martedì 15 marzo 2011

L'isola assediata che vuole l'indipendenza

Corriere della sera

Monta la rabbia dopo l'arrivo di migliaia di migranti Centro accoglienza intasato. Aggredito un giornalista.


LAMPEDUSA - L’isola che non ne può più si raccoglie sul molo commerciale dove da una nave militare con un cannone a prua e un elicottero a poppa sbarcano 129 tunisini salvati in alto mare. Ma il tempo della compassione, della comprensione, della solidarietà per molti abitanti di questo scoglio più vicino all’Africa che alla Sicilia sembra essersi consumato. Ed esplodono invettive, parolacce addirittura minacce di pescatori, albergatori, semplici casalinghe, giovani e anziani, arrivati qui per la motonave bloccata dal mare cattivo a Porto Empedocle, rimasti senza merce per negozi e attività, ma immersi fra centinaia di immigrati che continuano a sbarcare e tanti altri sgattaiolati fuori dal Centro accoglienza dove, con gli ultimi 25 approdi, si sfiora quota 3.000 unità. Una cifra con alti rischi. Un limite esplosivo. Dentro e fuori la ex caserma costruita per ospitare 850 migranti. Come prova anche la reazione di tanti isolani pronti ad applaudire, lì sul molo, davanti alle telecamere di Tv francesi, tedesche, olandesi, il titolare di un residence non appena invoca a squarciagola «l’indipendenza di Lampedusa dall’Italia e dall’Europa»: «Vogliamo amministrarci da soli visto che tutti ci lasciano soli». E gli fa eco un collega, quasi azzannando zoom e microfoni, rovesciando la rabbia anche contro una cronista cinese che traballa su se stessa: «Qua scorrerà sangue fino all’Oceano Indiano...».


«MEGLIO ESSERE COME MALTA» - Difficile archiviare come semplici sfoghi queste sfuriate che non hanno di mira i nordafricani, ma le autorità, gli uomini politici, il governo e sempre più spesso i giornalisti, «colpevoli» di rappresentare una Lampedusa invasa dai clandestini, dando così un’immagine che scoraggia i turisti e moltiplica le disdette non solo per Pasqua ma anche per la già compromessa stagione estiva. Si moltiplicano voci che non possono non essere registrate: «Si arricchiscono tutti sulle spalle dei lampedusani... Noi siamo preoccupati da noi stessi perché quando esplode la rabbia di un popolo la reazione non è pacata, controllata, intelligente... Se soli ci lasciano, meglio l’indipendenza, come Malta. Ma dovete uscire fuori tutti dai c...». Volano parole grosse. E qualche spintone. Come è accaduto al cronista di una Tv privata di Agrigento che voleva riprendere una riunione di albergatori. «Mi cacciate via? Ma io passo i servizi a tanti reti Tv, ho investito 30 mila euro nei mezzi...». Se l’è vista brutta. «E tu investi sulle nostre disgrazie?».

UNDICIMILA TUNISINI - E’ un cortocircuito sul quale bisogna riflettere. Ecco uno dei fronti di fuoco di quest’isola che il suo vulcano ormai ce l’ha in quel Centro accoglienza ai limiti della tenuta. Anche perché il massimo che si riesce a organizzare in questa giornata rovente sono appena quattro voli per portare via 240 immigrati. Poco, troppo poco, come tuona Laura Boldrini, portavoce Onu per i rifugiati. Ma bisogna fare i conti con i dieci centri Cara ormai ovunque intasati dagli oltre 11 mila tunisini arrivati dai primi di febbraio. In gran parte fuggiti via, forse con tacito consenso dei controllori, verso le frontiere, direzione Germania e Francia, dove si alzano nuovi «muri» con verifiche che sembravano annullate dagli accordi di Schengen. E’ tempo di conteggi per un flusso inarrestabile e già carico di lutti. Si parla di un naufragio con 40 morti. Ma senza certezze. Anzi, un tunisino intervistato dal TG3 ha detto che durante un trasbordo è annegato un loro compagno ma che gli altri si sono salvati con il soccorso di un altro natante. Versioni contraddittorie.


MACCHINA IN AFFANNO - L’unico dato certo è il dramma dell’esodo ancora una volta raccontato da un cronista in prima persona dopo una rischiosa traversata fatta con altri cento nordafricani. E’ l’odissea del corrispondente da Parigi de La Stampa, Domenico Quirico. Ha pagato pure lui i mille euro a un capo ciurma. E s’è ritrovato nella notte a rischiare la vita, in un barcone dove l’acqua arrivava alle ginocchia. Ce l’ha fatta. Come i tremila in parte appollaiati sulle scarpate del Centro accoglienza perché non c’è posto in baracca, separati a gruppi dal nastro bianco e rosso, quello dei lavori in corso, in attesa di identificazione, cibo, vestiario, controlli medici. Secondo i tempi lenti di una macchina in affanno. Incapace di trattenere tutti. Tollerante quando si violano le regole e i tunisini corrono in paese a passeggio, in cerca di sigarette, panini, caffè, una camicia pulita. Spesso trovando solidarietà, come è accaduto finora. Come comincia a non accadere più.

Felice Cavallaro
15 marzo 2011

Il Giornale intervista Gheddafi:Ribelli? Uccido chi non si arrende.






Il nostro Biloslavo è entrato nella cittadella fortificata di Bab Al Azizya. Il raìs racconta: "Non farò la fine di Saddam, se l’Occidente mi aggredisce sarà guerra santa. Berlusconi? Uno choc". E sui voltafaccia: "Chi applaude i miei nemici mette in pericolo gli accordi sulla sua sicurezza"


Tripoli - La telefonata da Bab al Azizya, la cittadella fortificata al centro di Tripoli dove vive Muammar Gheddafi, arriva in mattinata. «Tieniti pronto, il leader ti aspetta» dicono gli uomini del Colonnello. In realtà passeranno oltre quattro ore prima di intervistare in esclusiva il nemico numero uno della comunità internazionale. Bab Al Azizya ha diversi muri di fortificazione e ad ogni passaggio unità speciali, che assomigliano ai marines per l'equipaggiamento, ti passano ai raggi X. Poi ti fanno attendere in una palazzina usata come anticamera per gli ospiti servendo tè alla menta. Oltre ai reticolati, le feritoie e i blocchi anticarro spunta ogni tanto qualche postazione messa in piedi di recente con i sacchetti di sabbia.
Ad un certo punto i pretoriani di Gheddafi mi scortano nella cerchia più interna della cittadella fortificata. Ed il mondo cambia. Un vasto prato verde, palme, poche guardie armate ed un'incredibile mucca pezzata, che bruca l'erba, neanche fossimo in Svizzera. L'intervista si fa rigorosamente sotto una grande tenda in mezzo al piccolo parco. Dentro è colorata di verde e spartana, a parte gli enormi condizionatori ed una tv al plasma. Il colonnello in tenuta da beduino color terra arriva al volante di una macchinetta elettrica. Mi presento con un «Salam aleik» («la pace sia con te») e lui sorride. Ordina subito niente foto e telecamere. Solo i suoi uomini possono scattare qualche immagine. Ci sediamo su delle poltrone un po' impolverate attorno ad un tavolino basso. Fra noi solo un telefono ed un pulsante, forse per far intervenire le guardie che non si fanno vedere.
Gheddafi sembra di buon umore e da vicino appare in forma, anche se con qualche ruga di troppo ed i capelli riccioluti visibilmente tinti. Non solo è alla mano, ma ogni tanto ridacchia alle domande più scabrose. Cerco sempre di incrociare il suo sguardo, ma ad un certo punto inforca gli occhiali da sole a goccia. Nell'intervista con Il Giornale ne spara di tutti i colori.

