domenica 6 marzo 2011

E‘ morto Carlo Gelmini il re del gorgonzola

Ordine e Libertà online


BESATE • Aveva 68 anni, oggi i funerali


 



4/3/2011

Si svolgono oggi pomeriggio alle 16 nella chiesa di Besate i funerali di Carlo Gelmini, 68 anni, morto mercoledì sera per le complicazioni derivanti da una broncopolmonite. Il re del gorgonzola, fondatore del Caseificio Gelmini fiore all’occhiello di Besate e di tutta la produzione casearia della zona, era in attività con i figli Marco e Chiara di 32 e 29 anni, che da oggi tengono le redini del caseificio.
Negli anni ‘50 era stato l’artefice della nascita di quella che oggi è un’azienda conosciuta a livello internazionale, che esporta in tutto il mondo e che impiega 35 dipendenti. Gelmini è attualmente in terzo produttore di gorgonzola in Italia.

Carlo Gelmini aveva raccolto gli insegnamenti e fatto suo il lavoro svolto già dai genitori che lavoravano il formaggio, ma è con lui che si è compiuto quel salto qualitativo che ha fatto nascere il caseificio. Inizialmente situato nel centro del paese, dal 1997 si è trasferito in via Papa Giovanni XXIII nei moderni capannoni, struttura all’avanguardia nella stagionatura del formaggio gorgonzola DOP.
Carlo Gelmini, oltre ai figli, lascia la moglie, signora Giuliana.



Alessandra Ceriani




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Quando la Boccassini dimenticò un innocente 9 mesi dietro le sbarre






Gli scheletri di Ilda la rossa. Agli agenti non arrivò mai l'ordine del magistrato di rilasciare un ragazzo slavo rilasciato per "false generalità"



 
Milano - Ci sono detenuti e detenuti. Innocenti o presunti tali costretti a restare in cella per un errore o una dimenticanza. A Milano negli anni Ottanta i detenuti in attesa di giudizio erano abbastanza numerosi. Questa è la storia di due persone, diversissime. Per una singolare coincidenza succede che lo stesso magistrato chieda da un lato la scarcerazione di uno e si «dimentichi» in cella l’altro. Lei è Ilda Boccassini, agli albori di quel decennio già magistrato rampante e super protetta dall’ombrello di Magistratura democratica. Assieme ad altre toghe della sua corrente, Ilda il 17 febbraio del 1981 mette la sua firma sotto una lettera appello, pubblicata dal Manifesto, per chiedere che Mario Dalmaviva, da 36 giorni in sciopero della fame venga trasferito dalle carceri speciali per terroristi a un penitenziario comune. Scrivono i magistrati di Md: «Il regime carcerario speciale è del tutto al di fuori dei principi costituzionali».

Dalmaviva, un pubblicitario che giocava in Borsa per finanziare il movimento studentesco, era accusato da due pentiti Br, Fioroni e Sandalo, ed era coinvolto nella famigerata operazione 7 aprile, la maxi inchiesta voluta dall’allora pm di Padova Pietro Calogero, che emise in tutto 22 mandati di cattura contro i leader di Autonomia operaia come Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone, accusati di associazione sovversiva e banda armata. Tutti prosciolti con formula dubitativa nel 1984 in primo grado, poi condannati in appello e in Cassazione. Dalmaviva fu condannato a sette anni di carcere, ridotti poi a quattro e già scontati col carcere preventivo. Lo stesso giorno dell’appello proprio il Manifesto pubblica la notizia dello spostamento di Dalmaviva in una cella comune. E quando il procuratore capo della Repubblica di Milano chiede al Csm la censura per la Boccassini (lei e Francesco Greco vennero sospesi dal «turno esterno») Md insorge: «L’impegno politico non è causa di turbamento nel corretto esercizio delle loro funzioni». Amen.

Pochi mesi dopo, il 13 novembre 1981, finisce a San Vittore un ragazzo di origine slava, Mirsaad Adzimuhovic. E lì resta per nove mesi, fino al 26 luglio. Fermato e portato in caserma per «false generalità», venne interrogato 4 giorni dopo dalla Boccassini. Il fermo, secondo il pm, non fu convalidato, ma all’ufficio matricola del carcere secondo l’agenzia Ansa non arrivò mai. Sempre secondo la Boccassini il verbale di carcerazione venne «smarrito». A marzo Adzimuhovic scrisse una lettera al giudice di sorveglianza e un magistrato dell’ufficio gli rispose due giorni dopo che doveva considerarsi «a disposizione della procura». Passarono altri mesi e il detenuto chiese di parlare col giudice di sorveglianza Francesco Maisto. Fu lui a chiedere al pretore la scarcerazione del detenuto, che scattò solo alcuni giorni dopo che la procura l’aveva a sua volta disposta. Il caso indignò l’opinione pubblica, tanto che alcuni parlamentari chiesero al ministro di Grazia e Giustizia quali provvedimenti avrebbe adottato per «accertare le responsabilità del drammatico episodio» e come sarebbe stato risarcito l’uomo per la «sconcertante negligenza dei pubblici poteri».




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Il raid punitivo del Pm dopo il viaggio saltato

Si sa come vanno queste cose. Si va in un’agenzia di viaggi, si giocherella con i propri sogni, poi si punta su una casella. Ignazio M., Sostituto procuratore in una città del Veneto, aveva comprato un pacchetto per Luxor, in Egitto. Poi, qualcosa va storto: il tour salta, lui chiede la restituzione dei soldi: 1.300 euro. Niente. Al danno si aggiunge la beffa: non solo Ignazio M. ha perso l’occasione di visitare uno dei siti più suggestivi al mondo, ma l’agenzia nicchia.

Anzi, la situazione degenera: l’impresa fallisce, la titolare, Piera F., viene indagata per bancarotta, il Sostituto procuratore viene premurosamente informato dai colleghi che seguono il dossier e fa la sua querela. Fin qui, maledizione dell’Egitto a parte, niente di male. Ci mancherebbe. Quel che segue però è davvero sconfortante. La denuncia finisce infatti nelle mani del brigadiere Gabriele C. Attenzione: una regola elementare della giustizia è che dei reati – commessi o subiti non fa differenza – dai magistrati di una certa città si occupino quelli di un altro centro. Elementare: per una causa nel Veneto si va in Trentino.

Ed e` ovvio, a tutela della collettività, che sia così. Ma la strana coppia Gabriele C. & Ignazio M. straccia le regole. Tutte. E di fatto organizza una spedizione punitiva ai danni della titolare dell’agenzia: il 31 luglio 2003, 14 giorni dopo la presentazione della denuncia, Ignazio e Gabriele entrano nell’agenzia, invitano Piera F. a seguirli, la fanno salire su un’auto di servizio, la portano nell’ufficio del brigadiere. Qui la signora viene identificata, poi si passa agli avvertimenti.

Espliciti. Pesantissimi. Inammissibili. I due – secondo il capo d’incolpazione – le dicono che non ha scampo: finirà in carcere almeno per 8 mesi, senza la possibilità di difendersi; aggiungono che sanno tutto di lei, anche dei suoi due figli. Considerati evidentemente un punto debole su cui fare leva per intimidire la donna. Ancora, le fanno capire che stracceranno tutto se lei ridarà i soldi entro 3 giorni. Infine, aggiungono una nota di perfidia e arroganza insieme: purtroppo per lei – è il loro discorso – Piera F. è incappata in un magistrato. Le è andata male. Ora deve rimediare o, par di capire, andrà incontro a gravi conseguenze.

E deve fare in fretta, perché il sostituto procuratore rivuole i soldi nell’arco di 72 ore. Il tutto, come nota il Csm, dentro la cornice dell’illegalità più assoluta: «Tali attività venivano compiute al di fuori di qualsiasi delega e di incarico formale, ed erano palesemente viziate per la incompetenza dell’ufficio che (almeno apparentemente) procedeva, per la inesistenza di un procedimento regolarmente registrato». Doveva essere in Trentino, non certo in Veneto, l’indagine. Ma poi, che inchiesta è questa? Insomma, qua siamo dalle parti della giustizia fai da te: la divisa e la toga si coalizzano per piegare la furbetta di turno che si è mangiata 1.300 euro. La sentenza arriva il 17 febbraio 2006. La sanzione adeguata per una vicenda così grave e sconfortante è la perdita di anzianità di mesi 2.




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Fa uscire l’ergastolano che si dichiara depresso



Ci aveva già provato, ma gli avevano respinto la domanda. Poco male. Perché non riprovarci? Andrea E., ergastolano e autore di diversi omicidi, aveva studiato il sistema penitenziario e aveva individuato una possibile crepa nel muro della legge che sbarrava, invalicabile, il suo desiderio di tornare nel mondo. Riproporre la stessa istanza, la stessa domanda di scarcerazione, nel periodo estivo – quello che i tecnici chiamano feriale – quando i giudici di sorveglianza vanno in vacanza, come tutti gli altri mortali, e un solo magistrato, che per di più non conosce bene le diverse situazioni, deve dividersi fra numerosi istituti di pena.

Dai e dai, perché non insistere? Andrea soffriva da tempo di una grave forma di depressione. Si sa come vanno questi disturbi: salgono e scendono come le onde del mare. Nell’estate del 2007 il malessere si ripresenta in tutta la sua ferocia. In realtà il detenuto, in cella in una città dell’Emilia Romagna, non fa una specifica domanda; no, la segnalazione arriva direttamente dal carcere. Depressione. E che fa il giudice che ha le chiavi delle celle? Come si comporta? Scarcera l’ergastolano, senza approfondire il caso. E gli concede, sia pure in forma provvisoria, quello che si chiama «differimento della pena». Vale a dire che, in teoria, quella persona tornerà in galera se e quando starà meglio. Figurarsi! Facile immaginare le polemiche sui giornali: un ergastolano a spasso perché gli è stata diagnosticata la depressione.

