mercoledì 2 marzo 2011

Palamara censura il web Ma si faceva insultare da Cossiga

di Francesco Maria Del Vigo

 

Il presidente dell'Anm querela il sito legnostorto.com, ma qualche anno fa era meno permaloso. Nel 2008 Cossiga lo insultò in diretta su Tg Sky 24: "Lei non ha la faccia intelligente e si chiama come il tonno".

Non ci fu nessuna querela

 

Ora Luca Palamara fa il permaloso, ma una volta... La notizia è questa: il presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati ha querelato il sito legnostorto.com. (LEGGI L'ARTICOLO) Il magistrato si sentirebbe diffamato da dichiarazioni di questo calibro: "l'interferenza di certa magistratura nei confronti dell'attività sia di governo che parlamentare è arrogante e pretestuosa". Poca roba, opinioni - ovviamente discutibili -, che spesso vengono ripetute sui quotidiani e in tv. Abbastanza per mobilitare la polizia postale e schedare tutti gli ignari utenti che hanno commentato l'articolo. Oggi Palamara fa il permaloso, ma una volta si faceva prendere a pesci in faccia...

 

Corre l'anno 2008 e il presidente dell'Anm è ospite del programma di Anna Maria Latella in onda su Tg Sky 24. In collegamento telefonico c'è il vulcanico Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga che esordisce subito con una delle sue celebri picconate: "Questo magistrato la faccia intelligente non ce l'ha sicuramente...". In studio cala il gelo, Palamara è spiazzato e la Latella richiama bonariamente il Presidente. Lui rincara la dose e finge di non conoscerlo: "Come si chiama lei? Palamara come il tonno?". La scenetta prosegue e Cossiga persevera nel paragone ittico: "Ha la faccia da tonno, io non ci parlo". Niente a che vedere con le opinioni politiche pubblicate dal legnostorto, Cossiga piccona con l'offesa fisiognomica: Palamara si chiama come il tonno (probabilmente il Presidente si riferiva alle scatolette Palmera), quindi ha la faccia da tonno e di conseguenza non è degno di un dibattito. La querelle continua per qualche minuto e poi il magistrato sbotta: "Lei è offensivo". Per Cossiga è una medaglia al valore: "Certo che lo sono, mi quereli, su mi quereli!". Desiderio non esaudito, nemmeno su richiesta. Palamara oggi se la prende con le opinioni del piccolo legnostorto ma ieri lasciava correre gli insulti di Cossiga. Due pesi e due misure?

Iervolino alla fine, 31 consiglieri si dimettono Consiglio sciolto. Arriva il commissario Il sindaco: non mi dimetto come una vigliacca

Il Mattino




di Luigi Roano

NAPOLI


Precipita la situazione a Palazzo San Giacomo per il sindaco Rosa Russo Iervolino. Dopo il sì alla discussione sulla sfiducia, 31 consiglieri hanno firmato la loro lettera di dimissioni che verrà protocollata domani.
Se non ci saranno cambiamenti ovvero défaillance dell'ultima ora all'atto del protocollo di questo documento, domani mattina scatterà lo scioglimento del Consiglio comunale, e per la Iervolino l'avventura da sindaco di Napoli finisce con tre mesi di anticipo con la nomina di una commissario.

Il trentunesimo a firmare è stato Carmine Simeone, ironia della sorte, ex Pd: "Rosetta doveva ascoltare l'aula, fermare i giochi e discutere della sfiducia. Ora mi dimetto e se sono il tretunesimo mando a casa lei e questa giunta che negli ultimi 3 anni non hanno fatto nulla".

La Giornata era iniziata con l'opposizione di centrodestra nel Consiglio comunale di Napoli che, compatta, annuncia la presentazione di una mozione di sfiducia al sindaco al quale chiede un «atto di responsabilità» dimettendosi.

Ma Rosa Iervolino Russo ha replica: «Non mi dimetto» sottolineando che la mozione di sfiducia è «un atto normalissimo, non mi rallegra nè mi spaventa».

Il centrodestra ora ha i numeri, 31 consiglieri su 61, per cercare di mandare a casa la Iervolino a poco più di due mesi dalla scadenza naturale del suo secondo mandato.

Il capogruppo del Pdl, Carlo Lamura, ha sottolineato che ormai l'esperienza dell'amministrazione Iervolino «può dirsi conclusa» e chiede «un atto di responsabilità al sindaco presentando le sue dimissioni».

Dal canto suo, la Iervolino, il sindaco più longevo nella storia di Palazzo San Giacomo, precisa che dimettersi ora «sarebbe una comoda via di fuga». «Non sono una vigliacca e sono una persona onesta e se avete motivi ore smentirmi, fatelo - dice la Iervolino - Mi sarebbe comodo andare via anche perchè sono stufa di uno stile che non onora la città, come sentirmi dire da pseudoonorevoli come Laboccetta che io sono attaccata alla persona come Gheddafi. Vengo paragonata a un dittatore sanguinario, c'è un limite a tutto».

«Se l'Aula voterà la sfiducia ne prenderò atto, obbedirò e andrò via - fa sapere il sindaco - ma dopo il mio giuramento di fedeltà alla Costituzione, ritengo mio dovere rimanere chi uno all'ultimo giorno».

Se la mozione sarà presentata, non sarà discussa in Aula, così come prevede il regolamento, prima di 10 giorni e non oltre 30 giorni e si arriverebbe dunque, nel secondo caso, ad aprile. La strada da seguire, allora, è quella delle dimissioni in massa dei consiglieri che sortirebbe lo stesso effetto.

Non tutti i firmatari della mozione, però, sono disposti a farlo e su di loro continua il pressing politico del centrodestra. «Mi sembra che le dimissioni non le vogliano neanche loro - afferma il sindaco - perchè altrimenti l'avrebbero già fatto in maniera formale».

Determinare lo scioglimento del Consiglio e la conseguente caduta della Giunta porterebbe al commissariamento del Comune, cosa che, secondo Lamura, «consentirebbe di conoscere anche la reale situazione delle casse comunali». «Non vorremmo ritrovarci qui - sottolinea Lamura - con la stessa situazione che il presidente Caldoro ha trovato alla Regione dovuta alla scellerata gestione precedente».

Ma il sindaco non ci sta. Precisa che il Comune di Napoli non ha mai sforato il Patto di stabilità e che la maggioranza di centrosisintra «deve esserne fiera». «Posso assicurare che il nostro bilancio è povero, ma pulito - ribatte - Non ci sono buchi nè sotterfugi. La verità è che dobbiamo fare i conti con i tagli del Governo nazionale».

Mercoledì 02 Marzo 2011 - 16:58    Ultimo aggiornamento: 18:49




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Falsi invalidi, ritirata una pensione ogni dieci: la metà dei "furbetti" in Campania e Sardegna

di Redazione


Nel 2010 l’Inps ha revocato 10.608 pensioni di invalidità, pari all’11,06 per cento delle posizioni controllate. A guidare la classifica delle revoche è la Sardegna con il 23,25% delle posizioni verificate, seguita dalla Campania con il 21,98% e dall’Umbria con il 20,48%



 

Roma - Nel 2010 l’Inps ha revocato 10.608 pensioni di invalidità, pari all’11,06 per cento delle posizioni controllate. Nel documento del Civ dell’Istituto sull’attività di revisione straordinaria delle pensioni di invalidità civile a seguito dei controlli effettuati, le commissioni medico legali fanno sapere di aver controllato 95.875 posizioni confermando 86.074 pensioni e disponendo la revoca per 9.801. A queste vanno aggiunte altre 807 revoche operate dalla commissione medica superiore, che ha già effettuato il controllo di 46.343 verbali degli 86.047 che hanno superato il vaglio delle commissioni mediche legali.

Le posizioni da revocare Il lavoro di revisione non è ancora finito. Adesso la commissione medica superiore che dovrà verificare ancora 30.731 posizioni che hanno superato il vaglio delle Cml. Tuttavia, il Civ ipotizza che il numero delle revoche possa attestarsi a quota 11.300. In pratica sia nel 2009 che nel 2010 la percentuale delle revoche si è mantenuta costante attestandosi poco sopra l’11% (l’11,62% nel 2009 quando furono controllate 179.436 posizione di cui 20.845 revocate e 11,06% nel 2010. Dato quest’ultimo che potrebbe salire a 11,78% al termine dei controlli della Cms).

La differenza a livello territoriale "Il fenomeno delle revoche - sottolinea il Civ - presenta una significativa differenziazione a livello territoriale". A guidare la classifica delle revoche è la Sardegna con il 23,25% delle posizioni verificate, seguita dalla Campania con il 21,98% e dall’Umbria con il 20,48%. Il più basso livello si riscontra nelel Marche con lo 0,87% di revoche preceduta dall’Emilia Romagna con 3,96%, dalla Lombardia con il 4,58% e dal Veneto con il 4,95%.





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Lite alla Camera Evangelisti (Idv)

Corriere della sera

 

Retorica», «Sciacallo»: botta e risposta mentre si parla dell'alpino morto

 

Aeroporto di Francoforte, attacco contro un bus militare Usa: due morti

Corriere della sera

 

A sparare sarebbe stato un 21enne kosovaro

Altri due uomini feriti

BERLINO - Un ragazzo kosovaro ha sparato nel pomeriggio di mercoledì contro un autobus che trasportava un gruppo di soldati americani all'aeroporto di Francoforte. L'attacco è avvenuto davanti al terminal 2.

 

LA POLIZIA - Le vittime sono l'autista dell'autobus e uno dei soldati. Non è ancora chiaro se anche le altre due persone ferite sono militari americani. Il presunto assassino ha 21 anni. La dinamica dell'attacco all'autobus non è stata ancora ricostruita con esattezza, ma secondo quanto ha detto il portavoce della polizia, Juergen Linker, all'agenzia stampa tedesca Dpa, «tutto sembra essere successo all'interno dell'autobus». È certo che al momento della sparatoria, verso le 15:20, l'autobus era parcheggiato davanti al terminale numero 2 dell'aeroporto di Francoforte. Secondo il tabloid Bild, che cita alcune testimonianze, l'uomo che ha aperto il fuoco si trovava già sull'autobus perché era riuscito a introdursi di nascosto. Sempre secondo la polizia, l'assassino era armato anche di un coltello. Le forze armate americane hanno nella regione di Francoforte numerose installazioni militari.

