venerdì 4 marzo 2011

Porta a Porta, battibecco tra Fini e Vespa «Lei offende la mia intelligenza»

Il Mattino

ROMA - Breve scambio di battute al vetriolo tra il presidente della Camera Gianfranco Fini e Bruno Vespa in occasione della registrazione di Porta a porta di giovedì. «È noto che lei sia informato su quello che fa Berlusconi» dice Fini rispondendo al giornalista che gli fa notare come la norma transitoria sul processo breve consenta comunque alle parti lese di procedere civilmente.
«Non ho alcuna informazione, sono cose che leggo sui giornali così come leggo che le intercettazioni in altri Paesi non sono consentite come qui da noi» risponde Bruno Vespa e Fini replica: «Lei dovrebbe chiedere al presidente Berlusconi, che frequenta, per quale motivo ha detto no alla proposta Bongiorno che andava proprio in questa direzione».

Un'altra punzecchiatura arriva per un misunderstanding quando Bruno Vespa chiede al presidente della Camera se Fli possa sostenere sindaci del centrodestra alle amministrative, «lei offende la mia intelligenza» risponde Fini spiegando che da parte sua non ci sono preclusioni interrotto, tuttavia, dal giornalista che commenta: «Questo mi fa piacere» alludendo ovviamente al fatto che da parte di Fli non ci siano preclusioni e non all'offesa nei confronti dell'intelligenza di Fini.
Il clima di "tensione" in trasmissione è continuato anche dopo l'intervento di Fini, quando Italo Bocchino, braccio destro di Fini, ha commentato un servizio sulla 'diasporà in Fli. «Non mi pronuncio sulla faziosità del servizio. Neanche Bonaiuti avrebbe fatto di meglio» ha detto. «Cosa c'è che non va?» ha chiesto Bruno Vespa e Bocchino: «Sembra che Fli stia scomparendo».






Affittopoli investe il centrosinistra

Corriere della sera


Il caso del figlio di Visco: 154 metri a Campo de' Fiori a 910 mila euro. Nuovo filone su contratti il 2001 e il 2008 per locali e sedi di partito, associazioni, ristoranti



Politica & Immobili




ROMA - Oltre 2 mila case di proprietà del Comune che avrebbero fruttato al Campidoglio appena il 15% del loro valore. Si tratta di sedi di associazioni utilizzate come sezioni di partito a canoni d'affitto irrisori e non pagati da decenni. Appartamenti in zone centrali venduti a prezzi molto inferiori al loro reale valore. È questo il nuovo filone di «Affittopoli» che abbraccia un periodo compreso dal 2001 al 2008, quando la capitale era governata dal centrosinistra e il sindaco era Walter Veltroni. E le novità stanno scatenando roventi polemiche nel mondo politico romano. Nell'elenco c'è di tutto: dal ristorante «Checco er Carettiere» di Trastevere, uno dei preferiti da Roberto Benigni, che pagherebbe 300 euro al mese d'affitto ad un albergo di lusso con un canone di 2.500 euro.



Non mancano le sedi di partito: una del Pd in via Vaiano ha un affitto di appena 254 euro mensili, mentre un'altra sede di Sinistra e libertà ne dovrebbe pagare 213, ma è morosa da una decina d'anni. E sarebbero decine le case vendute a prezzi molto inferiori a quelli di mercato. Tra queste l'appartamento da 155 metri quadrati del figlio dell'ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, vicino Campo de' Fiori: l'abitazione sarebbe costata 900 mila euro, il 30-40% in meno del valore reale.
Il centrodestra, per bocca di Barbara Saltamartini, parlamentare Pdl, accusa: «Se le notizie fossero confermate, sarebbe uno dei più grandi scandali della storia dell'amministrazione capitolina: la magistratura, alla luce di questi fatti, faccia chiarezza per capire chi ha permesso questo vero e proprio scempio». Parole condivise dal vice presidente della commissione Patrimonio di Roma Capitale, Domenico Naccari (Pdl) che aggiunge: «È opportuno, nell'interesse dei cittadini romani, che venga fatta tutta la chiarezza necessaria, a tutela della dovuta trasparenza amministrativa».
Replicano i parlamentari del Pd Roberto Morassut, che durante la giunta Veltroni è stato assessore comunale all'Urbanistica, e Walter Verini: «La gestione amministrativa delle giunte guidate dal sindaco Walter Veltroni si è sempre attenuta ad un rigoroso rispetto delle regole e alla trasparenza». E ancora: «Non saranno certo velenose campagne di stampa a cambiare le carte in tavola o a nascondere la situazione di disastro anche morale della giunta Alemanno, con il suo immobilismo e con i suoi scandali».



E dalla Regione Giancarlo Miele (Pdl) ricorda riferendosi alla gestione degli immobili appartenenti ale Ipab: «Dopo 5 anni di monopolio assoluto l'ex maggioranza di centrosinistra finge di non essersi resa conto del malgoverno di cui è stata responsabile ed in particolare della cattiva gestione del patrimonio immobiliare pubblico». E adesso «nel vortice di affittopoli e svendopoli alcuni consiglieri, che fino a pochi mesi fa avevano precise responsabilità politiche e amministrative - sottolinea Miele - chiedono all'attuale assessorato al Patrimonio l'accesso agli atti, per verificare canoni e locazioni. Francamente non si capisce il senso di questa richiesta».
Intanto ieri nell'Assemblea capitolina Giordano Tredicine (Pdl) ha presentato una mozione insieme al collega Ugo Cassone per «rivedere il piano di dismissione delle case dell'ente previdenziale Enasarco». Tredicine poi precisa: «È necessario istituire un tavolo di concertazione tra Enasarco, sindacati degli inquilini, lavoratori della fondazione e rappresentanti del Comune per fare chiarezza quanto prima e valutare alternative in merito alle condizioni che l'Enasarco ha stabilito per gli inquilini».

04 marzo 2011



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Mi correggo: il guappo non è mai buono»

Corriere del Mezzogiorno

Nino D'Angelo: arrestarli è una priorità, io equivocato. E sul pasticcio-Comune: «Politici senza dignità»



NAPOLI - «Volevo specificare meglio il mio pensiero: non credo assolutamente che il "guappo" sia una persona perbene, che non sia un "malamente". Anzi: liberarsi dei camorristi è una priorità, un'assoluta priorità». Nino D'Angelo sceglie il Corriere per rettificare in parte le dichiarazioni rese in una recente intervista, in cui affermava: «Uno come me non vede il guappo solo come una cosa malamente».

Non butta la croce sui giornalisti. «Forse sono io a non essermi espresso correttamente. Il mio pensiero va in direzione opposta. Per me di Saviano ce ne vorrebbero diecimila. Non può essere diversamente, batsa ascoltare le canzoni che ho scritto 'A storia 'e nisciuno, Jamme jà». «Certo - aggiunge D'Angelo - è chiaro che il problema per i quartieri popolari di Napoli resta: la gente povera ha bisogno di sostegno, di aiuto, di lavoro, per evitare di cadere nella trappola della camorra». E sul pasticcio delle dimissioni farlocche dei consiglieri d'opposizione e il ritorno della Iervolino si esprime così: «Gente che tradisce, che si vende...È una politica senza dignità».

Alessandro Chetta
04 marzo 2011

La Cina teme proteste come in Nordafrica Monito e minacce ai giornalisti stranieri

Quotidiano.net


Intimidazioni contro la stampa straniera per impedire ogni notizia in merito alla 'rivoluzione dei gelsomini', il movimento che organizza assembramenti di protesta tutte le domeniche in varie città



Pechino, 3 marzo 2011



Stretta del governo cinese sui giornalisti stranieri, che rischieranno l'arresto e la revoca del visto se lavoreranno in aree pubbliche senza permesso. Decine di reporter sono stati convocati dalla polizia di Pechino e Shanghai, denuncia il club della stampa estera in Cina (Fccc), dopo che 16 di loro erano stati fermati nei luoghi delle proteste anti governative di domenica.

Alla base delle intimidazioni contro la stampa straniera vi è infatti il tentativo di impedire ogni notizia in merito alla 'rivoluzione dei gelsomini', il movimento su Internet ispirato alla rivolta tunisina che organizza assembramenti di protesta tutte le domeniche in precisi luoghi di diverse città cinesi.

Le proteste, convocate in cento città cinesi, hanno richiamato, oltre ai corrispondenti stranieri, alcune centinaia di persone a Pechino e Shanghai e hanno suscitato una dura reazione da parte delle autorita’ di pubblica sicurezza.

A Pechino i giornalisti convocati dalla polizia sono stati accusati di essersi recati nella via dello shopping di Wangfujing, dove era stata organizzata la protesta, allo scopo di "creare caos". "Serve un permesso in ogni luogo della Cina prima di poter effettuare una intervista - ha detto la polizia ad un reporter- per esempio, se vuole intervistare qualcuno in un condominio deve avere il permesso del condominio".

A tutti i convocati, spiega il Fccc, è stato detto che la violazione delle regole sul lavoro giornalistico può comportare l’arresto "fino a quando il visto o il permesso di lavoro saranno cancellati.