Secondo la Disciplinare, il provvedimento poggia su «un presupposto erroneo: credere che sia sufficiente una patologia di carattere psichiatrico (presupposto non contemplato dalla norma applicata che invece prevede la sussistenza di una grave infermità fisica)» per spostare una persona all’aria libera. Quella malattia non c’è. C’è invece la spia accesa dall’ufficio sanitario del carcere del centro emiliano che sottolinea il riaffiorare di un profondo stato depressivo e suggerisce quindi un regime di «grande sorveglianza». Il giudice del penitenziario dovrebbe sapere, in teoria, cosa fare: analizzare in profondità quei sintomi, così da raccogliere indizi e prove sulla gravità del male che attanaglia il detenuto.

Non lo fa. E lo libera. Si ritrova così nei guai. E si difende chiamando in causa la stagione: d’estate pochi fanno molto. Forse troppo. Lui aveva in gestione tutti i penitenziari dipendenti dalla giurisdizione di zona. Ma d’altra parte lo sconcerto è grande: come è possibile sospendere l’esecuzione di una pena così alta solo sulla base di una semplice comunicazione? Con un provvedimento striminzito. Anzi, per dirla con il Csm, «laconico». Il tutto sulla base di un non meglio precisato «stato depressivo». «Non si trascuri» insiste il Csm «che Andrea E. era considerato persona pericolosa e aveva subito una condanna all’ergastolo e quindi era auspicabile che il giudice trattasse la vicenda con maggior prudenza. Un minimo di professionalità gli avrebbe consentito di esaminare meglio la questione». Il 4 aprile 2008 il giudice viene punito con l’ammonimento.




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Alcol, viaggi e Nutella: se la toga fa i capricci






Continua l'inchiesta del Giornale tra i giudici un po' matti. Nuove storie do ordinaria giustizia bizzarra. Dall'ergastolano liberato perché si era dichiarato depresso al raid punitivo del pm dopo il viaggio saltato...



 
Sciatteria. Errori plateali. E, in qualche raro caso, anche comportamenti da valutare col metro del codice penale. Per scoprire vizi e difetti della magistratura italiana - di una minoranza, sia chiaro - bisogna leggere le carte delle sentenze sfornate dalla sezione disciplinare del Csm, il tribunale dei giudici italiani. Le storie che ho raccolto, una settantina, compongono il libro La legge siamo noi, la casta della giustizia italiana, Piemme. Ecco il giudice che organizza una sorta di raid punitivo contro l’agenzia di viaggi che gli aveva venduto un viaggio inesistente da 1300 euro per l’Egitto; ecco il magistrato che scarcera l’ergastolano con la più sorprendente delle motivazioni: è depresso. E poi ci sono le toghe che dimenticano i detenuti, in cella o ai domiciliari, per mesi, e quelle che, in vena di goliardate, spalmano barattoli interi di Nutella nei bagni del tribunale. Ma su tutto spiccano le sentenze: quasi sempre soft. I giudici hanno la mano leggera quando sul banco degli accusati ci sono i loro colleghi.




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Dall'indulto ai terroristi alle stanze per drogarsi: ecco il moderato Pisapia






Il Pd vuol passare per moderato il candidato al Comune di Milano. Ma siamo andati a spulciare le sue proposte di legge. Quando era alla Camera con Rifondazione propose il diritto all'eutanasia, il voto agli immigrati, la depenalizzazione dello spaccio



 
Milano - Bisogna spulciare nell'archivio web di Montecitorio per farsi un'idea della matrice estremista di Giuliano Pisapia. Altro che democratico riformatore. Sebbene adesso voglia passare per il moderato candidato sostenuto dal Pd nella corsa a Palazzo Marino, quando sedeva alla Camera  tra i banchi di Rifondazione Comunista l'ex deputato fu il primo firmatario di proposte di legge tutt'altro che moderate (leggi). Dalla concessione di indulto ai terroristi degli Anni di Piombo all'eliminazione delle sanzioni per i "piccoli spacciatori", dal riconoscimento agli immigrati dell'elettorato attivo e passivo nelle consultazioni locali alla legalizzazione dell'eutanasia. E, dulcis in fundo, l'abolizione dell'ergastolo. I vertici del Pd ci stanno provando a dare al loro candidato una nuova verginità, ma una volta lette certe proposte di legge appare sin troppo chiara la linea politica che seguirà Pisapia qualora venisse eletto sindaco di Milano.
Indulto per i compagni che sbagliano Quando Pisapia viene eletto in parlamento come deputato indipendente nelle liste di Rifondazione, uno dei primi progetti di legge presentato è l'indulto per i terroristi rossi (leggi). "Molti di coloro che hanno subito condanne per reati commessi nei cosiddetti anni di piombo hanno già scontato numerosi anni di carcere", spiegava Pisapia non vedendo "più ragioni per ritardare ulteriormente un provvedimento" per mettere una pietra sopra a tutti quei morti ammazzati. "Restano il dolore e la sofferenza delle vittime e dei loro familiari - spiegava - ma anche per rispetto a quel dolore, non si propone un provvedimento di amnistia ma un provvedimento che tende solo a incidere sull'entità della pena". Quindi, indulto sia. Perché, dopo tutto, per Pisapia gli Anni di Piombo restano "un periodo che, comunque lo si veda, ha comportato una rottura delle regole".
Il diritto di voto agli immigrati Anche sul fronte dell'immigrazione Pisapia aveva portato avanti proposte di legge tutt'altro che moderate (leggi). Tra le battaglie portate avanti dall'allora deputato c'è per esempio la chiusura dei centri di permanenza temporanea per i clandestini. Sollevando dubbi sulla legittimità costituzionale delle disposizioni che prevedono i centri di permanenza temporanea, Pisapia accusava il Viminale di privare i clandestini della libertà personale: "Al di là dell'eufemistica denominazione ufficiale, questi centri si configurano a tutti gli effetti quali luoghi in cui sono trattenute persone che non hanno commesso alcun reato né sono sottoposte ad alcun procedimento penale. Non è ulteriormente tollerabile che siano di fatto incarcerati alla stregua di pericolosi criminali". Ma l'esponente di Rifondazione non si fermava certo qui. Nella stessa proposta di legge, infatti, proponeva anche "un radicale mutamento dell'approccio legislativo, politico e culturale al tema dell'immigrazione". Secondo Pisapia, "gli immigrati non possono essere considerati come una minaccia, per l'ordine pubblico o per l'occupazione, ma al contrario devono essere considerati una straordinaria risorsa per il progresso civile, culturale ed anche economico della nostra società". Da qui la proposta di riconoscere agli stranieri "regolarmente e stabilmente residenti nel territorio nazionale" l'elettorato attivo e passivo nelle consultazioni elettorali e referendarie a carattere locale.
La depenalizzazione dello spaccio E' sempre del primo mandato a Montecitorio la proposta di depenalizzare lo spaccio di droga (leggi). Secondo Pisapia, infatti, "le pene edittali appaiono eccessive" dal momento che colpiscono "in maniera oltremodo pesante i semplici consumatori e i piccoli spacciatori". Per questo l'allora deputato aveva proposto di "limitare la configurazione del reato all'ipotesi di spaccio a fine di lucro" e ridurre "sensibilmente le pene previste, ferma restando l'aggravante per l'ipotesi che il fatto sia commesso da tre o più persone in concorso". Era invece durante la seconda legislatura che Pisapia  proponeva "l'abolizione delle sanzioni amministrative" per chi fa uso di cannabis e di istituire programmi di somministrazione controllata di eroina nelle famose "stanze del buco". "Bisogna incentivare  le narcosalas - spiegava Pisapia - queste strutture permettono ai consumatori di ‘eroina di strada' di assumerla in condizioni igienico-sanitarie accettabili".
Un candidato tutt'altro che moderato Dopo aver perso alle primarie Boeri, il Partito democratico si è stretto attorno all'ex rifondarolo. Sabato sera, al Teatro Dal Verme di Milano, il candidato sindaco ha presentato i punti salienti del suo programma: lavoro, cultura, aria pulita e mobilità. L'ha chiamata la "spedizione dei Mille per unire Milano". Tutto molto democratico, tutto molto moderato. Ma a giudicare dalle proposte portate avanti nel corso di tre legislature, l'avvocato comunista appare tutt'altro che un moderato. Quali soluzioni potrebbe portare al problema dei campi rom abusivi un sindaco che in parlamento voleva chiudere i centri di accoglienza per i clandestini? Quale tipo di contrasto alla criminalità locale potrebbe adottare un sindaco che solo pochi anni fa proponeva di depenalizzare lo spaccio e abolire del tutto l'ergastolo? E ancora: quale contrasto ai blitz dei centri sociali durante le manifestazioni potrebbe mettere in atto un sindaco che voleva perdonare i terroristi degli Anni di Piombo con una pacca sulla spalla?




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Toghe derise dagli antichi

Il Tempo


Nel caso Ruby il buon Pericle avrebbe visto un'intollerabile infamia. Il garantismo nel mondo latino è racchiuso nel motto "in bubio pro reo".


Mentre il governo si accinge ad affrontare il problema della riforma della giustizia i nostri più gagliardi procuratori di assalto dovrebbero chiedersi che cosa gli antichi greci, e magari anche quelli latini, penserebbero di loro. Ma temo che a questa proposts molti di loro reagirebbero con una smorfia schifata perfettamente appropriata all’idea che il garantismo, e ancor più il rifiuto del giustizialismo, siano scoperte della canaglia berlusconesca. Errore, grave errore.

E le meglio toghe giacobine, con tutta la loro cultura giurisprudenziale, avrebbero dovuto scoprire da un pezzo che ad alcune delle meglio teste del mondo antico i magistrati della loro specie avrebbero fatto orrore. Una delle più insigni di quelle menti fu naturalmente il grande Pericle, che nel suo celebre elogio (riportato da Tucidide, della democrazia ateniese dimostrò fra l’altro che anche sul tema sesso, società, giustizia e vita privata un greco del V secolo a.C. poteva essere molto più "avanzato" di tutti quei nostri dotti intellos che non riuscendo a sfasciare il Cavaliere a colpi di elezioni vorrebbero accopparlo a colpi di pettegolezzi giudiziari.