Le sue truppe marciano su Bengasi, la roccaforte ribelle. Siete pronti a riconquistare la Cirenaica con la forza militare o utilizzando anche il negoziato?
«Dialogo con chi? Il popolo è dalla mia parte. La gente ci chiede di intervenire dicendo “liberateci da queste bande armate”. Negoziare con i terroristi legati ad Osama Bin Laden non è possibile. Loro stessi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e ad uccidere, uccidere ed uccidere. La sua idea della situazione a Bengasi è completamente sbagliata. La popolazione ha paura di questa gente e dobbiamo liberarla».
Scusi, ma il capo del Consiglio nazionale dell'opposizione, Mustafa Abdel Jalil, era il ministro della Giustizia libico fino a poche settimane fa. Non tutti i ribelli sono terroristi...
«La gente di questo Consiglio è come se fosse ostaggio di Al Qaida. Li stanno temporaneamente usando. Il Consiglio è una facciata, non esiste. Alcuni militari che ne fanno parte ci hanno detto che non avevano alternative: o accettavano o li avrebbero sgozzati come faceva Al Zarqawi (il terrorista di Al Qaida ucciso in Irak nda)».
Quanto tempo ci vorrà per riconquistare la Cirenaica in mano ai ribelli?
«Non hanno speranze, per loro è una causa oramai persa. Ci sono solo due possibilità: arrendersi o scappare via. Questi terroristi utilizzano i civili come scudi umani, comprese le donne».
Non teme che un attacco alle grandi città in mano ai ribelli possa finire in un bagno di sangue?
«Dobbiamo combattere il terrorismo. Per questo stiamo avanzando rapidamente prima di evitare massacri».
Però state negoziando con le cabile, le tribù libiche, per evitare il peggio...
«I terroristi non stanno a sentire né le cabile, né il sottoscritto, né lei. L'ordine alle nostre truppe è di circondarli, metterli sotto assedio. Poi spero e prego Allah che accettino la resa senza combattere mettendo in mezzo i civili. Se si arrenderanno non li uccideremo».
Misurata, la terza città del paese, è già assediata. Come andrà a finire?
«I terroristi verranno processati, ma la gente normale, che è stata fuorviata, verrà perdonata. Ci sarà clemenza se abbasseranno le armi».
La comunità internazionale pensava fin dall'inizio che lei fosse spacciato...
«Non sanno cosa accade veramente in Libia (e comincia a ridacchiare). Il popolo è con me. Il resto è propaganda. Posso solo ridere».
La Libia aveva un ottimo rapporto con l'Italia e lei personalmente con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Come giudica la netta presa di distanza e le mosse del governo italiano?
«Sono realmente choccato dall'atteggiamento dei miei amici europei. In questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza, nel loro interesse e la cooperazione economica che avevamo».
Con Berlusconi c'era anche un rapporto personale...
«Sono talmente choccato, mi sento tradito: non so che dire a Berlusconi».
Ma è vero che ci sono contatti con il governo italiano?
«Io non ho più alcun contatto con l'Italia e Berlusconi. C'è, però, la possibilità che il ministero degli Esteri libico e altre autorità siano in contatto con gli italiani».
L'Eni ha grandi contratti e joint venture per lo sfruttamento del petrolio e del gas in Libia. Cambierà qualcosa?
«Penso ed auspico che il popolo libico riconsidererà i legami economici e finanziari e anche quelli nel campo della sicurezza con l'Occidente».
Significa che volete rescindere i contratti energetici con l'Italia?
«Quando il vostro governo sarà sostituito dall'opposizione ed accadrà lo stesso con il resto del'Europa il popolo libico prenderà, forse, in considerazione nuove relazioni con l'Occidente».
Lei ha lanciato l'allarme: una marea di immigrati invaderanno l'Europa e per prima l'Italia. Il pericolo è reale?
«Se al posto di un governo stabile, che garantisce sicurezza, prendono il controllo queste bande legate a Bin Laden gli africani si muoveranno in massa verso l'Europa. E il Mediterraneo diventerà un mare di caos. Per il momento la striscia di Gaza è ancora piccola, ma si rischia che diventi grande. Tutto il Nord Africa potrebbe trasformarsi in una sorta di Gaza. Per Hamas è una buona notizia».
A livello internazionale si sta parlando di imporre alla Libia una zona di non sorvolo e la Francia sembrava pronta a bombardare. Qual è la sua reazione?
«Penso che il signor Sarkozy ha un problema di disordine mentale (ed il Colonnello si batte il dito indice sulla tempia per spiegarsi meglio). Ha detto delle cose che possono saltar fuori solo da un pazzo».
Pensa che gli americani torneranno a bombardare la Libia come nel 1986?
«Se diventano matti, come Reagan, lo faranno. Noi combatteremo e vinceremo. Una situazione del genere servirà solo ad unire il popolo libico».
Se supererà la crisi è pronto a fare un passo indietro lasciando spazio a suo figlio Seif al Islam e a riforme?
«Lo decideranno i libici attraverso i Comitati popolari ed il Congresso del popolo (una specie di Parlamento nda). Le riforme vanno bene e pure per mio figlio, se la scelta verrà dal popolo l'accetterò».
Il presidente tunisino Ben Ali è fuggito. Quello egiziano lo hanno costretto a ritirarsi a Sharm el Sheik. Non ha paura di finir male? (Gheddafi capisce la domanda e fa una risata)
«Sono ben diverso da loro. La gente sta dalla mia parte e mi da la forza. Non ho paura».
Neppure di venir processato per crimini di guerra?
«Qualsiasi commissione internazionale può venire in Libia a rendersi conto sul terreno cosa è accaduto veramente»
.
Non teme di finire come Saddam Hussein? (Il traduttore a questa domanda sbianca e ci gira attorno parlando più vagamente del destino dell'Iraq. Il colonnello capisce e ridacchia)
«No, no, la nostra guerra è contro al Qaida, ma se loro (gli occidentali) si comportano con noi come hanno fatto in Iraq, la Libia uscirà dall'alleanza internazionale contro il terrorismo. Ci alleiamo con al Qaida e dichiariamo la guerra santa».


(ha collaborato nella traduzione Sergio Bianchi)
www.faustobiloslavo.eu




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Pena di morte per i camorristi» Iervolino: «Poster incostituzionali»

Corriere del Mezzogiorno


Azione di un artista del museo Cam di Casoria: il sindaco ne ordina subito la rimozione


Il museo che batte bandiera tedesca (1 febbraio 2011)

NAPOLI - Un teschio rimarca il senso del macabro slogan, o come dicono i pubblicitari, il «claim»: «Pena di morte per i camorristi» si legge sui manifesti affissi stamattina, alle 9, al Vomero e in altre zone di Napoli . E poi: «Proposta di legge. Firma anche tu».

Pena di morte per camorristi: foto

Napoli come il Texas? Non proprio. La suddetta «proposta di legge» non esiste, va diluita nella provocazione artistica di Sebastiano Deva e del museo Cam di Casoria. L'azione però è piaciuta molto poco al sindaco Iervolino che reputa «incostituzionale» il messaggio lanciato dai poster e dunque illegale. Ergo: il primo cittadino ne ha ordinato l'immediata defissione. I manifesti, affissi regolarmente dalla Elpis concessionaria comunale, saranno quindi coperti con la banda bianca contrassegnata dallo stemma comunale.


«MESSAGGIO SBAGLIATO» - In calce al megaposter compare il sito www.farwest.eu ovvero la mostra curata da Antonio Manfredi direttore del sito museale diventato famoso per la richiesta di asilo culturale alla Germania. Certo, per chi non conosce il retroscena situazionista, e il nome della mostra, l'impatto di quei manifesti è forte. «Anticostituzionale», anche secondo il vicesindaco di Napoli Tino Santangelo. «Nessuno dalla Elpis ci ha avvertito della cosa - spiega al Corriere - La pena di morte non è contemplata dal nostro ordinamento. L'avessimo saputo non l'avremmo mai permesso». Ma si tratta di una provocazione artistica...«Sì ma che capiscono solo gli artisti. Il messaggio lanciato ai cittadini nudo e crudo non è interpretabile se non in un senso. Perciò provvederemo a rimuoverli».

LA MOSTRA FAR WEST - «Far West Act» è il progetto artistico di Sebastiano Deva: «Un manifesto paradossale - spiegano i promotori - i cui contenuti legislativi sono stati elaborati da un gruppo di giovani giuristi napoletani, da cui emerge un ritratto della società e del suo stato patologico». Da oggi è online www.far-west.eu con i contenuti della mostra Far West, che si terrà dal 19 marzo al Cam. Durante il vernissage sarà anche visibile la proposta di modifica alla norma costituzionale.



Alessandro Chetta
15 marzo 2011





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Scontro' Assange-Gillard

La Stampa






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La riforma del Pd la scrivono i pm

Il Tempo



I Democratici presentano le loro proposte e «copiano» Magistratura democratica. Sull'azione penale ripresa l'idea della corrente di sinistra delle toghe.


Pierluigi Bersani Quando si parla di riformare la giustizia il Pd è sempre un po' in imbarazzo, stretto tra la necessità di non offrire sponde all'«imputato» Silvio Berlusconi e la consapevolezza che il sistema, così com'è, ha diverse storture da correggere.

In questi giorni in molti hanno corteggiato Pier Luigi Bersani e il suo partito chiedendogli di prendere posizione sulla proposta avanzata dalla maggioranza. Così ieri i Democratici hanno deciso di uscire dall'angolo diramando un comunicato che contiene la loro «proposta» di riforma.

Nulla di nuovo. Il programma, infatti, è lo stesso messo a punto in occasione dell'Assemblea Nazionale del maggio 2010 e anticipato, con un articolo pubblicato sul Foglio, dal responsabile giustizia del partito Andrea Orlando. Ed è lo stesso deputato, intervistato dal sito di Libertà e Giustizia (l'associazione presieduta da Sandra Bonsanti che ha portato un tredicenne sul palco del PalaSharp di Milano e ha lanciato l'appello «La riforma della giustizia non la fanno gli imputati») a spiegare il senso delle proposte:

«Risalgono a maggio, niente di nuovo. Solo che improvvisamente tutti chiedono quale sia la nostra idea». E la domanda nasce spontanea: qual è questa idea? Il Pd la sintetizza in uno slogan: «Il programma fondamentale per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana». «È la differenza sostanziale con quella proposta dal governo - spiega Orlando -. La nostra parte dalla funzionalità del servizio, l'altra è una riforma della magistratura. Per attuare la nostra non occorre intervenire sulla Carta».

Si parte quindi con la «giustizia civile» il cui cattivo funzionamento è la «vera e propria ipoteca sulla competitività», si passa alla riorganizzazione degli uffici giudiziari e della loro distribuzione sul territorio, fino ad arrivare alla situazione «drammatica» delle carceri. Esaurita la parte delle «emergenze», si può continuare con «i tempi del processo penale e le garanzie»: semplificazione del regime delle notifiche, semplificazione del sistema delle nullità processuali, modificazione del regime della contumacia, riordino della disciplina dell'udienza preliminare, rivisitazione del sistema della impugnazioni, riduzione del carico di lavoro che grava sugli uffici inquirenti e, dulcis in fundo, obbligatorietà dell'azione penale.