A conferma della denuncia è arrivato il richiamo della portavoce del ministero degli esteri Jiang Yu, che ha intimato a giornalisti stranieri di "rispettare le leggi e i regolamenti" o "non ci sarà legge che li potrà proteggere".  La portavoce ha accusato "alcuni giornalisti" di voler essere dei protagonisti "creando la notizia" e non "riportando la notizia".

La portavoce ha smentito che le leggi relativamente liberali sulla stampa varate nel 2007 siano state annullate ma ha aggiunto che le nuove regole più severe annunciate negli ultimi giorni non sono che "un approfondimento dettagliato" delle vecchie leggi.









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Il tempismo di Lady Pisapia: disdetta il giorno dello scandalo






Cinzia Sasso, la giornalista di Repubblica legata sentimentalmente a Pisapia, ha disdetto l'affitto della casa del Trivulzio il 17 febbraio scorso. Guarda caso lo stesso giorno in cui nelle redazioni dei giornali avevano iniziato a girare le liste bollenti del Pat. Ma in una lettera al suo quotidiano, la giornalista aveva giurato: "Dal 2008 il mio contratto è scaduto". Il bluff smascherato da una fonte insospettabile: Il Fatto



 
Milano - Quando si dice: un tempismo perfetto. Cinzia Sasso, la giornalista di Repubblica legata sentimentalmente al candidato sindaco a Milano Giuliano Pisapia, ha disdetto l'affitto della casa del Pio Albergo Trivulzio il 17 febbraio scorso. Guarda caso lo stesso giorno in cui nelle redazioni dei giornali avevano iniziato a girare le liste bollenti del Pat. Ma la compagna di Pisapia aveva più volte giurato che "il contratto era scaduto dal 2008". E la fonte è insospettabile. A smscherare la giornalista è stato Il Fatto Quotidiano: la Sasso ha vissuto nello stabile di corso di Porta Romana 116 almeno fino a fine gennaio, mantenendolo nella sua disponibilità anche a febbraio inoltrato.
Smascherata la giornalista di Repubblica I tempi sono sospetti. Ma andiamo con ordine. Il 17 febbraio 2011 inizia a circolare la lista del patrimonio immobiliare del Pat. Gli appartamenti (di altissimo pregio) concessi in affitto sono il frutto di lasciti e donazioni secolari a favore dei bisognosi. Ma è subito scandalo. Cognome dopo cognome le liste sono piene di furbetti: onorevoli, (ex) segretari di partito, uomini più o meno vicini alle istituzioni locali e parenti vari. La maggior parte delle case affittate a cognomi importanti con contratti a prezzi low cost. Tra questi spicca, appunto, Cinzia Sasso. Ma lei ci tiene a precisare in una lettera prontamente consegnata al Corriere e a Repubblica: "Siccome sento il ronzio delle api intorno al miele, essendo chiaramente il miele il candidato sindaco e non io, e siccome ho visto che alcuni nomi - ma non il mio - sono stati pubblicati, preferisco violare la mia privacy per raccontarti i fatti miei".
La Sasso mente sul contratto d'affitto Secondo la ricostruzione della compagna di Pisapia, il primo contratto di affitto col Trivulzio risale al 1989. L'ultimo rinnovo, che prevedeva la formula quattro anni più due, viene depositato undici anni dopo. E' il 1999. "Dal 2008 il mio contratto è scaduto - scrive la giornalista di Repubblica - nel frattempo ho trovato un'altra casa e ho mandato al Pat una lettera di disdetta del contratto di affitto". Davide Vecchi sul Fatto, però, va a spulciare i contratti della Sasso e spunta che la lettera di disdetta porta la data 16 febbraio con consegna il 17: "Sono un'inquilina del vostro stabile di cprso di Porta Romana 116 e intendo con questa mia dare disdetta del mio contratto d'affitto".
I motivi della disdetta Anche sui motivi che avrebbero spinto la Sasso a sciogliere il contratto col Trivulzio qualche dubbio c'è. "I locali come ripetutamente segnalato - si legge - hanno subito negli anni danni per infiltrazioni dal pluviale, alla sistemazione dei quali non avete mai ottemperato". Due anni fa lady Pisapia aveva infatti firmato un contratto preliminare d'acquisto con termini di lavoro e consegna a fine 2010. Come da copione i lavori subiscono ritardi e la Sasso si ritrova, a gennaio inoltrato, ancora in alto mare. Eppure in una delle innumerevoli interviste rilasciate per scagionare la compagna, è proprio il candidato sindaco per il centrosinistra ad assicurare: "Il contratto è stato disdetto due mesi fa". Poi, davanti alla lettera del 17 febbraio, non sa che dire: "Questa lettera conferma la volontà di lasciare la casa". Verissimo. Ma lo scandalo affittopoli e la tempistica suggeriscono che la decisione poco ha a che fare  con le "infiltrazioni dal pluviale".




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India, operai licenziati danno fuoco al vice direttore della fabbrica

Quotidiano.net


New Delhi, 4 marzo 2011



Furiosi per essere stati licenziati, un gruppo di undici operai di una acciaieria dello Stato di Orissa (India orientale) ha bruciato vivo il vice direttore della fabbrica, ritenendolo responsabile della decisione. Lo scrive oggi la stampa indiana a New Delhi.
In particolare il quotidiano The Indian Express riferisce che l’incidente e’ avvenuto nel distretto di Bolangir, dove opera la Graphite India Ltd, divisione acciaio del gruppo Powmex, da tempo al centro di tensioni sindacali.
Gli operai, precisa il giornale, hanno bloccato ieri la vittima, Radheshyam Ray, mentre si recava a pranzo e, dopo aver allontanato l’autista ed un altro dirigente, hanno versato cherosene sull’auto e sul corpo del vice direttore generale, appiccandovi poi il fuoco.
A nulla e’ valso l’intervento di soccorritori che, dopo aver spento le fiamme, hanno trasportato Ray in ospedale dove pero’ e’ deceduto poco dopo per la gravita’ delle ustioni riportate sul 90% del suo corpo.






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Emilio Fede "geloso" di Minzolini: «Tg1 più Berlusconiano del mio»

Tedesco sfida Vendola "Perché io sono in cella? Lui è un privilegiato"






Lo sfogo dell'ex assessore Pd che rischia l'arresto per la sanitopoli pugliese. "Sulle nomine Asl hanno accusato me di concussione, lui no"



 
E chi deve capire, capisca: «La fattispecie del reato era pressoché identica e i fatti contestati erano sovrapponibili al 90 per cento.Evidentemente c’è un atteggiamen­to diverso da parte dei procuratori, e fran­camente non riesco a capire perché». Le parole dell’ex assessore Alberto Tedesco, diventato senatore del Pd dopo le sue di­missioni dalla giunta Vendola, alle prime avvisaglie di un epilogo devastante dell’in­chiesta sulla malasanità pugliese, sono in­dirizzate proprio al governatore. Un mes­saggio diretto al «presidente Vendola», al­l’ «amico» Nichi, al «mio candidato» che, ribadisce il senatore sotto richiesta d’arre­sto da parte del gip di Bari, personalmente ha appoggiato in due distinte occasioni elettorali. Riuscendo persino, alle ultime consultazioni, nel 2009, a convincere lo scettico D’Alema che non era affatto con­vinto di voler concedere il bis al leader di Sinistra e Libertà.
L’atto d’accusa di Tedesco colpisce ovvia­mente la magistratura barese che a suo di­re (ma lo scrive anche il gip De Benedictis, proprio nell’ordinanza con cui chiede l’au­torizzazione per l’arresto dell’ex assesso­re) avrebbe valutato in modi diversi episo­di praticamente identici evidenziati dalle informative dei carabinieri. La vicenda esa­m­inata riguardava una rimozione e una no­mina nella Asl di Lecce. E i pm avevano ini­zialmente contestato a Tedesco la concus­sione, mentre su Vendola, che a quei «mo­vimenti » diede il suo assenso, non imputa­no che un legittimo, seppur criticabile, spoil system . Poi cambiano i reati, viene contestato l’abuso d’ufficio e non la con­cussione. Ma quasi in contemporanea per quell’episodio nella Asl salentina Vendola viene archiviato dal gip Di Paola, mentre un altro gip, De Benedictis, appunto, ritie­ne sussistenti i gravi indizi di colpevolezza. I dubbi, dunque, non sono solo di Tede­sco. Che ora, sulla graticola, si mostra più che mai insofferente per le prese di distan­za dei suoi «ex» amici. Non solo Vendola, appunto, ma anche Michele Emiliano, sin­daco di Bari e, secondo quanto disse Ven­dola nel suo interrogatorio con i pm, gran­de sponsor e «blindatore» di Tedesco come responsabile della Sanità pugliese, alla fac­cia del conflitto d’interesse (i figli del sena­tore sono, da sempre, molto attivi nel busi­ness delle protesi).
Ed ecco dunque Tedesco partire all’attac­co, intervistato dal Tg1. «Quanto a Nichi Vendola- scandisce il politico appena auto­sospeso dal Pd- i miei rapporti si sono inter­ro­tti improvvisamente il giorno dopo la rie­lezione di Vendola a governatore della Pu­glia, dopo che ho fatto per la seconda volta la campagna elettorale per lui, esprimen­domi a suo favore, anche interloquendo di­rettamente con il presidente D’Alema che non era convinto di questa ricandidatura». La storia è nota:il Pd non vorrebbe accredi­­tare l’ascesa politica di Vendola, spinto dal­la base nonostante i disastri sanitari del suo primo quadriennio da governatore. Te­desco, che a febbraio s’era fatto da parte do­po aver saputo che era indagato, dice di es­sersi speso per il «suo» presidente. Che og­gi gli volta le spalle. Come pure Emiliano. I due? Per Tedesco «Sono due facce della stessa medaglia. Ti blandiscono, ti inseguo­no quando puoi essere utile a una causa, e naturalmente poi ti scaricano immediata­mente ». Ogni riferimento ai distinguo del­l’ultim’ora, e all’atteggiamento ondivago del Pd sulla posizione da prendere per l’ar­­resto, non sono nient’affatto casuali.