Ecco il passo più sorprendente di quel discorso: «Non soltanto nella nostra vita pubblica ma anche in quella privata noi viviamo in piena libertà, ragion per cui, in quel sorvegliarsi vicendevole che si verifica nelle azioni di ogni giorno, noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a proprio piacimento, né gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualcosa di poco gradito». Dalle queste poche righe sembra lecito dedurre che il buon Pericle, in episodi come lo sfruttamento politico del "caso Ruby", avrebbe visto un’intollerabile infamia. Ma per farsi un’idea dell’opinione che un greco qualsiasi di quel tempo si sarebbe fatto di certi nostri giudici conviene passare da Pericle ad Aristofane, e in particolare alla splendida commedia – "I calabroni" – in cui egli si fece beffe, appunto, della furia giustizialista dei sicofanti del suo tempo.

In questa pièce, scritta 25 secoli fa, accade che un certo Filocleone, esempio imperituro di paranoia giudiziaria, ritenendo, proprio come certi eroi della giustizia italiana di oggi, che la più nobile pratica umana consistesse nel trascinare ogni giorno qualche cittadino in giudizio, coltivava la lieta ambizione di riuscire ad accusare tutti, magari a costo di processare l’intera città, di corruzione. Giacché nulla lo eccitava come l’idea di inguaiare qualcuno con un avviso di garanzia. Nulla lo esaltava come la protezione dei poteri forti di allora. E nulla lo inorgogliva come le varie blandizie con cui tanti pezzi grossi cercavano di ammansirlo: inchini e baciamani per le strade, suppliche e piagnistei davanti al tribunale, grosse regalie sottobanco, fanciulle offertegli per sollazzarlo dai loro tremebondi genitori e altre analoghe attenzioni.

Ecco la strepitosa tirata con cui egli risponde al figlio che deplora la sua brama di processi: «Chi è più felice e beato di me? Chi campa meglio di me? Chi è più temuto di un giudice? Quando la mattina esco di casa, sciami di pezzi grossi m’aspettano davanti ai cancelli del tribunale. E subito, appena m’avvicino, mi stendono la mano tremula, la stessa che ha rubato denaro pubblico. E prosternandosi, con una vocina lagnosa, incominciano a supplicare: «Dottore, vi scongiuro, per carità. Dopotutto anche voi qualche volta avete rubato denaro pubblico. Insomma mi dovete perdonare!». E pensare che quel farabutto non saprebbe nemmeno che esisto se non l’avessi assolto già una volta.

Poi, una volta entrato dentro, inghiottita la nausea per tutti quei piagnistei, non faccio niente di quel che ho promesso. E mi accingo ad ascoltare tutti quei disgraziati che mi mandano a raccontare un sacco di fesserie per non farsi denunciare o condannare». Il lungo elogio che Filocleone scodella sui vantaggi della propria attività sicofantesca prosegue così: «Non si può immaginare quanti salamelecchi un giudice può ricevere là dentro. Chi piange miseria aggiungendo altri guai a quelli veri. Chi racconta fandonie. Chi dice barzellette. Qualcuno, per farmi passare la collera, cerca di farmi schiattare a ridere con le sue buffonate. Qualcun altro per impietosirmi si presenta coi figlioletti. E io li sto a sentire.

E loro, abbassando la testa, belano come tante pecorelle. E il padre, tremando come una foglia, a nome di quelle creature, mi prega, come se fossi un dio, di assolverlo dall’accusa di malversazione. «Se vi commuove la voce di un agnellino, abbiate pietà di quella di un bambino». E sapendo che mi piacciono le puttanelle, cerca di farmi crollare sotto i singhiozzi di quella troietta di sua figlia. Allora mi addolcisco e incomincio a cedere. Ma mi stavo dimenticando la cosa più dolce: quando torno a casa, tutti mi fanno festa perché pensano ai quattrini che mi sono guadagnato».

Il momento più esilarante della commedia è quello in cui il figlio, ormai convinto che il padre sia pazzo, e perciò deciso a porre fine al suo folle attivismo giudiziario, lo rinchiude in casa in compagnia di un cane che egli, per sfogare la sua massima passione, potrà divertirsi a processare per il furto di un pezzo di formaggio. Il "garantistmo", infine, è cosa molto antica, giacché le sue radici affondano nella sapienza giuridica dei legislatori latini dei primi secoli dell’èra cristiana. Non è anzi esagerato sostenere che tutto l’edificio teorico del "garantismo" moderno è racchiuso, come un albero nel proprio seme, in quell’ammirevole motto latino – «in dubio pro reo» – che afferma che nei casi giudiziari dubbi si deve decidere sempre a favore dell’imputato.



Ruggero Guarini
06/03/2011




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Il guru Vecchioni caro ai giustizialisti? Attaccava le toghe





Nel ’77, fermato per spaccio, restò un mese in cella perché il gip era in vacanza. Sull’episodio una canzone al vetriolo 



 
Sempre così, è la sindrome del pesce rosso. Memoria corta. Cortissima. Magari anche furbetta perché entra in funzione solo quando fa comodo. Leggete qui, toni minacciosi: «Signor giudice lei venga quando vuole, più ci farà aspettare, più sarà bello uscire». Non basta, ci vuole anche sarcasmo: «Si compri il costumino, si mangi l’arancino col suo pomodorino». E poi ancora, il giudizio morale non guasta mai: «Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà, ci vergogniamo tanto d’essere uomini così così» (sottinteso, come lei signor giudice).

No, non è un inedito volantino delle Br. Nemmeno un soliloquio di Casarini dopo il G8 di Genova. È parte del testo del brano Signor giudice (un signore così così) dall’album «Robinson, come salvarsi la vita» del 1979. Autore: Roberto Vecchioni. Già. Lui. Dunque l’incontestato maestro della canzone d’autore, dopo aver vinto nel ’92 il Festivalbar (noto tempio del pop reazionario) e aver appena sbancato la enclave veteroborghese del Festival di Sanremo con la canzone più politica della sua storia (del Festival, non di Vecchioni: in Chiamami ancora amore c’è pure un’apologia delle rivolte studentesche), ha iniziato la seconda gioventù creativa. Naturalmente sempre riverito - e ci mancherebbe: lo merita - dai critici musicali. Ma anche dall’ala talebana dell’intellighenzia veterosinistra, quella dura e pura dei Flores d’Arcais, per intenderci, giù giù fino a Michele Serra o a Maurizio Crozza. Quelli che, se parlano, dicono solo cose giuste e gli altri son tutti poveretti. Quelli che i giudici, guai, sono intoccabili, una risorsa aurea, l’ultimo ridotto della Valtellina contro il babau Berlusconi.

Con la pancia piena, si sa, i giudizi sono sempre più pacati. Ma se capita di finire in galera per un’accusa grave (spaccio di stupefacenti) che crea fortissimi danni economici e di immagine ma poi dopo anni svanirà (assoluzione), allora vien più facile scrivere: «Signor giudice chissà che sole, si copra, per favore che le può fare male, immaginiamo che avrà cose più grandi di noi, forse una moglie troppo giovane».

Per farla breve, Vecchioni era stato arrestato nel 1977 dal giudice istruttore di Marsala con l’accusa di aver dato uno spinello a un quattordicenne durante una Festa dell’Unità. Vecchioni subito in galera. Giudice subito in vacanza a dire, sotto l’irrinunciabile ombrellone al mare, chissenefrega del regolamentare interrogatorio al detenuto: si farà un mese dopo a ferie e crema solare finite.
Il procedimento slitta, il processo dura quasi un lustro, Vecchioni si imbestialisce e scrive la canzone. Ma la sua è stata la tipica arrabbiatura stile Marchese del Grillo: «Io so’ io, voi non siete un cazzo». Se i giudici sbagliano con me, è sacrosanto reclamare punizioni. Se devastano le vite degli altri, beh, dopotutto ce ne faremo una ragione. Eh no. Qui urge almeno una vignetta indignata di Vincino, come minimo.




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Ora il Pd vuole fermare l'inchiesta sulla mafia





A Paderno Dugnano i democratici votano contro la proroga della commissione consiliare anti ’ndrangheta. Ma gli va male. Una riunione dei boss si era tenuta un un circolo diretto da un ex consigliere comunale



 

Luca Rocca
Gian Marco Chiocci
Un voto per fermare l’inchiesta sulla ’ndrangheta. Un voto, quello del Partito democratico del comune di Paderno Dugnano, a due passi da Milano, per dire «no» alla proroga per la Commissione consiliare speciale di controllo, che cerca di far luce sui presunti legami fra la criminalità organizzata calabrese e le istituzioni locali. Un «no», quello del Pd, che è uno schiaffo anche al suo nuovo idolo, Roberto Saviano, che nella puntata di Vieni via con me dedicata alla criminalità e alla Lega ha parlato del circolo «Falcone-Borsellino» di Paderno senza specificare che era diretto dall’ex consigliere comunale del Pd, Arturo Baldassarre, dove i boss locali si riunirono per approvare la nomina dei loro capi. Un «no» inutile perché la proroga per la commissione è passata grazie ai voti del Pdl e del’Idv che con Maurizio Cerioni guida l’organo antimafia.

La storia della locale commissione antimafia voluta dal sindaco Pdl di Paderno, Marco Alparone, ha inizio subito dopo il 13 luglio 2010, quando le sezioni della Dda di Milano e Reggio Calabria, con l’operazione «Infinito», assestano il più duro colpo che la ’ndrangheta calabrese ramificata al Nord abbia mai subìto, con l’arresto di 300 persone. Da quel momento l’attenzione si sposta su Paderno Dugnano, non solo sul consigliere comunale del Pd che guidava il circolo Falcone-Borsellino (ora chiuso per volontà dell’attuale sindaco), non solo sull’ex sindaco, sempre Pd, Gianfranco Massetti, il cui nome, insieme a quello di Baldassarre, spunta nell’ordinanza del gip, ma soprattutto sui «contatti» fra questi e il capobastone di Bollate Vincenzo Mandalari, sfuggito alla cattura il 13 luglio 2010 e poi finito in manette nel gennaio scorso. A pagina 176 dell’ordinanza, infatti, si legge: «Arturo Baldassarre ha messo a disposizione del sodalizio criminoso il centro per anziani “Falcone-Borsellino” dove il 31 ottobre 2009 si è svolto il fondamentale summit di ’ndrangheta durante il quale è stato nominato Pasquale Zappia quale responsabile generale della Lombardia (...). Baldassare può essere considerato un esempio paradigmatico della capacità del sodalizio di infiltrarsi nell’ambito istituzionale».

