martedì 8 marzo 2011

La bella vita del terrorista di Lockeerbie. Sfreccia a Tripoli con una Lamborghini

Libero






Vive nel lusso più sfrenato a Tripoli, Abdel Basset al-Megrahi. Lui è l'ex agente dei servizi segreti libici condannato all'ergastolo per l'attentato di Lockerbie, in cui il 21 dicembre 1988 fece saltare in aria il volo Pan Am 103. Megrahi fu scarcerato nel 2009 dal governo scozzese, che giustifico il provvedimento adducento "ragioni umanitarie" poiché gli era stato diagnosticato un cancro terminale alla prostata che non gli avrebbe concesso "più di tre mesi di vita". Ora, però, vivo e vegeto, gira con una fiammante Lamborghini rossa, e la sua lussuosa villa è in costruzione in uno dei quartieri più esclusivi di Tripoli. L'indiscrezione è stata riportata dal quotidiano britannico Times, che ha ricordato come dietro la scarcerazione dell'attentatore ci fossero le pressioni del governo britannico su Edimburgo per poter ottenere un'importante concessione petrolifera per la Bp (British Petroleum), la compagnia responsabile della tragedia ambientale che ha sconvolto l'ecosistema del golfo del Messico la scorsa estate.

Si aggiunge così un nuovo capitolo all'agghiacciante vicenda dell'attentato di Lockerbie, tornata all'ordine del giorno pochi giorni fa, quando dopo le dimissioni per le atrocità commesse dal regime di Gheddafi, l'ex ministro della Giustizia libico ha dichiarato di avere le prove che "fu il Colonnello in persona a ordinare l'attentato al jumbo. La rivelazione è stata affidata ad un quotidiano svedese, e le parole confermerebbero i sospetti di sempre. "Aspettavamo la notizia da 23 anni", ha sottolineato bert Ammerman, fratello di una delle vittime.

Successivamente alle rivelazioni, i familiari delle vittime hanno chiesto al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di "ordinare una completa riapertura del processo per l'attentato". I familiari del velivolo esploso tra Londra e New York mentre sorvolava la Scozia, hanno ricordato come nel 2003 il governo libico aveva "formalmente promesso cooperazione all'Onu nell'inchiesta a patto che fossero revocate le sanzioni per il sostegno al terrorismo" di Gheddafi. Il regime ha però ignorato l'impegno.

08/03/2011




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Obesità: maglia nera alla Campania Una persona su tre è in grave sovrappeso

Corriere del Mezzogiorno

Nel primo anno oltre 200 i pazienti sottoposti a interventi di chirurgia bariatrica, ritenuta ormai una vera e propria strategia salva-vita


NAPOLI - Venti milioni di italiani hanno problemi di sovrappeso, oltre 5 milioni sono obesi: drammatiche le conseguenze sulla salute, la qualità e l’aspettativa di vita, che può ridursi anche di 20 anni. La Campania detiene il primato in negativo, con una persona su tre tra i 35 e i 74 anni in grave sovrappeso.

POLO D'ECCELLENZA - Ma nella regione è disponibile una delle punte di eccellenza a livello nazionale per il trattamento di questa patologia: a un anno della sua inaugurazione, il Centro di Chirurgia Bariatrica del Presidio Ospedaliero Pineta Grande di Castel Volturno si afferma quale polo di riferimento del Centro-Sud per tutti i problemi dell’obesità e del sovrappeso. Nel primo anno oltre 200 i pazienti sottoposti a interventi di Chirurgia Bariatrica, ritenuta ormai una vera e propria strategia salva-vita nei casi di obesità grave.

IN ITALIA OLTRE 5 MILIONI DI OBESI - La Campania è la regione con il più alto tasso di obesità (34 per cento degli uomini, 42 per cento delle donne). Ma il problema dell’obesità e del sovrappeso è una emergenza nazionale, con ben 20 milioni di italiani con problemi di sovrappeso e oltre cinque milioni di obesi. Preoccupante la situazione tra i ragazzi e i giovani: le stime dicono che oltre un milione e 600 mila giovani hanno seri problemi di peso. Per questo è strategica una risorsa in grado di assistere a 360° i pazienti campani e non solo, consentendo alla Regione un risparmio sui costi legati alle migrazioni sanitarie di pazienti obesi.


ADDIO ALLE MIGRAZIONI FUORI REGIONE PER SALUTE - «Puntiamo per il 2011 ad eseguire almeno altri 300 interventi, forti del fatto che il Centro in questo primo anno ha già valicato i confini regionali: molti pazienti sono arrivati da altre regioni del Centro Italia e del Meridione dove strutture in grado di assistere e curare il paziente obeso mancano del tutto o sono carenti» – dichiara con una punta d’orgoglio Vincenzo Schiavone, Coordinatore Generale dell'Area Sanitaria e Manageriale del Presidio Ospedaliero Pineta Grande di Castel Volturno. «Siamo convinti che la qualità dell’assistenza e dei trattamenti farà cessare le migrazioni fuori dalla Regione, migrazioni costose per le casse della sanità campana, quasi 400 milioni di euro l’anno, e per i pazienti in termini di salute, sicurezza e denaro». Il Centro di Chirurgia Bariatrica Pineta Grande, in attesa di diventare Ircss, ha dimostrato di essere un polo di attrazione qualificato, candidato a presidio di eccellenza per tutto il Centro-Sud. Le attrezzature rispondono ai requisiti specifici per obesi e grandi obesi: letti extralarge, sedie, carrozzine, bagni, cuscini gonfiabili a getto d’aria per mobilizzare senza sforzo i pazienti; persino gli spazi nelle camere come nelle sale operatorie sono pensati per loro.

PER GLI OBESI AUMENTA RISCHIO INFARTO E ICTUS - L’obesità è una malattia grave, dimezza l’aspettativa di vita: un obeso ha un rischio triplicato di infarto e ictus; ipertensione, diabete, insufficienza renale, problemi respiratori, sterilità, tumori, sono solo alcune delle patologie correlate. «L’intervento di chirurgia bariatrica è salva-vita specie nelle obesità gravi e gravissime, per questo noi ribadiamo che è bene evitare il passaparola ed è importante rivolgersi a Centri superspecialistici in grado di occuparsi dell’obesità a 360°» – sottolinea Cristiano Giardiello, Responsabile U.O.C. Chirurgia Generale, d'Urgenza e Metabolica del Centro di Castel Volturno. I pazienti affetti da obesità, per Salvatore Del Gaudio, Responsabile U.O.C. Medicina d’Urgenza, presentano inoltre «una maggiore frequenza di complicanze mediche nella fase post operatoria». «La nostra struttura, dedicata all’urgenza e all’emergenza» - continua Del Gaudio- «presenta un’organizzazione in grado di affrontare tutti i tipi di emergenze-urgenze (cardiache, respiratorie, metaboliche, neurologiche, vascolari, traumatiche e così via) sia dei soggetti normopeso che dei superobesi».

PARTNERSHIP PUBBLICO-PRIVATO - La partnership pubblico-privato ha reso possibile il successo del Centro di Chirurgia Bariatrica Pineta Grande. «Il Centro, nel suo primo anno di attività, si pone già ai vertici dell’eccellenza italiana sia per quanto riguarda l’erogazione di un outcome di qualità sia per il numero delle prestazioni effettuate» – sottolinea Moreno Busolin, General Manager Market Access Johnson & Johnson Medical SpA. «La nostra azienda continuerà a supportare il Presidio Ospedaliero di Castel Volturno per la definitiva affermazione di questa terapia chirurgica. Studi recenti quantificano in 500.000 le persone obese presenti nel solo territorio campano e in circa 900 milioni di euro il conseguente costo sociale».

Redazione online
08 marzo 2011

Capodichino, furti di stereo all'aeroporto Fermato ricettatore, aveva 300 impianti

Corriere del Mezzogiorno

Diversi gli episodi nelle ultime settimane, i finestrini delle automobili venivano infranti per portare a temine il colpo



NAPOLI - Era sempre più elevato il numero dei furti di stereo dalle automobili in sosta nel parcheggio dell'aeroporto di Capodichino. I ladri rompevano il vetro e portavano via la refurtiva sempre con la stessa, classica, procedura. Per questo Massimiliano Russano, 40enne già noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato perchè indiziato di ricettazione dagli agenti del commissariato di polizia Poggioreale e dagli agenti dell’ufficio di frontiera di Capodichino, nell’ambito di un servizio di appostamento effettuato a seguito di una serie di furti su auto parcheggiate all’interno dell’area esterna aeroporto napoletano. La polizia ha sequestrato in un deposito circa 300 impianti stereo, 10 navigatori, 2 pc e altro materiale sottratto dalle auto in sosta.

Furti in auto nel parcheggio dell'aeroporto di Capodichino

Il fermo è scaturito da un’attività investigativa svolta dai poliziotti dei due uffici, nata per contrastare il vasto ed odioso fenomeno dei furti nelle auto parcheggiate presso l’aeroporto cittadino. Il fenomeno, particolarmente sentito dai viaggiatori, aveva negli ultimi tempi destato particolare preoccupazione. Negli ultimi giorni i poliziotti hanno denunciato in stato di libertà diversi pregiudicati notati nell’area aeroportuale. L’attività d’indagine aveva comunque portato all’individuazione di una figura di ricettatore di riferimento per tutti. L’uomo era tra l’altro proprietario di un garage nel Rione Amicizia nel quale aveva allestito un vero e proprio supermercato di merce rubata. Una sistematica attività di appostamento ha però dato pronto riscontro alle risultanze investigative. I poliziotti sono riusciti ad individuare il garage in Via Cupa Pozzelle dove, avuta certezza della presenza di Russano all’interno, hanno fatto irruzione. Il quarantenne è stato colto di sorpresa ed ha inizialmente provato a fuggire dopodichè, vistosi in trappola, ha tentato di richiudere la serranda di accesso rifugiandosi all’interno.