 

 

Francoforte, l'attacco ai militari Usa

 

Redazione online
02 marzo 2011

Mortadellone Prodi rifiuta la pensione: "Mi chiedono di tornare il politica"

Libero





Ma sarà vero? Noi ci permettiamo di dubitarne. Lui dice che è così. Giudicate voi. Intervista a Famiglia Cristiana di Romano Prodi, il professore Riciccia (o Rieccolo) del Pd. Racconta Prodi: «Ormai non posso nemmeno scendere per strada. La gente mi riconosce e mi dice: torna, torna».

Sembra il famoso sketch di Corrado Guzzanti. Prodi è alla stazione di Bologna, impalato sulla banchina. Spiega: «Passa il treno, ne passa un altro, ne passano dieci e io non mi muovo, aspetto». La gente è preoccupata. «Ma professore, - dice - sta bene?». Sta benissimo, il Professore. Benissimo e immobile. Passano, oltre ai treni, anche gli uccelli che gli cacano in testa. E lui sempre fermo. Trascorrono i giorni e i mesi. Arriva l’estate, il sole brucia. Sempre fermo. Arriva anche l’autunno. Il capostazione gli porta una coperta. Armato di rasoio, gli fa la barba. Prodi è sempre fermo. Torna Natale, la neve. Lui immobile. Il tempo passa, pure Franceschini invecchia. Prodi no. «Io sono sempre uguale, sono l’unico leader europeo senza metabolismo, perché sto fermo. Questo è il senso dell’Ulivo. L’Ulivo è un albero, mica va a spasso. E arriverà il momento in cui verranno da me». In ginocchio, naturalmente. Perché Prodi non dimentica le offese ricevute, le imboscate parlamentari, le cacciate (plurime cacciate) da Palazzo Chigi. Verranno e gli chiederanno scusa per averlo mandato via due volte. Gli diranno: «Non porterai mica rancore?». Ma no, quale rancore. Prodi non porta mai rancore. Si genufletteranno, i compagni in cerca finalmente di un leader. E lui zac. Come Karate Kid, sferrerà il colpo mortale e fonderà l’Ulivo 3.

ASPETTA E SPERA - Ma il momento, a quanto pare, non è venuto. Prodi ha aspettato. Gli uccelli hanno fatto i loro bisogni. Bersani è diventato segretario. Vendola ha guadagnato punti e consensi. Persino Piero Fassino è riemerso dal dimenticatoio. E forse il capostazione-barbiere è andato in pensione. Lui niente. Sempre immobile ad aspettare invano. A fargli visita, ormai, andavano solo gli uccelli. Nessun treno per Roma e nessun compagno inginocchiato. E così, considerato che anche gli uomini senza metabolismo prima o poi invecchiano, il Professore è stato costretto a rompere gli indugi. Il rischio era l’immobilità eterna.
Si è scrollato di dosso gli uccelli, Prodi. Si è concesso a Famiglia Cristiana, ha spiegato che fu lui, al tempo in cui presiedeva la Commissione europea, a sdoganare Gheddafi (ma «senza accettare umiliazioni»), ha lanciato un po’ di accuse a Berlusconi (tanto per non perdere l’abitudine) e ha raccontato: «Lunedì ero a Mantova e sono andato alla messa del mattino, per evitare di essere avvicinato. Ma un gruppo di fedeli anziani mi ha circondato e mi ha chiesto di tornare a guidare questo Paese». Non risulta che gli anziani fedeli lo abbiamo portato in processione. Mai dire mai, però: in una prossima intervista, il Professore potrebbe anche svelare nuovi particolari sulle folle osannanti. Nell’attesa, ritorniamo a Mantova, fine della messa mattutina, con i fedeli che circondano Prodi, lo accarezzano, lo supplicano, gli chiedono un ciuffetto di capelli, un triangolino di camicia o di giacca, gli baciano la mano. Lui ansima, sorride, bofonchia e non fa zac. Per il momento, niente Karate Kid. Prodi non è vendicativo. E poi Veltroni non era tra i fedeli.

PUNTO DI PARTENZA
- Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. E a questo punto, visto che Romano Prodi non racconta bugie, bisogna sciogliere solo un dubbio: il Pd è talmente malmesso che persino Prodi ha la possibilità di tornare oppure è Prodi ad essere talmente conciato male da pensare di poter tornare e riconquistare Palazzo Chigi?
Amletici dubbi a sinistra. Con una sola certezza: dopo sedici anni, due defenestrazioni, infinite polemiche e insuccessi, la sinistra o centrosinistra che dir si voglia è ancora al punto di partenza. O di nuovo al punto di partenza. All’inizio, dopo la meteora Occhetto, fu Prodi. Oggi, dopo Bersani, potrebbe essere sempre Prodi che vorrebbe vestire i panni di Karate Kid per combattere contro Berlusconi e anche per far fuori i compagni che lo tradirono e lo mandarono alla stazione di Bologna con tutti quegli uccelli che gli volavano in testa. Zac, un colpo a Veltroni. Zac, un altro colpo a Bersani. E uno pure a D’Alema. E il Professore si siede al vertice del Pd, alleato non più di Bertinotti ma di Vendola e con Casini forse nei panni di Mastella, Arturo Parisi gran consigliere e Rosy Bindi accanita sostenitrice.

Sedici anni (l’Ulivo fu fondato nel 1995, mese di febbraio). E la tentazione della grande ammucchiata è sempre lì, immobile alla stazione in attesa del treno. In carrozza. Guida (forse) Romano Prodi, il leader senza metabolismo alla testa di un partito col futuro dietro le spalle. E gli uccelli continuano a fare i loro voli e tutto il resto.

di Mattias Mainiero
02/03/2011




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Sei un abusivo»: chaffeur notturno pestato da un gruppo di tassisti

Corriere della sera


L'aggressione in largo La Foppa. Vittima un autista di Citycab che portava a casa i clienti delle discoteche


movida - il servizio di auto a noleggio denuncia vari episodi di minacce e intimidazioni



Il Citycab del servizio «Moving Milano!»
Il Citycab del servizio «Moving Milano!»
MILANO
- Aggredito, insultato e picchiato da un gruppo di tassisti che l'hanno scambiato per un «abusivo»: è quanto denuncia un autista della società Citycab, ingaggiato da una discoteca milanese per accompagnare a casa i clienti. E' successo alle 5 del mattino di sabato 19 febbraio, in largo La Foppa a Milano. L'autista, che stava lavorando per la discoteca «Mia Divina» di via Molino delle Armi, aveva accompagnato a casa alcuni clienti in zona corso Garibaldi e stava ritornando al locale. Mentre era fermo in coda nel traffico dell'alba del sabato - la zona è fitta di discoteche - lo chaffeur è stato apostrofato con una serie di improperi da parte di un tassista che stazionava in largo La Foppa. Poi il conducente ha sentito un colpo sul tetto dell'auto, che è molto riconoscibile perché si tratta del caratteristico «cab» londinese della Austin e ha il logo della società. Sceso dall'auto per sincerarsi dell'accaduto, l'autista si è trovato, come riferisce la società, «letteralmente accerchiato da una mezza dozzina di altri tassisti che lo hanno aggredito accusandolo di essere un abusivo, fino a lasciarlo a terra sanguinante. Sul posto è intervenuta la polizia». L'autista è stato portato in ospedale e ha sporto denuncia.

«NON E' LA PRIMA VOLTA» - «Noi forniamo un servizio Ncc (noleggio con conducente, ndr) ai privati, sorretto da accordi limpidi e totalmente legali, che non si sovrappone in alcun modo al lavoro svolto dai taxi», afferma Massimo Viecca, ad di Citycab, sottolineando che «non è la prima volta» che i conducenti della società «sono oggetto di minacce e intimidazioni da parte di certi conducenti di taxi, che, per procacciare clienti direttamente presso l'uscita dei locali, si appostano anche nelle immediate adiacenze di locali che offrono ai propri ospiti i servizi della società». Viecca fa quindi un appello ai tassisti, invitando «tutti i lavoratori per bene del settore a prendere le dovute distanze da questo gesto esecrabile, del quale i responsabili dovranno rendere conto davanti alla Legge».

CHAFFEUR NOTTURNO - «L'autista stava lavorando per "Citycab: Moving Milano!", il nostro servizio di chauffeur notturno di pubblica utilità che abbiamo avviato all'inizio del 2010, anche per sensibilizzare i giovani su un uso più responsabile dell’alcool e dell’automobile», spiega il responsabile del servizio, John Bandieramonte.

In pratica funziona così: un locale, o un organizzatore di eventi, fa un contratto con Citycab e la società mette a disposizione una o più auto «a noleggio con conducente», che riaccompagnano a casa i partecipanti alla serata. Nel caso del «Mia Divina», per esempio, la discoteca ha siglato un contratto di collaborazione continuativa. «E' successo varie volte di accompagnare a casa, su richiesta dei gestori dei locali, persone che avevano bevuto troppo», racconta Bandieramonte. «Altre volte il servizio viene messo a disposizione della clientela in generale, a seconda della disponibilità di auto».

«NON DEVONO STAZIONARE IN STRADA» - «Per prima cosa stigmatizzo quanto è accaduto: non si picchia nessuno. I responsabili devono rispondere alla polizia», è il commento di Nereo Villa, segretario generale del Satam, il sindacato dei tassisti. Poi la precisazione: «Un conducente di auto a noleggio deve muoversi soltanto dalla rimessa del titolare della licenza alla destinazione del cliente e ritorno, non può stazionare in strada in attesa dei clienti. E' questo che distingue un taxi da un'auto a noleggio».

