lunedì 7 marzo 2011

New York, 11 settembre Immagini inedite

di Redazione


Un filmato di 17 minuti girato dall'elicottero documenta tutto l'orrore dell'attentato contro le Torri Gemelle dell'11 settembre 2001. Ora le immagini sono state pubblicate su internet



New York - Un nuovo video del New York Police Department appena pubblicato su internet rivela tutto l’orrore degli attacchi terroristici contro il World Trade Center nel 2011. Girato dall’elicottero della polizia, il video di 17 minuti, mostra le Torri Gemelle da poco dopo l’attacco fino al crollo. Il video riprende incredibilmente da vicino il Wtc avvolto dal fumo e mostra un’angolazione su Ground Zero che finora non era mai stata stata vista.
Girato dall'elicottero Il video è stato ottenuto dal National Institute of Standards and Technology, un’agenzia del governo degli Stati Uniti d’America che si occupa della gestione delle tecnologie, in base alla legge Freedom of Information Act, una norma del 1966 che impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il governo federale, compreso l’accesso totale o parziale a documenti riservati. Inizialmente il filmato era stato inviato in forma anonima a Cryptome, un sito web aperto nel 1996 che secondo i fondatori ha lo scopo di "pubblicare documenti segreti dei governi di tutto il mondo, in particolare materiale sulla libertà di espressione, privacy, le tecnologie a duplice uso, la sicurezza nazionale, l’intelligence e i documenti segreti o riservati".








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La polemica con Sallusti, Bocchino si dimentica che Fini stava con Saddam



Il direttore del Giornale ricorda quando Fini andò a "baciare l'anello di Saddam". Bocchino perde la testa: "Sei un killer pagato da Berlusconi". Ma allora Gianfry difendeva il rais e il compagno Milosevic dai "guerrafondai" occidentali...



 

Milano - "Sei un killer". Italo Bocchino va all'attacco del direttore del Giornale Alessandro Sallusti. L'occasione è la puntata di ieri sera di In Onda, il programma di La 7 condotto da Luca Telese e Luisella Costamagna. Si parla di politica estera e Sallusti ricorda a Bocchino un fatto di cronaca. Nel novembre del 1990, poco prima che scoppiasse la prima guerra del Golfo, l'allora europarlamentare ed ex segretario del Msi Gianfranco Fini andò in visita da Saddam Hussein con una delegazione capitanata dal leader dell'ultradestra francese Jean Marie Le Pen. L'obiettivo era riportare in Europa un'ottantina di ostaggi. Un approccio "dialogante" alla questione araba, molto diverso da quello che Fini avrà negli anni successivi, anche durante il suo periodo alla Farnesina. Una delle prime acrobazie della sua lunga carriera politica.

Il direttore del Giornale ricorda i fatti così: "Fini andò in ginocchio, a braccetto con il camerata Le Pen, a baciare l'anello di Saddam Hussein. Avrà rimosso anche questo...". Irrompe il vicepresidente di Futuro e Libertà: "Non sai quello che dici". Sallusti ribatte: "E' un fatto storico". Bocchino, di fronte ai fatti, si spazientisce: "Andò da parlamentare europeo con una delegazione di cui faceva parte anche Formigoni...". E poi, non potendo negare l'evidenza, passa agli insulti. Sempre gli stessi: "Tu sei pagato da Berlusconi, lui ti paga lo stipendio. Berlusconi ti ha scelto come killer". Secca la replica del direttore del nostro quotidiano: "Il tuo stipendio lo pago io, lo pagano tutti gli italiani. Mangi sui soldi pubblici, sei un mantenuto".

Poi Bocchino sputa il rospo e svela il motivo dell'imboscata tesa a Sallusti. Questioni politica estera? No, roba interna: questioni familiari. "I telespettatori devono sapere che per la prima volta in 50 anni non hanno visto Pippo Baudo in Rai. Mia moglie fa il produttore cinematografico dal 1993, un anno prima di conoscermi, avrebbe quindi diritto a fare il proprio lavoro. Quest’anno a causa della campagna di diffamazione di Sallusti, il contratto che era stato fatto per il programma di Pippo Baudo è stato revocato. La ragione è che il produttore di Pippo Baudo nel 2010 era mia moglie per contratto. Evidentemente dopo la campagna denigratoria de Il Giornale era opportuno bloccare il programma".

La visita di Fini provocò già allora molti malumori nella politica italiana e internazionale. A quel tempo Fini, momentaneamente spodestato dalla segreteria della Fiamma da Pino Rauti, cavalcava le istanze anti atlantiche e filo arabe del partito. Basta dare un'occhiata a un'intervista dell'epoca per rendersene conto. Il delfino di Almirante commenta così la decisione dei vertici Rai di non trasmettere un'intervista del TgUno al Raìs: "Questa censura è una delle pagine più stupidamente vergognose della storia della nostra informazione. E' l'ultimo atto della censura sistematicamente attuata contro le tesi e le posizioni iracheneche in Italia sono conosciute per sentito dire e mai in modo realmente autentico". E poi va oltre: "Si tratta di una linea ottusa che risponde solo all'intransigenza guerrafondaia dei circoli mondialisti". Ma le frequentazioni scomode di Fini non si fermano al rais iraqeno. Nel 1991, il 2 agosto, Fini insieme a Mirko Tremaglia (oggi di Fli) e Roberto Menia (oggi di Fli) parte per Belgrado. Ad attenderlo c'è il leader comunista Slobodan Milosevic. Lo scopo della missione è tentare il recupero dell'Istria e della Dalmazia e sostenere il governo serbo per le questioni umanitarie. Sembra l'agenda di Toni Negri invece era quello Gianfranco Fini, prima di una delle sue innumerovoli giravolte. Nel 1999, poco prima dell'intervento militare contro la Serbia, aveva già cambiato radicalmente idea: ''Purtroppo Milosevic era, ed e', sordo a qualsiasi linguaggio che non sia quello della fermezza militare'' . E le acrobazie continuano...





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Consegnati al pm i figli contesi tra Italia e Germania: «Saranno ridati al padre»

Corriere della sera


Convalidato il fermo di Marinella Colombo. E' stata lei stessa a rivelare al giudice dov'erano i bambini



MILANO - Sono in una comunità protetta a Milano Nicolò e Leonardo, 12 e 8 anni, i due figli di Marinella Colombo, la donna milanese al centro di una drammatica disputa con il marito tedesco e con le autorità che dura dal 2008. La donna è attualmente in carcere: è stato convalidato il fermo per sottrazione di minori, attuato nei giorni scorsi perché stava progettando di fuggire in Libano con i suoi figli, affidati invece dal Tribunale di Monaco all'ex marito tedesco. A febbraio dell'anno scorso la Colombo era andata in Germania e aveva rapito i bambini, facendoli nascondere - probabilmente in compagnia della nonna materna - in una località segreta all'estero. È stata la stessa Marinella Colombo, interrogata dal Gip di Milano, a indicare dove fossero i suoi due figli. Sabato i ragazzini sono stati consegnati dalla famiglia materna ai pm dei minori di Milano e, come si legge in una nota del Procuratore della repubblica Monica Frediani, nei prossimi giorni «saranno valutati tempi e modalità del rientro dei bambini presso il padre in Germania».

IL RIENTRO IN ITALIA - Nella nota del Procuratore della Repubblica per i minori Monica Frediani si legge che sabato 5 marzo Nicolò e Leonardo «sono stati messi a disposizione di questa autorità giudiziaria, ed attualmente si trovano in una comunità protetta di Milano». «Il collocamento dei minori - prosegue il Procuratore - è avvenuto a seguito della collaborazione della famiglia materna degli stessi, che ne ha predisposto il rientro in Italia, consegnandoli alla polizia in territorio italiano».

