domenica 13 marzo 2011

Gli orrori del gulag in un museo virtuale

Corriere della sera


In rete foto, filmati e testimonianze dei sopravvissuti alle purghe dell'ex Urss. Al lavoro un team internazionale

L'iniziativa presentata a Parigi. Anche ricercatori italiani collaborano al progetto


Anche i bambini finivano nei gulag
Anche i bambini finivano nei gulag
MILANO - Centosessanta testimonianze per ricordare il dramma dei gulag. Venerdì scorso è stato presentato a Parigi l'«Archives sonores, mémoires européennes du goulag» (Archivi sonori, ricordi europei dei gulag), il primo museo virtuale dedicato ai campi di concentramento nell'ex Unione Sovietica. Nato dalla collaborazione del Centro studi del mondo russo e caucasico e centro-europeo e di Radio France International raccoglie i ricordi di tantissimi sopravvissuti a una delle più gravi tragedie del XX secolo.


CAMPI DI CONCENTRAMENTO - Come ricorda la home page del sito, tra il 1939 e il 1953 circa un milione di persone che vivevano nei territorio europei annessi o legati all'Urss furono deportati nei gulag. Alcuni furono condannati a lavorare nei campi di concentramento, mentre la maggioranza fu trasferita negli sperduti villaggi della Siberia o dell'Asia Centrale. Grazie al lavoro di 13 ricercatori internazionali, tra cui non mancano gli italiani, sono stati postati sul web foto, video, documenti d'archivio privati e pubblici che prima di oggi non erano mai stati pubblicati. Lo scopo dell'iniziativa è far conoscere alla popolazione del Vecchio Continente una storia che è ancora poco conosciuta in Europa. Le testimonianze più toccanti naturalmente sono i video dei sopravvissuti, che oggi hanno tutti un'età tra i 75 e i 94 anni: essi ricordano la reclusione, l'organizzazione sociale all'interno dei campi, la solitudine, il freddo, la paura dei lupi, la nostalgia per la vita passata. Le sequenze visive e sonore durano al massimo 3 minuti, sono in lingua originale, ma sono state tradotte in francese, inglese e russo.


LE TRE GRANDI ONDATE - Marta Craveri, storica che lavora al Centro studi del mondo russo e caucasico e centro-europeo e che all'indomani del crollo dell'Urss è stata una delle prime ricercatrici a poter esaminare i documenti dello sterminato archivio sovietico dedicato ai Gulag, sottolinea come i racconti dei sopravvissuti siano dominati da alcuni leit-motiv: «I temi principali sono tre - dichiara la storica -. L'immensità siberiana da cui non si può scappare, la miserie dei contadini russi e la forte solidarietà che si instaura tra deportati e membri dei villaggi». Secondo Alain Blum, direttore del Centro Studi, furono tre le grandi ondate di deportazioni: «La prima è quella del 1940-41 - dichiara lo studioso -. In questi anni furono confinati per lo più cittadini dei paesi Baltici e dell'Ucraina occidentale in questi territori sperduti. La seconda inizia a partire dal 1944 e i protagonisti delle deportazioni furono persone sospettate di aver collaborato con i nazisti e di aver combattuto contro l'armata sovietica durante la Seconda guerra mondiale. L'ultima ondata di deportazioni inizia nel 1949 e le vittime furono per lo più cittadini della Romania, Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria». Molti testimoni erano molto giovani quando arrivarono nei villaggi siberiani: «Vi è il racconto della deportazione vista con gli occhi dei bambini. Alcuni tra questi, nei decenni successi, decise di rimanere in questi luoghi per sempre. Altri tornarono nei loro paesi d'origine - continua Blum. Altri ancora emigrarono in Occidente e furono tra gli artefici della costruzione dell'Europa».


Francesco Tortora
13 marzo 2011



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Il giallo dei cadaveri senza nome

Il Tempo


Sono 168 le persone trovate morte in città e ancora prive di un'identità, compresa la donna mutilata all'Ardeatino. Tra i casi irrisolti omicidi, suicidi, annegamenti, incidenti stradali e droga.


Lo scheletro trovato nel luglio 2010 in via Casal dei Monaci Hanno tra i 25 e i 70 anni. Di loro si conoscono gli abiti che indossavano, i tatuaggi che avevano sul corpo, quanto pesavano, il colore della carnagione e dei capelli, se gli mancavano denti o se invece erano ricoperti in oro. Insomma, di loro si sa praticamente tutto. Tranne il nome e cognome. Corpi senza un'identità. Cadaveri ai quali, anche dopo quasi trent'anni di indagini, non si è riuscito a scoprire come si chiamavano. E tantomeno, in alcuni casi, a individuare il responsabile del delitto. Sono molti, infatti, i corpi di persone trovate senza vita alle quali non è stato possibile dare un'identità. Solo nel Lazio ci sono ancora 182 cadaveri non identificati, di cui 168 rinvenuti nella Capitale, due a Rieti, quattro a Viterbo e otto a Latina. Con il ritrovamento del cadavere mutilato sull'Ardeatina il numero sale a 183. Si tratta del censimento aggiornato al 31 dicembre 2010 dall'ufficio del commissario del governo per le persone scomparse. Quello della donna scoperta nel campo in via di Porta Medaglia, sulla quale sta indagando la Squadra Mobile, è dunque l'ennesimo caso che va ad allungare la lista dei corpi finiti negli istituti di medicina legale e dove non è stato possibile risalire al nome e cognome, ma a stabilire esclusivamente in che modo sono morti.