E proprio sullo «stazionare in strada» nascono gli equivoci che hanno già portato ai vari casi di tensione segnalati da Citycab. «Se i tassisti pensano che un autista stia facendo il tassista abusivo, devono chiamare i vigili - continua Villa - perché controllino che abbia il regolare contratto di trasporto. In nessun caso devono alzare le mani». Ma nella jungla dell'alba della movida, trovare un vigile non è facile. E la graziosa auto di Citycab, con tanto di succhi di frutta, spuntini e giornali per i clienti, diventa una «concorrente» che dà fastidio.


Sara Regina
02 marzo 2011



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La controffensiva di Gheddafi Tuona in tv: «Costretto Italia a scusarsi»

Corriere della sera


Il Papa: «Preoccupato». La Lega araba: «Situazione inaccettabile». L'Ue: «Se ne vada»



ADJABIYA (LIBIA) - Muammar Gheddafi sta parlando in tv per un discorso in occasione del 34mo anniversario della fondazione della Jamahiria. «Dal 1977 ho dato il potere al popolo e da allora non ho più poteri nel paese né di tipo politico né di tipo amministrativo», afferma Gheddafi parlando ai suoi sostenitori a Tripoli. «Saluto e faccio gli auguri al popolo libico per questa ricorrenza - ha affermato - dal 3 marzo del 1977 abbiamo passato il potere al popolo e voglio ricordare al mondo che da allora ho dato il potere al popolo. Abbiamo vinto l'occupazione italiana e americana e il popolo gestisce il petrolio e i suoi proventi». Questa volta l'incontro tra Gheddafi ed i suoi sostenitori si tiene al chiuso. Il colonnello è seduto dietro ad una scrivania, circondato da guardie del corpo, e tiene un discorso per il 34esimo anniversario della nascita dei Comitati popolari. Si tratta del suo terzo discorso da quando è iniziata la rivoluzione in Libia.

«Non ho un incarico dal quale dimettermi, come negli altri paesi - aggiunge -. Sono rimasto stupito quando ho visto le manifestazioni in mio sostegno in diverse zone del paese - ha aggiunto - perché il mio non è un posto di potere dal quale dimettersi». «Quello che sta succedendo è solo una provocazione da fuori, dall'estero, e che non ha nulla a che fare con i libici. Ci sono dei circoli esterni che stanno provocando tutto quello che sta succedendo, l'opposizione viene da fuori la Libia e se hanno deciso di attaccare il nostro simbolo siamo pronti a morire uno a uno per difendere il nostro Paese». Seduto e con voce tuonante il rais ha lanciato il suo ricato al mondo: «Vogliono farci tornare schiavi come eravamo sotto gli italiani?», ha detto Gheddafi: «Non lo accetteremo mai, entreremo in una sanguinosa guerra e migliaia e migliaia di libici moriranno se Usa o Nato entreranno nel Paese».

L'ITALIA - Rivendicando il ruolo della sua «guida» politica e esaltando la «rivoluzione» libica Gheddafi parlando alla cerimonia a Tripoli ha aggiunto: «abbiamo costretto l'Italia a inchinarsi». L'Italia, ha detto Gheddafi, «è stata costretta a chiedere scusa per la sua occupazione militare» e a pagare per questo. Abbiamo costretto l'Italia ad ammettere i suoi errori ottenendo uno storico successo... E tutte le ex potenze coloniali sono rimaste scioccate». Precedentemente Gheddafi aveva ribadito che il popolo libico è «sfidato in tutto il mondo». Lo era prima, sottoposto alla minaccia coloniale, e lo è adesso, ma da quando è stata insediata la Jamaihiria, ha proseguito, il «popolo è libero».

L'INCHIESTA - «Nel primo scontro (dall'esplodere della rivolta in Libia, ndr) ci sono stati dai 100 ai 150 morti e sono rimasto sorpreso perché siamo passati dopo poco tempo a mille morti. Ho chiesto infatti di aprire un'inchiesta per capire cosa sia successo» ha detto il colonnello. «Hanno attaccato le stazioni di polizia e hanno preso il controllo della zona con le armi», ha aggiunto. Gheddafi ha poi detto di aver chiesto «alla brigata presente ad al-Baydha di non attaccare i manifestanti».

BREGA - In precedenza il regime del Colonnello ha inviato più di 500 veicoli blindati a Brega per la riconquista della città. Lo riferisce un giornalista libico contattato dalla tv satellitare al-Jazeera. Un testimone oculare residente nella zona sostiene che l'aviazione libica sta bombardando la città, anche se le forze fedeli al regime sembra abbiano avuto la meglio sui rivoltosi che avevano solo delle armi legger

e. Nell'aeroporto di Brega sono atterrati tre aerei militari libici carichi di soldati e veicoli blindati che si stanno dispiegando nei quartieri della città: secondo quanto riporta la rete satellitare Al Arabiya il bilancio delle vittime sarebbe di almeno 14 morti. Brega si trova a una sessantina di chilometri da Adjabiya, il cui arsenale militare è stato attaccato di nuovo mercoledì mattina dall'aviazione militare di Gheddafi, senza conseguenze; proprio Adjabiya dovrebbe essere la prossima tappa della controffensiva delle forze del raìs, e l'opposizione sta preparandosi a difendere la città.

BARROSO - «È tempo che Gheddafi se ne vada» ha detto oggi il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso osservando che «le azioni assolutamente inaccettabili compiute dal regime libico nelle ultime settimane hanno ormai fatto capire che Gheddafi è parte del problema, non della soluzione». Ed è quindi «tempo che se ne vada». La situazione in Libia, soprattutto per la forte pressione di profughi alle frontiere è «una tragedia umanitaria»: per questo la Commissione ha deciso di aumentare il contributo per gli aiuti umanitari dai 3 milioni stanziati nei giorni scorsi a 10 milioni.

IL PAPA - Il Papa «ha espresso la sua preoccupazione per la gente innocente intrappolata in questa terribile tragedia» in Libia. Lo ha riferito Josette Fheeran, direttore esecutivo del programma alimentate mondiale delle Nazioni Unite, ricevuta in udienza privata oggi da Benedetto XVI.

LEGA ARABA - La situazione in Libia è «tragica» ha detto il segretario generale della Lega araba Amr Mussa, davanti ai ministri degli Esteri arabi. «Non la dobbiamo accettare e dobbiamo sostenere il popolo libico che sta soffrendo molto nel suo cammino verso la libertà».



Redazione online
02 marzo 2011




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Casa Montecarlo, guai per Fini Il gip non ha archiviato l'inchiesta

di Redazione




Il gip Figliolia prende tempo: si è riservato se accettare la richiesta della procura, che vuole l'archiviazione per il presidente della Camera e l'ex tesoriere Pontone, oppure accogliere il ricorso degli esponenti della Destra che chiedono il rinvio a giudizio per truffa aggravata. La decisione entro 15 giorni. Ma i querelanti annunciano già un ricorso in sede civile



Roma - La vicenda Montecarlo non è chiusa. Su Gianfranco Fini pende ancora il giudizio del tribunale di Roma che potrebbe rinviarlo a giudizio per truffa aggravata insieme all'ex tesoriere di An Francesco Pontone. Il gip del tribunale di Roma, Carlo Figliolia, ha scelto di non archiviare immediatamente ma sì è riservato di decidere sulla vendita della casa di Alleanza nazionale a Montecarlo.

I tempi Il procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani ha sollecitato ancora la posizione della procura. L’avvocato Mara Ebano, che assiste i due esponenti della Destra che con la loro denuncia hanno dato il via all’inchiesta, il consigliere regionale Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, ha spiegato: "La decisione arriverà entro le prossime settimane". Nell’inchiesta sono indagati sia il presidente della Camera sia l’ex tesoriere di An. All’attenzione del giudice, nella scorsa udienza del 2 febbraio, è stata depositata una videoregistrazione dell’intervista rilasciata al Tg1 e trasmessa il 28 gennaio scorso, dall’immobiliarista residente a Montecarlo Luciano Garzelli. "Ma sono tante le testimonianze e le carte che spiegano cosa è successo e perché" ha detto Buonasorte.
Il ruolo dei Tulliani Giancarlo Tulliani e sua sorella Elisabetta, la compagna di Fini, si sono interessati direttamente della ristrutturazione dell’immobile di Boulevard Princesse Charlotte. Il penalista Giuseppe Consolo, che insieme con Francesco Compagna, difende Fini, ha spiegato: "Il rappresentante della procura ha spiegato le ragioni per cui questa vicenda va archiviata".
Il ricorso in sede civile L’avvocato Di Andrea ha invece sottolineato: "Il nostro impegno andrà avanti comunque. Lo stesso procuratore Laviani ha detto oggi, secondo noi, che c’è spazio per iniziative al tribunale civile". Buonasorte ha poi spiegato: "Tulliani andava almeno ascoltato. E invece è tutto rimasto nel dubbio a nostro parere. Il dato certo è che Fini pensava di risolvere la cosa in 24 ore e invece siamo ancora qui a discutere di questa vicenda".




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A torso nudo con la pistola in mano I baby rapinatori come in «Gomorra»

Corriere della sera


Bloccati quattro ragazzini tra i 12 e i 17 anni. Due di loro, fratelli, non erano mai stati mandati a scuola



MILANO - Petto nudo, muscoli ben in vista, fucile sotto braccio e sguardo «da duri». Nelle foto che i quattro baby rapinatori di Quarto Oggiaro si scattavano con il cellulare, il riferimento al film Gomorra era molto chiaro. Armati di coltelli, pistole e riproduzioni di fucili, i quattro minorenni, di 12, 13, 16 e 17 anni, hanno messo a segno almeno 11 rapine tra settembre e dicembre scorso a pochi metri dalla stazione ferroviaria del quartiere. A partire dallo scorso ottobre, la polizia aveva ricevuto diverse denunce di rapine compiute da gruppi di ragazzi che, accerchiando le vittime per non farle fuggire, intimavano loro la consegna di denaro e cellulari con la minaccia di coltelli o armi. Durante una di queste, avvenuta il 31 ottobre in via Moretti, la vittima, un giovane di 19 anni, è stato picchiato a calci, pugni e testate ed è stato ricoverato con una prognosi di 30 giorni.