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Strani rumori sul tetto: chiama la polizia e scopre l'amante della moglie

Il Messaggero


Il marito era tornato a casa in anticipo.

Il presunto malvivente era un vicino di casa, "corteggiatore" della sua consorte







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Moratti jr e la villa contestata. Ma era uno scoop del Giornale






Il nuovo Pgt dà vantaggi pure al figlio del sindaco. A soste­nerlo è il numero in edicola del­­l’Espresso che riprende una no­tizia pubblicata sul Giornale nel luglio scorso. Il Comune: "Nessun favoritismo"



 
Milano - Il nuovo Pgt di Milano, il Piano di governo del territorio varato dopo decenni di attesa, conterrebbe al suo interno una sorta di sanatoria per gli abusi edilizi: e a beneficiarne sarebbe tra gli altri il figlio di Letizia Mo­­ratti, che di quel piano regolato­re è la prima firmataria. A soste­nerlo è il numero in edicola del­­l’ Espresso, che riprende una no­tizia pubblicata sul Giornale nel luglio scorso: il racconto di come Gabriele Moratti, figlio di Gianmarco e Letizia, avesse tra­sformato uno stabile a uso arti­gianale in una abitazione lus­suosa e supertecnologica, omet­tendo però di pagare una parte dei lavori e venendo per questo colpito da un decreto ingiunti­vo del tribunale e subendo il se­questro di un quinto dello sti­pendio, di titoli e del conto cor­rente.
Mentre la vicenda giudiziaria si trascinava in tribunale, il ca­so del disinvolto cambio di de­stinazione dello stabile era sta­to ripreso anche in un libro, «Le case della libertà». Nel frattem­po, il giovane Moratti chiedeva la modifica di utilizzo dello sta­bile, da «artigianale» a «com­merciale », ottenendo - dopo una ispezione dei tecnici comu­nali- la ratifica da parte degli uf­fici competenti, nonostante la presenza di piscina e zona «di­sco ». E nel frattempo veniva ap­provato il Pgt: secondo un archi­tetto intervistato dall’ Espresso , Enrico Dodi, «l’immobile di via Ajraghi 30 è stato inserito in uno degli “ambiti di rinnova­mento urbano” in cui cadono tutti i vincoli di destinazione. E per gli abusi già commessi il Pgt è come un condono». Secondo i calcoli del settimanale, il cam­bio di destinazione dello stabi­le avrebbe portato a Moratti ju­nior un vantaggio quantificabi­le in un milione di euro.
Ma la tesi di un piano regola­tore ad personam viene conte­stata energicamente da Carlo Masseroli,assessore all’Urbani­stica del capoluogo lombardo: «Il Piano non prevede preferen­ze per nessuno, dà regole che so­no uguali per tutti e che preve­dono che si possa cambiare de­stinazione d’uso pagando gli oneri di urbanizzazione ade­guati e facendo le bonifiche del caso. Abbiamo reso più veloce questo percorso, perché nelle pastoie burocratiche si annida il malaffare. Ma non c’è nessu­na retroattività: se una persona, chiunque sia, ha commesso dei reati nel passato, pagherà per i reati che ha commesso. Non ci sono condoni per nessuno e di nessun tipo».
Secondo quanto riferito dal Giornale nel luglio scorso, «tut­te le porzioni immobiliari che compongono lo stabile risulta­no accatastate sotto la voce C3, ovvero “laboratori per arti e me­stieri”. Ma dai contratti per i la­vori di ristrutturazione compa­iono indicazioni esplicite che il laboratorio è stato trasformato in una residenza di superlusso: si parla di camere da letto pa­dronali e degli ospiti, di giardi­no, di area party con poligono di tiro, piscina, palestra». Il gior­no dopo il legale di Gabriele Mo­ratti aveva fatto sapere che i la­vori non erano ancora termina­ti e che «solo l’uso difforme dal­la destinazione originaria gene­ra l’abuso».



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Napoli, musica su facciata Gesù Nuovo Scoperto l'autore: è l'architetto

Ma Fazio vale più di Ferrara?






Il quotidiano di Padellaro va all'attacco del direttore del Foglio: "La Rai gli darà 500 mila euro lordi all'anno". Uno stipendio normale per la tv pubblica, ma il problema è un altro: Travaglio e Vauro sono senza contratto...



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Una pentola in ebollizione. L'imminente ritorno di Giuliano Ferrara alla Rai da giorni agita lo stagno dei media di sinistra. L'Elefantino è temuto e l'idea che traslochi nello spazio che fu di Enzo Biagi è una profanazione che ha scatenato le ire di molti. Poi la pentola è esplosa ed il tappo è saltato con la più scontata delle accuse: Ferrara guadagna troppo.

A lanciare il sasso è stato Il Fatto quotidiano con un articolo pubblicato oggi e ripreso, come apertura, dal sito web del giornale di Padellaro e Travaglio: "Rai formato extralarge: tre anni con Giuliano Ferrara" e nel catenaccio: "Guadagnerà tremila euro a puntata". Tralasciando la solita bieca battuta sulla stazza del direttore del Foglio (storica la puntata dell'Infedele in cui la democraticissima Sabina Guazzanti gli diede del "ciccione squadrista") la notizia sarebbe questa: la Rai corrisponderà a Ferrara la cifra approssimativa di tremila euro lordi a puntata. Per tre anni di programmazione l'Elefantino porterebbe a casa in totale un milione e cinquecentomila euro lordi. Tanto rispetto ai salari dei "normali" cittadini, non c'è dubbio.

Uno stipendio normale se confrontato con le altre prebende versate da viale Mazzini. Vogliamo dare un'occhiata?  Giovanni Floris, per il suo impegno a Ballarò (va in onda una volta alla settimana), guadagna circa 450mila euro. Michele Santoro 800mila e Fabio Fazio - per due puntate alla settimana di Che tempo che fa -, si aggira sui due milioni di euro, sempre all'anno.

Non basta? La povera Serena Dandini si ferma alla soglia dei 750mila euro. Ma lo sperpero della televisione pubblica prosegue in tutte le direzioni. Volete sapere quanto costa una comparsata di Emanuele Filiberto di Savoia? Il rampollo di casa Savoia prende sui 20mila euro per ogni passeggiata davanti alla telecamera. Noblesse oblige. La Rai è un paperonificio che sforna decine di milionari, solo qualche nome: Vespa 1,2 milioni, Milly Carlucci 1,5 e la Ventura 1,8. Insomma, calcolato su base annua, lo stipendio dell'Elefantino è più basso di quelli di Santoro, Fazio e Dandini. Vale meno l'opinione di Ferrara dei luoghi comuni di Fabio Fazio?

Ma la vera notizia il Fatto la nasconde tra le righe del suo pezzo. Il compenso è in linea "ma è un'enormità rispetto a Travaglio e Vauro che lavorano per Annozero senza contratto da sei mesi". Già quel Travaglio che per stare in silenzio per quasi tutta la puntata ad AnnoZero fino alla lettura del consueto sermoncino di un paio di minuti incassava 1500 euro a puntata. Un temino è molto meno impegnativo di una striscia quotidiana, dunque - a ben vedere - Ferrara non guadagna tanto più di quanto prendeva il vice direttore del Fatto. Due pesi e due misure.




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Il Testamento del Duce

Il Giornale






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Arabia Saudita, il re pronto a dare il voto alle donne per evitare le proteste

Quotidiano.net


Il re saudita Abdullah ha annunciato nei giorni scorsi interventi sociali da 36 miliardi di dollari, bollati però come insufficienti. Quindi starebbe valutando l’ipotesi di concedere il diritto di voto alle donne, ma senza eleggibilità

Ryad, 4 marzo 2011



La famiglia reale saudita è pronta a nuove concessioni per scongiurare il contagio delle proteste popolari che stanno infiammando il mondo arabo. Stando a quanto scrive oggi il quotidiano al Watan, le autorità starebbero anche valutando l’ipotesi di concedere il diritto di voto alle donne, senza però prevedere la loro eleggibilità. Alle prime elezioni del 2005 le donne furono escluse dal voto.
Il re saudita Abdullah ha annunciato nei giorni scorsi interventi sociali da 36 miliardi di dollari, bollati però come insufficienti da quanti chiedono maggiore rappresentanza politica e più libertà. Domenica scorsa, oltre 100 intellettuali sauditi hanno lanciato su internet un appello per riforme politiche, economiche e sociali, chiedendo in particolare la creazione di una “monarchia costituzionale”, “la separazione dei poteri” e l’adozione di una costituzione. Nel loro appello, gli intellettuali hanno sottolineato la necessità di “misure che riconoscano alle donne il diritto al lavoro, all’istruzione, alla proprietà e alla partecipazione alla vita pubblica”.