Sono diverse le tipologie di decessi inseriti nel censimento. Si va dall'omicidio al suicidio, alla vittima morta in un rogo, all'investimento ferroviario, al decesso per annegamento nel Tevere, alla morte per overdose e abuso di alcol. Ci sono anche casi di ragazzi investiti in strada e dei quali si conoscono, per ora, soltanto i caratteri fisici. Come per alcuni senza fissa dimora trovati cadaveri nei sottopassi della Capitale, caduti accidentalmente in un fosso oppure di un uomo che si è impiccato nei bagni della stazione Termini il 22 gennaio del 1994. Nel 2001, ad esempio, un uomo è stato trasportato all'ospedale Grassi di Ostia, dove è deceduto in seguito ad aggressione e la Mobile indaga per omicidio.

Nella lista di cadaveri non identificati c'è anche il caso di un uomo, 50-60 anni, ritrovato il 25 novembre 2006 in via Ostiense. Nella sua scheda c'è scritto: «Orologio acciaio Lorus, privo di indumenti, cravatta bordeaux, scarpe nere. Schede post mortem: omicidio per strangolamento, pos. cannabis, morte risalente a 10-20 giorni prima». Ci sono, infine, anche persone che sono state portate dal mare sulla spiaggia del Litorale romano, di uomini e donne trovate già senza vita in strada, sia in periferia, sia in centro (Circo Massimo), e di vittime morte negli ospedali dove sono arrivati privi di documenti. E neanche tramite le ricerche tra le persone scomparse, fino ad ora, è stato possibile accorciare questa lista.


Augusto Parboni

13/03/2011





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Vu' cumprà scatenati

Il Tempo


Dal Tridente alla periferia tutte le strade del commercio abusivo. Ordinanze, accordi con la Finanza e tutela del made in Italy non fermano la piaga.


La Capitale assediata dagli abusivi È una piaga. Si mescola tra le vie dello shopping e intralcia le passeggiate dei turisti. Sconvolge il mercato legale. Si piazza all'uscita del metrò e tra i mercatini di quartieri. È l'abusivismo commerciale. Il fenomeno sociale esisteva con la Giunta Veltroni, che pochi strumenti aveva messo in campo per il contrasto. Ma continua a esistere nonostante le misure varate dalla Giunta Alemanno. Dal centro storico alla periferia si vende merce contraffatta. Sopra un telo bianco o un banchetto di sughero, è un «male» cronico che può attenuarsi ma mai essere eliminato. Eppure il lavoro della polizia municipale è costante. Le norme a contrasto non sono mancate.

La squadra di Alemanno ha inaugurato la più grande campagna cittadina contro il falso e a favore dei prodotti made in Italy. Ha firmato l'ordinanza anti-borsoni, che vieta il trasporto di beni e merci in borse e sacchi di plastica che i rivenditori aprono a terra per lo smercio e richiudono al volo alla vista delle autorità. È aumentato il numero di vigili urbani preposti al contrasto. E importanti accordi sono stati stretti con la Guardia di finanza per bloccare la merce alla fonte, dove viene prodotta o smistata.

«I gruppi della municipale - spiega l'assessore al Commercio Davide Bordoni - fanno un lavoro importante, iniziando dal Centro, e in sinergia con la finanza. Ma oltre alle azioni sul territorio c'è bisogno di una grande rivoluzione: serve un cambio di cultura. Abbiamo pubblicizzato che oggi si può essere multati non solo se si vende merce falsa ma anche se si acquista. Con sanzioni che vanno da 100 a 7000 euro. Con la finanza, invece, facciamo un grande lavoro di intelligence per controllare meglio porti e aeroporti e soprattutto chi fabbrica». Per Bordoni «il bilancio è positivo rispetto agli anni passati ma deve cambiare il messaggio culturale». Intanto per le strade prosegue l'attività illegale. Anche a causa delle crepe nel sistema giudiziario che non riesce sempre a terminare il lavoro di contrasto sul territorio spedendo in galera chi delinque. Le norme sull'immigrazione non placano la recidività dei criminali, che restano in Italia, e in strada la municipale si ritrova troppo spesso davanti alle stesse facce.

Giordano Tredicine, presidente della commissione Politiche sociali, ricorda che intanto l'abusivismo commerciale ha già cancellato 60 mila posti di lavoro in dieci anni. «Una strategia di lotta alla contraffazione deve coinvolgere tutti i soggetti: Prefettura, amministratori locali, associazioni territoriali di categoria e di tutela dei consumatori e forze dell'ordine. Proporrò una mozione in assemblea capitolina per istituire un'unità speciale formata da carabinieri, finanza, municipale e Ama. Metto anche l'Ama perché un aspetto molto importante è la distruzione della merce che viene sequestrata. Ritengo inoltre importante - dice il consigliere Pdl - scovare e chiudere i depositi abusivi che spesso sono vere e proprie centrali di stoccaggio della merce destinata al mercato illegale». Inoltre Tredicine chiede di destinare più fondi ai vigili per i controlli straordinari nelle zone a rischio: «Devo constatare che l'ordinanza anti-borsoni è stata un fallimento visto che il fenomeno esiste come in passato». Smantellarlo è tra la sfide più dure che Roma vuole affrontare.