08 marzo 2011

La Herling: «Su Croce, Saviano inventa storie»

Corriere del Mezzogiorno


La nipote del filosofo critica un capitolo di «Vieni via
con me» sulla ricostruzione del terremoto del 1883



Benedetto Croce
Benedetto Croce


di MARTA HERLING

Caro direttore,

in uno dei suoi monologhi televisivi ora raccolti nel volume Vieni via con me (Feltrinelli), Roberto Saviano afferma (Il terremoto a L'Aquila, p. 7): «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, a Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: "Offri centomila lire a chi ti salva". Benedetto sarà l’unico supersite della sua famiglia massacrata dal terremoto».

Da dove l’autore di Gomorra ha tratto la ricostruzione di quella tragedia? Dalla sua mente di profeta del passato e del futuro, di scrittore la cui celebrità meritata con la sua opera prima, è stata trascinata dall’onda mediatica e del mercato editoriale, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto, la narrazione degli eventi, e le fonti, i documenti che ne sono diretta testimonianza. 


Uno scrittore che vuole riscrivere quello che altri hanno scritto non con le sole parole ma con l’esperienza vissuta: dal terremoto di Casamicciola, ad Auschwitz, al gulag, alla Kolyma. Dove Saviano ha orecchiato la storia che racconta nell’incipit del suo monologo? Certo non dalla lettura del testo del suo protagonista principale poiché sopravvissuto, Benedetto Croce, testo che si è tramandato intatto senza una parola in più di commento o di spiegazione, nella nostra memoria famigliare e nelle biografie del filosofo, che lo riportano a illustrare quella pagina tragica della vita sua e dei suoi cari. Ora lo citiamo integralmente per il rispetto e la considerazione che abbiamo dei milioni di ascoltatori del Saviano in versione televisiva e dei lettori, della sua versione a stampa. E per la dignità del ricordo di chi quella tragedia ha vissuto e potuto testimoniare.


Nelle Memorie della mia vita (10 aprile 1902), Benedetto Croce scrive: «Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi.

Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi.

Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua. Mio padre, mia madre e mia sorella, furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poco o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente»
.
Non è necessario, né opportuno, sottoporre i due testi a un confronto per evidenziarne le discrepanze, che balzano agli occhi di chiunque li legga l’uno dopo l’altro. Fra tutti i particolari che riporta Saviano, e che non corrispondono alla testimonianza di Croce, uno colpisce: non solo perché inventato dallo scrittore (licenza inaccettabile quando si parla di fatti realmente accaduti), ma improponibile in sé. «

Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “ Offri centomila lire a chi ti salva”». Quel parlare nell’agonia, separati, soffocati e sepolti dalle macerie...; quella cifra inimmaginabile per l’anno 1883, perché non bisogna essere economisti per sapere che il valore della lira a quell’epoca impedisce di supporre una simile offerta dalla mente e soprattutto dalle tasche degli uomini di allora.

Forse Saviano ha orecchiato la testimonianza di un turista tedesco in vacanza a Casamicciola nel 1883, il quale in un libretto di recente pubblicato dichiara di aver ascoltato la voce di chi identifica con Benedetto Croce, dalle macerie, offrire una certa somma per essere liberato? Ma come può essere credibile nella foga del suo monologo? Perché nel messaggio che Saviano ci vuole comunicare e imporre, questo fa intendere: «mazzette» allora per i terremoti, «mazzette» oggi, la storia si ripete e soprattutto si perpetuano i grandi mali del nostro Mezzogiorno, mali atavici dai quali non può essere immune nessuno di noi, che abitiamo queste terre e abbiamo vissuto i loro terremoti — ultimi quelli dell’Irpinia del 1980 e dell’Abruzzo del 2009 — proprio perché non ne sarebbe stato immune, anche se inconsapevolmente per la necessità imposta dalla tragedia, uno dei loro più illustri figli. Caro Saviano, mi dispiace, c’è anche chi non offre e non riceve «le mance e le mazzette» : questa è mistificazione della storia e della memoria.

08 marzo 2011




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Napoli, ai Camaldoli la cappella di Nazareth devastata dalla fogna abusiva

Il Mattino

di Paolo Barbuto

NAPOLI - L’aggettivo per descrivere certe sensazioni non è stato ancora inventato: qual è la parola migliore per spiegare l’emozione di riscoprire affreschi del 1200 unita allo schifo per il fatto che quelle meraviglie sono immerse in tre metri di melma putrida di fronte a una fogna a cielo aperto?
Collina dei Camaldoli, lato che affaccia su Pianura, esattamente sotto al villaggio Nazareth che è un mondo a parte rispetto alla città. Scendendo (anche scivolando) lungo i viottoli scoscesi, inoltrandosi in mezzo a rovi che scavano nella carne anche attraverso i jeans, scalando colline di terra franosa ed erba alta si conquista l’accesso al monastero fondato cinquecento anni dopo la nascita di Cristo. Inoltrandosi attraverso le stanze antiche, dribblando i pavimenti crollati, superando la vegetazione che ha invaso ogni cosa si arriva al punto di non ritorno: la terra è franata e c’è un dirupo di venti metri, l’unica via d’uscita è «abbracciare» una colonna, cercare a tentoni con i piedi un punto d’appoggio dal lato opposto e lanciarsi (letteralmente) dentro l’ambiente successivo.

Lo sforzo, però, è pienamente ripagato. Per un paio di minuti, gli occhi abituati alla luce esterna percepiscono solo il buio. Poi dal buio lentamente appaiono gli antichi affreschi: benvenuti nella chiesa di San Giovanni Battista ai Camaldoli, l’antica cappella di Nazareth, fondata nel 445 dopo Cristo da San Gaudioso che fuggiva dall’Africa perseguitato da Genserico, re dei Vandali. Mai scelta fu più azzeccata. I Vandali di Genserico non riuscirono mai ad arrivare in questo luogo impervio e sperduto.


I vandali di oggi, invece, sono decisamente più organizzati; quel luogo viene lentamente e sistematicamente distrutto. E lo scempio avviene nel modo più umiliante: per mezzo di una fogna abusiva a cielo aperto che erode le mura e corrode gli affreschi. È un fango putrido che ne ha invaso l’interno riempiendolo fino a un’altezza di almeno tre metri rispetto a quella originaria.

Così, dopo che gli occhi hanno fraternizzato con il buio e la cappella si mostra nella sua interezza, il visitatore scopre di essere entrato attraverso una finestra ad arco che si trovava sopra al portone d’ingresso, e di avere i piedi poggiati su un cumulo di terra franata e liquami.
Non esiste più la stradina che conduceva alla cappella, non esiste più il portone d’accesso, e stavolta non si tratta di una metafora, le parole raccontano esattamente la situazione così com’è: davanti alla chiesa non c’è altro che un precipizio. Ogni cosa è franata giù, trascinata dal torrente di acqua di fogna che quando piove diventa impetuoso, inarrestabile. Invade, strappa, trascina via e non risparmia nemmeno i gioielli dell’arte e dell’architettura.

La situazione peggiora di giorno in giorno. Nelle due foto qui a destra vedete uno scatto del 1989 pubblicato in una ricerca dello studioso Fabio Maniscalco, confrontato a una immagine scattata ieri mattina: il Cristo in croce affrescato nel quindicesimo secolo è praticamente scomparso. L’umidità e il degrado lo hanno inesorabilmente cancellato dalle pareti scavate direttamente nel tufo dei Camaldoli.

Ai lati del Crocifisso i due affreschi contemporanei, un Battesimo di Cristo e i due santi Brunone e Romualdo, hanno subito una sorte addirittura peggiore. L’umidità ha intaccato lo stucco sul quale erano dipinti, brandelli di quelle antiche opere d’arte sono sparsi ovunque. Scoprire quel disastro e avere un tuffo al cuore è immediato.

Quasi del tutto cancellate anche le opere del 1200 realizzate dall’artista napoletano Marco Marte, poco noto (ingiustamente) precursore di Giotto e Cimabue: aveva dipinto scene della vita di Cristo alle spalle dell’altare, in una zona dove il fango s’è accanito con particolare violenza. Non c’è quasi più nulla, per osservare quel che resta bisogna scivolare lungo la collinetta di melma, e arrivare col naso vicino al muro. Il volto di Gesù si intravede appena. Sarà visibile ancora per poco. L’impresa fallita dai Vandali di Genserico è riuscita ai nuovi vandali del 2000.