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Morto Mario Condorelli, faro della medicina nel Sud

Corriere del Mezzogiorno


Aveva 78 anni, per tre legislature è stato anche parlamentare della Dc. Sabato mattina i funerali



Mario Condorelli (a sinistra) con le due figlie - Momina e Celeste - e i due generi

Mario Condorelli (a sinistra) con le due figlie - Momina e Celeste - e i due generi


NAPOLI - E’ scomparso, all’età di 78 anni, il professor Mario Condorelli, una delle figure più rappresentative ed eminenti del mondo napoletano della medicina. Dagli anni Settanta in poi l’istituto Universitario da lui diretto, presso la II facoltà di Medicina dell’ateneo federiciano, è divenuto punto di riferimento della medicina di tutto il Mezzogiorno, in particolare per lo studio e la cura delle malattie cardiovascolari. Centinaia gli allievi che si sono formati alla sua scuola ottenendo riconoscimenti internazionali e diventando cattedratici o primari.

LA POLITICA - Nel 1983 Mario Condorelli intraprese la carriera politica, proseguita per tre legislature fino al 1993, come senatore eletto nelle fila della Democrazia cristiana. E’ stato anche commissario della Dc campana e sottosegretario del dicastero della Salute nel governo Dini. E’ stato per dieci anni presidente del Consiglio superiore della Sanità e, completato a settantadue anni il suo mandato all’università, ha continuato a svolgere la professione come primario presso la clinica Mediterranea e l’attività di ricercatore. Oltre settecento le sue pubblicazioni nell’ambito della fisiopatologia, della clinica e della terapia, delle quali oltre quattrocento su riviste internazionali.

I PREMI - Numerosi i riconoscimenti scientifici ottenuti nell’ambito della sua carriera. Nel 2002 è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce della Repubblica. Mario Condorelli lascia le figlie Celeste, amministratore delegato della Clinica Mediterranea, Momina, professore alla Federico II, e il figlio Gianluigi professore presso l’università di Milano Bicocca e la University of California San Diego, nonché direttore del dipartimento di Medicina del consiglio nazionale delle ricerche. La camera ardente del professor Condorelli sarà allestita dalle 16 alla clinica Mediterranea. Le esequie si svolgeranno sabato mattina alle 11, presso la basilica di San Francesco di Paola.


Anna Paola Merone
04 marzo 2011




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Picchiare l'amante o la moglie è lo stesso: sono maltrattamenti in famiglia

Yoani Sánchez denuncia nuove manovre per controllare Internet

Comprare una laurea, ecco come si fa in Italia

Corriere della sera

In cinque giorni. Costo: da 800 a duemila euro



MILANO - «Tu non devi fare niente, mi devi dare soltanto il titolo della tesi. E i soldi. Al resto penso tutto io». Addio mesi e mesi all’estenuante ricerca di note e testi bibliografici. La tesi di laurea è cosa fatta. Basta affidarsi a chi questo “lavoro” lo fa di mestiere. E ciò che mediamente si completa in sei-otto mesi ora è a portata di mano in appena cinque giorni.

LA COMPRAVENDITA - Siamo a Napoli ma il sistema della compravendita delle tesi di laurea è diffuso un po’ in tutta Italia. Basta dare un’occhiata alle bacheche universitarie o sui siti internet specializzati. Sono avvocati, insegnanti, assistenti universitari, neolaureati che per arrotondare si sono buttati in questo mercato. Molto redditizio. Poi c’è chi, come Michele, lo chiameremo così, scrive e vende tesi di laurea da quando era al secondo anno di Giurisprudenza. Così si è pagato gli studi alla Federico II. «Una volta capito come funziona – ci dice ignaro di essere ripreso da una telecamera nascosta - basta che sai scrivere, usi i programmi adatti e il gioco è fatto». Ovviamente lui ai suoi clienti ometteva di dire che non era nemmeno laureato. Ora fa l’avvocato in uno studio associato a Napoli che a sua volta ha un settore dedicato alla preparazione di tesi di laurea. Alla modica cifra di 1200 euro ciascuna.

COSTUME ITALIANO - E se tutto questo in Germania ha creato scandalo e le dimissioni di un ministro, in Italia «aiuta a vivere», come ci dice uno di loro che fa l’elenco dei clienti che bussano alla sua porta, tra cui molti lavoratori che mirano a un salto di carriera. I costi. Si va dai 300 euro per titoli comuni e con una bibliografia abbastanza diffusa ai 2000 euro per quelle più complicate. Il sistema è semplice: periodicamente vi inviano parti del manoscritto che voi dovrete semplicemente inoltrare all’assistente o al professore relatore per le correzioni. «Ci sono professori che spudoratamente dicono: ma che te la correggo a fare, tanto lo so che te l’ha scritta Rosaria». Perché Rosaria è talmente nota nell’ambiente universitario di Santa Maria Capua Vetere che ormai è una garanzia per chi vuole puntare al 110 e lode. Insomma, un percorso di studi che potremmo definire ideale per chi ha iniziato comprando un diploma di ragioniere in 24 ore o poco più (come dimostrato nella nostra recente videoinchiesta) e ora vuole laurearsi bruciando tutte le tappe. In mezzo ci sono gli esami da sostenere. Ma anche per quelli una soluzione si trova sempre.
Antonio Crispino

03 marzo 2011(ultima modifica: 04 marzo 2011)

I deputati Ue si premiano con altri 1.500 euro al mese







Blitz bipartisan degli europarlamentari. Approvato il ritocco al rialzo dei fondi per spese di segreteria, che già ammontano a oltre 17mila euro



 

Roma Una settimana, tanto ci hanno messo per trovare una posizione comune sulla Libia e approvare le sanzioni contro Gheddafi. Ma per aumentare di 1.500 euro al mese i fondi a disposizione per le spese di segreteria, ai deputati di Bruxelles sono bastati pochi secondi, giusto il tempo di premere un bottone e di votare sì. È questa dunque l’Europa a doppia velocità?
Un provvedimento bipartisan, presentato dal gruppo popolare e sostenuto dal quello socialista. Contrari i liberaldemocratici, la sinistra unitaria e i verdi, che parlano di «scandalo». E con parecchie ragioni, visto che, grazie a questa generosa revisione, ognuno dei 736 europarlamentari avrà adesso a disposizione ogni mese la bellezza di 21mila euro per pagare gli assistenti, i portaborse e tutte le altre spese di segreteria. La prima conseguenza di questa decisione è che i costi generali dell’assemblea aumenteranno di 13,2 milioni di euro l’anno.
La seconda sta nell’effetto di «scollamento» sempre più evidente tra le iniziative di Bruxelles e l’economia reale dei paesi membri dell’Unione. Da qualche anno infatti la Ue lancia, giustamente, inviti al controllo della spesa pubblica, al rispetto dei parametri tra pil e debito e al risparmio, accompagnati da ammonimenti e sanzioni varie. Una politica di attenzione, inasprita ancora di più da quando è esplosa la crisi finanziaria internazionale. Ebbene, come si concilia tutto ciò con i 1.500 euro che i parlamentari europei si sono concessi?
È quello che si chiede anche Helga Trupel, deputata tedesca dei verdi e componente della commissione Bilancio di Bruxelles. «È davvero un provvedimento scandaloso - commenta - . Noi stiamo chiedendo a tutti gli Stati membri e ai tutti i lavoratori europei di tirare la cinghia e poi approviamo un aumento dei fondi che non è assolutamente giustificato». La Trupel si è opposta in tutti i modi ma non c’è stato nulla da fare. «Ho votato contro, ho pure proposto di spostare la decisione, rimandando la questione ad un momento più opportuno».
Niente. Evidentemente i 17,540 euro mensili previsti finora per le spese di segreteria non erano sufficienti: serviva proprio un ritocchino. Come se i componenti dell’eurocamera facessero una vita di stenti. Certo, da qualche anno sono costretti a qualche limitazione, i tempi delle vacche grasse sono finiti pure per loro: ad esempio, non godono più di una cifra forfettaria per i viaggi, ma devono esibire delle ricevute per essere rimborsati a pie’ di lista.
Restano gli ottomila euro al mese lordi di stipendio, i 4.299, sempre mensili, di «indennità per le spese generali», i 4.243 annuali per i viaggi «al di fuori dello Stato di elezione», i 304 al giorno di «indennità di soggiorno», cioè per il disturbo di partecipare alle sedute e alle riunioni di Bruxelles e Strasburgo. Spiccioli.