Ed è qui che Orlando svela il vero ghost writer della riforma targata Pd. I Democratici propongono infatti che a stabilire le priorità sia «un gruppo di soggetti qualificati sul territorio». «Proponiamo un modello partecipato - prosegue il deputato -. Stabilisce cioè priorità, in funzione di un'organizzazione degli uffici, dopo aver ascoltato enti locali, prefettura e questura. La scelta di indirizzo viene comunicata al Csm che la valuta e solo dopo il via libera diventa operativa. È il modello sperimentato a Torino con la circolare Maddalena. Un'idea che nasce da una proposta di Magistratura democratica». Il che non significa che si tratti di una pessima idea, ma di certo suona come una conferma del fatto che la corrente di sinistra delle toghe e il Pd lavorano d'amore e d'accordo.

Forse per questo nell'ultima parte del programma, quella che riguarda «l'indipendenza ed organizzazione dell'ordine giudiziario» i Democratici bocciano l'idea di un doppio Csm puntando tutto sul rafforzamento della sezione disciplinare. Nello stesso tempo bisogna cambiare il «sistema elettorale» del Consiglio superiore per «attenuare l'influenza delle correnti». Attenuare, appunto, non eliminare.


Nicola Imberti
15/03/2011




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Afghanistan, il volto perduto: quando le donne non portavano il velo

Il Messaggero


In mostra a Bologna le foto della collezione Schinasi




www.gvc-italia.org
Lunedì 14 Marzo 2011 - 18:40    Ultimo aggiornamento: Martedì 15 Marzo - 11:24




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Un finto sito per donazioni al Giappone

Corriere della sera


In corso un tentativo di «phising» sfruttando l'emogione suscitata dal terremoto: ecco come non essere ingannati

truffe online


La schermata iniziale del sito ingannevole
La schermata iniziale del sito ingannevole
MILANO - Non dovrebbe mai accadere in occasioni simili. Eppure accade (ed è purtroppo già accaduto): c'è chi in Rete approfitta dell'emozione suscitata dalla tragedia giapponese per rubare soldi agli utenti. Lo fa realizzando al volto un sito che finge un a raccolta di fondi: si tratta in realtà di una manovra di «phishing» indirizzata a sfruttare la generosità altrui e nel modo peggiore. Non solo non si inviano i versamenti a chi ne ha bisogno, non soltanto si intascano quei soldi. Ma spesso si intaccano le barriere di sicurezza sulle identità elettroniche e bancarie (carte di credito in particolare) degli utenti, lascinado aperta la porta a ulteriori truffe. Le rilevazioni di società specializzate in sistemi anti virus e anti phishing permettono a volte di allertare gli utenti. Lo fa in questo caso Trend Micro: ha rilevato un sito di phishing che si spaccia per un sito di donazioni con l’obiettivo di raccogliere fondi destinati alle vittime del recente terremoto in Giappone. Il sito si chiama japan.com ed è creato utilizzando un sistema open-source di social networking Jcow 4.2.1. E’ ospitato su un indirizzo che si trova negli Stati Uniti. I criminali informatici responsabili di questo attacco hanno anche sfruttato la funzione blog del sito web, inserendo post che assomigliano a pubblicità, forse con l’intenzione di migliorare la posizione del sito nelle ricerche online dei motori di ricerca. Se vedete queste schermate (riportate nella pagina illustrativa della truffa in corso), non cascateci e chiudete subito la pagina web.


Redazione online
15 marzo 2011



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Io come Borsellino" Ingroia l’intoccabile ora fa pure il martire...






Il pm respinge le critiche al suo comizio contro la riforma Alfano e tira in ballo l’eroe antimafia


Roma


Antonio Ingroia non ci sta. E fa il martire, paragonandosi ad un martire vero: quel Paolo Borsellino ucciso dalla mafia nel 1992.

Contro di lui, dice, c’è «la stessa intolleranza», la stessa «disinformazione massiccia», che colpì il magistrato quando denunciò pubblicamente il calo di tensione nella lotta a Cosa nostra. È con questa mossa ad effetto che il procuratore aggiunto di Palermo respinge, in interviste e comunicati stampa, le critiche alla sua esposizione in piazza alla manifestazione del «Costituzione day» contro la riforma della giustizia. Accosta la sua posizione a quella di uno dei più amati eroi dell’antimafia, con il quale ha lavorato per anni, per spiazzare chi osa criticare il suo comizio antigovernativo, leggendolo come segnale preoccupante di una magistratura sempre più militante e politicizzata.
La denuncia di Borsellino, contrattacca Ingroia, «investiva contemporaneamente la politica e la magistratura e l’attacco non fu sui contenuti ma direttamente alla sua persona». Ora la storia si ripeterebbe, ma «con uno spiegamento di uomini e mezzi molto più massiccio». Ingroia si riferisce agli esponenti del Pdl, che insistono nel chiedere le sue dimissioni e un intervento del Csm, mentre Pd e Idv lo difendono a spada tratta. E si riferisce a quotidiani, come il nostro, che hanno puntato l’indice contro un gesto che mina l’immagine di imparzialità della magistratura. Sul Giornale, in particolare, Ingroia dice: «Già in passato mi sono rivolto alle vie legali e ho avuto soddisfazione. Anche stavolta, vedo un intento denigratorio. Darò mandato ai miei legali di valutare un’azione legale». 
L’essere in prima linea nella lotta alla mafia rende, dunque, il pm intoccabile? Non si può criticarne le scelte senza essere accusati di volerlo delegittimare, magari per inconfessabili motivi legati alle sue inchieste? Sembra questa l’idea che Ingroia cerca di accreditare. «Non voglio pensare che ci sia un collegamento con le indagini e i processi di cui mi sto occupando. Se così fosse, saremmo ben al di là dell’attacco alla magistratura, sarebbe una sorta di caccia al pm che viene percepito come minaccioso». Gli dà man forte la sorella di Borsellino, Rita, eurodeputato Pd: «Il monito di Ingroia va ascoltato, non censurato». 

E l’ex collega Luigi De Magistris, ora dell’Idv: «L’accusa di protagonismo è stata una delle più squallide armi di delegittimazione usate contro Borsellino e Falcone». Ingroia contesta il fatto che i suoi toni in piazza fossero accesi, da leader politico. «Il mio intervento è stato fortemente critico, ma sobrio». E aggiunge: «Credo di avere il diritto, ma anche il dovere di fare sapere il punto di vista dei magistrati su una questione che riguarda tutti. Non mi sembrano affatto sobri, invece, gli attacchi che gettano fango su chi non la pensa allo stesso modo». Attacchi «a testa bassa», dice riferendosi a dichiarazioni del premier.

Insomma, il pm si propone come portavoce delle toghe e dell’Anm e nega che la magistratura voglia «sostituirsi al potere legislativo», se esprime «il suo punto di vista tecnico» su leggi in gestazione.
Arringare la folla in piazza per Ingroia è del tutto normale per un magistrato. Si tratta di «libertà di espressione» e poi la manifestazione «era senza sigle politiche e non ho visto bandiere di partiti».
Del Guardasigilli Angelino Alfano, che lavora per abbassare la tensione e non pensa ad azioni disciplinari contro di lui, il pm apprezza la moderazione ma critica le iniziative legislative. Quanto a lui, precisa che non scenderà in politica. «Non ne ho intenzione. Fino a quando potrò fare il magistrato in autonomia e con serenità non lascerò il mio lavoro». Per ora, insomma, visto che la tesi è proprio che la riforma sia un attacco all’indipendenza delle toghe.




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Per risorgere il Pd ruba il motto alle imprese di pompe funebri






Una campagna disastrosa: lo slogan "Oltre" dei lugubri poster elettorali democrat è uguale alla testata della rivista che si occupa di funerali


Finalmente hanno trovato il coraggio di darne il triste annuncio. Una comunicazione discreta, forse per non ferire gli affetti di chi ancora sperava che il Pd potesse cavarsela. Così, con il dovuto tatto e la faccia di contrizione di ordinanza (quella di Bersani, che quella affranta di Fassino è troppo tragica), i democratici hanno preso due piccioni con una fava: hanno scelto per la campagna elettorale lo slogan «Oltre»; non accorgendosi però che «Oltre» è anche la testata del «periodico dell’imprenditoria funeraria e cimiteriale». Dai manifesti elettorali a quelli mortuari.

D’altronde la notizia non giunge inattesa: il Pd è un partito ridotto al lumicino. Quello che fa specie è che - anche senza sapere della curiosa coincidenza - gli stessi simpatizzanti democratici si erano accorti che la propaganda di Bersani somigliava al Requiem: la scritta sbiadita, la grafica lugubre degna di «non fiori ma opere di bene», l’immagine del segretario in un bianco-e-nero da buon trisavolo consegnato all’eternità. Insomma, una mestizia da magone: «Mancavano i soldi per il colore? - aveva scritto Giovanni sul sito Pd - Sembra un annuncio funerario!». Ecco, appunto. Oltre i creativi, oltre i comunicatori, oltre la politica c’è la vera anima del partito: una dolente vedovanza di idee e prospettive.

Certo, a ben vedere anche con Prodi non era proprio il carnevale di Rio. Lo slogan nel ’96 era «la serenità al potere». Mancavano giusto i crisantemi, forse equivocabili con i garofani di craxiana memoria. Eppure quella serenità che profumava di eterno riposo servì alla sinistra per salire all’altare di Palazzo Chigi. Come nel 2006, quando lo slogan da grattatio pallorum «E tu arrivi a fine mese?» fece tornare il Professore al governo. Vuoi vedere, si sarà detto Bersani, che per farcela occorre la scaramanzia?