A pagina 210 il giudice tratteggia l’abilità del boss Mandalari nel rapportarsi al mondo politico, sociale ed economico dei territori che controlla o tenta di controllare, ed è in quest’ambito che spunta il nome dell’ex sindaco del Pd Massetti. Si legge infatti nell’ordinanza: «Questa sua predisposizione (di Mandalari, ndr) di accrescere tali rapporti ha permesso di delineare due tipi di reazioni da parte di tutti coloro che sono entrati in contatto con Mandalari: la prima, come accaduto ad esempio per il sindaco pro tempore di Bollate, è quella dell’allontanamento e dell’immediata comunicazione alle forze di polizia di ogni forma di interessamento o intrusione manifestata da Mandalari; la seconda, come ad esempio per il caso (...) del sindaco pro tempore di Paderno Dugnano, Massetti Gianfranco, è quella di prestarsi assicurando la massima disponibilità».

La «libertà di movimento» che il boss ha sul territorio di Paderno, viene sottolineata dal gip quando scrive che Mandalari «in quel comune lavora senza problemi» per i «buoni rapporti che ha instaurato col sindaco Massetti». Ed è sempre nell’ordinanza che si legge di come il Mandalari, intercettato, si vanti di «aver eseguito durante l’anno lavori per quel Comune per un importo pari a 350mila euro e che adesso ne ha tra le mani uno per un valore di 500mila e che il sindaco Massetti appena ha saputo della possibilità di concedere tali lavori alla Imes si è espresso in questo modo: “Chi meglio di lui, oltretutto lo conosco anche”». I magistrati, nero su bianco, parlano anche di una tangente usata come veicolo per far avere al boss un grosso appalto per dei lavori di urbanizzazione. Va detto che né Baldassarre, ex presidente del circolo Falcone-Borsellino, né Massetti, sono mai stati indagati.

Il sindaco di Paderno Dugnano, Marco Alparone, al Giornale spiega: «Dopo l’operazione “Infinito”, in consiglio comunale abbiamo votato, all’unanimità, per la creazione della commissione speciale di controllo che si doveva occupare di due punti: quello relativo al circolo e quello sugli appalti del mio Comune finiti nella mani di Mandalari. Sul primo punto la Commissione si è già pronunciata, dicendo, all’unanimità, che la conduzione di quel centro era stata irregolare, ragion per cui io ho chiuso il centro. Il secondo punto è ancora in esame, ed è su questo che è stata chiesta la proroga, su cui il Pd ha votato contro. Non è un bel gesto». Umberto Zilioli, consigliere del Pd, spiega così il no del suo partito: «Noi dobbiamo controllare l’operato del Comune, non fare un’inchiesta per la quale è già impegnata la magistratura». Intanto il primo cittadino di Paderno annuncia anche che a breve verrà depositato un esposto per ottenere un approfondimento dell’ordinanza «Infinito»: «Ma la presenteremo alla procura di Monza perché per Milano la partita è chiusa».



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Stupro a Piazza di Spagna, la ragazza confessa: «Ho inventato tutto»

Corriere della sera

La 23enne spagnola è indagata per simulazione di reato: la denuncia per coprire un «incidente» nel rapporto consumato con gioco erotico ispirato a «Rugantino»


ROMA - Era tutto inventato. Anzi, era tutto un gioco erotico ispirato al personaggio di Donna Marta del musical «Il Rugantino», ma spacciato in ospedale per uno stupro dopo la rottura di un preservativo durante il rapporto sessuale.
Aveva mentito agli inquirenti ed agli operatori sanitari che l'avevano visitata, la ragazza di 23 anni che aveva detto di essere stata stuprata due settimane fa a Roma, nei pressi di Piazza di Spagna.

LA CONFESSIONE AI PM - Venerdì la donna, una studentessa spagnola di famiglia ricca e in Italia da alcuni mesi per il progetto Erasmus, è crollata in lacrime di fronte ai pm raccontando la verità, incalzata dalle domande degli inquirenti. Quella sera, d'accordo con il fidanzato, anche lui spagnolo, benestante, di 43 anni, aveva adescato uno sconosciuto per strada a Roma fingendosi una prostituta. Poi ha avuto un rapporto sessuale con lui in un appartamento, ma il preservativo si è rotto e lei aveva paura di aver contratto una malattia.

«NON PENSAVO ALLA POLIZIA» - «Non pensavo che parlando di una violenza sessuale sarei finita negli uffici della Squadra mobile», ha detto la studentessa piangendo e chiedendo scusa. Ora rischia di finire sotto processo per simulazione di reato e falsa testimonianza: potrebbe vedersi comminare una pena da uno a tre anni di carcere; al vaglio degli inquirenti anche la posizione del fidanzato.
Nel giustificarsi, la giovane spagnola ha spiegato: «Ho detto di esser stata violentata perché avevo paura di non ricevere le cure adeguate». Non c'era stata nessuna violenza, dunque, si cercava soltanto di coprire un gioco erotico pericoloso nel quale la coppia si divertiva ad adescare uomini per lei, pronta a qualsiasi rapporto sessuale con gli sconosciuti fingendosi una prostituta. Ma stavolta, dopo la rottura del preservativo, la giovane ha chiamato il fidanzato e insieme hanno concordato una finta versione dei fatti.



I DUBBI DEGLI INQUIRENTI - Fin dai giorni immediatamente successivi la denuncia del 19 febbraio, gli inquirenti avevano avuto fondati dubbi circa la versione della giovane: dalle telecamere di sorveglianza della zona dove si presumeva fosse avvenuto lo stupro, non era emersa alcuna immagine né dell'auto della ragazza, né dei due presunti assalitori che le avrebbero puntato un coltello alla gola in via di San Sebastianello. Ma polizia e magistrati avevano continuato a mantenere il riservo sulle indagini.
Ora il questore di Roma Francesco Tagliente ammette: «Abbiamo avuto sempre forti dubbi ma non li abbiamo mai voluti palesare. La ragazza ha fatto tutto questo perché aveva bisogno di una profilassi. Sono particolarmente grato agli investigatori e ai magistrati perché ci hanno fatto capire cosa è successo e consentito di far rientrare tutto». Non rientrano, invece,le feroci polemiche tra amministrazione capitolina, opposizione e perfino esponenti della destra romana, sulla «strumentalizzazione» delle notizie legate a violenze sulle donne.

LUCI ACCESE AL COLOSSEO - Mentre il sindaco se la prende con la sinistra, Francesco Storace (La Destra) ricorda ad Alemanno che seppure «fa bene a dire no allo sciacallaggio della sinistra sullo stupro inventato a Trinità dei Monti», la prossima volta «farà ancora meglio se eviterà anche lui di correre appresso alle invenzioni accendendo le luci del Colosseo».

In effetti il primo cittadino di Roma, all'indomani della presunta violenza sulla ragazza spagnola, aveva disposto che venissero accese le luci del Colosseo - come di fatto è avvenuto domenica 20 febbraio - «per ricordare la violenza subita dalla giovane universitaria: un gesto simbolico, ma significativo - aveva precisato Alemanno -, per far luce sui casi di prevaricazione nei confronti delle donne ed evitare che episodi del genere restino nell'ombra».


Redazione online
05 marzo 2011(ultima modifica: 06 marzo 2011)

Svendopoli, 116 case nel mirino dei magistrati

Il Tempo


Le indagini della Procura sulle cessioni dal 2007. La maggior parte degli immobili di pregio alienati tra il 2005 e il 2006.


Un'immagine di Roma dall'alto Casilina, Esquilino, Settebagni, Torre Spaccata, Torrevecchia, Ostiense, Trullo e Tiburtina. Sono questi i quartieri dove sono state vendute, o tramite la prelazione o per asta pubblica, la maggior parte delle case sulle quali la Procura ha aperto un'inchiesta sulla «svendopoli» capitolina. Le vendite, in parte avvenute tramite cartolarizzazione, tra il 2005 e il 2010 sono oggetto della denuncia del Campidoglio effettuata dopo una prima verifica sul patrimonio capitolino e sulle quali farà luce anche la commissione d''inchiesta nominata due giorni fa dal sindaco Alemanno.

Per quanto riguarda l'aspetto giudiziario, tuttavia, i magistrati indagheranno soltanto per le vendite dal 2007 al 2010, in virtù dei termini di prescrizione previsti dalla legge. Questo significa che quanto avvenuto prima del 2007 non è legalmente perseguibile. Peccato perché su circa 900 unità immobiliari vendute dal Campidoglio saranno soltanto 116 quelle al vaglio degli inquirenti. E si tratta per la maggior parte di case acquistate da inquilini grazie al sistema della prelazione nelle periferie. Pochi infatti i casi «eccellenti» di vendite avvenute dopo il 2007.

Ridotte al lumicino, si segnalano quelle in via dei Vascellari (Trastevere) dove per 56 metri quadrati si è pagato 403 mila euro: vicolo Scavolino (dietro Fontana di Trevi), dove l'acquirente ha comprato in seguito a un'asta andata deserta un appartamento di 98 metri quadrati per 652 mila euro. Ancora, a via dei Banchi Nuovi (piazza Navona) 51 metri quadrati sono stati pagati (con prelazione) 142.510 euro nel 2008; in vicolo dei Falegnami (dietro al Ghetto) 103 metri quadrati sono valsi appena 244.580 euro nel 2007.

