho spiegato le mie ragioni, ma le chiedo scusa se, al di là di esse, il mio racconto abbia potuto ingenerare qualche equivoco e se questo equivoco l’abbia irreparabilmente offesa. E invece no. Saviano ha messo tutti sullo stesso piano: la Herling, i giornalisti che hanno scrupolosamente fatto il loro mestiere e quelli che, come si dice, ci hanno invece «marciato» per partito preso. Ma ripeto: il mondo non si taglia a fette. E meno male.

P. S.— Saviano e Mentana si sono meravigliati per il fatto che i giornalisti abbiano scritto di questa vicenda senza mai consultare lo stesso Saviano. Ma come? Possibile? Prima che qualcuno avverta puzza di fango, mi chiedo: ma Saviano ha forse consultato la Herling prima di scrivere su Croce? Non mi pare.


15 marzo 2011




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Il guitto Fo, Nobel di inciviltà Gaglioffate del tribuno anti Cav






Persa la vena artistica ha sostituito il palcoscenico coi palchi anti Cav e dà dello "scemo" al premier. Ex repubblichino diventato comunista, è campione di incoerenza. La Rame lo accusò in tv di tradirla, chiedendo il divorzio in diretta



 
L’opposizione, a corto di idee, lascia ai guitti del suo vivaio il compito di rappresentarla. Il più disponibile alla supplenza è il frusto Dario Fo. L’arzillo ottantacinquenne, premio Nobel per caso, ha una mostruosa quantità di tempo libero. Artisticamente parlando, ha tirato i remi in barca. Va in scena col contagocce e non inventa più nulla. Però, per non sparire, ha sostituito il palcoscenico con le piazze antiberlusconiane. Frequenta girotondi, circoli anarchici, gruppi movimentisti per recitare filastrocche ribelli e brani irridenti del Fo che fu.

Giorni fa ha arringato la folla a Milano per il Costituzione-day, nobile nome usurpato per inscenare l'abituale adunanza fescennina anti Cav. L’uscita di Fo più apprezzata dal colto pubblico è stata: «Berlusconi è scemo», opinione che solo un Nobel per la Letteratura poteva esprimere con tanta arguzia. Poi, sfruttando a fondo il successo, come fa il norcino col suino, ha ribadito ieri i concetti su il Fatto, quotidiano a sua misura.

Ha precisato che Berlusca è «scemo» nel senso che è «fuori di testa al livello di scemenza» e che fa delle «truffalderie da taverna». L’ultima, ha spiegato con garbo, è quel «ca..zo d’invenzione del cerottone messo per fare scena». Poi è passato alla Gelmini «serva dei ricchi» e alla riforma della Giustizia: «Una bidonata tremenda». Tutte riflessioni non solo nobelianamente espresse ma che danno un decisivo contributo al dibattito: quello sul livello mentale dell’intellighenzia di sinistra. La polpa però sta nel seguito dell’intervista. Rievocando il C-day, Fo -in un ideale paragone con Bersani & co.- esalta se stesso. Finché hanno parlato i soliti noti del Pd -racconta- «la gente non aveva avuto reazione».

Poi, «ho parlato io e l’ho buttata in sollazzo» e giù tutti a ridere e partecipare. Ossia: io sì che so entusiasmare. In pratica, una patente di imbecillità ai papaveri del Pd e un’auto candidatura alla guida della sinistra ammosciata. Con quale programma? Il casino permanente. Testuale: «Il Sessantotto. Che fantasia, che creatività! Spero che si possa arrivare a un altro momento del genere. Non bisogna fermarsi. Continuiamo questo Carnevale». Col fine - sottinteso - di cacciare il Cav. Cioè, un ottantacinquenne attaccato con i denti alla breccia che ingiunge al settantaquattrenne di lasciare la sua. È il proverbiale bue che se la prende con l’asino.