CONVALIDATO IL FERMO - Marinella Colombo era stata fermata mercoledì sera con le accuse di sottrazione di minori, sequestro di persona e maltrattamenti, su disposizione del procuratore aggiunto Pietro Forno e del pm Luca Gaglio, perché si stava preparando a fuggire in Libano con i figli. Lunedì il gip di Milano Luigi Varanelli ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere. L'accusa di maltrattamenti a carico della donna si riferisce in particolare al fatto che i due piccoli per oltre un anno non hanno più frequentato la scuola e non hanno potuto vedere i genitori: il padre non sapeva dove fossero e la madre non si azzardava ad andarli a trovare per paura di essere seguita. L'avvocato Laura Cossar, legale della Colombo, ha presentato un'istanza di scarcerazione al gip ed è in attesa di una decisione da parte del giudice, anche in base al fatto che i due bambini sono ora stati affidati ai magistrati minorili.

IL PROCESSO - Martedì riprenderà in tribunale a Milano il processo che vede già accusata la donna di sottrazione di minori e in ottemperanza di un provvedimento del tribunale dei minorenni, che in passato aveva disposto il rientro dei piccoli in Germania. Proprio per martedì nel processo sono previsti sia l'interrogatorio della madre sia la testimonianza del padre tedesco.

Redazione online
07 marzo 2011



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Fratelli d'Italia uccisi dal terrorismo internazionale

La Stampa



Commemorazioni dell'attacco alle Twin Towers a Pisa

Non solo in patria.Sono centinaia gli italiani che hanno perso la vita in stragi e omicidi avvenuti all’estero. Molte anche le morti in attentati locali provocati da mani straniere



LUCIANO BORGHESAN
TORINO

Sono centinaia gli italiani morti in attentati nel mondo. L’Associazione Italiana Vittime del terrorismo si attiva perché non restino senza patria e senza memoria. «Sono stati uccisi all’estero o per mano straniera, spesso senza capire che cosa stava capitando, mentre lavoravano, durante un viaggio o in missione», afferma Luca Guglielminetti, ricercatore dell’Aiviter. Sono sepolti in lunghi elenchi, chiusi in un numero, una data, un luogo, quasi mai ricordati per cognome. Sono nei 2.974 dell’11 settembre 2011, delle Twin Towers, nei 192 dell’11 marzo 2004 di Madrid, nei 52 del 7 luglio 2005 di Londra, nelle stragi che la follia umana è stata capace di ordire.

«Finiranno per essere dimenticati se non ci si prenderà cura delle loro identità, ma sono state vite che hanno lasciato vedove, orfani, genitori. Hanno amato un Paese che deve loro riconoscenza», aggiunge Guglielminetti.

L’Aiviter, per iniziativa del primo presidente Maurizio Puddu, ha il merito di aver raccolto la memoria di quanto capitato in Italia negli anni di piombo e di aver reso immortali le figure dei caduti: nel sito www.vittimeterrorismo.it sono riportati fatti, responsabilità, anche «punti neri», «segreti di Stato» senza luce. Il giornalismo ha ripreso a occuparsi degli «anni bui» grazie anche ai figli delle vittime che hanno fatto accendere i riflettori sulle notti della Repubblica alla ricerca di verità, prima che di giustizia.

«Ora Aiviter porta all’attenzione di tutti le tragedie degli italiani ammazzati “fuori casa” e in attentati di matrice internazionale. Una ricostruzione sofferta, che difficilmente potrà essere definita “completata”: sono molti i casi, ad esempio, al confine tra il terrorismo e l’episodio di guerra. Ci rivolgiamo a chiunque abbia informazioni documentate che possano integrare la ricerca».

La legge 206 del 3 agosto 2004 "Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" e quella che istituisce il 9 maggio il "Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" riconoscono le vittime sia di attentati compiuti sul territorio nazionale che extranazionale. Al momento, nel registro ci sono una quarantina di italiani vittime, tra cui quelli dell’aereo francese fatto esplodere sul deserto del Ténéré, delle stragi di Londra e Madrid, i reporter uccisi in Africa e in paesi arabi, uccisi nel conflitto medioorientale. Casi di cui è raro trovare menzione come per Ferdinando Bignardi, capo pilota della flotta aerea Fiat, ucciso (con 16 persone) la notte di San Silvestro del 1980 in un hotel di Nairobi. E nulla si è saputo dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Paolo, scomparsi a Beirut il 2/9/ 1980.

Un capitolo a parte meritano le vittime di attentati in Argentina negli anni 70. E' solito considerare i soli morti del regime militare tra il 1976 e il 1983, ma delle 259 persone che l'associazione CELTYV segnala come di origine italiana, uccise dai cosiddetti movimenti rivoluzionari, molte sono state assassinate prima del golpe del generale Videla, cioè quando l'Argentina era formalmente democratica. Di queste la sola nota in Italia è il direttore della Fiat argentina Oberdan Guillermo Sallustro (rapito e ammazzato nel 1972).

«Riportare queste vittime dal passato al presente - dice Guglielminetti -, significa riaprire ferite dolorose, ma è fondamentale per la storia ricordare quanto è accaduto, affinché, se non prevenire che riaccada, sia almeno acclarato quello che è successo. E il nostro proposito, dunque, è la sistemazione curata e completa dei fatti». Con un’attenzione utile ai familiari: «Purtroppo - spiega il ricercatore dell’Aiviter -, le vittime spesso non sono consapevoli dei diritti previsti dalle leggi». E’ il caso della famiglia di Giachino Diasio, incontrata a Parigi nel 2009 alla celebrazione del XX anniversario dell'attentato al DC10 d'UTA, per iniziativa della Rete Europea delle Vittime del terrorismo: «Un importante simposio che oltre a essere organo consultivo della Commissione Europea, ci aiuterà in questa ricerca».

Info@vittimeterrorismo.it è l’indirizzo cui inviare notizie e segnalazioni.




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Amicizie pericolose, Andrea è nei guai

La Stampa


Il Principe Andrea, terzogenito della regina Elisabetta


Frequentava un miliardario Usa condannato per pedofilia



ANDREA MALAGUTI

CORRISPONDENTE DA LONDRA


Per adesso contro il Principe Andrea, Duca di York, ex marito di Sarah Ferguson, figlio della Regina Elisabetta, quarto nella linea di successione al trono e rappresentante britannico per il commercio estero, non c’è nulla di penalmente rilevante. Solo una foto di dieci anni fa. Uno scatto che fuori contesto non dice molto, ma che inquadrato nello scenario giusto rischia di diventare esplosivo. Il Principe sorride, è in camicia, rilassato, a casa dell’amica Ghislaine Maxwell, e tiene un braccio attorno alla vita di una ragazzina di 17 anni. Anche lei sorride. Ha l’ombelico scoperto, un top rosa molto succinto e dei jeans colorati. Si chiama Virginia Roberts e in questa storia che rischia di travolgere l’immagine della Corona nell’anno del matrimonio tra William e Kate, per l’Fbi è uno dei testimoni chiave. «Adesso dico tutto, qualcuno deve rompere questa catena. Troppe ragazze ancora oggi passano quello che ho passato io».

La polizia federale degli Stati Uniti, dopo una lunga intervista rilasciata dalla Roberts al «Mail on Sunday», ha deciso di riaprire un caso chiuso tre anni fa con la condanna a diciotto mesi di reclusione del miliardario di Coney Island Jeffrey Epstein, accusato di avere avuti rapporti sessuali con una quattordicenne. Un finanziere potentissimo, Epstein, la cui visione del paradiso era una piscina circondata da ragazzine portate lì per fare i giochi sbagliati. Il suo disgustoso bunga bunga con massaggiatrici erotiche, spesso minorenni, che riempivano le sue giornate e quelle dei suoi intoccabili amici. La Roberts, che oggi ha 27 anni, tre figli e vive in Australia, era la sua preferita. Non si sa se anche gli ospiti delle ville in Florida e nei Caraibi godessero di attenzioni particolari. Non è detto. Ma l’inchiesta fa paura.