Casi sui quali si farà luce, certo ma poca cosa rispetto alle centinaia di vendite effettuate soprattutto nel 2005 e nel 2006: 68 metri quadrati a piazza della Rotonda (Pantheon) a 295.260 euro; 223 metri quadrati in via del Colosseo a 802 mila euro; 155 metri quadrati a via De' Burrò a 265.269 euro. E che dire dei 325 metri quadrati a piazza di Trevi pagati un milione 826mila euro nel 2005. Tutti casi che rimarranno «irrisolti». Alla luce di questa considerazione poco interessa la polemica del Pd che ieri ha puntato sulla necessità di un assessore «a tempo pieno», sottolineando il doppio incarico di Alfredo Antoniozzi (assessore capitolino alla Casa e eurodeputato) e del Pdl «sono nervosi perciò che sta emergendo». Sus. Nov.


Susanna Novelli

06/03/2011





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Uso la pistola per tenere i Vip incollati alla loro poltrona"



R

Il titolare che gira l’Italia a prendere le misure del fondoschiena dei clienti. Così un’azienda diventa un caso di marketing studiato all’università. Il capo dello Stato, la presidente di Confindustria, il direttore del Tg1: tutti comodi sui troni "anti ribaltone" dell’imprenditore che all’occorrenza fa anche l’artigiano



"Presiden­te, si col­lassi!". Giorgio Napolita­n­o è rimasto per un at­timo interdetto: l’or­dine, cortese ma pe­rentorio, veniva da un signore di grande distinzione, vestito di scuro e in guanti bianchi, inginocchiato a fianco della poltrona su cui il capo dello Stato s’era appena assiso.Comprensibile esitazio­ne, lieve impaccio e poi, oplà, anche Napoli­tano è finito inclinato all’indietro di 16 gradi. «Mi perdoni, presidente, ma riesco a interve­nire solo se il peso del corpo si scarica per intero sullo schienale». Rapida registrazione dei meccanismi sotto il sedile. Fatto. Perfet­ta. «L’uomo giusto sulla poltrona giusta». Sarà. Ma il presidente della Repubblica l’ha scampata bella. Un po’ in segno di defe­renza, un po’ in omaggio ai comuni natali, Vittorio Pappalardo, napoletano verace, gli ha risparmiato l’altro rituale, ben più imba­razzante, da cui trae origine la tradizione d’indossare i guanti bianchi: il controllo del fondoschiena.

«Eh, amico mio, lei non sa di quanti e quali guai sia foriera la mancata ade­renza della poltrona a livello lombare», si giustifica. Ora vorrebbe che le terga presi­denziali trovassero sollievo anche a Villa Ro­sebery, la residenza su Capo Posillipo dove gli inquilini del Quirinale vengono a godere del paesaggio marittimo: «So che lì vi è una poltrona nera che fu scelta da Francesco Cos­siga. Io ci vedrei bene qualcosa in tessuto da­mascato con i colori della nostra bandiera». Pappalardo non è solo l’imprenditore che ha saputo dare dignità regale al tanto vitupe­rato attaccamento alla poltrona. È molto di più: un maestro di sedute, un cerimoniere del potere e, per dirla come va detta, un formi­dabile accaparratore di deretani celebri.

Ma guai a pensare che la sua manifattura di piaz­zetta Sant’Onofrio dei Vecchi, nel cuore di Napoli, sforni semplici poltrone, sia pure da collezione: «Mi consenta di correggerla, dot­tore. Direi che i miei, più che altro, sono corpi macchina ergonomici». Costruiti da quattro soli artigiani, ai quali per almeno cinque ore al giorno, quando può, si affianca lui, il fonda­tore e amministratore unico: «Cuciture e fin­i­ture sono il mio hobby anche nel poco tempo libero. Spesso capita che la domenica mi alzi dal letto con un’idea nuova. Vengo qui in la­boratorio e me la realizzo da solo». A queste condizioni, la perfezione è dietro l’angolo: «Modestia a parte, quella delle misure l’abbiamo già raggiunta, almeno nel mec­canismo antiribaltone», si toglie le scarpe, balza in pie­di sulla poltrona avendo cu­ra di tenere i talloni fuori dal sedile e ciononostante le cinque razze munite di ro­telle non si spostano di un millimetro sul pavimento.

Pappalardo, 57 anni, è fi­glio d’arte. I suoi avevano un’azienda di mobili e mac­chine per ufficio. Il padre Giuseppe morì quando lui aveva appena 10 anni. Ha frequentato la Scuola Sviz­zera di Napoli e poi un ma­ster di direzione aziendale col professor Franco D’Egi­dio a Milano. «I miei genitori mi hanno inse­g­nato che la famiglia è al servizio dell’impre­sa, D’Egidio pressappoco il contrario. Ho raggiunto un equilibrio olistico: la verità sta nel mezzo». Magari non l’ha raggiunto pro­prio del tutto, visto che, «per scelta», ha mes­so al mondo solo Vittoria, oggi al terzo anno di liceo artistico, «un figlio ha bisogno di una madre e di un padre e io lavoro 18 ore al gior­no, a casa non ci sono mai, perché far nasce­re degli infelici?».

L’imprenditore è spesso in giro per l’Italia ad acculare i suoi selezionati clienti sui pez­zi unici preparati per loro, personalizzati con nome e cognome inciso in un ovale d’ot­tone e numero di matricola con codice alfa­numerico a 10 cifre. «Il cliente va coccolato. Se un’azienda non mette al primo posto la sua soddisfazione, non ha futuro. Il compra­tore scontento ti arreca un danno irreparabi­le. Invece quello contento lavora ogni gior­no per te. Ho costruito la mia fortuna sulla qualità e sul passaparola». Un caso di marke­ting da manuale, che è stato oggetto di stu­dio all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, nel corso tenuto dalla professoressa Elena Perrella per i laureandi in scienze del­la comunicazione, e che troverà consacra­zione nel numero di maggio di Vogue Acces­sory , con una poltrona in velluto rosso ispira­ta ad Alice nel paese delle meraviglie.

Non si può dire che Pappalardo non aves­se ben chiaro il target quando nel 1980 regi­strò alla Camera di com­mercio il marchio Vip, sigla che fonde le lettere iniziali di Vittorio Pappalardo ma che è soprattutto l’acroni­mo di «very important per­son ». Nel corso degli anni ha messo comode le autori­tà locali: l’arcivescovo Cre­scenzio Sepe; il prefetto Alessandro Pansa; il que­store Santi Giuffré; il co­mandante della Nunziatel­la, colonnello Filippo Troi­se; i direttori del Mattino , Virman Cusenza («avevo già pronta la targhetta per il suo predecessore, Mario Orfeo, ma fu chiamato alla guida del Tg2 ») e del Dena­ro , il più diffuso quotidiano economico del Sud, Alfonso Ruffo. Poi ha ampliato il ramo giornalisti: il direttore del Tg1 , Augusto Minzolini, e il suo vice Genna­ro Sangiuliano; il direttore di Panorama , Giorgio Mulè; il direttore del Tempo , Rober­to Arditti.

Infine ha puntato dritto ai palazzi romani del potere: dal capo dello Stato alla presidente della Confindustria, Emma Mar­cegaglia, e al suo vice, Enzo Boccia. Adesso l’inarrestabile Pappalardo minac­cia di dilagare nel mondo dello spettacolo. Alla presentazione di Vallanzasca, gli angeli del male , al Maschio Angioino, su richiesta della Fondazione Valenzi ha intronizzato il regista Michele Placido, gli attori Kim Rossi Stuart e Francesco Scianna, che nel film inter­pretano il capo della banda della Comasina e il suo rivale Francis Turatello, e Filippo Timi, che impersona il luogotenente del Bel René.

Quattro poltrone uguali, in gessato grigio sti­le gangster anni Trenta, con i nomi ricamati a mano sulla spalliera. E con una particolari­tà che contraddistingue le Vip di Pappalar­do: la fondina per la pistola sotto il sedile. Un articolo di sicuro successo, considera­to il territorio in cui opera la sua azienda. «È un accessorio molto utile, che mi sono inventato per i questori, i commissari di poli­zia e gli uomini d’affari costretti a girare ar­mati, mica per i camorristi. Lo fornisco solo su richiesta. E comunque non è l’unico». Che altro ha escogitato? «Il pomello sullo schienale per appendere la giacca. Il portaocchiali. Le tasche sui brac­cioli per l’agenda, il palmare o il pacchetto di sigarette. La custodia per lo specchietto». Inventiva partenopea. «Cura del dettaglio. La stessa che metto nel­la scelta dei tessuti, dalle lane Loro Piana al velluto Visconti di Modrone». Un tifoso del made in Italy. «Siamo stati noi a insegnare al mondo a man­giare, a bere, a vestirsi, ad arredare le case.

Sono disposto a fare un’eccezione solo per il lamellare di faggio dei braccioli, che provie­ne dalla Slovenia ma viene curvato in Italia. Il meccanismo per sollevare le poltrone è quello utilizzato dalla Ferrari per i portello­ni delle rosse di Maranello. Le pelli arrivano dalle concerie vicentine di Arzignano e il taf­fettà dalle industrie tessili lombarde. Ho pro­dotto poltrone con le sete del mio concittadi­no Maurizio Marinella, il re delle cravatte. Quella della Marcegaglia l’ho fatta con una stoffa bianconera di Emilio Federico Schu­berth, il grande sarto napoletano morto nel 1972 che vestiva le mogli e le amanti di re Faruk d’Egitto, aveva fra le sue clienti Sofia Loren, Brigitte Bardot,

Gina Lollobrigida, Lucia Bosé, Silvana Mangano, Wanda Osi­ris, Silvana Pampanini e in una sola notte preparò il guardaroba da imperatrice alla principessa Soraya, consorte dello Scià di Persia. I braccioli li ho impreziositi con due pietre Swarovski». Ma a che servono i cristalli Swarovski? Non fanno tanto trono di Bokassa? «Questione di misura. Li ho inseriti nella par­te inferiore del bracciolo, chi sta davanti alla scrivania neppure li vede. Ogni poltrona va considerata nel suo contesto e adattata alla personalità di chi la usa, come se fosse un abito. Per il cardinale Sepe ho scelto un tes­suto damascato con filo dorato, ovviamente rosso porpora.