Fo è così: inesorabile con gli altri, morbido con sé. Si impanca, fa la predica, si considera integerrimo. Si vanta della sua coerenza umana e politica e ha rilasciato fiumi di interviste sulle nozze esemplari con l'attrice, Franca Rame. Questa orgia di okay su quanto li riguarda, è il vizio degli smemorati.

Dario è sempre stato prono al capo di turno. Nella Repubblica di Salò alleata dei nazisti, fu con Mussolini e si arruolò come paracadutista. Aveva 18 anni e si poteva perdonargli qualsiasi cosa. Invece, quando nel dopoguerra il fatto fu riesumato, era già comunista e negò tutto. Querelò giornalisti e giornali che accennavano alla «macchia», mentendo a tutto spiano, finché fu inchiodato da un tribunale con questa sentenza: «È certo che Dario Fo ha vestito la divisa di paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate... anche se ha cercato di edulcorare il suo arruolamento volontario sostenendo di avere svolto la parte dell'infiltrato pronto al doppio gioco».

Dopo che, spogliati i panni del fascista, passò al comunismo, cominciò a prendersela con quelli che facevano l’inverso, lasciando la sinistra per nausea. Forte della sua limpida coscienza ha accusato di «tripli giochi e salti della quaglia» Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Sandro Bondi, ecc., senza essere mai frenato dal pudore. Tipico dei caporali ideologici.
Vi do altri esempi di com’è accomodante con se stesso. Nel 2006, si discuteva in Parlamento se proseguire la missione in Afghanistan. Fo era contro l’impegno militare e lo disse in tutte le salse: a teatro, in piazza, sotto la doccia. Ma quando la moglie Franca, allora senatrice dell’Idv di Di Pietro, votò per la missione seguendo l’ordine di scuderia, Dario cominciò a zufolare, prese un’arietta distratta e dimenticò l’argomento. Anche le consorti sono piezz ’e core.

Nello stesso anno, scaduto il mandato di Gabriele Albertini, era cominciata la corsa per il nuovo sindaco di Milano. Fo si candidò con una lista propria a sinistra della sinistra, «Dario Fo per Milano». Nella fase iniziale sbeffeggiò il prefetto Ferrante candidato ufficiale dei cattocomunisti, trattandolo da pistola. Poi, richiamato all’ordine da Bertinotti o altri così, si allineò alla disciplina rossa, appoggiando il prefetto. Ma, per sbiadire la resa, lo fece da paravento: «Noi siamo per Ferrante. Siamo fanatici di Ferrante. Gli romperemo i coglioni, ma lo sosterremo». Era già Nobel per la Letteratura, di qui la prosa vivace.

A un certo punto, superata la sessantina cominciò a correre la cavallina mandando per qualche tempo a farsi friggere il matrimonio d'amore con la Rame. C’è una velata somiglianza con il Cav, nonostante Dario si consideri di altra pasta. Stufa dell'andazzo, Franca lanciò via intervista un primo avvertimento nel lessico di famiglia: «Quando un uomo è importante, le ragazze se le ritrova a letto già col bidet fatto». Fo continuò trasgredire e allora Franca tradì a sua volta e lo fece sapere. Poi passò al contrattacco e a Domenica in dichiarò in diretta: «Divorzio da Dario». Raffaella Carrà, sull’orlo dello svenimento, sussurrò: «Ma lui è al corrente?». «Adesso lo sa», rispose l’altra gelida.

Nel curriculum di Fo c’è anche una vera gaglioffata. Dopo la morte dell'anarchico Pinelli aizzò una campagna di odio contro Luigi Calabresi. Sosteneva che il commissario avesse ucciso l’anarchico spingendolo dalla finestra della Questura milanese. Non si limitò -come Eco, Colombo (Furio) e altri cicisbei della penna- a firmare manifesti incendiari contro il «commissario torturatore», ma scrisse una commedia ultracolpevolista, Morte accidentale di un anarchico. Accreditava così la menzogna della defenestrazione dolosa, fomentando il clima di livore. Morte accidentale è del 1971; nel maggio ’72, Calabresi fu ucciso dai mazzieri di Lotta continua, nella stessa Milano in cui Dario recitava il suo testo bugiardo. Non risulta che, successivamente, il Nobel abbia avuto parole di scusa, né di umana pietà. Ma dove trova ancora lo stomaco di aprire bocca?