Lunedì 07 Marzo 2011 - 21:03    Ultimo aggiornamento: Martedì 08 Marzo - 16:46

Ex marito ha bisogno di un rene, la moglie divorziata: «Glielo dono io»

Inchiesta P4, Italo Bocchino e il giallo delle foto a Napoli

Il Mattino


L’esponente di Fli: minacciato da D’Agostino
La replica: tutto falso, sono calunnie







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Moralismo sulle donne: Striscia smaschera Repubblica

di Francesco Maria Del Vigo



Striscia la notizia ha confezionato un documentario di venti minuti contro la mercificazione dell'immagine femminile. Nel mirino della corazzata di Antonio Ricci sono finiti i media di sinistra. Gli stessi giornali che danno lezioni di femminismo e poi spogliano le donne nelle loro prime pagine: Repubblica, Repubblica.it e l'Espresso



Sfruttamento del corpo femminile. Donne in tenuta adamitica, natiche coperte da perizomi millimetrici, seni nudi, cosce chilometriche mostrate in tutta la loro maestosità. E’ berluscolandia? No. Non solo, almeno. C’è una battaglia di cui nessuno parla, una crociata contro il perbenismo peloso che non fa clamore. Il guru di questa battaglia è l’uomo che creato il Gabibbo capitan ventosa: Antonio Ricci, un uomo non in odore di berlusconismo. La sua ultima fatica è un documentario che si chiama il Corpo delle donne 2 (GUARDA IL FILMATO), la versione al rovescio dell’opera di Lorella Zanardo, la sacerdotessa della sinistra femminista 2.0. Un filmato che è stato integralmente trasmesso da Matrix poche settimane fa. Chi ci sarà nel mirino di un prodotto che difende la dignità femminile? Berlusconi? Il bunga bunga? Qualche drago divoratore di fanciulle? Tenetevi saldi alle vostre sedie, è una novità: il gruppo editoriale l’Espresso. Si parla di loro. Sì, proprio di quelli che un numero sì e l’altro anche attaccano Berlusconi e i suoi amici di fare carne da macello di tutte le donne.
Venti minuti di radiografia dei media dell’intellighentia di sinistra. Quelli che hanno sempre ragione, quelli che sono il buon senso a prescindere da tutto: Repubblica, Repubblica.it e l’Espresso. La tesi del servizio è semplice: voi che accusate tutti di mercificare il corpo delle donne, voi siete i primi a sfruttarlo per i vostri interessi. Che non è una giustificazione, ma è come dire: da che pulpito viene la predica. Il documentario è una radiografia analitica dei media di De Benedetti: donne discinte che ammiccano il lettore-acquirente in posizioni da manuale di kamasutra, articoli chilometrici sull’ultimo trend di impianto di silicone al seno, fotogallery del miglior sorriso al botox di Hollywood e video pruriginoso del backstage del calendario di qualche velina.
Tutto fa vendere, ogni centimetro di carne femminile fa marketing. La stessa velina di cui, magari, nel commento della pagina prima si stigmatizza la frenesia di mettersi in mostra stivalata su qualche rotocalco. E’ sempre lo stesso Stivale, quello dei due pesi e delle due misure. Le veline vanno esibite al pubblico ludibrio della piazza, anche se per gli stessi intellettuali di sinistra il Drive in era un passo lungo nel cammino luminoso della lotta di liberazione dei costumi femminili (leggi l’articolo). Lo stesso Ricci che prima era un alfiere della modernizzazione del paese e della libertà di informazione (non si può dire che Striscia abbia mai riservato un trattamento di favore ai politici della maggioranza) e che collezionava premi di giornalismo per le cronache dissacrati ora diventa n pericoloso collaborazionista. Tutta colpa delle veline.
Oggi è tutto diverso, di mezzo ci sono Berlusconi e la politica, quindi ogni gamba si trasforma in una leva per scardinare l’esecutivo. L’ultima battaglia è questa che vede contrapposta l’armata di Antonio Ricci e la corazzata di Repubblica. I nipotini di Scalfari alzano il ditino contro il velinismo di Striscia la notizia che decide di fargli le pulci. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: il soft porno domina. Ma se è inserito in una cornice berlusconofoba va bene tutto… Oggi è l'8 marzo e va in scena il femminismo, cosa ci riserverà la prossima battaglia di Striscia?




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Sette anni per decidere un affido, ma i ragazzi ormai hanno vent'anni

Cina, un milione di dollari per un funerale

Corriere della sera


Muore la mamma di un imprenditore: otto limousine, maxischermi, 600 musicisti e altrettanti monaci

Celebrati nello stadio di una scuola nella provincia cinese orientale dello Zheijiang


(dal web)
(dal web)
SHANGHAI - Un imprenditore cinese ha speso quasi un milione di dollari per il funerale di sua madre. Lo riferisce la stampa cinese. Otto limousine ricoperte di fiori, altre auto di lusso per trasportare membri della famiglia, oltre 600 musicisti divisi in almeno 20 bande musicali e 16 cannoni dorati che hanno sparato a salve per salutare la salma, sono stati dispiegati dall'imprenditore nello stadio della scuola Xinhe Middle School di Wenling, nella provincia cinese orientale dello Zheijiang.
MAXISCHERMI - Il feretro è stato accompagnato da oltre 600 monaci, molti dei quali sono stati «noleggiati» dalle città e provincie vicine perchè non ce n'erano così tanti nella città. Il funerale è stato seguito da oltre 1000 tra familiari, amici, impiegati dell'azienda dell'imprenditore, conoscenti e semplici curiosi. Tutti coloro che non sono stati in grado di seguire il feretro da vicino, hanno potuto assistere al funerale guardando i maxischermi piazzati in tutto il terreno della scuola, intorno alla quale almeno 10.000 curiosi si sono avvicinati creando problemi di traffico.





(fonte: Ansa)

08 marzo 2011



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Gli affari d'oro di Bocchino e signora: noi paghiamo 9 milioni all'anno

Libero





Italo Bocchino, deputato di Futuro e Libertà e vice presidente del partito, sostiene di percepire uno stipendio annuo pari a 110mila euro. Uno cifra,  nella media per un parlamentare, ma che non dice tutto sulle entrate del braccio destro di Fini. Bocchino, essendo il marito della signora Gabriella Buontempo, proprietaria della casa di produzione Goodtime Enterprise, che lavora con la Rai, e azionista del quotidiano partenopeo Il Roma, percepisce dalla tv pubblica e dallo Stato un pacco di soldi. Fra tv e carta stampata il «montepremi» annuo si aggira sugli otto milioni di euro. Che pagano i contribuenti, trattandosi di finanziamento pubblico ai giornali e di produzioni televisive vendute alla tv pubblica.

GIORNALE IN CRISI
Partendo dal «figlio minore» dell’impero dei Bocchino, si scopre che il quotidiano partenopeo “Il Roma” - venti giornalisti che non ricevono lo stipendio da due mesi - arriva in edicola grazie al finanziamento pubblico. Nel 2009 i soldi stanziati dal Dipartimento per l’editoria della presidenza del Consiglio sono stati due milioni e 500mila euro, a fronte di un costo del personale stimato attorno ai due milioni di euro. Il mancato incasso della suddetta cifra, come ha denunciato lo stesso Bocchino, sarebbe la causa del ritardato pagamento degli stipendi ai redattori del Roma. Per il deputato finiano poi, il congelamento dei fondi destinati al giornale di famiglia, altro non sarebbe che «una manovra politica». Accusa respinta da Palazzo Chigi, che in una nota nega il «blocco dei contributi» e ribadisce la «dovuta osservanza delle indicazioni dell’Agcom», visto che «non vi è alcuno spazio di discrezionalità» per il Dipartimento.

Già nel 2008 i fondi furono sbloccati dopo una lunga battaglia combattuta a suon di carte bollate. Il quotidiano partenopeo riceve i soldi dallo Stato già da diversi anni, con cifre variabili, ma sufficienti per garantire la confezione del prodotto.
Per l’anno in corso la società che edita il giornale, considerato il rischio connesso ai tagli per l’editoria, ha deciso di far ricorso ai cosiddetti «contratti di solidarietà», che comportano un taglio del 30% degli stipendi, ridotto al 5% grazie al contributo delll’Inpgi.  La famiglia Bocchino, almeno a quanto vanno sostenendo a Napoli gli addetti ai lavori, vorrebbe disfarsi del giornale, non a caso la cooperativa che edita la testata ha chiuso il 2010 con un buco di oltre 300mila euro, azzerato dai soci. Lo stesso gruppo di “volenterosi” ha trovato anche i soldi per chiudere i contenziosi aperti,  circa 80 mila euro, proprio per rendere appetibile la testata. Per ora, però, Bocchino e signora continuano a sperare nei soldi dello stato per risolvere i propri guai.

Decisamente più fluido il rapporto con la Rai. La società della moglie di Bocchino figura fra le aziende che, da tempo, forniscono i propri prodotti alla tv pubblica. L’ultimo “articolo” piazzato a viale Mazzini è una fiction dal valore di sei milioni di euro,  andata in onda fra gennaio e febbraio. Accolti discreti per le sei puntate, interpretate fra gli altri da Ricky Memphis, ma che non hanno certo cambiato le sorti della tv pubblica.  Nelle stagioni precedenti la società della signora Bocchino ha venduto alla Rai varie mini serie televisive, incassando diversi milioni di euro. Ma se la fiction di famiglia viaggia a gonfie vele, nonostante le battaglie affrontate in consiglio di amministrazione della Rai per spuntarla sulle altre case di produzione, in particolare quella di Luca Barbareschi, a battere in testa sono i programmi televisivi, come ha denunciato a La7 lo stesso Bocchino.