Baby-rapinatori in stile Gomorra

LA FAMIGLIA - Gli agenti del Commissariato Quarto Oggiaro li hanno bloccati prima che fosse troppo tardi per il loro recupero, o almeno così si spera. R.D. e S.D., di 12 e 16 anni, sono figli di una famiglia di decennale esperienza criminale, molto nota nel quartiere per i più svariati reati, di padre e madre da sempre nullafacenti, che fin dalle elementari non si erano mai preoccupati di mandare a scuola i due bambini. Diventati più grandi, i figli si erano dati alla malavita sulle orme dei genitori, tanto che il 16enne era già stato coinvolto nella cosiddetta «Operazione Carvelli», perché arruolato dalla famiglia calabrese come vedetta, per avvistare e appuntare il numero di targa delle auto della polizia che circolavano nella zona di piazzetta Capuana, a Quarto Oggiaro.

12ENNE SCATENATO - La polizia ha eseguito misure cautelari per rapina aggravata e continuata e lesioni personali nei confronti di S.D. e del complice 17enne, entrambi rinchiusi nel carcere minorile Beccaria. D.R. e M.O., di 12 e 13 anni, sono invece stati allontanati dalle rispettive famiglie e affidati a comunità di recupero. Il 12enne, una volta portato in commissariato, si è trasformato in una furia. Ha pesantemente insultato gli assistenti sociali e attaccato gli agenti, prima di scoppiare in un pianto liberatorio. Le esperienze già fallite in passato in altre comunità hanno spinto gli inquirenti a scegliere un istituto in grado di garantire l’assistenza di professionisti, anche con cure farmacologiche.

COME «GOMORRA» - Tra i luoghi preferiti per le azioni criminali, gli arrestati avevano individuato la stazione ferroviaria di Quarto Oggiaro e il cavalcavia pedonale che collega questa con un centro commerciale della zona. Nonostante la giovane età, alcune dei ragazzini erano già stati coinvolti in recenti operazioni antidroga con il compito di «vedette» o «sentinelle» e avvertire i boss se arrivava la polizia. Poi, quando non lavoravano per i grandi vessavano i coetanei.

Nel corso delle perquisizioni domiciliari sono stati rinvenuti, nella casa dei fratelli, sedici cellulari, due coltelli, una mazza da baseball ed alcune riproduzioni di armi: un fucile mitragliatore (soft air), una pistola colt «Mk Iv» ed una pistola «Dong». Il gruppo usava mazze da baseball e pistole per intimidire le vittime e quando le pistole non erano giocattolo utilizzavano dei guanti in lattice per non lasciare impronte sulle armi. Nei telefoni degli arrestati, gli investigatori hanno trovato anche filmati in cui gli stessi ragazzi mimavano degli omicidi come nel film Gomorra, compresa la scena in cui i due protagonisti del film sparano raffiche di mitra con indosso solo la biancheria intima, sulla spiaggia.

L'ARRESTO - Gli agenti sono arrivati al gruppo in seguito alle numerose denunce arrivate in commissariato. Il 16enne era già noto ai poliziotti perchè anni fa quando fu sgominato il clan Carvelli, attivo nel traffico di droga a Quarto Oggiaro, il ragazzo fu individuato come la sentinella che annotava le targhe delle auto civetta degli agenti. Suo padre è stato arrestato anni fa per una rapina. Quando il 12enne è stato arrestato prima ha scalciato e insultato sia gli agenti che l'assistente sociale, poi è scoppiato in lacrime e ha chiesto che ad accompagnarlo nella comunità a cui è stato destinato, a Genova, ci fossero anche i suoi genitori.


Redazione online
02 marzo 2011



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Cacciato «il banchiere dei poveri»

Corriere della sera


Il governo del Bangladesh manda via dalla guida della sua banca il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus



MILANO - Il governo del Bangladesh ha costretto il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus a lasciare la sua banca di microcredito, la Grameen Bank. Quest'ultima conta microprestiti per 955 milioni di dollari complessivi a circa 8 milioni di poveri, nella maggioranza dei casi donne.

L'INCHIESTA - È l'ultimo atto della guerra tra il governo del Bangladesh e il banchiere. Dopo la richiesta rivolta dal governo al banchiere (lo Stato possiede il 25% della Grameen Bank presieduta da Yunus) all'inizio di febbraio di abbandonare il suo incarico, ora è stata la Banca centrale del Bangladesh ad inviare una lettera in cui si sostiene che l'economista, che ha 70 anni, ha continuato a rimanere alla testa della Grameen Bank (da lui fondata) anche dopo aver superato il 60esimo anno, età limite prevista nel paese per il pensionamento. All'inizio di dicembre 2010 un documentario realizzato dal giornalista danese Tom Heinemann ha insinuato irregolarità nella gestione della banca riguardanti doni finanziari della Norvegia e di altri Paesi, provocando reazioni contrastanti ed inchieste da parte dei governi di Oslo e di Dacca.

LOTTA AL GOVERNO - I sostenitori di Yunus, fra cui l'ex presidente irlandese Mary Robinson, sostengono che è stata orchestrata una campagna politica dopo le tensioni registratesi fra Yunus e il premier bengalese Sheikh Hasina nel 2007. E sembra proprio questo il vero motivo che sta dietro la cacciata di Yunus. Come rivela il Financial Times, l'ostilità del governo del Bangladesh nei confronti di Yunus sembra risalire appunto al 2007: quando a seguito di un golpe militare il banchiere manifestò l'idea di creare un suo movimento politico. I leader politici e la maggioranza del partito ora al potere non hanno mai perdonato questa sua scelta considerandolo un rivale nella contesa del potere.



Redazione online
02 marzo 2011




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Video dall'Afghanistan: "Ecco cosa facciamo" La Russa: "Idv sciacalli"

di Redazione


La morte del tenente Ranzani ha riacceso la polemica sulla missione Isaf. L'opposizione chiede il rientro dei militari, la Farnesina conferma la linea. Circa 4mila i soldati impegnati soprattutto in operazioni umanitarie.



 Video

 
Roma - La morte del tenente Massimo Ranzani, ucciso ieri in Afghanistan mentre rientrava da un'operazione di assistenza medica, ha riacceso la polemica, mai spenta, sulla presenza dei militari nel Paese. Mentre il ministro degli Esteri, Ignazio La Russa, riferiva alla Camera dell'attentanto di ieri, il vice capogruppo di Idv Fabio Evangelisti lo ha interrotto e lo ha accusato di "retorica". Decisa la reazione di La Russa che ha risposto "Tu te ne stai comodo, seduto nei banchi, siete sciacalli, gli sciacalli hanno diritto di parlare", scatenando un trambusto durato qualche minuto. Quando il presidente di turno, Antonio Leone, è riuscito a riportare la calma in aula, il ministro ha aggiunto: "È la prima volta che in una informativa si approfitta delle parole del ministro per inscenare una piccola, misera gazzarra. Dobbiamo veramente rispetto e far sentire la vicinanza di tutto il Parlamento a chi fa davvero qualcosa per la pace e l’Italia".
Italiani impegnati nella ricostruzione La missione, come ha ribadito La Russa, continuerà fino al 2014, quando, "in linea con la strategia della Nato, sarà portato a termine il processo di transizione che comporta l’assunzione di responsabilità da parte degli afghani nel campo della sicurezza". Il ministro ha poi ricordato che il compito principale dei militari italiani non è quello di attentare alla libertà del popolo afgano. Del resto, sottolina La Russa, la missione della Nato "non è quella di fare la guerra. Non possiamo dividerci o fare polemiche su una parola, su un termine lessicale. L’articolo 11 della Costituzione lo conosciamo benissimo. Non siamo in Afghanistan in contrasto con l’articolo 11 ma in ossequio all’articolo 11". E su YouReporter.it, la piattaforma italiana di giornalismo parteciativo, è stato pubblicato un video di Angelo Cimarosti che segue il reggimento lagunari "Serenissima" guidati dal colonnello Giovanni Parmiggiani in missione nel distretto di Farah. Nelle immagini, girate circa 24 ore prima dell'uccisione di Ranzani i militari distribuiscono materiale materiale scolastico in un piccolo villaggio. Un'attività comunque non esente da rischi. 




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Colombia, prende a calci gufo-mascotte e lo uccide: calciatore rischia carcere

Il Mattino


BOGOTA' - È morto il gufo-mascotte della squadra colombiana Atletico Junior. Domenica scorsa il rapace era stato colpito con un calcio dal panamense Luis Moreno, difensore del Deportivo Pereira, durante la sfida fra le due formazioni a Barranquilla. 

Il gesto di Moreno ha scatenato numerose critiche e il giocatore, nonostante le pubbliche scuse, è stato anche denunciato per maltrattamenti su animali dal Dipartimento federale dell'ambiente di Barranquilla: ora rischia sanzioni che vanno dalla multa a 45 giorni di carcere. Il gufo è morto nella clinica veterinaria dove era ricoverato, a quanto pare a causa di una miopatia da cattura.

Ieri, intanto, Moreno si è recato in visita allo zoo di Pereira e si è intrattenuto a lungo nella zona che ospita i rapaci. Il difensore ha presentato di nuovo le sue scuse e si è impegnato a presentarsi presso il giardino zoologico una volta al mese per prestare lavoro volontario in attività di tipo ambientale.



Mercoledì 02 Marzo 2011 - 10:29    Ultimo aggiornamento: 10:30



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Napoli, sacchetti-spesa biodegradabili E' boom di quelli falsi. Cinesi nel mirino

Bondi: «Presto mi dimetterò»

Corriere della sera


Il ministro lo annuncia in una lettera al «Giornale»: mi è mancato il sostegno della mia maggioranza

«Io non ho mai scaricato la responsabilità su altri»





MILANO - Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, rassegnerà «presto» le dimissioni dal governo. Decisione della quale ha già informato il premier che «se ne occuperà non appena sarà possibile». Lo annuncia lo stesso Bondi in una lettera pubblicata sul quotidiano il «Giornale».