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Italiani in Giappone/ Videodenuncia Odissea per avere aiuto da Farnesina

Il Mattino


ROMA - Abbandonati di sera in Giappone, senza sapere dove andare e come farlo. Quella che viene proposta qui è la videodenuncia, registrata in Giappone, nelle ore successive al terremoto, di un gruppo di 16 italiani in trasferta per uno stage di Budo Taijutsu. Secondo quanto si ascolta in pratica sono stati lasciati a se stessi per la trasferta all'aeroporto internazionale di Tokyo. «Siamo stati più tutelati dal Giappone che non dall'Italia. È scadaloso», scrive uno di loro su Facebook. Le voci nel video si riferiscono ad una telefonata prima all'Ambasciata e poi all'Unità di Crisi della Farnesina, a Roma.

Lo stesso connazionale ha raccolto alcune testimonianze sul volo di rientro e ha potuto riscontrare che molti hanno subito il medesimo “trattamento”. Di comune accordo hanno deciso di dare la massima diffusione alla loro odissea e per questo ho creato un gruppo ed una fan page su Facebook.








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Scalfari, il grande ricco tartassa il ceto medio






Il fondatore di Repubblica, conscio che nessuno legge più le sue articolesse, ha scoperto la tv. Dove propone di colpire chi dichiara 40mila euro