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Affittopoli, le case ad amici a prezzi stracciati: anche Visco e le sedi Pd tra i furbetti di Roma






Gli immobili del comune di Roma ceduti o affittati a canoni di favore. L’erede dell’ex ministro comprò un’abitazione per quasi metà del valore. Il paradosso do democvratici e Sel: pagano poco e sono anche inquilini morosi. Ecco l'eredità degli ex sindaci Rutelli e Veltroni



 

Andrea Cuomo - Massimo Malpica


Roma - Case in vendita a prezzi stracciati o comunque ben sotto i valori di mercato. Appartamenti e locali in affitto per cifre irrisorie. A chi? A gente comune che beneficia di canoni popolari (per case che popolari non sono) o ha potuto riscattare la casa in cui viveva sacrificando i risparmi di una vita. Ma non solo: negli elenchi degli affittuari e degli acquirenti del patrimonio immobiliare del Comune di Roma spunta anche qualche nome noto che certo indigente non è.

Tra chi anni fa ha acquistato viene fuori il nome di Gabriele Visco, figlio dell’ex ministro di centrosinistra Vincenzo, che grazie ai «saldi» del mattone capitolino ha potuto acquistare con un’offerta successiva a un’asta (andata deserta) un’immobile in via Monte della Farina, alle spalle di largo Argentina, zona molto pregiata della capitale. Un appartamento di 154 metri quadri (più supercantina di 40) per il quale il locatario non ha esercitato il diritto di prelazione. Ed ecco l’offerta di Visco jr, che ha speso per la verità una cifra non indifferente: 910mila euro, pari a 5.900 euro a metro quadro (4.690 se si considera anche la cantina), ben inferiore, comunque, agli 8.300 euro al mq che è la valutazione media dell’Agenzia per il territorio in zona, peraltro generalmente sottodimensionata.

Ha messo su casa a Roma anche lo scrittore bosniaco Predrag Matvejevic, già consulente per il Mediterraneo nel Gruppo dei saggi della Commissione europea durante la presidenza Prodi, che insegnando alla Sapienza ha dapprima avuto un appartamento del Campidoglio in affitto in via Andreoli in Prati, altra zona chic, e poi nel 2005 l’ha riscattata. A buon prezzo, non c’è che dire: 305.592 euro per 153 metri quadri. Vale a dire 1997 euro a metro quadro in una zona la cui valutazione media (sempre fonte Agenzia del Territorio) è 5.700. E poi, ospiti morosi del Comune nonostante i minimi canoni, ecco pure le sezioni di partito del Pd e di Sel. E ancora, celebri ristoranti e lussuosi alberghi. Una mappa del privilegio ancora da scoprire, perché è probabile che solo gli accertamenti di inquilini e acquirenti, casa per casa, scoprano i nomi eccellenti.

Le liste dei beni immobili di proprietà del comune di Roma sono arrivate al Campidoglio dalla Romeo, la società napoletana che gestisce il vasto patrimonio immobiliare dell’amministrazione capitolina. Non si tratta di edilizia residenziale pubblica, ma di patrimonio disponibile. Che dovrebbe essere affittato e venduto a prezzi di mercato o giù di lì. E invece, a scorrere gli elenchi, così non è. E forse la Procura di Roma farebbe meglio a dare un’occhiata a questi elenchi: perché se piazzale Clodio ha aperto un’inchiesta sugli affitti e le vendite del patrimonio immobiliare pubblico capitolino a partire dal 2007, gli sprechi e i favoritismi risalgono a prima, molto prima.

Il Comune di Roma ha infatti «svenduto» centinaia di immobili con rogiti firmati tra il 2005 e il 2010, ma soprattutto nei primi due anni di questo lasso di tempo, il 2005 e il 2006. Anni in cui al governo della città c’era Walter Veltroni, il sindaco tutta forma e poca sostanza. Ed era sempre sindaco Uòlter quando fu piantato il seme della dismissione facile del mattone pubblico nella capitale. Quel 20 dicembre 2001 in cui il consiglio comunale a maggioranza centrosinistra - assente lo stesso Veltroni - approvò la delibera 139 che stabiliva criteri e modalità e fissava gli indirizzi per l’«alienazione del patrimonio disponibile residenziale e non residenziale dell’amministrazione comunale».

Nella delibera c’era già tutto: diritto di prelazione per i locatari, messa all’asta degli immobili non riscattati, divieto di vendere per dieci anni, tutela per le famiglie meno abbienti. Ma soprattutto c’era in allegato l’elenco delle centinaia di immobili da alienare. Location spesso prestigiose: corso Rinascimento (praticamente piazza Navona), l’affascinante piazza Margana a due passi dal Teatro Marcello, piazza di Trevi, piazza delle Cinque Scole, piazza Navona, piazza San Salvatore in Lauro, piazza Trilussa a Trastevere, via dei Cerchi, via dei Vascellari, via dei Falegnami, via del Colosseo eccetera. Tutte strade in cui possedere un quartierino è un sogno proibito. Chi c’è riuscito, accenda un cero a San Veltroni. Gli altri, si arrabbino pure.




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Quei saldi dell’Aler: un bilocale ai Navigli costa 130mila euro






Reso noto l’elenco degli inquilini dell’Azienda d’edilizia residenziale. In 3 anni ceduti 159 appartamenti, 2mila in vendita. Finora i prezzi sono da affare (per qualcuno). Intanto dal bilancio spunta un buco da un milione per le società partecipate



 
Un bilocale da quaranta­nove metri quadri in viale Ti­baldi a soli 132mila euro. Un altro più grande, da sessanta metri quadri a centosessanta­due mila euro nella stessa via. E ancora in Mac Mahon 53 metri quadrati si portano via con 97.600 euro, così in via Ricciarelli un bilocale da 60 metri quadri viene via con 117.171 euro. Il trilocale da 78 metri quadri in via Medeghi­no (piazza Abbiategrasso) a 159mila euro. Settantacin­que metri quadri in via Gola (sul Naviglio) costavano 240mila euro.

E che dire dei 100 metri in via Giussani, a due passi da Ludovico il Mo­ro (Navigli) che costano 181.869 euro? Prezzi interes­santi, ben lontani dai canoni di mercato, non c’è che dire: solo alcuni degli affari che i milanesi hanno fatto com­prando all’asta le case di Aler. Si tratta di singoli apparta­menti in zone più o meno peri­feriche, alcune certamente in­t­eressanti, come viale Tibal­di, via Gola o Mac Mahon, che sono stati alienati nell’ul­timo triennio, dal 2008 al 2010. In realtà il numero delle ca­se vendite rispetto a quelle messe all’asta non è molto al­ti: si tratta di 26 alloggi vendu­ti su 138 messi in vendita nel 2008, 55 su 228 nel 2009, 78 su 303 nel 2010. La vendita degli alloggi liberi - come spiegano dalla azienda di edilizia resi­denziale pubblica, che ieri è stata ospite della commissio­ne Casa di palazzo Marino -in edifici in cui Aler detiene la maggioranza dei millesimi, viene effettuata tramite asta pubblica, con il sistema di of­ferte segrete in aumento, su un prezzo base fissato dal­l’Agenzia del territorio. L’al­tra fetta delle vendite è riser­vata agli inquilini. Per il 2011 sono previsti 974 alloggi in vendita, mentre i restanti 1336 verranno alienati entro il 2013.

Per quanto riguarda gli al­loggi sfitti, invece ammonta­no a 1.968 quelli vuoti di pro­prietà del Comune, cui vanno aggiunti 1.165 di proprietà Aler. Ammontano a 1.860 glialloggi inagibili attualmente in ristrutturazione. Secondo la consigliera co­munale del Pd Carmela Roz­za, però, mancano ancora dei dati:«L’Aler non ha consegna­to il testo della convenzione con Infrastrutture lombarde, che riguarda villette moto bel­l­e in via Del Sarto e il testo del­la convenzione con il Pio Al­bergo Trivulzio con l’ex Marti­nitt».Questo non è l’unica no­ta­polemica che si è sentita du­rante la commissione casa ie­ri a partire dalle discussioni sugli elenchi con nominativi dei 35mila affittuari delle ca­se popolari: l’unico a richiede­re l’elenco completo è stato il capogruppo dei verdi Enrico Fedrighini, mentre la consi­gliera Rozza, ha proposto di restituire il dischetto con i no­minativi. Qualche problema emerso durante la commissione ri­guardo invece le società parte­cipate di Aler.

A parlare di qualche problema di «effi­cienza » della società è stato anche lo stesso presidente di Aler, Loris Zaffra. Dall’ultimo bilancio disponibile della so­cietà regionale che gestisce anche gli immobili di edilizia residenziale pubblica emer­ge un buco di oltre un milione di euro causato da una serie di società partecipate. Nel bi­lancio spunta infatti un ripia­namento di 442mila euro. Enti di dubbia utilità, tanto che ad ammetterlo è lo stesso Zaffra: «Le società controlla­te, che risalgono a periodi lon­tani, sono oggetto di una ri­flessione con Regione Lom­bardia per superarle o elimi­nare quelle che non servono più. Ci sono due gruppi di la­voro specifici. Vogliamo an­che superare le frammenta­zioni in diverse società della partecipate delle varie Aler in fatto di riscaldamento e siste­mi informatici».




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Il Pd tarocca le firme contro il Cav e accusa il Giornale: colpa vostra

di Domenico Ferrara


Il segretario del Pd gongola dicendo di aver raccolto più di dieci milioni di firme. Ma sul sito ufficiale del Pd c'è scritto un milione e non c'è nessun controllo sulla veridicità dei dati forniti da chi partecipa. Noi abbiamo fatto la prova...