Devastato dalle beghe interne, dalle primarie catastrofiche e dal lutto di un programma scomparso, il Pd ricorre all’ultima arma: Oltre magazine sostituirà l’Unità come giornale di partito. Invece degli editoriali frou frou di Concita De Gregorio sul «vento di democrazia in Egitto» (che ha portato una dittatura militare, vabbè), un bell’articolo sulla cremazione delle speranze di rovesciare Berlusconi, finite sistematicamente in fumo; invece delle vignette di Staino, un grafico sulle tecniche per issare perfettamente in spalla la cara salma del governo ombra; invece dei corsivi caustici contro il premier, un’iscrizione di impotenza politica su pregiato marmo di Carrara.

Vabbè, coincidenza e giochino fine a se stesso, d’accordo. Eppure, se digitate «oltre» su Google, trovate il sito di una linea di abbigliamento caratterizzata da «colori tenui e tessuti impalpabili»: tenui e impalpabili, come i pochi e confusi punti fermi del Pd. Oppure trovate «Oltre», disco di Claudio Baglioni con il pezzo Domani mai, sintesi perfetta del futuro che aspetta i democratici se non si daranno una mossa e una linea. Resta il fatto che, se i Ds avevano la Quercia e Prodi l’Ulivo, il Pd ha come simbolo il cipresso, albero perfetto per un partito che si presenta - parola dei fan - «rassegnato, perdente e immobile».
Quindi che dire, segretario Bersani? Si dia un tono e un volto energico e non parta già con la smorfia dello sconfitto in partenza. E rilegga a suo modo Foscolo: «Sol chi non lascia eredità di voti poca gioia ha dell’urna».



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Beppe Grillo «scarica» De Magistris E lui: «Lascia le tue ville di lusso»

Corriere del Mezzogiorno


L'europarlamentare: «Parli come il Giornale, sono allibito stia più tra il popolo e meno in pantofole»



MILANO - «Di errori ne ho commessi molti e purtroppo ne commetterò altri, uno dei più imbarazzanti è stato Luigi de Magistris, eurodeputato grazie (anche) ai voti del blog come indipendente che subito dopo si è iscritto per coerenza a un partito». In un post sul suo blog, dal titolo «Comprereste un voto usato da quest'uomo?», Beppe Grillo attacca l'eurodeputato Idv, Luigi De Magistris, sottolineando che sulla «sua attività europarlamentare tantissimi contavano, io per primo, per contrastare i fondi europei destinati alle mafie. In questi mesi è stato forse più presente sui giornali e in tv che nei banchi di Bruxelles.

L'europarlamento è un passaggio per traguardi più importanti e di grande visibilità. Ah, la visibilità. Ah, la coerenza». Grillo se la prende con il parlamentare Idv anche per la scelta di candidarsi a sindaco di Napoli dopo che in diverse occasioni, sottolinea il comico genovese, De Magistris aveva affermato che in politica «c'è un valore che pochi ricordano: la coerenza. Ho fatto campagna elettorale in tutta Italia raccogliendo consensi ovunque per dedicarmi ai temi dell'Europa.

 Lasciare il lavoro incompiuto non sarebbe un bel segnale». Dunque, poca coerenza, ma per Grillo c'è dell'altro: «Mastella da Ceppaloni, che vorrebbe candidarsi pure lui a Napoli, ha presentato al Tribunale di Benevento un atto di citazione contro de Magistris per diffamazione. Per chiunque sarebbe una medaglia al valore una denuncia da parte del ceppalonico con la possibilità di inchiodarlo in tribunale, ma non per De Magistris che ha richiesto alla presidenza dell'assemblea Ue di far valere la sua immunità parlamentare. Amen».




L'EX PM - «Sono allibito da quanto dice Grillo. Lui non ha interesse che la politica cambi. È evidente a tutti che l'attività di Grillo è in qualche modo guidata da ben noti gruppi imprenditoriali e della comunicazione che lavorano con lui. Evidentemente vuole mantenere il suo marchio, ma non gli importa nulla che la politica funzioni.

Anzi, se la politica funziona Grillo non ha più ragione di esistere», replica di De Magistris al quotidiano online Affaritaliani.it. L'europarlamentare dell'Idv e candidato a sindaco di Napoli accusato di evitare i processi ed equiparato a Berlusconi: «È lui che parla il linguaggio de Il Giornale. Io mi difendo nei processi e rispetto la magistratura». De Magistris si dice «dispiaciuto» dalle parole usate da Grillo e lo invita a informarsi «sull'enorme lavoro che sto svolgendo in Europa».

Per il parlamentare «Grillo ha incominciato ad avere fastidio per l'attività politica che svolgevo quando ho iniziato a recepire nelle mie battaglie politiche i tanti contenuti giusti delle iniziative dei meet-up del Movimento a cinque stelle. Da quel momento è iniziata la sua resistenza. Allora mi è venuto un legittimo sospetto e un dubbio politico». E cioè che «Grillo non ha interesse che la politica cambi, ha interesse a mantenere un marchio privatistico». Inoltre, «lui mi accusa di tradimento.

Ma è una cosa che non esiste. Mi sono candidato a sindaco di Napoli perché la città sta sprofondando nel baratro. Il mio è un atto di esclusivo amore per Napoli. Per questo invito Grillo a scendere dalle vacanze a cinque stelle e dal lusso delle sue abitazioni che valgono milioni di euro, a togliersi le pantofole e a scendere in piazza con noi. Invito Grillo a stare più tra il popolo e un po' meno in pantofole nelle sue abitazioni di lusso che ho avuto l'onore di frequentare e che ben conosco». E sia chiaro che «non mi sono mai avvalso dell'immunità in nessun processo penale».


Redazione online
15 marzo 2011




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Discoteche, cantieri, centri sportivi: gli affari della 'ndrangheta spa

Corriere della sera

Anche centri sportivi controllati dai clan. Catturati Paolo Martino e Pepé Flachi, padrino di Comasina e Bruzzano


MILANO - C'è il boss Pepé Flachi, padrone di Bruzzano e della Comasina fin dai tempi della guerra con la famiglia campana dei Batti. Sterminata negli anni 80 e 90. C'è suo figlio Davide, 31 anni, cresciuto in fretta nel nome del padre. C'è soprattutto Paolo Martino, 55 anni, originario del quartiere Archi di Reggio Calabria, cugino del potentissimo boss Paolo De Stefano e imparentato con i Tegano. Il gotha della 'ndrangheta. Martino è un killer di mafia, ma una volta scarcerato si trasferisce in corso Como, si muove in Jaguar, abiti di sartoria e frequenta politici e imprenditori. E poi cantieri, appalti, controllo dei locali notturni e voti promessi ai politici alle scorse regionali.

C'è uno spaccato della 'ndrangheta a Milano fatto di agguati, estorsioni, controllo militare del territorio (Comasina, Bruzzano e Bresso), nell'operazione Redux-Caposaldo che ieri ha portato all'arresto di 35 presunti affiliati alla 'ndrangheta. Gli arresti sono stati eseguiti dal Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, dal Gruppo operativo criminalità organizzata della Finanza, con il supporto della polizia locale. Le indagini sono state condotte dal capo della Direzione distrettuale antimafia Ilda Boccassini, con i pm Galileo Proietto, Alessandra Dolci e Paolo Storari. Le accuse: associazione mafiosa, estorsioni e droga.
 
Ruspe e rifiuti - Tramite società vicine al gruppo Flachi-Martino le cosche hanno lavorato in una lunga serie di opere pubbliche e private. Il tutto in barba anche ai controlli predisposti dal Comune. E l'elenco è lunghissimo: via Stephenson, viale Zara (M5), via Adda, l'ex Fiera al Portello, l'ex Ansaldo di via Tortona, il contestato parcheggio di piazza XXV Aprile, la M5 in via Comasina, via Pirelli, via Scarsellini, via Segantini, via Valtellina, via Boiardo e il sottopasso di Lambrate. Non solo, perché i bilici delle cosche hanno lavorato al cantiere della Statale 36 Monza-Cinisello Balsamo, a Monza in via Mauri, a Basiano in via Roma, e a Paderno Dugnano.


Cooperative e pacchi - La famiglia Flachi, secondo quanto emerso dalle indagini dei finanzieri guidati dal tenente colonnello Giancarlo Frisani, ha gestito per oltre 20 anni il mercato dei padroncini e delle cooperative legate al gruppo internazionale Tnt. La gestione è stata portata avanti tramite alcune società intestate a prestanomi e come nel caso dagli appalti edili, «dalle aziende Autotrasporti Alma srl, Edilscavi srl, Mfm Group srl, Cooperativa Regina ed altre allo stato non identificate». Una ragnatela sostenuta con vere e proprie «guerre» alla concorrenza. Violenza e minacce per ottenere l'esclusiva del trasporto merci a Milano e provincia.
 
Summit in corsia - È il primo pomeriggio del 18 aprile 2009, Pepé Falchi, da poco scarcerato per una grave malattia, assieme al figlio Davide incontra il boss Paolo Martino. L'appuntamento avviene nella sala d'aspetto del laboratorio Analisi dell'ospedale Galeazzi. L'incontro si replica altre 3 volte, con Martino e altri affiliati.