MAMMA RAI

«Per la prima volta in 50 anni i telespettatori della Rai», ha affermato il deputato di Fli, intervenendo a in Onda su La7, «non hanno visto Pippo Baudo in Rai.  Mia moglie fa il produttore cinematografico dal 1993, un anno prima di conoscermi. Il contratto che era stato fatto per il programma di Baudo è stato revocato. La ragione è che il produttore di Pippo nel 2010 era mia moglie per contratto». Le cose non stanno esattamente così. Lo  show ideato da Baudo era una cosa a metà tra la fiction e l’intrattenimento e doveva raccontare in quattro puntate di prima serata i grandi fatti della cronaca (dagli amori ai gialli) attraverso delle docufiction. Il programma avrebbe avuto un costo di circa 800mila euro a serata, tanto che la Rai  aveva scelto di produrre internamente lo show (visto che l’azienda è assolutamente in grado di farlo). Alla fine il programma è saltato e Pippo Baudo, dal prossimo mercoledì, torna in prima  serata con Bruno Vespa per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia. Senza Bocchino.


di Enrico Paoli
08/03/2011




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Tra codici e manoscritti spunta il testamento di San Carlo Borromeo






Si apre l’appuntamento più importante per i collezionisti. La Biblioteca di via Senato acquisirà il "Fondo Strehler"



 

Pergamene, codici miniati, raf­finate incisioni, mappe e incuna­boli, ma soprattutto rare edizioni di classici, preziosi testi scientifici e di medicina, perfino trattati di esoterismo e atlanti illustrati del ‘500-‘600. Sono alcuni dei «tesori» che si potranno ammirare alla 22˚ edizione della Mostra del Libro An­tico, la prestigiosa fiera internazio­nale di bibliofilia promossa e orga­nizzata dalla Biblioteca di Via Se­nato presieduta da Marcello del­­l’Utri, in programma dall’11 al 13 marzo al Palazzo della Permanen­te ( via Turati 34, dalle 11 alle 19, tel. 2 -21023079). L’appuntamento, che ogni anno supera i diecimila visitatori da tutto il mondo tra col­lezionisti, antiquari e appassiona­ti, è stato annunciato ieri dal sena­tore Dell’Utri insieme al presiden­te Mediaset Fedele Confalonieri.

La presentazione è stata anche l’occasione per annunciare l’im­minente acquisizione, da parte della Biblioteca, del prezioso Fon­do «Giorgio Strehler», contenente manoscritti, documenti ufficiali, sceneggiature e filmati del grande regista e fondatore del Piccolo di Milano. Tornando alla mostra, quest’anno accanto alle rarità sele­zionate dalle migliori librerie anti­quarie italiane e internazionali ( ol­tre sessanta sono gli espositori, di cui un terzo stranieri), la Bibliote­ca di via Senato espone una selezio­ne di propri manoscritti e autogra­fi, alcuni dei quali inediti, come il carteggio di Vincenzo Mortillaro, i documenti dei fondi Mario De Mi­cheli e dell’editore Sommaruga o il prezioso testamento spirituale di Carlo Borromeo (un Libro d’Ore su pergamena con firma autogra­fa), ai quali si aggiungono le carte provenienti dall’archivio Malapar­te e le controverse agende di Mus­solini, in corso di pubblicazione da Bompiani.

Quanto alle altre «meraviglie» in mostra, c’è solo l’imbarazzo della scelta: si va dalla rarissima edizione originale di La Guerre. Une poésie di Ungaretti, una delle 80 copie firmate dall’au­tore, stampata a Parigi nel 1919 e presentata da Il Polifilo, al pamph­le­t di Ezra Pound Oro e lavoro pub­blicato a Rapallo nel 1944 e propo­sto da Carattere, fino a La Gerusa­lemme liberata di Torquato Tasso di Goriziana, del 1745, con le figu­re di Gian Battista Piazzetta. Per ar­rivare alle venticinque poesie di Tristan Tzara “Dada”del 1918,con dieci illustrazioni originali di Hans Arp (Antiquariat Hans Lindner), o alla prima edizione di 44 esempla­ri numerati di Los Versos del Capi­tan di Pablo Neruda, dedicati al­l’­amante Matilde e pubblicati ano­nimi a Napoli nel 1952 per non feri­re la moglie Delia del Carril (Stu­dio Bibliografico Marini).

Numerosi i testi scientifici (co­me l’editio princeps di Galilei, Gali­leo. Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari del 1613, offerta da Bado e Mart Antiquariato; o il Trattato della sfera , sempre di Gali­leo, pubblicato postumo nel 1656 ed esposto da Lex Antigua) e le in­cursioni nell’esoterismo, nella reli­gione e nella geografia: dal ra­ro esemplare completo del primo atlante dedicato alle cit­tà­d’Italia di Francesco Bertel­li, del 1629 (Libraire Ancien­ne des Trois Islets) a La geogra­fia di Claudio Ptolemeo Ales­sandrino del 1547, considera­to il primissimo libro illustra­to del nuovo mondo ( Alessan­dro Meda Riquier), fino al raf­finato Isolario, nel qual si ra­giona di tutte l’Isole del Mon­do dell’artista e miniatore Be­nedetto Bordone ( 1534), espo­sto da Panini, con splendide map­pe del nuovo mondo. Non manca­no le curiosità, come l’edizione francese del 1925 del volume Ri­tratto di Luisa Baccara ((Il Pensa­toio), reso unico dalla dedica auto­­grafa, del febbraio 1926,dell’aman­te e compagno Gabriele D’Annun­zio: A Rosafosca eufonica e nottur­na, il suo Gabriele



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Inedito: la vera storia di Fiume D'Annunzio scrisse a Benito





Il Vate contava sulle "squadre" fasciste del futuro Duce. Che non credeva nel successo. Salvo appropriarsene... 

La lettera: "Caro Benito, parto confidando nel tuo appoggio"




 
Il carteggio fra Gabriele d’Annunzio e Benito Mussolini venne pubblicato nel 1971, da Mondadori, con il titolo D’Annunzio, Mussolini e la politica italiana 1919-1938. Nonostante l’autorevolezza dei curatori, Renzo De Felice e Emilio Mariano, è un’opera ormai introvabile e bisognosa di aggiornamenti storiografici: anche per il nuovo materiale - documentario e fotografico - acquisito negli anni.
L’ultimo documento è arrivato al Vittoriale degli Italiani ieri, inatteso, durante la cerimonia per il 73° anniversario della morte del poeta. Una giornata di festa, con la piantumazione di venti cipressi, per sostituirne altrettanti caduti dalla morte di d’Annunzio a oggi e che miglioreranno la posizione del Vittoriale nella classifica dei dieci più bei parchi d’Italia. Poi la donazione da parte del maestro Ettore Greco di una potentissimo bronzo raffigurante, a grandezza naturale, un San Sebastiano, perché quest’anno ricorre il centenario del Martyre de Saint Sébastien scritto da d’Annunzio, musicato da Debussy e interpretato da Ida Rubinstein. P
oi l’innalzamento delle bandiere di Pescara, città natale, e di Gardone Riviera - in omaggio ai Gemellaggi Dannunziani, che comprendono già 39 luoghi - alla presenza dei sindaci Luigi Albore Mascia e Andrea Cipani. Infine - ma trascuro molti altri eventi - l’ormai tradizionale donazione di nuovi documenti: la famiglia Cosimi ha depositato quelli del capitano (poi generale) Mario Sani, uno dei principali collaboratori del Comandante d'Annunzio; il collezionista e studioso luganese Giovanni Maria Staffieri, generoso sostenitore del Vittoriale, ha fornito un carteggio fra il poeta e la pittrice Romaine Brooks. Ma Staffieri aveva anche una sorpresa, per me, per amicizia. «La conosci questa?», mi ha chiesto, sornione, all’ultimo momento. E mi ha messo in mano dei fogli con l’inconfondibile calligrafia, su carta con motto «Per non dormire».

È una lettera scritta a Mussolini il 7 settembre 1919, cinque giorni prima della presa di Fiume. Finora si credeva che l’annuncio fosse stato dato al duce del fascismo nascente l’11 settembre, («Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi»). Il nuovo documento, di eccezionale bellezza nella sonorità della lingua, dimostra che i legami fra i due erano più stretti e assidui di quanto si pensasse, e che d’Annunzio sperava davvero nell'aiuto di Mussolini e delle sue squadre in via di formazione, oltre che sul suo appoggio giornalistico: «Confido nel vostro appoggio e sostegno fra coloro che, vili, temeranno questa mano armata. La Storia serberà allori per coloro che avranno operato per il glorioso epilogo. Viva l’Italia!».
In realtà Mussolini non credeva che l’impresa sarebbe riuscita, e si limitò a un sostegno formale, tanto che già il 20 settembre il vate gli scrisse una lettera piena di insulti che il duce ebbe la sfrontatezza di pubblicare, censurata e rimontata, facendola passare per una lettera di lodi. Poi si limitò a promuovere una sottoscrizione per Fiume che fruttò quasi tre milioni di lire. In ottobre consegnò a d’Annunzio, di persona, le prime 857.842 lire, e non si è mai saputo quanto abbia versato del resto; sospettato di essersi tenuto gran parte del denaro per finanziare il fascismo, ottenne una dichiarazione pubblica nella quale il Comandante riconosceva di averlo autorizzato a trattenere una cifra imprecisata per i suoi «combattenti»: i quali, a Fiume, erano una minoranza.