Moana Pozzi, Giovanni Paolo II e anche Benito Mussolini. Ci sono pure loro tra le dieci milioni di firme raccolte dal Partito Democratico per l'iniziativa Berlusconi dimettiti. Firme fasulle che hanno fatto infuriare i vertici del partito che, tanto per cambiare, ha dato la colpa a noi del Giornale. "La raccolta on line delle firme anti-Berlusconi momentaneamente sospesa sul sito del Pd, e questo per stoppare l’attacco portato da Libero e il Giornale, che avevano suggerito ai loro lettori di inserire nomi fasulli nella raccolta per delegittimare l’iniziativa", dice il Pd in un comunicato ufficiale. Il sito del Giornale smentisce nel modo più assoluto queste dichiarazioni. Non abbiamo mai esortato i nostri lettori a inserire nomi di fantasia tra i firmatari, ma abbiamo semplicemente fatto il nostro mestiere di giornalisti, registrando numerose anomalie nella raccolta di queste firme. E rilanciamo chiedendo al Pd se è vero o no che per firmare non bisognava esibire alcun documento d'identità.
Il Pd ha raggiunto "l’obiettivo" di 10 milioni di firme di italiani che chiedono le dimissioni di Silvio Berlusconi e comincerà a consegnarle il prossimo 8 marzo. Parola di segretario del Pd. E' così fiero della crociata Pierluigi Bersani da annunciarlo gongolante in una conferenza stampa alla Camera. L’iniziativa ha avuto "un successo incredibile, anche agli occhi di chi, come noi, sono anni che organizza gazebo. In quattro settimane abbiamo allestito 20mila gazebo in tutta Italia, abbiamo inviato 4 milioni di moduli ad altrettante famiglie italiane, abbiamo raccolto le firme on-line e continueremo ancora durante il prossimo fine-settimana".

Le firme del PD contro Berlusconi

La gaffe del sito Ma a sciorinare tutti questi numeri, c'è il rischio di confondersi. E così pare sia successo. Il trionfalismo di Bersani stona fortemente con quanto viene visualizzato sul sito ufficiale del Pd. In basso a destra, infatti, il proclama recitava: "Abbiamo già raccolto 1.082.076 firme", poi, quando si sono accorti dell'errore hanno chiuso la pagina e aggiunto lo zero mancante. Ma a scanso di daltonismo, riguardando meglio a quel numero manca uno zero per arrivare a confermare gli annunci festanti di Bersani. Un errore di stampa o un lapsus freudiano? Tra un milione e rotti e più di dieci milioni intercorre una differenza non da poco. Ma c'è da scommettere che il Pd respingerà le accuse al mittente, affermando magari che quel numero si riferisca solo ai firmatari on line.

Nomi illustri Sarà pure, ma sfogliando la lista dei firmatari della petizionesi scoprono nomi illustri: Fidel Castro, Gheddafi, Moana Pozzi, Himmler, Wojtyla, Vittorio Emanuele di Savoia, Giuseppe Garibaldi e lo stesso Berlusconi, desideroso di aiutare Bersani nell'intento di farlo dimettere. Cliccando sull'invito a vergare le dimissioni del premier si scopre poi una totale assenza di controlli.

La prova Abbiamo provato a firmare l'appello anche noi, naturalmente con un nome inventato, convinti che ci venisse subito bloccato l'accesso o richiesto un documento di riconoscimento. Niente di tutto questo, anzi la risposta è stata: "Grazie per aver aderito". E come per magia, dopo qualche secondo, il nostro falso nome "Francesco Pingitorre", di Aosta, compare nella lista dei firmatari. Insomma, nessuno controlla la veridicità dei dati. Poi c'è la possibilità di scaricare il modulo, stamparlo e firmarlo. Ma lo stesso utente può benissimo scaricare quanti moduli vuole, tanto non è richiesto altro che nome, cognome, città, indirizzo e mail. Nessun documento di identità.

Pochi iscritti Ma la campagna del Pd ha voluto fare le cose in grandi. E dunque è possibile anche invitare altri amici tramite internet o firmare addirittura via Facebook.  Sulla pagina ufficiale del Pd "Berlusconi dimettiti" hanno dato la certezza di partecipare solo 11 persone, 86 non hanno ancora deciso. Peccato che la pagina si riferisse alla raccolta già passata del 28 febbraio. Nell'altra pagina Facebook dedicata alle dimissioni di Berlusconi, i membri registrati sono 40 mila, ben lontani dai numeri di Bersani.

I banchetti Sul capitolo dei banchetti per la raccolta di firme, permangono poi gli stessi dubbi di cui, non solo noi, ma anche testate non certo berlusconiane, avevano lamentato settimane fa. Per esempio, passando vicino a uno di questi banchetti, a Milano al mercato di via Ardissone, angolo via McMahon, non è stato difficile ascoltare l'invito dei promotori dell'iniziativa rivolto a due egiziani. Perché, come dire, tutte le firme fan buon brodo. E così, dopo le file di cinesi alle primarie di Napoli, non stupirebbe che se ne aggiungessero altre di persone inventate o di extracomunitari. Nell'attesa che arrivi l'8 marzo, rimane la curiosità di visionare queste fantomatiche "milionate di firme". Una curiosità tutta nostra, visto che le altre testate non hanno menzionato il successone di Bersani nemmeno in un trafiletto... 




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Sono in malafede, vogliono nascondere la verità






Il Pd è alla frutta. Ma adesso ha toccato il fondo. Prima tarocca le firme anti Cav, poi attacca il Giornale.it che ha sbugiardato la truffa. Sono due volte in malafede: non vogliono accorgersi delle firme patacca e poi pescati con le mani nella marmellata, scaricano le colpe su altri



 
Il Pd è alla frutta. È un partito allo sbando, l’abbiamo scritto tante volte. Ma adesso ha toccato il fondo: lancia la raccolta firme contro il premier Silvio Berlusconi (ma Bersani non aveva detto che la nostra raccolta firme contro Fini era una vergogna?), millanta di aver raccolto milioni e milioni di adesioni. Per carità, i numeri sono numeri. E incuriosiscono: allora i giornalisti del Giornale indagano e scoprono che in quella moltitudine di firme ci sono persone che hanno aderito con evidenti nomi falsi: Silvio Berlusconi, Karol Wojtyla, Adolf Hitler, Fidel Castro, solo per citarne alcuni. Il Giornale se ne è accorto e sul suo sito ha svelato il grande bluff del Pd. E il partito di Bersani che fa? Reagisce attaccando il Giornale. In un comunicato ci accusano di essere stati noi a mettere le firme false sul loro sito.
Si vergognino, i signori democratici. Sono due volte in malafede: non si accorgono, o non vogliono accorgersi delle firme patacca e poi pescati con le mani nella marmellata, scaricano le colpe su altri. Ci accusano vigliaccamente solo perché non vogliono che ci occupiamo dei loro colpi bassi. E vogliono la libertà di stampa solo per i giornali a loro vicini.




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Delitto Falcidia, assolto il marito

Corriere della sera


La sentenza arriva dopo 17 anni dal delitto. L'uomo: «Finito un incubo». Il giallo della macchia di sangue






CATANIA – Resta irrisolto uno dei grandi gialli italiani. A 17 anni dai fatti il Gup Grazia Caserta ha assolto Vincenzo Morici, primario di chirurgia all’ospedale di Taormina, dall’accusa di avere ucciso la moglie Antonella Falcidia, docente universitaria che all’epoca aveva 44 anni. La donna venne trovata cadavere nel salotto di casa la sera del 4 dicembre del 1993. Un delitto che scosse la Catania bene e che ancora oggi resta senza un colpevole. Cade infatti l’accusa nei confronti del marito, indagato ed arrestato 13 anni dopo l’omicidio. «Per me è la fine di un calvario durato cinque lunghissimi anni –ha detto in lacrime Morici dopo la sentenza- fortunatamente ho avuto accanto mio figlio Riccardo, gli avvocati e anche i miei pazienti che hanno continuato ad avere fiducia continuando ad entrare in sala operatoria per essere operati da me». Dopo la loro requisitoria i pm, Renato Papa, Salvatore Faro e Andrea Ursino, avevano chiesto la condanna a 30 anni di reclusione. Secondo l’accusa Morici avrebbe ucciso la moglie con 23 coltellate a termine di una scenata di gelosia. Secondo i pm sarebbe stato un delitto d’impeto, dopo che Antonella Falcidia aveva scoperto il numero di una donna sul telefonino del marito. Tesi ritenuta «fantasiosa e priva di riscontri» dai legali del primario, gli avvocati Enzo ed Enrico Trantino e Carmelo Galati.