Fabio Perugia

13/03/2011





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Giustizia lumaca: minatori francesi vincono processo dopo 63 anni



Nell'autunno del 1948 furono cacciati dalla compagnia "Charbonnages de France". Ora agli eredi sono stati assegnati 30.000 euro ciascuno



 
Un'attesa infinita quella delle «gueules noires» (facce nere) che quel terribile giorno dell'autunno 1948, furono licenziate in tronco dalla compagnia Charbonnages de France per non assenza. Loro, i minatori, erano in sciopero per le spaventose condizioni del loro lavoro.

Soltanto oggi, a 63 anni di distanza, hanno avuto ragione in tribunale. Ai superstiti o agli eredi, sono andati 30.000 euro ciascuno di risarcimento.
La causa infinita dei minatori di Nord-Pas-de-Calais ha visto alla sbarra i rappresentanti della compagnia «Charbonnages de France» e l'Agenzia nazionale per la garanzia dei diritti dei minatori (Angdm), che hanno visto definitivamente dichiarata illegittima dalla Corte d'appello di Versailles la loro decisione di licenziare 3.000 lavoratori.

Fu la Cgt - il maggior sindacato francese - a promuovere gli scioperi contro le modifiche allo Statuto dei minatori proposte dal ministro dell'Industria dell'epoca, Robert Lacoste. La repressione fu terribile: esercito e polizia spararono sui manifestanti, uccidendone sei. Molti furono arrestati e poi condannati per quelle proteste. Nel giro di pochi giorni, i minatori, spesso giovani padri di famiglia, furono costretti ad abbandonare le loro case: «Abbiamo avuto 48 ore di tempo per andarcene», racconta Simone Carbonnier, vedova di Georges, uno dei leader della protesta, portata avanti fino alla tardiva vittoria, da 17 «gueules noires».

Soltanto nel 1981, il presidente socialista Francois Mitterrand, appena eletto, decise di concedere l'amnistia ai minatori. Norbert Gilmez, 89 anni, ricorda: «Prima concessero l'amnistia a quelli che avevano cercato di uccidere De Gaulle, ma non ai minatori. Eravamo stati catalogati come cattivi francesi». Nel 2005, per i «manifestanti del 1948» arrivò un altro riconoscimento, l'indennizzo per alloggio e riscaldamento di cui erano stati privati.

Dopo un'infinita serie di appelli, soltanto oggi la Francia ha risarcito i minatori o i loro eredi: «Il tribunale ha avuto il coraggio di affermare che questi licenziamenti sono stati discriminatori e di non applicare la prescrizione», ha commentato uno dei quattro avvocati delle parti lese, Slim Ben Achour. «Le famiglie sono molto felici - aggiunge, precisando che la sentenza non è stata ancora notificata, ma soltanto consultata dai legali - e ancora più di loro i pochi minatori ancora in vita che abbiamo informato». Il tribunale, ha spiegato il legale, ha ritenuto che le rotture dei contratti di lavoro sono avvenute proprio per lo sciopero, «un diritto protetto dalla Costituzione del 1946, due anni prima dei fatti».
«Si tratta di una vittoria enorme - si rallegra l'avvocato - perchè il campo delle possibilità si allarga adesso in modo considerevole» quanto al riconoscimento di discriminazione. In particolare, «è la rivelazione dei fatti che consente alla persona di avviare una procedura in tribunale, anche 60 anni dopo. È straordinario».




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Tiffany, la cavalla morta al Palio Il sindaco: la corsa non si ferma

Corriere della sera

La Lav aveva presentato un esposto. Il Comune: un danno alla città


ROMA - È finita su una transenna che le ha tranciato di netto la giugulare e squarciato il torace. E' morta così Tiffany, la cavalla rimasta uccisa durante il Palio di Ronciglione, centro del Viterbese celebre proprio per il suo Carnevale, di cui la corsa a vuoto (ovvero senza fantini) è uno dei momenti più importanti. La corsa durante la quale è morta la cavalla (e altri tre sono rimasti feriti) faceva parte delle batterie di qualificazione, sabato scorso. Tanto che in seguito alle polemiche divampate dopo la morte dell'animale la finale di martedì scorso, Martedì grasso, è stata annullata.

L'animale rimasto ucciso correva per la scuderia di Montecavallo, una delle 9 che partecipano in rappresentanza degli altrettanti rioni del paese. La corsa da sempre si tiene per le antiche strade e le piazze di Ronciglione, su asfalto e sanpietrini. L'incidente è avvenuto in piazza della Nave. Nei video e nelle foto si vede benissimo la cavalla che affronta una curva a tutta velocità, ma scivola e va a sbattere sulla transenna che divide lo spazio riservato alla corsa da quello degli spettatori, molto numerosi anche quel giorno, nonostante la pioggia. L'impatto è molto violento, l'animale finisce a terra, in preda alle convulsioni, e poco dopo muore, nonostante i veterinari si siano già avvicinati per soccorrerlo.


La Lav, la lega antivivisezione, ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Viterbo «affinché il sindaco e il Comitato organizzatore del Palio vengano perseguiti per uccisione e maltrattamento di animali (articoli 544 bis e ter del Codice penale)». Per l'associazione animalista, le corse a vuoto contravverrebbero alle norme dei ministeri dell'Interno e della Salute sui palii e le corse.