Nel rinnovare lo studio, un operaio stava portando via per errore la pol­trona. Sua eminenza lo ha fermato urlando: “Guaglio’, posa ’sta cosa ccà!”. Me l’ha rac­contato divertito lo stesso arcivescovo». Il cardinale dev’essere molto affeziona­to alla sua poltrona. «Prima d’incontrare me, era costretto ad ar­rangiarsi con due cuscini per dare sollievo alla schiena. Vede, nessuno lo sa, ma quan­do siamo seduti la colonna vertebrale è al massimo del carico. Quindi la schiena ade­sa alla spalliera è l’unico modo per scaricare il peso. Il che significa che il sedile deve distare quat­tro dita dal poplite». Prego? «Il poplite, la regione poste­riore del ginocchio.

Altri­menti lei con la schiena al­la spalliera non ci arriverà mai.Inoltre il sedile dev’es­sere semirigido, perché la medicina del lavoro inse­gna che chi sta per molto tempo su una poltrona troppo morbida rischia emorroidi e prostatiti». Addirittura. «Lo capisce da sé: il cusci­no comprime e surriscalda il perineo. Non basta atte­nersi alle regole fissate dal­l’-Ufficio italiano unificazio­ne per il normotipo di statura compresa fra 1 un metro e 62 e 1 metro e 92. Bisogna valuta­re caso per caso. Per i miei concorrenti, abi­tuati a fabbricare in serie, le normative rap­presentano intralci burocratici, ostacoli pro­duttivi. Per me invece diventano leve di marketing.

Lavoro solo su misura, vado a rendermi conto di persona a domicilio, de­vo vedere peso e altezza del cliente». Quindi a Giulio Andreotti farebbe lo schienale con l’incavo per la gobba. «Davanti a qualsiasi persona, dal capo dello Stato all’ultimo degli impiegati, mi pongo con lo stesso atteggiamento di un medico. Per questo indosso i guanti di cotone bian­co. Di lattice no, mi saprebbe troppo da sala operatoria». Anche da obitorio. «Quando Giancarlo Elia Valori, l’economi­sta della Fondazione Abertis che è stato pre­sidente di Autostrade per l’Italia, ha visto che me li infilavo, mi ha chiesto guardingo: “Ma lei è massone?”». Lo credo. Nelle logge non si entra senza grembiule e senza guanti bianchi. «Gli ho spiegato che era solo una forma di rispetto e d’igiene. “Meno male”, ha com­mentato ». Quanto c’impiega a costruire una poltro­na? «L’ammiraglia richiede un’intera giornata di lavoro». Costerà una fortuna. «Mai essere venali. Io lavoro per me, per la soddisfazione d’avere una clientela esclusi­va. Il prezzo è l’ultima cosa che guardo. Pri­ma viene l’appagamento estetico. Non di­mentichi che noi italiani siamo i leader del bello nel mondo».

C’era già la Frau che fa poltrone belle. «Ma piglia ’a via do mare! Per l’amor di Dio, bellissime eh, intendiamoci. Ma lei prenda la storica Antropovarius disegnata da Ferdi­nand Porsche. Tanto di cappello per le verte­bre d’acciaio e la lamina di carbonio, però in qualsiasi modo lei voglia regolarle non trove­rà mai pace. Il design serve per vendere. Ma alla distanza sono l’utilizzo e la durata che fanno la differenza. Le mie poltrone sono concepite per l’eternità,come tuttigli ogget­ti di classe, che devono garantire un’assolu­ta manutenibilità nel tempo.

Se un cliente sporca di caffè il sedile o lo schienale, smon­to la poltrona, lavo il tessuto e riconsegno il prodotto come nuovo». Sceglieranno tutti il nero, per evitare ma­nutenzioni annuali. «Hiii, per carità! Mai consegnato poltrone nere. Mi rifiuto di farle. Una poltrona nera non invita a sedersi e uccide la creatività». E lo dice lei che indossa cravatta nera, calzoni neri, calze nere e perfino il cintu­rino dell’orologio in pelle nera? «Ma io sono un fiore! E poi, dottore, il Rolex col cinturino d’acciaio a Napoli non lo puoi proprio portare. Dà troppo nell’occhio». La poltrona è legata a valori negativi. Starsene in poltrona: oziare.

Essere in­collati alla poltrona: cupidigia di potere. Com’è riuscito a nobilitarla? «Ho compiuto quello che in gergo si chiama stiramento di prodotto.Ha presente l’Aspiri­na? A un certo punto l’acido acetilsalicilico non bastava più e così la Bayer ci ha aggiun­to l’acido ascorbico, cioè la vitamina C. Ho trasformato la poltrona in un oggetto perso­nale, tant’è che il prefetto Pansa ha voluto portarsela appresso nel nuovo incarico, e an­che affettivo: Osvaldo Martorano, che con la sua Martos finanziaria è uno degli sponsor del Napoli, ha preteso che gliela foderassi con una bandiera della squadra di calcio». Perché un’azienda come la sua è nata in Campania anziché in Brianza?

«E la fantasia dei napoletani dove la mette, dottore? Eh, lo so, voi del Nord pensate che le nostre uniche specialità siano il sole, la piz­za, il mandolino e le statuine del presepio. Vorrei farle notare che la Magnaghi costrui­sce i carrelli per i caccia Tornado e i velivoli Embraer, Aermacchi e Agusta; la Mecfond fornisce le presse industriali a Fiat, Chrysler, General motors, Citroën, Opel, Peugeot, Renault, Se­at, Skoda e Volvo; la Dema produce componenti per gli aerei Apache; la famiglia Mataluni è il secondo pro­duttore di olio al mondo». Di che cosa ha più biso­gno la Campania in que­sto momento? «Della presenza dello Stato, in ogni sua espressione».

Ma qui festeggiate volen­tieri l’Unità d’Italia op­pure avete nostalgia dei Borbone? «Un po’ di nostalgia c’è. Se andasse a visitare il museo di Pietrarsa e vedesse la sto­ria del Reale opificio creato da Ferdinando II, la prove­rebbe anche lei. È lì che nacque la prima fer­rovia del Belpaese, la Napoli-Portici, inaugu­rata nel 1839. La Fiat sarebbe venuta soltan­to mezzo secolo dopo». Non ha mai pensato di trasferire la sua attività al Nord? «Mia moglie me lo chiede un giorno sì e un giorno no. Ma come si fa, dottore? Sbaracca­re tutto a 57 anni... E poi Napoli non resterà così in eterno, dia retta a me. Se non avessi questa speranza, mi sarei già sparato».



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Ecco perché Al Jazeera soffia sulla rivolta



False fosse comuni, bombardamenti fantasma. E l'emiro proprietario della televisione è vicino all'Iran



 

Tra le tante cose false che Gheddafi racconta nei suoi discorsi, ce n’è una sicuramente vera: le televisioni straniere, e in particolare l’emittente satellitare panaraba Al Jazeera, svolgono un ruolo fondamentale nella rivolta libica, diffondendo notizie che alimentano la rabbia degli insorti e influenzano anche le decisioni politiche degli altri governi. Dal momento che la TV del Qatar ha avuto una parte analoga anche in Tunisia e soprattutto in Egitto, viene da chiedersi se i suoi giornalisti hanno semplicemente esagerato nella loro ricerca dello scoop, o se avevano davvero l’intenzione di soffiare sul fuoco. E in questo secondo caso perché, visto che il loro datore di lavoro, l’emiro Hamad bin Khalifa, sovrano assoluto di uno dei Paesi produttori di petrolio del Golfo, potrebbe essere a sua volta investito dai venti rivoluzionari?

Al Jazeera rappresenta una delle novità più importanti del mondo dei media, fornendo per la prima volta informazioni e servizi non censurati ai 300 milioni di arabi sparsi tra Atlantico e Oceano indiano. Da quando ha l’edizione inglese è diventata una fonte rilevante di notizie anche per noi occidentali, soprattutto da Africa ed Asia. Grazie ai petrodollari dell’emiro, dispone oggi della più vasta rete di corrispondenti, più della CNN o della BBC. Aveva già dato spesso fastidio ai regimi autocratici e in particolar modo alla monarchia saudita, ma mai era stata protagonista degli eventi come dall’inizio della rivolta araba. Le sue «dirette» dal Boulevard Burghiba a Tunisi e da piazza Tahir al Cairo, accompagnate da un flusso ininterrotto di flash e interviste di sostegno, hanno fornito a tunisini ed egiziani informazioni in tempo reale sull’andamento della rivolta, alimentandola e incoraggiandola.

In Libia, che è stata per molti giorni terreno proibito per i media occidentali, Al Jazeera si è superata, ma è anche incorsa in un numero impressionante di «infortuni»: ha dato credito alla voce di una fuga di Gheddafi in Venezuela, ha attribuito a un inesistente membro libico della Corte penale internazionale la valutazione (subito ripresa da tutti) di diecimila morti e cinquantamila feriti, ha scambiato i loculi di un normale cimitero per fosse comuni, ha riferito della conquista da parte dei ribelli della base aerea di Mitiga tuttora saldamente nelle mani di Gheddafi e si è - secondo molti testimoni - inventata quel bombardamento della folla da parte di Mig ed elicotteri che è all’origine della decisione occidentale di chiedere le dimissioni del colonnello e appoggiare i rivoltosi. Anche se successivamente smentite, queste notizie hanno infiammato i cittadini e incoraggiato le defezioni di molti militari e funzionari.