A filmare tutto ci sono i carabinieri del Ros guidati dal colonnello Sandro Sandulli. Secondo gli inquirenti il gruppo può contare sulla complicità di due dipendenti della struttura, mentre in un altro ospedale, il Niguarda, grazie ad un dipendente e anche all'interessamento dell'ex assessore provinciale Antonio Oliverio sarebbe stato curato il boss 'ndranghetista di San Luca Francesco Pelle. Ecco cosa annota il giudice Giuseppe Gennari nell'ordinanza di custodia cautelare: «L'ospedale Galeazzi è ridotto a luogo di incontro riservato al servizio della 'ndrangheta». E «la cosa gravissima è che questa ormai conclamata penetrazione, a vari livelli, della sanità lombarda accade nella sostanziale indifferenza (si spera dettata anche da ignoranza) dei vertici amministrativi e politici, che anche dopo le recenti indagini non risulta abbiano assunto alcuna iniziativa».

Gli ospedali interessati ieri hanno annunciato «indagini interne» (il Galeazzi è pronto anche parte lesa), ma chiarito che non sono state evidenziate responsabilità delle aziende ospedaliere. Anche il Pirellone ha precisato che non sono state riscontrate irregolarità.
 
Locali, security e panini - Al clan, grazie a Max Buonocore, andrebbero anche i soldi del Comune per la gestione del centro sportivo Iseo, Ma non solo, visto che i Flachi e gli uomini di Paolo Martino hanno gestito anche le discoteche De Sade di via Valtellina (teatro di un omicidio per ragioni di droga proprio legato all'indagine) e Babylon. Il De Sade è stato per anni un avamposto delle cosche. Ma nella rete di compiacenze e gestione di buttafuori e sicurezza (anche con poliziotti fuori servizio) sono molti i locali finiti nell'inchiesta: Just Cavalli, Hollywood, Officina della Birra. Ma i Flachi hanno gestito con gli uomini della cosca Pesce di Rosarno (Rc) anche il racket degli «autonegozi» i chioschi mobili per i panini. Richieste di pizzo e zone off limits. Senza l'assenso delle cosche «non si può lavorare a Città studi, in corso Como e in viale Sarca».

Cesare Giuzzi
15 marzo 2011

Caserta, nonna Anna morta a 109 anni Disse: c’aggia fa’, ‘a morte nun me vo’

La sfida di Ricci: tolgo le veline se la Rai abolisce Miss Italia



Il patron di Striscia lancia la provocazione anche ai giornali del gruppo L’Espresso che mettono in pagina ragazze nude. Intanto Canale 5 non manderà in ondail concorso estivo per scegliere le nuove "girl"


 
La battaglia è sempre quella: il corpo della donna. Sul quale, come spesso accade, vorrebbero comandare gli uomini. Ma stavolta la provocazione che viene da un uomo - di quelli importanti che hanno veramente il potere di provocare effetti sociali - potrebbe essere giustamente considerata. Antonio Ricci, il patron di Striscia la notizia, il «diavolaccio» che da una certa parte dell’intellighenzia di sinistra viene considerato come l’origine dei mali della televisione, ieri ha lanciato una sfida: io elimino le veline - dice - se la Rai cancella Miss Italia e il Gruppo Espresso chiude i giornali pieni di donne svestite. Il tutto nasce dall’annuncio ufficiale, avvenuto ieri pomeriggio, della fine del matrimonio tra Salsomaggiore e Miss Italia: insomma dopo quarant’anni il concorso che elegge la più bella della penisola non si svolgerà più nella cittadina emiliana perché il Comune non ha più soldi da investire nella manifestazione. Questo non vuol dire che il concorso, trasmesso da Raiuno a metà settembre, verrà chiuso: semplicemente cambierà ubicazione.

Ricci ha preso la palla al balzo per mettere benzina sul fuoco. Da tempo porta avanti una battaglia a difesa del suo concetto di «utilizzo» della donna in Tv contro la visione di una certa carta stampata e di una certa parte politica. Ieri l’ultima provocazione: rinunciare al concorso estivo Veline 2011, cioè niente show itinerante per tutta la Penisola alla ricerca delle nuove ragazze da far ballare sul tavolo di Striscia (programma che realizza altissimi ascolti e porta un sacco di soldi). In più, un patto: il Tg satirico a partire dalla prossima stagione eliminerà completamente le veline (le titolari ora sono Costanza Caracciolo e Federica Nargi) dal cast.

In cambio Ricci «chiede alla Rai di cancellare dal palinsesto la prossima edizione di Miss Italia, programma dove la donna per antonomasia è militarizzata e al Gruppo Espresso di rinunciare alle sue due veline: il settimanale D-La Repubblica delle donne e il mensile Velvet, dove la dignità delle donne è ridotta da sempre ad attaccapanni. Se entro settembre niente sarà cambiato, Striscia la notizia, dopo aver dimostrato le proprie migliori intenzioni, riconfermerà le veline (Costanza e Federica) in carica quest’anno». Stranamente l’agenzia Ansa, nel riportare la notizia, ha omesso di citare le testate del gruppo di De Benedetti.
Comunque, quella di Ricci è destinata a rimanere pura provocazione.

Né la famiglia Mirigliani (da sempre organizzatrice della manifestazione) ha alcuna intenzione di chiudere il concorso né la Rai (anche se da tempo nella Tv di Stato si levano dubbi sulla kermesse sia dal punto di vista editoriale che economico) ha deciso di sospenderne la trasmissione. Né tantomeno i gruppi editoriali rinunceranno ai propri rotocalchi carichi di pubblicità e di soldi, anzi la proposta di Ricci non farà altro che scatenare una campagna più intensa contro di lui. Però, sarebbe già un successo se qualche dirigente prendesse in considerazione di modificare show che a qualsiasi titolo e sotto qualsiasi scusa di «eleganza» mettono in mostra donne seminude e mute (fingendo di mostrarne anche abilità come ballare, cantare o dire qualche sciocchezza). Stesso discorso vale, ovviamente, per i giornali che su una pagina pubblicano foto indecorose e su quella successiva si indignano per come viene insultata l’immagine della donna.

La diatriba sulla questione va avanti da anni tra il patron di Striscia e alcuni giornali di sinistra: i secondi fanno partire da Drive in (programma storico di Ricci) l’origine di tutti i mali e della errata immagine femminile in tv. Ricci ha sempre ribadito che le veline nascono proprio come parodia delle donne oggetto sbattute in prima pagina da Espresso e Panorama, che non sono mai state coinvolte in scandali e che hanno facoltà di parola (ogni tanto). Il tutto è sfociato nelle settimane scorse in un servizio confezionato da Striscia Il corpo delle donne 2 (sulla falsariga dell’originale della Zanardo) in cui si mettevano in fila le pagine dei rotocalchi e trasmesso da Matrix con conseguente fuoco di fila di polemiche. Il tg satirico ha anche lanciato un sondaggio tra 1217 giornaliste di tutti i gruppi editoriali (anche Mondadori) con la seguente domanda: «È disposta a mettere la sua faccia nella battaglia per cambiare l’utilizzo che anche il suo giornale fa del corpo delle donne?» «Sì» ricevuti: 25. La sfida di Ricci continua.



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Per i polentoni battere i terroni è stata una sconfitta






Un pamphlet di Lorenzo Del Boca risponde punto per punto al "borbonico" bestseller di Pino Aprile



Centocinquant’anni di Unità d’Italia? Centocinquant’anni di lamentele e di tensioni che tendono a strappare le cuciture che tengono assieme il nostro beneamato stivalone. Questa l’impressione che si potrebbe avere leggendo in parallelo uno dei libri che ha dominato negli ultimi mesi la classifica della saggistica, ossia Terroni di Pino Aprile, e il pamphlet appena arrivato in libreria di Lorenzo Del Boca, che guarda caso si intitola Polentoni (pagg. 192, euro 17,50). Pubblicati, in pura par condicio, dall’editore Piemme, i libri incarnano due stereotipi culturali che hanno iniziato a codificarsi nel nostro immaginario collettivo a partire da quel fatidico 17 marzo 1861 quando gli italiani (che credevano di essere piemontesi, siciliani, lombardi, sardi, ecc.) vennero avvisati di essere italiani. E dopo gli avvisi più o meno amichevoli arrivarono le meno amichevoli coscrizioni obbligatorie, il sistema prefettizio, e la tassa sul macinato.

Ecco allora il j’accuse del Sud eternamente invaso e la risposta arrabbiata del Nord che, negli ultimi decenni, si è sobbarcato un enorme peso che ha frenato il suo travolgente slancio economico. E se per un secolo e mezzo la retorica patria è riuscita a tappare la bocca ai dissenzienti, polentoni o terroni che fossero, ora il pamphlet rivendicativo è molto di moda. Ed è evidente che quello di Del Boca è proprio una risposta alla polemica meridionalista di Aprile, che ha messo in luce tutte le nefandezze compiute dai sabaudi ai danni del Sud. In sostanza: se il Sud piange, il Nord, che paga, non ride affatto.

Del resto Del Boca ha gioco facile, cifre alla mano, a dimostrare che nell’ultimo quarantennio le risorse nazionali sono state spostate a senso unico: «De Gasperi immaginò un piano di sviluppo del Mezzogiorno con uno stanziamento di tremila miliardi di lire di allora da erogare in trent’anni... I mille miliardi di dotazione iniziale, anticipati dalla Banca d’Italia, diventarono 9mila dal 1961 al 1971. Altri 7mila quattrocento, stanziati il 6 ottobre 1972, portarono il patrimonio a 16mila quattrocento miliardi». Il risultato finale? «Si tratto di 140mila miliardi di opere nate già morte perché concepite senza alcun criterio». Abbastanza per concludere che «con il crollo del Muro di Berlino, la Germania Ovest comprò letteralmente la Germania Est investendo una montagna di denaro e scommettendo sul futuro dei tedeschi. A Bonn e a Berlino non parlarono di Risorgimento né di Resistenza ma misero mano al portafoglio. Se l’avessimo fatto noi, sarebbe costato di meno. I padri della Patria potevano acquistare direttamente le province meridionali e il bilancio si sarebbe chiuso con minor passività».