Nei giorni scorsi però il sindaco Massimo Sangiorgi si è giustificato dicendo che l'incidente era avvenuto a causa delle disposizioni dell'Unire, che avrebbero costretto gli organizzatori a restringere il naturale percorso della corsa proprio nel punto in cui si è verificato l'incidente. Anzi, Sangiorgi ha insistito a puntualizzare che la corsa rispetta ogni anno le disposizioni, «come riscontrato da polizia locale e carabinieri». E ha annunciato «azioni di tutela» che il Comune avvierà «contro chi ha causato un danno alla cittadina», spiegando che l'anno prossimo il Palio si rifarà. Mentre Riccardo Paradisi, assessore delegato alle Corse, ha polemizzato con gli animalisti, «una lobby potente, ma che non ha niente a che vedere con chi i cavalli li ama davvero», col sostegno dei rappresentanti delle scuderie e della Pro Loco. E il sindaco ha concluso: «E' insopportabile che ogni palio sia un patibolo per il paese. Giù le mani dal palio. Impediremo con tutte le nostre forze che le istituzioni ce lo portino via».

Il Carnevale di Ronciglione si svolge quasi ininterrottamente da 130 anni, ma le sue origini sono molto più antiche. La stessa «corsa a vuoto» è ripresa da quella che si svolgeva su via del Corso, nella Capitale. Fra gli altri appuntamenti, la corsa degli Ussari, cavalieri vestiti con costumi ottocenteschi al galoppo per le vie del paese, per rievocare il periodo della dominazione francese e la sfilata dei Nasi rossi, gli adoratori di bacco, che offrono maccheroni ai passanti.

Ester Palma
13 marzo 2011

Ingroia fa un comizio anti Cav Vuol far politica? Lasci la toga

di Anna Maria Greco


Antonio Ingroio protagonista alla manifestazione di sinistra contro l'esecutivo: "Com questa riforma è a rischio lo stato di diritto". Ormai è ufficiale: i magistrati non si preoccupano più di apparire imparziali. E i falchi dell'Anm chiedono ai colleghi del ministero di giustizia di dimettersi.





Sul palco c’è un tribuno della plebe che arringa la folla. «Con questa controriforma ­dice - non è in gioco la separa­zione delle carriere, ma l’egua­glianza di tutti i cittadini di fronte alla legge». Si chiama Antonio Ingroia, nelle aule giu­diziarie veste la toga del pub­blico ministero, ma al «Costi­tuzione day », in piazza del Po­polo, a Roma, attacca il gover­no Berlusconi con i toni accesi del leader politico.

Di manifestazioni ce ne so­no in tutt’Italia, gli organizza­tori parlano di un milione di partecipanti ma per il Vimina­le sarebbero 43mila in tutto, di cui 25mila nella capitale. È qui che il procuratore ag­giunto di Palermo fa il suo di­scorso, accanto agli esponenti dei partiti. «Il fatto che ci siano tanti italiani dimostra che ave­te capito che la cosiddetta ri­forma della giustizia in realtà è una controriforma. Non è solo una ritorsione contro la magi­­stratura, c’è in gioco una posta molto più grande.

Se dovesse passare avremmo uno Stato di diritto azzoppato, sfigurato nei suoi principi fondamenta­li così come disegnati dai pa­dri costituenti». Il presidente dell’Anm, Lu­ca Palamara, con più cautela ha mandato un messaggio di «adesione e solidarietà» alle manifestazioni:«L’associazio­ne si riconosce in questi princi­pi ed è più che mai impegnata a difendere gli interessi della collettività, l’indipendenza e l’autonomia della magistratu­ra ». Palamara è della corrente maggioritaria Unicost e l’Anm, che il 19 dovrà decide­re sullo sciopero o altre forme di protesta, è sotto pressione soprattutto da parte delle cor­renti di sinistra, Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia.

Che chiedono addirittura le dimissioni delle toghe che lavorano al ministe­ro della Giustizia. Ingroia ci mette la faccia. Lo ha fatto altre volte, anche in di­­battiti tv come Annozero, ma stavolta incarna la fase due del­la rivolta della magistratura. Quella a lungo preparata nelle infuocate mailing list , in cui si reclama una svolta di aperta lotta politica dell’Anm.La stra­tegia è quella di allargare lo scontro sulla giustizia a tutti i cittadini, di convincere gli elet­tori a mobilitarsi soprattutto per mandare a casa il governo.

Prima di Cristo i tribuni del­la plebe si opponevano ai magistrati dei patrizi grazie all’assoluta inviolabilità e sa­cralità della loro carica, la sa­crosanctitas , oggi i magistra­ti antiberluscones sventola­no nelle piazze la bandiera della loro sacrosanta autono­mia e indipendenza. Ha un bel dire il premier che questi principi non sono intaccati dalla riforma. Ha un bel ripe­tere il Guardasigilli Angeli­no Alfano che non c’è nessu­na «crociata» contro le to­ghe, ma si cerca il dialogo in Parlamento. I falchi del­l’Anm hanno già deciso che la riforma dev’essere il caval­lo di Troia per far crollare il palazzo del Cavaliere. Che non ci sia più spazio per alcuna prudenza, neppure per tutelare l’immagine di im­­parzialità del magistrato, lo di­mostra il comizio di Ingroia.

«L’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge- dice il pm an­­timafia, attirando gli applausi - non sarebbe garantita se il po­te­re giudiziario venisse schiac­ciato da quello politico. Il go­verno sta tentando di prende­re­il controllo diretto dell’azio­ne penale. La posta in gioco ha a che fare non tanto con il no­stro presente, ma con il vostro futuro». Paradosso. Il leader Pd Pier Luigi Bersani dice «non siamo il partito dei giudici e dei pm», proprio mentre Ingroia sem­bra candidarsi a nuovo leader del partito. «Come fa l’Anm ­dice il capogruppo alla Came­ra del Pdl Fabrizio Cicchitto­ a parlare di difesa,dell’indipen­denza dei magistrati, di fronte ad episodi così clamorosi di schieramento politico?». Lui, il tribuno della plebe In­groia, intanto ha già avuto un’investitura dalla piazza, con la colonna sonora dell’In­no di Mameli, mentre svento­lano testi della Costituzione e bandiere tricolore.