Dal momento che è improbabile che l’emiro abbia perso il controllo della sua creatura, o non si renda conto degli effetti che produce, il mondo si chiede che cosa ci sia dietro. Finora egli non è stato contestato dal suo milione di sudditi, e in una classifica compilata da Merrill Lynch il Qatar è stato definito il più stabile dei quindici Paesi arabi. Dal 2004 ha una Costituzione e un Consiglio elettivo, è al 40° posto nell’indice di sviluppo umano e le risorse di petrolio e di metano gli garantiscono un elevato reddito pro-capite. C'è tuttavia un particolare inquietante: di tutte le monarchie del Golfo, è quella considerata più vicina all’Iran.Al momento nessuno, neppure i servizi americani, riescono a capire quali siano le reali intenzioni di Hamad bin Khalifa. Ma, applicando il proverbio «Non c’è fumo senza arrosto», si conclude che qualche idea un po’ eterodossa ce la deve avere.

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I rivoluzionari del '68 diventati moralisti

Il Tempo


Occupavano scuole, attaccavano l'Italia bigotta.  Giornalisti e politici cresciuti nella cultura di quegli anni in prima linea contro Berlusconi. Ma una parte del Pd si sta ribellando.


La foto pubblicata da Chi della cena con Berlusconi e le deputate Pdl Sono quelli che hanno studiato nel ’68. Che hanno occupato, lottato contro l'Italia di quegli anni che consideravano bigotta, repressiva e perbenista. ma sono anche gli stessi che oggi si ritrovano in prima fila da accusare Berlusconi per le sue feste ad Arcore. E per le cene con le parlamentari nel castello di Tor Crescenza, vicino a Roma. Sono i Gad Lerner, che da giovane studente del Berchet di Milano partecipava a manifestazione e contestazioni che avevano come obiettivo quello di liberare il Paese da una cappa di moralismo opprimente. Sono i Michele Santoro, che giovane laureato militò nei maoisti dell'Unione comunisti italiani. Sono gli esponenti della sinistra che dovrebbero essere cresciuti in una cultura che a cavallo tra gli anni '60 e '70 mai si sarebbe sognata di contestare un leader politico perché a casa sua invitava a cena amiche ed esponenti del proprio partito. Eppure venerdì sera proprio Gad Lerner, durante la trasmissione di Gianluigi Paragone «L'ultima Parola» ha sbandierato in studio la fotografia pubblicata sull'ultimo numero della rivista «Chi», diretta da Alfonso Signorini in cui si vede Berlusconi a una cena con le parlamentari nel castello di Tor Crescenza. Una foto, a suo dire, che dimostrerebbe l'assoluta immoralità del premier. Una foto, ha sostenuto, che creerebbe imbarazzo in qualsiasi persona. La foto incriminata, in realtà, non sembra suscitare tutte queste pruderie moralistiche. Si vede Berlusconi insieme alle parlamentari elette, alcune più giovani, altre meno. Niente di scandaloso, insomma. Niente di così hard da far sobbalzare la coscienza. Tanto meno in chi è figlio della cultura del '68. Eppure anche ieri a Roma un corteo della Rete Viola è sfilato sotto palazzo Chigi per arrivare fino a piazza Santi Apostoli urlando a Berlusconi di dimettersi. Ma non tutti a sinistra sono d'accordo nell'attaccare il premier.

Ci sono, ad esempio, alcuni sindaci del Pd che hanno cominciato a dire chiaro e tondo a Bersani che sta sbagliando. Che questo continuo gridare alle dimissioni di Berlusconi sbandierando cene e feste non porta da nessuna parte. Ha iniziato qualche settimana fa Matteo Renzi, il sindaco «rottamatore» di Firenze. E venerdì sera, sempre ospite di Gianluigi Paragone, lo ha detto anche Michele Emiliano, ex magistrato e sindaco di Bari. «Sono d'accordo con Fabrizio Cicchitto - ha spiegato – Fermiano questi attacchi continui sul fronte privato del premier. Bersani sbaglia. Noi dobbiamo parlare di politica, contrastare il governo sul piano delle proposte. Non dobbiamo andare a vedere cosa fa a letto Berlusconi, dobbiamo pensare alle giovani coppie che a letto non possono fare nulla perché non hanno i soldi per formare una famiglia. Queste sono le cose sulle quali dobbiamo contrastare il centrodestra». E sulla stessa linea si muove Matteo Renzi. Che addirittura si è spinto più in là andando ad incontrare il premier direttamente ad Arcore. «Non mi interessa sapere cosa fa Berlusconi la notte – ha commentato – ma quello che non fa durante il giorno». «La sinistra deve voltare pagina – ha ribadito alcuni giorni fa intervistato da Repubblica tv – uscire dalla palude, dal pantano con alcune proposte concrete, perché non si può menare il can per l'aia e dire che siamo contro Berlusconi. Ruby e Iris non ci faranno vincere, ci faranno vincere le idee sull'università, sulla cultura e anche un'idea del cambio del gruppo dirigente». Forse i veri eredi della cultura del '68, nella sua parte migliore, sono proprio loro.

Paolo Zappitelli
06/03/2011




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Cina, crescono le spese militari Il budget sale del 12,7%

La Stampa


Pechino destina 91,5 miliardi di dollari alle forze armate. Washington: cifre fasulle


Crescono le spese per la difesa cinese. Come ogni anno, puntuale in marzo, le autorità di Pechino hanno diffuso il budget per le forze armate. Per l'anno fiscale prossimo la Cina destinerà 91,5 miliardi di dollari (il 6% del bilancio nazionale), ovvero il 12,7% in più della somma destinata al comparto difesa l'anno scorso*.  E' l'aumento percentuale in doppia cifra a colpire maggiormente.Un caccia Su-30 cinese Erano almeno 5 anni che pur in costante crescita il budget cinese per le forze armate era attestato mediamente attorno ai 7,5 punti percentuali. Eppure restano parecchie zone d'ombra. Washington ha sempre dubitato delle cifre cinesi. Al netto infatti quei 91,5 miliardi di dollari vanno a coprire solo parte delle spese reali: paghe, logistica, costi per l'equipaggiamento, gestione delle caserme, carburante e così via. Resta invece fuori - e nascosto in chissà quale voce di bilancio ("fondi" extra?) - il grosso della spesa: quanto per le forze strategiche? E per gli acquisti all'estetro? E per forze paramilitari e Ricerca&Siluppo?
Voci fondamentali di cui non vi è traccia fra le pieghe del budget. Anche per questo Washington ritiene che la spesa reale di Pechino sia tre-quattro volte tanto quella ufficiale. Accuse che si ripetono da sempre. Da anni sia il Congresso sia il Pentagono divulgano una sorta di "contro-bilancio" nel quale presentano numeri ben differenti e illustrano la "ratio strategica" cinese. La replica di Pechino è che pur avendo aumentato quest'anno gli investimenti è che questi non sono legati ad alcun intento aggressivo.

I vicini di casa della Cina però non sono così convinti delle buone intenzioni del Gigante asiatico. E reagiscono di conseguenza. L'India, ad esempio,  questa settimana ha alzato dell'11,6% le spese militari e sta facendo "shopping": jet tecnologici, aerei da trasporto, elicotteri da ricognizione e sottomarini. A Taiwan ovviamente il fiato cinese è ancora più forte visto che puntati verso l'isola ci sono 1.400 missili. Il Giappone e le Filippine sono ai ferri corti con Pechino per alcune isole contese. Nei giorni scorsi alcune navi della guardia costiera cinese hanno provato a speronare una nave di ricercatori filippini nel Mare del Sud. Subito delle fregate della guardia di sicurezza sono salpate per proteggere la nave che sta conducendo dei test sismici in zona. E' chiaro che fra interessi commerciali, stratetigi, energetici, gli arcipelaghi del Mar Meridionale cinese sono sempre più oggetto del contendere. Nel 2002 la Cina e altre 10 nazioni dell'Asean avevano firmato un codice di condotta (non vincolante) che le invitava a non tenere esercitazioni militari e altre azioni provocatorie. Ma questo "non vincolante" effettivamente non è stato così forte da frenare e impedire alcuni incidenti. Fra l'altro Cina e Filippine stanno dibattendo sulla sovraneità dei bassifondi di Scarborough vicini all'ex base della US Navy a Subic nella principale isola filippina di Luzon. Parecchie tensioni che hanno indotto molte nazioni del Pacifico ad aumentare le spese militari e alcune a intensificare i rapporti con Washington (ne abbiamo già parlato in questo blog).

Scorrendo "l'elenco della spesa" cinese si trova conferma di un trend evidente e ben noto. E' il dominio sui mari il vero obiettivo di Pechino. Due le ragioni: 1) limitare se non escludere del tutto Washington da quello che la Cina considera il suo giardino (ovvero il Mare meridionale cinese e in parte il Pacifico); 2) garantirsi l'egemonia sulle rotte energetiche e commerciali. Il presidente Hu Jintao ha fatto della modernizzazione della Marina una priorità. Ha migliorato fregate e cacciatorpedinieri; avrà due portaerei di classe Kuznetsov e sta costruendo un sottomarino "Jin class" in grado di lanciare testate nucleari mentre è al largo. Funzionali per il dominio sul mare sono anche gli aerei J-20, caccia invisibili ai radar pronti a rivaleggiare con gli americani F-22 Raptor, e i caccia SU-30 e Su-27. La modernizzazione delle forze armate, avviata a metà degli anni Novanta, prevede anche la riduzione delle truppe dell'esercito regolare, oggi composto da 2,3 milioni di unità. Pechino vorrebbe sacrificare qualche unità in cambio di tecnologia, rapidità e capacità di combattere scontri ad alta intensità. Ma è il mare il sogno cinese. E l'incubo Usa.

*Il Pentagono per il 2012 ha un bilancio di 553 miliardi. Tenendo conto del tasso di cambio il budget per la difesa cinese è un settimo di quello americano. Ma se consideriamo il PPP, ovvero a parità di potere d'acquisto, le spese militari sono due terzi di quelle Usa




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I trafficanti di notizie padroni della sinistra






Perché non esiste più una auto­noma politica della sinistra? Perché l’opposizio­ne è governata dall’esterno, da giornalisti che fanno i magistrati e da magistrati che trafficano in noti­zie con i giornalisti?