E se questa è l’argomentazione principale non ne mancano moltissime altre a fare da corollario. Il federalismo mancato, Cavour l’artefice della nazione che detta il suo testamento politico in francese, i dubbi degli stessi politici che il risorgimento lo fecero - il meridionale Francesco Crispi per tutti: «Le cuciture con le quali sono stati uniti i sette Stati, per formarne uno solo, non sono, sventuratamente, del tutto sparite» - ma già con disinganno, i contadini del Nord che trovarono il loro riscatto nell’industrializzazione, non certo nel tricolore... Insomma quanto serve a una conclusione amara, già anticipata nella prefazione per non lasciare dubbi al lettore: «Fra gli sconfitti del Risorgimento c’è a buon diritto anche il Nord dal quale, peraltro, è partita la macchina che ha assicurato l’unificazione del paese... E allora, che si celebri questo centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ma non pretendano che ci si metta anche una dose di entusiasmo supplementare».

Chiudendo il libro, scritto in modo agile e accattivante, risulta subito evidente che ha tutte le carte in regola per scalare anch’esso le classifiche. E poi tutti al pranzo di pasquetta a cantarle belle al cognato meridionale che ci ha insolentito, armato delle tesi di Aprile. E non chiedeteci qui chi ha ragione. Perché è evidente che ce l’hanno tutti. Non è un’affermazione pilatesca o bipartisan. Semplicemente fatti, cifre e affermazioni elencate nei due libri sono corrette. Usandole a tesi si può tirare avanti all’infinito. Resta il fatto che i lombardi del 1848, almeno i lombardi che contavano, degli zelanti amministratori austriaci non ne potevano più e che i picciotti siciliani appena videro che Garibaldi aveva una chance gli diedero una mano. Esattamente come il consesso delle potenze pensò che l’Italia fosse utile al mondo se questo significava indebolire l’Austria. Sono cose da festeggiare? Di certo da ricordare.



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C'è l'Inno di Mameli? i consiglieri leghisti disertano il Pirellone Appello di Napolitano

Quotidiano.net


Intanto Napolitano invia un appello alle assemblee straordinarie: "L'Italia è più rica e viva col federalismo". Il 21 Muti dirigerà un concerto alla Camera



MILANO, 15 marzo 2011



C'è l'inno di Mameli e i consiglieri leghisti della Lombardia se ne vanno dall'assemblea al Pirellone. Una decisione ampiamente annunciata, del resto: in aula - del Carroccio - era presente solo il presidente Davide Boni, che ha assicurato la sua presenza per il ruolo istituzionale. Tutti gli altri leghisti, fra cui gli assessori e Renzo Bossi, sono rimasti alla bouvette a prendere un caffé e a fare colazione.

Mentre risuonavano le note dell'inno di Mameli,  come imposto da una legge per i 150 anni dell’Unita’ d’Italia, che solo il Carroccio non ha votato, tutti i consiglieri regionali non leghisti sono stati in piedi dietro i loro banchi, indossando chi una coccarda tricolore, chi una spilla o chi addirittura mostrando una bandiera italiana nel taschino della giacca, come l’assessore Romano La Russa. In aula per l’occasione anche il governatore Roberto Formigoni.

MESSAGGIO DI NAPOLITANO - L’unità d’Italia è più ricca e viva con lo sviluppo in senso federalistico delle autonomie. Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato alle Assemblee straordinarie che oggi prendono avvio per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, raccogliendo l’invito giuntogli dalla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e Province autonome.

“Sono lieto di rivolgere a voi il mio più cordiale saluto in occasione delle iniziative organizzate per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, momento ideale per richiamare alla memoria dei cittadini, delle forze politiche e dei responsabili delle istituzioni regionali e locali gli eventi fondamentali che hanno condotto alla nascita del nostra Stato unitario, e per rafforzare la consapevolezza delle responsabilità nazionali che ci accomunano".

"La nascita dello Stato unitario - ricorda Napolitano - ha consentito al nostro paese di compiere un decisivo avanzamento storico, di consolidare l’amore di Patria, di porre fine a una fatale frammentazione, di riconoscerci in un ordinamento liberale e democratico forte dell’esperienza della lotta antifascista. L’alto dibattito in seno all’Assemblea Costituente ha portato ad identificare ideali e valori da porre a base dell’ordinamento repubblicano. Nella Costituzione l’identità storica e culturale della Nazione convive con il riconoscimento e lo sviluppo in senso federalistico delle autonomie che la fanno più ricca e più viva, riaffermando l’unità e indivisibilità della Repubblica.

Mettendo a frutto le risorse e le potenzialità dei territori che rappresentate e portando avanti la riflessione sul contributo delle comunità regionali e locali al moto unitario contribuirete ad ancorarle in modo profondo e irreversibile al patto che ci lega, ai valori e alle regole della Costituzione repubblicana. Certo che le celebrazioni corrisponderanno validamente a questi fini, vi ringrazio fin d’ora per la vostra partecipazione ai comuni festeggiamenti e per l’importante contributo delle assemblee da voi presiedute”.

CONCERTO DI MUTI -  Il maestro Riccardo Muti dirigerà, nell`Aula di Montecitorio lunedì 21 marzo alle ore 17,00, il concerto dell`Orchestra e del Coro del Teatro dell`Opera di Roma in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell`Unità d`Italia.

Verrà eseguita una selezione dal Nabucco di Giuseppe Verdi: Sinfonia; atto 1° - coro d`introduzione “Gli arredi festivi”, cavatina di Zaccaria “Sperate o figli”; atto 2° - scena ed aria di Abigaille “Anch`io dischiuso un giorno”; atto 3° - duetto Abigaille e Nabucco “Donna chi sei”, coro “Va pensiero sull`ali dorate”, profezia “Del futuro nel buio discerno” (maestro del Coro Roberto Gabbiani, baritono Giovanni Meoni, soprano Viktoria Cheska, basso Dimitri Beloselsky). Lo comunica una nota della Camera.







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Pm, l'assalto giudiziario Hanno usato il satellite pur di spiare Berlusconi






Ecco il trucco della Boccassini & Co. per aggirare l’immunità del premier: le immagini di Google Earth sulla residenza di Arcore agli atti dell’inchiesta


Milano - Alla fine, i pm milanesi hanno trovato il modo per dare uno sguardo da vicino alla villa di Silvio Berlusconi, senza bisogno di mandati di perquisizione né autorizzazioni parlamentari: hanno usato le foto dal satellite. Per il pool di magistrati che indaga sul «Rubygate», la residenza milanese del capo del governo è il luogo dove si sono consumati una parte rilevante dei reati al centro dell’inchiesta: gli incontri del premier con «Ruby Rubacuori» quando era ancora minorenne, nonchè quelli con le altre ragazze che secondo la Procura facevano parte della «scuderia» di Nicole Minetti. Insomma, villa San Martino per Ilda Boccassini & Co. è il luogo del delitto. Ma gli investigatori della Procura non hanno mai potuto perquisirla e neanche metterci piede, perché - essendo la residenza di un parlamentare - è protetta dall’immunità. Sarebbe servita, per perquisirla, un’autorizzazione della Camera: che la Procura non ha nemmeno provato a chiedere, immaginando probabilmente come sarebbe andata a finire.
Dagli atti dell’inchiesta depositati a disposizione dei difensori - e resi noto, su questo punto, da un articolo di ieri del Corriere della Sera - si scopre che la magistratura ha escogitato un sistema semplice per aggirare l’ostacolo. Ha usato Google Earth, il software (liberamente disponibile su Internet) che consente di scaricare le immagini scattate dal satellite di qualunque angolo del globo. È quello che in gergo viene definito una «fonte aperta», cioè una banca di dati non coperti da segreto, ma la cui invasività della privacy dei cittadini è da sempre al centro di polemiche. E che in questo caso ha consentito agli inquirenti di scavalcare, anche se solo virtualmente, il recinto di casa Berlusconi.
La necessità di dare un’occhiata ravvicinata a villa San Martino nasceva da alcune delle innumerevoli fotografie sequestrate durante l’indagine alle ragazze che frequentavano le feste a casa del premier. Alcune di queste immagini ritraggono scorci di un parco. Ma si tratta effettivamente del parco di Arcore? Per trovare una risposta - secondo quanto riporta il Corriere - la polizia giudiziaria si è affidata semplicemente a Google Earth. E la risposta è stata, secondo gli investigatori, affermativa: si tratterebbe di «scorci pertinenti la residenza di Arcore».
Ma è normale che la residenza di un capo di governo, considerata in genere un obiettivo appetitoso per attacchi terroristici, venga «spiata» senza difficoltà dai satelliti? Ebbene sì. Google in passato si era impegnata a tutelare, schermandole, alcune immagini particolarmente «a rischio». Ma di fatto sono ancora tranquillamente disponibili le immagini del 1600 di Pennsylvania Avenue, ovvero la Casa Bianca, e del 10 di Downing Street. E di viale San Martino 30, la villa di Arcore.
Si tratta di una mappa «statica», di immagini scattate dall’alto che non consentono di individuare chi viene e chi va: anche per questo (e per il fatto che si tratta di materiale consultabile liberamente da qualche miliardo di persone) la Procura ha ritenuto che si trattasse di prove che si potevano acquisire senza violare le prerogative costituzionali del presidente del Consiglio. Più difficile deve essere risultato utilizzarle in concreto, visto che il livello di definizione delle immagini - almeno nella versione disponibile ai comuni mortali - non consente di verificare pianta per pianta se si tratti di sicomori o di rododendri. Ma per dare per certo che le immagini delle fanciulle fossero state scattate all’interno della villa, i pm sono ricorsi ad un’altra chance offerta da Google, cioè l’indicazione precisa dei gradi di latitudine e longitudine dei giardini privati del premier.
Poiché anche i telefonini di ultima generazione, come quelli sequestrati alle ragazze, registrano questi dati sulle immagini scattate, è bastato incrociare i due risultati per avere la certezza - ben più nettamente che dall’analisi delle celle telefoniche - che le protagoniste si trovassero effettivamente nella residenza privata di Berlusconi. Dopodiché, resta il fatto che le immagini non sembrano documentare (sempre stando al Corriere) nulla di illecito: ma questo è un altro paio di maniche.