Anche il Principe Andrea è finito in questa ragnatela. E Chris Bryant, ex ministro degli Esteri laburista, ora chiede le sue dimissioni, sostenuto dall’attuale ministro del Business Vince Cable. Downing Street ha convocato per martedì il Duca di York per chiarimenti, lasciando intuire che le eventuali dimissioni dall’incarico pubblico non sarebbero respinte. Lui si difende: «Mai fatto nulla di male». Perché, allora, una reazione così violenta? La spiegazione è nell’intervista di Virginia Roberts, nell’agenda di Jeffrey Epstein piena di nomi di attori e di politici inglesi, americani e israeliani e nei nuovi interrogatori di quaranta ragazze, che allora avevano tra i 13 e i 17 anni, legate al miliardario. Due di loro alla domanda diretta: «Avete mai avuto rapporti sessuali con il Principe Andrea?», hanno replicato come in un film di Brian De Palma. «I nostri avvocati ci hanno consigliato di non rispondere. Ci appelliamo al quinto emendamento».

Epstein e il Duca di York si conoscono da quasi vent’anni. L’americano è un self made man che porta sul suo aereo privato il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton - raggiunto anche lui dagli schizzi di questa melma odiosa -, il suo vice Al Gore e organizza feste con Naomi Campbell e Woody Allen. Andrea lo vede in almeno tre occasioni in cui è presente anche Virginia. L’incontro che più imbarazza Buckingham Palce, e soprattutto Downing Street, risale alla vigilia di Natale, vale a dire due anni dopo la condanna di Epstein. Perché l’amicizia continua?

Il blogger americano Andrew Breitbart, mentre si domanda se qualcuno vuole tenere nascoste le relazioni pericolose di Bill Clinton, racconta che alla festa di dicembre parteciparono anche Woody Allen, il giornalista Charlie Rose, il consigliere politico George Stephanopolous e la giornalista della Cbs Katie Couric. «Se potevo immaginare di cosa parlassero Epstein e Woody Allen, mi domandavo che cosa volessero Stephanopolous e la Couric dal Principe. Credo farsi invitare al matrimonio di William», scrive Breitbart, aggiungendo un altro sgradevole dettaglio tratto dal sito di news «Daily Beast», secondo cui Epstein sarebbe noto per girare il mondo con delle ragazzine. E soprattutto per avere portato a casa un paio di dodicenni dalla Francia. Devastante.

In Inghilterra nessuno si sogna di dire che il Principe - finito nell’occhio del ciclone anche per avere venduto a un miliardario libico per tre milioni di sterline una casa che ne valeva dodici e avere invitato a Buckingham Palace esponenti del regime tunisino - è coinvolto in reati sessuali. Il problema è legato alla sua «capacità di giudizio». La domanda è banale: può quest’uomo rappresentare la Gran Bretagna? Sa valutare i suoi interlocutori?

Virginia Roberts spiega che per raccontare tutto ha avuto bisogno di diventare adulta e che il potere di Epstein le fa ancora paura. Racconta di ragazzine che arrivavano nelle ville, si mettevano nude, prendevano i soldi e si rivestivano senza dire una parola. Controllavano alla svelta il trucco e i capelli nello specchio del bagno e se ne andavano al riparo della notte. Dice che per molti anni ha odiato una precisa immagine di sé. Aveva soddisfatto Epstein e poi, con la testa che le girava, si era appoggiata sul bordo della piscina, con le mani sul mento, svuotata per l’indignazione e per la vergogna. Come se fosse colpa sua.





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Le toghe in guerra col governo: "Faremo delle proteste epocali"






Secondo Repubblica i giudici stanno preparando una grande offensiva contro il governo e la riforma della giustizia. Passaparola tra le toghe sul web per organizzare una protesta. Il pm di Milano Armando Spataro parla fuori dai denti: "Se vengono annunciate riforme epocali, occorrono risposte altrettanto epocali...". L'Anm si starebbe preparando a uno sciopero nazionale, la parola d'ordine delle toghe è bloccare il governo



 

Milano - Parte l'offensiva delle toghe e non a caso a darne subito notizia è Repubblica. I piani, secondo il quotidiano di Ezio Mauro, circolano nelle mail dei magistrati da alcuni giorni e presto dovrebbe arrivare l'ufficializzazione. Il tono è quello della minaccia, della casta che viene toccata e organizza la difesa corporativa: "Se questi vanno avanti, altro che sciopero faremo". Il pm di Milano Armando Spataro parla fuori dai denti: "Se vengono annunciate riforme epocali, occorrono risposte altrettanto epocali...". Praticamente una dichiarazione di guerra in nome del conservatorismo delle toghe: guai a chi ci tocca. Per Spataro serve "una risposta in tempi rapidi che non consista nell'ennesimo, per quanto ottimo e condivisibile, comunicato stampa". Un'autorevole toga di Magistratura democratica - dice Repubblica - va oltre e pungola il sindacato di Palamara: "L'Anm dovrebbe deliberare immediatamente uno sciopero". 
Va giù pesante anche il magistrato di Trani Francesco Messina: "Se dovesse passare la devastazione della giustizia che si legge sui giornali, non saranno pochi coloro che penseranno seriamente di cambiare lavoro. Ritengo che nessuno di noi abbia studiato e agito, mirando al modello di magistrato che si vorrebbe imporre". L'idea che serpeggia, se dovesse passare la riforma della giustizia, è la fuga: molti magistrati sarebbero disposti ad appendere la toga al chiodo e cambiare mestiere. Un ricatto. 
Qualcuno è più dubitativo e propone di aspettare i primi passi che muoverà il governo, ma l'indirizzo principale è quello del segnale chiaro: "Fermatevi, lasciate la Costituzione com'è, non fate prevalere la voglia di dare una lezione ai giudici". L'obiettivo è sempre lo stesso: fare quadrato attorno allo status quo e impedire qualsiasi cambiamento. In ogni caso anche Repubblica sembra avvalorare l'ipotesi di un imminente sciopero generale. 




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Pm rapidi solo con il Cav Sulla strage di Viareggio il processo slitta al 2012








Quando si tratta di inquisire Berlusconi, la magistratura corre. Per identificare invece i responsabili della strage che il 29 luglio 2009 costò la vita a 32 persone bisognerà aspettare un altro anno



 
Lucca - Potrebbe iniziare alle soglie dell’estate 2012 il processo per la strage di Viareggio del 29 giugno 2009. Lo ha detto il presidente del tribunale di Lucca, Gabriele Ferro, a margine dell’incidente probatorio. In Italia bisogna quindi aspettare parecchio per aver giustizia di una strage. Mentre per le ben più "interessantissime" vicende di letto del premier avremo la fortuna di saperne di più già dal 6 aprile.
Tempi lunghi E' difficile capire i meccanismi della giustizia italiana e la previsione del giudice non fa ben sperare: i parenti delle vittime difficilmente vedranno definite le responsabilità di quanto accaduto quella tragica notte prima del terzo anniversario della strage. Ferro infatti dipinge questo scenario: "Abbiamo speranza che la seconda tappa, con la consegna della perizia dell'incidente probatorio, sia a luglio altrimenti a metà ottobre. La tappa successiva sarà l'udienza preliminare, penso gennaio-febbraio 2012, qui il pm eserciterà l'azione penale e credo ci saranno rinvii a giudizio. Il processo ci sarà alle soglie dell'estate e potrebbe finire a fine 2012 o inizio 2013".
Curiosità Che un processo così importante meriti tempi più rapidi lo dimostra anche la scelta del tribunale di far svolgere il dibattimento presso il Centro Congressi e Fiere di Lucca: un ampio spazio già stato prenotato dal tribunale per far fronte ai grandi numeri di persone che affolleranno l'aula per seguire le udienze.