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C-Day, la solita solfa contro il Cav Dario Fo: "Sogno Bossi in esilio"

di Redazione



Manifestazioni per il Costituzione Day in molte città d'Italia Nel mirino il Cavaliere e la riforma della Giustizia. Alla testa del corteo romano politici, vip di sinistra e magistrati. Palamara (Anm): "Siamo con voi". Aderisce anche una pattuglia di finiani e Fli va in frantumi: "Siamo agli antipodi di quelli che scendono in piazza". Il delirio di Dario Fo a Milano: "Sogno di accorgermi che gli arabi sono arrivati qui e Bossi è scappato in Svizzera assieme a tutti i leghisti"


Roma - La sinistra ci riprova: tutti in piazza contro il Cav. Da Rosy Bindi a Nichi Vendola, passando per i falchi di Gianfranco Fini: prove generali di ammucchiata. A ritmo di Bella Ciao marciano Flavia Perina e Bersani. Il mastice che unisce ex fascisti ed ex comunisti è uno solo: l'odio per il premier. Sempre la solita solfa. Dopo il flop dell'otto marzo e la bufala delle firme false, il popolo dei girotondi si riunisce in cento piazze in tutto il Paese. Tricolore e Costituzione in mano il corteo si è mosso dal centro di Roma per poi ritrovarsi in piazza del Popolo. E poi danno i numeri: "Siamo un milione". Anche le firme erano dieci milioni...

Magistrati, politici e artisti Sul palco del C-Day transitano tutti i volti noti dell'intellighenzia di sinistra: politici, giornalisti, artisti e anche - ovviamente -, magistrati. Da Nichi Vendola a Fiorella Mannoia, da Fassino a Monica Guerritore passando per Ascanio Celestini. E' una giacultaria di accuse a Berlusconi e di lacrime versate per la democrazia italiana. "Bisgna mandare via l'imperatore, non ucciderlo, salo mandarlo via", precisa il guitto Celestini. E meno male che lo precisa...

Una piazza divisa tra guitti, politici e giudici. Da Milano Dario Fo delira di sgni in cui gli arabi invadono l'Italia e Bossi e tutti i leghisti sono costretti a riparare in Svizzera. Da Roma gli fanno eco i magistrati, nuovi capopolo della sinistra girotondina. Il primo a scagliarsi contro la riforma della giustizia è Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo. Poi tocca a Giancarlo De Cataldo, scrittore e giudice. Un inno alla conservazione e all'immutabilità della casta togata.

Dario Fo: "Sogno Bossi esiliato in Svizzera" "Io sogno, sogno di accorgermi che gli arabi sono arrivati qui e Bossi è scappato in Svizzera assieme a tutti i leghisti". Così il Premio Nobel, Dario Fo ha terminato il suo intervento sul palco della manifestazione organizzata in Largo Cairoli a Milano a tutela della Costituzione. Fo ha parlato delle rivolte in Nordafrica e ha detto: "Ho riso come un pazzo quando ho visto la gente in Nordafrica scendere in piazza senza bastoni per rivendicare la democrazia. Noi ce l’abbiamo e la lasciamo sciogliere". Riferendosi poi alla politica dei Governi sulla questione del Nordafrica, Fo ha affermato: "Tutti i Presidenti dell’Unione europea sono alla finestra a guardare quei bastardi che sparano sulla folla. L’America e la Francia hanno detto che vogliono entrare in guerra per difendere quella popolazione e noi gli abbiamo detto di aspettare. Ma cosa vuoi aspettare? Che siano tutti morti?".
 
I finiani scivolano sulla manifestazione "Vado in piazza, la manifestazione l’abbiamo organizzata anche noi. Non provo nessun imbarazzo e lo dico da uomo di destra. La Costituzione rappresenta il tessuto connettivo della nazione. A qualcuno fa comodo strumentalizzare la manifestazione per parlare di santa alleanza: quell’ipotesi non è attuale, visto che la situazione è cambiata", lo ha affermato il falco finiano Fabio Granata al quotidiano il Riformista. Ma la tensione all'interno del neonato movimento del presidente della Camera continua a salire. Troppe le contraddizioni e le giravolte. Nel giorno in cui Granata e la Perina protestano al fianco della sinistra, la colomba Adolfo Urso da vita a una nuova corrente moderata e auspica la'pertura di una nuova stagione.

Nel pomeriggio Filippo Rossi, l'ex direttore di Farefuturo web magazine, battezzerà da Parigi "Il futurista", il nuovo giornale dei fillini antiCav. Non basta: cresce anche il malumore nei confronti della pattuglia che è scesa in piazza oggi. La stroncatura arriva dall'europarlamentare Potito Salatto: "Il ricorso alla piazza non ha alcun senso e non rispecchia il nostro modo di fare politica. Siamo assolutamente agli antipodi - dice - di coloro i quali anche sul tema della riforma della giustizia assumono posizioni pregiudiziali e non di confronto sui contenuti. Il Paese ha bisogno di questa riforma, purchè non nasconda privilegi per qualcuno".