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Aiazzone a fondo con tredicimila truffe

Corriere della sera


I clienti pagano le rate ma non ricevono i mobili. Senza stipendio gli 800 dipendenti di Aiazzone ed Emmelunga


Indagato per bancarotta l'ex presidente del Torino Borsano

TORINO - «Provare per credere» è lo slogan che ha reso famoso il marchio Aiazzone. Negli anni Ottanta non c'era tv locale che non proponesse a tambur battente gli spot del mobilificio biellese, affidati al «sorriso durban's» del televenditore Guido Angeli. Vent'anni dopo, Renato Semeraro, un finanziere torinese, ci ha riprovato. Con Gian Mauro Borsano, l'ex presidente del Torino calcio ed ex deputato psi, coinvolto in Tangentopoli, che ha rilevato il marchio dalla vedova Aiazzone (il fondatore del mobilificio, Giorgio Aiazzone, è morto in un incidente aereo nel 1986) e si è presentato in tv per ripetere, ancora una volta, l'invito a comprare.
Le cose, però, sono andate male. Ora c'è un esercito di 13 mila persone che lamenta d'essere stato truffato. «Abbiamo comprato i mobili, abbiamo chiesto un prestito, ma non ci sono mai stati consegnati e noi le rate siamo obbligati a pagarle ugualmente». Non solo, tutti i punti vendita sono stati chiusi e ci sono 800 persone a spasso, dipendenti e venditori di Aiazzone ed Emmelunga (una seconda catena di mobilifici acquisiti due anni fa da Borsano e Semeraro con la loro spa B&S) rimasti senza stipendio per quasi dieci mesi.



Sui cancelli dei magazzini c'è un cartello che parla chiaro e invita «chiunque ne avesse bisogno, a rivolgersi ai nuovi proprietari», cioè alla società Panmedia di Torino, una concessionaria di pubblicità specializzata in tv locali, che fa capo a Giuseppe Gallo. Già, perché il marchio Aiazzone e la stessa società B&S sono state oggetto di una sospetta e quanto mai rapida cessione a costo zero, perfezionata prima dell'estate ma che non ha portato a nulla: Gallo ha solo chiuso definitivamente i battenti.
Intanto le denunce non si contano più, la Procura di Torino ha aperto un'inchiesta e le indagini sono affidate ai carabinieri della compagnia Mirafiori ma i fascicoli sono pronti a partire per Roma dove già a settembre, dopo un'indagine della Guardia di finanza, i sostituti procuratori Francesca Ciardi e Maria Francesca Loi avevano iscritto nel registro degli indagati Borsano, i suoi due figli Giovanni e Margherita, Semeraro e il loro socio Giuseppe Palenzona, fratello del più noto Fabrizio, banchiere, presidente di Gemina e di Aeroporti di Roma.

Le accuse sono gravi: bancarotta fraudolenta, evasione fiscale, riciclaggio, truffa. Sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti le società B&S, Aiazzone Network, Emmelunga, Emmedue, Emmecinque, per un totale di 200 punti vendita in tutto il Paese.
Intanto le proteste dei 13 mila beffati si manifestano non solo con la carta bollata ma anche con continui appelli sui social network: «chiediamo, almeno, che non ci facciano pagare le rate dei finanziamenti per mobili che non abbiamo mai visto». E mentre i due protagonisti principali della vicenda tacciono, uno spiraglio si apre. Dario De Cartis, responsabile servizio clienti di Fiditalia, finanziaria di proprietà della francese Société Générale, con la quale Aiazzone era convenzionata per la cessione dei crediti, dice: «Inizialmente pensavamo si trattasse solo di qualche caso isolato di inadempienza, purtroppo non è così. Ora siamo disponibili a trattare con le associazioni consumatori, le istituzioni e con tutti i clienti di Aiazzone che si sentono truffati. Con loro cercheremo di trovare una soluzione soddisfacente».



Quei pollicioni alzati del guru delle televendite




Siamo all'inizio degli anni Ottanta. Le tv locali si impongono all'attenzione del pubblico non con l'invenzione di programmi particolarmente significativi ma con le televendite: attraverso alcuni imbonitori (Guido Angeli, Wanna Marchi, Walter Carboni) è come assistere all'emergere di un'Italia del sommerso, di un'Italia sconosciuta ai più. Il più famoso fu Angeli (nella foto), quello dei pollicioni alzati e del «provare per credere». Occupandosi del look del geometra Giorgio Aiazzone, divenne una specie di santone del truciolato, un guru di un mondo governato da architetti presso i quali era addirittura possibile essere graditi ospiti a pranzo e a cena. Gli spot di Aiazzone imposero gesti e slogan divenuti proverbiali: «Provare per credere», «Dite che vi manda Guido Angeli», «Aiazzone, è la scelta più Biella del mondo». E memorabile fu l'orazione funebre che Angeli tenne su Rete A (15 luglio 1986) per commemorare Aiazzone, scomparso in un incidente aereo: ottanta minuti eccessivi, debordanti e macabri in uno studio con una sedia vuota al centro investita da un fascio di luce che conferiva alla scena un vago senso di soprannaturale. Non tutti i clienti che «provarono» quei mobili ebbero però la soddisfazione del «credere».




Aldo Grasso
15 marzo 2011

Marco Bardesono
15 marzo 2011



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Il soldato Fini salvato dai giudici





Il gip di Roma archivia il caso Montecarlo: ha favorito il cognato ma è stato prosciolto. D’Alema e Scajola, per casi simili, hanno mollato immobili e poltrone. Lui resterà al suo posto e dirà che ha vinto. Storace: "Reagiremo" 


Per il Gip di Roma la vicenda della casa di Montecarlo non costitui­sce reato penale. Semmai sarà la giustizia civile a doversene occu­pare. Cosa che sicuramente avverrà per­ché diversi militanti ex An hanno già an­n­unciato di voler imboccare anche que­sta strada per essere risarciti di quello che ritengono un danno subito da Gian­franco Fini. La vicenda è quella nota: un appartamento lasciato in eredità ad An finito a un prezzo due terzi più basso di quello di mercato al cognato di Fini do­po essere transitato per due società off shore.
Nonostante i silenzi omertosi e le smentite imbarazzate, il Giornale rico­struì la scorsa estate il caso in tutti i suoi dettagli. Nomi, cifre, dati e fatti hanno trovato piena conferma anche nell’in­chiesta dei pm romani. I quali peraltro non hanno sentito la necessità, cosa ap­parentemente strana, di interrogare i due protagonisti della vicenda, cioè il presidente della Camera e il cognato Giancarlo Tulliani. Per tutti questi mesi la magistratura ha tenuto un comporta­mento di grande riguardo nei confronti di Fini, comunicando per esempio la no­tizia della sua iscrizione nel registro de­gli indagati contemporaneamente alla richiesta di assoluzione.
Ce ne fossero di toghe così un po’ ovunque, che ne so, magari a Milano o a Napoli, per dire di due procure che somi­gliano, in quanto a riservatezza, a un co­­labrodo, soprattutto se di mezzo c’è Sil­vio Berlusconi o qualche uomo a lui lega­to. E fosse sempre così il rispetto, direi il distacco, della stampa che sul caso Mon­tecarlo non si può dire abbia scatenato i suoi cronisti di punta a caccia di verità. Anzi, se sforzo c’è stato è andato in dire­zione opposta, insinuando il dubbio che il presidente Fini fosse vittima di una campagna di fango. Ora sappiamo che si parlava di fatti e non di veleni, e che questi, secondo il Gip, non costituiscono reato perché c’è una norma in base alla quale i partiti sono equiparati a istituti privati e come tali, penalmente parlando, liberi di disporre del proprio patrimonio come meglio credono.
Cosa che farà felice il cognato di Fini, non i militanti di An che, per usare un eufemismo, si sentono traditi e presi in giro. Politicamente (per la giustizia civile lo vedremo presto) il caso resta in piedi in tutta la sua imbarazzante verità. Fini non ha commesso reato penale, come D’Alema quando abitava in una casa pubblica pagando un canone ridicolo, come Scajola e il pasticcio della casa vista Colosseo pagata non si sa bene da chi. C’è però una differenza tra i tre casi. D’Alema, beccato in fallo, ha mollato l’appartamento. Scajola, beccato in situazione sospetta, si è dimesso da ministro. Fini invece continua come se nulla fosse, nonostante avesse annunciato dimissioni nel caso fosse stato accertato non un reato ma la proprietà del cognato.
Il segreto è stato svelato, addirittura certificato da un governo sovrano, quello di Santa Lucia dove hanno sede le due off shore, e ufficialmente comunicato al nostro Parlamento dal ministro degli Esteri, Franco Frattini. Niente, Fini non vuole saperne di essere di parola, neppure di fare il gesto di restituire alla sua gente quella casa che invece resta, per quel che ne sappiamo, nella disponibilità del giovane Tulliani. Ora avrà anche la sfacciataggine di dire che ha vinto lui, come se l’eticapolitica da lui tanto sbandierata come elemento fondante del suo Fli fosse una gara in punta di codice penale. Si tenga pure la casa, il cognato, la poltrona e i suoi spergiuri. Lo abbiamo misurato, non andrà lontano.