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Destro e Goisis guidano il team di parlamentari con la pensione d'oro

Il Mattino di Padova


di Claudio Baccarin



PADOVA. Il 3 aprile 2011, quarta domenica di Quaresima, sarà un gran giorno per gli onorevoli Giustina Mistrello Destro (Pdl), Paola Goisis (Lega Nord), Alessandro Naccarato (Pd) e Antonio De Poli (Udc). Fra 27 giorni, infatti, i quattro deputati padovani, matureranno, dopo cinque anni di effettivo mandato parlamentare, il diritto alla pensione (assegno vitalizio). Che avranno però diritto a riscuotere al compimento del 65º anno di età.

GLI IMPORTI. Gli assegni variano in ragione del numero degli anni di mandato. Si va dai 3108 euro erogati mensilmente a chi vanta un'anzianità di 5 anni, ai 4725 di chi passato 10 anni sui banchi parlamentari. Ma si sale a 8455 per un curriculum di 20 anni. Per un «tetto» di 9947 euro pagato agli onorevoli che hanno passato più di 30 anni tra commissioni e aula.

ANAGRAFE. Non ce ne vogliano le signore, ma ci tocca andare a controllare le loro carte d'identità. Giustina Mistrello Destro festeggerà i 66 anni il prossimo 9 giugno. Questo significa che, a fine mandato, l'ex-sindaco (dal 1999 al 2004) della città del Santo avrà diritto al vitalizio. Beneficio che teoricamente potrebbe concretizzarsi l'8 giugno per Paola Goisis, pasionaria del Carroccio, nata a Livorno nel 1946, in predicato per la fascia tricolore di Este. Dovrà aspettare qualche anno in più Antonio De Poli, portavoce nazionale dell'Udc, che lo scorso 4 ottobre ha mangiato la torta dei 50 anni. Ma sul piatto De Poli, accomodatosi a Palazzo Madama il 28 aprile 2006 per poi traslocare a Montecitorio il 29 aprile 2008, potrà mettere anche i contributi pagati in dieci anni da consigliere regionale (dal 1995 al 2004 e poi dal 2005 al 2006). Decisamente più giovane Alessandro Naccarato, deputato da 4 anni e 313 giorni, che è nato a Bologna il 19 maggio 1969 e che per il momento metterà il benefit «in cassaforte».

LISTA D'ATTESA. Secondo il sito Openpolis, che monitora l'attività dei politici italiani, con un occhio di riguardo per i parlamentari, sono 392 i deputati e 171 i senatori che non hanno ancora maturato il diritto alla pensione. Va detto che la normativa in materia è stata modificata nel 2007 grazie a una deliberazione del Consiglio di presidenza del Senato e dell'Ufficio di presidenza della Camera. Prima bastavano solo 2 anni e mezzo di mandato. E allora si può immaginare che, prima del voto di fiducia del 14 dicembre 2010 (vero spartiacque della legislatura), qualcuno abbia fatto i suoi conti.

PAZIENZA. Se dunque i quattro parlamentari al secondo mandato stanno per brindare, altri deputati padovani possono augurarsi che la legislatura duri fino al suo compimento naturale (primavera 2013). Siedono a Montecitorio da 2 anni e 312 giorni (e quindi devono «resistere» altri 758 giorni) Margherita Miotto (Partito Democratico) e Massimo Bitonci (Lega Nord Padania). Nel plotoncino troviamo pure Massimo Calearo, eletto in Veneto 1 nella lista Pd, Lo stesso ragionamento vale, per Palazzo Madama, in relazione ai senatori Piero Longo (Popolo della Libertà) e Luciano Cagnin (Lega Nord).

PROMOSSI. Tra i parlamentari in carica, un drappello di padovani ha invece già maturato i requisiti per la pensione. Siede al Senato da 14 anni e 302 giorni Paolo Giaretta, esponente del Pd, che il 14 marzo compirà 64 anni. Alle sue spalle Filippo Ascierto, onorevole del Pdl, in carica da 13 anni e 339 giorni. E' lungo 11 anni e 305 giorni il cammino parlamentare a Palazzo Madama di Maria Elisabetta Alberti Casellati, sottosegretario alla Giustizia, che il prossimo 12 agosto festeggerà il 65º compleanno. Ha messo insieme una carriera di 9 anni e 281 giorni (deputato dal 2001 al 2006, poi a Palazzo Madama) Maurizio Saia, classe 1958, approdato nel gruppo di Coesione nazionale dopo aver contribuito a fondare Fli. Stesso score per Niccolò Ghedini (Pdl), che ha debuttato a Montecitorio il 30 maggio 2001, si è accomodato al Senato nel 2006 ed è tornato alla Camera nel 2008. Ha superato l'asticella anche Lorena Milanato (Pdl), deputato da 9 anni e 281 giorni.



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Amo e sposerò un ragazzo egiziano Ma non voglio cambiare religione

Il Mattino


Cara Caterina
Sono Maria, ho 30 anni e vivo a Torino. Da 5 anni vivo una storia d’amore fantastica con Mahdi, un ragazzo egiziano della mia età. Ci siamo conosciuti perché lavoriamo insieme in uno studio legale qui a Torino e dal primo istante in cui ci siamo guardati ho capito che era il vero principe azzurro!

La nostra storia non ha mai avuto difficoltà nonostante le differenze culturali, ma negli ultimi tempi non è più così... 3 mesi fa Mahdi, come ogni principe azzurro che si rispetti, nel bel mezzo di una cena a lume di candela si inginocchia e mostra un anello chiedendomi: «Mi vuoi sposare?».

Io, come puoi immaginare, ero strafelice... passano dei giorni e iniziamo ad occuparci degli aspetti burocratici del matrimonio, e quando gli dico che bisognava scegliere la chiesa dove celebrare la funzione lui va su tutte le furie ritenendo che dovessi essere io a convertirmi all’islam e non lui al cattolicesimo!

Per quanto possa comprendere le tradizioni islamiche e per quanto possa rispettare le credenze altrui, non trovo giusto che sia io a dover fare questa scelta. Certo non sono di quelle cattoliche che ogni domenica vanno a messa, ma credo fermamente nella presenza del mio Dio e non ho alcuna intenzione di cambiare religione «solo» per volere altrui...anche se è l’uomo della mia vita.

Cara Caterina, come potrei convincerlo che fare di me una musulmana non è altro che una presa in giro per il suo Dio? Grazie per avermi ascoltata.

Maria


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Adoro i matrimoni, sapere come è stata la proposta di matrimonio.... E nel tuo caso è stata perfetta! Bravo Mahdi, sei un ragazzo da sposare. Non a caso Maria lo sa e dopo cinque anni il vostro sogno si avvera. Certo non si può litigare sulla scelta della chiesa, lo trovo anacronistico visto che oggi ormai dovrebbe essere chiaro che il diritto alla libertà religiosa è fondamentale e uguale per tutti.

Conosco una coppia di amici che hanno conservato la loro religione e sono sposati da 20 anni con4 figli! Lei è somala e musulmana, lui cattolico di Piacenza, entrambi praticanti. Si sono conosciuti in Somalia e si sono sposati al consolato con rito civile. Mai pensato di cambiare religione. E la cosa bella è che lei qualche volta l’ha accompagnato in chiesa per salutare il suo Dio. I loro figli sono due cattolici e due musulmani, perché questi miei amici hanno voluto che i loro figli fin da piccoli conoscessero entrambe le religioni, liberi di scegliere.