Perché non esiste più una auto­noma politica della sinistra italiana? Perché l’opposizio­ne è governata dall’esterno, da giornalisti che fanno i magistrati, gli origliatori, i pornoromanzieri, e da magistrati che trafficano in noti­zie con i giornalisti? Il giornalista di sinistra all’italiana è arrogante, è self­righteous (dal vocabolario: che si considera moralmente superiore, moralistico, bigotto). Non sopporta che qualcuno si metta in posizione di attacco, che lo critichi, che si difen­da su un piano di parità. Non cerca l’interlocutore, non accetta sfide ca­valleresche (vero, Scalfari?). Si sente investito di una missione che perse­gue senza rischi reali ma in modo fa­natico. Pensa di lavorare gratuita­mente per il bene della causa, e per il bene in generale. Non tollera dissen­si che non entrino di forza nel copio­ne di una commedia scritta da lui stesso, con protagonisti e antagoni­sti inventati allo scopo di compiace­re il lettore o lo spettatore, il suo incli­to pubblico di perbenisti. Esistono eccezioni, ma sono molto rare.
L’artista, lo scrittore, il giurista, il professore politicamente corretti so­no varianti di questa figura sociale del giornalista di sinistra all’italiana, e scrivono per lo più nei giornali o so­no (come diceva sorridendo Sergio Saviane) «maestri di gettonanza» te­levisiva. Frequentano voluttuosa­mente i luoghi in cui si realizza ben più che nell’arte o nell’accademia la loro vera identità psicologica, si esprime il loro rancore sociale, una infinita presunzione d’innocenza ol­tre il terzo, il quarto e il quinto grado di giudizio. Il loro idolo inconfessato è il mercato inteso nel senso idolatri­co del termine: le copie vendute, i premi amorosamente corrisposti, lo share of voice, la popolarità a buon prezzo, quella che si conquista dicen­do alla tua gente quel che la tua gente vuole sentirsi dire. Non c’è destrezza in tutto questo, non c’è mai sorpresa, non c’è invenzione. Abilità, inventi­va e imprevedibilità sono considera­te malandrinate, doti ciniche di un temperamento che può essere sì ro­busto, e che può anche incarnarsi in una qualche intelligenza, ma è ine­quivocabilmente votato al male mo­rale, alla doppiezza, a una mefistofe­lica incapacità di grazia.
Sono disposti alle più furbe mani­polazioni, ma sempre e solo nel qua­dro di questa strana teologia: la sal­vezza è amministrata dall’opinione pubblica, un corpo mistico e giudi­cante superiore all’elettorato, al po­polo, alle miserie quotidiane dell’uo­mo medio. Guardate i diari di Monta­nelli: era uno di noi, un principe del­l’ambivalenza, un uomo integral­mente inserito nel Palazzo della poli­tica, un qualunquista di talento, un gran pettegolo, un bel conservatore pieno di autoironia e di vanità dichia­­rata, un anticomunista e un italiano purissimo rassegnato amorevolmen­te a dannare e ad amare, con la riser­va dell’ironia e dell’intelligenza, il ca­rattere suo e dei suoi compatrioti. Ne hanno fatto un feticcio ideologico, in vecchiaia. Montanelli era il profeta dell’uomo comune, e faceva opinio­ne in questa veste; i suoi adoratori sa­crileghi schiacciano invece l’uomo medio sotto il peso di un’opinione che lo forgia, lo sovrasta, lo guida co­me una marionetta. I liberal america­ni, anche quando furono travolti da una variante eccentrica e molto im­probabile di comunismo a stelle e strisce, come avvenne al musicista dell’età di Roosevelt Aaron Copland, dedicarono al common man inni e fanfare con orchestre squillanti di ot­toni. I nostri guru di sinistra invece lo disprezzano, lo considerano la schiu­ma della terra, lo vogliono ridotto al silenzio. L’opinion,creatura dell’illu­minismo radicale nato in Francia, re­alizza l’utopia di un eroismo colletti­vo, arrembante, canterino, in cui non c’è spazio per il mito democrati­co anglosassone temperato da una autentica cultura liberale, per l’indi­viduo e per il cittadino.
La classe dirigente di sinistra, quel­la che si conquista la nobile pagnotta della politica facendosi eleggere in Parlamento, praticando lo scambio e il negoziato, facendo esperienza e imparando tra gli errori l’arte di uni­re le forze in vista di obiettivi possibi­li, realistici,è soverchiata dall’opinio­ne e dai suoi padroni. I padroni del­l’opinione sono diventati i padroni della politica. Sono i nuovi padroni del vapore, per dirla con la formula del vecchio azionista e radicale Erne­sto Rossi. La loro offerta pubblica d’acquisto,una perfetta compraven­dita di influenza e prestigio, altro che le transumanze di quelli che varcano la linea in su e in giù, si dispiega a prezzi stracciati: inventano un lea­der al giorno, dettano condizioni im­pietose, misurano gli spazi vitali del­l­’informazione secondo le loro classi­fiche di rispettabilità e di ossequio ai dante causa. La destra si è scelto un padrone, un outsider, uno che si muove come un elefante nel negozio di cristalleria dell’Italia parruccona, corporativa, e del suo establishment fragile e insicuro. I padroni dell’opi­nione si sono scelti la sinistra, e la ten­gono ben stretta tra le loro mani.




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La solita tentazione di Santoro Lasciare la Rai da martire






Dalla piazza alla piazza. L'idea della conduzione alternata ha mandato su tutte le furie il giornalista, che medita l'addio. Proprio come l'anno scorso. Il conduttore di Annozero non vuole trattare le dimissioni con Masi: già nel 2010 l'accordo tra i due saltò. Adesso sta meditando ancora una volta di fare il martire esiliato...



 
Ci mancavano solo i piduisti e le targhe alterne. Sembra di sentirlo Santoro, quello fatto di carne e ossa, che sbotta: «Mo’ non ne posso più, vado da quelli e straccio il contratto». Poi, però, subito dopo, prevale l’altro Santoro, quello feticcio del popolo di sinistra, che ci ripensa:«Ma come faccio a mollare?Mi darebbe­ro del vigliacco che abbandona il campo nel momento peggiore della battaglia». Però l’idea di riprovare (ci ten­tò già a maggio scorso creando un enorme casino) a lasciare la Rai e a porre fine alla defatigante lite con i vertici della Tv di Stato si fa strada nella mente del tribuno di Annozero. I suoi adepti lo descrivono come sempre più stanco di rintuzzare ogni settimana i tentativi del dg Masi di abbassare i toni della sua trasmissione e provato dalla diffi­cile posizione di «martire» che i «de­siderata» di Berlusconi da una parte e quelli dei suoi fan dall’altra gli han­no appiccicato addosso. In più i particolari che emergono dall’in­chiesta dei pm napoletani Henry John Woodcock e Francesco Cur­cio sulla presunta P4, gli fanno pensare che una bella vacanza gli farebbe tanto bene. Secondo le indagi­ni (riferiva ieri Il fatto quotidia­no), ci sarebbe un personaggio estraneo alla Tv di Stato, quel Luigi Bisignani che avrebbe aiu­tato il direttore generale Mauro Masi a «costruire un addebito disciplinare» per Santoro, con­sigli che poi sembra non siano stati applicati. Particolari, que­sti, cui ha riposto ieri il dg asse­rendo che con il giornalista «ci sono contrasti forti ma sempre trasparenti».
La questione è che, in questa vicenda, sia Masi sia Santoro si trovano in un cul de sac . Il diret­tore generale, cui spetta il com­pito di riequilibrare i program­mi di approfondimento, può in­traprendere tutte le fantasiose iniziative che vuole per blocca­re Santoro, ma tanto prevarrà sempre la sentenza del tribuna­le. Il giornalista, invece, non si può permettere di deludere il suo popolo-spettatore-eletto­re. Michele per tornare a tratta­re le sue dimissioni ( che vorreb­be dire finire le puntate a giu­gno e non tornare a settembre) ha bisogno di due condizioni: avere un interlocutore diverso da Masi e aggrapparsi a un ca­sus belli di quelli così nefasti da zittire pure i fan più sfegatati. Vediamo il primo punto: con Masi non può discutere la resa, è il suo arci-nemico, quello che ha mandato a vaffan... bicchie­re in diretta, quello che non ha firmato i contratti di Travaglio e Vauro, quello che impedisce al pubblico in studio di applaudi­re.
E poi ci ha già provato lo scor­so anno (l’accordo prevedeva un pacchetto di dieci milioni tra risoluzione del rapporto e re­alizzazione di docu- fiction): è fi­nita male perché la notizia si seppe prima della firma del con­­tratto, provocando la reazione furente del popolo di Annoze­ro . Potrebbe però accettare di trattare con un eventuale suc­cessore sulla poltrona di dg: ma­gari con Lorenza, lei, la candida­ta più probabile, che tra l’altro ha in mano le chiavi di tutti i contratti in Rai, occupandose­ne attualmente come vice dg. Ma l’addio di Masi è ancora un’ipotesi: dipende da molte variabili collegate alla tornata di nomine che dovrebbero av­venire nelle prossime settima­ne ai vertici delle società pubbli­che.
Poi ci vuole il casus belli. Per questo, arriverebbe a proposi­to l’app­rovazione dell’atto di in­dirizzo proposto da Alessio But­ti in Commissione vigilanza Rai che prevede un’alternanza dei programmi di approfondi­mento, una settimana quelli più orientati a sinistra e un’al­tra quelli più a destra. Figurarsi se Santoro accetterebbe una so­luzione del genere: non presen­ziare la prima serata al giovedì dove ormai è il re incontrasta­to... giammai! Piuttosto si licen­zierebbe: appunto. Però, an­che qui, appare difficile che la proposta di Butti possa concre­tizzarsi. Sulla questione Santo­ro è tranchant : «È politicamen­t­e aberrante e in termini televisi­vi è ridicola e inapplicabile».
Comunque, la corda è sem­pre più tesa. E se, da qui a giu­gno, si combinassero alcuni eventi favorevoli, magari Mi­chele si convincerebbe davve­ro a dedicarsi alle sue amate do­cu- fiction... da produrre ester­namente alla Rai.




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