 
Una volta alla sera andava in via Ve­neto. Adesso va in Tv. Pare gli piaccia un sacco: esce dal salottino, lascia la ca­nasta, dimentica per un attimo il co­gnac invecchiato in barrique, e oplà ec­colo lì, bello incipriato, sotto i riflettori, felice come un bimbo che ha appena scoperto la trottola. Lunedì sera, per esempio, Eugenio Scalfari era a La7 con Lilli Gruber: aveva la barba bianca ben curata, le gote rosse, lo sguardo un po’ sperduto frale labbra a canotto del­la sua intervistatrice. A tratti guardava nel vuoto, a tratti balbettava. Ogni frase sembrava molto meditata: come se la dovesse tirare giù dall’Olimpo degli il­luministi, come se fosse ispirata in di­retta da Diderot e D’Alambert. E inve­ce, per lo più, ogni frase risultava un di­stillato di banali sciocchezze. Del tipo: «Le leggi si approvano in Parlamento», «uno che fa comizi si espone», «il libero convincimento è libero», «il sindaco fa il sindaco», «nel deserto non ci sono ingorghi». Mancava solo che dicesse che l’acqua per essere calda non può esse­re fredda e poi aveva fatto l’en plein del­l­a meditazione filosofica in stile casalin­ga di Voghera.
Questo oracolo della banalità, tolto dalla sua naftalina miliardaria, faceva quasi tenerezza: cercava conferme, si sforzava di mostrarsi preparato («Ho letto tutto il disegno di legge») e citava i suoi sterminati articoli, essendo rima­sto ormai uno dei pochi che riesce a leg­gerli tutti interi. L’avevano chiamato a La7 per fare l’anti - Giuliano Ferrara, ma mentre quest’ultimo da Radio Lon­dra diceva delle cose, nonno Eugenio non riusciva a far altro che travasare sciocchezze e bile. Quando, per esem­pio, la Gruber gli ha chiesto le ragioni per cui ha rifiutato il dibattito con il di­rettore del Foglio, ha risposto secco: «Perché mi piace combattere con i miei pari e non ritengo Ferrara un mio pari». Si capisce: Scalfari è abituato a parlare con Io, al massimo - se proprio deve - si degna di aprire una querelle con Dio. Oltre non s’abbassa.
Liberté sì, fraternité insomma, con l’egalité però non esageriamo. Che ci volete fare? La puntata è da rivedere al­la moviola: la Gruber prova a prender­lo per mano come si fa con il nonno un po’ svampito che piomba in salotto con la patta dei pantaloni aperta. Lo in­terrompe, lo chiosa, cambia discorso per salvarlo. Si rende conto che la sfida con Ferrara si sta tramutando in auto­gol. Tutto inutile. Su Saviano Scalfari si intorta, su Fini non sa cosa dire, all’im­provviso scopre con scandalo che «i partiti dialogano anche fuori dal Parla­mento». Pensa un po’ a che cosa porta­no anni di acuta analisi politica. «Luci­do osservatore», lo definisce con corag­gio la Gruber. E sarebbe pure lucidissi­mo, in effetti, non fosse per tutta quella cipria sulla pelata...
Il clou arriva alle 21.08. Lilli Gruber pone una domanda secca: «Lei ha pro­posto una tassazione straordinaria sul­le grandi ricchezze. Che cosa intende per grandi ricchezze?». Nonno Euge­nio ci mette tre minuti per rispondere, perdendosi nel suo noto labirinto (mentale) fra entrate tributarie, ban­che centrali, tagli lineari, encefalo­grammi piatti, ceti medi e medio alti. Alla fine, esattamente alle 21.11, dopo un delirio durato tre minuti, sette pa­rentesi, dodici parafrasi, quattro inci­dentali e nove subordinate, mentre già scorrono i titoli di coda, il Fondatore fi­nalmente pesca in un angolo della sua mente l’illuminazione: «La tassa sulle grandi ricchezze», proclama, «devono pagarla i grandi ricchi, cioè tutti quelli che guadagnano più di 40mila euro l’anno».
40mila euro l’anno? Grandi ricchi? Lilli Gruber sbianca, non sa più dove guardare, cerca di metterci una pezza. 40mila euro l'anno sono all'incirca 1700 euro al mese. Può essere definito «grande ricco» uno che guadagna 1700 euro al mese? Nonno Eugenio ormai non risponde. È perduto, pronuncia pa­role in libertà. «La tassa di scopo la de­vono pagare solo i grandi ricchi», riba­disce. «La tassa di scopo la deve pagare un’ampia massa di contribuenti», cor­regge subito dopo. Allora capiamoci: solo i grandi ricchi o una massa di con­tribuenti? Sguardo perso nel vuoto. Boh. E allora «perché non tassiamo le rendite finanziarie?», s’illumina. Ma sì, una tassa vale l’altra: basta svuotare le tasche alla gente.

E poi avanti con il mantra di Prodi, ma quant’era buono Prodi, ma com’era bravo Prodi, come quei vecchi che alla casa di riposo che continuano a recitare la formazione del Bologna che tremare il mondo fa. «Ma non gioca più Angelo Schiavio?» No, caro nonno Eugenio: Schiavio è fuori squadra. E tu fuori quadra. Co­munque non ti preoccupare: se vuoi ti regaliamo la figurina. E anche una bel­la tassa di scopo, magari anche di sco­pone scientifico: così ti ci diverti con gli amici della canasta. L’importante è che eviti queste figuracce catodiche e te ne stai lì tranquillo in salotto a dialo­gare con Io, spiegandogli cose impor­tanti: il sindaco deve fare il sindaco, un deserto è meno affollato della metropo­litana all’ora di punta, etc. Sarà un di­battito appassionante, vedrai. Più di quello con Ferrara. Magari Io crederà pure a quello che dici. E non ti chiederà come si fa a diventare grandi ricchi con 1700 euro al mese senza nemmeno in­cassare, come hai fatto tu, i miliardi dal­­l’Ingegner De Benedetti.