Maria, ti chiedo: non potete sposarvi in comune evitando entrambi di prendervi in giro? Perché fare finta di conventirsi per «amore» dell’altro? Non è giusto che tu cambi religione, ma neanche lui. Io farei così: splendida cerimonia in comune e in cuore conserverei la mia fede! Tanti auguri.

Caterina Balivo

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P.S. La signora Laura (protagonista della lttera precedente) è venuta in trasmissione. Purtroppo la storia corrisponde al vero: ha fatto un appello per poter rivedere i suoi figli. Spero possa tornare presto a fare la mamma.

Invia le tue mail a
lapostadi@ilmattino.it

Martedì 01 Marzo 2011 - 14:23




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Roberto Saviano: «I miei primi cinque anni di non vita»

Corriere della sera

Viaggio-confessione tra Ruby, 'ndrangheta e Lega al nord, federalismo, solitudine e voglia di vita normale


MILANO - Cinque anni fa, di questi tempi, Roberto Saviano era libero dalle minacce, dalla paura, e dalla scorta che gli fa ombra ad ogni passo. Era un ragazzo di 26 anni di buone letture, laurea in filosofia e febbre per il basket, a Caserta è una malattia infantile che non passa più. Nel marzo del 2006 trepidava per la pubblicazione di Gomorra. Aveva già piazzato qualche racconto, alcune inchieste a tema mafioso erano apparse su vari giornali. Sembrava destinato insomma ad un'onesta carriera giornalistica. E forse per lui andava anche bene così. Mai avrebbe immaginato che il suo primo libro avrebbe polverizzato ogni record di vendita, cambiandogli irrimediabilmente la vita.

IL GIRO D'ITALIA - «Sono cinque anni che vivo sotto protezione, mi sembrano venticinque. Cinquanta». Saviano si racconta in una tappa del suo giro d'Italia (ovviamente con scorta al seguito) per la promozione del suo ultimo libro. «Pensavo che fosse una cosa di settimane, un mesetto al massimo. All'inizio la prendi con sfrontatezza: sopporto in nome della verità, della giustizia. Dopo i primi tre mesi già era svanito tutto, da allora è stato soltanto un grande peso». Quattro milioni di copie vendute solo in Italia, successi a teatro, al cinema, in televisione. Tanto basterebbe a dire: basta, me ne vado. «Ho provato ad andare via, e penso di riprovarci a breve. Ma c'è da impazzire anche all'estero, con le ansie che ti proiettano addosso, sballottato dai servizi di sicurezza da un posto all'altro. In Spagna addirittura ero costretto a cambiare casa due volte al giorno».


IL TOCCO MAGICO - E poi naturalmente c'è il lavoro, lo sterminato spettro di occasioni che si apre a un trentenne col dono di incantare raccontando. Il libro appena uscito, Vieni via con me, il primo con la Feltrinelli, è un estratto della trasmissione firmata con Fabio Fazio. Sono i testi che hanno ipnotizzato una media di quasi 10 milioni di persone a puntata. «Sapevamo di fare l'antitelevisione - aggiunge lo scrittore - e mai ci saremmo aspettati una simile risposta. Hanno detto che somigliava ad una messa. In effetti è proprio così che me l'ero immaginata». Un rito collettivo, ma celebrato in apnea perché, come spiega l'autore, «per chi scrive fare televisione è come respirare sott'acqua».

IL CAPOLAVORO- Proprio in queste settimane si sta concretizzando la possibilità di tradurre Gomorra in una fiction per Sky affidata a un pool di registi e prodotta sul modello di Romanzo Criminale in 12 puntate. E naturalmente l'inchiesta sul traffico internazionale di cocaina condotta insieme agli altri progetti in questi anni di esistenza blindata: «Certo che voglio fare un capolavoro. Ma questo capolavoro è la mia vita, un vita normale. Con un minimo di libertà».

Antonio Castaldo
05 marzo 2011(ultima modifica: 07 marzo 2011)

I carabinieri sono stati provocati"

Il Tempo


L'inchiesta sul presunto stupro nella caserma del Quadraro. Alemanno annuncia il massimo delle sanzioni per il vigile urbano. L'avvocato Taormina: Erano fuori servizio, non c'è stato abuso di autorità.


Carlo Taormina I carabinieri «sono stati provocati». Dopo la sospensione dal servizio dei tre presunti colpevoli, arrivano le precisazioni di Carlo Taormina. Secondo il difensore di uno degli indagati per il presunto stupro avvenuto la notte fra il 23 e il 24 febbraio in una caserma dell'Arma al Quadraro, la ragazza-madre «era consenziente» e ha «pesantemente provocato gli indagati».

Non solo. Per il penalista non avrebbe rilievo il fatto che la ragazza fosse ristretta, un'aggravante che tuttavia non configura da sola il reato di violenza sessuale. Infine, «i tre carabinieri indagati erano fuori servizio», spiega Taormina. Quindi, «si tratta di capire se questa situazione si possa configurare come abuso di autorità». Cavilli e dettagli che, però, non rendono l'episodio meno grave. E l'avvocato sottolinea che «l'Arma ha fatto benissimo a disporre la sospensione in via precauzionale dei tre militari coinvolti, ci rende tutti più liberi».

Taormina, che difende il carabiniere già trasferito a Cagliari, precisa che «pur ritenendo, in base alle dichiarazioni del mio assistito, non configurabile il reato contestato, si tratta di una vicenda assolutamente riprovevole accaduta in una caserma dei carabinieri che dovrebbe essere il santuario della legalità e della tutela del cittadino». I tre militari e il vigile urbano sotto inchiesta e la donna fermata per un furto all'Oviesse che ha denunciato l'episodio saranno risentiti in settimana dai magistrati. Le versioni di vittima e indagati, infatti, non coincidono.

E per Taormina è necessario stabilire se c'è stata violenza sessuale: «Dalle risultanze attualmente in mio possesso, che domani potrebbero anche essere smentite da ricostruzioni diverse delle indagini, non c'è stata né violenza né minaccia», aggiunge il legale. Intanto l'opposizione continua a far polemica sulla vicenda, anche dopo la scoperta del falso stupro in piazza di Spagna. Pomo della discordia, questa volta, la mancata sospensione dal servizio dell'agente della Municipale, già destinato a lavori d'ufficio.

«È grave e inaccettabile il non agire del comando della polizia municipale nei confronti del vigile urbano coinvolto, e ancor più la passività del sindaco Alemanno - ha dichiarato il vicepresidente del Senato e commissario del Pd del Lazio, Vannino Chiti - Stride questo comportamento del Comune rispetto a quello rigoroso scelto dall'Arma». Pronta la replica di Alemanno: oggi, al termine di un accertamento affidato al capo di Gabinetto, Sergio Basile, e al comandante Angelo Giuliani, sarà adottato il massimo livello di provvedimenti precauzionali consentiti dalle norme sulla Polizia Municipale in casi come quelli in esame.

Anche in questo episodio, come in tutti i casi di violenza alle donne perpetrati nel territorio di Roma, l'Amministrazione Capitolina si costituirà parte civile contro tutti i responsabili diretti e indiretti". Al di là delle polemiche e fatte le dovute precisazioni legali, lo stesso Taormina definisce la vicenda «assolutamente riprovevole». Il ministro della Difesa ha parlato di «fatti gravissimi» anche se verrà accertato che non sono stati commessi reati.