Per troppi anni, fino ai più recenti, si è considerata l’impresa fiumana soltanto come un episodio di acceso nazionalismo, o addirittura la culla del fascismo. In realtà Fiume fu anzitutto uno straordinario, avanzatissimo, esperimento libertario, a partire dalla Costituzione scritta dal poeta e dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris. Anche per questo Mussolini - che stava preparando l'alleanza con i poteri forti, monarchia, Chiesa, esercito, proprietari - non vi credette, e lasciò senza intervenire che nel 1920 Giolitti ordinasse il «Natale fiumano di sangue», facendo attaccare la città dall’esercito.

Nei primi giorni del 1921 cominciò la lenta evacuazione dei militi dannunziani. Il Comandante si trattenne fino al 18 gennaio, in uno stato di scoramento ma anche di orgoglio. Ciò che aveva creato sarebbe rimasto nella storia. «Nudi alla meta», aveva detto d’Annunzio in una delle sue innumerevoli arringhe, aggiungendo che «Chi s’arresta è perduto» e intimando di «Marciare non marcire»: slogan che ricompariranno presto sui muri delle case durante un ventennio del quale il poeta era stato un inconsapevole precursore, insegnando che era possibile ribellarsi allo Stato anche con le armi e a considerare il Capo un demiurgo capace di cambiate la vita di tutti, oltre che la patria.
Mussolini imparò, dalla lezione di Fiume, che era possibile mettere in crisi la classe dirigente liberale facendo ricorso alla retorica del patriottismo, mentre Vittorio Emanuele III dovette rendersi conto di non poter contare sulla totale fedeltà dell’esercito, constatazione che ebbe un peso rilevante nei giorni della marcia su Roma. Come ha scritto Emilio Gentile, l’ideologia realistica di Mussolini «era assolutamente estranea al fervore morale, allo spirito libertario ed autonomista (…) e al confuso ma sincero ribollimento di propositi rivoluzionari dell’ambiente fiumano». Dal fiumanesimo i fascisti presero solo l’apparato esteriore, aggiungendovi il manganello e l’olio di ricino. E mai si sarebbe sentito, durante il regime, il saluto finale che d’Annunzio lanciò dal balcone del municipio: «Viva l’Amore! Alalà!».
Per paradosso sarà proprio Mussolini a annettere Fiume all’Italia, nel 1924, con il Trattato di Rapallo. Ma il risultato non sarebbe stato possibile senza l’impresa di d'Annunzio. Che, giustamente, nella lettera pubblicata qui per la prima volta, conclude: «Finalmente la nuova impresa suggellerà la fine della splendida saga dei Mille, aggiungendo eroi ad eroi».

Giordano Bruno Guerri
Presidente del Vittoriale degli Italiani





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Le università pagate dai dittatori





La prestigiosa London School of Economics era foraggiata da Gheddafi. Ma non è un caso isolato. Gli atenei britannici diffondono un multiculturalismo in salsa islamica e molto anti-occidentale



 
I l fatto che i pesanti tagli ai fondi di dotazione ordinaria conferiti dallo stato mettano in serie difficoltà economiche le università italiane è un segnale assai positivo circa la loro condizione etica. Non è una battuta di cattivo gusto. Dal 2006 i governi britannici non hanno fatto altro che tagliare i fondi pubblici delle università, eppure queste non hanno mostrato alcun segno di difficoltà, al contrario. Difatti, secondo recenti stime, in una decina di anni su di esse sarebbero piovuti quasi 250 milioni di sterline tutti provenienti da governi dittatoriali, o quantomeno assai poco democratici, del mondo islamico.

Il fatto che mezza Europa, e diciamo pure mezzo Occidente, sia stato comprato da quei governi, è una voce che circola da tempo tra scrollate di spalle. La crisi libica sta rendendo più difficili le scrollate, ora che viene fuori che quasi tutte le principali imprese occidentali - Chevron, Honeywell, Pfizer, Glaxo, Shell, Vodafone, Alcatel, Bnp-Paribas, Unicredit, Siemens, e via elencando - hanno pesanti partecipazioni libiche; figuriamoci quale sarà il panorama completo delle partecipazioni di altri paesi non propriamente democratici. I condizionamenti politici ed economici determinati da tali partecipazioni sono materia da approfondire. Di certo, sarà sempre più difficile deridere come una fantasia da film di James Bond la formula «Eurabia» coniata da Bat Ye’or; casomai si tratterà di vedere se, tra non molto, bisognerà parlare di «Usabia».

Di certo, lo scandalo della London School of Economics (LSE), che rischia di estendersi ad altre università inglesi, getta una luce sinistra sulle finalità di queste «donazioni» e sui condizionamenti ideologici e politici che esse hanno prodotto. Non si tratta tanto del fatto che la celebre LSE abbia regalato un diploma di dottorato per una tesi copiata a uno dei figli di Gheddafi dopo la donazione di un milione e mezzo di sterline; e neppure soltanto del fatto, ancor più grave, di aver accettato più di due milioni di sterline per formare 400 funzionari del regime libico. Si tratta di capire fino a che punto l’università abbia accettato quattrini da molti altri governi tirannici e corrotti, in considerazione di atti sospetti come l’intitolazione di un teatro della LSE all’ex presidente degli Emirati arabi uniti.

Da questo punto di vista, le dimissioni del direttore della LSE, Howard Davies, per la vicenda del figlio di Gheddafi, potrebbe essere un modo per concentrare l’attenzione su un episodio minore rispetto allo scandalo molto più vasto di aver svenduto una parte consistente del patrimonio universitario britannico a forze che predicano l’odio contro l’Occidente e in particolare contro Israele. Fino a che livello si siano spinti questa svendita e l'inquinamento ideologico è il punto da verificare. Di certo, quei quattrini non sono stati regalati in cambio di niente, visto il proliferare di centri islamici dediti a campagne di odio e il fatto che le università inglesi sono diventate i centri mondiali più attivi in quella oscena iniziativa che è il boicottaggio scientifico di Israele - qualcosa che non si è mai visto, neppure ai tempi dello stalinismo - quando, piuttosto si sosteneva giustamente che l’intensificazione dei legami scientifici e culturali è uno dei mezzi più efficaci per esportare la democrazia.

Oggi tutto il panorama andrebbe esplorato a fondo per capire fino a che punto il fiume di denaro giunto dagli ambienti del fondamentalismo islamico o dei regimi tirannici sia servito a creare centri di «studio», in particolare sul terzo mondo, sull’islam, sul Medio oriente, e sui «diritti umani», visti secondo l’ottica di quel politicamente corretto che ha trovato normale che la Commissione per il diritti umani dell’Onu fosse egemonizzata da paesi come la Libia, il Sudan e l’Iran. Oggi Gheddafi è diventato il reietto internazionale, ma ieri nessuno si scandalizzava per la presenza libica in quella commissione e, ancor oggi, poche voci in occidente si pronunciano sui delitti del regime iraniano; mentre il nuovo ministro degli interni francese ha mostrato la sua carta da visita intessendo le lodi della «moderazione» dei Fratelli Musulmani. È da anni che si constata che il sistema accademico britannico è la punta di lancia di un politicamente corretto suicida. Ora sappiamo che dietro quella ideologia diffusa e quelle campagne c’è stato un fiume di denaro e l’unica speranza è che la botola che si è scoperchiata non venga richiusa.

Oggi è il prestigio della LSE a essere crollato in modo drammatico e il confronto con i tempi in cui da essa uscirono 16 premi Nobel e personalità del livello di Karl Popper è impietoso. Sotto questo profilo conviene spendere qualche parola sulla credibilità delle classifiche internazionali che collocano le università inglesi nelle prime posizioni a livello mondiale. Per esempio, nell’accreditato QS World University Ranking del 2010, quattro università inglesi si trovano ai primi dieci posti e, sebbene la LSE figuri all’ottantesimo nella classifica generale, essa occupa il quarto posto, dopo Harvard, Oxford e Cambridge nella classifica delle università specializzate in scienze umane e sociali. È una posizione assai poco credibile per un’università che regala al figlio di un dittatore un dottorato per una tesi copiata in cambio di denaro, si acconcia ad addestrare funzionari di uno stato dittatoriale, mentre il suo direttore accetta l’incarico di consulente finanziario di quel governo e un suo teatro viene intitolato a un satrapo. In una recente intervista, l’ingegner Roger Abravanel, fautore delle valutazioni «oggettive» e autore del progetto «merito e qualità» per il nostro ministero dell’istruzione, ha affermato che le università israeliane sono eccellenti, ma di essere molto «irritato» nei confronti degli israeliani «perché sono pessimi nel marketing», il che ha come conseguenza che le loro università non siano menzionate fra le migliori del mondo.

Singolare contraddizione. Se le valutazioni sono «oggettive» le università israeliane stanno bene dove stanno e nessun marketing dovrebbe influenzare la loro posizione in classifica. Se invece è una questione di marketing - ovvero di sapersi vendere - allora non c’è da stupirsi che, con l’antisionismo in circolazione, le università israeliane siano svalutate e quelle inglesi spicchino in vetta. Ma se è una questione di sapersi vendere - come sospettiamo e conferma la vicenda di LSE e delle università britanniche - allora sono queste valutazioni «oggettive» che meritano di finire nel cestino della carta straccia.