DECISIONE - «La decisione di dimettermi - scrive Bondi - è innanzitutto una piena e consapevole scelta di vita maturata in secondo luogo dalle difficoltà incontrate». Nel ruolo di ministro, dice, «posso avere fatto degli errori, ma ho realizzato delle riforme importanti e ho imposto una linea alternativa, in senso compiutamente liberale e riformatore, alla politica culturale della sinistra». Uno «sforzo» però nel quale non è stato «sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo e da quei colleghi che avrebbero potuto imprimere insieme a me una svolta nel modo di concepire il rapporto tra Stato e cultura». Sostegno che peraltro è mancato «nel momento in cui più mi sono trovato in difficoltà», dopo il crollo di Pompei, quando era «più colpito dalla sinistra», accusato tra l'altro «della mancanza di fondi», per la quale, aggiunge, «io non ho mai scaricato la responsabilità su altri». «Le vicende del Milleproroghe hanno ulteriormente evidenziato la mia incapacità di mantenere gli impegni che avevo preso, e nel richiedere un minimo di coerenza nell'ambito dei provvedimenti riguardanti la cultura». «Il presidente Berlusconi - chiarisce Bondi - sa anche che non sono mai stato in cerca di incarichi nè di mostrine, sia politiche che ministeriali» e che «voglio avere più tempo da dedicare alla mia famiglia», che «voglio svolgere bene l'incarico di senatore e che desidero più di ogni altra cosa continuare a lavorare al suo fianco per cambiare questo Paese.



Redazione online
02 marzo 2011



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Elogio di Fassino

Il Tempo


Con il suo realismo sul caso Fiat difese i posti di lavoro senza demagogia.


Piero Fassino Onore a quello spilungone di Piero Fassino, anche se non riesce a sorridere neppure quando gli amici cercano di sfotterlo chiamandolo simpaticamente Grissino, o Stecchino. Ah, se fossero tutti come lui gli ex o post-comunisti, o come diavolo preferiscono essere definiti i politici provenienti dal Pci e dalle edizioni successive, poi confluiti con i reduci della sinistra democristiana nel Pd oggi guidato da Pier Luigi Bersani. Per vincere, e alla grande, le primarie per la candidatura della sinistra a sindaco della sua Torino il buon Fassino non ha dovuto nascondere niente del suo passato.

Non ha dovuto fingersi giovane, con i suoi 61 anni e mezzo di età, che comunque non lo fanno certamente vecchio. Né ha dovuto negare di essere mai stato comunista, come fece invece a suo tempo il compagno Walter Veltroni precedendolo nell’assunzione della segreteria di una delle varie «cose» nate dalle ceneri del vecchio partito della falce e martello. Il nostro Grissino non ha dovuto neppure mettersi a corteggiare quei più o meno finti ambientalisti contrari alla Tav per sottrarli alle astiose e paleolitiche risate di Beppe Grillo. Né ha dovuto, o voluto, smentire quella impietosa storia dell’ultimo Pci da lui riscritta in un libro autobiografico che scandalizzò la cosiddetta intelligenza di sinistra. In particolare, egli riconobbe che l’odiato Craxi - sì, proprio lui, Bettino - vide prima e meglio dell’amatissimo Berlinguer - sì, proprio lui, Enrico - la necessità di ammodernare, a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, le istituzioni italiane pietrificate nelle regole in vigore dal 1948 per metterle al passo della società. Ed espresse la convinzione che il segretario del Pci, consapevole del sorpasso culturale eseguito su di lui dal leader socialista, giunto non a caso nel 1983 alla guida del governo, esasperò drammaticamente lo scontro sino a cercare di esserne fisicamente travolto. E in qualche modo ne morì pronunciando a Padova nel 1984 l’ennesimo comizio anticraxiano, dopo avere inutilmente contrastato i tagli alla scala mobile apportati dal governo per frenare un’inflazione che divorava il valore reale dei salari.

A chi è tentato di storcere il naso ricordando fatti così lontani converrà riflettere sul coraggio avuto da Fassino assai di recente, quando è esplosa la questione Fiat con la svolta di Sergio Marchionne e i referendum nelle fabbriche di Pomigliano e di Mirafiori. Fassino ha preferito la realistica difesa dei posti di lavoro alle chiacchiere e alla demagogia della Fiom e, tutto sommato, dell’intera Cgil. Che non a caso, dopo avere resistito, o finto di resistere, ha ceduto proprio in questi giorni alla suggestione dell’ennesimo sciopero generale. Fassino ha avuto in questo passaggio decisivo di una vertenza che va ben al di là della Fiat e delle sue fabbriche, essendo in gioco la produttività del sistema industriale italiano nel mercato globalizzato, la lucidità mancata al segretario del suo partito e a quello «statista» che si ritiene a torto Massimo D’Alema. Il quale è giunto a sostenere, pensate un po’, che Fassino a favore di Marchionne può essere compreso in qualità di candidato a sindaco di Torino, non di dirigente del partito. Non mi risulta neppure che nella sua campagna per le primarie a Torino il nostro Grissino abbia sentito il bisogno di farsi largo scimmiottando la Procura di Milano contro Silvio Berlusconi. Gli sono bastati e avanzati i problemi della città, o quelli veri del Paese. Peccato, tuttavia, che una rondine non faccia primavera.



Francesco Damato
02/03/2011




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Il capo dell’Anm Palamara vuole schedare chi lo critica



Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara si sente diffamato da un articolo del sito legnostorto.com, la Procura di Perugia apre un’inchiesta e chiede alla polizia postale di avere i nomi e gli indirizzi di chi lo ha commentato. I curatori del sito: "È una vera censura"



 
Anche chi commenta un articolo «scomodo» che prende di mira un magistrato rischia di essere prima identificato e poi querelato. L’ennesima disavventura del sito legnostorto.com - un mese fa l’ex magistrato del pool di Mani pulite Piercamillo Davigo ha chiesto al sito 40mila euro perché si sente diffamato dall’«accusa» di non aver alcuno «spessore culturale per organizzare un golpe» - parte da un articolo del gennaio 2010 sul presidente dell’Anm Luca Palamara, in cui il magistrato romano viene definito una toga «dall’espressione troppo furba per potergli credere».
Palamara ha querelato il sito perché non ha gradito l’articolo in cui veniva sostanzialmente stigmatizzata la sua decisione di disertare l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2010 in polemica con il Guardasigilli Angelino Alfano e perché considera evidentemente diffamatorie frasi come «l’interferenza di certa magistratura nei confronti dell’attività sia di governo che parlamentare è arrogante e pretestuosa», o come «i magistrati protestano contro l’intenzione dell’esecutivo di mettere un po’ d’ordine laddove regnano la confusione tanto professionale che ideologica, l’arretratezza, la disorganizzazione, la mancanza di responsabilità (la colpa degli errori non è mai di nessuno), la poca voglia di lavorare».
Si tratta di considerazioni che, condivisibili o meno, sono state ribadite più volte sui giornali e in tv ma che evidentemente il numero uno dell’Associazione nazionale magistrati ritiene non veritiere e ingiuriose. Il problema è che persino i commentatori, tutti utenti registrati e non certo teneri con la magistratura, rischiano di finire in tribunale solo per aver espresso le loro idee sul blog.
Nei giorni scorsi, infatti, sulla scrivania della redazione di legnostorto.com è arrivata una richiesta della polizia postale umbra (la Procura di Perugia è competente sui reati che riguardano i magistrati che lavorano a Roma, come appunto Palamara) nella quale il vice questore aggiunto della polizia Anna Lisa Lillini, nell’ambito dello stesso procedimento penale aperto dalla procura umbra, chiede nomi e cognomi di una dozzina di persone, indirizzi email e persino «data, ora e indirizzo Ip associato all’utente che ha eseguito la registrazione e quelli relativi all’ultimo accesso al forum», cioè quel codice numerico che consente di identificare il provider telefonico e l’indirizzo di casa o dell’ufficio dal quale sono partiti i commenti. Non basta. «La presente richiesta - si legge in neretto nel documento della polizia datato 22 febbraio 2011 - ha carattere di massima urgenza in quanto si presuppone che i dati temporali relativi agli indirizzi Ip sono prossimi alla cancellazione».
I curatori del sito sono furibondi e parlano di un chiaro tentativo di censura: «La retata continua - si legge sul sito - dopo la brillante idea davighiana di procedere direttamente nel campo civile, dunque per chiedere denaro, per perseguire un reato che – se esiste – è penale, ecco la pesca a strascico per conto del dottor Palamara che (...) si fa dare account e nomi di un buon numero di lettori di legnostorto.com, colpevoli di aver partecipato ad una discussione sul forum intorno al suo operato. Chissà che domani non ci chiedano anche i nomi di coloro che si sono macchiati della colpa di averlo letto...».




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Farefuturo senza più soldi chiude i battenti Intanto Fini rischia il processo su Montecarlo


Il magazine online della fondazione futurista non ha più soldi. Ma le vere ragioni sono politiche: Urso ha ottenuto lo stop in cambio della sua permanenza nel Fli. Filippo Rossi, direttore della testata, si è trovato con le password del pc cambiate.