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Show di Paolini davanti al Mattino: «Il Napoli vince lo scudetto»

Il Mattino


NAPOLI - Dieci minuti di show in via Chiatamone, davanti al Mattino. Protagonista il "teledisturbatore" ("sono un presenzialista") Gabriele Paolini che ha messo in scena un vero e proprio strip-tease per "protestare" contro le «grandi del campionato», Milan e Inter.

Paolini, circondato da una folla di curiosi, ha creato qualche disagio alla circolazione stradale quando si è steso sulle strisce pedonali cospargendosi il capo di sale. Un gesto scaramantico contro Milan, Inter e Juve nella speranza che il Napoli possa vincere lo scudetto. Successivamente ha bruciato, con qualche difficoltà, l'immagine del premier Berlusconi chiedendone le dimissioni.



Martedì 15 Marzo 2011 - 15:53    Ultimo aggiornamento: 17:24




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Per i vigili è ubriaco, ma era il colluttorio

«La sua è una storia che fa acqua da tutte le parti...» avrebbe detto il commissario se fossimo stati in uno di quei gialli d’antan e se non si parlasse di alcolici e superlacolici. E di stranezze in questa vicenda in cui un giovane ha rischiato una denuncia per guida in stato d’ebbrezza ce n’è più d’una. Lui, innanzitutto, perchè di rugbisti astemi non se ne sono mai visti. E poi l’etilometro che lo ha trovato positivo all’alcol che era invece colluttorio per i denti. I controlli e la denuncia erano scattati dopo un incidente stradale per il quale il giovane rischiava di essere condannato.

Ma la verità è venuta a galla nel corso del processo: aveva bevuto sciroppo e si era solo sciacquato i denti con un pò di colluttorio, che contiene alcol. E così è stato assolto. Il 16 marzo il rugbista , anche insegnante di educazione fisica e donatore di sangue, resta coinvolto in un tamponamento con altre due macchine. I vigili lo sottopongono al «palloncino» e l’uomo risulta positivo. Non ci sono dubbi. E invece no. È emerso infatti che dopo l’incidente, mentre con i vigili aspettava in un bar una pattuglia che avesse l’apparecchio per il test, il rugbista aveva utilizzato uno sciroppo e poi un colluttorio antibatterico contenente alcol. Così il suo legale, l’avvocato Alessia Sorgato, ha chiesto una consulenza tossicologica sui due prodotti, che ha accertato che entrambi possono influire sulla positività del test. Salvo.




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Wikileaks: "Il Giappone sapeva: gli impianti non avrebbero retto"

Quotidiano.net


Un documento Usa diffuso dall'organizzazione di Assange rivela: due anni fa un funzionario Aiea informò Tokyo che le norme di sicurezza delle sue centrali erano obsolete e che un violento sisma avrebbe posto “problemi seri”



Roma, 16 marzo 2011



Il Giappone sapeva da oltre due anni che i suoi impianti nucleari non sarebbero stati in grado di reggere l’urto di un potente terremoto. A rivelarlo è un cablogramma Usa diffuso da Wikileaks, secondo cui nel dicembre 2008 un funzionario dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) informò Tokyo che le norme di sicurezza delle sue centrali erano obsolete e che un violento sisma avrebbe posto “problemi seri” agli impianti.
Nel documento riportato oggi dal Telegraph si afferma inoltre che le autorità giapponesi si opponevano alla sentenza emessa da una corte per chiudere una centrale, perchè ritenuta insicura in caso di sisma. “L’Agenzia giapponese per la sicurezza nucleare e industriale ritiene che il reattore sia sicuro e che tutti i test di sicurezza siano stati condotti in modo appropriato”, riferirono i diplomatici Usa. Nel 2009, Tokyo riuscì a far revocare la sentenza.
Il cablogramma riporta anche la denuncia fatta nell’ottobre 2008 da un deputato giapponese ai diplomatici Usa, secondo cui il governo stava “insabbiando” gli incidenti nucleari.









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