Maurizio Gallo
07/03/2011




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Nel cuore nero dell’Oas Vita, stragi e sconfitta dei terroristi d’Algeria






Uno studio con documenti d’archivio sull’esercito clandestino che voleva mantenere la presenza coloniale francese in Nord Africa



 

Il 16 marzo 1961 sui muri di Algeri comparvero alcuni manifesti recanti lo slogan: L’Algérie française. Erano siglati con un acronimo - OAS - mai visto prima d’allora e che stava per «Organisation de l’armée secrète». L’atto di nascita di questo organismo risaliva a poco tempo prima. Furono due protagonisti della settimana delle barricate di Algeri del gennaio 1960, Pierre Lagaillarde e Jean-Jacques Susini, rifugiatisi a Madrid all’indomani della fallita rivolta, a decidere la creazione di una struttura clandestina armata per impedire col terrorismo la fine della presenza coloniale francese in Algeria. I due non provenivano dal nulla. Lagaillarde, ufficiale dei paracadutisti, aitante, con la barba rossastra, paragonato a un moderno d’Artagnan, era stato tra gli artefici, nel maggio 1958, del ritorno al potere del generale De Gaulle. Susini, di origine corsa ma nato in Algeria, non rassomigliava nel fisico a Lagaillarde, smunto com’era con radi capelli biondi e occhi fiammeggianti in un volto cereo: non aveva potuto prendere parte agli eventi del maggio 1958, ma si era distinto guidando gli studenti filo-francesi nella settimana delle barricate.

Proprio alla storia dell’Oas, un autorevole studioso francese, Olivier Dard, professore dell’Università Paul Verlaine-Metz, ha dedicato un ampio volume dal titolo Voyage au coeur de l’Oas (Perrin) che, per la prima volta, ha potuto avvalersi di materiale archivistico e documentario di questa organizzazione dell’estrema destra francese. Il lavoro ricostruisce con minuziosità gli sviluppi organizzativi dell’Oas e ne ripercorre l’attività terroristica e di sabotaggio che lasciò, pur in un arco di tempo relativamente breve, dietro di sé una lunga scia di sangue.

Il momento di svolta nella storia dell’Oas avvenne dopo il tentativo di colpo di Stato che un gruppo di quattro generali dal passato glorioso - Maurice Challe, Edmond Jouhaud, Raoul Salan e André Zeller - effettuò ad Algeri nell’aprile 1961 dopo la diffusione della notizia di negoziati fra il governo francese e il Fronte di liberazione nazionale di Ferhat Abbas. Il putsch, iniziato nella notte fra il 21 e il 22 aprile con l’occupazione di punti nevralgici della città, si esaurì in pochi giorni dopo l’intervento televisivo di De Gaulle che denunciò il colpo di stato e invitò le truppe fedeli ad arrestare l’insurrezione e i francesi a non obbedire agli ordini dei generali ribelli. Si trattò di una frattura nel corpo tradizionale del patriottismo francese, che investì in pieno quell’esercito che era sempre stato simbolo di unità e oggetto di venerazione per gli ambienti della destra francese. Del resto il ritorno di De Gaulle al potere era stato voluto e sostenuto apertamente da quei militari che ora gli si erano rivoltati contro non condividendone la politica coloniale che privava la Francia di suoi territori e colpiva i francesi nati in quelle zone.

Dopo il fallimento del putsch, comunque, fu proprio il più noto dei congiurati, Raoul Salan, insieme a Jouhaud entrato in clandestinità, a prendere in mano le redini dell’Oas. Uomo di poche parole ma di grande prestigio, il più decorato ufficiale di Francia, Salan strutturò sul piano militare l’organizzazione in due rami, l’uno per il terreno metropolitano e l’altro per quello africano. Obiettivo fondamentale era quello di conservare alla Francia l’Algeria che il “traditore” De Gaulle stava abbandonando. C’era, dietro, il richiamo ideologico a certi temi tipici della mentalità e della cultura della destra francese: il senso dell’onore, il richiamo a un patriottismo fondato sulla terra e sui morti, il gusto del sacrificio.

Ma c’era, anche, una sostanziale incapacità a rendersi conto che il mondo era cambiato dopo il secondo conflitto mondiale e che la decolonizzazione era un processo inevitabile. La scelta del terrorismo come arma e della clandestinità come stile di vita (Salan fu costretto in un anno a cambiare rifugio una sessantina di volte) si risolse in una tragica stagione di orribili violenze che vide anche più tentativi di attentare alla vita del generale De Gaulle. Quando il 18 marzo 1962 vennero firmati gli accordi di Evian che mettevano fine alla lunghissima e sanguinosa guerra d’Algeria, l’Oas cercò di provocare l’insurrezione dei coloni, organizzò manifestazioni in sostegno ai cosiddetti pieds-noirs e continuò, ancora per qualche tempo, a boicottare con il ricorso al terrorismo l’applicazione degli accordi. Ma, ormai, la partita era perduta. Un mese dopo la firma degli accordi di Evian, Salan venne catturato e, di lì a qualche tempo, a giugno, Susini fu costretto anch’egli a firmare un accordo che consentì a molti esponenti dell’Oas di mettersi in salvo all’estero, soprattutto in Spagna e in Portogallo.

La storia dell’Oas come organizzazione politica e terroristica si era di fatto conclusa, anche se alcuni dei suoi protagonisti tornarono alla ribalta. In Francia, l’Alto Tribunale Militare emanò molte sentenze di condanne a morte di cui solo quattro furono eseguite. Il generale Jouhaud che, pure fu condannato alla pena capitale poi commutata in ergastolo, ebbe fra i testimoni a difesa la vedova di Albert Camus, che chiese clemenza richiamando il dramma esistenziale dei pieds-noirs: «Mi sento divisa, per metà francese e per metà algerina, e, in verità, spodestata in entrambi i paesi, che non posso più riconoscere perché non li immaginai mai separati». Salan, difeso abilmente da uno dei più grandi avvocato francesi, Jean-Louis Tixier-Vignancourt, ebbe salva la vita ottenendo le attenuanti e fu condannato all’ergastolo: la sentenza accolta in aula dalla Marsigliese intonata dai suoi sostenitori, irritò De Gaulle, contrario alla linea della clemenza dei giudici militari. Ma, anni dopo, nel 1968, proprio De Gaulle concesse l’amnistia a tutti i condannati dell’Oas per sanare la profonda lacerazione che aveva interessato la destra francese. Molti dei protagonisti tornarono in circolazione. Salan, ritiratosi nel Fauborg Saint-Germain, scrisse le sue memorie. Susini redasse anch’egli una storia dell’Oas e, superati i 60 anni, tornò in politica nelle fila del Front National di Le Pen. Questo però non significa, come ben emerge dal bel saggio di Dard, che esista un filo rosso tra l’Oas e il Front National.



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L’ex pm che vuole arrestare Napoli



Risultato


Dalla padella alla brace: questo il rischio che corre la sfortunata Napoli. Dopo la disastrosa Rosetta Iervolino, potrebbe capitarle di dovere digerire come sindaco Luigi De Magistris dell’Idv. L’ex pm si è infatti autocandidato alla guida della città per il prossimo lustro. Gli unici a gioire della prospettiva sono il medesimo De Magistris che ha definito «entusiasmante, passionale e rivoluzionaria» la sua sciagurata idea e il leader del suo partito, Totò Di Pietro, che non vede l’ora togliersi dai piedi il presuntuoso pm. La città in sé oscilla invece tra depressione e l’uso del cannone contro Palazzo San Giacomo, sede della municipalità.
I primi ad accogliere col magone l’iniziativa sono gli alleati del Pd. I meschini, dopo le primarie andate buca per brogli, cercavano ansanti un volto nuovo nella mitica società civile. L’occhio era caduto sul giudice Raffaele Cantone, raccomandato dallo scrittore Saviano, che però non se l’è sentita.