 
 
Il futuro muore un po’ alla volta. Cosa sta accedendo nel campo finiano? I primi sussurri arrivano di mattina. Voci. Il magazine di Farefuturo sta chiudendo. È lì, su quelle pagine web, che la fuga di Fini è stata sognata, narrata, spiegata. Non è cosa da poco. È un altro pezzo che si sgretola. Il segno, un altro segno, della delusione e la rabbia che si vive nei dintorni del Fli. Il partito che doveva segnare la fine del berlusconismo è un’anima in pena. I senatori se ne vanno, i deputati scalpitano, gli intellettuali si ritirano in ordine sparso, Fini naviga a vista e troppa gente non vuole morire bocchiniana. Ma questo è solo quello che appare in superfice. Sotto è peggio.
Verso le cinque della sera il direttore Filippo Rossi annuncia su Facebook che il magazine cessa di esistere. La voce ora è ufficiale. I motivi, scrive, sono economici. Nessuno ci crede fino in fondo. I soldi mancano, ma la ragione è politica. La chiave è la fondazione. Il web magazine dipende dal «pensatoio» di Adolfo Urso. È da lì che arrivano i fondi. Urso è deluso, arrabbiato, è rimasto nel partito da prigioniero. Non riesce a dimenticare il tradimento di Fini. Bocchino con poteri e nomine, lui ai margini, scavalcato da Granata, Della Vedova, Briguglio e lo stesso Filippo Rossi. Il Fli non ha fatto in tempo a nascere e già c’era aria di lunghi coltelli. Non è mai stata una squadra. Il fallimento è genetico. Urso è orgoglioso. L’istinto è sbattere la porta e andare via. Ma dove? Il ritorno del Pdl sembra un’altra umiliazione. Prova a bussare nell’Udc, ma Casini con garbo gli serra la porta. Fini un po’ lo bacchetta, un po’ cerca di convincerlo a restare. Si parlano a lungo, spesso a muso duro. La fondazione è una delle cassaforti del partito. Urso è quello che porta i soldi, anche se negli ultimi tempi le cose non vanno benissimo. I finanziatori sono stanchi di scommettere su un progetto che non decolla, molti si fanno da parte, le cene non bastano, un 80 per cento delle entrate manca all’appello.
Il Fli, oltretutto, drena risorse. Alcuni soldi della fondazione finiscono nel partito, cioè da Bocchino. Urso non vuole passare per fesso.
La linea di Filippo Rossi non è la sua. Quando Fini chiede a Urso di restare l’ex ministro si affretta a chiedere la testa del direttore. Fini traccheggia. Urso non molla. La soluzione è salomonica. A che ci serve un web magazine? Meglio chiuderlo. E Gianfranco non batte ciglio. Click. Chiuso. La fondazione fa sapere che bisogna «redistribuire le risorse disponibili, privilegiando il core business. Siamo un think tank, elaboriamo idee e progetti a medio termine. I giornali, online o meno, sono un’altra cosa».
Tutto è chiaro. Il web magazine fa la sua politica, ma Urso caccia i soldi. Rossi aderisce alla manifestazione del 12 marzo in difesa della Costituzione, l’altro si dissocia: è solo l’ennesima maschera antiberlusconiana. Qui non sono in ballo solo le idee. La partita è molto più cinica e concreta. È una guerra di potere e di poltrone. Chi comanda? Il Fli si sgretola per questo. Non si lascia il Pdl per fare la riserva di Bocchino.
Filippo Rossi scrive su Facebook che l’avventura non finisce qui. Ci saranno sorprese. Forse un altro sogno editoriale. E poi ringrazia Fini, con un filo di ironia: «Ringrazio per la fiducia e la libertà di questi due anni...». Un post di commento fotografa quello che sta accadendo: «È possibile che un presidente della Camera non trovi sponsor per un periodico online? Su, non prendiamoci in giro. Farefuturo era a tempo, come lo è Futuro e Libertà».
Il Fli è solo la metropolitana di Gianfranco Fini. Quando dice che se il progetto fallisce lui lascia la politica in pochi ci credono. A volte tanti fallimenti sono meglio di niente.
Questo è il partito. An gli ha sfilato il Secolo. Anche qui contano i soldi. Chi li caccia non gradisce gli attacchi del quotidiano. I finiani hanno perso tutte le battaglie parlamentari. L’unica certezza della loro linea politica è che sono antiberlusconiani. Diranno che anche questa volta è colpa del Cavaliere.
Al web magazine resta l’onore delle armi. E una domanda: se un partito naufraga la responsabilità di chi è? Chiedetelo al leader. Chiedetelo a Fini.




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Il giorno della verità: oggi Gianfry rischia il processo



Il gip decide se rinviare a giudizio il presidente dela Camera per lo scandalo Montecarlo. Un ruolo decisivo potrebbero averlo le carte giunte da Saint Lucia sul ruolo del "cognato" Tulliani



 

Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica


Roma - Difficile dire se l’iperattivismo mediatico dell’indagato Gianfranco Fini corrisponda alla necessità di strizzare ancora l’occhio alla magistratura in vista della pronuncia del gip di Roma. Che stamattina deciderà se archiviarlo, rinviarlo a giudizio per truffa per il pasticcio della casa monegasca oppure disporre un supplemento di indagini. Di sicuro il presidente della Camera, che dal giorno dello scoop del Giornale (28 luglio 2010) in 54 occasioni si è schierato pubblicamente dalla parte delle toghe, ostenta una sicurezza che il 2 febbraio scorso non aveva Giuseppe Consolo, avvocato-deputato Fli, sorpreso dalla decisione del gip Figliolia di approfondire la questione dei carteggi caraibici che individuano nel «cognato» di Fini, Giancarlo Tulliani, il titolare delle offshore che schermano l’acquisto della casa monegasca, ereditata da An e abitata da Tulliani.

E proprio sul groviglio di offshore, dipanato parzialmente dal Giornale e smascherato dalle autorità di Saint Lucia, le parti offese (i rappresentanti della Destra di Storace, Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte, difesi dall’avvocato Mara Ebano) puntano per dimostrare che serve un processo per chiarire il ruolo di Fini e del cognato, che la procura di Roma non ha ritenuto di interrogare, limitandosi a indagare il primo per truffa, come il senatore Francesco Pontone. Le indagini difensive partono dalla «nota riservata e confidenziale» che il primo ministro caraibico, Stephenson King, ha inviato al ministro Frattini, chiarendo come per l’indagine interna «Giancarlo Tulliani era il titolare effettivo delle suddette società (Printemps Ltd, Timara Ltd e Jaman Directors Ltd, tutte con sede allo stesso indirizzo in Saint Lucia)».

Le indagini in questione erano emerse il 16 settembre 2010, quando divenne pubblica una lettera tra Stephenson King e il ministro della giustizia Rudolph Francis. Vi si spiegava che le offshore di Saint Lucia coinvolte nel pasticcio monegasco «operavano previe direttive del signor James Walfenzao (…) e del signor Bastian Anthoine Izelaar», ovvero i sottoscrittori del rogito fra An e la società Printemps che acquistò la casa per 300mila euro, e della successiva compravendita tra Printemps e Timara. Queste ultime erano amministrate da un’altra serie di società offshore, tutte «battezzate» a Saint Lucia, nel palazzo di Manoel Street dove ha sede la Corporate Agent (St. Lucia) Ltd, che tra i soci annoverava James Walfenzao (quello al cui indirizzo personale di Monaco Tulliani domicilia le bollette di casa), broker attivo anche nelle Antille olandesi e in Florida.

Izelaar, invece, è titolare della Jason Sam di Monaco, che si occupa appunto di procurare shelf company a facoltosi clienti che vogliano concludere affari immobiliari senza apparire. E i rappresentanti della Destra rimarcano come sia il caso di «interrogarsi sul perché il Tulliani (...) avrebbe dovuto apprestare questo complicato sistema di scatole cinesi per acquistare il quartierino di Montecarlo». «Pertanto - prosegue la memoria - delle due l’una: o Fini e il di lui “nuovo parente” Tulliani, in concorso fra loro, avrebbero apprestato l’artificioso sistema di scatole cinesi onde distrarre il bene del partito, elevando un muro di società offshore per evitare di risalire agli effettivi beneficiari; oppure il Tulliani - ipotesi allo stato non creduta - proponendosi al “cognato” come mediatore della compravendita, in realtà, non sarebbe stato altro che l’effettivo acquirente a buon mercato dell’appartamento di Montecarlo. Di qui la truffa, ove, quanto ai suoi elementi costitutivi: degli artifizi si è detto; il raggirato e dunque, l’indotto in errore sarebbe l’onorevole Fini; il danneggiato sarebbe il partito e il profittatore sarebbe il Tulliani».

E sempre gli appellanti sottolineano il ruolo di Walfenzao, «che ritroviamo due anni prima, in qualche modo, vicinissimo all’entourage di Fini». Il riferimento è all’Atlantis Group, «multinazionale del gioco (...) di cui Walfenzao sarebbe socio e consulente», che come scritto da Panorama (e all’attenzione dei magistrati di Roma e di Tivoli) avrebbe da almeno cinque anni «finanziato società riferibili alla famiglia dell’onorevole Francesco Proietti Cosimi, da 30 anni fedelissimo segretario-portaborse dell’onorevole Fini». Gli esponenti della Destra riassumono: «Due cose sarebbero pressoché certe. La prima: dal 2006 l’Atlantis World di Walfenzao avrebbe inviato centinaia di migliaia di euro a società e associazioni collegabili al segretario particolare di Fini, Francesco Proietti Cosimi. La seconda: nel 2008 Walfenzao ricompare nella compravendita della casa dove va a vivere il “cognato” del presidente della Camera, che poi si è saputo esserne l’effettivo proprietario».

Se i dubbi sull’opportunità di archiviare non bastano, Di Andrea e Buonasorte ricordano l’intervista del costruttore monegasco Luciano Garzelli che, il 27 gennaio, al Tg1 ha dichiarato: «Tulliani mi chiamò da Roma, era inizio luglio (2009, ndr) e mi disse testualmente che Fini con la sua compagna erano stati nell’appartamento il giorno prima e a causa di una perdita d’acqua il parquet della camera si era sollevato e che i signori non sono potuti neppure entrare. (...)». E quanto ai lavori di ristrutturazione, continua Garzelli, «non era il signor Tulliani, era la signora Tulliani che dava istruzioni». Con email che Garzelli è pronto a mostrare agli inquirenti, se richiesto. Ma Fini, che con Elisabetta convive, non ha detto di non saper nulla dalla cessione in poi?



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Dalle intercettazioni spunta persino l'artigiano che propone di spiare il Fli



Mancava. E puntualmente è arrivata. Una bella microspia, buona per una fiction, sbuca dalle intercettazioni del Rubygate. Una cimice da piazzare, addirittura, nella sede milanese di Futuro e Libertà. Attenzione: non ci sono di mezzo complotti, logge P2, P3 o P4, ma molto più prosaicamente una delle showgirl di via Olgettina, Barbara Guerra, e il padre, intraprendente artigiano specializzato nel montaggio dei mobili. È lui la mente del progetto che si esaurirà nel giro di un paio di telefonate: il premier cestina rapidamente la proposta lanciata dal James Bond con il martello.