LA MACCHIA DI SANGUE - Oggi è arrivata la sentenza di un processo celebrato con rito abbreviato. Morici è stato assolto «per non aver commesso il fatto». Nel marzo del 2007, il marito della Falcidia era stato arrestato e scarcerato 25 giorni dopo su disposizione del Tribunale del riesame per mancanza di indizi. La procura riaprì il caso dopo che un giovane sostituto si era incuriosito leggendo il libro di Carlo Lucarelli sui grandi gialli italiani. Nel corso delle indagini l’accusa ha presentato nuove prove, una delle quali estremamente suggestiva. Su un lembo del divano a fiori sul quale era riverso il cadavere di Antonella Falcidia è stata individuata una strana macchia di sangue. E ingrandendo l’immagine con un potente scanner i pm hanno ritenuto di leggere tre lettere «ENZ». Secondo l’accusa la vittima poco prima di morire aveva voluto indicare col proprio sangue il nome dell’assassino. Elemento suggestivo ma anche fragile, anche perché il divano non esiste più e tutto è stato ricavato da una foto. Ne è venuto fuori un processo indiziario il cui esito per molti era scontato. I pm non hanno voluto fare alcun commento: «Attendiamo prima di leggere le motivazioni della sentenza». Morici ha invece ribadito di avere sempre avuto fiducia nella giustizia lamentando comunque un «certo accanimento» nei suoi confronti. «Fatti evidenti – ha aggiunto – i pm non li hanno mai voluti interpretare in modo lineare».


Alfio Sciacca asciacca@corriere.it
03 marzo 2011



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Le strane intuizioni di Fini "Sulla casa di Montecarlo la magistratura archivierà"






Il presidente della Camera intervistato a Porta a Porta dribbla le domande e contrattacca: "Io pentito di non aver lasciato? Assolutamente no". Tensioni in studio con Vespa



 

Prima Annozero, poi Ot­to e Mezzo, ora Porta a Porta. La controffensiva mediatica di Gianfranco Fini, all’indomani dell’esodo di molti parlamen­­tari verso altri lidi politici, ripar­te dal salotto di Bruno Vespa. Una partecipazione che ripete lo stesso schema delle ultime apparizioni: niente talk-show allargato ma un semplice fac­cia a faccia con l’intervistato­re.
Il presidente della Camera, seduto da solo sul divano bianco dello studio di Via Teu­lada, decide una volta di più di svestire gli abiti istituziona­li e di attestarsi su un registro decisamente politico. Quindi massicce dosi di antiberlusco­nismo, battute al vetriolo e in­solite scintille con Bruno Ve­spa. Bocca cucita, invece, sul­la casa di Montecarlo. Se non per l’ostentazione di una cer­tezza: il Tribunale di Roma spazzerà via ogni accusa. «Si è pentito di aver detto che si sarebbe dimesso nel caso in cui si accertasse che Giancar­l­o Tulliani è il proprietario del­la casa di Montecarlo?» chie­de Vespa. «Assolutamente no» ribatte Fini. «Si è sentito ingannato da suo cognato?» insiste il giornalista. «Fra qualche giorno si pronunce­rà la magistratura e arriverà la parola fine a questa storia».
L’intervista non è certo delle più semplici e spesso si trasfor­ma in una sorta di duello con stoccate a viso aperto e veleno­si botta e risposta. La prima «carezza» è subito molto diret­ta: «Lei conosce bene la stam­pa italiana- dice Fini- ne è uno degli interpreti e a volte uno de­gli interpreti più fantasiosi». Il secondo screzio è sul Piano per il Sud: «Spero ci si occupi del rilancio dell’occupazione giovanile perché del Piano per il Sud non c’è traccia a parte qualche servizio di Tg e di Por­ta a Porta ». Vespa replica im­mediatamente: «Abbiamo fat­to un solo servizio ». E Fini: «Ho detto qualche, non abbia la co­da di paglia ».
Il presidente del­la Camera, più volte, insinua un legame tra Vespa e il pre­mier. «Lei è molto informato su quello che fa Berlusconi». E Vespa: «Cerco di essere infor­mato su tutto». E ancora sulle intercettazioni: «Dovrebbe chiedere a Berlusconi, che lei frequenta, perché disse no alle modifiche proposte da Giulia Bongiorno». Spiccioli di ten­sione anche sulle amministra­tive. «Avete preclusioni ad alle­arvi con candidati di destra?» chiede il giornalista. E Fini: «Lei offende la mia intelligen­za ». «Mi fa piacere», è la secca risposta di Vespa. «Speravo fos­se un giornalista più corretto» chiosa il leader di Fli. Un’ani­mosità che l’ex direttore del Tg1 fa risalire all’autunno scor­so. «Trasmettemmo un servi­zio sulla casa di Montecarlo con una testimonianza raccol­ta sul luogo. Mi dispiace che il rapporto con Fini si sia guasta­to per un servizio che ritenevo doveroso mandare in onda».
Sul fronte più strettamente politico Fini archivia definiti­vamente la prospettiva delle elezioni. «Dopo la decisione saggia di allungare i tempi del federalismo regionale di 4 me­si, è chiaro che non si voterà più quest’anno». Poi parte al­l’attacco diretto del premier. «Il problema non è Bossi ma Berlusconi che ha concesso a Bossi di essere il
dominus del governo. Il vero presidente del Consiglio è Bossi». Non man­ca la domanda sul nodo del conflitto di attribuzione anco­ra da dirimere. «Porterò all’uf­ficio di presidenza la mia opi­nione. Il mio parere comun­que non sarà espresso perché tutti sanno che il presidente non vota».Calato il sipario sul­­l’intervista, Porta a Porta ri­prende a ranghi allargati con l’immediata apertura di un nuovo fronte polemico. Il vice­presidente Fli, Italo Bocchino, liquida con una battuta l’ad­dio di Pasquale Viespoli al par­tito. «È andato via per invidia personale e per mancanza di prospettiva». Il capogruppo del neonato gruppo di Coesio­ne na­zionale replica pochi mi­nuti dopo. «Per Italo posso pro­vare di tutto tranne che invi­dia. Quanto alla mancanza di prospettiva invece convengo con lui perché è evidente che un partito con Bocchino vice­presidente non ha alcuna pro­spettiva ».



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Ho pilotato aerei per 13 anni. Senza brevetto"






Ha trasportato un milione di passeggeri, lavorato per le più grandi compagnie, guidato Boeing per 11mila ore di volo. Poi una "soffiata" lo ha riportato a terra e oggi, a quarantadue anni, si è reinventato fotografo 


La fine del viaggio arriva giusto un anno fa all’aeroporto di Amsterdam. Il boeing 737 della Corendon Airlines è pronto per Ankara. La polizia è appena salita in cabina di pilotaggio. Vogliono controllare la licenza di volo del comandante svedese Thomas Salme. Il cuore gli batte fortissimo, un lungo sospiro prima di prendere i documenti. È la fine di viaggio durato tredici anni. E lui lo sa. Il brevetto è un maledettissimo falso. «Ho bluffato, non ho mai preso il brevetto, andiamo, ho una lunga storia da raccontarvi». Il comandante si toglie i gradi e li lascia sul tavolo della commissariato. Thomas, 42 anni, ha mentito per tredici ed è stanco. Mai messo piede in una scuola di volo, mai fatto una lezione, la licenza lui, se l’è inventata una sera tardi, copiando quelle vere.

«Quando ho letto che l’Air One cercava piloti ci ho provato. Ho mandato il curriculum; quando mi hanno chiesto le esperienze precedenti, ho pensato ai cartoni animati e ho scritto Aladin Airlines. Pensavo che mi avrebbero scoperto. Invece mi hanno chiamato». Era il 1996, e quel giorno Thomas ha iniziato a volare alto. Tredici anni in cielo, come il titolo del suo libro che uscirà a fine anno per Norstedts, casa editrice svedese. Undicimila ore di volo, un milione di passeggeri. Mai un problema. Thomas aveva istinto e talento. I voli più pericolosi sono affidati a lui. Lampedusa e Reggio Calabria fanno paura quasi a tutti, a lui no. Thomas è un falso ma nessuno lo scopre fino all’anno scorso. Thomas cade e si rialza, oggi fa il fotografo e racconta con il sorriso, consapevole di averla scampata. «Ho osato e mi è andata bene. Sono la prova che anche uno senza possibilità può farcela».