Stavano allora provando con un prefetto, Mario Morcone, quand’è piombata la ferale notizia di De Magistris. Come una iena imbufalita, il commissario provinciale del Pd, Andrea Orlando, ha sibilato: «Sono inaccettabili le scelte individuali. Qui si rischia di lacerare la coalizione». Tradotto: possibile che ’sto De Magistris, faccia tutto da sé senza chiedere se sta bene anche a noi, col rischio di seminare zizzania al nostro interno e regalare la poltrona ai manigoldi berluscanti? Infatti, si profila un nuovo caso Emma Bonino. Ricordate l’anno scorso quando la pulzella radicale si candidò a sorpresa alla presidenza del Lazio contro Renata Polverini, lasciando Bersani come un allocco? Il volatile, preso di contropiede, rinunciò a un proprio candidato per non disperdere voti e sostenne obtorto collo l’intrusa. Conclusione: vinse la destra. Memore della beffa romana, la sinistra napoletana è ora in ambasce. Gongola invece l’impunito De Magistris e già prevede che sul suo nome «ci sarà convergenza dei partiti del centrosinistra». Cioè il bis esatto del caso Bonino.

Vediamo cosa significherebbe in concreto un De Magistris sindaco. Da non augurare nemmeno a un plotone di suocere. L’ex pm è un clone di Di Pietro. Uno che ha sostituto le volute del cervello con cerchi di manette, catene attorcigliate, giri di chiave. Come il suo leader, riduce qualsiasi comportamento umano a un articolo di codice penale, un combinato disposto, un’aggravante. Figuratevi governare Napoli - città che ha bisogno di lavoro, reddito, tranquillità - col fucile spianato. Direte: con tutto il malaffare che pullula sotto il Vesuvio un sindaco-questurino viene a fagiolo. Se lo dite, siete confusi. Una cosa è combattere la camorra, che è compito dello Stato, un altro è fare fiorire la città, che è il mestiere del sindaco. Invece, il solo talento dimostrato da De Magistris nei suoi 43 anni di vita è quello di sbattere in galera. Ergo: governerà Napoli con lo stesso spirito. Con una giunta inquisitoria, zeppa di pm, sospettosa di tutti e di ciascuno: dei funzionari comunali, degli imprenditori, dei colletti bianchi in genere.

Che io sappia, l’aspirante primo cittadino non ha l’ombra delle competenze che a Napoli servirebbero come il pane: la saggia amministrazione, il rilancio dell’economia, la pianificazione della città, lo sviluppo delle libertà imprenditoriali, ossia il sale di una città da risanare. Ce lo vedete voi Luigino Millemanette che dà udienza a un imprenditore senza denunciarlo di essere venuto per tirargli un bidone, arricchirsi a sbafo, tentare di corromperlo? No, infatti quelle sono le sue categorie mentali e la sua visione della vita. D’accordo, posso sbagliarmi. Infatti, sto arbitrariamente proiettando il passato demagistrico nel futuro, mentre sarebbe giusto dargli la chance di una resipiscenza. Bè, lo confesso: non ci riesco. Anche perché mi ronza in testa la lettera con cui Millemanette ha annunciato ai fan la decisione di scendere in lizza. Dà un’idea aggiornatissima di come Luigino sia in quest’esatto momento. Cioè, questo: un populista mesozoico e un megalomane.

Sappiamo già che giudica «rivoluzionaria» la scelta di proporsi come sindaco. Come dire, una fortunata e irripetibile occasione per Napoli. Poi, spiega com’è maturata: «Dagli incontri con movimenti, comunità resistenti, associazioni, laboratori sociali, centri sociali, studenti, professori, intellettuali, operai, lavoratori, disoccupati, precari ho raccolto una voce che è cominciata a essere assordante nelle mie orecchie: tocca a te, rappresenti l’USCITA D'EMERGENZA (maiuscolo nel testo, ndr)». Già con quel cenno metafisico dell’udire e obbedire alle «voci» che si rivolgono a lui, siamo tra Padre Pio e Teresa d’Avila. Ma sono soprattutto le categorie cui Luigino si è rivolto e che lo hanno incoraggiato, a dirci come si comporterà da sindaco: vendolianamente sensibile ai centri sociali (occupazione case), alle comunità resistenti (scontri con polizia), disoccupati e precari (assunzioni comunali pioggia e lavori inutili a spese dei napoletani utili). Nessun cenno di soluzione invece per rifiuti, traffico caotico, abusivismo, bonifica urbanistica, ecc. Nonostante le zero proposte, Millemanette è convinto di fare centro e lo dice da par suo. L’annuncio è, in diverse parti, poesia pura. Parte in sordina con una promessa palingenetica: «Realizzeremo una scossa morale e di etica pubblica». Poi, con crescendo rossiniano, diventa cosmico: «Faremo una battaglia politica per Napoli, per il Sud, per l’Italia, per il Mediterraneo, per l’Europa». Pizza, ricotta, Oreste, bum! Infine, esplode: «Apriremo le porte dei palazzi per fare uscire il puzzo del compromesso morale e fare entrare il fresco profumo di libertà. Insieme, vinceremo!». Un esaltato.

Comunque, tranquilli: non è affatto detto che Luigi ce la faccia. Non dimentichiamo, che è un gran pasticcione. Da pm, su tre mastodontiche inchieste, non ne azzeccò una. La Poseidon, gli è stata tolta per irregolarità. La Why not finì nell’ignominia: il gup, accusò Millemanette di avere prodotto fuffa per andare in tv. Al vento anche la terza, Toghe lucane. Per lo scorno, Luigino si è buttato in politica anziché alle ortiche, com’era suo dovere. Ne converrete: sarebbe ingiusto adesso che a pagare l’errore siano i napoletani.




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Erika e gli altri tornano liberi. Sono cambiati?





Dalla ragazza di Novi a Pietro Maso, sono tanti gli assassini pronti a uscire dal carcere. Dopo pene troppo brevi per credere che siano "diversi".




 

A giudicare dal controe­sodo di assassini, il nostro si­stema carcerario sembra il più efficace del mondo. Ma sappiamo che non è così. C’è dell’altro. Un conto è la vera efficacia della detenzione, che riabilita e trasforma l’es­sere umano, riconsegnando­lo alla società cambiato e mi­gliore. Un altro conto è il lassi­mo e la faciloneria, la fretta di riaprire la cella in nome di un recupero buonista e compas­sionevole, il più delle volte pe­rò soltanto pilatesco e sbriga­tivo, superficiale e demagogi­co. Dove collocare la nostra giustizia, tra questi due poli?
Intanto va registrato il via vai. Le cronache segnalano traffico intenso in uscita. Qualcuno esce in prova, altri riacquistano una libertà più completa. Ma escono. Sono di nuovo tra noi. L’8 marzo 2010 è fuori con permesso di lavoro persino Vallanzasca, condannato a 4 ergastoli e 260 anni. Se non altro, lui di galera se n’è fatta molta. Ma sulle sue orme sono diversi gli spietati assassini che ri­compaiono molto più veloce­mente. Da un po’ è in circola­zione Pietro Maso, all’epoca autore di un massacro spieta­to, contro papà e mamma, per poche manciate di dena­ro. È di nuovo libero Omar, colpevole con la fidanzatina Erika di un delitto feroce, con­tro il fratellino e la mamma della ragazza, nella villetta a schiera di Novi Ligure. Anno 2001: dieci anni dopo, tutto cancellato, tutto cambiato, tutto nuovo. Esce anche lei, presto a titolo definitivo. Due persone diverse, due vite di­verse, due storie diverse. E ora tocca anche a Katharina Miroslawa, la ballerina con­dannata nel ’93 a 21 anni e mezzo per l’omicidio del­l’amante. Dopo sette anni di latitanza, finisce nella rete della nostra giustizia nel 2001, sorpresa in un apparta­mento di Vienna. Detenuta nel carcere veneziano della Giudecca, dieci anni dopo è già libera di lavorare in una sartoria. L’ex cappellano ga­rantisce per lei: si è diploma­ta, è cambiata, ha fede, vuole laurearsi in teologia. Tanti buoni propositi hanno con­vinto le autorità italiane a fir­marle una nuova cambiale. Presto potrà restare fuori pu­re la notte.
Si può spannometricamen­te - ma realisticamente - dire che ormai basta una decina d’anni: questa la pena vera, dura, effettiva che i peggiori criminali scontano in Italia. Dopodichè, preparano già le valigie per il viaggio di ritor­no. Piccolo dettaglio: hanno reati a carico che in altri luo­ghi del mondo prevedono l’atrocità dell’esecuzione. Qui, dieci anni e i primi per­messi, i primi lavori esterni, le prime aperture di credito. Ci si può laureare, impiegare, sposare. Giusto così?
Certo il rispetto delle vitti­me e di chi le ha amate merita fermezza. La prima cosa che il parente di una vittima dice a delitto ancora caldo è sem­pre la stessa: «Mi aspetto che almeno questo assassino sconti fino in fondo il suo ca­stigo ». Non si può dire che dieci anni siano un castigo spietato, per gesti tanto effe­rati. Eppure, la vera delicatez­z­a della materia non sta sul bi­lancino degli anni scontati o regalati. Sta in qualcosa di molto più complesso: dobbia­mo chiederci se sia possibile che dopo un tempo così bre­ve il crudele assassino davve­ro sia già una persona diver­sa, nuova, positiva. Magari è possibile. Ma è molto difficile accettarlo. Spaventa l’idea che questi veloci ritorni sulla fiducia finiscano comunque per togliere considerazione, peso specifico, drammaticità a un evento spaventoso co­me l’omicidio. Ammazzare e tornare liberi dopo dieci an­ni: forse è umano e giusto co­sì. Ma nessuno può dire che funzioni da pauroso deter­rente. È più facile concludere che l’Italia sia un luogo molto conveniente, per far scorrere sangue.