Bersani: "Berlusconi cambi schema" Se il premier Silvio Berlusconi "cambia schema di gioco" e "si interessa ai problemi della giustizia che interessano i cittadini e non i suoi interessi personali, noi possiamo anche discutere". Lo dice il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a margine della manifestazione pro Costituzione a Roma.

Santanchè: "I leader del Pd sono Fo e Ingroia" Daniela Santanchè, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario nazionale del ’Movimento per l’Italià, invita a riflettere sugli interventi del Pm antimafia siciliano e del Premio Nobel milanese alle manifestazioni nel Costituzione day. "Le primarie nel Pd non servono più: oggi in piazza hanno trovato finalmente i loro nuovi leader, ossia un giudice, Antonio Ingroia, e un giullare, Dario Fo", ha affermato Santanchè in una dichiarazione. 




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Con il metodo Bocchino guai per Repubblica... Stalking contro il Cav





Se fosse presa sul serio l'assurda accusa del vicepresidente di Futuro e Libertà, il quotidiano di Mauro finirebbe a processo: cita Berlusconi mille volte al mese...


 
Poniamo il caso che la paradossale iniziativa di Ita­lo Bocchino nei confronti del Giornale e dei suoi redattori avesse un qualche fondamen­to logico. Poniamo il caso che citare un personaggio politi­co in un articolo o in un titolo avesse veramente qualcosa a che fare con lo stalking , con le molestie e che non si trat­tasse di pura e semplice liber­tà di stampa, costituzional­mente prevista. Se questa ipotesi si avveras­se, ci si aprirebbe un mondo nuovo davanti agli occhi.

Ad esempio, si potrebbe leggere in modo diverso la particola­re «attenzione» riservata da Repubblica nei confronti del presidente del Consiglio, Sil­vio Berlusconi, e chiamarla in un modo diverso. A fare il conto ci ha pensato il blog Il Fazioso.com che ha analizzato le scelte di impagi­nazione del quotidiano roma­no dal primo al 31 gennaio scorso. Il risultato è sorpren­dente, ma fino a un certo pun­to. Il Cavaliere batte tutti con 1.007 citazioni e 94 titoli con il suo nome. I «concorrenti» più vicini sono staccatissimi. Sono il presidente della Re­pubblica Giorgio Napolitano (244 citazioni e 32 titoli) e il governatore pugliese Nichi Vendola (265-26). In fondo, Repubblica è così.

C’è Berlusconi un po’ dovun­que. E sempre. Nelle intercet­tazioni pubblicate facendo «copia e incolla». Nelle artico­lesse di Giuseppe D’Avanzo e nelle sue macchinose elucu­brazioni. Nei severi editoriali del direttore Ezio Mauro e nelle lunghe omelie domeni­cali del fondatore Eugenio Scalfari. Nei resoconti sui da­ti macroeconomici se il pil non cresce abbastanza, la col­pa è di Berlusconi. Anche nel­l­e interviste ai personaggi del­lo spettacolo e della cultura c’è sempre una buona occa­sione per criticare i costumi e la politica del presidente del Consiglio.

Anche quando si dà notizia della riunione dei banchieri presso la sede ro­mana dell’Abi l’occasione è buona per ricordare che si tro­va a pochi passi da Palazzo Grazioli, residenza di Silvio Berlusconi. Se il premier - per parados­so - utilizzasse gli stessi para­metri di valutazione di Italo Bocchino, potrebbe intenta­re una causa dello stesso ge­nere nei confronti di Repub­blica . In quel caso, però, sa­rebbe facile immaginare la mobilitazione fuori e dentro i palazzi, nelle piazze per «leso scalfarismo». Ma si tratta, ov­viamente, di un paradosso: qui si parla di libertà di stam­pa e ciascuno sceglie libera­mente gli argomenti più inte­ressanti. Quando l’oggetto degli articoli si ritiene diffa­mato, può eventualmente sporgere querela.

Come ha fatto Berlusconi nei casi in cui ha pensato che il diritto di cronaca e di critica avesse tra­valicato i suoi limiti naturali. Ma il presidente non ha mai accennato a una persecu­zione, a uno stalking , a un comportamento paranoide di Repubblica e dei suoi gior­nalisti. Nonostante quelle 1.007 citazioni siano di gran lunga superiori a quelle colle­zionate nello stesso periodo da parte del Corriere (620) e della Stampa (491). Perché Berlusconi sa bene di essere un personaggio che fa notizia e non s’è fatto mai travolgere dagli intenti velatamente cen­sori del vicepresidente di Fli. Anche perché la notiziabili­tà be­rlusconiana su Repubbli­ca ha un altro risvolto. Il Cava­liere a gennaio sul quotidia­no di Ezio Mauro ha sorpassa­to Bersani (209 citazioni - 26 titoli), Casini (211 - 9), Fini (84- 16) e Di Pietro (43 - 4). La sinistra e il «terzo polo» non fanno notizia o ne fanno di meno. E se la fanno, come nel caso del presidente della Ca­mera e del suo numero due, è solo perché parlano di Berlu­sconi.



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Verne, l'uomo che vedeva il futuro

Il Tempo


  Era nato nell'Ottocento ma è vissuto tutta la vita in un'epoca futura che solo lui immaginava e che, ormai, è divenuta realtà. Ricorre proprio in questi giorni il «compleanno» di Jules Verne, nato a Nantes l'8 febbraio 1828, il padre della fantascienza, uno degli scrittori più amati della storia, uno degli autori più «saccheggiati» dall'industria cinematografica.