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Tina, la bionda tedesca tra i migranti «In fuga da mio marito con mia figlia»

Corriere della sera


Scappata da Djerba, poi la traversata in condizioni precarie: «Era violento e voleva strapparmi la bimba»

dal nostro inviato  Felice Cavallaro


LAMPEDUSA - C’era pure una bellissima tedesca alta e bionda, quarant’anni, una bimba di 9 anni in braccio, fra i mille tunisini sbarcati l’altra notte a Lampedusa. Una sorpresa che richiama quella della scorsa settimana, quando, confusi fra i clandestini a bordo di un natante, furono trovati due giornalisti tedeschi impegnati in un racconto televisivo sui viaggi della speranza. Stavolta la protagonista, Tina Rothkamm, stanca, impaurita e infreddolita dopo 24 ore di traversata, è una insegnante di Dusseldorf volata nell’isola di Djerba per riprendersi la figlia, Amira Jasmine, e adesso in fuga dal marito tunisino, dopo un divorzio e una contrastata causa giudiziaria. Una storia familiare con mille attriti scattati già da diversi anni.

STORIA - «Un amore finito», come ha detto agli uomini del questore Girolamo Di Fazio, entrati in contatto con l’ambasciata tedesca a Roma per le verifiche. «Controllate pure tutto, ma la verità è che io fuggo da un marito violento che voleva togliermi per sempre mia figlia. E invece sono io che me la porto al mio Paese...», insisteva in mattinata con i funzionari del capo della Mobile Alfonso Iadevaia, tenendo per mano la bimba, a sua volta confortata dai volontari di «Save the children», finora abituati a coccolare piccoli nordafricani.

E lei, occhi grandi, sperduti, allarmati, s’è rasserenata nel pomeriggio quando, dopo la doccia e dopo una buona dormita, ha anche trovato dei giocattoli. Cosciente dei propri diritti, quando l’hanno trasferita con tutti i clandestini al Centro accoglienza Tina Rothkamm ha chiesto di essere rilasciata: «Io semmai vado in albergo, essendo una cittadina tedesca». Ha invocato un contatto immediato con l’ambasciata e in serata ha ottenuto il consenso per trascorrere la notte in un albergo con la sua bimba. Come una turista. Arrivata però con un sistema mai collaudato prima.

DIRITTI - «Avevo provato mille volte a partire dalla Tunisia con la mia piccolina, ma era impossibile prendere un aereo», spiega. «Perché, dopo il divorzio, nonostante un provvedimento di affidamento a mio favore, il mio ex marito, un medico molto influente, con amicizie in dogana e in polizia, forte delle consuetudini e dei costumi tunisini, ha cercato di far prevalere la sua arroganza, togliendomi la bambina...». Di qui la ricerca di una via di fuga. Un piano messo a punto da oltre un mese, come dice lei: «Pensavo di andare in Libia e partire da lì per mare o in aereo. Poi i disastri della rivolta, i rischi accresciuti... Beh, l’unica via di fuga restava quella dei ragazzini tunisini che scappano dalla loro terra, anche perché mi avevano bloccato in aeroporto...». E si è accodata sabato notte a un gruppo di giovani raccolti sulla spiaggia di Djerba, pagando i suoi mille euro, biglietto di sola andata.

07 marzo 2011




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Una scossa sull'8 marzo: "A sinistra donne elette grazie a favori sessuali"






L’accusa della deputata Pdl Rizzoli: "Non escludo che alcune si siano concesse ai loro capi. Èora di abolire questa festa"



 
Roma Nessun nome né casi spe­­cifici, ma «le voci ci sono» e ri­schiano di rovinare l’otto mar­zo più manicheo della storia re­pubblicana. Lo schema che vuole l’altra metà del cielo divi­sa a sua volta in due quarti, uno virtuoso e meritevole (le donne di sinistra) e l’altro corruttibile e amorale (quelle di centrode­stra), non è aderente alla realtà, neppure a quella del Parlamen­to. Perché se ci sono elette (o eletti) per meriti non politici si possono trovare anche a sini­stra. A rompere il ta­bù è stata Melania Rizzoli, medico, par­lamentare del Pdl e membro della Com­missione Affari So­ciali. Rispondendo a una domanda di Klaus Davi non ha escluso che ci possa­n­o essere parlamen­tari della sinistra elette dopo essersi concesse sessual­mente ai capi di par­tito.

Ci sono «depu­tate e deputati - ha spiegato - che non hanno un curri­culum politico che giustifichi la loro presenza in Parla­mento. Ci sono evi­dentemente altri motivi». La princi­pale accusa che le opposizioni rivolgano al centro­­destra, insomma, si potrebbe ri­baltare e applicare al centrosi­nistra. Come se non bastasse, a Klau­scondicio , Rizzoli ha preso di mira anche la festa della don­na. «L’8 marzo andrebbe aboli­to e cancellato dal calendario come festa delle donne. Una commemorazione che io perso­nalmente non ho mai fe­steggia­to perché frutto di una distinzio­ne di genere. È una festa supera­ta, istituita nel 1908 in seguito all’incendio che colpì una fabbrica di camicie dove lavoravano nume­rose donne. Fu proclamata per re­golamentare e migliorare il lavoro femminile. Oggi non ha più senso, rappresenta una forma discrimina­zio­ne e pone una distanza tra uomi­ni e donne. È una commemorazio­ne inutile, che non aiuta a migliora­re la condizione del lavoro femmi­nile.

Se ci deve essere una festa del­la donna, allora si istituisca anche una festa dell’uomo». Tesi che, in linea di principio, non contraddice nessuna rivendi­cazione femminista, ma tocca un simbolo difficile da mettere in di­scussione. Una data sul­la quale, quest’anno, la sinistra punta molto e in­tende trasformare in un’occasione di lotta contro il governo. In agenda c’è la consegna delle firme Pd contro Sil­vio Berlusconi e i cortei separati a causa della presenza delle donne di Fli, non gradita a tutte le militanti rosa. Altro che abolizione. Per Barbara Pollastrini, deputata Pd ed ex mini­stro, l’otto marzo do­vrebbe diventare «un giorno festivo vero». Le donne sono «le più pena­­lizzate nel lavoro, nelle carriere, nella scelta di maternità, nel carico di impegni». Poi «questa volta», sottolinea Polla­strini, «c’è una ragione in più per festeggiare: siamo in tantissime a rialzare la testa e a battagliare, so­no mimose di lotta».

Insomma la festa non può che avere il marchio di «Se non ora quando», la manife­stazione della sinistra contro il go­verno. E poco importa se questa co­l­oritura terrà fuori almeno i due ter­zi del genere femminile. Importa ancora meno che in Parlamento le voci sulle candidature per meriti di letto lambiscano anche la sinistra. Le appartenenze politiche, in que­sto otto marzo, pesano più dei legit­timi interessi di genere.




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Venetista trattenuto dai carabinieri perché mostra la patente veneta

Corriere di Padova




Gabriele De Pieri, di Loreggia, fermato in auto da una pattuglia a Campodarsego per un normale controllo dopo un sorpasso. Si dichiara "presidente dello Stato di Padova della Repubblica Veneta" e resta quattro ore in caserma. "Non sono italiano, e loro non hanno sovranità sul territorio veneto". In suo soccorso il "presidente dello Stato di Treviso"


di Giusy Andreoli



CAMPODARSEGO. Incidente "diplomatico" ieri pomeriggio a Campodarsego: i carabinieri si sono permessi di fermare Gabriele De Pieri, presidente dello "Stato di Padova della Repubblica Veneta", e persino di trattenerlo quattro ore in caserma prima di lasciarlo andare con una sfilza di verbali di multa.

E' lo stesso De Pieri a raccontare quello che gli è capitato. «Erano le 15.30 e stavo tornando a Loreggia - racconta irritato - lungo la regionale del Santo. Ero fermo al semaforo di Campodarsego. Dietro è arrivata un'auto dei carabinieri". Al verde è ripartito. Ma, trovandosi davanti un veicolo lento, dopo un paio di chilometro l'ha sorpassato.

"La linea di mezzeria era tratteggiata, quindi ho sorpassato in modo regolare", assicura l'autonominato "presidente dello Stato di Padova". Per i carabinieri, evidentemente, così non era. Tant'è che hanno lampeggiato e hanno tirato fuori la paletta intimandogli di accostare.

De Pieri si è fermato all'altezza della trattoria Quaglia, a San Giorgio delle Pertiche. Patente e libretto. "Ho mostrato il libretto e, in anteprima, la nuova patente veneta. Me l'hanno contestata: non è valida. Questo lo dice lei, ho replicato, a casa mia, nel Veneto, è validissima. Ho tentato di spiegare a quei signori che non sono italiano, che loro non hanno sovranità sul territorio veneto. Ma loro niente, non è valida, ci segua in caserma. Ero solo e non avevo testimoni. E visto ciò che è successo a Cucchi, ho detto: gente, non vi seguo, ho bisogno di tutela, sono presidente dello Stato di Padova. E ho chiamato il presidente dello Stato di Treviso, Daniele Quaglia, e anche la Finanza che mi mandasse una pattuglia".