Come hanno fatto a mascherarla?
«Una soffiata. Forse un impiegato che si è insospettito dalla mia licenza senza timbro. Dopo 13 anni qualcuno si è posto qualche domanda».
Ma come è possibile che mai nessuno se ne sia accorto?
«Fortuna. Non me lo spiego neppure io. Si sono fidati, forse non pensavano che uno avesse il coraggio di mentire su questo».
Mai un errore?
«Sì a dire il vero uno sì. Era l’inizio. Ero ancora secondo pilota. Volo Milano-Roma, gente serissima, a bordo politici e uomini d’affari. Il comandante mi dà la possibilità di fare l’annuncio ai passeggeri. Un onore. Saluto e dico: arriveremo con dieci minuti d’anticipo perché abbiamo il vento in culo. Gelo. Il comandante sbianca. Nessuno mi aveva spiegato che in italiano si dice vento in coda. Esco dalla cabina e mi scuso. Mi hanno applaudito».
È stato condannato?
«Duemila euro di multa e due settimane di carcere. E la licenza ritirata».
Ma lei non l’ha mai avuta.
«Appunto, sono stato fortunato anche in questo. Se mi avessero arrestato ad Ankara mi sarebbe andata peggio».
Mai pensato di fare la scuola come gli altri?
«Non avevo le possibilità economiche. La mia famiglia non era ricca. Mi sono dovuto arrangiare».
E lo ha fatto benissimo.
«Non voglio sembrare presuntuoso, ma io ero davvero un pilota eccezionale. Ho fatto tutto da solo, studiavo di nascosto, sentivo di avere un talento per il volo. Mai un problema, ai miei passeggeri non ho mai fatto correre il minimo rischio, per questo il procuratore non ha infierito».
Quando ha deciso che avrebbe fatto il pilota?
«La passione per gli aerei è una cosa strana. Ti prende quasi all’improvviso e non ti lascia più. A me è arrivata a otto anni. Seguivo mio padre fotografo. Un giorno mi ha portato in aeroporto. Mi si è aperto un mondo. Ho visto tutta quella gente che partiva, che arrivava. È così che ho iniziato a voler volare».
Come ha imparato a pilotare un aereo?
«Ho iniziato da casa, con i programmi di Microsoft, che simulavano il volo. A Stoccolma, vicino a casa mia, c’era la scuola della Sas, la compagnia di bandiera. Un giorno ho telefonato, ho detto di essere un pilota disoccupato. Mi hanno fatto fare un volo sul simulatore di volo che usano i piloti per tenersi in allenamento. Non capivo niente, mille bottoni. Ma sentivo che era il mio destino».
Tutto così facile?
«Ho fatto amicizia con un tecnico. Mi faceva entrare di notte, quando il simulatore non serviva a nessuno. Le prime ore di volo le ho fatte lì. Fingendo».
Poi il salto di qualità. La chiama Air One. Come ha fatto?
«Non mi sono mai posto limiti. Ho letto che cercavano piloti. Mi sono buttato. Quando mi hanno chiamato per fare una prova sul simulatore è andata benissimo. Il mio esaminatore mi ha stretto la mano e mi ha detto: “congratulazioni Thomas, benvenuto a bordo“. Tre mesi dopo volavo».
Errori veri?
«Mai. Nemmeno quel giorno che a Lampedusa sono atterrato con un motore in avaria perché era entrata un’aquila».
Rimpianti?
«Non lo so. Se ci pensi queste cose non le fai. Allora ero un ragazzo di vent’anni. Mi hanno preso. Ho tanti fan, il capo della polizia è venuto a trovarmi in cella per un autografo, ma ai ragazzini ripeto di non fare come me, che poi queste cose si pagano. Le bugie ti pesano. Sono come una maledizione. Ogni volta che suona il telefono tremi, hai una moglie e figli che ti credono un altro. Dalla coscienza non scappi, torna sempre a presentarti il conto. Anche se vai a 700 chilometri orari».




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Un "pool" di firme per il Duce





I diari di Giovanni Ansaldo svelano il mistero. Al documento lavorarono in tre: Longanesi, Steno e (soprattutto) Montanelli 



 

Le prime copie delle Memorie del cameriere di Mussolini firmate da Quinto Navarra uscirono ad agosto del ’46 per la Longanesi&C., fondata all’inizio di febbraio da Leo Longanesi e Giovanni Monti. Dietro la paternità di questo volume fortunato c’è una storia molto curiosa.

Longanesi, all’indomani della caduta del fascismo e nell’immediato dopoguerra si ritrovò a fare i conti con le difficoltà di reinserimento nella vita giornalistica e culturale del Paese. Il suo nome appariva a molti compromesso con il passato regime e gli si rimproverava, per esempio, il fatto di aver coniato lo slogan: «Mussolini ha sempre ragione». Molto probabilmente Longanesi, più che un ostracismo politico, scontava l’invidia che la sua intelligenza aveva suscitato e le vendette dei nemici che la sua impertinenza aveva provocato.

A Napoli, dove, dopo il 25 luglio, si era rifugiato con alcuni amici tra i quali Steno e Mario Soldati, aveva ripreso l’attività giornalistica occupandosi anche di trasmissioni radiofoniche: proprio con Steno e Soldati aveva messo in piedi la trasmissione satirica Stella bianca, che ottenne grande successo.

Tornato a Roma e poi a Milano, Longanesi, dopo qualche esperienza presso altri editori decise di mettersi in proprio, dopo aver incontrato l’industriale Monti che non esitò a finanziarlo. Si rivolse subito a pochi amici fidati - Indro Montanelli e Giovanni Ansaldo fra questi - invitandoli a collaborare alla nuova impresa. Ad Ansaldo scrisse una lunga lettera in cui, fra l’altro, confessava di essersi deciso a dedicarsi alle edizioni perché si era reso conto che miglior cosa per lui sarebbe stata non fare nulla che lo legasse alla politica.

E aggiungeva: «Facendo l’editore sono un datore di lavoro e ho il coltello per il manico. Ho già visto molti di quelli che ci volevano fucilare venire a chiedermi di pubblicare un libro. E lei immagina con quale gusto abbia detto di no. Gli anni passano, il mondo sembra spezzarsi, ma, alla fine, le regole della nostra vita sono sempre le stesse. Perciò ho abbracciato la causa dei padroni e morirò combattendo per quella, perché sono padrone anch’io. Non credo che riusciranno a sconfiggerci tanto facilmente».

Le origini della casa editrice Longanesi c’entrano, più di quanto si pensi, con la storia delle memorie di Quinto Navarra. C’entrano, perché questa casa editrice era un’azienda sui generis. Il fondatore non si limitata a dirigerla e a pubblicare libri. Voleva che avesse un suo carattere e che i suoi volumi avessero un proprio riconoscibile stile, anche linguistico. Così, alcuni dei suoi sodali e lui stesso si abituarono a fare un lavoro di editing che, in qualche caso, era addirittura di riscrittura. Longanesi non solo cercava e sceglieva i libri, ma dava anche indicazioni e idee per scriverne. Lo fece con Spadolini, Monelli, Flaiano e tanti altri.
Le Memorie del cameriere di Mussolini sono la dimostrazione della genialità di Longanesi, il quale seppe per caso che a Roma viveva un certo Quinto Navarra, che era stato per tanti anni commesso di Mussolini.

Si mise in contatto con lui e gli fece un contratto di 50mila lire più una percentuale sulle vendite. Oltre a fornire il manoscritto che, a detta di Ansaldo, «non valeva nulla», Navarra si impegnò a raccontare a Longanesi fatti, notizie, ricordi per rimpolpare il volume. Ebbero così inizio i colloqui di Longanesi con Navarra, il quale, a quanto si racconta, qualche volta si impuntava sospettoso di fronte a domande che gli apparivano troppo pettegole o scandalistiche. Navarra non voleva - e aveva preteso che ciò fosse contrattualmente stabilito - che il libro avesse un carattere troppo antimussoliniano. A un certo punto i colloqui si interruppero o diventarono problematici perché Navarra fu colpito da una semiparalisi.

A questo punto Longanesi affidò a Steno la prima stesura del lavoro. Poi lo prese in mano lui direttamente e, con Montanelli, lo ritoccò, lo ampliò inserendovi aneddoti e battute che non erano di Navarra, ma provenivano da altre fonti. Giovanni Ansaldo, nel suo diario, annotò la storia delle Memorie del cameriere di Mussolini, facendo notare che con il contratto Longanesi aveva acquistato «non già un’opera, ma la possibilità di un’opera» e che dal lavoro a più mani era venuto fuori «un monstrum composito, di cui il Navarra non è affatto l’autore, ma semplicemente il gerente; un volume la cui serietà come documento è molto discutibile, ma la cui importanza come tentativo di comprensione psicologica di Mussolini è notevole».

Gli storici, poi, queste memorie le hanno prese sul serio e non c’è biografia - dal gustoso Mussolini piccolo borghese di Paolo Monelli, ai quattro volumi di Mussolini. L’uomo e l’opera di Giorgio Pini e Duilio Susmel fino al grande lavoro di Renzo De Felice - che non vi attinga.

Navarra, quando vide il libro, si inalberò e pensò di far causa a Longanesi perché gli sembrava che avesse un tono troppo antimussoliniano. Ma poi decise di soprassedere. Commentando questi eventi, dopo che Longanesi, al termine di una cena con amici a Milano, gli ebbe regalato «con visibile sforzo» una copia del libro, Giovanni Ansaldo scrisse nel diario che Navarra aveva torto e aggiunse: «Longanesi tenne fede all’impegno. Del resto, Longanesi, di fronte alla memoria di Mussolini, è in uno stato d’animo e di giudizio ben diverso dall’antifascismo volgare. Non inveisce, non accusa, affatto, né ironizza con quella punta che aveva quando il dittatore era vivo. Si direbbe che la fine di lui abbia indotto nell’animo suo una specie di mezza ammirazione segreta; ma non tanto segreta. L’altra sera mi diceva che tutto sommato Mussolini chiude la serie dei grossi italiani moderni: “l’ultimo fico del bigoncio”».

Nessun giallo, quindi, dietro la pubblicazione delle Memorie del cameriere di Mussolini, ma, come si diceva, una storia curiosa, ed emblematica, di un’Italia da poco uscita dal fascismo e sensibile, ancora, alle suggestioni dell’uomo di Predappio.



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