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Ecco tutti i punti trascurati: dalle off-shore ai Tulliani






I pm di Roma non hanno indagato sul fatto che l’appartamento ereditato da An è finito al cognato del leader Fli e che le firme di proprietario e locatario sono uguali


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Sorvoliamo sull’inchiesta penale della casa di Montecarlo che doveva «solo» appurare se il prezzo di vendita dell’appartamento monegasco era congruo oppure no (e quando s’è scoperto che era di quattro volte inferiore s’è deciso di non tenerne più conto e girare il tutto al giudice civile). Sorvoliamo sulla circostanza che i pm non hanno mai interrogato i due maggiori protagonisti dell’affaire estivo (il signor Fini e il signor Tulliani) ma si sono preoccupati di iscrivere sul registro degli indagati il presidente della Camera solo il giorno della richiesta d’archiviazione. Sorvoliamo pure sul dettaglio che l’autorità giudiziaria si è ben guardata dall’investigare sulle off-shore di Saint Lucia che hanno acquistato l’appartamento donato dalla contessa Anna Maria Colleoni ad An in quel di Montecarlo (società costituite guarda caso pochi giorni prima del business) e che le autorità caraibiche fanno risalire direttamente a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco, presidente del partito cui la casa era stata donata per «una buona battaglia».
INTERROGATORIO? NO GRAZIE
Sorvoliamo per carità di patria. E concentriamoci sui misteri del caso Fini-Tulliani: nel 2008 una società off-shore (Printemps ltd) acquista da An l’immobile donato dalla contessa Colleoni in Boulevard Princesse Charlotte 14 a un quarto del suo valore. Di lì a poco lo rivende per soli 30mila euro in più a un’altra off-shore (Timara ltd) che ha sede sociale allo stesso indirizzo dello Stato insulare ai Caraibi. Perché? Per nascondere la tracciabilità dell’operazione? Per dimostrare che l’inquilino Tulliani (quello che aveva proposto a Fini l’operazione conoscendo la Printemps) è lì per caso tanto che paga 1.600 euro al mese? Bah. A forza di scavare il Giornale scopre che entrambe le società (Printemps e Timara) fanno parte di un complicato network di scatole societarie nel quale operano personaggi come James Walfenzao (presente al primo rogito con An, e addirittura domiciliario delle bollette personali dell’affittuario Tulliani).
FIRME E SOCIETA’
Un rompicapo, anche perché chi ristruttura la casa non sa se paga Tulliani (sempre presente ai lavori) o i proprietari della Timara. Un giorno, però, spunta il contratto d’affitto dove proprietario e affittuario hanno la stessa firma. Vuol dire che sono la stessa persona? Quanto alla conoscenza della compravendita e dello stato dei lavori, Fini giura di non aver mai saputo nulla, poi si contraddice rivelando una data che non poteva conoscere (quella della seconda compravendita) e a seguire nega altre cosucce. Come l’esistenza di offerte fatte al partito per l’acquisto dell’immobile: inquilini, testimoni vari, il suo ex commercialista, ben due senatori suo partito. Persino nell’atto dei pm che chiederanno l’archiviazione vi è la prova della sua «non verità» sulle offerte extra, ricevute e ignorate. Imbarazzato e all’angolo, Fini ha giocato spesso con le parole raccontando, per esempio, d’aver avuto l’«abbocco» immobiliare dal cognato («esperto nel settore», cosa che non risulta nel Principato) e di aver dato mandato a Pontone di vendere una volta che gli uffici di An avevano valutato «congruo» il prezzo. Peccato che la «congruità» si riferiva a nove anni prima, e che con 300mila euro nel 2008 ci si poteva comprare un box auto o poco più (mentre il commercialista Apolloni Ghetti ha dichiarato che nel 2002 arrivò a offrire 1,3 milioni di euro).
I LAVORI DI ELISABETTA
E ancora. Gianfranco Fini ha sempre negato di esser mai stato a Montecarlo, eppure più testimoni sostengono il contrario. Non ultimo un pezzo da novanta di Monaco, l’immobiliarista Luciano Garzelli, fiduciario del principe Casiraghi che parlò con l’ambasciatore italiano tartassato da Tulliani e che si scambiò le mail con la signora Tulliani e con il suo architetto per le ristrutturazioni da svolgere. Garzelli ha chiesto inutilmente alle toghe romane di ascoltarlo: «Il signor Tulliani mi chiamò da Roma, era inizio luglio, mi disse testualmente che il presidente Fini con la sua compagna erano stati nell’appartamento il giorno prima e per una perdita d’acqua il parquet si era sollevato e che non sono potuti neppure entrare. La signora Tulliani dava istruzioni sia tramite il loro architetto, via mail. Non era il signor Tulliani, era la signora Tulliani che dava istruzioni». Ma insomma, Fini sapeva o non sapeva di questa casa a Montecarlo? In un celebre soliloquio sul web, pure lui qualche dubbio sul cognato se l’è posto. E se n’è uscito così: «Se si scopre che la casa è sua (del cognato, ndr), mi dimetto». I governanti di Saint Lucia hanno scoperto che la casa è di Tulliani, ma il nostro com’è noto non s’è dimesso.
LA CUCINA BOOMERANG
Inchiodato alla poltrona. Sicuro quanto il giorno in cui ci accusò di esserci inventati la storia della cucina Scavolini modello Scenery, «trattata personalmente da Fini e dalla sua signora insieme a uno stock di sedie e tavoli per una casa all’estero», di cui ci avevano parlato due dipendenti del mobilificio romano Castellucci. Pubblicammo l’ordinativo della cucina, l’intervista agli impiegati. Ma lui, ci rise dietro. Il suo entourage fece il resto: «Quella cucina nemmeno c’entra a Montecarlo!». Tempo qualche giorno e Finì si pentì d’aver parlato. Trovammo le fatture dei lavori, parlammo con gli operai, rintracciammo le fotografie della cucina (stesso modello, stesso colore) che a differenza di quel che diceva Gianfranco nella casa di Montecarlo era installata al centimetro: Scavolini, la meno amata dai finiani.




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Il caso Montecarlo

Roma

«Non uscirai vivo da qui!». Frasi da saloon, bottigliate, calci e pugni. Sono gli ingredienti di una rissa (con giallo) che avrebbe movimentato una seduta della giunta esecutiva dell’Asi, l’Alleanza sportiva italiana: sullo sfondo, le grandi manovre per controllare l’ente di promozione sportiva della destra, riconosciuto dal Coni e «premiato» con un contributo di 1.285.000 euro dallo Stato.

Insomma, un ente che fa gola. Il presidente, Claudio Barbaro è un deputato di Futuro e Libertà. E secondo più d’uno starebbe cercando di trasformare l’Asi in un feudo futurista. Qualche giorno fa il fattaccio: Barbaro se la sarebbe presa con Carlo Alberto Zaccheo, fratello dell’ex sindaco di Latina Vincenzo: «Ha agitato al mio indirizzo una bottiglia - l’accusa di Zaccheo - mi ha insultato ripetutamente e minacciato, arrivando a dire: non uscirai vivo da qui.

Si è poi scagliato contro di me cercando di colpirmi, ma i calci e i pugni hanno raggiunto chi ha cercato di fermarlo. Sono stato costretto ad allontanarmi per evitare che la situazione trascendesse ulteriormente e anche perché chi doveva tutelare la mia libertà di parola era proprio colui che mi ha aggredito». Secondo Zaccheo a Barbaro non andrebbe giù «la mia aperta critica nei suoi confronti per la gestione politica di Asi, che vorrebbe trasformare in una costola di Fli».

Barbaro racconta un’altra storia: «Chi dice cose del genere se ne prende la responsabilità. Sabato non c’è stato nessuno scontro, se non le normali dialettiche di un’associazione. Paraltro si discuteva di cose procedurali. E nessuno ha mai pronunciato le parole Fli o Pdl. Semmai uno scontro più acceso c’è stato qualche mese fa». Barbaro si riferisce a quando Tommaso Manzo, vicepresidente dell’Asi, si rivoltò contro l’idea di invitare a una manifestazione Italo Bocchino.

E allora sentiamo Manzo. Che conferma l’aggressione di sabato, a cui dice di aver assistito. Ammette che non sono state pronunciate formule politiche, «ma la matrice politica dello scontro è sottintesa». E radiografa così il peso delle varie componenti all’interno dell’Asi: «La giunta è composta da 17 persone e con Fli sono 4 o 5; con il Pdl sono 7 o 8, gli altri sono in fase di stallo». Barbaro, come il suo leader Fini, sarebbe il capo minoritario di un organismo. Ma lui nega: «Conosco l’Asi come le mie tasche, non c’è nessuna fronda contro di me». L’impressione, però, è che il derby all’Asi sia appena all’inizio.




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