Non che si tratti di un’iniziativa seria, perché lo stesso Guerra nel parlare con la figlia dell’idea che gli è venuta ride di gusto, come sottolineato puntigliosamente dagli agenti che hanno ascoltato la conversazione. È l’11 gennaio e all’ora di cena Innocenzo entra nella trama di una spy story di cui lui è il protagonista assoluto: «Io - spiega - gli volevo proporre se vuole mettere una microspia». E giù a ridere. Ma dove? La risposta è scontata, perché Guerra senior sarà pure il padre di una delle ragazze che frequentavano Arcore, ma lui frequenta la sede milanese di Fli in via Terraggio dove è impegnato nei lavori di ristrutturazione. Così non gli pare vero immaginare un colpo di scena e apparecchiare, fra una telefonata e l’altra a Barbara, una spiata nei locali che in effetti verranno inaugurati un paio di settimane più tardi, il 24 gennaio. Lui ha le chiavi di quella che definisce «la tana dei cospiratori», forse rimasticando e rielaborando lontani bagliori scolastici sul Risorgimento.

Così disegna il progetto, immaginando che la figlia ne parli con il premier. «Io - spiega - gli volevo proporre se vuole mettere una microspia... Io ci ho le chiavi dell’ufficio, ieri è venuto anche il senatore Valditara». Ovvero, Giuseppe Valditara, senatore fedele a Gianfranco Fini, una delle colonne portanti del neonato partito a Milano.

La figlia, spiazzata da tanto ardire, se ne esce con una frase quasi comica: «E si può fare?» «Io ci ho le chiavi», risponde asciutto e deciso il padre. Lei si elettrizza: «Allora glielo dico sub... cacchiarola. Non è qui senno c... andavamo a casa sua subito». L’appuntamento con la spy story è solo rinviato. E infatti, in una delle intercettazioni successive, Barbara riferisce al genitore che è andata male. Il suo entusiasmo, che lei credeva contagioso, non ha trovato una sponda nella risposta del Cavaliere: «“Cheee... mm... per... forse è meglio non farlo”, però - aggiunge lei - vuole sapere dove è la sede».
Insomma, Berlusconi ha rifiutato la proposta, lanciata dal muratore e dalla showgirl. «Mmmm - mugugna lui - e perché non è da fare?». Barbara, che ha una risposta per tutto, azzarda un profetico: «Eee boh... forse ha paura che se esce qualcosa». E infatti oggi esce tutto, anche quello che non c’è e non si è mai realizzato.

Valditara e i suoi compagni di partito, quelli che sono rimasti perché anche sotto la Madonnina ci sono stati ripensamenti e ritorni al Pdl a cominciare da Giampaolo Landi di Chiavenna, possono stare tranquilli. L’attentato alla vita democratica del Paese non c’è stato. Al massimo ci sono le indiscrezioni, va detto frammentarie e confuse, su quel che Guerra ha orecchiato «nei 10 minuti» in cui è rimasto in quei locali: «Eran dentro in sei e parlavano: “Allora ti devi occupare dei palazzinari perché dobbiamo tirare fuori i 200mila appartamenti delle gente che gli manca la casa”». Insomma, l’intercettato Guerra non riesce ad intercettare e ad afferrare quel che i cospiratori dicono all’interno della base: «Sto senatore parlava... non ho capito cosa diceva di La Russa».

«In realtà - spiega al Giornale Valditara - stavamo preparando l’inchiesta su Affittopoli e lui ha sentito qualche frase senza neanche capire bene. Però trovo allucinante che il premier si circondi di personaggi come quelli che compaiono in quest’inchiesta». E Cristiana Muscardini parla addirittura di «emergenza democratica. Ci sarebbe da chiedere al ministro dell’Interno - prosegue l’europarlamentare di Fli - di fare la bonifica in tutti gli uffici dei parlamentari, ma potremmo poi fidarci dei risultati?». Barbara Guerra, invece, è infuriata: «Scherzavo. Scherzavo io e scherzava mio padre. Adesso basta. Mi hanno distrutto, ma non accetto che si metta in mezzo papà che si è fatto il mazzo per trent’anni e ha tirato su cinque figli».



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Ted Kennedy affittò un intero bordello in Cile

La Stampa



Un memo dell'Fbi rivela particolari inediti sul viaggio in Sud America del fratello del presidente nel 1961, in cui sono annotati anche gli incontri con una «spia dei sovietici»

Il sito web conservatore “Judicial Watch” ha pubblicato dei file che contengono informazioni inedite sulla missione politico-diplomatica di Ted Kennedy in Sud America, alla vigilia della sua prima candidatura per il Senato. Si tratta di un rapporto dell’Fbi, ormai declassificato, nel quale si descrivono minuziosamente tutti i particolari del viaggio, svelando retroscena piccanti e un colloquio riservato con una persona «vicina a Mosca». Una divulgazione che sta aprendo un dibattito intorno alla memoria del più giovane dei fratelli Kennedy, scomparso il 25 agosto 2009.

Nel resoconto, redatto da William Sullivan, funzionario di alto livello dell’Fbi, si parla delle imprese extra politiche di Kennedy, che all’epoca dei fatti aveva 29 anni ed era già sposato: «Mentre era a Santiago ha affittato per sé un intero bordello per tutta la notte, ed è presumibile che abbia invitato anche uno degli autisti dell’ambasciata a partecipare alle attività notturne». Il memo, che lo descrive come un «monello tronfio e viziato», non contiene tuttavia il nome della fonte della notizia. La famiglia non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito, mentre un amico si è limitato a sottolineare: «È una vicenda di mezzo secolo fa, non so quanto sia utile parlarne».

Ma il nodo della questione sono i numerosi incontri politici di Ted. Nel 1961 c’è John Kennedy alla Casa Bianca, e Ted doveva aspettare di compiere 30 anni per potersi candidare al Senato come rappresentante del Massachusetts. Per acquisire maggiore prestigio ed esperienza internazionale organizza un viaggio che prevede la visita di nove nazioni latino americane: «Ovunque andasse, Kennedy voleva ad ogni costo incontrare “i giovani uomini arrabbiati” dello Stato. Voleva conoscere i comunisti, dissidenti e altre persone legate all’estrema sinistra». Il rapporto indica che il primo incontro avviene a Bogotà, in Colombia, con Lauchlin Currie, ex consigliere economico di Franklin D. Roosevelt, sotto inchiesta con l’accusa di avere legami con spie sovietiche.

Harvey Kleher, docente alla “Emory University”, un esperto di guerra fredda, pur trovando «strano e inusuale» l’incontro con Currie, esclude tuttavia con certezza che alcuna informazione di rilievo fosse giunta a Mosca. «È probabile - aggiunge - che volesse aiutare il fratello a gestire la transizione democratica di questi Paesi, quasi tutti in mano a regimi militari. Sapeva che se l’America non avesse teso loro la mano, sarebbero finiti sotto l’influenza sovietica».

Di diverso avviso è Tom Fitton, il presidente di “Judicial Watch”, che non lesina critiche feroci: «È molto grave che un membro della famiglia Kennedy, alla vigilia dell’approdo in Senato, incontrasse personaggi di estrema sinistra e addirittura dei comunisti. Ci troviamo di fronte ad una persona corrotta, ed è ora che l’Fbi renda pubblico l’intero fascicolo, perché è un diritto dei cittadini conoscere la propria Storia».

David Kaiser è uno storico del “Naval War College” di Newport, nel Rhode Island. Ricorda che dietro tutto questo c’era il direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, una figura di primo piano dell’America di quegli anni, che era «ossessionato» dal comunismo, tanto da far pedinare di continuo ogni possibile sospettato. «La sua filosofia era semplice - spiega - più si conoscono fatti scomodi di una persona importante meglio è, perchè un giorno potrebbero tornare utili. I Kennedy erano il bersaglio ideale».




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Fare leggi? No, l'onorevole deve cambiare casacca

La Stampa



Nel '01-06 produttività legislativa più che doppia coi Berlusconi 2 e 3

Bassa produttività e assenteismo: così funzionano Camera e Senato. Berlusconi ha buon gioco nel riproporre il taglio dei parlamentari



MATTIA FELTRI
ROMA

Alla Camera lavorano cinquantasessanta persone», ha detto lunedì Silvio Berlusconi, ripromettendosi per la centesima volta di ridurre drasticamente il numero dei parlamentari. In quel momento, in aula c’erano ventiquattro persone. Diciassette funzionari, il presidente di turno (Rosy Bindi), quattro deputati del Partito democratico (Guido Melis, Nazzareno Oliverio, Alessandro Bratti e Roberto Giachetti), uno del Pdl (Roberto Tortoli), un rappresentante del governo (il senatore e sottosegretario all’Istruzione Guido Viceconte). «Abbiamo presentato questa mozione - stava dicendo Oliverio - per scuotere il governo».

Ma né Viceconte né Tortoli si sono scossi. Si discuteva di «iniziative per la bonifica dei siti contaminati di interesse nazionale» e va ricordato che era lunedì, che tradizionalmente di lunedì i palazzi della politica sono deserti, sebbene non si capisca che cosa abbia di così straordinario il lunedì, per i rappresentanti del popolo, né perché si stabiliscano lavori destinati al dileggio di seicentoventiquattro assenti su seicentotrenta. Quando si stendono articoli come questo, le premesse sono necessarie. Si premette che lunedì alla Camera circolavano altri sette o otto deputati, come per esempio il leghista Raffaele Volpi, della sezione di Capriolo, provincia di Brescia, che proprio ieri ha inviato un messaggio al presidente Gianfranco Fini: «Va a ciapà i ratt».