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Santanchè choc: "Dopo Yara i pm dovrebbero dimettersi"

Quotidiano.net


Il sottosegretario per l'Attuazione del programma: "Se avessero impiegato per le ricerche le stesse risorse e tecnologie che hanno speso per indagare sull’Olgettina forse Yara sarebbe ancora viva"


Roma, 7 marzo 2011


Nel Paese delle dimissioni nessuno chiede mai un passo indietro ai Pm. Lo dice Daniela Santanché, sottosegretario all’Attuazione del programma, al Giornale.

"Siamo o non siamo il Paese delle dimissioni", dove "tutti chiedono le dimissioni di tutti" e "allora perché non si possono chiedere le dimissioni dei magistrati e dei procuratori?". Oggi, prosegue, "paghiamo noi gli errori" di magistrati. Per Santanché "dopo la vicenda della piccola Yara i magistrati dovrebbero dimettersi" perché "se avessero impiegato per le ricerche le stesse risorse e tecnologie che hanno speso per indagare sull’Olgettina forse Yara sarebbe ancora viva".

Santanché ricorda che "oggi per gli errori dei magistrati paga lo Stato" e sulla riforma della giustizia aggiunge: "Boicottano la legge per paura che il premier se ne avvantaggi". Per quanto riguarda le intercettazioni spiega invece: "Non vogliamo vietarne l'uso ma l'abuso: in gioco è la libertà".











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Caos giustizia - L’inchiesta/Fine

 
C’è il giudice del copia e incolla, specializzato nel riprodurre per pagine e pagine le memorie scritte dagli avvocati (leggi qui).

Senza ritegno. C’è il magistrato che concede ad un detenuto, e non è una barzelletta, il permesso di incontrare la figlia per il compleanno, ma firma l’atto dodici volte in dodici mesi (leggi qui).

Poi non contento si supera: dà a un altro carcerato l’ok per far visita al fratello in punto di morte; solo che qualche tempo prima l’aveva autorizzato a partecipare al funerale dello stesso fratello, risorto dunque per l’occasione. Senza memoria. E c’è la toga che pensa di essere sul set di un qualche film sgangherato, dove il copione è infarcito di parolacce e insulti (leggi qui).

Frasi offensive che lui indirizza agli stimati colleghi, invitandoli a «non prenderlo per il c...» e chiedendo infine un’inverosimile «perizia “anofonica” perché ormai non si è più sicuri neanche nell’intimità del cesso». Sono alcune delle storie trattate dalla Sezione disciplinare del Csm e raccolte nel libro La legge siamo noi, la casta della giustizia italiana, Piemme. Storie incredibili, accadute in Italia negli ultimi anni e spesso chiuse dal tribunale dei giudici con sentenze di assoluzione. Oppure con condanne all’acqua di rose. Una tendenza che, per fortuna, negli ultimi tempi comincia a cambiare. Con verdetti più misurati.




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Attiva lo spray, cinema sgombrato: bruciore agli occhi per 50 spettatori

Corriere della sera

 

Una signora anziana attiva lo spray urticante che aveva nella borsa al cinema Ariosto di Milano

 

MILANO - Il cinema Ariosto, nell'omonima via di Milano è stato evacuato domenica sera a seguito della segnalazione di problemi respiratori e agli occhi delle persone, circa 300, presenti in sala. Lo rende noto il 118 di Milano il quale spiega che delle persone fatte evacuare una cinquantina sta per essere visitata dagli operatori del 118, sul posto con tre mezzi di base e un'equipe di coordinamento. I sintomi farebbero pensare agli effetti degli spray da difesa.

 

 

L'ANZIANA - Lo sgombero del cinema Ariosto di Milano, in cui erano presenti in serata circa 300 persone, è stato causato da una signora anziana, tra gli spettatori, che ha inavvertitamente azionato una bomboletta spray per autodifesa che teneva nella borsa. Gli spettatori vicini hanno cominciato ad avvertire dei disturbi alla gola e agli occhi e, pertanto, sono stati fatti uscire dal cinema. Lo hanno spiegato i carabinieri, intervenuti sul posto. Per la cronaca era in programmazione Hereafter, l'ultimo film, thriller soprannaturale, di Clint Eastwood. (fonte: Ansa)

 

Lo sgombero del cinema Ariosto

Duello in tv Bocchino-Sallusti: «Sei un killer», «E tu un mantenuto»

Corriere della sera

Il vicepresidente di Fli e il direttore del Giornale durante la trasmissione «In Onda» de La7


MILANO - Botta e risposta tra il vicepresidente di Fli Italo Bocchino e il direttore del GiornaleAlessandro Sallusti durante la trasmissione «In Onda» de La7.


LE FRASI - «Berlusconi - ha detto Bocchino - ti ha scelto per fare il killer. Dicci quanto ti paga». «Il tuo stipendio - ha risposto Sallusti - lo pago io, lo pagano tutti gli italiani. Mangi sui soldi pubblici, sei un mantenuto».

IL MOTIVO - «I telespetttori devono sapere che per la prima volta in 50 anni non hanno visto Pippo Baudo in Rai. Mia moglie fa il produttore cinematografico dal 1993, un anno prima di conoscermi, avrebbe quindi diritto a fare il proprio lavoro. Quest'anno a causa della campagna di diffamazione di Sallusti, il contratto che era stato fatto per il programma di Pippo Baudo è stato revocato. La ragione è che il produttore di Pippo Baudo nel 2010 era mia moglie per contratto. Evidentemente dopo la campagna denigratoria del Giornale era opportuno bloccare il programma». Questa la spiegazione fornita nel corso della puntata da Italo Bocchino incalzato da Alessandro Sallusti a dare spiegazioni sulla presunta irregolarità che lega la società produttrice di fiction e contenuti televisivi intestata a sua moglie Gabriella Buontempo.

Redazione online
06 marzo 2011(ultima modifica: 07 marzo 2011)