Ma i finanzieri hanno risposto che non si occupano di questi episodi e di chiamare la polizia. "E il 113 mi ha detto di rivolgermi ai testimoni di Geova, che non si occupano delle cose dei carabinieri perché sono una forza di polizia militare. E' incredibile che certe persone, stipendiate da noi, agiscano così. Mi domando in quale paese che si definisce civile una forza militare interferisce con la popolazione civile".

De Pieri è stato fermato. "Mi hanno portato in caserma contro la mia volontà, io non avevo fatto niente di male - afferma - non ero ubriaco. Ho dichiarato di essere cittadino veneto, titolare di sovranità originaria e in virtù di questo fatto non riconosco l'amministrazione né l'autorità italiana sul territorio veneto. In caserma mi hanno spento e ritirato il cellulare, palese violazione dei diritti umani, e mi sono stati sequestrati patente e carta d'identità veneta. Ora sono senza documenti, sono mister X".

Il racconto di De Pieri continua, dettagliato: "Quando è arrivato Quaglia è stato costretto ad aspettare nella guardiola. Mi sono trovato da solo con tre carabinieri che mi facevano pressioni psicologiche. Devi firmare, senno ti si aprono le porte del carcere, continuavano a ripetermi. Io non ho firmato niente. Poi mi hanno lasciato andare con una sfilza di verbali in lingua italiana che non so leggere, mentre li avevo chiesti esplicitamente in lingua veneta. Ma ora mi rivolgo alla Corte europea dei diritti umani».

De Pieri non aveva con sé la patente, quella vera, che per lui è invece falsa: l'aveva lasciata a casa. Così sono scattate le sanzioni.



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Un 8 marzo di violenza: prof abusa di ragazzina Infermiere violenta paziente sotto sedativi

Quotidiano.net


Si moltiplicano i casi di violenza e sopraffazione a danno delle donne. L'insegnante ha approfittato di una 'cotta' della studentessa, l'infermiere è entrato in azione mentre la vittima era anestetizzata


Roma, 8 marzo 2011 



Una festa della donna funestata dalle violenze sessuali: dopo i casi della soldatessa che ieri ha denunciato molestie sessuali da parte di tre superiori e quello della ragazzina di appena 12 anni fatta oggetto di un pesante tentativo di violenza sessuale, altri due casi di donne violate o molestate da uomini: il primo alle porte di Roma, dove è stato arrestato un insegnante che molestava un'alunna, e il secondo a Viterbo, dove un infermiere ha approfittato di una paziente ancora sotto anestesia.

IL PROF ORCO - Molestie sessuali dopo un approccio via Facebook. A Colleferro i carabinieri hanno arrestato un insegnante di 40 anni della capitale, docente presso un istituto superiore del posto, accusato di aver molestato una sua alunna. A denunciare le attenzioni sessuali del professore è stata la stessa vittima, lo scorso gennaio, confidandosi con alcuni insegnanti e con la consulente psicologa della scuola.
I primi approcci erano iniziati negli ultimi mesi dello scorso anno scolastico, tramite Facebook. L`alunna, minorenne, si era presa una cotta, tanto da accettare con lui un incontro serale in macchina, nel corso del quale il docente l`avrebbe molestata.

Secondo i carabinieri l’insegnante avrebbe tentato approcci tramite la chat di Facebook anche con altre alunne.
Il Tribunale di Velletri, considerata la gravità della vicenda e il pericolo di reiterazione del reato, visto il contatto quotidiano con giovani di età tra i 14 e i 16 anni, ha emesso un`ordinanza di custodia cautelare che i carabinieri hanno notificato all`insegnante presso la sua abitazione di Roma, dove dovrà rimanere agli arresti domiciliari a disposizione dell`autorità giudiziaria.

INFERMIERE DA CHOC - Un infermiere di 57 anni è stato arrestato dalla polizia a Viterbo per aver abusato in ospedale di una paziente di circa 40 anni mentre era sotto effetto di sedativi. L’uomo, italiano, è stato arrestato in seguito alla denuncia della donna al termine delle indagini della Squadra Mobile.
L’operatore sanitario ha abusato della donna all’interno di una saletta dove la paziente era stata portata in attesa che si risvegliasse dagli effetti di un farmaco anestetizzante.
La paziente si è svegliata mentre subiva la violenza ed è riuscita ad allontanare il suo aggressore. Grazie agli accertamenti della polizia, al racconto della donna e alle testimonianze raccolte, gli agenti della Squadra Mobile hanno arrestato l’infermiere.







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Il Roma nei guai: giornalisti senza lo stipendio Bocchino all'attacco, Palazzo Chigi: noi estranei






Bocchino ce l'ha con tutti, ma da mesi il quotidiano non paga gli stipendi dei giornalisti. Il falco del Fli aveva accusato l'esecutivo di penalizzare il Roma perché antiberlusconiano. Ma Palazzo Chigi smentisce: "Il governo è estraneo"



 

Roma - A sentire Bocchino, do­menica sera a In Onda su La7 più che mai scatenato contro il direttore del Giornale Alessan­dro Sallusti, il quotidiano parte­nopeo Il Roma sarebbe nel miri­no di palazzo Chigi perché vo­ce antiberlusconiana. Il caso è stato sollevato perché il brac­cio destro di Fini, come un di­sco rotto, ha preteso per buona parte della puntata che Sallusti rivelasse l’ammontare del suo stipendio. «Tanto - ha risposto Sallusti -

Ma Bocchino si preoc­cupi invece dei salari dei gior­nalisti del Roma, da mesi senza paga». Già, perché la situazio­n­e del giornale vicino ai Bocchi­no infatti naviga in pessime ac­que; la cooperativa che lo edita continua a chiudere i bilanci in rosso fuoco; e redattori non vengono pagati. La società dà la colpa al governo: nel 2009 so­no stati congelati 2 milioni e mezzo di euro come finanzia­mento pubblico dal Diparti­mento per l’editoria. In pratica la stessa tesi cavalcata l’altra se­ra da Italo la cui moglie, Ga­briella Buontempo, figura tra i membri della cooperativa pa­drona del quotidiano.

In so­stanza, dice Bocchino, per mo­tivazioni politiche Berlusconi chiude i rubinetti a chiunque osi dare voce a chi lo criti­ca. Ma al falco futuri­sta ieri, con una no­ta ufficiale, ha ri­sposto diretta­mente palazzo Chigi. «Non c’è stato alcun bloc­co dei contributi ma la semplice e dovuta osservanza delle indicazioni del­­l’Autorità per le garan­zie nelle comunicazioni e del­la commissione tecnico-con­sultiva per l’editoria», si legge nella precisazione.

Non solo: «Palazzo Chigi precisa che l’erogazione dei contributi alle imprese editoriali... è disposta sulla base di procedure fissate dalla legge e dai regolamenti di attuazione, che stabiliscono ed indicano tassativamente sia i requisiti che le imprese devo­no possedere per accedere ai contributi, sia la misura degli stessi, sia le cause ostative, per cui non vi è alcuno spazio di discrezionalità per il Dipartimento per l’informazione e l’editoria».

Vale a dire: se il contri­buto non è arriva­to è perché non poteva arrivare, non perché il go­verno non ha volu­to. «Per tutte le testa­te- si spiega nel comuni­cato - l’Autorità per le garan­zie nelle comunicazioni è chia­mata ad esprimersi sull’assen­za di circostanze ostative. In re­lazione all’anno 2009 l’Autori­tà ha inteso - per il Roma come per altre testate- effettuare ulte­riori verifiche circa la sussisten­za di situazioni di controllo e collegamento con altre impre­se richiedenti contributi ( situa­zioni che per legge sono ostati­ve all’erogazione delle provvi­denze) demandandole al nu­cleo speciale della Guardia di finanza».

Questo per quanto riguarda i contributi del 2009. Per l’anno precedente, invece, «l’istrutto­ria concernente “il Roma”, lun­ga e tecnicamente complessa ­si legge sempre nella nota del governo - , ha visto altresì la ne­cessità di un parere, richiesto dal Dipartimento all’Avvocatu­ra dello Stato, che ha consenti­to di erogare “ allo stato degli at­ti” il contributo. Quindi non c’è stato alcun blocco dei contribu­ti ma la semplice e d­ovuta osser­vanza delle indicazioni dell’Au­torità per le Garanzie nelle co­municazioni».



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L’arsenale di Gheddafi vecchio ma fornito Non facciamoci illusioni: dovremo sparare

 

BengasiI pick-up carichi di giovani armati continuano a sfrecciare sulla strada del deserto che da Bengasi porta al fronte, nella cittadina di Ras Lanuf. Dall'altra parte, intere famiglie fuggono a Est. L'avanzata dei ribelli libici verso Sirte, roccaforte di Moammar Gheddafi, ha subìto ieri un arresto. Gli aerei da guerra hanno bombardato il centro petrolifero di Ras Lanuf, non colpendo però obiettivi rilevanti. Le forze governative mantengono il controllo del villaggio di Ben Jawad, a 45 chilometri da Ras Lanuf. Si combatte ancora nella terza città del Paese, Misurata, dove è impossibile capire quante sono le vittime, tra cui ci sarebbero molti civili. I ribelli rispondono alla controffensiva con armi leggere. Da giorni, i vertici militari e politici a Bengasi chiedono una no fly zone, capace di impedire il decollo agli aerei da guerra del governo. Fonti del Palazzo di Vetro hanno reso noto ieri che Francia e Gran Bretagna starebbero lavorando a una bozza di risoluzione da proporre al Consiglio di Sicurezza proprio sulla no fly zone libica.