Si premette che ieri erano molto più numerosi e, a proposito di produttività, che le leggi varate non sono un indice definitivo, che i criteri adottati dall’associazione OpenPolis (tipologia di atto, consenso ricevuto dall’atto, il suo iter, la partecipazione del parlamentare ai lavori) sono stati ieri criticati da Massimo D’Alema («Non riflettono la complessità del lavoro del parlamentare»), giunto seicentoventunesimo su seicentotrenta, ed elogiati lunedì dalle quattro parlamentari del Pd risultate ai primi quattro posti per redditività. In ogni caso, nel corso della XIV legislatura (2001-2006, presidente Berlusconi) sono state approvate 147 leggi di iniziativa parlamentare (una media di due e mezzo al mese); nella legislatura successiva (2006-2008, presidente Romano Prodi) ne sono state approvate 13, cioè circa una legge ogni due mesi; infine, in questa legislatura si è avuta una leggera risalita a 37 leggi, e cioè praticamente una al mese. Se si guarda alle leggi di iniziativa governativa, il calo è ancora più evidente: circa nove leggi al mese nel 2001-2006, poco più di quattro nel 2006-2008, poco meno di cinque nel 2008-2011. Ma, insomma, a parte queste due ultime drammatiche legislature, quella 2001-2006 ha generato 686 leggi, quella precedente (1996-2001, premier Prodi, D’Alema, Amato) ne ha generate 898.

Anche se ha risvolti sclerotici, ce ne si rende conto, il misurare il valore di un Parlamento per la quantità di norme sfornate e quella di un ministro (alla Semplificazione, Roberto Calderoli) per la quantità di norme cancellate. Detto questo, farà un pochino impressione notare che dall’inizio dell’anno sono state approvate tre leggi, tutte e tre uscite dall’esecutivo, e stiamo parlando di un esecutivo che, nella penultima seduta del Consiglio dei ministri, ha visto il suo presidente scocciato coi colleghi, che poco lo aiutano a rimpolpare un ordine del giorno sempre più miserello. Per i feticisti, si tratta di disposizioni sull’etichettatura dei prodotti alimentari, sul ciclo dei rifiuti in Campania, su vari trattati internazionali. Forse sono altre le cifre più adatte a esprimere il senso di quest’ultimo giro di Camere. In 34 mesi, i 945 parlamentari hanno prodotto soltanto 37 leggi ma ben 113 cambi di casacca.

E cioè sono 113 (85 deputati e 28 senatori) i parlamentari che dall’inizio della legislatura hanno cambiato gruppo. Nella legislatura 2001-2006, furono 103 in cinque anni, una media di venti all’anno. Qui la media sale a quasi quaranta all’anno, per un incremento del cento per cento. Ma il numero di 113 è impreciso, perché ci sono parlamentari (per esempio Silvano Moffa, Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori) che hanno cominciato la legislatura nel Pdl, l’hanno proseguita tra i finiani di Futuro e Libertà, sono quindi transitati nel Misto per approdare, provvisoriamente, nei gruppi dei Responsabili. Pertanto i cambi di maglia salgono a 134, sempre che nella serata di ieri non ce ne siano stati di ulteriori. Non sarebbe strano, visto che alcuni (come Pasquale Viespoli e altri senatori ex finiani) risultano iscritti a gruppi dai quali hanno già deciso di andarsene.

Uno dei problemi riguarda la composizione delle commissioni: l’addio di Fini e dei suoi alla maggioranza ha causato uno squilibrio per cui in alcune commissioni cruciali il governo è in minoranza. Creare nuovi gruppi (i Responsabili, quello in arrivo di Gianfranco Miccichè...) significa ridiscutere le presidenze e le composizioni per esempio della bicameralina per il Federalismo e della commissione Bilancio della Camera. Sono queste le aritmetiche cui sono destinati gli sforzi dei nostri. E sì che l’attuale legislatura doveva essere quella del riscatto dei parlamentari dalla fama di nullafacenti. Fini aveva ipotizzato un mese composto da tre settimane lavorative complete, comprensive di lunedì e venerdì di sgobboneria matta e disperatissima, e una di libertà perché i parlamentari curassero il collegio, sebbene i collegi, in pratica, non esistano più: per garantirsi un futuro nel palazzo e una serena vecchiaia, deputati e senatori necessitano semmai dell’apprezzamento dei leader, che li rimetteranno in lista e in zone più o meno sicure. Così oggi tutto sembra ridotto a guerra di trincea - e la trincea è il Parlamento - dove gli eletti danno l’impressione di esercitare la libertà di mandato più come una libertà di mercenarismo. E dove anche l’arbitro sommo è da molti reputato un capitano di ventura. La conseguente desacralizzazione è un passo già compiuto, con Umberto Bossi che infrange le regole marmoree portandosi il figlio Trota al ristorante della Camera - fin qui severamente riservato a parlamentari ed ex - e sfumacchiando un sigaro alla capogruppo, alla faccia delle impotenti proteste di Fini.




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Le 10 cose che contano Ma Saviano sa dire soltanto delle banalità?



La performance tv ha ammosciato la genialità. E così le sue "dieci cose per cui vale la pena vivere" sono un noioso déjà vu. Letta la lista e parafrasando Cuore nasce spontaneo un "chissenefrega"



 
La banalità, insegna la Storia, è propria sia del Bene che del Male. In qualsiasi cosa, sia essa la più bella sia essa la peggiore, ci troverai sempre qualcosa di ordinario, quotidiano. Banale. Come nelle persone. Anche il genio, come l’imbecille, non è esente dalla mediocrità e dall’ovvio.
Anche Roberto Saviano, che a modo suo è un genio, per coraggio, per forza d’animo, per la capacità di toccare i sentimenti della gente, a volte è costretto a concedere la propria dose di ordinarietà. Piacere a tutti è già difficile - anche se lui con Gomorra e Vieni via con me ci è quasi riuscito - ma piacere sempre a tutti, è impossibile. Anche per un guru.
Sull’onda del successo del suo libro-culto e della sua trasmissione-cult, Roberto Saviano ci ha riprovato, riproponendo i suoi monologhi televisivi sulla carta stampata, pubblicando per Feltrinelli, smarcandosi momentaneamente da Mondadori, la versione cartacea degli interventi a Vieni via con me. Programma che lo ha reso ancora più popolare di quanto non fosse, ma anche meno sorprendente di quanto dovrebbe. Lavorare per tre mesi accanto a Fabio Fazio lo ha ammosciato, rendendolo stucchevolmente prevedibile, insopportabilmente mellifluo, irreparabilmente banale. Così come Fazio è incapace anche solo una volta di stupirti invitando uno scrittore che non ti aspetti (magari non un intellettuale di sinistra, magari non un autore con un libro in uscita, magari non un artista politicamente corretto), allo stesso modo Saviano finita l’onda lunga di Gomorra appare ormai sprovvisto del colpo di teatro, della provocazione inaspettata, della presa di posizione scorretta. Sulla politica, la società, Berlusconi, l’Italia, sai già mezz’ora prima che finisca la frase dove andrà a parare. E non solo per i tempi lunghi della recitazione.
Ieri, anticipando il suo nuovo libro su Repubblica - un quotidiano inquietantemente abituato a pensare per decaloghi: le dieci domande a Berlusconi, le dieci bugie del premier, i dieci punti oscuri del «caso Ruby» - ha proposto il proprio personale elenco delle «dieci cose per cui vale la pena vivere». Al netto del doveroso rispetto dovuto a un ragazzo sotto scorta per il quale anche andare a magiare il gelato con la propria ragazza è comprensibilmente qualcosa di straordinario, l’escamotage dell’elenco rischia l’effetto déjà vu nel migliore dei casi, e un soprassalto di noia nel peggiore. Sei Saviano, hai a disposizione la prima serata Rai e la prima pagina di Repubblica: come direbbe quel tale, si può osare di più. Un mio amico, per inciso neppure berlusconiano, stamattina dopo aver letto l’elenco di Saviano mi ha mandato un sms con scritto: «Ormai potrebbe fare l’autore dei testi di Cetto Laqualunque».
Che a me, peraltro, non fa neppure ridere.
A Roberto Saviano forse non è giusto chiedere il genio e l’ingegno di Alberto Arbasino, che proprio su Repubblica recentemente ha concesso un’ineguagliabile lezione sulla fuggevole arte di compilare elenchi per classificare mode e tendenze di oggi; ma almeno uno sforzo per provare ad andare al di là della banalità della lista della spesa, quello sì. In fondo, è attualmente il nostro più autorevole candidato sia al Nobel per la Letteratura che a quello per la Pace.

Comunque, con oltre vent’anni di ritardo rispetto alla leggendaria rubrica di Cuore ideata&diretta da Michele Serra, solo per caso autore anche della trasmissione Vieni via con me, nella quale ogni settimana si elencavano «Le cinque cose per cui vale la pena vivere» (in testa all’inizio c’erano la fine di Craxi e della Dc, poi iniziarono a comparire atti di una volgarità irriferibile), Roberto Saviano ci ha proposto un catalogo di sconcertante banalità: dalla «mozzarella di bufala aversana» ad «aprire il computer dopo una giornata in cui hanno raccolto firme contro di te e trovare una mail di tuo fratello che dice: “Sono fiero di te”». In calce al quale, come spesso accadeva in coda alle rubriche di Cuore, ci starebbe bene anche un «Chissenefrega».
Per il resto, banalità per banalità, ecco l’elenco delle «dieci cose per le quali vale la pena vivere» realizzato al termine di un laborioso sondaggio all’interno della redazione «Macchina del fango» del Giornale.

1) Il Tiramisù
2) Gimme Shelter suonata dai Rolling Stones
3) Scoprire che il sito di Farefuturo finalmente ha chiuso
4) L’opera omnia di Céline (naturalmente ad eccezione di Bagatelle per un massacro)
5) Il gol di Maradona ai Mondiali del Mexico, ma non quello del due a zero contro l’Inghilterra, ma il primo, quello di mano
6) Peaches en Regalia di Frank Zappa
7) Sapere che prima o poi Gianfranco Fini si dimetterà e il suo partito prenderà al massimo il 2 per cento
8) I soldi
9) La convinzione che tanto, magari tra vent’anni, qualcuno che oggi scrive per Repubblica finirà intercettato
10) Dopo una giornata in cui sul tuo giornale hai gettato fango contro tutti, aprire il computer e trovare una mail di tuo fratello che dice: «Ho letto Saviano. Hai ragione: è un po’ banale...».




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