A più di un secolo dalla morte, scomparve nel 1905, lo scrittore francese resta uno dei punti di riferimento della cultura occidentale, un po' sottovalutato da una critica con la puzza sotto al naso, ha regalato il piacere della lettura a milioni di adolescenti. Il vero grande merito di Verne è quello di riuscire a catturare, ancora oggi, quegli occhi giovani che così apprendono subito il valore di una buona lettura. Verne è un mago della semplicità: i suoi racconti, da quelli fantascientifici a quelli di avventura, hanno la struttura limpida dei grandi classici e rapiscono, più che per gli «effetti speciali», per il cesello fine della psicologia dei personaggi.

Un vero mago della letteratura. Ma dall'orbita della letteratura, Verne, è sfuggito per tutto il Novecento, volando verso il «pianeta» degli effetti speciali. Il colpo di fulmine tra Verne e il cinema ci fu prestissimo, quando il grande autore francese era ancora in vita. Il primo film tratto da una delle sue opere è del 1902. Allora il cinema appena vagiva, il film si intitolava «Voyage dans la Lune», del Maestro Georges Méliès (è lui l'«inventore» della cinematografia, altro che i fratelli Lumière), che si ispirò ai due celebri romanzi «Dalla Terra alla Luna» e «Intorno alla Luna».

Sarà poi ancora Méliès a firmare, nel 1904, «Viaggio attraverso l'impossibile», sceneggiato dallo stesso Verne. Sì perché Verne, che tutto aveva meno che la puzza sotto al naso, non disdegnò di scrivere un testo per quel «cinematografo» tanto curioso. Méliès realizzerà poi «Ventimila leghe sotto i mari» nel 1907, quando ormai Verne era scomparso. Ma questo è solo l'inizio del matrimonio tra Verne e il cinema. Gli anni Dieci e Venti pullulano di pellicole tratte da suoi romanzi: più di un «Michele Strogoff», «I figli del capitano Grant», 

«L'isola misteriosa». Sarà poi con l'avvento del sonoro, del colore e delle più raffinate tecniche di proiezione, come il Cinemascope e ancora con gli effetti speciali, che Verne troverà la sua consacrazione. Perché lo scrittore dell'Ottocento nel Novecento è diventato il re dei kolossal. Uno dei più famosi è «20.000 leghe sotto i mari», realizzato dalla Disney nel '54, quando al timone c'era ancora il caro buon vecchio Walt. Quel film è considerato uno dei più impegnativi e grandiosi della storia del cinema. Interpretato da Kirk Douglas e James Mason fu realizzato in Technicolor con un fantascientifico (per i tempi) audio stereo. In un'epoca nella quale si girava ancora in bianco e nero la Disney trasferì sott'acqua una troupe con centinaia di persone.

La realizzazione costò anni di lavoro. Non meno famoso è «Il giro del mondo in 80 giorni», del 1956, con David Niven e Shirley MacLaine. Nel 1956 anche un italianissimo «Michele Strogoff», diretto da Carmine Gallone. E tanti, tanti altri film. Nel 2004 un altro kolossal Usa: ancora «Il giro del mondo in 80 giorni» con Steve Coogan, Jackie Chan, Kathy Bates e John Cleese. Di «Viaggio al centro della Terra» ci sono svariate versioni: del '59 (forse la più famosa), del '77 (a cartoni animati), dell'88, del '99 e l'ultimissima (2008) in 3d e con Brendan Fraser. Il futuro ci riserva il remake di «20.000 leghe sotto i mari», sempre più kolossal, sempre realizzato dalla Disney. David Fincher, regista di film-mito come «Fight Club», ha recentemente annunciato che dirigerà la versione in 3d.


Antonio Angeli
09/02/2011




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Las Vegas, addio al casinò di Frank Sinatra

La Stampa


Il “Sahara Hotel and Casinò” chiuderà i battenti il 19 maggio dopo 58 anni di scommesse e spettacoli che ebbero per protagonisti "The Voice", Dean Martin, Sammy Davis Jr, Joey Bishop e Peter Lawford.

«Las Vegas perde uno dei suoi gioielli più preziosi». Con queste parole lo storico Michael Green commenta amaro la notizia che il “Sahara Hotel and Casinò” chiuderà per sempre la propria attività, dopo essere stato a lungo una delle principali icone della città. Sam Nazarian, il proprietario, ha comunicato che non ha ancora deciso che cosa realizzare al suo posto, e spiega: «È una decisione obbligata, non ci sono più le condizioni economiche per andare avanti».

Il complesso apre nel 1952, uno tra i primi alberghi con casinò della “Las Vegas Strip”, la strada che di lì a poco diventerà il cuore pulsante di una metropoli che attira turisti da ogni angolo del globo. Sono gli anni in cui questa piccola cittadina del Nevada affacciata sul deserto, nata da nemmeno mezzo secolo, si sta trasformando nella destinazione per eccellenza degli amanti della bella vita e del gioco d’azzardo. L’hotel inizia ad ospitare spettacoli teatrali e concerti che attirano l’interesse dell’alta borghesia di Los Angeles e San Francisco.

Diventa la casa del “Rat Pack”, il gruppo di uomini di spettacolo più famoso degli anni ’50, composto da Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr, Joey Bishop e Peter Lawford, che qui si esibiscono per anni e girano anche il film “Ocean’s Eleven” del 1960, facendone la meta più ambita per chiunque arrivasse a Las Vegas. I fortunati clienti dell’albergo ogni sera poteva godersi le performance di artisti del calibro di Marlene Dietrich, Judy Garland, Liza Minelli, Paul Anka, e Jerry Lewis, solo per citarne qualcuno.