Nelle cancellerie internazionali i diplomatici cercano di trovare soluzioni alla crisi e dall'Alleanza atlantica è arrivato un ultimatum: «Stop con gli attacchi contro i civili. Non rimarremo a guardare», ha detto il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, che ha poi aggiunto: «Sia chiaro, non abbiamo nessuna intenzione di intervenire in Libia». Intanto però aerei da ricognizione Awacs della Nato hanno iniziato a sorvegliare i cieli libici 24 ore su 24. Al tribunale di Bengasi, quartiere generale dell'opposizione libica, i muri sono ricoperti di slogan e vignette anti-Gheddafi, ma anche di frasi contro un intervento militare straniero nel Paese: «La Libia può fare da sola», è scritto in pennarello su un lungo striscione.

Da giorni la comunità internazionale discute su come evitare che il Paese finisca in una prolungata guerra civile. Il presidente americano Obama ha detto ieri che l'opzione militare non è esclusa. Ma la Russia ha preso le distanze: Mosca «è contraria a intervenire», ha risposto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. Un veto al Consiglio di sicurezza potrebbe paralizzare ogni intervento.
A est, nel territorio controllato dai ribelli si inizia a costruire lo scheletro di un'amministrazione statale. Il Consiglio nazionale libico ha nominato degli «ambasciatori». Secondo fonti della stampa internazionale, il governo avrebbe contattato i ribelli di Bengasi. «Ho sentito la notizia alla tv - ha detto al Giornale Mustafa al Gheriani, portavoce dell'opposizione - la nostra posizione è molto chiara: non negozieremo con il governo finché le nostre richieste non saranno soddisfatte. Gheddafi deve andarsene».
Secondo il quotidiano al-Sharq al-Awsat il Colonnello avrebbe dato la disponibilità a lasciare il potere in cambio dell’immunità per sé, la propria famiglia e i propri beni. In serata Al Jazeera rilancia: Gheddafi avrebbe detto ai ribelli a Bengasi «convocate il Parlamento, mi dimetto». Ma l’offerta è stata respinta.




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I pm vogliono instaurare lo Stato di polizia






I magistrati annunciano scioperi e proteste. E' una minaccia che sa di ricatto alla classe politica, un ricatto orribile perché messo in atto a mano armata



I magistrati imbocca­no la linea dura con­tro l'annunciata ri­forma della giusti­zia, annunciano sciope­ri e quant'altro. È una mi­naccia che sa di ricatto al­la classe politica, un ri­catto orribile perché messo in atto a mano ar­mata. Se un insegnante si oppone alla riforma della scuola, può andare in piazza o salire sui tet­ti. Un magistrato invece può sventolare avvisi di garanzia e far sentire il tintinnare di manette. Può distruggere uomini (alcuni in passato sono fisicamente morti per ac­canimento giudiziario), può stroncare carriere, rovinare famiglie, azzop­pare aziende, cambiare il corso della politica con assoluta discrezio­nalità e impunità anche di fronte a casi clamoro­si di abuso di potere ed errori come abbiamo do­cumentato nell'inchie­sta pubblicata nei giorni scorsi. E tutto sorretto da una stampa complice di una delle battaglie più illiberali e pericolose nella storia della Repub­blica.

Andate a rileggere che cosa scrisse dei magistra­ti Repubblica quando in­dagarono e arrestarono per tangenti il suo edito­re De Benedetti, che co­sa disse Fini quando ven­­ne intercettata la sua pri­ma moglie Daniela, cosa confidò D'Alema all'epo­ca dell'inchiesta su di lui per la scalata Unipol. Le dichiarazioni di Berlu­sconi, a confronto, sem­brano quelle di un mode­rato. Poi il vento è cam­biato.

Improvvisamen­te, per questi signori, la magistratura è diventa­ta un totem, sacro, intoc­cabile. Come per miraco­lo le inchieste si sono al­lontanate dal loro cer­chio magico, per coinci­denza Fini e D'Alema si sono messi di traverso a qualsiasi progetto di ri­formare la casta delle to­ghe. Ed è iniziata una ma­novra a tenaglia contro Berlusconi e i suoi uomi­ni. I pasdaran che guida­no la rivolta dei magistra­ti non sono più servitori dello Stato, vogliono co­stituire uno Stato nello Stato, quello di polizia che non riconosce il po­tere legislativo e si auto­proclama indipenden­te. Intanto l'Italia conti­nua a scivolare indietro nella classifica dell'effi­cienza della giustizia, un carrozzone che man­gia milioni a intercetta­re, meglio spiare, nelle vite degli altri ma che poi non sa acciuffare in tempi decenti l'assassi­no di una ragazzina usci­ta da una palestra. Ma questo è vietato dirlo, al­trimenti si commette il delitto di lesa maestà e si può finire nei guai per­ché la giustizia non guar­da in faccia a nessuno ma sa bene dove indiriz­zare lo sguardo.



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Compra, copia, chiudi: la Cina ci ruba le aziende






Dalle banche all'energia ai giochi online: nessun settore si salva. Si prendono le società italiane non per rilanciarle ma solo per carpirne il know how tecnologico e trasferirlo in Oriente. Gli 007 denunciano la strategia per "depauperare il patrimonio e alterare le condizioni di mercato"



 
Roma
- L’attacco alle nostre imprese viene dall’Oriente. Dalla Cina, in particolare. Più che di spionaggio industriale, si tratta di una strategia radicale che approfitta delle conseguenze della crisi economica: acquisire società italiane non per rilanciarle ma per carpirne il know how tecnologico e trasferirlo nel Paese del Sol Levante, prima di chiuderle.

L’allarme è arrivato all’inizio dell’anno dal vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani, ma ora questo «scenario di rischio» viene confermato dai rapporti dei nostri servizi segreti. Nella relazione sull’anno 2010, presentata la scorsa settimana dal governo al parlamento, l’intelligence lo segnala al primo tra le «sfide crescenti».

Si denunciano, per l’esattezza, tentativi di «depauperare il patrimonio tecnologico e di alterare le condizioni di mercato», specialmente nei settori delle telecomunicazioni e dell’elettronica. Queste «minacce alla sicurezza economica nazionale e al sistema Paese», per i nostri 007, si fanno molto insidiose per i pesanti strascichi della crisi economico-finanziaria, «che ha accresciuto la vulnerabilità del tessuto produttivo».
Gruppi stranieri, sempre più asiatici e cinesi in particolare, avrebbero in sostanza sferrato un attacco alle nostre imprese più appetibili, in un momento in cui sono appunto indebolite dalla crisi. E queste manovre di acquisizione nasconderebbero, dietro il fine dichiarato di un miglioramento produttivo, ben altro.

I colossi cinesi si muoverebbero non per fare sani investimenti, non per risanare, rilanciare o migliorare le nostre imprese, ma per «appropriarsi del know how tecnologico nazionale», per rubare le conoscenze accumulate, le abilità tecniche e trasferirle altrove. I servizi segreti sottolineano che, di fronte ad operazioni del genere, esiste una particolare «vulnerabilità» del nostro patrimonio. Insomma, siamo pressocchè indifesi. E dalle banche alle biotecnologie, dell’ energia ai giochi on line, tutto è molto interessante per questi investitori stranieri.

La relazione segnala tra gli aspetti emergenti, in particolare «il radicamento delle aziende gestite da imprenditori di origine asiatica, in costante progressione in molteplici settori prevalentemente capital intensive (cioè con disponibilità di grandi capitali, ndr.), anche con l’obiettivo di utilizzare il territorio nazionale come polo logistico per accedere al vasto mercato europeo».
Grandi capitali. Come nel caso della prima operazione che ha destato allarme in Europa. A gennaio, infatti, nella battaglia per l’acquisizione della società olandese Draka, tra il concorrente italiano Prysmian e quello francese Nexans è entrata a sorpresa e pesantemente la cinese Xinmao. Gli investitori asiatici hanno poi dato forfait, ma il mercato è entrato in fibrillazione e alla Commissione Ue ci si è incominciato a chiedere che cosa si stava muovendo. E si è cercato di vedere chiaro nei flussi di capitali in arrivo dai Paesi extraeuropei, Cina in testa.

A febbraio il primo a muoversi è stato Tajani. Il commissario Ue all’Industria, con il collega al Mercato interno Michel Barnier, ha scritto una lettera al presidente Josè Barroso. «Vorremmo attirare la sua attenzione - vi si legge- su un argomento spesso evocato dall’industria europea e cioè che alcuni investimenti stranieri in Europa non si propongono di risanare le nostre imprese o di migliorarne i risultati ma piuttosto di privarle del loro know how per trasferirlo all’estero». Tajani e Barnier chiedono un dibattito in Commissione, per armonizzare il sistema delle regole, magari creare un nuovo organismo centrale. E indicano l’esempio di Paesi come Usa, Canada, Australia, Giappone, Russia, la stessa Cina, che prevedono meccanismi di controllo ed autorizzazione degli investimenti stranieri per salvaguardare interessi nazionali strategici.

Negli stessi giorni sei ministri europei, dal nostro Paolo Romani ai colleghi di Francia, Germania, Spagna, Polonia, Portogallo firmavano una lettera aperta dal titolo significativo: «Europa aperta al mondo ma senza ingenuità».


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