Con i suoi 27 piani e l’imponente ingresso in stile mediorientale, l’hotel non passa inosservato a chi si trova sul lato Nord della Strip, la strada in cui ci sono 19 dei 25 hotel più grandi del mondo, dove ci sono più di 67000 stanze a disposizione dei turisti. Nazarian ha garantito che si occuperà della sorte dei circa 1000 dipendenti che lavorano nella struttura, che con ogni probabilità sarà demolita. In questo caso, resterebbero solo il “Flamingo” e il “Riviera” a rappresentare la Las Vegas dei primi anni del dopoguerra. «È un pezzo di Storia che se ne va - sostiene Green, docente presso il “College of Southern Nevada” - ma ormai qui è cambiato tutto, è un segno dei tempi..».

La chiusura del Sahara è l’emblema delle difficoltà che sta vivendo la capitale del gioco d’azzardo, che dopo la crisi economica del 2008 ha visto ridursi sensibilmente il numero di turisti e il giro d’affari, che ha creato un’alta disoccupazione e il boom di pignoramenti delle case. Ma è il panorama accanto all’albergo che spiega meglio di mille parole lo stato in cui versa la città: ci sono il “Fontainebleau Hotel” e l’”Echelon”, due sfarzose costruzioni che da anni attendono la fine dei lavori, ma mancano i fondi per portare avanti i progetti.

Secondo Green, il declino economico del Sahara non è solo frutto della recessione attuale, ma anche dell’evoluzione che sta vivendo la città, dove hotel sofisticati stanno prendendo il posto di molti alberghi vintage, tanti ricchi quanto pacchiani: «È un trend che c’è da almeno 20 anni, e non è detto che sia per forza negativo..».




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Assange, il complotto delle donne

La Stampa




La poliziotta che interrogò la donna "violentata" è sospettata di esserne l'amante



FRANCESCO S. ALONZO

La vicenda di Wikileaks e del suo fondatore, Julian Assange, si arricchisce di un capitolo bizzarro, che potrebbe rivelarsi la soluzione al giallo delle accuse di violenza e molestie sessuali formulate contro di lui in Svezia. Dallo studio degli atti depositati in tribunale è emerso infatti che l’ispettrice di polizia che condusse il primo interrogatorio con una delle due donne che accusano Assange - Miss A - sarebbe una sua amica «particolare» e la denuncia fu praticamente formulata insieme. Scambi personali di saluti su Facebook dimostrano i rapporti tra l’ispettrice di polizia e la donna, una creola originaria di Cuba che si dice abbia anche operato nell'isola come agente segreto della Cia.

Inizialmente, secondo la stampa svedese, le due donne non intendevano denunciare Assange. Si erano rivolte alla polizia solo per sapere se c’era modo di costringerlo a sottoporsi al test dell’Hiv, dopo che aveva avuto con loro rapporti non protetti. Sarebbe stata la poliziotta a spiegare loro che per la legge svedese il rifiuto di usare il preservativo si configura come stupro e a trasmettere il caso alla procura. L’agente mostra chiari pregiudizi contro Assange: un paio di settimane fa tifò per l’avvocato delle due donne, scrivendo fra l’altro sulla sua pagina Facebook che era ora di «sgonfiare quel pallone gonfiato» ed esageratamente osannato di Julian Assange.

Il fondatore di Wikileaks e i suoi avvocati hanno ripetutamente accusato il sistema giudiziario svedese di parzialità, asserendo che è stata eliminata ogni possibilità di condurre un processo equanime. Il pubblico ministero avrebbe commesso errori di sostanza e di forma per portare a termine un complotto di chiara ispirazione politica in una nazione che viene definita «l’Arabia Saudita del femminismo». L’ispettrice di polizia e la donna erano entrate in contatto nell’aprile 2009, in occasione di un congresso socialdemocratico, ossia ben 16 mesi prima che venisse sporta denuncia contro Assange.

La stretta amicizia tra le due donne emerge anche dal contenuto dei testi scambiati sui rispettivi blog. Traspare sempre più la trama politico-femminista che sarebbe alla base delle accuse ad Assange. Si apprende, ad esempio, che a invitare l’australiano in Svezia era stata una delle due donne che poi lo avrebbero accusato di violenza. In un estratto del suo blog l’ispettrice di polizia riporta una dichiarazione dell’amica secondo la quale «sono gli uomini bianchi come Assange ad arrogarsi il diritto di decidere che cosa è o non è offensivo per le donne». E l’amica le risponde nel proprio blog: «Ciao! Grazie della nota. Come ripeto, è ignobile che uomini bianchi difendano sempre il loro diritto a usare parole offensive... Poi negano che proprio quelle parole facciano parte del sistema che mantiene il loro gruppo ai vertici delle strutture sociali».

Dunque, sebbene le due donne si frequentassero già da 16 mesi, l’ispettrice decise di condurre lei l’interrogatorio dell’amica omettendo, come sarebbe d’obbligo secondo la legge svedese, di dichiarare l’esistenza di un rapporto privato che ne viziava la validità. Resta adesso da vedere se questi elementi produrranno una ricusazione da parte della difesa del mandato di cattura internazionle emesso dal giudice svedese Maria Haeljebo Rosander sulla base dell’interrogatorio ora messo in discussione.


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